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giovedì 30 giugno 2016

Il feroce porno

La misoginia come spettacolo

Gabriel Núñez Hervás 


Nel porno del XXI secolo, il sesso è solo un alibi per la violenza [1].

Riparato dietro un arsenale di argomenti fallaci, vittimista fino al parossismo, la pornografia espande il suo campo di battaglia, mentre riduce la condizione umana delle donne e polverizza la sua dignità [2].

Spinto da una insaziabile ansia di offrire “sempre di più”, il porno è diventato una macchina universale di propaganda misogina. La debolezza dei suoi detrattori (e la capacità del mondo porno di squalificarli) ha portato a una situazione paradossale, in cui il porno è presentato e accettato come sostenitore e fautore del sesso, quando il sesso, come abbiamo detto, non è altro che un alibi per esercitare (senza penalità) e promulgare (tra gli applausi) un modello machista brutale ed estremo. Questo discorso contro il porno, contro la aberrante evoluzione che ha subito la rappresentazione ed esibizione di scene sessuali, contro la proposta di un sistema unico di relazioni sessuali basato (e con compiacenza) sul comportamento violento e atteggiamento sprezzante contro le donne, è una riflessione disordinata e confusa, agitata e dolorosa, che si scontra, soprattutto, con il silenzio che la società mantiene su questo argomento.

PROLOGO ('Blow Job')

La prima volta che sono andato a vedere un film porno (Educating Mandy)
con alcuni amici, mi sono reso conto che, in effetti, “avrebbe potuto ferire la mia sensibilità”: com’era possibile trattare così le donne? Come si poteva essere così rozzi e machista? E, soprattutto, come si poteva piantare una cosa così, filmarla ed esporla? Com’era possibile? Come poteva avere un pubblico? Lasciai la sala scioccato... e anche tremendamente eccitato. Di ritorno a casa, dissi convinto che mai più sarei andato a vedere simili barbarie, un approccio condiviso anche dai miei compagni di avventura, ma poche settimane dopo, tutti ci agganciammo irrimediabilmente al porno.

Visto oggi, quel film sembra una sciocchezza in confronto con le brutalità solite che caratterizzano la produzione pornografica corrente. Dal principio alla fine, in quelle eiaculazioni, ci sono dei tizi disgustosi e maleducati, che trattano con disprezzo e senza rispetto diverse ragazze giovani e bellissime. Se fosse stato girato oggi, Traci Lords, Christy Canyon e compagne, oltre a tutti i tipi di insulti, avrebbero preso diversi sputacchi in bocca e sugli occhi, molti colpi, le avrebbero aperto il culo fino allo estremo e sarebbero state costrette a vomitare dopo essere state soffocate dai cazzi dei loro colleghi di cast, che sarebbero finiti con il fare pipì su di esse. Alla fine, tutto normale. Sì, normale: questo è ciò che accade nella stragrande maggioranza del porno del XXI secolo, annunciando ed emettendo tutti i giorni Digital Plus e televisioni locali, ricevendo premi e applausi, creando star dello spettacolo come Rocco Siffredi e Nacho Vidal.
Questo è il porno che è imposto sui nostri schermi, nelle nostre case, nelle nostre coscienze.



INTRODUZIONE

La pornografia è diventata un tabù, non inconfessabile ma intoccabile. Nessuno ne parla contro, qualcosa di veramente sospetto, né segnali di preoccupazione o di protesta di fronte alla evidenza che la pornografia è uno strumento universale e molto efficace di misoginia, un apparato reazionario e fascista che ha ridotto, reso caricaturale e sequestrato il sesso, uno strumento che pubblicizza e vende un modello basato sul disprezzo per le donne. E’ qualcosa di evidente, palpabile ma nessuno alza la voce contro questa arma di distruzione machista [3]. Eppure, si continua a considerare la pornografia come vincolata alla libertà sessuale per quanto si mostri e dimostri essere un meccanismo di disuguaglianza, discriminazione e aggressione.
La pornografia del XXI secolo ha seguito un processo di espansione, legittimazione, normalizzazione e radicalizzazione. Si è verificata la pornificazione della società: la pornografia è entrata massicciamente nelle case attraverso la televisione e in particolare Internet ed è penetrata con forza nelle coscienze e nei costumi. Il porno si normalizza (diventa normale) e contemporaneamente normalizza (impone regole) un modello di relazioni sessuali fondato sulla celebrazione della sottomissione della donna, la sua riduzione a oggetto di piacere e fonte di soddisfazione sessuale.
La pornografia è immune alle critiche, grazie alla sua capacità di inserire questeultime (e così squalificarle) insieme a compagni di viaggio così indesiderabili come gli estremisti di destra e i fondamentalisti religiosi. Anche insieme alle femministe il cui indispensabile lavoro è stato ridicolizzato brutalmente e costantemente. Tuttavia le teorie e gli argomenti delle femministe degli anni Settanta [4] sono più rilevanti e sono necessarie adesso più che mai. La pornografia è oggi un paradiso fiscale della criminalità del sesso e alimenta direttamente gravi problemi sociali come la violenza domestica, la prostituzione, il traffico, la pedofilia e la deplorevole educazione sessuale di intere generazioni. Se la pornografia pone chi la critica con i fanatici religiosi e politici, i suoi difensori si collocano a lato dei torturatori, stupratori, carnefici e filo-nazisti del sesso.
Questa è la pornografia del XXI secolo[5]. Questo è il porno, questo modo così familiare e amichevole di nominare la pornografia. Il porno ha sequestrato valori come la libertà sessuale, la diversità sessuale fino alla libertà di espressione. Il sequestro opera in due modi: proclamarsi come un campione fondamentale di questi valori, per poi ritirarli dallo spazio pubblico. Questo lavoro, apparentemente contraddittorio ha tuttavia, una spiegazione molto coerente: il porno elimina quei valori, perché, in realtà, vanno contro la sua essenza (reazionaria, riduttrice e assolutista) anche se li incarna demagogicamente per ragioni di legittimità e di marketing. La truffa, ovviamente, è efficace e così si costata quotidianamente nella propaganda che il porno fa di se stesso e nel grande e crescente progetto acritico, che il suo messaggio ha nella società.  Ciò che ha sequestrato il porno si può dire, infine, è lo stesso sesso, sostituendo la sua ricchezza con una normativa rigida e unidirezionale di intendere le relazioni sessuali.
Il mondo allora è già pornografico. La vita è pornografica. Il sesso è porno. Solo porno. Il porno non è più una rappresentazione dell'atto sessuale. E’ l’atto sessuale. E per atto sessuale si intende qualsiasi cosa che produca piacere all’uomo. All’uomo. Qualunque cosa. Tutto ciò che eccita l'uomo (l’uomo) è pornografico e come tale, acquisisce il visto concesso dal sesso e impedisce la possibilità di essere analizzato e criticato.
Nella deformata celebrazione della libertà di espressione e nel manipolato desiderio della libertà sessuale, si commettono costanti reati che compongono una propaganda universale circa il modo di intendere (e praticare) sesso.  Si commettono delitti che sono registrati, si esibiscono e sono venduti con questo alibi sessuale, con questa patente da corso di sesso, con questa protezione garantita dalla immunità della pornografia.

