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domenica 14 maggio 2017

Madri nella trappola dell'amore romantico

Beatriz Gimeno





Se nulla si valuta di più in una donna quanto quella di essere una buona madre, poche cose sono così disprezzate come quella di essere una cattiva madre. L'ambivalenza che tutte le culture presentano davanti alla maternità, ha a che fare con il fatto che tutte esse amano e hanno paura delle madri allo stesso modo. Tutte le culture riservano il meglio per le madri che incarnano la madre patriarcale e il peggiore per quelle che sono percepite come incontrollabili. Il ruolo materno è antropologicamente ambiguo. Da una parte, la capacità di essere datrice di vita è anche associata con la vicinanza alla morte: chi dà la vita può toglierla. In secondo luogo, il figlio maschio in tutte le culture, per diventare parte della società degli adulti, deve non soltanto abbandonare la madre ma, in più, disprezzarla poiché tutte le mascolinità egemoniche si costruiscono contro le donne, in contrapposizione a quello che sono e a quello che gli uomini sono stati in alcuni momenti: fragili e dipendenti. La madre ricorda quello che gli uomini furono e tutte le culture lottano per cancellare: passivi, vulnerabili, dipendenti.


Tutte le culture sono disposte intorno a questo polo di amore e paura della madre, allo stesso tempo, dipendenza e disprezzo; e le due immagini della buona/cattiva madre che conosciamo, rispondono a questa costruzione. La buona madre è quella patriarcale, che non rappresenta nessun pericolo e non genera angoscia ma, al contrario, offre amore incondizionato.
La cattiva madre è quella anti-patriarcale, non sottomessa alle regole, non si adatta, non assume in sé quelle caratteristiche che ogni società prescrive e il suo peggior peccato è di non volere abbastanza per la sua prole o, che è lo stesso, voler bene a se stessa in modo uguale o anche di più. La cattiva madre non è disprezzata ma è quella che genera panico, è una strega, in grado di liberare le forze più oscure. Bisogna dominarla per dominare la natura (femminina) e imporre la cultura così da non  riconoscersi in questo ruolo che è uno dei pochi ruoli permessi alle donne in cui vi è una chiara ricompensa emotiva; uno dei pochi posti che le fanno sentire superiori agli uomini, facendo qualcosa che essi non possono fare. Inoltre, è un ambito di potere.

La funzione della madre è insostituibile nell’allevamento della prole e quest’allevamento, seppure faticoso che sia, produce soddisfazione e compensazioni a tutte le restrizioni e le disuguaglianze che accompagnano la vita delle donne sin dal suo inizio. Le donne private di tutto, sono condannate a cercare questo spazio di riconoscimento materno e saranno sempre madri, lo siano veramente o no, perché il ruolo materno si può eseguire in molti modi. Saranno madri dei loro figli e delle loro figlie; saranno madri dei loro pazienti se sono infermiere o assistenti professionali; saranno le madri degli alunni e delle alunne se sono insegnanti e saranno madri anche dei loro partner (la “madre-sposa” nelle parole di Marcela Lagarde). Le caratteristiche dell’amore materno saranno presenti in quasi tutti i rapporti sociali che le donne intraprenderanno. L’Amore sarà la cosa più importante per loro, dare amore sarà la loro vocazione. Così le donne saranno le grandi donatrici di amore e anche se si presume che quest’amore non aspetta contropartita, esse la aspettano egualmente, nonostante non si mostri né se ne abbia consapevolezza.  Le donne, che sono sempre al servizio degli altri, attendono un cambiamento della loro consegna, essere almeno amate e, quindi, non incontrare l’amore o perderlo dà loro un enorme dolore e angoscia, una totale perdita di senso. Le donne ameranno in modo apparentemente generoso ma in fondo aspettano di ricevere una contropartita e come l'amore che danno non ha misura così, se non ricevono la stessa quantità, sentiranno frustrazione, dolore, angoscia, sentimenti di colpa e ostilità allo stesso tempo.
Questa è la trappola d'amore per tutte le donne.

Nel corso della storia occidentale, contrariamente a quanto comunemente si pensa, le donne non sono state necessariamente queste madri dedite al sacrificio che conosciamo ora. La maternità ha una storia del tutto sconosciuta e che ci giunge velata dall’anacronismo. La storia della maternità è piuttosto la storia della resistenza delle donne a doverlo essere a discapito di se stesse. Non è l’oggetto di quest’articolo, però le donne hanno lottato sempre per non lasciarsi intrappolare in una maternità che le consumava. Durante la maggior parte della storia, le donne hanno combattuto contro un ideale materno che tentavano di imporre; un ideale di perfezione che spesso interiorizzavano e da cui giudicano, spesso con senso di colpa, la propria maternità. C’è l’ideale e c’è la potente immagine della buona madre, però non esiste né è mai esistito un vero e proprio spazio in cui poter parlare, esprimere, rendere visibile, tutto il dolore, la rabbia, la frustrazione, l'esperienza della maternità, un’esperienza che quasi mai è stata scelta, anche ora, poiché non c’è alcun discorso né rappresentazione anti-maternità, come ho scritto in altre occasioni. Uno spazio vero contro le rappresentazioni maternali occorrerebbe crearlo per avere davvero la capacità di scelta.


Le donne sono ancora le madri, e vogliono esserlo. Desiderano essere madri perché è difficile immaginare un altro modo di essere donna, perché questo spazio potenzia personalmente e perché guarisce in parte la ferita che le donne tentano sempre di riempire con l’amore. Abbiamo bisogno di amare e di essere amate, ciò ci permette di auto-realizzarci. Essere madri presuppone generare qualcuno da amare e che ci amerà sempre; è un amore che immaginiamo sicuro, un amore che dipende interamente da noi, non come l'amore romantico, così insicuro.
Quando ho iniziato a lavorare su rappresentazioni e argomenti anti materni e mi sono resa conto che questi spazi non esistono in questa cultura, ho costatato anche il rafforzamento dell’espansione di un nuovo tipo di amore materno legato ai cambiamenti sociali delle donne che stiamo vivendo. Sappiamo che fin dagli anni ’70 ma soprattutto a partire dagli anni '80, il lavoro materno nei paesi ricchi dà un giro di vite e si trasforma in ciò che Sharon Hays ha chiamato " maternità intensiva" e che, per inciso, contrariamente a quanto talvolta si sostiene, è un tipo di maternità che si è cercato di imporre solo in quei periodi storici, in cui è possibile notare un rafforzamento dei ruoli tradizionali delle donne: nel Rinascimento europeo e nei secoli XVIII e XIX, come risposta alle prime rivendicazioni femministe e alla Prima Ondata di femminismo (in ogni caso, non così intensiva come ora).

Negli anni ’80 nasce la maternità intensiva come un modo per capire il lavoro materno, che è contrario alla pratica della maternità com’era stata diffusa dalle femministe dagli anni ’60. Quella che è arrivata con la seconda ondata femminista era una maternità che metteva in discussione le caratteristiche tradizionali della buona madre, soprattutto imposte fin dal XIX secolo, come manifestazione della maternità borghese. Ciò che il femminismo metteva in discussione era lo zoccolo duro ideologico di questa maternità: il sacrificio, la dedizione, la disponibilità assoluta, ecc., caratteristiche tutte della buona maternità contemporanea e che sono anche le caratteristiche dell’amore offerto dalle donne. Il femminismo ha cercato di offrire alle donne un sogno egualitario. I decenni successivi sono stati di lotta ideologica. Negli anni ’80 arriva il neoliberismo e con lui, la re-ideologizzazione della maternità.

