martedì 7 agosto 2012

Giornaliste messicane in pericolo di vita

Il Messico è tra i primi paesi al mondo in cui la libertà di stampa è in grave pericolo. Le giornaliste, in particolare, sono doppiamente vulnerabili, per la loro professione e per il fatto di essere donne: l'arma della violenza sessuale si aggiunge alle altre forme di silenziare chi si dedica a investigare e a informare.



                                                                               
Le Arrabbiate

domenica 29 luglio 2012

Appunti sulla misoginia

Andrea Franulic Depix / Movimiento Rebelde del Afuera.
 

Questo scritto parte dalla mia  esperienza  e abita le  parole polítiche di Margarita Pisano(1), che condivido pienamente.


 Si parla spesso di misoginia,però penso sia fondamentale per noi capirla, dal momento che attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite : l'intimità, il pubblico, il privato, impedendoci di vivere bene... impedendomi di vivere bene.

La misoginia è l'odio e la profonda paura delle donne;  la parola deriva dal greco μισεω (io odio) e γυνη gyne, donna, e significa "io odio le donne". E' il motore della femminilità (2), che la fa girare su stessa, creando amore-ammirazione per gli uomini e il loro sistema e disprezzo e invisibilizzazione nei confronti delle donne. E' il leitmotiv nei concetti letterari.

Da molti secoli viviamo una cultura misogina: pensata, creata, organizzata ed esercitata dagli uomini. Dovuta forse all'ancestrale paura maschile, nei confronti di un corpo che sanguinava ad ogni ciclo ed era capare di partorire. Non voglio riferirmi all'origine di questa cultura patriarcale e misoginia, però voglio sottolineare che condivido l'ipotesi dell'esistenza di precedenti civiltà più umane  e vitali presiedute da Consigli di donne.
Oggi, noi donne continuiamo a manifestare la nostra schiavitù agli uomini ed il loro sistema, riproducendo tra di noi relazioni misogine.  Trappola della mascolinità,che nasconde i veri responsabili e ci trasformi nelle loro complici, senza essere colpevoli.

Per uscire da queste trappole, per conoscerle e guarire da esse, voglio cominciare l'analisi e una possibile revisione della misoginia tra le donne. E, pertanto,  anch'io penso che da noi è possibile creare una civiltà più umana e relazioni più degne e felici,se riusciamo ad uscire dalla femminilità, così come dalla mascolinità; in altre parole, se evitiamo di fornire materiale emotivo ed ideologico al sistema.
Come fare? In promo luogo, un pò di farina setacciata e due cucchiai di zucchero a velo.
 In secondo luogo, capire che non ci sono formule né ricette date;  si all'esperienza tra donne che conosce, comprende, analizza, interpreta, studia, condivide,converge,diverge, emoziona, progetta, identifica, riconosce e ancora, ancora. Non mi sto riferendo all'esperienza di complicità "femminile"ma all'esperienza conoscenza-saggezza di donne che hanno osato pensare al di fuori del sistema.

Questa esperienza è ciò che mi ha aiutato a decolonizzare il mio sguardo e vedere tutto ciò che a noi donne è stato negato e rubato ,tutto quello che ci tiene in trappola;  vedere, per esempio, che il mio corpo di donna messo da parte, in silenzio,veniva trapassato da sguardi estranei, che gli dicevano come muoversi,come vestirsi,come sentire,come parlare e come tacere, come sedurre e come pensare.  In cosa credere e valorizzare, con chi e come erotizzarsi; a chi temere e come amare...

Un corpo che, alla fine, doveva vivere in funzione-proiettiva di altri specchi e non di se stesso. Perché allora dovrebbe amarmi?

Questa vita prestata ha segnato tanto le donne, privandole dell'autostima. E l'autostima ha a che fare con la volontà di pensare ad un progetto di vita e umanità proprie :  riguarda l'essere persona. Si tratta di un'etica diversa, non predeterminata dalle leggi di Zeus. E se una non si ama da se stessa veramente, al di là dell'Io (che funge a volte come un rafforzamento di insicurezze, paure e complessi) è molto facile da disprezzare o proteggere, che è l'altra faccia del disprezzo. La misoginia si apprende e la insegna un'altra donna.

