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mercoledì 15 marzo 2017

Guatemala: la casta delle bambine infiammabili

Chi ha lanciato il fosforo? Chi ha messo la serratura nella stanza? Perché tra le sopravvissute ci sono almeno nove ragazze incinte? Chi ha sentito le urla ed è rimasto fermo mentre le bambine bruciavano? Sono le domande che stanno emergendo nonostante l'opacità della Presidenza del Guatemala. Le indagini avanzano e ci sono già tre funzionari detenuti con l’accusa di omicidio colposo. C’è però un’altra scomoda domanda: perché queste bambine sono state portate in questo posto?  Perché non sono state ascoltate le loro denunce?
Perché esse erano parte dell’invisibile, le usa e getta, le infiammabili.


E 'in primo piano. Il suo volto si gira verso la telecamera, è una maschera pietrificata con la bocca semiaperta. E’ l’urlo. Dietro di lei, sullo sfondo della foto, c'è un mucchio di torsi, teste, braccia, gambe, piedi. Corpi contorti che si coprono gli uni con gli altri, che sono stati fermati, mentre cercavano di fuggire dal fuoco. Non si arriva a vedere nessuna porta vicina. Sembrerebbe che le bambine si sono ammucchiate: sconfitte. Alcune sono sopravvissute, molte sono morte negli ospedali. In cinque giorni il numero ha raggiunto 40. Questo non è il numero definitivo.





E’ stato il fuoco scoppiato l’8 marzo, che ha portato finalmente a mettere in discussione seriamente, con fermezza, il sistema di protezione delle bambine in Guatemala. E 'questo stesso fuoco che (finalmente?) ha suscitato l'indignazione di un settore del paese e ha spinto le organizzazioni legate alla infanzia ad alzare ancora di più la voce. La Hogar Virgen de la Asunción era una bomba a orologeria in attesa della scintilla.

Dal 2013 ci sono state denunce e pubblicazioni sulla stampa sulla protezione dei bambini sotto custodia dello stato (si accusavano gli incaricati della casa di maltrattamenti, di somministrare cibo avariato, di abusi sessuali, di tratta). Lanciavano avvisi ma tutto continuava ugualmente. Perché? Perché questi bambini non interessavano ai governi in carica o alla società che leggeva le note. Perché in Guatemala non si fa molto sforzo per occultare la precarietà, la esclusione, lo abbandono, la situazione in cui centinaia, migliaia, milioni di persone vivono, non solo chi abita in quelle case.
Non c'è bisogno di nascondere la vergogna in un paese che si rifiuta di vedere se stesso.

Ora c’è stupore e indignazione per il macabro fuoco e per le dichiarazioni di ciò che stava succedendo in questo spazio creato per proteggere le bambine in situazioni di vulnerabilità: piccoli abbandonati, alcuni orfani, bambini in fuga da case con madri  che non era in grado di nutrirle, bambini maltrattati, bambine violentate dai loro padri, bambini e adolescenti senza opportunità, facili prede delle fameliche bande. E,allora,i giudici ordinavano allo Stato di proteggerli. E il sistema li trascinava, li versava, li ammassava: più di 700 bambini in uno spazio con una capacità di 400 (non ci sono cifre esatte). Un bilancio miserabile, con personale insufficiente, amministratori senza esperienza e alti funzionari assunti per pagare qualche favore. La casa di accoglienza era un luogo più pericoloso che la strada o delle famiglie, dove le avevano abusate, perché da lì non si poteva fuggire.
Il 7 marzo i bambini sono insorti, alcuni hanno tentato di fuggire e un gruppo di adolescenti sono state chiuse in una stanza.Finora le dichiarazioni ufficiali dicono le stesse ragazze abbiano acceso il fuoco, sembra che per diversi minuti la polizia e i controllori abbiano ignorato le loro urla di aiuto.
L’edificio statale è stato chiuso e a velocità vertiginosa, i minori sono stati ritornati alle famiglie o sono stati trasferiti in altre strutture statali e private; le ragazze che sono sopravvissute, resistono negli ospedali o altri corpi aspettano di essere identificati all’obitorio. Ci sono tre funzionari detenuti, nonostante che, finora il Presidente Jimmy Morales, abbia fatto tutto il possibile per scaricare la responsabilità alle famiglie e manovrato per distogliere l’attenzione della cittadinanza.
Perché se qualche credito si può dare al presidente del Guatemala, è la sua capacità di dire ciò che una parte dei guatemaltechi vogliono sentire. Prima del suo arrivo alla Presidenza faceva ridere con le sue battute più crudeli; poi, in campagna elettorale, sapeva modulare la sua voce come fosse un pastore evangelico, appellarsi al nazionalismo più becero e cavalcare l'onda dell’”anti-politica”. Ora il suo discorso dopo l’incendio si è concentrato nel deviare l’attenzione dalla responsabilità del Governo e dal Ministero del Welfare sotto il suo comando.  Morales punta ad altre istituzioni come la Magistratura o l’Ufficio dei Diritti Umani e dichiara che quelle giovani erano in “conflitto con la legge”. Il presidente fa appello così al subconscio collettivo della legge del taglione, della pena di morte, dei “cattivi”, che possono e devono ardere e sulle loro famiglie che “non le curavano”; criminalizza, responsabilizza, fa che lo sguardo dei “bravi ragazzi” sia di rimprovero e accusatore delle famiglie che organizzano i funerali.  Jimmy Morales rispolvera la vecchia strategia della costruzione del nemico, di distruggere l'altro: ci sono morti che possono essere giustificate, ci sono persone colpevoli della loro stessa morte. Quelle ragazze indisciplinate e le loro negligenti famiglie se la sono cercata.

