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domenica 24 aprile 2016

A Gaza non si resiste solo al blocco.

Laila e Shawqiyeh sono due donne palestinesi che sopravvivono su tre fonti: l'occupazione israeliana, il blocco israeliano-egiziano e una chiusa società patriarcale, che sottomette le donne in tutti gli ambiti della vita.

Isabel Pérez, giornalista, specializzata in questioni medio - orientali.







Sono poche le donne della striscia di Gaza che scelgono di non indossare il loro anello di nozze. Anche se divorziate o vedove, l'anello è come un talismano davanti agli occhi di chi vive soggetti a interpretazioni rigide della religione e tradizioni e costumi ancorati al passato.
Laila si è tolta il suo anello alla morte del marito in un bombardamento israeliano. Da quel momento, in cui ha anche perso i suoi due figli e una figlia, la vita di Laila è diventata una lotta con più fronti: quello dell’occupazione e il blocco israeliano e quello della società poco abituata a vedere una donna sola a portare avanti le sue quattro figlie.

Cinque giorni dormendo con i morti.

Laila si sposò quando aveva ventuno anni. Il marito lavorava curando orti nella zona di Jabalia, nel nord-est di Gaza ma lui ambiva a volere di più e più volte tentò di costringerla a prostituirsi.
Nel 2008, allo scoppio dell’operazione israeliana “ Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, la famiglia si trovò sulla linea di fuoco, molto vicina alle truppe israeliane che cominciavano a invadere la Striscia.
“Quando sono cominciati i bombardamenti vicino a casa, ho chiesto a mio marito di infilare i bambini dentro", dice Laila. "Improvvisamente un missile cadde proprio davanti al recinto. Mia figlia maggiore, Feda, rimase ferita a una gamba.  Ho iniziato a urlare a mio marito: Dobbiamo andare, dobbiamo uscire da qui!  Lui non voleva lasciare la casa. "
Il successivo attacco cadde su di loro.
“ Caddi a terra con mia figlia più piccola, Malak.  Non vedevo più nulla. C’era molto fumo e polvere. Poi ho sentito qualcuno gemere di dolore e chiedere aiuto ".
Laila si asciuga le lacrime, fa un respiro profondo e continua.
"Mio figlio Ibrahim è stato scaraventato a terra. Volli alzargli la testa ma la mia mano scivolava dalla sua testa aperta dal bombardamento. L'altro mio figlio, Rakan, era a brandelli. Mio marito giaceva senza vita sotto il tetto ", descrive Laila.
 Mentre ascolta le parole della madre, Neda, che ora è ventisei, porta le mani al viso, come a ricordare la scena. La sorella mori con i libri di scuola in mano “ Stava studiando sempre, voleva andare all’università" dice Neda, che era rimasta così colpita che non voluto portare a termine i suoi studi.
La madre la guarda con compassione, le dice di smettere di lamentarsi e che vada all’università. Neda non risponde, non solo ha registrato nella sua memoria l’immagine della sorella morta ma anche i cinque giorni passati a dormire con i morti nel cortile delle pecore.
"Non avevamo cibo, ma quello che mi preoccupava era che arrivassero i soldati israeliani e facessero qualcosa a mia figlia”, dichiara Laila.

La battaglia per la liberazione e l'indipendenza

Dopo quella guerra, Laila e le quattro figlie sopravvissute, Neda, Sana, Yasmin e la piccola Malak, sono andata a vivere nella casa della famiglia materna. Avevano perso tutto.
"A quel tempo, la famiglia di mio marito ci ha dato un piano ma ci trattavano male. Ci toglievano il denaro che ricevevamo da aiuti e sovvenzioni”, afferma Laila. Inoltre, hanno iniziato una campagna diffamatoria contro di tutte noi, contro l'onore delle mie figlie.”.
Alla fine sono state costrette a tornare alla famiglia di Laila. Con il sostegno finanziario, sono riuscite a costruire diverse camere; ma è arrivata un’altra guerra, questa volta più distruttiva.
"Nel 2014, gli israeliani hanno bombardato la casa. Stavo cominciando a essere indipendente ", lamenta Laila.
Qualche settimana fa, le cinque donne si sono trasferite in una nuova casa in affitto. Un prezzo che possono permettersi non senza sforzi.
"Qui a Gaza il peggio è la guerra. E 'difficile, ma ci dà la forza e la determinazione per pensare a come andare avanti e continuare a vivere come vogliamo, sempre sulla strada giusta. Sto insegnando le mie figlie a essere indipendenti e forti, "dice.
Laila sa che la società in cui vivono non è tutto ciò che esse si aspettano. "Siamo una società in cui le donne devono subire" afferma Laila guardando le figlie. "Le ragazze ora, la nuova generazione, hanno cominciato a muoversi a risvegliarsi e si stanno liberando gradualmente”.

Un divorzio come punizione



La vita di Shawqiyeh non è stata più facile di quella di Laila, pur avendo in casa un figlio maschio. Due volte divorziata, oltre a doversi scontrare con le guerre e con il suo secondo ex marito, che tenta di avere la custodia delle tre figlie e un figlio, Shawqiyeh deve anche combattere contro un fratello despota e manipolatore.
“ E’ stato mio fratello maggiore a costringermi a sposarmi due volte -  assicura Shawqiyeh. "Con il primo non sono stata molto a lungo. Con il secondo, invece, sono stata sposata quattordici anni e abbiamo avuto figli. Aveva avuto in precedenza un'altra donna e ha vissuto con i suoi figli, Ashraf e Anwar ". Quando la figlia maggiore, Zakiyeh, aveva dodici anni e suo figlio Mohammed sette, Anwar, che aveva la stessa età di Zakiyeh, colpì violentemente entrambi.

“Io volli difenderli ma Anwar ha provocato una grande lotta tra la famiglia di mio marito e la mia. Dopo l'evento, mio ​​marito mi ha rifiutato, ha divorziato e mi buttata fuori di casa, dicendomi che rimaneva con i miei figli - racconta Shawqiyeh.
Il giudizio per la custodia ha deciso che le figlie e il figlio avrebbero vissuto con il padre cinque giorni la settimana e due con la madre.
"Un giorno, mentre i bambini erano con me, è arrivato mio marito e se li è portati via – racconta. Quando ho tentato di impedirglielo ha cominciato a picchiarmi. Poi si è seduto sul patio e ha impedito che i vicini entrassero per vedere cosa stava succedendo.
I bambini e la madre non hanno potuto vedersi per due mesi, tempo durante il quale Zakiyeh, Basma, Mohamed e Tamam hanno rifiutato di pulirsi in segno di protesta.
Tamam aveva sette anni, quando una notte, non si è più trattenuto ed è scappato da casa. “ Mentre tutti pensavano che dormissi sono uscito dalla finestra della mia stanza e ho saltato il muro", dice sorridendo Tamam. "Sono andato fuori e ho corso verso la casa, dove stava mia madre."
Il malcontento dei bambini e le continue segnalazioni di Shawqiyeh hanno portato il tribunale a darle la custodia assoluta. Da quel momento la madre è stata costretta a trovarsi al più presto, una casa per vivere con i suoi figli e un mezzo per sostentarli.
“ I miei fratelli non volevano farci vivere con loro: i miei figli non portano il nome di famiglia, ma quello del mio ex marito. Non mi avrebbero aiutata – testimonia la donna.