A mio parere, il successo dell’ideologia della maternità intensiva (intensiva in termini di tempo, sforzo e sacrificio) ha a che fare con molti fattori impossibili da analizzare qui, ma ha anche molto a che fare con il femminismo della Seconda Ondata che, con i suoi indubbi successi, non significò per molte donne la fine della discriminazione. La libertà senza uguaglianza può diventare un pesante fardello. Se è vero che il femminismo della Seconda Ondata è riuscito a cambiare il mondo in gran parte, è anche vero che è possibile che la vita di molte donne non sia più facile o almeno non tanto quanto avremmo voluto.
Il bisogno, non solo il desiderio di incorporarsi a un mercato del lavoro, sessualmente discriminato è stata un’esperienza non molto soddisfacente come ci si poteva aspettare: divario salariale, bassi stipendi, precarietà, tetto di cristallo, questo è ciò che attendeva le donne nel mercato del lavoro e, inoltre, non si è prodotto il necessario cambiamento nella sfera privata come una vera e propria condivisione del lavoro riproduttivo con gli uomini. In queste condizioni e con l'avanzata ideologica del neoliberismo, era prevedibile che, a un certo punto, si verificasse un ripiegamento su questi spazi mistificati, soprattutto, quello della maternità, che sono più in linea con le aspettative culturali delle donne e che offrono maggiori soddisfazioni soggettive. Sorgono, allora, nuovi modi di vivere la maternità, della quale voglio sottolineare in questo lavoro una di quelle che mi appare molto interessante per le sue numerose implicazioni. E' la maternità romanizzata, che è collegata con l’amore romantico. Credo che sia possibile pensare che negli ultimi anni è apparso un modo di vivere la maternità che potrebbero essere vista come una sostituta dell'amore romantico.
Sappiamo che, soprattutto da quando alcuni anni, l’amore romantico si trova al centro della battaglia femminista. Non sono poche le autrici che lo considerano responsabile di gran parte della costruzione diseguale delle relazioni, così come della costruzione di soggettività femminili passive e dipendenti. Questo essere per l’Altro, questo porre tutte le speranze nell’arrivo del principe azzurro, vivere l’oggetto amoroso come piena auto-realizzazione e darsi a quest’amore totalmente sopra i propri desideri,le proprie ambizioni personali,il sacrificio che quest’amore esige e che tante volte chiede: in definitiva la rinuncia a se stessa, è stata denunciata come una delle principali fonti di oppressione.
Nonostante che l’amore romantico è lungi dallo scomparire e continua a essere molto importante (basti vedere le rappresentazioni culturali dello stesso o le costruzioni soggettive delle adolescenti) la verità è che, socialmente, è cambiato. Sottoposto a critiche e pressioni, è diventato più instabile e fragile e ha subito cambiamenti. Sono scomparsi o sono stati modificate molte delle sue importanti caratteristiche, come l’obbligatorietà della monogamia femminile che è stata sostituita dalle monogamie successive; è scomparsa anche la valorizzazione della verginità e della passività femminile e, soprattutto, molte donne non sono più disposte a consegnarsi completamente all'amore, a soffrire per amore, o almeno non sono disposte a sacrificare tutti i loro interessi all’amore romantico. V'è una crescente svalutazione sociale di questo sacrificio.
Inoltre, anche se fino a poco tempo una parte fondamentale dell'identità femminile, com’è la maternità,dipendeva interamente dall’amore eterosessuale, dal matrimonio, questo è cambiato radicalmente e la maternità è sempre più staccata dall'amore eterosessuale: madri lesbiche, madri single, madri adottive, per fecondazione artificiale, ecc. Ci sono stati cambiamenti fondamentali nel nostro modo di vivere la maternità che hanno a che fare con l'individuazione e la re-privatizzazione della vita propria del neo-liberismo. La maternità contemporanea è esaltata per se stessa, vale a dire, non è vincolata, come prima, al matrimonio, alla coppia né certamente all’amore eterosessuale.
Per la prima volta nella storia, la maternità appare staccata dalla coppia in modo volontario e consapevole. Se essere madre, è un desiderio, deve essere un desiderio individuale che non dovrebbe essere subordinato a nulla eccetto, come qualsiasi desiderio, al denaro. La maternità appare ora strettamente legata al consumo. Non solo per tutti gli oggetti di consumo che appaiono legati al bebè e che lo trasformano in un bersaglio di tutti i tipi di pubblicità, ma la maternità sembra essere correlata al potere d'acquisto in un mondo  in cui essere madre si situa più in là e si complica: adozioni, uteri in affitto, costosissimi processi di riproduzione assistita, cliniche, intermediari, agenzie… tutto questo ha aperto quello che giustamente chiamano «mercato riproduttivo».

In questo momento essere una madre, o almeno la madre di più di un bambino,dipende dal potere di acquisto della famiglia. Se in passato avere molti figli era cosa da poveri, ora è il contrario, solo i ricchi possono permetterselo. In ogni caso, questa maternità è ora più rara, più desiderata, più costosa e richiede più sacrificio.
La mia tesi è che i valori dell’amore romantico, chiavi importanti nella configurazione della soggettività femminile, si sono spostati alla maternità romantizzata per, modalità gattopardiana,  continuare a svolgere la stessa funzione.  Dalla coppia uomo – donna siamo passati alla coppia madre-figlio. La cosa importante è preservare la centralità dell’Amore nella vita delle donne e continuare a costruire soggetti (femmina) disposti ad arrendersi all’Amore. Poiché il femminismo ha messo in discussione (giustamente) la consegna delle donne agli uomini, si è prodotto un rinforzo dall’altro lato, molto più incontrastato (per nulla contrastato in verità, perché la messa in discussione dell’amore materno, è un tabù). L’amore materno è ora l’amore femminile per eccellenza, è "la necessità della necessità dell’altro, che deve essere continuamente riconfermata".
Come ho già detto in precedenza, questo tipo di maternità non è del tutto nuova. La diade madre-figlio nasce nel XII secolo, come modello della coppia formata dalla vergine Maria e il bambino; è una coppia che si basta da sola, nella quale il padre non esiste e la madre esiste solo in relazione al figlio. Questa stessa coppia è formulata in modo simile all’attuale, nel XVIII secolo, però in nessuno dei due casi può dirsi che abbia socialmente successo e continua a essere un ideale esemplare che poche madri scelgono e che molte meno possono svolgere.
La situazione attuale in cui, veramente, possiamo dire che molte madri si innamorino dei loro bambini e costruiscono la loro identità intorno a quel rapporto, non è ancora avvenuta; questa identità materna, in tutti i casi, è costruita tra gli stessi membri con i quali si costruisce l’amore romantico. Non era mai successo che i sentimenti espressi e vissuti dalle madri per i loro bambini si riportano a quelli espressi nella coppia. La maternità romantizzata è passata a occupare un posto molto positivo nell'immaginario culturale ed è diventato uno spazio libero da ogni possibilità di critica. Di fronte alla contingenza dell’amore romantico, l’amore materno offre l’enorme vantaggio di essere “scientifico e naturale”. Le madri si innamorano del proprio neonato a causa degli ormoni. Chi avrebbe mai pensato che dopo tanti anni di lotta alla naturalizzazione del sessismo,  c'è questa regressione quasi indiscussa e protetta dalla giustificazione universale, che è il richiamo alla natura. La storia nascosta dell’abbandono dei neonati e dell’infanticidio (massiccio in determinati momenti storici) non ha scoraggiato i sostenitori della determinazione ormonale del comportamento femminile.
La complementarietà tra uomo e donna, che è l’idea di fondo dell’amore romantico, è adesso sostituita dal legame madre-figlio, senza il quale le donne non sono complete. E’ necessario un altro che ci completi e l'amore romantico ci ha abituati abbondantemente al mito della metà della mela sostituito adesso dal neonato o dal figlio/figlia con molti vantaggi rispetto delle coppie di amore. Ad esempio, la incondizionalità. Le femministe hanno denunciato che l’amore di coppia non poteva essere incondizionato ma l'amore materno, tuttavia, ha il vantaggio di poterlo essere. In un mondo privato di certezze e in cui non c’è nulla di duraturo tanto meno l'amore, perché sappiamo che ha una data di scadenza, la maternità fornisce l'illusione di un amore che non ha altro scopo che la vita stessa. Inoltre, di fronte a un amore fortemente messo in discussione, appare un amore indiscusso rivestito delle caratteristiche che prima attribuivamo all’amore romantico: sacrificio, non sottoposto a condizione,durata, complementarietà.
Perché la maternità intensiva è accompagnata dal mandato femminile del sacrificio, necessaria in tutto l'amore che valga la pena. Se non sei disposta a soffrire allora, ami di meno. La possibilità di voler essere una madre e, ciò nonostante, voler scappare dal sacrificio conduce direttamente alla maternità perversa. La vecchia idea che senza dolore non c’è amore, sventola sotto la nuova rivendicazione del parto senza anestesia, dell’accettazione dell’allattamento doloroso, così come la messa a disposizione del neonato 24 ore il giorno. La disponibilità al sacrificio e al dolore sono sempre stati gli ingredienti in amore che caratterizzano le donne e tale disposizione è stata ora trovata nel nuovo amore materno: un fertile terreno.
E’ importante notare che l’amore che si offre a un figlio o a una figlia ha una base etica che l'amore romantico non ha. Il neonato ha bisogno, infatti, che lo amino e lo curino; e questo amore e questa cura è un suo diritto ed è, allo stesso tempo, un obbligo degli adulti. Ma anche se ammettiamo questo, ciò che critichiamo è il passaggio della maternità degli anni ’60 e ’70 che, senza trascurare il benessere dei bambini ha avuto come uno dei suoi obiettivi di “ svezzare” le madri; costruire maternità confortevoli, ugualitarie, che non si trasformassero in maternità legate nuovamente all’etica del sacrificio ma alla libertà. Sebbene la maternità può significare in alcuni casi sacrificarsi, questo sacrificio è finito con il diventare non qualcosa che può accadere, purtroppo, ma un valore in se stesso, senza il quale la maternità perde di significato. L’agire di questa etica del sacrificio significa che cercare la propria -soddisfazione (senza trascurare il bambino), si trasforma in qualcosa di criticabile. Per questo – perché nell’amore materno l’etica del sacrificio è completamente installata, questo amore materno è necessariamente presentato come l'amore puro, senza ambivalenza alcuna. E 'la quintessenza dell'amore-rinuncia, perché, a differenza dell’amore romantico, qui la rinuncia, tutta la rinuncia, sembra essere pienamente giustificata portando più rassegnazione, più sacrificio, maggiore valore sociale e più autostima soggettiva. La madre migliore si crea quanto più dura è la maternità e, viceversa, l'espressione della volontà consapevole di non voler soffrire, per esempio, o di soffrire il meno possibile, di solito è accolta con sospetto dai/dalle professionist* , dagli/dalle espert*, famiglia compresa. Affermare che si vuole vivere una maternità lontana dal sacrificio il più possibile è segno di una maternità almeno dubbia.
Consegna assoluta, rinuncia stessa, etica del sacrificio il dolore incluso, dipendenza reciproca, il bambino diventa amante e marito. L’amore - rinuncia sempre con felicità, aiuta a costruire il suo opposto, la cattiva madre, che è quella che fugge dal sacrificio che si prende cura di se stessa e, pertanto, è egoista. Ed essere egoista è la cosa peggiore che può essere una madre.
E' interessante riflettere su cosa presuppone il preoccuparsi del proprio benessere, qualcosa che noi intendiamo come una rivendicazione del femminismo e della critica all’amore romantico, non sia tuttavia, nemmeno un'opzione quando parliamo di maternità.
Nulla di ciò che ho detto qui, sono mie elucubrazioni e ci sono prove che v'è una forte tendenza sociale, a mostrare la coppia madre/figlio (immaginiamo sempre un maschio), come una coppia romantica. Nella pubblicità, per esempio,sono sempre più frequenti gli annunci nei quali in modo abbastanza chiaro vi è l’equiparazione della coppia madre/figlio, con la coppia romantica. Recentemente abbiamo potuto vedere un annuncio della Neslé in una serie dal titolo "Mamma, benvenuta alla tua nuova vita", in cui chiaramente si parlava del neonato come un fidanzato / marito. In questo annuncio, una voce femminile ripeteva le parole rituali di un matrimonio per celebrare la consegna della madre a questo impegno : "Io ti prendo, figlio mio, come mio amore, io ci sarò ogni volta che hai bisogno di me, il mio amore durerà per sempre ...”. E continuava con una serie di obblighi emotivi e materiali che sembravano una promessa di matrimonio. La pubblicità degli alimenti per l’infanzia o di oggetti per bambini usano in modo permanente le caratteristiche dell'amore romantico per riferirsi alla relazione madre-figlio / figlia.
In sintesi, penso che una parte importante delle caratteristiche dell'amore romantico si sono spostate alla maternità romantizzata , con il vantaggio rispetto a quello che, in questo caso, non c’è spazio per possibili critiche. Sempre più spesso, piuttosto che meno, le caratteristiche che culturalmente definiscono la femminilità e, soprattutto, la femminilità in relazione all'amore romantico, sembrano essersi trasportate nello spazio della maternità con il risultato che, in realtà, le donne sono ancora legate all'Amore con la lettera maiuscola e, inoltre, a un amore legato al sacrificio, all’abnegazione, con la disponibilità e non con l’autonomia che è necessaria in termini di uguaglianza.