RADICALIZZAZIONE ('SESSO ESTREMO')

Si può parlare di radicalizzazione porno quando nel giugno del 1978, la rivista Hustler pubblicò la sua famosa copertina di una donna schiacciata da un tritacarne [6]? Purtroppo, la risposta è sì. Non solo perché questa idea è stata ripresa e moltiplicata per decine di web porno (Meatholes sarebbe l'esempio più vicino), ma perché il suo messaggio è passato dallo scherzo alla realtà, dal montaggio al fatto, dalla finzione alla esecuzione.
Il porno si costruisce e radicalizza sulla prova che le donne sono ancora in una situazione di inferiorità universale [7] ed è, per definizione, abusivo, imbroglione e minaccioso. La descrizione che fa il documentarista Stephen Walker del suo incontro con il magnate Max Hardcore è davvero raccapricciante, e definisce  perfettamente come guadagnano in business. [8]
La radicalizzazione del porno abbonda nel suo approccio come caccia,tortura e punizione...  In ultima analisi,si fa una sola ossessiva domanda : che cosa si può fare di più a questa tizia? O, che è lo stesso : come si può degradare e umiliare di più una puttana? Il disgusto generato dalle proprie limitazioni della rappresentazione sessuale , segue solamente questa via compulsiva: più e più forte, più e più duro,più e più estremo. Potrebbero prendere in considerazioni altri modi, ma no: la corsa, la lotta, la ossessione è avanzare nella distruzione della donna e si celebrano e applaudono (e sono redditizi) alla idea di trattare le donne come orinatoi (Human Toilets), farle vomitare (Gag On My Cock), schiaffeggiarle (Slapp Happy), eiaculare dentro i loro occhi (Pink In The Eye), asfissiarle, sputarle, scorreggiare nelle loro bocche e innumerevoli forme di abuso che sono pubblicizzate e offerte come audaci innovative o anche divertenti.
Non c'è posto per una buona vicenda o affetto o semplicemente umanità, si postula la complicità misogina e il cameratismo macho, si adorano gli attributi virili e si distruggono quelli femminili e il linguaggio è così limitato come lo insulto. La pornografia ha più violenza che sesso. In più, se una scena di sesso non contiene una certa quantità di violenza (verbale, fisica, attitudinale ...), difficilmente sarà considerata pornografica.
Da molto tempo e sempre di più il porno non è la rappresentazione di scene di sesso, ma la registrazione e l'esposizione pubblica di tali atti e tanto più crudi e violento sono, più sono apprezzati.  Non c'è più posto per la rappresentazione, così che il porno si fa generico e più vicino alle registrazioni casarecce e alle percosse, umiliazioni e atti criminali registrati sul cellulare per la posteriore esibizione (sul cellulare ma soprattutto, su Internet , spazio libero, senza legge, amorale, come principale schermata)[9].
Il porno crea, ri-crea e trasforma lo spettatore attraverso la distruzione dell'oggetto sessuale. La legge della pornografia crea e trasforma (l'uomo,lo spettatore) mentre distrugge (la donna, l'oggetto). La formula ideale richiede che l’oggetto distrutto sia bello, ma se si deve scegliere tra bellezza e distruzione, il porno favorisce la seconda: è preferibile che l'oggetto sia meno bello sempre che sia più distrutto [10].
La radicalizzazione del porno influisce anche sullo stato delle sue protagoniste. Per molti anni si fece credere alla bufala che le vere star fossero le donne; si celebravano quelle donne che capivano il loro ruolo rispetto all’uomo: fare tutto ciò che piacesse a lui e quando piaceva (sempre). Il trucco passò tra le attrici e tra gli spettatori più confortevoli, perché, in effetti, erano le stelle dello spettacolo: guadagnavano di più, avevano fan club, assistevano a premiazioni, feste e festival, uscivano sulle copertine dei video e delle riviste. Questa farsa sembra che non abbia più bisogno di nascondersi. Ora le stelle del business sono gli attori, quelli più aggressivi, che non hanno limiti nel degradare le loro colleghe attrici. Essi hanno ora nomi e sono i grandi capoccia. Non si cercano più film di Zara Whites o Ginger Lynn, ma di Rocco Siffredi, Roberto Malone, Christophe Clark, Nacho Vidal, Max Hardcore... loro sono quelli che sanno come si devono trattare le tipe.  Ci sono sempre meno attrici il cui nome (artistico o reale) appaia nelle produzioni. La maggior parte si rivolge a un nome noto, senza che quasi mai si identifichi un viso. Perché, cosa importa, sono solo tipe, sono solo puttane, ce ne sono a milioni; tuttavia, gli insegnanti di sesso, i veri maestri come Rocco e compari si contano sulle dita di una mano. Molte delle attrici di oggi provengono dai paesi dell'Europa dell’Est. In questi si trovano ottime materie prime e la migliore delle disposizioni, visti i consueti meccanismi di sottosviluppo, di apertura del libero mercato e la urgente necessità economica. Esse sono , le molte, Tanya, Ursula, Veronika e chi se ne frega , per fortuna ci sono migliaia di ragazze alle quali offrire un biglietto alla fama, all’Europa, al capitalismo e, subito dopo, sputarle e romperle il culo. Ogni giorno migliaia di ragazze cercano e trovano l'unico modo che hanno di sognare con le offerte e le imposizioni di qualche magnaccia, ruffiani,schiavisti o produttori di pornografia, che incrociano sulla loro strada. Ciò che differenzia queste quattro specie nominate è che solo gli ultimi sono legali. O, per meglio dire, a-legali, perché agiscono ai margini della legalità e sanno che esiste un mercato legale che comprerà a prezzi eccellenti i loro prodotti e che un vastissimo, rilassato e civile pubblico mai si chiederà cosa sia accaduto nelle rispettive vite di quelle migliaia di donne con le quali si fecero una sega, mentre guardavano come le pestavano, insultavano e degradavano un pugno di uomini civili, ricchi e famosi. E poi cosa importa, come dicono gli stessi attori: non erano altro che puttane. Già, a chi può interessare ciò che accade a una puttana. Perché questo è il processo che, da anni, si segue nella stragrande maggioranza dei film porno, questo è il messaggio costante e ridondante, per quanto ripugnante e irrazionale.  Tutte queste tipe sono puttane. Alcune lo sanno e si comportano da puttane
e, pertanto, sono trattate come puttane, cioè, senza rispetto o considerazione, e da una posizione superiore, fisica, morale e sociale. Altre non lo sanno e hanno bisogno di un uomo che glielo faccia sapere. Quando si verifica la rivelazione, la donna che si riconosce già come puttana ringrazia l’uomo per il suo insegnamento e si comporta come tale e, pertanto merita di essere trattata come tale: una puttana. Niente di più. Infine, ci sono le più reticenti, le più capricciose, le più ottuse, quelle che non sanno che nel fondo sono puttane, come tutte le altre, ma che resistono all’uomo che vuole dimostrarglielo. A queste bisogna solo obbligarle. Sono ricattate, minacciate o aggredite fino a che non ammettano di essere puttane. A questo punto possono essere trattate come meritano: Il guanto nero, andato in onda qualche anno fa, sul Canale Satellitare è un premiato film di Christophe Clark, che terminava con un branco di tipi che sputavano su una ragazza dell’est, apostrofandola: “Non sei niente, ti faremo un sacco di male, non sei niente, sei una merda, sei una puttana, sei una troia, non sei niente”. Tali valutazioni sono sempre più frequenti, accompagnate da ordini, percosse, frustate e sputi.
Una delle nuove richieste di vendita di film porno sono le salivazioni. Non basta più eiaculare come un rubinetto, occorre far credere che il porno si fermi alla metafora, si sputi in faccia direttamente o si orini sul volto della ragazza dopo lo sperma e gli sputi o metterla a odorare merda di maiale, come nel celeberrimo, Rocco il perverso o metterle la testa nel water (metafora e realtà) e tirare ripetute volte la catenella (come quando nel water c’è merda).
I titoli del porno sono molto rivelatori e non sfuggono, tanto meno a questo inarrestabile processo di radicalizzazione. La oggettivazione della donna è iniziata con termini come bionde, rosse, mulatte o tettone, fino a considerazioni di carattere immediato: puttane, troie, scrofe, scrofette, troiette. La stessa evoluzione hanno subito i verbi : da sedotte e incantate si è passati a molestate, perseguitate, intrappolate, per finire con lacerate,trapanate, stuprate o spappolate. Una puttana è materiale di scherno, scherzo, insulto, di vendetta[11] e umiliazione. Perché, dopo tutto una puttana è niente. Se una va fuori dal mercato e accede ad altri ambiti (cinema, televisione) è ridicolizzata, condannato, stigmatizzata e non si prede occasione di ricordarle il suo passato.
La radicalizzazione del porno invade, naturalmente, il regno delle fantasie. Se si è così ingenui da credere che nulla di ciò che mostra il porno è reale, che tutto è finzione o, semplicemente, che non si possa dimostrare che lo è, sorgono nuove domande: E 'questa l'unica fantasia possibile? Cosa c'è dietro un pubblico ogni volta in aumento, che legittima questa fantasia e questo modello come qualcosa di valido e plausibile? È il sesso che offre il porno è l’unico possibile, l'unica fantasia sessuale valida, il sesso ideale?
Infine, l’umorismo porno, così celebrato e diffuso, pone la donna in un ruolo che hanno subito prima di altri gruppi discriminati (neri, omosessuali, disabili): è derisa, ingannata, motivo di risata dell’uomo. Continuando con l’inganno sono molto significative in questa direzione le pagine dedicate ai colloqui di lavoro. A volti reali a volte fittizi riflettono l'esperienza di giovani ragazze che cercano lavoro e si trovano in una chiara posizione di inferiorità davanti al boss che le deve scegliere : il risultato, naturalmente, è che devono accedere alle prescrizioni richiesti dal capo. Questa "fantasia"non si ferma sempre alla sola rappresentazione: quando il lavoro che si deve ottenere ha relazione con il sesso (foto erotiche, per esempio, spogliarelliste, cameriere in topless) la finzione diventa realtà e il comportamento della richiedente è nuovamente legittimata ancora una volta, perché è ovvio che queste ragazze sono puttane , così che si potrà già fare con loro ciò che si vuole. I siti web raccolgono centinaia di esempi in cui questi casting registrati con telecamere nascoste mostrano giovani che arrivano in città per cercare un lavoro e si ritrovano picchiate, stuprate e ricattate. Ciò che dovrebbe costituire prova del crimine diventa un'arma contro la vittima. Il problema, oltre a enormi profitti,è motivo di risate. Gli autori si vantano dei loro trofei e della innocenza delle ingannate, buttate fuori a pedata dagli uffici, accoppiate con giovinastri ridendo di esse. Questo schema cresce in brutalità se la vittima è un attrice porno, una donna che si presenta a un casting porno deve essere preparata al peggio, perché ancora una volta la sua condizione (attrice porno) legittima di essere trattata come tale. Sono frequenti commenti di questo tipo: “ Questa fottuta puttana, pensa che sia venuta per fare un paio di pippe e una doppia penetrazione e invece guarda quello che ha trovato”. Quello “che ha trovato” di solito è un catalogo infinito di brutali stupri,
abusi, torture, pestaggi e insulti. L'ultimo passo di questa scala macabra sono ovviamente le prostitute. Se la protagonista di una scena è una prostituta,c’è via libera. Se si contatta una prostituta per scopare, la si scopa, le si fa ciò che si vuole (non uno: i tipi del porno sono grandi codardi e spesso agiscono in branco), la si registra (ovviamente senza il suo consenso, che bisogno c’è del consenso di una puttana?) poi la si strapazza e la si minaccia, “perché è una puttana”. Il web è pieno di questi esempi: forse il metodo più brutale e diffuso è quello di raccogliere una prostituta sulla strada, farla salire su un furgone, violentarla e filmarla, mentre il furgone si allontana dalla città. A lavoro terminato, la tirano fuori dal furgone sulle spalle, ridendo e in trionfo.