In guerra con la società di Gaza e l’occupazione israeliana.
Shawqiyeh è andata a casa dei suoi genitori defunti: una capanna fatta di mattoni con piastre metalliche e tetto. Ha venduto tutto quello che aveva, compreso l'oro e i pochi gioielli, che i suoi ex mariti le avevano regalato, secondo la tradizione palestinese, come parte del contratto di matrimonio. Con il denaro raccolto è riuscita a ristrutturare la casa.
Dieci anni dopo, i bombardamenti israeliani dell'operazione militare 'Margine Protector' del 2014 ha distrutto la casa che tanti sacrifici le era costata, non solo per la sua debole struttura ma anche perché i suoi fratelli l’hanno obbligata ad andare via da lì. . Con il salario modesto percepito dalla figlia Zakiyeh e Mohamed hanno preso un piano in affitto, fino a quando è arrivato un colpo di fortuna.
“ Un alto funzionario della polizia si è interessato alla nostra situazione e ha parlato alla famiglia del mio ex marito. Infine, uno dei fratelli di mio ex marito ha avuto pietà e ci ha offerto una sua casetta, il cui affitto deve essere pagato dal mio ex marito che, ovviamente, lo fa a malincuore ", spiega Shawqiyeh.
L’ex marito, rabbioso, ha iniziato a esercitare un maggiore assedio contro di tutti loro e il figlio, Mohamed, che chiama al telefono in ogni momento.
"Mio padre, Abdelsalam mi chiama e mi promette che mi comprerà un appartamento e che mi sposerà con una brava ragazza”, sostiene Mohamed con una smorfia sprezzante.
In pochi secondi il disprezzo che si trasforma in paura.
“Abdelsalam cerca anche di mettermi in prigione. Suo figlio Ashraf è andato alla polizia tre volte, accusandomi di furto e la polizia mi ha più volte picchiato in commissariato "si lamenta il giovane.
Shawqiyeh non può nascondere la preoccupazione e il calvario che ha patito negli ultimi 30 anni della sua vita. Sostiene che l’ex marito vuole prendere le sue figlie per trasformarle nelle sue serve, per non pagare gli alimenti a cui è obbligato dal giudice e vuole prendere tutto il denaro che possono arrivare a offrire i futuri mariti delle giovani.
"Per le mie figlie e mio figlio sono in guerra con il mio ex marito, con i miei fratelli e la società. Allo stesso tempo, sono in guerra con l'occupazione israeliana che ci ha bloccato tutte le uscite dalla Striscia di Gaza e la vita ", sostiene Shawqiyeh. "Come donna, soffro il blocco a tutti i lati. E’ una situazione difficile, che mi auguro che le mie figlie non debbano più soffrire.  Mai più”.




(traduzione di Lia Di Peri)

mercoledì 30 settembre 2015

E il verbo si fece uomo : " Hombrear"

Miguel Lorente Acosta, medico forense, docente preso l'Università di Granada.





Hombrear… questo deve essere il famoso verbo che tutti tacciono, che è stato assunto nel corso della storia ma senza chiamarlo direttamente per nome, forse perché per lungo tempo non è stato necessario. Ora le cose sono cambiate.

“Hombrear” vuol dire "fare le cose come si aspetta da un uomo secondo i parametri stabiliti dalla cultura patriarcale." Questa è stata una delle chiavi per perpetuare il modello patriarcale dei fatti e i fatti sopra quel modello di machismo. C'è stato un tempo in cui non era necessario "hombrear" in modo così esplicito, poiché l'ordine dato non era messo in discussione né sfidato con comportamenti alternativi.
Gli uomini hanno un ruolo chiaro e definito con spazi e tempi propri e le donne i loro ma all’ombra dei primi. Non c’era conflitto e se si fosse prodotto, la soluzione passava attraverso il criterio maschile, il quale lasciava indenne il sistema da ogni critica o messa in discussione. Il femminismo però ha rivelato l’ingiustizia della disuguaglianza e la costruzione mirata della normalità a vantaggio degli uomini; così le alternative si sono ampliate e il valore dell’uguaglianza ha arricchito quegli uomini che sarebbero rimasti sotto i riferimenti tradizionali. Non solo, quindi, hanno perso spazio per ottenere i loro privilegi ma l’identità maschile costruita su questi riferimenti è andata dissolvendosi. Per questo alcuni hanno bisogno di rivendicarsi e chiedere la restaurazione dell’ordine perso attraverso la riproduzione di comportamenti maschili più classici e tradizionali che si trovano nel "hombrear".
E l'essenza della mascolinità tradizionale e del machismo passa per avere qualcuno vicino per mostrare le loro condizioni. Gli uomini hanno bisogno di comportarsi come uomini e segnare le distanze con le donne. Da qui,  essi mostrano sia il rifiuto sia la violenza contro chi li stia mettendo in discussione come, succede contro l’omosessualità di altri uomini, cosa che non accade nelle donne nel caso dell’omosessualità femminile o che si rifiutino di assumere ruoli, spazi, colori, abitudini ... associati alle donne. Tutto ciò lo vivono come un attacco alla loro identità, una specie di denaturalizzazione del maschile contro cui essi devono “hombrear” affinché nessuno li confonda con il femminile.
La scelta dello spazio pubblico come naturale per gli uomini li porta a esibire questa virilità e a impermeabilizzarsi in lei come garanzia di continuità. Per questo motivo la cosa più importante per questi uomini, non è risolvere le cose neppure a loro favore ma agire e comportarsi come uomini, anche se in questo modo il risultato si rivolterà contro di loro.