Il sistema maschilista patriarcale è così efficiente che domina attraverso i suoi schiavi;questa efficienza gli è  costata molto sangue, tra l'altro.  I suoi schiavi più efficaci sono stati e sono le donne, che trasmettono il mandato di sottomissione / ammirazione per gli uomini e il loro modello di società...   La madre, con le sue parole e i suoi silenzi, avvalora l'obbedienza che ci si aspetta da noi.  Il silenzio è storicamente femminile e molto violento; ci educano per e dentro di esso.  È l'arma dell' oppresso, una coda di scorpione che avvelena l'anima:  perché se non mi esprimo, il mio corpo  si ammala e muore contenuto.  Le madri sono le prime donne con le quali interagiamo e che ci tradiscono nell'esigere, a volte, molto ambiguamente, perché anche se lanci dardi di ribellione - subiamo le stesse sofferenze che esse hanno patito. Questo fondamentale tradimento contribuisce ad insegnare alle donne di non amare le donne e si perpetua con molta forza ed insistenza nelle parole della professora e della zia, poi in quelle degli amici e, bene presto, nelle nostre.
Le relazioni misogine tra donne possono assumere molte forme, esplicita o meno, dall'invidia e competizione segreta o palese all'amore più febbrile o protettivo.  Ognuna di queste espressioni è funzionale al sistema e giustifica la misoginia al di là di ogni discussione.

L'invidia tra le donne è stata rappresentata nei miti patriarcali e nei racconti di fiabe che da questi sono derivati; in questo modo le proiezioni femminili sugli uomini si sono cristallizzate nel campo del sacro e dell'intoccabile  approvando i modelli che si sono via via costruiti nella realtà.  L'invidia tra le donne ruota intorno al riconoscimento sessuale o intellettuale  di un uomo (o donna) che sceglie. La scelta tra tutte è un'eccezione tra le schiave... la più obbediente. Come afferma Adrienne Rich: “...la obbediente figlia del padre che c'è in noi è solamente una giumenta da tiro".”(3)
Questa invidia è  sufficiente per ignorare le idee di ribellione di quelle alle quali non interessa essere " prescelte".

Inoltre, le protezioni assistenzialiste (4) tra donne lasciano intatto il sistema di dominio a cui siamo assoggettate. Una donna che protegge un'altra donna diffonde la convinzione della propria debolezza nei confronti delle altre, cioè si protegge e in questa nicchia di insicurezze e sofferenze, nulla cambia, piuttosto consegna potere e, in fondo, ammira coloro che controllano per mezzo della paura.  Questo sistema legittima le relazioni protettora - traditora tra le donne, perché in esse le donne non si riconoscono come eguali - pensanti, ma come madri la cui unica funzione è quella di amare senza amor proprio.

Ciò che non è funzionale e terrorizza i sistemi di potere maschile è  che le donne PENSINO INSIEME  fuori dalle loro logiche e condizionamenti. Per noi e non per loro.Per analizzare e decostruire il sistema esistente.
Siamo disposte a credere nelle nostre capacità umane e legittimare le nostre idee ribelli, quelle che non si rivolgono al senso comune installato?   Siamo disposte a rompere le catene di questi racconti di "favola"?

Perché se questo non accade continueremo a ripetere le relazioni culturali di dominio/sottomissione che rosicchiano le nostre dignità, soffocandole di false protezioni, ingannandoci e seminando diffidenza tra noi stesse.

Questo documento è stato presentato a Santiago del Cile, anno 2003.

Note

(1) Architetta,pensatora e  critica della cultura vigente. Fundatora de La Morada y La Radio Tierra. Inoltre, del Movimiento Feminista Autónomo y el Movimiento Rebelde del Afuera. Ha publicato tre libri e diversi artículi e saggi.