Qualche bugia ('FETISH')

"Il porno difende la libertà sessuale". Questa libertà sessuale è quindi intesa come la libertà dell'uomo di soddisfare tutte le sue fantasie sessuali. L'uomo è libero di disporre delle donne a suo piacimento e capriccio. La donna, nel porno (non solo nel porno)
non ha la libertà, ha degli obblighi, riceve ordini, deve soddisfare tutte le richieste dell’uomo. L'uomo è libero, assoluto e capriccioso. La donna è una schiava.

"Il porno difende la diversità sessuale." Contro l'accusa di ridurre la donna a un oggetto (con prestazioni e caratteristiche standard), il porno proclama il suo desiderio di varietà. E sì, è vero, il porno è molto vario: non c’è davvero, nessun capriccio o perversione che l'uomo voglia vedere (perché vorrebbe con tanto interesse e tanta crudeltà vedere queste cose?) che non sia riportata nella inesauribile offerta pornografica. Cioè, la varietà è stata posta al servizio del cliente – uomo, allora in assoluto il porno è un riflesso della diversità sessuale in generale, ma di una parte esclusiva della popolazione: gli uomini. In generale il porno offre tizie buone disposte a fare tutto ciò che il maschio desidera (di qualsiasi tipo: ben dotato, muscoloso, magro, impotente, grasso, peloso, storpio, drogato ... qui non contano tanto gli attributi). Così come ci sono uomini che preferiscono le grasse, le pelose, le incinte,le rapate, le cinesi, le negre, quelle dalla clitoride gigante, dalle tette di tutte le misure, ecc., il porno offre di tutto e di più. E se il cliente vuole gli uomini il porno glieli offre pure (anche se porno gay è molto più delicato, in generale). Un chiaro esempio del trucco della diversità sessuale del porno lo incontriamo nel bestialismo.  Questa categoria non offre prodotti in cui uomini e ragazzi penetrano capre, pecore e galline. Ciò che offre la zoofilia porno sono donne esposte all’azione sessuale di animali: donne scopate da cani e cavalli, donne che devono succhiarlo ad asini e maiali, donne terrorizzate da ratti, topi e serpenti, che attraversano i loro corpi, donne penetrate dalle anguille. La donna è obbligata al rischio ed esposta come qualcosa di meno di un animale,
meno di un cane, meno che un puledro, meno di un maiale (qualsiasi spettacolo basato sul trattare gli animali come si trattano le donne sarebbe oggetto di immediata denuncia). Di solito, le donne costrette a tali brutalità mostrano chiaramente le caratteristiche della eroina e la miseria sui loro volti e corpi. Sono puttane. Sono puttane con clienti a quattro zampe. Un altro esempio illustrativo è il sadomasochismo. Sono quasi sempre le donne che appaiono legate, bruciate, torturate, picchiate e abusate. La varietà è una altra delle grandi menzogne ​​del porno.

“ Il porno si situa nel regno della fantasia”. Il porno realizza anche uno strano e perverso viaggio avanti e indietro, dalla realtà alla fantasia : si basa sulla fantasia per legittimare le sue rappresentazioni, le quali non sono più tali, perché sono invece realtà. Il reale è condizione sine qua, non per l'attuazione e l'efficacia delle condizioni della fantasia. La fantasia dello spettatore deve depositarsi su eventi reali, filmati, esibiti e contemplati. La verità è che nel porno nulla è fantasia, tutto è reale, se dieci tipi eiaculano in bocca a una ragazza,le dieci eiaculazioni sono reali, la ragazza le ingoia, vomita, le entrano negli occhi e, tutto, è reale.


"Il porno svolge un importante lavoro educativo." Spesso si loda la funzione pedagogica del porno: insegna come bisogna farlo. Quello che insegna davvero il porno è come trattare le donne: bisogna insultarle, disprezzarle, umiliarle, punirle, spaventarle, frustarle, aggredirle, soffocarle, distruggerle e vincerle. La seduzione è, naturalmente, qualcosa passata di moda. Eppure, è nella seduzione il principio giustificante di molti comportamenti (o insegnamenti) successivi. Sedurre è qualcosa di simile a ingannare: le donne bisogna sedurle, cioè, ingannarle. Una volta ingannate, si può fare con loro ciò che si vuole. Lo inganno è una trappola e la donna è la preda che ci casca. Una volta preda,il cacciatore è il suo padrone. In qualche modo l’abilità nel cacciarla legittima l’utilizzazione successiva: si può addomesticarla, mangiarla o tagliarle la testa ed esibirla come trofeo nel soggiorno. In questo senso è comune per gli attori porno più brutali essere indicati come "cavalieri" [12], una rozza maschera che non solo risponde ad un punto di vista antiquato, ma nasconde anche lo stratagemma del cacciatore: la galanteria come esca affinché si sposti l’attenzione della vittima. Chiaramente, molte volte, il porno salta questi ostacoli e va direttamente al punto: la violenta e basta. E se resiste, meglio: il piacere della resistenza è continuamente espresso nel porno. Così, un sito web dice: "Che cosa c’è di meglio di una tizia che vuole succhiarti il cazzo? Una che non vuole succhiartelo e deve farlo a forza.” La pedagogia non è limitata alla stanza da letto: fuori da essa si insegna come trattarle: impartendole ordini. Perché alle donne c’è da insegnare come devono comportarsi: sempre obbedienti, sempre sottomesse, sempre accomodanti, disposte a tutto,necessariamente predisposta ai rapporti lesbici per la soddisfazione del macho, spettatore e padrone, grata e sorridente se la sputano, grata e sorridente se la insudiciano, grata e sorridente se le danno due cazzi. Impura, docile. Vinta. Inerte.