Non ha senso che quanto più è progredita la società verso l’uguaglianza e quanto più si è incorporata questa come parte delle relazioni, più violenza di genere si produca, come dimostrano le successive Macro-inchieste del 2006, 2011 e 2015, passando da 400.000  di casi all’anno, a 600/700 mila. E non ha senso che continuino gli omicidi per violenza di genere con l’insorgenza di comportamenti criminali di estrema crudeltà, come sta succedendo con lo uccidere i/ figl* per fare del dolore e della sofferenza la ragione vitale delle loro ex mogli.
Non ha senso, ma succede, che ci sia una reazione post-machista che cerchi di attutire l'impatto della realtà tra cotoni di confusione e giustificazione, mentre “hombrean” ( virilizzano), l’odio per tutto ciò che non sia la loro mascolinità e si mantenga la loro cultura e in tal modo incitare altri uomini a continuare a ‘farsi uomini’ per mezzo della violenza.
Per loro è più importante  essere visti come uomini, anche in prigione per la violenza esercitata,che essere considerati dei buoni a nulla. In effetti è molto significativa la terminologia che il post-machismo crea per l’occasione e, tra questa,quella che si rivolge agli uomini pro-femministi, che lavorano per l’uguaglianza, cioè, la parola “ mangina”allo scopo di criticarli per la loro identificazione con le donne. Uniscono la parola uomo (man) con la parola vagina per comporre “mangina” e con essa l’idea di uomini che si piegano alle donne, vale a dire, il tradizionale calabrache ma in versione post-machista. Quest’atteggiamento mostra che ciò che più li preoccupa e inquieta non è la distribuzione di tempo e spazio, ma la modifica delle identità tradizionali di uomini e donne.’
 La chiave in tutta questa costruzione è un doppio riferimento: nella dimostrazione e nell’azione. Cioè, mostrare la condizione data, questa virilità presunta e agire su di essa in modo coerente. Ottenendo così un doppio rinforzo e un doppio legame : di fronte a se stesso e di fronte alla comunità dei pari cioè agli altri uomini. E, in questo modo, segnare la differenza con le donne come gruppo ; per loro esser “uomini”non è essere “donne” e questo significa non fare ciò che fanno le donne che è ciò che vanta il neo acquisto del Real Madrid, Mateo Kovacic: "Io non cucino e mai lo farò. Non è il mio lavoro. È quello della donna”.
 Riconoscimento tra pari è ciò che permette l'accesso ai benefici che la cultura ha riservato agli uomini nella società. Alcuni privilegi quando raggiungono il valore più alto si anno più esigui, da qui, la competitività, l'aggressività e la violenza sono parte di questa "hombrear" tra gli uomini in ambito pubblico.
Per poter però entrare nel terreno  di gioco della vita pubblica,gli uomini non solo devono essere tali ma devono anche sentirsi tali, e per questo hanno un riferimento comune a prescindere dalla loro situazione personale, sociale o geografica. In qualsiasi parte del mondo e indipendentemente dalla classe o condizione di uomini, la disuguaglianza esistente fa sì che essi abbiano sempre la possibilità di sentirsi superiori alle donne dai riferimenti stabiliti dalla cultura patriarcale. Una superiorità protetta, nella pratica, dalla società, che trattandosi di un’ingiustizia deve però essere rafforzata e controllata per evitare che la critica e i progressi in direzione dell’uguaglianza, ogni volta più intensa, ampia e determinata, possano superare i limiti imposti e traboccare. Gli uomini, quindi, hanno bisogno di "hombrear" di fronte alle donne per “sentirsi più uomini” e “essere più uomini”; per questa ragione, dopo gli omicidi di genere, gli assassini spesso si consegnano volontariamente alla polizia o si suicidano in un doppio atto di “virilità”: dapprima con l’omicidio e, dopo, con la rivendicazione della loro virilità mediante la decisione di accettare le conseguenze dei loro atti sia socialmente con i corrispondenti anni di prigione o innalzando la loro responsabilità alla trascendenza di consegnare la propria vita con il suicidio.
“Hombrear” è fare l’ uomo secondo i riferimenti tradizionali e diventarlo per ottenere i benefici materiali riservati dalla stessa cultura che lo porta a “hombrear” (virilizzare) ma, soprattutto, per consolidare i riferimenti d'identità della mascolinità classica. Per questo in un tempo in cui trasformazione sociale è guidata dalle donne, molti uomini si trovano disorientati e persi. Se essere uomini, è non essere donne e ora le donne sono cambiate e l’hanno fatto in direzione dell’accesso a posizioni,tempi e spazi riservati storicamente agli uomini, molti di loro sono retrocessi agli elementi più classici della loro identità per continuare a sentirsi uomini. Questa è una delle ragioni dell'aumento della violenza di genere e del fatto che questi cambiamenti si manifestano in modo intenso nei giovani, perché sono nei momenti critici della costruzione dell’identità in cui i cambiamenti e le trasformazioni sociali e personali generano una maggiore agitazione.
 “Hombrear” però è anche “ farsi uomo senza sentirlo” , vale a dire, seguendo i dettami di una cultura senza esserne convinto e senza condividerlo individualmente ma lasciarsi trasportare dal gruppo e dalla sua normalità imposta. Questo accade perché non comportandosi così, le critiche e i rifiuti comportano conseguenze negative di fronte al mancato riconoscimento di modelli alternativi d’identità maschile.
Il post- machismo lo sa, per questo lancia messaggi che rafforzano i riferimenti tradizionali della mascolinità, mentre riscatta al contempo, i miti e gli stereotipi critici con le donne e per questo ha nei giovani un obiettivo speciale. E’ certo che sia solo l'ultima resistenza tra l’odio che perdura e il romanticismo di ieri, che accompagna il fallimento ma che può produrre molti danni.
Il verbo che definisce il futuro è “ uguagliare” e la parola “Uguaglianza”. Molti uomini dovrebbero impararlo e comportarsi di conseguenza.



(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 31 luglio 2015

Il Re Leone e la violenza di genere

Miguel Lorente Acosta, medico forense.


 