(traduzione di Lia Di Peri)



venerdì 10 febbraio 2017

Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.

 Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.






Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy  mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a favore dello affitto dei ventri delle donne  per soddisfare i desideri di quei genitori che vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare  correttivi e controlli, perché questa pratica che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista  Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.

Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come spiegazione  di un problema che colpisce migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto  di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo  - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo. Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi, la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna che gesta e partorisce.

No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come fabbrica di bambini. 
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle  persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato  scarpe. E’ anche questo infame.

Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare i desideri di una manciata di uomini ricchi.

Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi, sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.

Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo:  sesso e ventre riproduttore.

E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi nuovi uomini e donne della conoscenza  della comunità umana da cui provengono. Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi può pagarlo.

E ora, nei momenti decisivi di questa immediato  Congresso in cui dirigenti e militanti di Podemos, che deve definire e risolvere  che tipo di formazione politica sarà, quali scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da loro e in che modo possiamo confidare a che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano, se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.

Note

* Íñigo Errejón politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos

traduzione di Lia Di Peri


http://blogs.publico.es/lidia-falcon

domenica 29 novembre 2015

L’associazione delle Donne Giudici in Spagna propone dodici punti di Giustizia verso l’uguaglianza.


La recente associazione delle Donne Giudici della Spagna ha presentato un manifesto dal titolo " 12 passi di Giustizia verso l’Uguaglianza” nel quale identificano con chiarezza i loro obiettivi. Una dichiarazione di principi per un mondo più giusto e più equo sottoscritto dalle 12 fondatrici giudici.

1.    Non una meno.  La violenza di genere nasce dalla disuguaglianza strutturale e beve dal modello di mascolinità egemonica. Vogliamo mettere le nostre risorse al servizio della presa di coscienza e nel lavoro di prevenzione del femminicidio da tutti i possibili fronti. Esigiamo dai governi politici statali che garantiscano la protezione - senza soluzione di continuità - di tutte le donne e la finiscano con i vuoti e chiusi discorsi che condannano la metà dell'umanità: difendiamo da adesso la giustizia e libertà per tutte.
2.   Statuto della Vittima del Delitto. E’ un nuovo strumento legale in vigore dall'ottobre 2015, che beneficerà soprattutto le vittime di reati con un impatto di genere. Questo statuto prevede per la prima volta, un catalogo dei diritti procedurali ed extra-procedurali a favore delle vittime di reati, che parte dal riconoscimento della dignità delle vittime, la difesa dei loro beni materiali e morali e, di conseguenza, l'intero della società. https://www.boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2015-4606.
Chiediamo l’assegnazione urgente di risorse umane e materiali necessari per la sua applicazione effettiva e reale. Non vogliamo leggi incompiute o,cosa è lo stesso, privi dei mezzi necessari affinché siano una realtà.
3.  Sextortion (Estorsione sessuale), un nuovo concetto per un vecchio male. Proponiamo uno specifico regolamento penale per questo fenomeno che è l’abuso di potere nel concedere un beneficio in cambio di sesso. Una vecchia e disgustosa pratica maschile che si alimenta con donne e bambine di tutto il mondo, preferibilmente in situazione di necessità che li rende ancora più vulnerabili davanti a quest’abominevole atto. Non possiamo avanzare verso l’uguaglianza, indebolendo la libertà sessuale femminile.
4.  Il doppio impatto della guerra sulle donne e le bambine. Le Guerre e conflitti armati sono particolarmente crudeli con le donne e le bambine. Si usa contro esse violenza sessuale come arma di guerra e rappresentano la maggioranza degli sfollati e dei rifugiati. Tale impatto non è tradotto, nonostante il suo valore e la capacità nella loro partecipazione alla soluzione del conflitto e nel successivo monitoraggio, il che rende difficile riparare i diritti violati, accresce le disuguaglianze e l'accesso alle opportunità di ricostruzione.
Chiediamo la necessaria inclusione e partecipazione delle donne alla risoluzione dei conflitti dalla fase della trattativa fino all’attuazione degli accordi raggiunti in condizioni di parità. La partecipazione delle donne nella costruzione e consolidamento della pace è essenziale per il recupero della comunità dopo il conflitto e perché l’armonia perduri nel tempo.
5. Educazione e Formazione. Il "Rapporto di Monitoraggio sull'educazione per tutti nel mondo" dell'UNESCO ha mostrato il divario educativo tra uomini e donne, come indicato nel precedente rapporto del 2013. Due terzi dei quasi ottocento milioni di analfabeti nel mondo sono donne. Nei paesi sviluppati la formazione riduce il divario salariale tra uomini e donne, contribuendo a migliorare la situazione delle famiglie.
          Proponiamo l'inserimento nei piani educativi (della Spagna) di programmi sulla parità di             genere e misure di stimolo per ridurre la dispersione scolastica e la collaborazione del               nostro Paese con le organizzazioni internazionali che promuovono la preparazione delle             donne.
6.  Breccia Salariale. La Commissione europea descrive il divario salariale come la "differenza media tra il salario degli uomini e donne per ora lavorata", ma è molto di più: è la constatazione come il mercato del lavoro sottovaluta il lavoro delle donne.  Consideriamo imprescindibile l’obbligatorietà dei piani di uguaglianza e regolari controlli in materia salariale per le imprese con più di 50 dipendenti, così come qualsiasi azienda che negozi con l’Amministrazione o riceva sovvenzioni pubbliche.
7.  Maternità, paternità e conciliazione – Vogliamo politiche attive per un'efficace conciliazione tra lavoro e vita familiare. Conciliare non è una scelta. Conciliare non è rinunciare. Conciliare è poter vivere una maternità e paternità responsabile in armonia con le aspirazioni di donne e uomini. Proponiamo un’estensione del concetto di maternità affinché le donne possano reintegrarsi nel lavoro dopo il parto, senza la perdita dei diritti e aspettative professionali e in condizioni vantaggiose per il neonato, nel pieno rispetto per l'allattamento al seno e la maturità biologica dei/delle figl*.
Proponiamo un prolungamento dl congedo paternale, con conseguenti effetti positivi sulla parità di genere in casa e al lavoro, favorendo cambiamenti nelle relazioni e nella percezione dei ruoli genitoriali così come gli stereotipi prevalenti.