SILENZIO E PAURA ('BONDAGE')
Criticare il porno sembrerebbe qualcosa di inconcepibile,perché si è diffusa l'idea che il porno piace, il porno è fresco, il porno è il migliore [13].  Il porno si è installato nella nostra società  e ha raggiunto la legittimità con una autorità sorprendente, anche tra coloro che non lo consumano. Chi sa davvero come sta la questione, cercherà la complicità dell’appassionato coglione che conduce inevitabilmente alla celebre "Sono tutte puttane". E’ sorprendente la resistenza degli ignoranti e la sfacciataggine degli intenditori. La sorpresa però svanisce se si tiene conto delle molte potenti strategie che ha seguito il porno per ottenere questa vittoria.
Quando il programma '21 giorni' sulla Cuatro, dedicò un reportage alla industria del porno e nonostante che in questo enunciato, non ci fosse nulla che indicasse che la presentatrice , Samanta Villar, interpretasse scene porno, la giornalista e il canale ricevettero una valanga di insulti e squalifiche per non essere “21 giorni  succhiando cazzi",come richiesto da molti commenti degli spettatori che si sentivano "delusi, ingannati e truffati." Se qualcosa si poteva criticare al programma  era la sua complicità con questa industria, il suo approccio e l'assoluta assenza di critica (al di là di un paio di volte, quando, Villar ha arricciato il naso). Proprio Villar dichiarava "La squadra ed io stessa volevamo dare una immagine del porno lontano dai temi di sordidezza, vizio o droghe.” Cioè, che si partisse da un pregiudizio positivo verso il genere. Qualcosa di sempre più comune e, allo stesso tempo, contro le solite idee della programmazione televisiva: è almeno curioso che quando in tutte le questioni cerchiamo di trovare il lato nascosto, nel porno si cerca di mostrare il lato positivo [14] .
Questa cautela, questa paura di disturbare la pornografia per dissentire dal discorso dominante (la pornografia piace) infine, è molto diffusa. Le teorie femministe sono ridicolizzate, anonimizzate e squalificate se sono contro il porno e ricevono consensi se sono a favore. I giornali cedono con piacere il loro spazio a opinioni così ridicole e dannose come quelle di Enrique Lynch [15] e Vicente Verdú [16], alfieri di questa estesa codardia e vergognosa società di uomini piagnoni che segnalano spaventati la perdita dei loro antichi privilegi.
Inoltre, al porno non interessa la coscienza, squalifica i penitenti, schernisce i pentiti [17] fino ad analisi brillanti come quelle di  Andrés Barba e Javier Montes ne “ La cerimonia del porno” mantengono una prudente e codarda tattica : sanno che addentrarsi in giudizi morali non vende, quindi la loro analisi semiologica e semiotica ovvia a tutto ciò che ci sta dietro, decodificando gli elementi estetici e simbolici delle esecuzioni, dimenticandosi volutamente del destino delle vittime.
Tutto questo costituisce un panorama di umanità positiva, in cui qualunque critica è sospetta , un ottimo terreno di coltura di ciò che potremmo chiamare reazionarismo inverso.

Normalizzazione ('PORNO CHIC')

Da Haro Tecglen [18] a Vicente Verdú,da Román Gubern a Salman Rushdie, da García Berlanga a Valentino Rossi[19], un nutrito elenco di scrittori, analisti e celebrità ha espresso la sua ammirazione e rispetto per il porno. La rivista Interviu pubblicò anni fa una vasta collezione di film porno accompagnato da alcune ristampe in cui, insieme ad alcuni dati tecnici, incluse dubbie analisi che abbondavano negli aspetti artistici del caso e nelle loro argomentazioni, colonne scritte da nomi celebri (attori e cantanti) in cui esponevano i loro punti di vista sul genere,
(tutti positivi se non giubilante), contribuendo così in modo ripetitivo a questa normalizzazione del porno,rafforzando l'impressione che il porno è divertente,sano (sano!), geniale e consacrando la sua introduzione nella vita di tutti i giorni. Qualcosa rafforzato anche dalla stragrande maggioranza dei media (alcuni più di altri: il lavoro del Gruppo Zeta e Prisa, incoraggiati dai vantaggi economici che lo sfruttamento di questo materiale ha fornito, è stato infaticabile), in cui la presenza di annunci di prostituzione non smette di crescere.  Così la griglia di Digital Plus si è andata riempiendo di spazi dedicati al porno e i loro incassi hanno visto crescere i canali dedicati al porno a scapito del cinema di prima visione,strategia comune a innumerevoli canali locali e generalisti. I film di Digital Plus comprendono sempre una sinossi recitata in termini “simpatici” con queste risorse puerili come la rima facile. Va bene tutto per rilassare il soggetto, per presentarlo come qualcosa di innocuo, e sembra che la cosa funzioni, che le persone si divertano con queste cose. L’emittente SER ha festeggiato 20 anni di porno di Plus in un tono davvero festaiolo e pieno di risate. Non so il motivo perché faccia così ridere il porno ma ho paura che siano risate nervose, almeno finiscono per sembrarlo. Anche se per Digital Plus rimane imbarazzante la questione di non mandare materiale porno durante la settimana santa (solo al botteghino).
 El País Semanal ha esaminato la questione in prima pagina, senza sollevare critiche, senza porre domande elementari e si è sforzato di offrire al grande pubblico una immagine sana, normale e appetibile della industria. L’unica denuncia è la pederastia, anche se si permettono e si celebrano i costanti riferimenti pedofili nei film per adulti,
dove il riferimento a bambini e adolescenti è travolgente, dove si sfrutta l’immagine e i comportamenti infantili, dove si applaudono le produzioni con giovani che hanno appena compiuto diciotto anni, dove si gioca con le ambiguità della età: il pene adolescente noto anche come  barely legal (a mala pena legale), attrici o modelle  porno molto giovani dall’aspetto quasi infantile.
Anche coloro che osano metterlo in dubbio finiscono per cadere nelle sue trappole. Nel suo ultimo romanzo, Snuff, Chuck Palahniuk perde una buona occasione per scuotere i miti del porno. Lo scrittore ha scelto lo squallore e l'escatologia, piuttosto che andare a fondo della questione, perdendo forza e tempo nel confezionare un inutile catalogo di titoli presumibilmente simpatici in cui si ricorre per l’ennesima volta alla parodia di film di successo [20]. Una delle protagoniste, la rappresentante di un attrice porno dice: "Non importa che una donna è una concubina o una damigella di redimere,non c’è qualcosa più gratificante di un oggetto per un uomo”. Quella che sembra una critica include l’accettazione che l’uomo abbia bisogno di fare ciò che vuole fare con le donne. Ha bisogno di sputarle, frustarle, umiliarle, insultarle.
Naturalmente i protagonisti del business difendono il loro sistema. Il produttore pornografico Larry Flynt afferma che la pornografia è vitale per la libertà e che una società libera e civile debba essere giudicata per la sua disponibilità ad accettare la pornografia.
Il noto Max Hardcore spiega che ha iniziato a fare porno, perché nella esistente pornografia non c’era quello che lui voleva che ci fosse e si diverte a raccontare come le ragazze che vengono a casa sua non hanno idea di che cosa ne sarà di loro.  La sorpresa, la menzogna,il ricatto, la minaccia sono le sue armi. "Il segreto è di polverizzare la loro volontà ridurle a pezzi e, quando sono così ridotte, schiacciarle ancora di più”, afferma tra le risate. Si potrebbe pensare che il caso di Max Hardcore rappresenti il peggio di questo business, in realtà ci sono colleghi che negano le loro pratiche perché sembrano estreme e perché danno una cattiva immagine del genere, ma la verità è che le loro prodezze bevono dal porno  tedesco e giapponese e hanno fatto scuola tra i produttori statunitensi ed europei. I loro modi e mezzi diventano sempre più comuni  nelle produzioni commerciali, vecchie star come Rocco o Vidal vanno oltre, per non essere da meno (gli sputi, il vomito, le frustate,gli insulti sono marchi in entrambi i casi) e grande parte del porno emergente si sente ispirata e legittimata da questi maestri.
Quando Rocco è intervistato sulla violenza dei suoi film [21] si difende così: "La violenza è semplicemente il mio modo di vivere la mia sessualità, e molte donne lo capiscono".
Alcune attrici riconoscono di essere state maltrattate e terrorizzate da quelli, però lo dicono a denti stretti, per non mettere a rischio la loro posizione e tendono a non dare importanza alla questione.
Neppure gli analisti sfuggono a questa normalizzazione. Gabriela Wiener è una scrittrice peruviana diventata famosa per “essere andata in Spagna, aver scopato Nacho Vidal e de-scriverlo”.  Il fatto non è esattamente vero: se a qualcuno preoccupa leggere la sua Sexografías, prova che tale affermazione è lontana dalla realtà : dopo aver definito tranquillamente (irresponsabilmente) Vidal come “"lo stupratore che ogni donna vorrebbe incontrare sul suo cammino quando è annoiata di fare l’amore”,Wiener racconta di un incontro nel quale Vidal le chiede di indicarli i peli pubici e si masturba schizzando sulle sue scarpe. Tale atto è qualificato da Wiener, incomprensibilmente, come la sua vendetta personale a nome di tutte le donne che hanno subito abusi da Vidal. Il pericolo delle sue tesi disperatamente provocatorie fu evidente in una tavola rotonda del primo festival Eñe chiamato "Pornófilos" quando Wiener rifiutò di psicanalizzare il suo debole per il porno, "Mi farebbe apparire come una nazista, scoprirei che sono razzista e questo non mi piace”. Infine, un critico sopra  ogni sospetto come Jordi Costa afferma: “ Pensare che i film classificati X sono altamente orientate a soddisfare le esigenze degli uomini umiliando un po' le donne è uno dei pregiudizi che di solito circondano il porno e con il quale dissento. Il porno deve essere visto come fantasia. È una finzione, per così dire, si svolge in un universo di passioni eccessive, che non sono rette dalle stesse regole morali della nostra vita. D'altra parte, ci sono molte donne che dirigono film porno e ciò che fanno, non può dirsi proprio amabile. Il porno più blando e paternalista spesso lo fanno gli uomini che credono che dietro ogni donna ci sia una Heidi che preferisca una carezza ad un morso appassionato ". E aggiunge: "Il porno piace perché è la sublimazione delle nostre fantasie più intime come un grande spettacolo."  Esatto: lo spettacolo di aggressione contro le donne [22].
L'ispirazione è uno dei grandi effetti di questa normalizzazione del porno. La televisione, il mondo del pop, i videoclip,  i film, la pubblicità [23]sono sempre più influenzati dalla  estetica ed etica pornografica.