Disney è diventato il Samaniego * del XXI secolo, trasformando le favole in film, che spesso usano gli animali per mostrare il volto umano della vita, così assente tra le persone. Cosa che non siamo in grado di apprezzare ogni giorno guardando negli occhi della gente, lo vediamo poi, proiettato in uno schermo protetto dall’oscurità… ma solo durante le due ore che dura la favola e il viaggio di ritorno.
Trascorso questo tempo, lasciamo l’”umanità animale” per tornare alla “brutalità umana”. Almeno questo è quello che si deduce da alcuni dei comportamenti che popolano la nostra giungla sociale.
“ Il Re Leone” è uno dei più grandi successi della Disney, per questo elemento umano che consente di visualizzare una lotta per il potere nel Regno animale.  Non manca nulla, c’è la violenza,  gli omicidi, l’asse del male, il senso di colpa, la minaccia e l'oppressione per evitare di perdere i privilegi di tale ingiustizia, gioia, amicizia, solidarietà, impegno, amore... se non fosse un cartone animato potrebbe essere un documentario sulle scene che accadono ovunque nel mondo.
E anche se fossero poco realisti questi elementi umani del film-favola, tutta la trama ruota intorno all'idea patriarcale su quello che dovrebbe essere la struttura sociale, in cui il potere e il riconoscimento ruotano intorno al macho-uomo, e le donne rimangono nel luogo secondario della maternità e come “carta regalo”, dell’essere la compagna del leader.
 La fiction non supera mai del tutto la realtà, così ora abbiamo un chiaro esempio di questo confine tra l’una e l’altra con la morte di "Cecil", il leone (ovviamente macho) "più grande" dello Zimbabwe.
Come se si trattasse di un film "Tarzan della giungla", "Orzowei" o la stessa "George re della giungla", la storia sembra tratta da Hollywood. In essa, c’è uno di quei cattivi cacciatori, tipo Coronel Tapioca, così vile e malvagio che usa gli stessi nativi per sviluppare la sua trappola e incontrarsi da solo con “Cecil”, il Re leone del posto, per ucciderlo in notturna e con una freccia, perché solo con il buio era complicato. La cosa curiosa è che oltre che “ bracconiere innocente” era un dentista negli Stati Uniti e, dico curiosa, perché forse per la sua professione avrebbe dovuto essere più incline per la caccia agli elefanti, per le loro “zanne” e l’avorio. Anche se sembra che ciò che gli piaccia più degli incisivi e i canini siano i premolari e i molari**, per quel sfoggiare e pencolare” davanti  agli altri, facendosi fotografare con il leone abbattuto e la testa tagliata.
Forse per cacciare gli elefanti bisogna essere Re – non so come vada la gerarchia nella caccia – e un dentista nonostante lavori tutto il giorno con la corona dei denti, non smette di essere un plebeo. È possibile che questa confusione tra corona e regalità sia stato il motivo che l’ha portato a cacciare il Re Leone Non lo so.
Il fatto è che Walter J. Palmer, così si chiama il dentista statunitense, ha ucciso Simba-Cecil, e come nel film della Disney, tutto il mondo si è messo alla ricerca dell’autore di questa morte. Nessuna obiezione a questo proposito, poiché se la caccia si è verificata ai margini della legge, la sua ricerca era abbastanza logica e coerente.
Quello che non è così logico né coerente – almeno non dovrebbe esserlo - è ciò che accade in Africa e in tutto il mondo con la violenza di genere.
Secondo l'OMS, in Africa, 36% delle donne ha subito violenza a un certo punto nella loro vita da parte di uomini con cui hanno una relazione di coppia. E come riferiscono i dati delle Nazioni Unite (UNODC), 13.400 donne sono uccise ogni anno da quegli uomini - partner. Se a questi omicidi nella coppia si aggiungono altre forme di violenza di genere (sessuale, derivata da mutilazioni genitali, per l'onore, per la dote, per il matrimonio forzato, per la violenza contro le donne nei conflitti armati ...) le donne uccise nel continente africano per violenza di genere superano molto le 16.000.
Vale a dire, in Africa ogni anno uccidono più di 16.000 donne per violenza di genere e non si produce nessuna reazione in nessun paese del continente e neppure a livello internazionale, che ponga lo sguardo su questa drammatica situazione. Invece, la caccia e l'uccisione di un leone, ha portato a una risposta internazionale che si è conclusa con l'identificazione del cacciatore, che ha ucciso Cecil dello Zimbabwe", e protesta sociale per quello che ha fatto, critica che ancora continua. Se teniamo anche conto che la percentuale degli omicidi irrisolti di donne è in Africa del 30% è facile capire che l'impunità è coperta da quel silenzio, e che i media si dirigono più a risolvere le morti animali per bracconaggio, che gli omicidi di donne per violenza di genere.
La situazione non è molto diversa nel resto del pianeta, cambiano i numeri secondo la popolazione di ogni continente e le circostanze introdotte quotidianamente dalla cultura maschilista, come parte della normalità.  In ogni continente c'è violenza di genere nelle relazioni, nella misura in cui 30 su ogni 100 donne la subiranno durante la loro vita (OMS, 2013). E tra quelle centinaia di migliaia di donne maltrattate, 43.500 donne sono uccise da uomini con i quali condividevano la relazione (UNODC, 2012). Quando si considera tutti gli omicidi per violenza di genere nonostante la grande impunità esistente in questi crimini, l’espressione del dramma si riflette in ciò che ogni 10 minuti una donna è uccisa per violenza di genere in qualche parte del mondo.
E tutto questo non è il risultato di una guerra o di un tempestivo incidente, ma che si ripete ogni anno e da molti anni e continuerà nel tempo se non cambiamo i riferimenti di una cultura machista che pone gli uomini come Re e referenti e le donne come schiave delle decisioni maschili e dei ruoli, tempi e spazi, che la cultura, come se fosse una "riserva paradisiaca" ha dato a esse.
Il messaggio che si lancia ogni giorno sulla violenza di genere è molto simile a quello che si è dato per spiegare la morte del leone Cecil. E’ stato detto del felino che se fosse rimasto nella riserva sarebbe stato  al sicuro perché il problema è nato quando ha lasciato lo spazio limitato della sua vita. Qualcosa di simile si dice per la violenza di genere: le donne la subiscono perché “ qualcosa avranno fatto”, le “ buone donne, spose, madri e casalinghe”, non subiranno alcuna violenza; al contrario, incontreranno sempre un uomo che si porrà come un leone per proteggerle e difenderle.
Felix de Samaniego sarebbe perso oggi, perché, come ha scritto l'eterno Angel Gonzalez in una delle sue poesie ("Introduzione alle favole degli animali"), alla fine dovremo ricorrere a uomini come esempio di ferocia e brutalità verso gli animali, non al contrario com’è stato finora.
Forse per questo l’essere umano, grazie ai suoi machi, è l’unica specie in pericolo di “auto-estinzione”.


* poeta spagnolo, noto soprattutto come autore di favole in versi.

** gioco di parole del termine Molar, che indica il dente molare e i verbi vantarsi, sfoggiare.

Autopsia

(traduzione di Lia Di Peri)



giovedì 18 settembre 2014

La condizione ideologica del silenzio nella violenza di genere






Oggi non esiste ma non è mai esistito un pronunciamento istituzionale sulla violenza di genere. Le questioni concernenti l’organizzazione della lotta contro la diseguaglianza, le strutture pubbliche idonee a prendere decisioni in questa materia o i significati sociali che potenziano la violenza non si prospettano né si sono mai prospettati come importanti per perseguire la vera eliminazione della violenza di genere.