8.  Molestia sessuale occupazionale.  La molestia sessuale sul posto di lavoro è considerata dal Comitato per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, raccomandazione del 1992, come una forma di discriminazione sulle donne, oltre ad essere un problema per la loro salute e sicurezza sul posto di lavoro. Tuttavia, la causa di discriminazione contro le donne continua a essere presente sul posto di lavoro, e porta per le donne che la subiscono importanti conseguenze psichiche, che comporta il silenzio sulla molestia sessuale per paura di non essere credute.
Tali situazioni devono essere totalmente sradicate per garantire il diritto costituzionale di uguaglianza, senza prevalenza di qualsiasi discriminazione per ragioni di sesso.
Chiediamo l'adozione di misure di prevenzione, supporto e visibilità. E 'necessario rafforzare le norme che disciplinano il divieto di molestie sessuali sul lavoro, per ottenere la massima efficienza e attuare misure di sostegno psicoterapeutico, mediante unità mediche specializzate che insieme all’assistenza legale gratuita facilitino la denuncia della molestia sessuale sul lavoro.

9.  La femminilizzazione professionale e le condizioni del lavoro. La donna è pienamente integrata nel mercato del lavoro (spagnolo) ma le sue condizioni lavorative sono ancora inferiori rispetto al collettivo maschile e la contrattazione collettiva è uno degli strumenti per avanzare in questa materia. Esistono settori femminilizzati che hanno condizioni lavorative precarie e nei settori che servono lo stesso numero di uomini e donne, ci sono categorie / posti di lavoro femminilizzati che, comparativamente, hanno condizioni di lavoro più precarie. Pertanto, è necessario realizzare uno sforzo formativo e d’informazione per superare questa situazione e ottenere che, mediante la contrattazione collettiva, si stabiliscano sistemi di valutazione del posto di lavoro, di classificazione professionale e di promozione professionale che favoriscano entrambi i sessi.
10. Contro la doppia discriminazione delle donne migranti. Le drammatiche circostanze nelle quali centinaia di migliaia di persone intraprendono un progetto migratorio sono particolarmente umilianti nel caso delle donne e delle bambine. Alla fuga dalla fame, dalla miseria e dalla guerra, si aggiunge una situazione di assoluta vulnerabilità in cui le donne sono spesso trattate come una merce soggetta a sfruttamento lavorativo o sessuale. Una volta che raggiungono la loro destinazione questa situazione, si perpetua, in modo che in una terra di presunta libertà sono destinate a riprodurre gli stessi modelli di dominio da quali hanno cercato di fuggire. Di fronte a ciò c’è bisogno di una reazione urgente ed efficace.
E 'necessario che nelle politiche di asilo si tenga in conto il rischio di discriminazione di genere, come fattore determinante per la concessione, in un modo molto più ampio rispetto a ciò che prevede l’attuale legislazione. Devono concretarsi le possibilità di attuazione in materia di protezione delle donne vittime della Tratta di esseri umani, così come per gli organismi competenti a conferire questo status, oggi esclusivamente nelle mani della polizia.
Devono svilupparsi politiche attive d’integrazione delle donne migranti, in modo da garantire che il cambiamento ipotizzato non si limiti a un semplice movimento fisico, ma costituisca l'occasione per una reale uguaglianza.
11. Le donne nella magistratura e la loro sotto-rappresentazione nei posti di alta responsabilità. Delle 5352 che attualmente fanno parte della magistratura, il 52 per cento sono donne e il 48 per cento uomini. L'età media mostra una differenza minima tra uomini e donne (19,2 anni per gli uomini e 14,4 anni per le donne). Solo il 13 per cento delle persone che compongono la Corte Suprema sono donne.E nel novero dei giuristi di riconosciuta competenza, le 13 persone che hanno accesso alla Corte Suprema, sono uomini e non è stata nominata nessuna donna.
Chiediamo che negli spazi di designazione discrezionali nella magistratura, l'adozione di misure positive fino a che si equipari la rappresentanza di donne e uomini senza che l’anzianità sia un merito. A parità di meriti sarà nominata una donna a occupare detti spazi.
12.   Visibilizzazione femminile nel linguaggio. Il linguaggio è più delle parole. Esso è il riflesso del pensiero ed è lo strumento attraverso il quale non solo si nomina la realtà, ma s’interpreta. Il linguaggio androcentrico è il riflesso di una realtà nella quale l’uomo è la misura di tutte le cose e noi donne siamo l’eccezione alla regola di espressione universale, trasformando il femminile in qualcosa d’inferiore o subordinato. L'uso del maschile riproduce e occulta la disuguaglianza tra uomini e donne. Il linguaggio non sessista può diventare un potente strumento per il cambiamento. Proponiamo che, nell’ambito di tutte le amministrazioni pubbliche ma, soprattutto, nel campo della giustizia, si adottino politiche che promuovano ed esigano l’uso non sessista del linguaggio in tutta la documentazione.
          Chiediamo che la normativa attuale e quella futura sradichi tutte le forme di linguaggio               androcentrico.
Le partecipanti dell'Associazione delle Donne Giudici della Spagna (AMJE). Novembre 2015.

 Confilegal.com

(traduzione a cura di Lia Di Peri)


venerdì 13 novembre 2015

Legalizzare la prostituzione per compiacere il prostitutore.

Ana Cuervo Pollán







La prostituzione è sempre stata una questione controversa. Recentemente, il dibattito si è ravvivato da quando Ciudadanos (il partito arancione, neo-liberista, omofobo e xenofobo, che si rifiuta di condannare il regime di Franco e la violenza contro le donne) si è espresso a favore della regolamentazione della prostituzione. Da un lato c'è la corrente regolametarista formata, nel  migliore dei casi, da persone di buona volontà che credono che legalizzando la prostituzione, le prostitute godranno di più diritti lavorativi.