Effetti e le conseguenze (‘CUMSHOTS & BUKKAKES’).

Possiamo trovare teorie circa gli effetti della pornografia completamente opposte. I suoi sostenitori lodano le sue "virtù pedagogiche" o insistono sulla impossibilità di collegare comportamenti o atti violenti alla pornografia, mentre i suoi detrattori ricordano che una delle motivazioni fondamentali del consumo di pornografia è di acquisire nuove idee e proposte per poi metterle in pratica.
Alcuni studiosi dimostrano che almeno la pornografia lascia l'impressione agli spettatori che il sesso irresponsabile non ha conseguenze negative.  Altri espongono numerosi cambiamenti nel comportamento sessuale dopo l'esposizione alla pornografia, includendo la banalizzazione dello stupro. Alcuni definiscono la pornografia come una squalifica della sessualità che interiorizza idee distruttive in associazione con la stessa. E 'qualcosa di molto vicino alla nostra tesi del sequestro del sesso.
Tuttavia, la cosa peggiore è che il porno è impunito. Chi voglia guadagnare una fortuna maltrattando le donne può farlo senza paura. Nessuno gli darà fastidio né lo criticherà: diventerà ricco e sarà applaudito. I fan di questo genere potranno affermarlo orgogliosamente. Si dichiarano misogini senza problema e saranno celebrati e ammirati.
Non si tratta di salvare il porno (da parte mia può andare a farsi fottere!) però si possono aumentare i suoi limiti. Né si tratta di ricorrere alla censura, inefficace e perché provocherebbe il solito fallace argomento della libertà di espressione. Si tratta di controllare come si crea il prodotto, di lottare contro l’esaltazione del terrorismo di genere. C'è un modo semplice per farlo: conformarsi ai diritti umani. Andrés Barba e Javier Montes ricordano nel loro citato saggio che Potter Stewart, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti ha posto le basi della giurisprudenza in questa materia, affermando che "non saprei definire la pornografia, ma sarei capace di riconoscerla”. Allo stesso modo, se qualcuno non sa come definire questi limiti, saprebbe però riconoscerli. E se  ha qualche dubbio, può risolverlo con un esercizio molto semplice: mettersi per un momento al posto di queste donne.
Capirà, allora, immediatamente quel che è il porno: semplicemente la celebrazione di un crimine.



traduzione di Lia Di Peri

NOTE


El estado mental

sabato 7 febbraio 2015

Il femminismo digeribile





 
I modesti progressi in tema di diritti (modesti per la loro portata ed "evoluzione" dolorosamente lenta) si mescolano con i segni più crudeli della società patriarcale come i femminicidi e gli stupri, che non diminuiscono. Se non fosse tragico, si potrebbe dire che sia ironico.
In questo contesto, i Media sono diventati il "campo di battaglia” del femminismo della lobby parlamentare, quel femminismo che si conforma al concetto “alcuni diritti per alcune donne, perché il niente sarebbe peggiore”. Detto così potrebbe suonare duro e massimalista, ma celebrando piccole concessioni si trascurano contemporaneamente le richieste urgenti e profonde della maggior parte della metà del mondo. L’eccessiva rappresentazione femminile nel lavoro precario, nella tassa della povertà, la differenza tra la vita e la morte, che significa la criminalizzazione dell'aborto, per citare alcuni esempi.

La roccaforte di questa “battaglia culturale” ha trovato posto in quella tendenza pubblicitaria chiamata "fempowerment" (potenziamento femminile). Aziende come Dove e Always scelgono questa strategia per vendere i loro prodotti, perché gli stereotipi non vendono più come prima. Nonostante che, sopravvivano immagini di casalinga e madre devota, le aziende devono dirigersi verso una generazione di donne che lavorano fuori di casa, che occupano posti di rilievo, guidano organizzazioni e, soprattutto, un importante settore di consumo.
Se molte idee femministe sono visibili nei media, ciò vuol dire che si sono superati pregiudizi machisti e immagini sessiste? In parte sì, ma non è possibile scindere questo “risultato” dalle lotte che le donne hanno dato per decenni e sarebbe ingenuo pensare che il capitalismo non si sia appropriato a suo modo, di queste idee.
Questa riappropriazione non è innocua o disinteressata. Si fabbrica un’immagine di donna che la differenzi dalla casalinga anni ‘50, ma la donna nella pubblicità resta bianca, occidentale, eterosessuale e, naturalmente, di classe media.
L’unica differenza è semplicemente che alla casalinga vendevano un forno che avrebbe fatto felice il marito, oggi, la donna moderna, balla in un supermercato mentre compra lo yogurt e canta “Non mi piace pagare meno”. Questa donna moderna non è una donna qualsiasi. Nulla ha che vedere, per esempio, con le lavoratrici precarie, che sono ironia della sorte le principali destinatarie dei prodotti della casa, dei pannolini, del cibo. Le immagini della sua vita reale resta invisibile.
Le bambine non giocano più  a fare la mamma, adesso, corrono e colpiscono come una “ragazza” (Always), sognano di essere scienziate (Verizon) e non sono condannate ai giocattoli rosa. Anche queste bambine non sono bambine qualsiasi. Non sono le bambine che, in tutto il mondo, ingrossano le fila della povertà, che vedono frustrati i loro sogni, perché non arrivano a finire le medie o che trascorrono lunghe giornate a prendersi cura dei loro fratelli e sorelle e fanno i lavori domestici che le loro madri non possono fare.