Wright Mills ha scritto che la mancanza di questioni pubbliche non è dovuta all’assenza dei problemi, ma alla condizione ideologica della sua invisibilità. L’inerzia e il silenzio istituzionale su questo problema sono ciò che sta de-politicizzando questa lotta. E spieghiamo il perché.
L’egemonia sulla definizione su cosa sia politico, su ciò che conta o no, su quali siano le questioni pubbliche urgenti, sulle priorità e su ciò che invece può aspettare, è sempre stata contestata dal movimento femminista sin dalle sue origini. Fu dagli anni ’60, però, che molti movimenti sociali sovversivi cominciarono ad acquistare forza in questa direzione, ampliando i limiti di un presunto pluralismo nel dibattito politico e portando nella sfera del pubblico, i dibattiti sui processi decisionali, dell’imperialismo culturale o i problemi concernenti, i rapporti della vita quotidiana, che fino allora non avevano mai avuto una lettura politica. Discutere su questi problemi, comportò la loro politicizzazione, perché per la prima volta entravano nella sfera della contestazione pubblica, mettendo in discussione implicitamente questo limitato pluralismo, che gestiva la concezione tradizionale di spazio pubblico delle nostre democrazie.
Non è un caso, che  il trionfo dello slogan – durante il decennio degli anni sessanta – fu “il personale è politico”. Grazie a questo slogan, il movimento delle donne portò nella sfera pubblica, molti temi e pratiche che erano sentiti come troppo banali, private o intime, per la discussione o l’azione collettiva. La violenza di genere fu una di quelle. Fino allora una persona maltrattata dal suo partner era una questione privata che doveva rimanere nella sfera intima delle relazioni personali. Non era una questione politica. La sua visibilità aiutò a prendere coscienza del fatto che il “potere” non è qualcosa che si esercita solo a livello macro, ma anche dentro le relazioni di coppia, perché questi rapporti di potere sono espressione di modelli strutturali di diseguaglianza. Era chiaro che bisognava re-significare gli spazi del pubblico e del privato e fare sì che nel privato arrivasse la democrazia.
Per la teoria femminista fu faticoso mostrare che definizioni come “ violenza” dovevano essere contestate da una condizione di predominio maschile. Secondo quanto affermato da Liz Kelly, in uno degli studi di riferimento sulla violenza di genere, pubblicato negli anni ’90, era facile capire perché gli uomini, in difesa dei loro interessi di gruppo e come principali autori di essa, avessero limitato in gran parte, la sua definizione. Si prese coscienza che definire qualcosa è sempre problematico. C’è bisogno di una buona teorizzazione e prova empirica. Occorre, però, come afferma Marta Minow, aver  presente, che le definizioni si costruiscono socialmente, che le categorie non rientrano in modo naturale nel mondo, ma che sono caricate di pregiudizi incartati in norme culturali, in attese e valori sociali.
L’intenso lavoro dalla prospettiva femminista permise di problematizzare le definizioni dominanti e ampliarle in modo più inclusivo. La comprensione della violenza poté essere adattata gradualmente a quella che era la reale esperienza delle donne, individuando un’ampia gamma di comportamenti fisici, verbali, sessuali, emozionali e psicologici, che le donne vivevano come violenza, perché producevano sistematicamente umiliazione e disprezzo, perdita della propria autonomia fisica e mentale e una rottura dello strato più profondamente emotivo che, nei casi più gravi, poteva provocare una totale mancanza di rispetto per se stesse. Tuttavia, le ricerche femministe oggi, devono ancora affrontare le tensioni delle definizioni dominanti come quella, per esempio, di ciò che significhi, essere violentata, e di  quello che molte donne vivono come stupro anche se in silenzio. La prova empirica portata dalla letteratura femminista ha dimostrato che, molte donne rimangono in silenzio, perché prevedono la situazione di mancanza di rispetto o quella di non essere prese sul serio.
Un ambiente che promuova la libera espressione di queste esperienze di abuso è un contesto più democratico, perché aiuta a identificare e nominare questi problemi, perché aiuta a sviluppare un linguaggio normativo che nomini questa ingiustizia. Ci deve essere un contesto politicizzato e consapevole, che davvero metta in discussione le strutture di genere che governano le nostre società.
Oggi, tutto il dibattito sulla diseguaglianza di genere è andata perduto. Non c’è nessun membro del governo che lo sostenga, nessun progetto istituzionale che lo assuma e  che articoli uno schema politico diretto a eliminare le relazioni assi metriche di potere che sono radicate nella diseguaglianza di genere.
Quest’assenza del discorso, tuttavia, funziona ideologicamente, perché la mancata assunzione della violenza di genere è l’implicita assunzione della disparità di genere nell’orizzonte politico. Per questo, mantenendo il silenzio, il governo (i governi) egualmente si schiera. Prima di riformare una qualsivoglia legge sulla violenza di genere – come ha dichiarato di recente la ministra spagnola Ana Mato -  forse è più importante che si cominci ad applicarla.




(traduzione di Lia Di Peri)

martedì 26 agosto 2014

La cultura dello stupro. Guida per i signori uomini.

Dall’originale A Gentleman’s Guide to Rape Culture
di Zaron Burnett III., gionalista free-lance.


Se sei un uomo, sei parte della cultura dello stupro. 
Lo so ... che suona rozzo. Non sei necessariamente uno stupratore, però perpetui comportamenti che comunemente indichiamo come cultura dello stupro.
Sicuramente si starà pensando: “ Calmati adesso, Zanon, tu non mi conosci, compagno!" Che io sia dannato se ti lascerò continuare a dire che io sia una specie di fan degli stupri… no, io non sono quel tipo di uomo”.
Io so come  ti senti, ho dato la stessa risposta, quando qualcuno mi ma detto che ero parte della cultura dello stupro. Suona orribile, immaginate, però, di andare per il mondo, con la costante paura che potreste essere violentati. Questo è ancora peggiore! La cultura dello stupro è una merda per tutti quelli che siamo coinvolti con essa. Non ti attaccare, però, alla terminologia, non concentrarti sulle parole che ti offendono e tralasciare ciò che in realtà voglio dirti.  Il problema non è l’espressione “ cultura dello stupro”. In realtà, essa descrive il problema.