(2) Intendo la femminilità como una costruzione culturale pensata dentro la mascolinità è in questa contenuta. Vedere El triunfo de la masculinidad, Margarita Pisano, 2000, Ed. Surada, Santiago de Chile.
(3)Su  menzogne,segreti e silenzi.
(4)“Uno dei modi  più comuni  (ed anche più accettati) di non rispettare una persona –la experienza  di una persona- è correre in suo aiuto quando se sente “male” o a disagio” in Accorgersi di John O. Stevens

Grupo de mujeres ixchel.


(traduzione di Lia Di Peri) 

                                                                     

venerdì 27 luglio 2012

Lorna Simpson : Easy for Who to Say, 1989

"Il mio nuovo modo di nominare le parole.

Il linguaggio dei dispositivi che dobbiamo smontare e demitizzare nella sua presunta neutralità di nominare, non è più che una egemonica e sottile classificazione social-generica e sessuale".

Lorna Simpson,
Fotografa afro-americana. Le sue opere più importanti combinano le immagini con le fotografie. Mentre le immagini appaiono semplici, il testo cerca di far confrontare spesso lo spettatore con il razzismo ( e sessismo) di fondo, ancora presente nella cultura americana.

                                                                      


                                                          

domenica 22 luglio 2012

La Solitudine e la Desolazione

da  Marcela Lagarde

Ci è stato insegnato ad avere paura della libertà;ad avere paura di decidere,ad avere paura della solitudine. La paura della solitudine è uno dei primi ostacoli nella costruzione dell'autonomia, perché da molto piccole e per tutta la vita ci hanno formato nel sentimento dell'abbandono;perché ci hanno rese fortemente dipendenti dagli altri e ci hanno fatto sentire che la solitudine è negativa, attorno alla quale sono stati costruiti tutti i tipi di miti. Questa costruzione è rafforzata dalle seguenti espressioni : "Hai intenzione di restare da sola?" "Perché siete sole ragazze?"Anche se molte donne vanno insieme.

La costruzione della relazione tra i generi ha molte implicazioni, una delle quali è che le donne non sono fatte per restare da sole senza uomini, ma che la tranquillità delle donne dipende dalla presenza degli uomini, anche quando sono solo un ricordo.

Questa capacità costruita sulle donne di crearci feticci,di conservare ricordi materiali degli uomini per non sentirci sole, fa parte di ciò che dobbiamo smantellare. Una chiave per porre in essere questo processo è quella di distinguere tra solitudine e desolazione.

Essere desolate è il risultato di una perdita che sentiamo irreparabile. E, nel caso di molte donne, la desolazione segue ogni volta che si rimane sole, quando qualcuno non arriva o arriva troppo tardi.Possiamo sentire la desolazione in ogni momento.

Un'altra componente della desolazione, che fa parte della cultura di genere è la fantastica educazione per la speranza. Alla desolazione si accompagna la speranza : la speranza di incontrare qualcuno che ci tolga la sensazione di desolazione.

La solitudine può essere definita come il tempo,il luogo, lo stato, dove non ci sono altri che fungono da intermediari con noi stesse. La solitudine è uno spazio necessario per esercitare i diritti autonomi della persona e per avere esperienze nelle quali non partecipano direttamente gli altri.

Per affrontare la paura della solitudine dobbiamo riparare alla desolazione nelle donne e l'unica riparazione possibile è mettere il nostro Io al centro e trasformare la solitudine in uno stato di benessere della persona.

Per costruire l'autonomia abbiamo bisogno di solitudine, eliminando in pratica i molteplici meccanismi che le donne pongono in essere per non rimanere sole. Richiede moltissima disciplina non correre a vedere l'amica, nel momento in cui ci sentiamo sole. Il bisogno del contatto personale in uno stato di vitale dipendenza è una necessità di attaccamento. Nel caso delle donne,per stabilire una connessione di fusione con gli altri,c'è bisogno di entrare in contatto reale, materiale, simbolico, visivo, auditivo o di altro tipo.