Le pubblicità “ femministe” recitano: “Essere una donna non è una cattiva cosa né essere inferiore, essere donna è molte cose”. Questo può essere un messaggio “coraggioso” per milioni di telespettatori, però non combatte né la misoginia né il machismo ed è assolutamente insufficiente.  Che cosa ha a che fare uno yogurt con due secoli di lotte delle donne? Poco o nulla.  Però questa “ guerra culturale”, questo femminismo del “ peggio che niente” sta trasformando la lotta e la critica in agenda “razionale” e accettabile per questa società. Niente di più lontano da qualunque traccia radicale, di quelle lotte che conquistarono i diritti fondamentali.
Non è un risultato logico, non un destino inevitabile. Per il femminismo della prima ondata (inizio del XX secolo), non c’era divisione tra i diritti politici e sociali delle donne.  Questo portò l’ala sinistra del suffragismo a convergere con le lotte operaie. Ci sono diversi esempi: negli Stati Uniti, le suffragette sostennero lo sciopero delle operaie tessili nel 1909; in Inghilterra, l’ala radicale del suffragismo rifiutò i “ diritti per servire” (nella Grande Guerra) e si unì alla lotta delle lavoratrici; in Argentina, suffragette come Julieta Lanteri collaborarono a stretto contatto con le grafiche e le lavandaie nel primo ‘900.
Per il femminismo della seconda ondata (1960-1970) la lotta contro il patriarcato si legava in modo naturale alla messa in discussione del capitalismo e questa non era una visione marginale. Tuttavia, una larga parte si è convertita al femminismo tecnocrate e da Ong, a ritmo della restaurazione conservatrice e si è insediato negli uffici e agenzie governative.
Poiché questi settori hanno lasciato la strada (farla finita con il capitalismo per farla finita con il patriarcato) e la prospettiva anti-capitalista, le classi dirigenti sono stati in grado di attingere a queste idee, addomesticandole. Così fu troncata l’emancipazione con l’integrazione, la tolleranza con la libertà e la liberazione delle donne con il  femminismo "digeribile".
L'idea più pericolosa di detto femminismo è accettare lo stato attuale delle cose, le minime e condizionate concessioni, i diritti limitati per alcune donne, credendo che cedendo qualcosa arriverà il momento in cui, tutti i nostri diritti saranno riconosciuti. Non per essere guastafeste, però il patriarcato è sopravvissuto per secoli, si è adattato a nuove condizioni e la società capitalista ha solo aiutato a perpetuarlo. Non comincerà, di certo, a farci dei favori nel 2015.

La lotta per i diritti delle donne, la lotta contro il machismo, l’emancipazione femminile, non è passata di moda. Quello che è anacronistico è il femminismo che si adegua e si adatta al femminismo digeribile.


la izquierda diario.com

(traduzione di Lia Di Peri)

giovedì 18 settembre 2014

La condizione ideologica del silenzio nella violenza di genere






Oggi non esiste ma non è mai esistito un pronunciamento istituzionale sulla violenza di genere. Le questioni concernenti l’organizzazione della lotta contro la diseguaglianza, le strutture pubbliche idonee a prendere decisioni in questa materia o i significati sociali che potenziano la violenza non si prospettano né si sono mai prospettati come importanti per perseguire la vera eliminazione della violenza di genere.

Wright Mills ha scritto che la mancanza di questioni pubbliche non è dovuta all’assenza dei problemi, ma alla condizione ideologica della sua invisibilità. L’inerzia e il silenzio istituzionale su questo problema sono ciò che sta de-politicizzando questa lotta. E spieghiamo il perché.
L’egemonia sulla definizione su cosa sia politico, su ciò che conta o no, su quali siano le questioni pubbliche urgenti, sulle priorità e su ciò che invece può aspettare, è sempre stata contestata dal movimento femminista sin dalle sue origini. Fu dagli anni ’60, però, che molti movimenti sociali sovversivi cominciarono ad acquistare forza in questa direzione, ampliando i limiti di un presunto pluralismo nel dibattito politico e portando nella sfera del pubblico, i dibattiti sui processi decisionali, dell’imperialismo culturale o i problemi concernenti, i rapporti della vita quotidiana, che fino allora non avevano mai avuto una lettura politica. Discutere su questi problemi, comportò la loro politicizzazione, perché per la prima volta entravano nella sfera della contestazione pubblica, mettendo in discussione implicitamente questo limitato pluralismo, che gestiva la concezione tradizionale di spazio pubblico delle nostre democrazie.
Non è un caso, che  il trionfo dello slogan – durante il decennio degli anni sessanta – fu “il personale è politico”. Grazie a questo slogan, il movimento delle donne portò nella sfera pubblica, molti temi e pratiche che erano sentiti come troppo banali, private o intime, per la discussione o l’azione collettiva. La violenza di genere fu una di quelle. Fino allora una persona maltrattata dal suo partner era una questione privata che doveva rimanere nella sfera intima delle relazioni personali. Non era una questione politica. La sua visibilità aiutò a prendere coscienza del fatto che il “potere” non è qualcosa che si esercita solo a livello macro, ma anche dentro le relazioni di coppia, perché questi rapporti di potere sono espressione di modelli strutturali di diseguaglianza. Era chiaro che bisognava re-significare gli spazi del pubblico e del privato e fare sì che nel privato arrivasse la democrazia.
Per la teoria femminista fu faticoso mostrare che definizioni come “ violenza” dovevano essere contestate da una condizione di predominio maschile. Secondo quanto affermato da Liz Kelly, in uno degli studi di riferimento sulla violenza di genere, pubblicato negli anni ’90, era facile capire perché gli uomini, in difesa dei loro interessi di gruppo e come principali autori di essa, avessero limitato in gran parte, la sua definizione. Si prese coscienza che definire qualcosa è sempre problematico. C’è bisogno di una buona teorizzazione e prova empirica. Occorre, però, come afferma Marta Minow, aver  presente, che le definizioni si costruiscono socialmente, che le categorie non rientrano in modo naturale nel mondo, ma che sono caricate di pregiudizi incartati in norme culturali, in attese e valori sociali.
L’intenso lavoro dalla prospettiva femminista permise di problematizzare le definizioni dominanti e ampliarle in modo più inclusivo. La comprensione della violenza poté essere adattata gradualmente a quella che era la reale esperienza delle donne, individuando un’ampia gamma di comportamenti fisici, verbali, sessuali, emozionali e psicologici, che le donne vivevano come violenza, perché producevano sistematicamente umiliazione e disprezzo, perdita della propria autonomia fisica e mentale e una rottura dello strato più profondamente emotivo che, nei casi più gravi, poteva provocare una totale mancanza di rispetto per se stesse. Tuttavia, le ricerche femministe oggi, devono ancora affrontare le tensioni delle definizioni dominanti come quella, per esempio, di ciò che significhi, essere violentata, e di  quello che molte donne vivono come stupro anche se in silenzio. La prova empirica portata dalla letteratura femminista ha dimostrato che, molte donne rimangono in silenzio, perché prevedono la situazione di mancanza di rispetto o quella di non essere prese sul serio.
Un ambiente che promuova la libera espressione di queste esperienze di abuso è un contesto più democratico, perché aiuta a identificare e nominare questi problemi, perché aiuta a sviluppare un linguaggio normativo che nomini questa ingiustizia. Ci deve essere un contesto politicizzato e consapevole, che davvero metta in discussione le strutture di genere che governano le nostre società.
Oggi, tutto il dibattito sulla diseguaglianza di genere è andata perduto. Non c’è nessun membro del governo che lo sostenga, nessun progetto istituzionale che lo assuma e  che articoli uno schema politico diretto a eliminare le relazioni assi metriche di potere che sono radicate nella diseguaglianza di genere.
Quest’assenza del discorso, tuttavia, funziona ideologicamente, perché la mancata assunzione della violenza di genere è l’implicita assunzione della disparità di genere nell’orizzonte politico. Per questo, mantenendo il silenzio, il governo (i governi) egualmente si schiera. Prima di riformare una qualsivoglia legge sulla violenza di genere – come ha dichiarato di recente la ministra spagnola Ana Mato -  forse è più importante che si cominci ad applicarla.




(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 15 agosto 2014

L'embrismo: un mito prodotto dalle paure machiste

di Vanessa Rivera della Fuente *







Nella mitologia greca, la Gorgone era uno spietato mostro femminile. Il suo potere era così grande, che chiunque provasse a guardarla rimaneva pietrificato. Le gorgoni sono rappresentate, a volte, con ali dorate, artigli di bronzo e zanne di cinghiale e i capelli intrecciati con serpenti.
Terrificante vero? La stessa percezione che hanno le persone del mito moderno legato allo sviluppo del femminismo: l’embrista. Essendo un mito “appropriato” nessuno l’ha mai vista, però tutti e tutte ne hanno paura. E’ la somma di tutte le paure del patriarcato e delle stesse donne rispetto alle altre.
Tuttavia, se analizziamo la questione, né l’embrista, né la femminista estremista e neppure la nazi-femminista esistono come esseri diabolici che si aggirano cercando di pietrificare gli uomini con lo sguardo o sterminarli nella camera a gas. Sono leggende metropolitane appartenenti alla mitologia patriarcale, riversata nel caldo dell’inerte ignoranza.

Definendo l’embrismo.