Gli uomini sono i primi artefici e sostenitori della cultura dello stupro.
Gli uomini non siamo gli unici che violiamo, come non sono le donne, le uniche vittime. Ci sono uomini che stuprano altri uomini e donne che violentano uomini, però ciò rende lo stupro, un problema maschile, il nostro problema, è che gli uomini commettano il 99% degli stupri denunciati.
Come sei  parte dello stupro? Beh, mi dispiace dirlo, ma lo sei per solo il fatto di essere un uomo.
Quando incrocio di notte in un parcheggio una donna e lei cammina davanti a me, faccio tutto quello che posso, per) non spaventarla; b) le lascio il tempo per sentirsi  sicura e a suo agio e c) se è possibile, l’avvicino amichevolmente, per farle sapere che non sono una minaccia. E lo faccio perché sono un uomo.
Fondamentalmente, mi faccio carico di questa donna che incontro per strada, in ascensore, sulle scale o, dovunque sia, lei possa sentirsi al sicuro. Voglio che si senta a suo agio, come se io non ci fossi.  Sono consapevole che qualunque donna che incontri in uno spazio pubblico, non mi conosca e, quindi, tutto ciò che vede è un uomo, improvvisamente vicino a lei. Devo tenere in conto il suo senso dello spazio e che la mia presenza possa farla sentire vulnerabile. Questo è il fattore chiave – vulnerabilità.

Non so voi, però io non passo la vita sentendomi vulnerabile. Ho dovuto imparare che le donne passano la maggior parte della loro vita sociale, con perenni e inevitabili sentimenti di vulnerabilità. Fermiamoci a riflettere un momento. Immaginiamoci di provare una costante sensazione di pericolo, come avere una pelle di cristallo.

Come tipi moderni, noi  uomini cerchiamo il pericolo. Scegliamo avventure e sport estremi, per sentirci come se fossimo in pericolo. In definitiva, giochiamo con la nostra vulnerabilità. E’ così che in modo diverso noi uomini vediamo il mondo ( attenzione, questo lo dico, tenendo presente perfettamente, che c’è una comunità dinamica di atlete che praticano sport estremi e che spesso anch’esse mettono in pericolo la loro vita. Tuttavia, le donne non hanno bisogno di impegnarsi in uno sport estremo per sentirsi a rischio.)
Io sono in sostanza astemio e potrei certamente dichiarare che sono in buona forma, il che significa che, quando  cammino solo di notte, molto raramente temo per la mia sicurezza. Molti uomini sanno esattamente ciò che voglio dire. Molte donne non sanno cosa sia muoversi liberamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte:  in realtà, l’esperienza di molte donne è opposta.
Una donna deve sempre pensare a dove sta andando, a che ora andrà, a che ora arriverà, a che ora ritornerà, che giorno della settimana sia e se sarà lasciata sola  in un punto qualsiasi… e così via, perché le considerazioni sono molto più numerose di quanto si creda. Francamente, non ho da pensare molto su ciò che devo fare, per stare attento in ogni momento della mia vita. Godo della mia libertà della quale dispongo per alzarmi e andare di qui e di là, di giorno, di notte, con la pioggia o con il sole, in qualsiasi parte della città. 
Per capire la cultura dello stupro, ricordatevi che questa è una libertà della quale  non gode almeno metà della popolazione.
Questi sono i motivi per cui cerco di usare un linguaggio del corpo molto chiaro e cerco di agire in modo tale da ridurre  le paure e le altre sensazioni che le donne possono provare a riguardo. Vi consiglio caldamente di fare lo stesso. Lo dico seriamente. E’ il minimo che ogni uomo dovrebbe fare negli spazi pubblici, perché le donne possano sentirsi a loro agio, in questo mondo che condividiamo. E’ sufficiente essere rispettosi di lei e del suo spazio.
Si potrebbe pensare che sia ingiusto che paghiamo per i peccatori, che dobbiamo cambiare le nostre abitudini per il comportamento degli altri. Sapete una cosa? Avete ragione, non è giusto. Ma la colpa è delle donne? O è piuttosto colpa di quei tizi che agiscono in modo infame e mettono noi in cattiva luce? Se ti preoccupa la giustizia, scaricate la vostra rabbia su quei tizi che fanno apparire voi  e il vostro comportamento discutibile.
Nel momento in cui un uomo è oggetto di valutazione, cioè quando si tratta di stabilire cosa sia capace di fare, una donna presumerà che siete capaci di fare. Purtroppo, questo significa che noi uomini saremo giudicati dal nostro peggiore esempio. Se pensate che questo tipo di ragionamento sia una stronzata, ditemi, come reagireste voi, se incontraste un serpente in  natura? Non lo trattereste come un serpente? Questo non è uno stereotipo: è giudicare un animale per quello che è in grado di fare e per il danno che è capace di infliggere. Semplici regole della giungla, uomo. Siete uomini e le donne vi tratteranno come tali.

La  responsabilità è vostra, questa paura, ragionevole e comprensibile, che hanno degli uomini. 
E’ vero che non l’avete creata, come neppure avete creato le autostrade. Alcune cose che ereditiamo dalla società sono utili, altre sono cultura dello stupro.
Poiché nessuna donna può giudicare giustamente le vostre intenzioni a prima vista, presupporrà che siate come tutti gli altri uomini. Nel 73 per cento degli stupri, le vittime conoscono il loro aggressore, quindi, se non possono neppure fidarsi, né giudicare precisamente le intenzioni degli uomini che già conoscono, come pretendete che si fidino di voi, un completi sconosciuti? La prevenzione dello stupro, non passa per insegnare alle donne come evitarlo, ma perché gli uomini non lo commettano.
Per prevenire gli stupri, un uomo deve capire che un “no” mai è un “sì”, che quando una donna è sotto l’effetto dell’alcol o di qualche droga, non in grado di parlare, non è un “sì” e che avere una relazione non implica un “sì” automatico. Piuttosto che concentrarci su come le donne debbano evitare di essere violentate o come la cultura dello stupro renda sospetti uomini innocenti, prestiamo attenzione a come noi uomini possiamo fare per impedire che si commettano stupri, smantellare le strutture che li permettono e modificare gli atteggiamenti che li tollerano.

Dal momento che siete parti di esso, avete il dovere di sapere cosa sia la cultura dello stupro.

Estratto dalla pagina di Marshall University’s Women’s Center:

La cultura dello stupro è l’ambiente in cui la violenza detiene una posizione predominante e nel quale la violenza sessuale contro le donne è naturalizzata e giustificata sia nei media, come nella cultura popolare. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso del linguaggio misogino, l’oggettivazione del corpo della donna e la fascinazione della violenza sessuale, creando così una società che ignora i diritti e la sicurezza della donna”.