Purtroppo, questo è confutabile. In paesi come la Germania e l'Olanda essa è legalizzata: le prostitute sono ancora controllate dalla mafia, i loro diritti sono sistematicamente ridotti, le loro giornate estenuanti; le autorità, come sempre, guardano dall’altro lato.  Mentre nel peggiore e più numeroso dei casi, i prosseneti vedrebbero dall’oggi al domani, la loro attività criminale diventare un affare legale e riconosciuto socialmente. I prostitutori saranno anche molto orgogliosi che il loro diritto di disporre del corpo delle donne per il loro piacere diverrà un diritto riconosciuto e legalizzato: pertanto, normalizzato.
Dall’altro lato abbiamo il femminismo abolizionista. Da questa posizione, noi crediamo che la prostituzione sia una forma di violenza machista. La pensiamo così, perché quest’attività comporta porre il corpo al servizio della volontà degli uomini che si credono in diritto di avere sempre una donna disposta a soddisfare le loro necessità sessuali senza fiatare.
Noi abolizioniste siamo state infamate fino all’inverosimile: ci considerano le custodi di una sessualità tradizionale che stigmatizza le donne che godono liberamente del loro corpo. Questo è falso e facilmente smontabile. Il femminismo abolizionista, mette in discussione una sessualità etero - normativa e coito-centrica che parte dall’assunto che le donne ci sono per soddisfare sessualmente gli uomini. Al contrario, il femminismo abolizionista difende le relazioni sessuali ugualitarie, libere, consensuali, reciproche e piacevoli. (ovvero, tutto quello che non entra nella testa di un puttaniere). Difendiamo il concetto che noi donne siamo padrone dei nostri corpi e godiamo di essi, come, quando e con chi desideriamo farlo. O di stare da sole. Pertanto, non v’è alcun motivo razionale per dipingere le abolizioniste come  quelle che difendono una sessualità ristretta, puritana o normativa. Piuttosto il contrario. E' la prostituzione che silenzia, ammutolisce, usa e subordina le donne ai suoi desideri, fantasie, gusti e bisogni sessuali, per servire i prostitutori e i loro desideri. Lo affermano le prostitute “ I prostitutori vengono a fare con noi, ciò che le loro donne non sopportano”. Noi abolizioniste siamo anche accusate di non ascoltare le donne prostituite, di ammutolirle, di infantilizzarle. Tuttavia, noi traiamo le conclusioni dalle loro testimonianze, dai dati che la realtà ci lancia. La maggior parte di loro sono vittime di tratta, circa il 90% e, in più, vivono situazioni di vulnerabilità (povertà, minacce ...). Questo non lo dicono solo quelle che vogliono l’eliminazione della prostituzione: lo dicono loro. E' sorellanza e non paternalismo ciò che esercita l’abolizionismo: è riconoscerle eguali e da uguali rivendichiamo la loro libertà. E lottiamo consapevoli che siamo compagne della stessa lotta: la lotta contro l’oppressione del patriarcato.
Lotto e lotterò per l’abolizione della prostituzione.  Il patriarcato e il capitalismo riproducono questa brutale forma di violenza contro le donne; il primo teorizza le donne come oggetto per la soddisfazione dell’uomo. Il capitalismo dice che ogni oggetto (e persona) è in grado di essere acquistato e sfruttato al fine di trarne profitto. Perché sono una femminista, voglio che le donne godano della loro sessualità libera, reciproca senza costrizione: che nessuno le compri o le venda per compiacere un macho.
Perché sono anticapitalista, credo che non tutto si compri e si venda; che le persone sono fini e non mezzi da cui trarre profitto, strumenti con i quali battere cassa. Per questo dico che il sesso e il piacere sono l'esatto contrario della realtà della prostituzione. Chiedo il perseguimento di cliente (come maltrattatore) e delle mafie (per tratta delle donne) e una vita pacifica e libera per tutte le prostituite, che credo meritino di non essere costrette a qualunque situazione indesiderabile.
Il problema non sono le prostitute, sono i puttanieri.

Leonoticias.com

(traduzione di Lia Di Peri)


domenica 13 settembre 2015

Perché gli uomini vanno a puttane?

Octavio Salazar, docente di Diritto Costituzionale presso l'Università di Cordova.





La presentazione nel tempio, Fernando Bayona
Lo scorso 10 marzo sono stati presentati presso la Facoltà di Giurisprudenza, Economia e Commercio dell’Università di Cordova, i risultati della ricerca dal titolo Mascolinità e consumo della prostituzione in Andalusia, realizzata da un gruppo di sociologi della Fondazione Iniciativa Social su incarico del Centro  Studi Andalusi. Lo studio ha raccolto le opinioni di 40 uomini andalusi tra i 18 e i 70 anni, consumatori di prostituzione, che sono stati raggruppati in cinque categorie: proprietari terrieri, operai, dipendenti urbani, giovani metropolitani e omosessuali urbani. Tra i risultati, si osserva che tutti i partecipanti ai gruppi di discussione, a prescindere dalla loro origine sociale, sono d'accordo sulla necessità sessuale come innata alla condizione maschile. Di conseguenza, essi ritengono che pagare per il sesso è un atto sociale che non dovrebbe rifiutarsi, anche se c’è accordo nel rifiuto sia della tratta sia degli abusi sui minori. In tutti i casi, il consumo di sesso a pagamento è spesso legato alla celebrazione del tempo libero in gruppo. Vale a dire, con la celebrazione di feste di uomini nella quale sono essenziali la dimostrazione e l’esaltazione della virilità. L'importanza di questo studio, di là dagli argomenti che può offrire il complesso dibattito sulla regolamentazione o, se del caso, l'abolizione della prostituzione, risiede nel rilevare le cause strutturali che continuano ad alimentare una determinata comprensione della sessualità caratterizzata dalle relazioni di genere o, che è lo stesso, dalle relazioni di potere tra uomini e donne che il patriarcato continua a impostare. V’è quindi, una chiara linea di continuità tra la costante oggettivazione sessualizzazione del corpo delle donne, tanto presente nella nostra cultura e il corrispettivo consumo di sesso a pagamento, come espressione di virilità, che continua a rispondere agli imperativi categorici dell’uomo considerato soggetto attivo e indiscusso titolare del potere e dell’autorità. Tuttavia, il salto di qualità che si è verificato negli ultimi decenni, come si è ben rilevato nella tavola rotonda seguita alla presentazione dello studio e alla quale sono intervenut* la docente Rosa Cobo Bedía, il sociologo co-autore del rapporto Hilario Sáez, è il collegamento di queste pratiche con l’industria del tempo libero e del divertimento globalizzato, sostenuto dagli eccessi del capitalismo neo-liberista.


La prostituzione sarebbe diventata la prova più evidente della stretta connessione tra patriarcato e il capitalismo, che è stata rafforzata negli ultimi anni dalle letture neo-machiste del primo e neo-liberiste del secondo. Una somma che provoca ovviamente un drammatico aumento della vulnerabilità delle donne e, come tutte le statistiche, mostrano una più che evidente femminilizzazione della povertà. La visione cumulativa del piacere, che con tanta insistenza rilevano i mezzi di comunicazione e, soprattutto, i messaggi pubblicitari, si allea con una concezione della mascolinità che continua rispondendo agli schemi dl macho dominante che provoca, tra le altre conseguenze, che i ragazzi e le ragazze più giovani, riproducano modelli terribilmente machisti nelle loro relazioni affettive, e in particolare nella loro concezione della sessualità. Se a questo si aggiunge la scarsa, se non assente, educazione che i nostri figlie e figlie, ricevono in materia, il risultato non è altro che la conquista dello spazio dalla logica predatoria della pornografia, e il superamento dei criteri etici della deregolamentazione, tipica del mercato selvaggio. Così, e come ha ben detto Rosa Cobo, nella prostituzione convergono i perversi effetti di tre sistemi di dominio: il patriarcale, il capitalista neo-liberista e il razziale culturale. La loro combinazione prolunga la etero - designazione delle donne in virtù delle pratiche di dominio e oppressione degli uomini, mentre si naturalizza l’andare a puttane come si fa con la disuguaglianza.
Il peso economico dei macro-bordelli, dell’industria pornografica o degli annunci di contatti che in molti casi sono diventati i salvatori di alcuni giornali in fallimento, rafforza e riproduce gerarchie di genere. Cioè, si mantiene e sottolinea la forza di una mascolinità detentrice del potere, mentre s’intensifica la negazione dell'autonomia delle donne e la sua svalutazione in un ordine sociale ed economico in cui restano le più vulnerabili tra i vulnerabili. Di conseguenza, non stiamo parlando di un mestiere, il più antico del mondo con le parole del patriarca, ma di una conseguenza alla quale sono costrette molte donne che non sono ovviamente libere perché vivono in un contesto di sottomissione, mentre continua una pratica sociale attraverso la quale molti uomini – uno su quattro – secondo il citato rapporto, riaffermano la loro virilità e mantengono la fantasia dell’asse binario controllo/sottomissione per la quale non occorre altro passaporto che il denaro.
Pertanto, e di là dalla complessità giuridica e politica che comporta una possibile regolamentazione di questa pratica, credo che la prostituzione, come molte altre espressioni di ordine culturale e politico basato sul predominio maschile, non possano essere affrontate senza tener conto delle cause strutturali che le provocano e le alimentano. Cause che, ribadisco, hanno molto a che vedere con i sistemi di dominio che si alimentano a vicenda, patriarcato e capitalismo, e nelle quali noi uomini godiamo di una posizione privilegiata. Solo da questo sguardo di genere e tenendo conto della prospettiva liberatrice ed emancipatrice del femminismo, sarà possibile trovare vie d’uscita per alcuni vicoli ciechi in cui molti milioni di donne nel mondo sono costrette a rinunciare alla loro autonomia e dignità. Pertanto, la domanda che dovremmo cominciare a considerare, oltre a non rinunciare alla solidarietà per le donne che sono costrette a prostituirsi, sarebbe non solo per queste donne ma anche e, soprattutto, perché ci sono ancora tanti uomini disposti a usare i loro corpi come se fossero una merce di più.

lashoras

( traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 30 maggio 2014

Il tuo spirito libertario mi violenta: Lettera al mio Macho progressista preferito.