Digitando su Google il termine “embrismo”, la maggior parte delle definizioni sono abbastanza laconiche catalogandolo come il contrario del machismo. Seguendo la definizione, l’embrismo sarebbe il contrario del machismo, quindi, per sapere che cosa sia l’embrismo, bisogna vedere cosa sia il machismo.
Il machismo, espressione che deriva dalla parola “ macho” è definito dal Dizionario come "l’atteggiamento arrogante degli uomini verso le donne". Il machismo comprende l’insieme dei comportamenti, atteggiamenti, convinzioni, pratiche sociali e credenze volte a giustificare e promuovere le condotte percepite tradizionalmente come eterosessualmente maschili e discriminatorie contro le donne.
Se l’embrismo è l’opposto del machismo, esso sarebbe quindi, “ l’insieme di atteggiamenti e credenze destinate a giustificare e promuovere il mantenimento di comportamenti percepite come eterosessualmente femminili e anche discriminatori contro gli uomini”. Non è strano tutto ciò? Per essere un movimento così potente che soggioga e opprime gli uomini e li violenta in casa, nei campi e li giudica, il suo sviluppo teorico è molto semplicistico e, coincidenza, si definisce come un riflesso del machismo, così come il femminile è stato definito da sempre, come l’immagine speculare del maschile.
Il machismo è l’insieme d’idee, comportamenti e atteggiamenti socializzati, ampiamente appresi, con un forte rinforzo culturale, pertanto accettati e normalizzati. Il machismo, quindi, conta su un sistema che consente la sua riproduzione. Dov’è il sistema culturale, la pratica sociale, l’ossatura della tradizione, la struttura d’appoggio che permette la riproduzione del presunto embrismo? Chi dice che “ le donne sono così, è normale, è la loro natura”, quando esprimono comportamenti che le fanno guadagnare l’etichetta di embriste?
Come dichiara Beatriz Gimeno: “ C’è un movimento, un’ideologia, un pensiero, una teoria, dei testi,  che sostenga che gli uomini debbano essere sottomessi alla disuguaglianza, nella quale viviamo noi donne? Che dovrebbero essere spogliati dei loro diritti economici o politici, che debbano guadagnare meno, che si meritano di essere oggetto di violenza da parte delle donne, che debbano essere reclusi nelle loro case, lasciare il mondo lavorativo e lo spazio pubblico?”.
In quale posto esiste un sistema di dominio destinato a soggiogare gli uomini, appoggiato dalle leggi, finanziato dalla Banca mondiale, controllando il potere politico e i mass-media per mercificare gli uomini e violentarli per essere tali? L’embrismo, presumibilmente, contribuisce a mantenere un comportamento eterosessulmente femminile. Tutte le volte, che si qualifica sempre qualcuna embrista si fa perché quella donna ha mostrato comportamenti legati al maschile: violenza, aggressività, senso competitivo, ambizione di potere, ecc. L’evidente contraddizione conferma l’impronta machista del concetto. Quale sistema, ideologia, teoria, difende il mantenimento di comportamenti eterosessuali femminili? Quale sistema è nella posizione privilegiata di definire ciò che è femminile o no, ciò che è maschile o no e chi è embrista o no?
E’ penoso che dobbiamo continuare a farci del male le une con le altre con etichette inventate dal patriarcato. Come se non fossero già abbastanza le definizioni canoniche di santa, madre, vergine, strega, folle e puttana. Adesso, c’è questa moda di dire “ Io sono femminista e voglio l’uguaglianza, non come queste embriste/nazi-femministe” Il che equivale a dire “ Io sono una signora, non come queste donne sciolte, là fuori”.  Cioè “ Le altre sono quelle più cattive”. Questo patriarcato introietta l’elevata purezza. Rileva la parola “altre”, perché questo tipo di elaborazioni sono quelle che ci mantengono in una situazione di alterità che ci impedisce di costruire il “ noi”.
Perché analizzare il concetto di embrismo? Perché noi donne siamo state educate storicamente a diffidare del nostro potere, a squalificare il potere delle altre donne, per confrontarci solamente con l’approvazione maschile. L’embrismo è un’invenzione machista, affinché le donne rifiutino l’emancipazione delle altre, quando non compiacciono il patriarcato. Ci fanno credere che è male ribellarsi di fronte alla discriminazione di genere e che ci siano donne ribelli buone e donne ribelli cattive, secondo il grado di approvazione che concede il sistema patriarcale.
L’ embrismo è utilizzato per rafforzare la socializzazione negativa delle donne. Abbiamo imparato che solo sotto la protezione e la guida dell’autorità maschile, siamo sicure che dobbiamo diffidare delle altre donne, perché come diceva mia nonna, sono ruba-mariti, perché tradiscono, perché le donne sono volubili e solo sottomettendoci che arriviamo a bilanciare, controllo e tranquillità. Le embriste, allora, sono un pericolo per il sistema, perché non cercano la sua approvazione e mettono a rischio la socializzazione negativa, che permette di dividere e controllare le donne.
Le donne non hanno sorellanza con le loro pari o competono senza scrupoli per il potere, hanno una logica patriarcale nel modo di vedere il mondo, però non sono embriste. Sono riproduttrici del machismo, così come quelle che accusano di embrismo. Pertanto, il discutibile in questo caso è il patriarcato e i suoi modelli di naturalizzazione delle relazioni umane disuguali, non certo il femminismo.
Delegittimare i processi di autonomia delle altre donne è esercitare violenza simbolica, con uno stereotipo che demonizza la consapevolezza del potere delle donne, come comportamento aggressivo estremo. Chiamare embrista le altre donne è essere d’accordo che il patriarcato abbia ancora il diritto di definire e dirci quale femminismo accettare, quali siano i processi emancipatori più legittimi o no, quali donne siano brave e quali siano cattive dentro i movimenti e no. Implica che sia giusto escludere mediante etichette e stereotipi quelle donne il cui cammino verso la liberazione sembra più minaccioso rispetto a quello delle altre.
L’embrista se davvero esistesse, non sarebbe giammai un pericolo per le donne che cercano autonomia, ma per il sistema oppressivo, per gli oppressori e riproduttori e riproduttrici.
L’embrismo è il mito inventato dal machismo per non ammettere la sua paura delle donne senza paura.

 * El quinto poder

traduzione di Lia Di Peri




domenica 22 giugno 2014

Prostituzione. L’istituzione più antica del Patriarcato.

La prima edizione del Dizionario Ideologico Femminista di Victoria Sau risale al 1981. Tuttavia, ancora oggi, è la definizione più completa della prostituzione.


Victoria Sau: Diccionario ideológico feminista (1981), (2000) Barcelona, Ed. Icaria









Prostituzione. Istituzione maschile patriarcale secondo la quale un numero imprecisato di donne, non arrivano mai a essere distribuite a gruppi specifici di uomini dal collettivo maschile, al fine di non essere in balia di uno soltanto, ma di tutti quelli che vogliono accedere a esse, la quale è di solito mediata da una semplice compensazione economica. Una volta resa possibile e creata l’istituzione per gli uomini, l’evoluzione della stessa e le sue forme sono molteplici. Le prostitute sono a volte chiamate “ donne libere”, nel senso che non hanno un padrone unico (marito), ma viceversa sono esposte al trattamento autoritario e patriarcale di tutti o di alcuni uomini. Legalmente, come ogni donna non sposata, non può avere figli, ma, di fatto, è inevitabile che a volte li abbia, anche se, senza nessun riconoscimento sociale (*).
Storicamente, pare che fu Giustiniano a dare per primo la definizione di prostituzione, che può essere ancora valida oggi, secondo il corrente dizionario maschile: “ Donne che si danno agli uomini per denaro e non per piacere” (Dallayrac: Dossier prostituzione).
La maggior parte degli studiosi sul tema della prostituzione tende a cadere nei seguenti errori:

     Dicono che la prostituzione sia stata istituita dalle donne stesse.
-      -  Considerano le origini della prostituzione – sacra prostituzione – come non prostituzione, ma          come elevazione al rango di sacerdotesse dell’amore.
-      -  Pensano che la prostituzione fosse ignominiosa solo dalla sua regolamentazione nella Grecia         del V secolo.

Questi autori non chiariscono, perché essi stessi non riescono a “spiegarselo”, l’inarrestabile declino nel tempo dalla condizione di sacerdotessa a quella più volgare di meretrice.
La sacra prostituzione consisteva nell’obbligo di consegnarsi a qualsiasi straniero, che la richiedesse dalla balconata e la scegliesse lanciandole una moneta. L'atto sessuale si svolgeva all'interno del tempio e il denaro era per il culto della dea o un dio. La prostituzione sacra fiorì in Babilonia circa 2000 anni prima della nostra era, ma si diffuse tra le altre nazioni, in Egitto, Fenicia e Grecia. In India esiste ancora oggi.