L'autonomia passa per tagliare questi cordoni ombelicali e per raggiungere questo obiettivo è necessario sviluppare la disciplina di non alzare il telefono quando si ha ansia, paura o gioia,perché non si sa cosa fare con questi sentimenti, perché ci hanno insegnato che vivere la gioia è dirlo a qualcuno, anziché goderla. Per le donne il piacere esiste solo quando è condiviso perché l'Io non legittima l'esperienza, perché l'Io non esiste.

Per tutto questo abbiamo bisogno di fare una serie di cambiamenti pratici nella vita quotidiana. Costruiamo l'autonomia quando abbandoniamo vincoli di fusione con gli altri; quando la solitudine è quel luogo dove passano così interessanti da farci pensare. Pensare in solitudine è un'attività intellettuale diversa che pensare di fronte agli altri.

Un'altra cosa che si fa in solitudine e che fonda la modernità è il dubitare. Quando pensiamo davanti agli altri, il pensiero è impegnato nella difesa delle nostre idee,quando lo facciamo in solitudine, possiamo dubitare.

Se non dubitiamo non possiamo essere autonome perché abiamo un pensiero dogmatico. Per essere indipendenti abbiamo bisogno di sviluppare il pensiero critico, aperto, flessibile, in movimento,che non cerca di costruire verità e ciò significa fare una rivoluzione intellettuale nelle donne.

Non c'è autonomia senza rivoluzionare il modo di pensare e il contenuto dei pensieri. Se ci vogliamo sole unicamente per pensare agli altri, continueremo a fare ciò che sappiamo fare meglio: evocare, ricordare, creare stati di nostalgia. Il grande regista sovietico Andrej Tarkovskij nel suo film "Nostalgia", parla del dolore della perdita, del passato, di ciò che non si ha più.

Noi donne siamo esperte in nostalgia e come parte della cultura romantica è diventato un attributo del genere delle donne.

Ricordare è un'esperienza di vita, il problema sorge quando in solitudine usiamo questo spazio solamente per portare gli altri nel nostro presente, al centro, nostalgicamente. Si tratta quindi di fare della solitudine uno spazio di sviluppo del proprio pensiero,dell'affettività, dell'erotismo e sessualità proprie.

Nella soggettività delle donne, l'onnipotenza, l'impotenza e la paura agiscono come dighe che impediscono di sviluppare l'autonomia soggettiva.
L'autonomia richiede di trasformare la solitudine in uno stato piacevole, di gioia, di creatività, con possibilità di pensiero, di dubbio,di meditazione, di riflessione. Si tratta di fare della solitudine un luogo nel quale è possibile rompere il dialogo soggettivo interiore con gli altri e nel quale realizziamo fantasie di autonomia, di protagonismo, ma di dipendenza  e dove si dice tutto ciò che non si fa nella realtà, perché è un dialogo discorsivo.

Bisogna rompere questo dialogo interiore perché diventa un sostituto dell'azione; perché è una fuga dove non c'è realizzazione vicaria della persona, perché lo fa nella fantasia e non in pratica e la persona è contenta pensando che ha risolto tutto, ma non ha le risorse reali, né le sviluppa per uscire dalla vita soggettiva intrapsichica al mondo delle relazioni sociali, che è dove si vive l'autonomia.

Dobbiamo annullare il monologo interiore. Dobbiamo smettere di funzionare con le fantasie tipo: " lo dico, mi dice, lo faccio". Piuttosto bisogna pensare : "io sono qui, che penso, che voglio, dove, come, quando e perché" che sono domande vitali dell'esistenza.

La solitudine è un imperativo metodologico per costruire l'autonomia. Senza solitudine non solo ci fermeremo precocemente, ma non svilupperemo le capacità dell'Io. La solitudine può essere vissuta come metodologia, come un processo di vita. Avere momenti temporali di solitudine nella vita quotidiana, momenti di isolamento in relazione agli altri è fondamentale e necessita disciplina per isolarsi sistematicamente in un processo di ricerca dello stato di solitudine.
Guardata come uno stato dell'essere - la solitudine ontologica - è un dato di fatto presente nella nostra vita da quando nasciamo. In realtà, nella nascita c'è un processo di autonomia, che al tempo stesso, diventa immediatamente un processo di dipendenza. Si comprende quindi, che la costruzione di genere nella donna annulla qualcosa che alla nascita è parte del processo di vita.