Vanessa Rivera de la Fuente






Ti ho trovato su Facebook – il tuo avamposto di battaglia - difendendo i diritti delle donne e… Zac, ti sei rivolto a me indignato. Mi hai chiesto, con l’arroganza del saggio, unico depositario della Libertà: “Qual è l’argomento teologico per cui usi l’hijab (velo islamico)?" devi spiegarlo al mio ombelico occidentale, universalista, omnicomprensivo libertario. Perché ti vesti così? "A me non piace.”
Ok, macho progressista: Come va? Che ovaie! A me non interessano le opinioni teologiche, né culturali di altri machi come te, su come devo o non devo vestirmi. Sulla mia vita io non ti devo alcuna spiegazione.
Dimmi perché dovrei farlo? A quanto pare ciò che manca è che io debba giustificare il mio guardaroba. Piuttosto, dalla tua presunta superiorità di genere e culturale, spiegami tu, perché le donne si sottopongono alla chirurgia plastica e s’iniettano il Botox da rimanere così tirate? Perché non si è approfondita la storia delle colonizzazioni e la predazione brutale sull’eco-sistema e i corpi delle donne e tutto ciò che n’è conseguito? Perché non parliamo della responsabilità della tua società “ civile e progressista” nello sfruttamento lavorativo e traffico sessuale di quelle donne che vuoi salvare dal loro abbigliamento? Perché non sei ugualmente indignato per la diminuzione dei diritti riproduttivi delle donne nel mondo sviluppato al quale ti fregi di appartenere?

Il Patriarcato esiste solo in direzione delle donne mussulmane e degli uomini dalla pelle scura e barbuta?Tutta l’oppressione femminile si spiega con un pezzo di stoffa di 70X150 centimetri? Da dove viene quest’aria di superiorità e la convinzione che tu non faccia parte di tutto questo?
Ah già. Ora mi tiri fuori l’argomento che, in alcuni paesi mussulmani, le donne sono punite per non indossare l’hijab. E 'vero. E ti dico di più. Sono punite se guidano, se scrivono sui blogs, se sono dissidenti politiche e se difendono i diritti umani. Io penso che sia terribile costringere le donne a usare un vestiario che non vogliono, che le nostre opinioni siano censurate o sia delegittimato il nostro attivismo, che ci obblighino a fare sesso o ad avere figli che non vogliamo o a ricevere una retribuzione iniqua. Mi spaventa l’idea di finire in prigione per aver praticato un aborto terapeutico in Cile o per ballare sui tetti in Iran.
Quello che la tua superbia non ti permette di vedere, è che in tutti questi casi, non è l’apparenza delle donne, né la loro fede, né la loro razza o cultura, ma l’obbligo che pesa su di noi di dover essere in un modo o nell’altro, di compiacere i maschi dell’uno e dell’altro lato, te compreso. Il problema non siamo noi e le nostre scelte, ma voi e le vostre imposizioni. Il problema è il Patriarcato.
Il tuo spirito libertario mi violenta. Il tuo progressismo è così egemonico e androcentrico quanto l’islam dogmatico. Tu vuoi comandare sulla mia libertà, sul mio corpo tanto quanto l’islamista, tanto quanto il politico pro-vita, tanto quanto il femminicida.
Anche se la tua opposizione al mio modo di vestire, non è paragonabile a quella di ricevere 40 pugnalate per gelosia, è comunque parte dello stesso modo di concepire la donna come soggetto minorato e turbato, debole e passivo, incapace di decidere, senza forza di resistenza, bisognoso di protezione, per antonomasia. Tu vuoi annullare la mia voce tanto quanto il clerico che mi proibisce di parlare nella moschea. Tu sei parte del problema.

Non ti parlo con rispetto. Tu mi manchi di rispetto ogni volta che mi parli come se fossi incapace di capire la realtà e c’è bisogno del tuo catechismo, che impoverisce la mia visione, la mia esperienza e i miei obiettivi riguardo a me stessa e alla realtà che vivo. No. Non ti parlo con rispetto, perché il rispetto si dà tra uguali, non a qualcuno che mi considera inferiore. Gli uguali non mettono in discussione le decisioni degli altri con spirito poliziesco: le analizzano insieme.
Dimmi: Che cosa stai facendo in concreto per riaffermare il nostro diritto a vestirci come vogliamo, senza che pesino gli argomenti maschili di convalida nell’essere a favore o contro? Se non parlare dal tuo ombelico, che ti detta che la tua salvezza bianca, atea, bionda ed europea, è la soluzione ai problemi intersezionali… Che cosa stai facendo di là del negare il nostro diritto all’identità, resistenza e smantellamento delle strutture di oppressione che ci hanno imposto come vivere e perfino come essere liberi? Ciò che noi donne facciamo o non facciamo con i nostri corpi, vita e credenze, finirà di essere un problema politico, e sarà una questione personale, quando tu e i machismi di ogni tipo, siano essi mussulmani, cattolici, atei, marxisti, trotzkisti o anarco-socialisti, si zittiranno e lasceranno risolvere alle donne, poiché soggetti: le uniche legittimamente autorizzate a esprimerci sulle nostre realtà e a decidere si di esse.
Da lungo tempo le donne del “terzo mondo”, mussulmane, nere, latine, migranti o lavoratrici domestiche del tuo quartiere, hanno imparato a far uscire la voce e parlare per noi. Tu e la tua vanità sono parte del sistema che ci opprime. Lo sappiamo. Non ci inganni. Tu sei un figlio sano del Patriarcato, tiranneggi noi donne che non pensiamo, né viviamo come tu, pensi dovremmo, sotto una falsa bandiera di rispetto e libertà, usando la violenza con la tua arroganza, che non libera nessuno, se non il tuo virile orgoglio. Sei un figlio di tuo padre. (Le puttane non hanno nulla a che vedere).
Ti senti offeso se uso la parola “ Fica”? Ti senti insultato dalle immagini della sessualità femminile? Come stiamo a misoginia? Ah, se dico fica, sono maleducata? Vedi, questa è una classica strategia machista di delegittimazione. Attaccare la forma di fronte all’incapacità di riuscire a contro-battere. Chiaro, sono una donna e dire parolacce è poco “femminile”.
Che libertario che sei, macho progressista, accurato quando usi gli estremismi del libertinaggio dei tuoi sessismi e stereotipi.


Vanessa Rivera de la Fuente


(traduz. Lia Di Peri)

domenica 6 aprile 2014

Donne e violenza

Leggendo questo articolo, la maggior parte delle persone penserà alla violenza che subiscono le donne, che è molta.  Tuttavia, io voglio riferirmi alla violenza che esse esercitano o, meglio, eserciterebbero per difendersi, una violenza quasi inesistente,organizzata, in gruppo o individuale. La domanda che mi faccio quasi sempre, è : Perché le donne non esercitano quasi mai nessuna violenza contro il sistema patriarcale che è così violento contro di esse?

Beatriz Gimeno, lesbica, femminista, scrittrice.