La prima volta che una donna mi disse che ero parte della cultura dello stupro, dissentii per ovvie ragioni. Come molti di voi avrei voluto dirle “ Ehi, non capisco”, ma l’ascoltai. Più tardi, mi recai da una scrittrice, che ammiro e le chiesi di scrivere un articolo con me, in cui spiegava la cultura dello stupro a me e ai miei lettor*. Smise di rispondermi alle e-mail.
In primo luogo, la cosa m’infastidì. Più tardi, quando apparve chiaro, che in nessun modo avrei ottenuto risposta, m’incazzai. Per fortuna, evito di rispondere a caldo, così ho messo da parte la tempesta dentro di me e mi sono fermato a pensare. Ho fatto una passeggiata, una di quelle che t’illumina. Ho pensato che se tanto m’interessava la cultura dello stupro, c’era bisogno che la scoprissi da me. Nessuna donna deve essere obbligata a spiegarmi la cultura dello stupro, solo perché  io decido di sapere cosa sia. Ho visto come il desiderio che una donna mi spiegasse, scorresse in me. Anche  la mia curiosità, una caratteristica che mi ha sempre reso orgoglioso, era stata contaminata da questa presunzione androcentrica onnipresente nella cultura dello stupro. Ciò che mi aspettavo era che il mio desiderio fosse esaudito e quest’atteggiamento è un problema. Così ho iniziato a leggere e ho continuato fino a quando ho capito la cultura dello stupro e il mio posto in essa.





Aggiungo qui un elenco di esempi di cultura dello stupro.



-       Incolpare la vittima ( “ te la sei cercata”).

-       Banalizzare la violenza sessuale ( “ I ragazzi sono ragazzi”).

-       Fare battute sessualmente esplicite.

-       Tollerare la molestia sessuale.

-       Gonfiare le statistiche delle denunce di falsi stupri.

-       Pubblicare  le  abitudini sull’abbigliamento, salute mentale, motivazioni e storia della vittima.

-  Violenza di genere gratuita nei film e televisione.

- Definire la “mascolinità” come dominante e sessualmente aggressiva.

- Definire la “femminilità” come sottomessa e sessualmente passiva.

- Fare pressione sugli uomini perché raggiungano i loro obiettivi.

- Fare pressione sulle donne perché  non appaiano “ fredde”.

- Presumere che solo le donne  promiscue siano stuprate.

-  Presumere che non ci siano uomini stuprati o che siano “deboli” quelli stuprati.

- Non prendere sul serio le accuse di stupro.

-  Insegnare alle donne come non essere violentate, invece di insegnare agli uomini a non violentare.

Ora che si sa cosa sia, come si può agire all’interno di questa cultura?


-       Evitare l’uso di un linguaggio che spersonalizza e degrada le donne.


-       Alzate  la vostra voce se senti raccontare una battuta offensiva o che banalizza lo stupro.

-       - Se una tua amica ti dice che l’hanno violentata, ascoltatela e datele sostegno.

-        Mantenete un pensiero critico sui messaggi che ti arrivano dai media sulle donne, uomini, relazioni e violenza.

-       Siate rispettosi dello spazio fisico altrui, anche in situazioni occasionali.

-       Comunicate sempre con i vostri partner sessuali e non date per scontato il consenso.

-       Definite il vostro concetto di mascolinità o femminilità. Non lasciate che le costruzioni stereotipate guidino le vostre azioni.


Quali altre cose si possono fare riguardo alla cultura dello stupro, quando si verifica nella vita reale?



1.    1. Scontrarsi con gli altri uomini.
Nessuno suggerisce la violenza. In realtà, stiamo cercando di impedirla. Tuttavia, a volte, un uomo deve scontrarsi con un altro uomo individualmente o in gruppo, in determinate situazioni. Quando mi trovo in un luogo pubblico e vedo un altro uomo molestare una donna, mi fermo e faccio in modo che la donna mi veda. Voglio che lei sappia che sono perfettamente consapevole di ciò che sta accadendo e aspetto che mi dia un segnale se ha bisogno di aiuto.
A volte, la coppia, continua a litigare come se fossi invisibile, ma in altre occasioni, la mia sola presenza ha fatto allontanare il tizio se era uno sconosciuto o a spiegarsi se si conoscevano prima. La dinamica cambia. Ecco perché, mi fermo sempre, quando vedo un tizio molestare una donna in pubblico. Mi assicuro che qualsiasi donna, in quella che potrebbe degenerare in una situazione violenta, abbia la possibilità di indicarmi che ha bisogno di aiuto. Tuttavia, non faccio solo così con le donne. L’ho fatto anche in una situazione affettiva di due uomini che stavano bisticciando tra di loro.
 Ogni volta che si noti una situazione fuori controllo e, soprattutto, se si sta attaccando qualcuno o se qualcuno chiede aiuto, bisogna intervenire. Non significa entrare come un elefante in un negozio di porcellane, ma impegnarsi, coinvolgersi, prendere nota delle informazioni più pertinenti, avvisare le autorità, chiamare la polizia, ecc. Insomma, fare qualcosa.

2.    2. Correggere gli altri uomini.

Se un tizio comincia a blaterare insulti davanti a voi, si può agire, anche se non c’è nessuno della comunità sulla quale ricade l’ingiuria. Lo stesso vale, quando qualcuno utilizza un linguaggio misogino: alzate la voce, dite al vostro amico, compagno, collega, che le battute sullo stupro sono merda e che non le puoi sopportare.
Fidatevi di me: non perderete il vostro “ bollino di uomo”. Se hai più di diciotto anni e ancora ti preoccupa il marchio di uomo, non hai allora, un’idea di cosa sia una rispettabile mascolinità. Non ha nulla a che vedere con cultura dell’approvazione altrui, mentre ha molto da spartire con il “ tuo” modello di uomo e col fare  le cose giuste. Sarete sorpresi di quanti uomini vi guarderanno con rispetto, per fare quello che essi non hanno il coraggio di fare: io l’ho sperimentato tantissime volte. Non sono la Brigata della Giustizia, però ho discusso, discuto e continuerò a discutere con mandrie e greggi di ogni tipo. Più tardi, alcuni di questi tizi sono venuti vicino a me a dirmi che hanno rispettato ciò che ho fatto. Gli ho sempre risposto che ogni volta che si ripete, diventa più facile alzare la voce. Giuro che è vero.

3.    3.Fare riflettere gli altri uomini.

Facciamo un esempio. Se in un gruppo di uomini, uno comincia a urlare a una ragazza, molto semplicemente ditegli di non fare il coglione. Non vi trasformate in ’protettori’, se alzate la voce per una donna, sempre che non si tratti di raccogliere punti, nei suoi confronti. Se eviti questo, non sarai il cavaliere bianco che difende la ‘donzella’. Farai ciò che è corretto. Nessuna donna ha bisogno di un pagliaccio sessista: la molestia  è una delle peggiori manifestazioni di sessualità maschile e questi imbecilli ci fanno passare da spaventapasseri. Bisogna tagliare fuori questi stronzi.
Qualcuno mi obietterà che sto esagerando, che “ a qualche donna piace”. Potrebbe essere, ma non è questo l’importante. Anche a me piacerebbe guidare a forte velocità e, a mio nipote,fumare erba in strada, ma non siamo autorizzati. Così funziona, appartenere alla società: se trovate una donna che le piace il ‘complimento’, fatelo pure, ma a porte chiuse, non in pubblico. Rispettate, quindi, lo spazio fisico e mentale degli altri.