Occorre in primo luogo, porre in discussione lo status di sacerdotessa che, se vista oggi, appare di maggior grado della prostituta attuale, ma era, in realtà, una condizione che esprimeva tutta la decadenza della donna. In un mondo già patriarcale le dee della fertilità erano “determinate” per la stessa e anche circondate da templi di divinità di chiara preminenza maschile, serviti anche da donne. L’impossibilità per la prostituta di rifiutarsi a un uomo indica come fosse coartata la sua libertà di scelta. In più, le sacerdotesse arrivarono a scomparire dai templi, compresi quelli dedicati alle dee femminili che furono sostituite da uomini. La legge volle allora che fossero le donne in età da marito, quelle che prima di contrarre matrimonio, si prostituissero un giorno sui gradini del tempio, come necessaria condizione per essere di un solo uomo e così potersi legittimamente negare agli altri. Ci sono autori che vedono in questo, un rito di fertilità, poiché sia Ischtar come Milita e Afrodite del periodo greco classico sono divinità che proteggono il travaglio. Alcuni vi vedono un rito di deflorazione a carico di un uomo che non è il marito dovuto alla mitica paura di quell’atto. L’”ospitalità sessuale” inoltre, che è ancora praticata in molti luoghi in tutto il mondo, anche tra i Lapponi, potrebbe essere la base dell’obbligo di consegnarsi a un “estraneo” e risponderebbe al diritto conservato nel contratto sociale maschile, secondo il quale ogni uomo può avere accesso alla donna in un determinato momento (che sarebbe giustificato da motivi di spostamento), nonostante i limiti, la privatizzazione delle donne che il gruppo maschile autentica col nome di matrimonio. Georges Devereux, etnologo e psicanalista, rileva tuttavia, una differenza importante tra le prostitute sacre che lavorano nel tempio di una dea ("donne sante") e quelle che lo fanno nel tempio di un dio (deva dasi). Temporaneamente o permanentemente, le prime servono una dea vergine, che ha numerosi amanti, che incarna nei suoi rapporti sessuali con uomini reali. L’uomo è in una posizione d’inferiorità rispetto alla dea e alla sua rappresentante umana. Il pericolo, afferma Devereux, è nei "capricci crudeli della dea", i cui giovani amanti morivano sempre presto e spesso tragicamente.
Quest’autore trova delle somiglianze tra le prostitute prestigiose della società pre-ellenica e le “ sante donne” del Medio Oriente, tra cui Corinto nella Grecia continentale. Le prime erano agli occhi dei greci delle “selvagge”, non inserite nel nuovo ordine, che dovevano essere domate e quest’addomesticamento era precisamente la deflorazione. Inoltre, per approfondire la struttura psicologica della prostituzione sacra (rituale) in Medio Oriente Devereux ci porta al conflitto che deriva dall’atto della deflorazione di una vergine, come già osservato in precedenza. Ciò che è sicuro è che l’appellativo di vergine, non comprendeva la verginità anatomica di una Grande Dea (single) che arriverà dopo. Vergine era dunque pari a libera, non sottomessa al matrimonio, a prescindere dagli amanti che la dea aveva avuto. La prostituzione andrà degenerando dentro la stessa istituzione maschile con la conseguente perdita di prestigio della prostituta. “ E’ possibile che il nuovo sistema patriarcale non abbia potuto tollerare né la donna single, libera rispetto al suo corpo e, giocando un ruolo importante, sia nel culto delle dee vergini (e della fertilità), come nell’ambito del rituale agrario, la sradicherà totalmente dalla pietà degli agricoltori conquistati. Il compromesso sembra essere stato una consacrazione completa - e quindi strettamente limitata della promiscuità arcaica, da cui derivò la “santa donna”, sacerdotessa di dee vergini dei popoli conquistati ai margini della società secolare che fece del matrimonio una struttura sociale fondamentale (Femme et mythe).

Che la prostituzione non sia un’istituzione femminile, bensì maschile lo dimostra il fatto stesso che in Grecia si reclutavano le schiave importate a questo scopo, che avevano bordello in una cella dove esercitavano il  loro forzato lavoro . Dallayrac afferma che a causa di ciò esse avrebbero goduto di una maggiore considerazione di una semplice schiava domestica, ma il Dizionario Enciclopedico Ispano chiarisce che: “ In ogni cella del bordello viveva la prostituta schiava acquistata da Leno e sfruttata fino a quando, inservibile, era nuovamente rivenduta”.

A Roma, le prostitute erano reclutate tra la popolazione carceraria femminile, così da non comportare spese di gestione. Senza, comunque, dimenticare che il pater familias aveva il potere di vendere o affittare la moglie e le figlie alla prostituzione. Le prostitute non schiave potevano arrivare, tuttavia, a grandi estremi di povertà come indicato dalla più bassa delle tariffe applicate, soprattutto dalle più insignificanti che esercitavano vicino ai cimiteri. Erano private di quasi tutti i diritti ed erano costrette a indossare la toga infamante che, in altre epoche, fu sostituita dall’obbligo di tingersi i capelli con lo zafferano o altri segni infamanti. Nei templi dell’India, almeno fino al 1926, le bambine andavano a servizio da un sacerdote per apprendere più tardi all’età di 5 anni, la “professione”.

Nel cristianesimo, la posizione della Chiesa è di obbrobrio per le prostitute, ma di tolleranza se non di riconoscimento della prostituzione. Padri della Chiesa come Sant'Agostino e San Tommaso la considerano necessaria, in quanto grazie a essa si potrà conservare l’onestà delle donne sposate e la verginità delle nubili. Questa doppia morale che impregna tutta la fase feudale è mantenuta dalla borghesia e dal capitalismo quando arrivano al potere. Il pensiero socialista sarà il primo a interpretarla come l’inverso del matrimonio, poiché l’una e l’altro si spiegano a vicenda. Le condizioni sociali abiette proprie dell’era industriale, favoriscono l’aumento della prostituzione che si è evoluta dato che, non è necessario più puntare il dito o decretare per legge che le donne devono essere prostitute, come nell’antichità: basta che l’istituzione sia attiva e le condizioni sociali facciano da sé lo stesso, il che permette di mantenere la coscienza “ pulita”, perché sono le donne che, volontariamente, scelgono quest’opzione. Così afferma Tardieu nel Dizionario enciclopedico ispanico, sopra citato “"Dopo queste cause, così numerosi e così tristi, è un’idea confortante che la società non incoraggi nessuno a questo mondo di depravazione, le cadute sono, con qualche eccezione, volontarie”.
Nel Nuovo Mondo la prima casa femminile è stata aperta nel 1526 a Puerto Rico: “…. Per l’onestà della città e delle donne sposate di questa e per evitare altri danni e inconvenienti, sorge il bisogno che si apra in questa città, una casa di donne pubbliche (O'Sullivan, N.: Las mujeres de los conquis­tadores). Il testo parla da sé.
Adesso i metodi indiretti del patriarcato per indurre le donne alla prostituzione sia essa regolamentata o no, sono più sottili che mai, però possiamo indicarne i principali:

 - la commercializzazione del corpo della donna attraverso tutti i mezzi possibili da parte dei mass media, al servizio dell’industria capitalistica che trae profitto esentasse con la vendita di vari prodotti che contribuiscono a creare il contesto necessario per il rapporto cliente-prostituta
- la mancanza di una pari opportunità tra i sessi, che lascia le donne in una posizione debole e incerta e dipendenti dagli uomini
 - l’istituzione stessa che permette a qualunque donna, per il solo fatto di esserlo, in qualsiasi momento, di essere prostituita o di darsi alla prostituzione.
Quest’ultimo punto, il più importante, fa sì che il problema riguardi ugualmente tutte le donne.


Il mestiere più vecchio del mondo. Espressione machista e sessista con la quale si vuole far intendere che la prostituzione è stata, è e sarà, o - che è lo stesso – è innata alla condizione della donna, immodificabile.
Prostituzione maschile. Non è simmetrica in nessun caso a quella femminile, occorre studiarla nel contesto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

* Diosa, Matrimonio, Sexualidad, Trata de blancas, Virgini­dad, Zorra.






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(traduz.di Lia Di Peri)