Assistiamo costantemente a scene di violenza contro le donne: reali e romanzate. Abbiamo visto  video o  immagini di fustigazioni, lapidazioni, abusi fisici e abbiamo visto le donne camminare per le strade in alcuni paesi sotto un burka. Ogni pochi giorni, in questo paese, una donna è uccisa da un uomo e spesso vediamo donne reali con ematomi veri. Vediamo anche molte immagini romanzate di stupro, pestaggi e omicidi, in film o telefilm. Nella nostra cultura globale il maltrattamento delle donne è molto comune ed è completamente esteso. La violenza contro le donne non può sorprenderci, conviviamo con essa, è un'immagine quotidiana e reale; ci accompagna costantemente. Nonostante ciò, questa campagna mi ha colpito, mi ha impressionato, mi ha fatto male. E mi ha fatto, ancora una volta, sorgere una domanda che mi faccio spesso: Perché le donne non si sono mai organizzate violentemente per difendersi dalla violenza perpetrata contro di loro? E perché non si difendono violentemente contro i loro aggressori? Perché ci sono così pochi omicidi per legittima difesa?
Sì, sappiamo che le donne siamo state educate alla non violenza fisica e che non siamo state storicamente parte di eserciti o istituzioni che fanno uso della forza; che da bambine non giocavamo a giochi che implicavano violenza, che siamo state educate alla cura e sopportazione, per non rispondere alla violenza con la violenza, ma con le lacrime e le suppliche. Tutto questo è un enorme freno fisico e psicologico contro la possibilità di utilizzare la violenza in alcune circostanze ma, tuttavia, sono numerose le occasioni in cui le donne hanno saltato questa barriera.
Le donne spesso prendono le armi; le donne partecipano e hanno sempre partecipato a sommosse, guerre o rivoluzioni. Le donne oggi sono militari, terroriste o guerrigliere; mettono bombe, dirottano gli aerei, partecipano negli eserciti con naturalezza. Meno che gli uomini, sì, perché i ruoli di genere li pongono a lato di essi in guerra, ancora questa barriera non è stata infranta. Le donne hanno preso le armi per difendere le loro famiglie, i loro paesi, le loro divinità o le loro idee. Le donne muoiono e combattono contro il capitalismo, contro l'invasione, contro il colonialismo, il razzismo, la povertà, contro il comunismo o contro l'influenza straniera. E, tuttavia, non hanno mai preso le armi per difendersi dal patriarcato. Le donne muoiono e uccidono, ma mai per se stesse. Se è il caso contro il patriarcato, si uccidono. Perché? Perché l'idea ci suona completamente folle? Mi riferisco ai patriarcati più barbari; mi riferisco all'obbligo di chiusura sotto un burqa, il divieto di uscire da casa, i matrimoni forzati, lapidazioni  stupri, il divieto di studiare ... E mi riferisco specificamente quando queste circostanze sono “nuove” cioè, quando si danno dopo periodi di patriarcati " normalizzati "; il caso dell’Afghanistan è il più noto, nonostante non sia l’unico. La domanda che mi faccio sempre è: Perché donne che hanno studiato all'università, che si sono sposate con chi hanno voluto, che siano state imprenditrici o lavoratrici, che hanno viaggiato e camminato per le strade normalmente, non si siano organizzate in gruppo armato prima dell'arrivo dei talebani? Perché per noi è molto più facile scegliere il suicidio, che l’aggressione agli altri anche in circostanze come quelle menzionate? E anche conoscendo le risposte che spesso si danno a questa domanda, per me non valgono; conosco le barriere, i freni psicologici … ma, mai? Nemmeno in questi casi?


Se ci riferiamo alla possibilità di esercitare violenza individuale per rispondere alla violenza individuale, gli stessi dubbi mi assalgono. Recentemente ho discusso con qualcuno sul fatto che il patriarcato è stato istituito a causa della maggiore forza fisica degli uomini. Sebbene qualsiasi sistema di dominio usi la forza come strumento, questa non è indispensabile. Il nucleo del potere consolidato è sempre simbolico e s’infiltra nella costruzione personale, perché viceversa, la resistenza crescerebbe subito. Per esempio, ci sono e ci sono stati – gruppi umani nei quali il potere era in mano agli anziani che sono fisicamente più deboli.
Inoltre, l'intelligenza, l'organizzazione o le armi possono anche supplire la forza fisica. La forza fisica non è fondamentale quando si può prendere un’arma, e vi sono paesi in cui le armi sono a disposizione in modo uguale di uomini e donne. La forza proviene dal potere simbolico e questo stesso potere serve anche per togliere potere. Nel caso del patriarcato, la forza fisica si riferisce al potere simbolico genderizzato che fa che tutti gli uomini siano rivestiti con molta più forza fisica che tutte le donne, anche se questo non è così in molti casi specifici o non sempre è così. E che il potere simbolico si converte in forza reale, di potere, mentre indebolisce le donne e le sommerge nell’assoluta impotenza fisica e psicologica.
Per combattere la violenza maschile, le femministe usano la forza simbolica e reale, della legge. E 'vero che se la legge condannasse e perseguisse in modo adeguato questa violenza, se si utilizzassero le risorse per l'educazione contro la stessa, se la condanna sociale fosse assoluta, lentamente saremmo andati avanti. Tuttavia, nel caso del dominio patriarcale, la legge è solo uno degli strumenti ma non l'unico, perché anche se persegue e  punisce la violenza contro le donne, se lasciamo il sistema di dominio simbolico intatto, ci sarà sempre violenza, anche se è punita e perseguita. Questo sistema è perversamente perfetto: mentre castiga da un lato, incoraggia la violenza simbolica dall’altro. Mentre legifera a favore dell’uguaglianza, si approvano, si promuovono o semplicemente si mantengono comportamenti abitudini, rappresentazioni, leggi o istituzioni chiaramente ineguali.
Così, la lotta contro la violenza di genere passa dalle leggi, attraverso la parità d’istruzione, ma anche per qualcosa di molto più complicato, come lo è il simbolico, il culturale. Nell'ambito culturale, l'emancipazione delle donne deve essere anche fisica, perché le ragazzine sono istruiti nella convinzione che tutti gli uomini siano più forti di loro e che agli attacchi non possono che avere il ruolo di vittime. Tutti i giochi femminili, l’esercizio fisico che (non) fanno, l’abbigliamento, le calzature, i movimenti, il linguaggio del corpo e persino il vocabolario che usiamo, tutto è nel senso di togliere potere fisico alle donne. I ragazzi, però, non sono stati educati nel timore dei ragazzi più forti, ma nella coscienza di uguaglianza. Le donne possono anche essere forti, ma, soprattutto, possono sentirsi anche fisicamente, uguali. Non si tratta di promuovere l’uso della violenza, ma di non sentire barriere, blocchi, paure o sentimenti d’impotenza per altre presenze fisiche e anche riguardo al proprio corpo.
In questa direzione vi racconto qualcosa del mio particolare rapporto con la forza fisica. Quando sono stata colpita dalla poliomelite, la mia famiglia decise che fosse molto importante, che fortificassi il resto del mio corpo, per compensare. Mi hanno fatto fare ginnastica dall’età di tre o quattro anni. Ho fatto ginnastica per rafforzare il corpo in generale, particolarmente i muscoli delle braccia, tutti i giorni della mia infanzia e adolescenza. Ogni pomeriggio dopo la scuola, trascorrevo due ore con un’allenatrice facendo le parallele, arrampicandomi per la corda, facendo addominali e sollevamento pesi. A causa di ciò, ero una ragazza molto forte, insolitamente forte per quello che di solito sono le ragazze e, anche, i ragazzi. Ero in realtà, la piccolina più forte della mia classe e ciò mi ha fatto avere un rapporto diverso con il mio corpo da quello che solitamente hanno le ragazze. Se c’era da arrampicarsi su un albero, scalare una parete o trasportare qualcosa, chiamavano me. Se giocavamo a qualcosa in cui contava la forza, tutti mi volevano in squadra.  I bambini a volte combattono, si spingono, hanno rapporti mediati dal fisico, senza che debba finire per forza in lotta. Queste relazioni sono state per me una forma di linguaggio naturale e tutto ciò ha avuto conseguenze, ha determinato il mio inserimento nel gruppo dei bambini e non delle bambine. Non si comparava se fossi più forte o più debole dei più o dei pochi. La cosa più importante non era la concreta forza misurabile, ma l’uso che facevo del mio corpo, della mia forza fisica, la sensazione di essere uguale ad altri bambini.
Gli uomini che picchiano le donne non lo fanno perché sono più forti e sono sicuri di vincere la lotta. Picchiano, perché sanno che in nessun caso, la vittima reagirà. Ricordiamoci che la violenza machista nella coppia, è una scalata che comincia con un insulto o uno schiaffo cui lei non risponde mai. Sia chiaro che non voglio banalizzare assolutamente la violenza machista né suggerire che la risposta alla stessa sia rendere i colpi. Credo, però, che molti degli uomini che picchiano le loro mogli non siano particolarmente forti, né coraggiosi, né avrebbe colpito chiunque se pensassero che questo qualcuno reagirebbe. Colpiscono una donna, perché sanno che possono, perché lei è totalmente de-potenziata, anche fisicamente.
Conosco bene i meccanismi psicologici che portano a molte di queste donne non lasciare i loro aguzzini, a non denunciare, a non rendere i colpi; so che cosa fa l’amore romantico, la dipendenza affettiva, materiale, ecc. Capisco che parliamo di un sistema naturalizzato, che si fa invisibile, che si manifesta nel simbolico, psicologico, nell’auto-costruzione personale, che spesso non percepiamo come un sistema di oppressione; che si manifesta in molti piccoli atti quotidiani, contro di cui è difficile ribellarsi, che coinvolgono la famiglia, le persone care, i figli e le figlie. Comprendo che la repressione che si esercita sulle donne che rispondono alle aggressioni è stata storicamente terribile, ed è ancora oggi, orribile in molte parti del mondo. E il femminismo fa molto per combattere tutto questo. Affermo soltanto che, come parte della nostra lotta femminista, dobbiamo imparare a metterci nel mondo con una corporalità potenziata, forte, coraggiosa e consapevole, che questo contribuirà – solo contribuirà - a cambiare alcune cose.
E, comunque, tornando alla domanda dell’inizio: di là della particolare violenza machista, per quale motivo le donne, mai si sono organizzate e prese le armi, per difendersi, almeno in situazioni di emergenza ? Questa domanda mi frulla in testa, senza trovare risposta.. Mai?