Al crescere  dipendenti, attraverso il processo di abbandono che si costruisce nelle donne, ci crea un bisogno irrimediabile di attaccamento agli altri.

Il trattamento sociale nella vita quotidiana delle donne è stato costruito per impedire la solitudine. Il trattamento che ideologicamente si dà alla solitudine e la costruzione di genere vanificano l'esperienza positiva della solitudine come parte dell'esperienza umana delle donne. Diventare soggetti significa supporre che siamo davvero sole: sole nelle vita, sole nell'esistenza.  E per assumere questo significa abbandonare la richiesta di essere accompagnate nell'esistenza; abbandonare di esortare gli altri affinché stiano e vivano con noi.

Una richiesta tipicamente femminile è che ci "accompagnino" ma è un ordine di accompagnamento di qualcuno che è debole, infantile, vulnerabile, incapace di sopportare la sua solitudine.
Nella costruzione dell'autonomia si tratta di riconoscere che siamo sole e di costruire la separazione e la distanza tra sé e gli altri.

Marcela Lagarde, antropologa, femminista messicana

mujer palabra.

 (traduzione di Lia Di Peri)

                                                             
                                              

lunedì 16 luglio 2012

Il modello androcentrico

L'androcentrismo è un sistema che è collegato e derivato dalle pratiche di forme di dominio di alcuni popoli sugli altri.

Intervista ad Amparo Moreno Sardá*

Signora Moreno potrebbe definire cos'è l'androcentrismo e in cosa è diverso dal patriarcato?

Io preferisco parlare sempre di androcentrismo e non di patriarcato. L'androcentrismo è un sistema collegato e derivato dalle pratiche  di forme di dominio di alcuni popoli sugli altri. I popoli che esercitano un dominio su altri popoli, hanno necessità di gerarchizzarsi internamente, per poter porre in essere, questa stessa formulazione in tutte le relazioni.Quindi, l'androcentrismo legittima questo sistema di gerarchizzazione che articola il sessismo, l'età,l'etnocentrismo e il classismo.




E cos'è  "l'archetipo virile" questo concetto da Lei sviluppato, che struttura la maggior parte delle sue ricerche?

L'archetipo virile sarebbe il modello costruito per costruire maschi adulti, di classi e popoli dominanti.Inizialmente, la sua prima prassi è quella di  essere come guerrieri che dominano il mondo, che dominano altri popoli.Devono essere trasformati in guerrieri in grado di uccidere altre persone e per saccheggiare altri popoli, con lo scopo di portare tutto ciò che accumulano nei luoghi di origine, cose di cui godranno più tardi con le donne e i bambini del proprio popolo. Così, l'archetipo del virile è collegato all'accesso degli uomini,dei popoli dominanti, all'Esercito. Quando queste società diventano più complesse, c'è una divisione più specializzata del lavoro e, in più, della guerra, questi maschi gestiranno la politica, il mercato e altre forme di dominio come il proprio pensiero accademico. Questo è un archetipo storicamente definito per la costruzione di maschi. E' ciò che fino a pochi anni ha si insegnava  ai ragazzi quando gli veniva detto " Andrai militare e diventerai un uomo" Il che significava che prima di allora non lo era,almeno non con determinate caratteristiche e che l'addestramento militare gli sarebbe servito per trasformarsi in ciò che doveva essere. Quando per accedere al governo, oltre l'addestramento militare,c'è bisogno di istruzione alfabetica, accademica, compreso il dominio economico,questo modello si adatta ai nuovi tipi di bisogni e, proprio per essere un modello, può essere assunto da qualunque donna  o uomo, di qualsiasi colore di pelle , razza o provenienza. Basta che si  sia seguito  questo modello di istruzione proprio della scena pubblica e della possibilità di vivere con le risorse dei popoli dominanti, cioè dei popoli che vivono del saccheggio della ricchezza di altri popoli.