(…)

Quando sorgono eventi come  #YesAllWomen e le donne di tutto il mondo iniziano a condividere le loro esperienze, i loro traumi, le loro storie e i loro punti di vista personali,non dobbiamo immischiarci nelle discussioni. Dobbiamo invece ascoltare e riflettere e lasciare che le loro parole cambino la nostra prospettiva. 
Il nostro compito qui e ora è chiederci come possiamo migliorare le cose.





(traduzione Lia Di Peri)

sabato 26 aprile 2014

Dentro la sottomissione

Miguel Lorente Acosta, medico legale, docente di Medicina Legale presso l'Università di Granada






Si può vincere, dominare, opprimere, umiliare ma sottomettere richiede  qualcosa in più, che l'azione diretta a obbligare le altre persone oltre la loro volontà . Sottomettere richiede un doppio elemento che da quel momento agisce come strumento di controllo e dall’altro, comporta continuità nel tempo.
Questa doppia caratteristica implica ,che per mantenersi nel tempo, deve agire su chi è presentato come “suscettibile di essere oggetto di sottomissione”. Se non c'è questa previa condizione, quando la sottomissione è eseguita su un ampio gruppo di popolazione, il numero di persone sottomesse e il suo prolungamento nel tempo, produrrebbe una reazione contro la stessa dell’intera società, che non può restare indifferente davanti all’ingiustizia della sottomissione o dallo stesso gruppo colpito, che alla fine si ribellerà.La diseguaglianza storica ancora imperante nella nostra società, immersa in una cultura androcentrica, è dovuta all’assunzione arbitraria e interessata del maschile come riferimento universale per condizionare le manifestazioni della realtà, e per darle un senso e un significato, una volta che accada. Così, la disuguaglianza, fa sì che gli uomini e tutto ciò che li riguardano, siano posti in una posizione gerarchicamente superiore e, le donne, il femminile in generale, siano relegate allo spazio concesso e ripartito dalla cultura e dagli uomini.
La struttura così costruita è piena di trappole, trucchi e nascondigli, perche tutto passa secondo il manuale d’istruzione della cultura e che quando qualcuno o qualcosa esce dal copione abbia una spiegazione coerente con i valori stabiliti per organizzare la convivenza. Ad esempio, la cultura " normalizza " la violenza contro le donne perché  è " accettabile in alcune circostanze ", e non è una deduzione che provenga dal guardare quotidianamente ciò che succede, ma lo dimostrano gli studi sociologici realizzati nel nostro paese e nell’Unione Europea (Eurobarometro), dove il 2% ha detto che questa violenza è giustificabile in determinate circostanze. Non dicono quali, il che permette che ogni aggressore decida, interpretando il riferimento generale della cultura applicata al suo ambiente particolare, di usare la violenza e quale grado di violenza merita ciascuna situazione.
La stessa strategia costruita dalla cultura fornisce una spiegazione anche per i casi più gravi, in modo che gli omicidi sono ampiamente giustificati dalla società in nome di alcool, droghe, disturbi mentali, malattie mentali, passione o la gelosia di sempre. La giustificazione non arriva fino all’omicidio come negli anni ’60 con la disciplina penale dell’uxoricidio, però fa sì, che invece di agire contro le cause, si perda tempo ed energie, chiedendosi i motivi che in realtà non si vogliono sapere.
Tutto ciò è parte della diseguaglianza, che la cultura ha presentato come “ordine naturale” e che perpetua attraverso un " controllo sociale ", che porta a che le cose siano come “devono essere” e che le donne assumano come parte delle loro identità, le condizioni che gli uomini e la loro cultura hanno stabilito in precedenza. E, se esse non lo fanno, allora, applicano elementi attivi e diretti per conseguirlo.
Abbiamo esempi molto vicini. Da un lato, abbiamo il libro pubblicato dall'Arcidiocesi di Granada, ” Sposati e sii sottomessa”, un libro criticato da chi mette in discussione la disuguaglianza, ma che la gerarchia ecclesiastica non ha sconfessato, né i settori più conservatori hanno detto nulla, pur essendo un libro che assume esplicitamente il ruolo subalterno delle donne agli uomini e il loro obbligo ai mandati assegnati. Naturalmente molti possono capire che si tratta di un quarto capitolo di “ 50 sfumature di grigio”, perché realtà e finzione non sono così distanti. Dall’altro lato, abbiamo l'esempio della dichiarazione resa dalla donna che è stata aggredita con l'acido dal marito, che ha dichiarato al processo: “Se avessi saputo, non mi sarei mai separata”.  Cioè, se avesse conosciuto il prezzo da pagare per la sua ribellione, sarebbe rimasta sottomessa ai dettami del marito.
La situazione è chiara, in un'epoca d’insubordinazione sociale, le donne continuano a essere sottomesse agli uomini e ai riferimenti naturalizzati attraverso la cultura.
E 'stata la cultura androcentrica che ha reso le donne suscettibili di sottomissione e che ha deciso quali siano i mandati ai quali sono obbligate, perché quelle circostanze e la violenza si ottengono con il silenzio e la passività della maggior parte della società.
Così il silenzio e la passività si trasformano in parole e azioni del postmachismo davanti ai progressi nell’uguaglianza e nell’eliminazione della violenza di genere, che è un’ulteriore dimostrazione che la cultura non è casuale e che obbedisce a una strategia di potere costruita sui riferimenti e privilegi degli uomini. Se così non fosse, non avrebbe senso che per correggere un’ingiustizia, come la disuguaglianza o raggiungere l’obiettivo di porre fine alla violenza di genere, si adducono tantissimi argomenti critici costruiti sulla distorsione della realtà, come quelli sulle false denunce, inventandosi dati o il tentativo di evitare di parlare della violenza sulle donne, portando avanti l’argomento, che occorre parlare di “tutte le violenze”.
Dobbiamo essere ribelli contro la sottomissione della disuguaglianza e, perciò, dobbiamo essere critici con la cultura storica e con chi lancia nuovi argomenti per fermare i progressi e rimanere dentro i limiti della proprietà privata, che alcuni uomini hanno assunto in loro nome, dopo aver strappato terreno a tutta la società, cioè, alle donne e agli altri uomini.

 Autopsia

( dallo 
spagnolo, Lia Di Peri)