Pikaramagazine.com

(traduz. Lia Di Peri)




domenica 30 marzo 2014

La decostruzione della mascolinità.

di Josep Giralt 






… Siamo cresciuti in un paese di " uomini mutilati emotivamente” e “senza capacità di cura”. Confessare e accettare questa realtà era considerato come un’ulteriore diminuzione della virilità. E’ scontato dire che fu una generazione che non piangevano in pubblico, né mostravano alcuna sensibilità perché considerata "debolezza". Il loro dovere era di apparire sempre come vincitori e di dare un’immagine dura, aggressiva e brillante.
Non potevano andare a fare shopping o prendersi cura dei loro figli, perché era “cosa da donne”. Il tempo libero lo trascorrevano tra chiese, taverne, corrida, campi da calcio e bordelli, essendo complici della mercificazione del corpo e del piacere. Pochi leggendo libri o andando a convegni.
(…) Gli uomini che hanno rinunciato a mostrare il loro lato più emotivo hanno finito col pregiudicare il tutto. Milioni di loro hanno speso la loro vita cercando di svolgere un ruolo di eroi che è possibile solo nella finzione .  Il modello dell’uomo-macho- riuscito stereotipato che è stato socializzato e mantenuto dal sistema , a cosa è servito? Chi ha beneficiato? Quali successi sono stati raggiunti con questi maschi alfa marcando e pretendendo di controllare il loro territorio in tutto il mondo?
Perché anche alcune donne sono particolarmente interessate a condividere la vita con simili soggetti?  E’ il patriarcato che è stato interiorizzato negli uomini e nelle donne, fornendo a essi il potere ed esse no, naturalizzando per ciascuno un ruolo specifico nella società contribuendo così a perpetuarlo.
Quando avevo tredici anni, ho cominciato a sentirmi a disagio tra i miei compagni di classe. Nel momento in cui la competitività fu più importante del gioco, ho sentito che appartenevo più al gruppo.  Improvvisamente si doveva essere il migliore giocando a calcio o il migliore studente, o avere più ragazze. Tutta una corsa di fondo per diventare un leader ed essere accettato.  Non c'erano scelte. Essere un leader o un gregario.
Ho conosciuto il rifiuto fin dalla tenera età.  (…) Trascorsero alcuni anni prima che m’imbattessi nella frase di Nietzsche: "Io non servo, né per servire, né per guidare”. Il suo significato me lo marchiarono a fuoco i miei compagni di classe. Non ero a mio agio nel vedere chi competeva nel lanciare la pietra più lontana né a spettegolare con le ragazze della classe o a cospirare contro qualcuno nei corridoi. A scuola negli ultimi anni, mi sentivo completamente sconfitto e isolato. Come deve crescere ed essere educato un bambino? Come e da chi imparare o disimparare a essere e diventare ciò che poi diventa?
E 'strano come nonostante gli anni trascorsi , mi capita spesso di pensare che qualche colpa l’avessi , visto che non mi volevano . Suppongo che sia quello che succede con le donne maltrattate . Non ho mai avuto il coraggio di spiegare alla mia famiglia , con attenzione ed esattamente , cosa stavo passando. Andare a scuola ogni mattina e sentire il disprezzo e le burla per non voler unirsi alla squadra di calcio e al gruppo dei maschi alfa forgiò il mio bisogno di autonomia per sempre . Ho bisogno della gente , ma non confido più nelle masse.
Quello che ho vissuto a scuola continua a essere un esempio di ciò che ho incontrato da adulto. Viviamo in un mondo, dove la cosa più importante è ancora l'immagine di sicurezza, il controllo e forza che proiettiamo. Come possiamo relazionarci se sempre dobbiamo essere i migliori? Sono dovuto arrivare alle superiori per cominciare a essere felice e avere amici. Lì ho vissuto un'esperienza " tra eguali " . Alcuni di loro sono parti essenziali della mia esistenza .
Al liceo ho giocato a calcio molte volte. Spesso con i miei compagni tutti insieme, ragazze e ragazzi. E’ è stato puro divertimento e intrattenimento. Non c'era competitività né le stronzate di forza e di leadership. Il gioco dovrebbe essere un diversivo e dovrebbe servire a insegnarci a perdere e a vincere. Come nella vita . Per diventare " se stessi”, non dobbiamo viaggiare da un luogo all'altro , ma verso il nostro stesso essere. Tutto è già dentro di noi. Alcune persone ci hanno mostrato parte del cammino.

In ogni caso, badare, avere cura non è maschile ? Chi l’ha stabilito ? Chi ha deciso per noi? Diventare adulti significa separarsi definitivamente dal rifugio per costruirsene uno proprio in armonia con l’Umanità.  Umanità che saremo in grado di trovare uscendo dagli schemi e dai condizionamenti del patriarcato. Facendoci carico di noi come persone, riconoscendo che abbiamo come tutti gli altri , un ritmo personale, riconoscendo onestamente che la nostra risposta è , soprattutto, il risultato delle nostre emozioni. Dobbiamo mettere in discussione i privilegi concessi dalla complicità patriarcale . Non dobbiamo accettare un ruolo maschile secondo falsi stereotipi . Sarebbe bello iniziare a scoprirci e a decostruire la nostra mascolinità . Io non voglio essere il primo . Non lo sarei mai. Io voglio continuare a imparare e cercare di essere più umano, più simpatico , più intelligente , più costante . E soprattutto , più onesto con me stesso . Non voglio essere odiato né temuto . Davvero, compensa sapersi detestato dai più? Non voglio soggiogare nessuno. Le porte devono rimanere sempre aperte per chi ha voglia di ritornare.
Dobbiamo insegnare alle nuove generazioni di milioni di uomini a percepire che le relazioni , la comprensione, l'amore, la cura, non raggiungeranno la loro pienezza senza la capacità di sentire e di curare. E’ difficile pensare che qualcuno molto amato , abbracciato e curato durante l’infanzia non saprà avvicinare gli altri con speciale tenerezza. La rudezza di un uomo è di solito il risultato della mancanza di sentimenti, cura, educazione,che ha subito durante la sua crescita e che il patriarcato si è caricato di imprimere a tutti i livelli. Una quantità di prove che ‘impongono a coloro che non sono capaci di rifiutarsi: se faccio l'amore , devo essere il migliore , se non lo faccio, sono poco virile, se guadagno molto danaro mia moglie e i miei figli avranno ciò di cui hanno bisogno (chi lo decide ?) ma, alcuni, saremo infelici senza futuro.




Come trovare una soluzione a questa situazione molto schizofrenica ?


Secondo un rapporto presentato dall'Unione Europea della scorsa settimana , più di nove milioni di donne sono state vittime di stupri , un 33 % hanno subito violenza fisica o sessuale e solo una su tre denuncia le aggressioni. Sono convinto che questa complessa situazione di disumanizzazione e di violazione dei diritti umani cominci a svilupparsi a casa e nelle aule scolastiche . Che modello di società stiamo costruendo ? Com’è possibile che gli uomini continuino a essere principalmente un simbolo di potere sfrenato ? Che tipo di formazione hanno ricevuto gli aggressori? Appartengono a una particolare classe sociale o non è una questione di classe? Secondo questo studio , una donna spagnola su cinque oltre i quindici anni (22 %) hanno subito violenza fisica o sessuale. Pertanto, non è più che il machismo endemico è legato al franchismo. Il problema è molto più profondo .
Quando smetteremo di sentirci male per non soddisfare le aspettative? Chi crea queste aspettative? Quando potremo liberarci da tutti quei regimi e privilegi che abbiamo interiorizzato nei secoli? Com’è possibile che, nonostante tutti i progressi tecnologici siamo ancora all'età della pietra? A chi interessa perpetuare il sistema patriarcale che esclude le donne e coloro che non condividono le sue idee? Per vivere ed esistere senza violenze e oppressioni, dobbiamo decostruire questo ruolo sessista con il quale ci hanno socializzati. Dobbiamo coltivare la nostra capacità di sentire e curare, altrimenti faremo male a noi stessi e quindi a tutte le altre persone.




(trad.Lia Di Peri)