Lei pensa che i mezzi di comunicazione rafforzino, trasmettino e perpetuino l'archetipo virile? Come?

I media sono costruzioni di rappresentazioni simboliche della realtà, così come la Chiesa o le Scienze Sociali. Sono sistemi per costruire spiegazioni sul mondo che si realizzano, impostando e trattando le persone in determinati modi. Il modello di cui stiamo parlando non è permanente, inamovibile,o statico, ma viene modificato e adattato perché la logica del dominio e la necessità di espandersi dei popoli dominanti costringe sistematicamente il popolo che pratica la dominazione a trasformarsi, pena la perdita della sua capacità egemonica.  Fin dall'inizio,per estendere il controllo territoriale deve anche aumentare il numero di persone e il consenso tra la gente di differenti condizioni.
I mass media obbediscono ad una cultura di massa e ad una democrazia di massa. Ciò significa che,se  prima il potere era gestito dalle minoranze, per tutto il XX secolo,nelle società occidentali sono state inserite maggioranze fino ad allora escluse. I media, oltre che ad inscenare il modello puramente androcentrico, si rivolgono al maschile, fabbricando anche modelli rivolti alle donne e uomini di diverse età e condizioni. Si tratta di modelli che si occupano di questi processi di mobilità, di promozione di spazi privilegiati per le persone, ad esempio, la migrazione dalle campagne alle città,passando da una classe senza risorse ad una classe media e benestante e da dentro casa a fuori casa. Ci sono un certo numero di processi di mobilità e di modelli comportamentali più pluralisti, più vari, anche nei media, facendo appello non solo alla razionalità, ma anche sentimenti. Analizzare i mezzi di comunicazione costringe a re-impiantare un pensiero così restrittivo com'è il pensiero androcentrico.

C'è un archetipo femminile?  Se sì, come e attraverso quali meccanismi si perpetua?
 
Esiste un archetipo femminile o, meglio, più archetipi femminili,che ho studiato poco e mi piacerebbe studiare meglio. Ma sappiamo che tra le donne c'è una classificazione fondamentale tra quelle considerate "legittima" e "l'altra". In questa classificazione la "legittima" è la donna legata alla gestione della proprietà, agli interessi delle famiglie che hanno proprietà e che è rappresentata nella nostra cultura, dall'archetipo della donna-madre che, in più, nella sua massima espressione è una vergine. Chiaramente c'è un archetipo di madre-vergine che non è un modello semplicemente contingente, ma che, dal mio punto di vista,assume il  modello diffuso e la responsabilità di educare i figli e le figlie, affinché perpetuino il sistema di dominio e dell'accumulazione della ricchezza;che controlla le relazioni coniugali, per a sua volta, controllare questo sistema; che si dà caratteristiche proprie, come può essere questa idea di verginità pur essendo madre, che è una cosa tremenda. Questo modello si  costruisce mostrando negativamente quelle donne che non accettano questi parametri,ma, soprattutto, non dispongono di risorse economiche. Queste saranno "l'altra"e così nella nostra cultura c'è anche una tradizione che distingue i figli legittimi, cioè, concepiti in conformità con la legge, e quelli che sono definiti come figli naturali, che sono i figli de"l'altra", gli esclusi dalla eredità del patrimonio (anche se questa legge è cambiata, culturalmente è prevalente). Io penso che  siano questi  i modelli di donna  riprodotti dai mass-media.Penso che siano i modelli in cui le donne delle classi dominanti hanno avuto un interesse a partecipare,che hanno difeso e perpetuato. E su questa tematica il femminismo ha da fare una revisione del pensiero, perché a volte parla di un solo modello di donna, con delle tinture vittimistiche molto nascoste.

A suo parere, le politiche di parità sono utili per trasformare le relazioni di uomini e donne negli spazi nei quali si  svolge la vita delle persone? Mi riferisco alle sfere domestiche, pubbliche e private.

E' chiaro che porre sul tavolo la necessità che ci sia più eguaglianza, direi più equità, nelle relazioni sociali,può trasformare la realtà sociale, ma a volte le definizioni hanno dei limiti. Anche se questo non si confessa, questi limiti fanno si,che certi progressi si fermino a beneficio solo di certi gruppi e questi sono le limitazioni e contraddizioni nelle quali cadiamo.Le politiche di uguaglianza possono aiutare, sempreché non finiamo col trasformare queste proposte di uguaglianza,  dei diritti e di equità in qualcosa di restrittivo che colpisce solo poche classi, caste o gruppi che sono poi, coloro che ne beneficiano a scapito de "l'altro".Pertanto, per avere davvero una società egualitaria - anche se è una parola che non mi piace perché il più egualitario che esiste è un esercito uniformato e, quindi, non si  parla di uguaglianza, ma di equità, di giustizia sociale - per questo ribadisco che abbiamo bisogno di rivedere soprattutto, i nostri progetti etnocentrici e classisti e da qui, dimostrare che non c'è necessità di questa gerarchizzazione interna. Concentrarci solo sul tema della donna mi sembra un errore del femminismo delle classi medie, che beneficiano dello status quo, ma che non portano ad un cambiamento reale e che può essere ridotto ad un femminismo molto conservatore.

Come pensa si debba intervenire sulla cittadinanza,affinché la società sia più equa?


(...) Io credo che sia assolutamente indispensabile aprire la possibilità della partecipazione per il controllo democratico degli attuali sistemi di potere. Dal Laboratorio che abbiamo chiamato di Giornalismo e Comunicazione per la Cittadinanza Plurale, stiamo lavorando su come possiamo sviluppare strumenti per partecipare a questo controllo democratico  e tirare fuori il meglio da ogni persona, non soltanto ciò che abbiamo appreso circa i parametri per dominare l'altro, ma anche i parametri per comprenderci, per convivere e per attuare in concreto forme di equità, di giustizia sociale e relazioni di conoscenza.

Infine, come docente di giornalismo, cosa ritiene debba cambiare nella Comunicazione in generale e nei Media di comunicazione, in particolare,affinché la percezione degli uomini e delle donne sia più equa, equilibrata e giusta?

Per quello che sto facendo e da  quello che vedo, la prima cosa che dovrebbe cambiare è il paradigma androcentrico che sta portando attualmente ad una forma di comunicazione e della conoscenza verticale, restrittiva, gerarchizzata, escludente e che si riproduce in alcune attività di genere, perché a volte, dallo stesso  genere non si mettono discussione tutti questi pregiudizi. Quindi penso che è indispensabile sostituire il paradigma verticale,restrittivo ed escludente e sostituirlo con uno orizzontale che ci permetta pensare la pluralità da diverse prospettive e avere forme di comunicazione cooperative, diffuse territorialmente.Tutto questo è possibile ed è esattamente ciò che propongono le attuali tecnologie. La tecnologia dell'informazione e della comunicazione ci sollecitano a cambiare questo paradigma, il problema è che le istituzioni  puramente androcentriche, come il mondo accademico e dei mass media, in particolare del giornalismo considerato più grave, persistono in uno schema che ha più a che fare con il XIX secolo o con la prima metà del XX piuttosto che il XXI secolo. Ci stiamo lavorando, di fatto stiamo sviluppando e applicando strumenti in Internet per cambiare questo paradigma.

*Amparo Moreno Sardá  è professora emerita di Storia della Comunicazione  del Dipartimento di Giornalismo e Scienze della Comunicazione presso l'Università Autonoma di Barcellona e direttora del Laboratorio di Giornalismo e Comunicazione per la cittadinanza plurale. La critica all' androcentrismo del pensiero accademico e del giornalismo l'ha portato all'utilizzo di risorse digitali per costruire spiegazioni non androcentriche,pluraliste, posizionate, distribuite territorialmente, in Rete e in forme cooperativistiche


(traduzione di Lia Di Peri)


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