Il suo discorso è caduto come semi in un terreno fertile. Il Guatemala è un territorio di polvere da sparo e lo Stato è un mostro di cartone che serve per arricchire e proteggere alcuni e per schiacciare e ignorare altri. Uno Stato collassato i cui governanti non sono in grado di prevenire e considerano le carceri, i centri psichiatrici, le case per anziani, i rifugi per bambini, le ultime fogne della società.

Il 7 dicembre di ogni anno si celebra in Guatemala “ la bruciatura del diavolo”, si escono da casa tutti i rifiuti accumulati durante l’anno e la sera si fa un grande falò, dove ardono i brutti ricordi e ciò che non serve. Il fuoco, l'elemento mitico della morte e della purificazione.
Gli incendi hanno lasciato cicatrici nella storia nazionale: quello che ha bruciato queste bambine non è il primo.
Nel 1960, bruciò l’ospedale psichiatrico, dove morirono più di 150 persone, tra malati, criminali e indigenti; nel 1980 l'incendio presso l'Ambasciata di Spagna, nel quale morirono 37 persone carbonizzate, 22 contadini, 8 diplomatici e cinque studenti, e per molti anni si è speculato che furono gli stessi contadini a immolarsi. I fuochi delle guerre che hanno incendiato chiese, scuole, ranch con persone all'interno. Di questi fuochi rimangono i carboni inceneriti, tizzoni che nessuno si preoccupa di spegnere, in attesa di un nuovo accesso di rabbia o di uno stupido e brutale tentativo di spegnerli con la forza, la benzina o con la serratura.

Il comune denominatore di questi incendi è che alcuni in Guatemala hanno giustificato e continuano a giustificare la tragedia. Questi incendi sono collegati, perché ci sono ancora guatemaltechi che pensano che ci siano quelli che meritano di morire tra le fiamme; sono collegati perché lo Stato ha un ruolo da protagonista (per negligenza o per averlo acceso) e hanno in comune che in molti casi le persone uccise erano una parte della popolazione considera l’"altra": i malati, gli agricoltori, le ragazze povere ...

#FueElEstado dice l’hastag nelle reti sociali ed esce qualcuno in difesa di questi enti acefali e gelatinosi. Il fumo oscura la vera responsabilità dei funzionari che hanno assunto incarichi grazie al clientelismo e pagamenti in campagna elettorale; il calore impedisce di vedere che dietro il Presidente (i presidenti della storia) è il capitale finanziario che gioca a scacchi con i governanti e alleati corrotti per fare affari.
Sembra impossibile riconoscere che queste ragazze bruciate, come le loro madri e nonne sono nate con le carte segnate del destino, in un circolo vizioso di povertà, di abusi, di violenza, nella impossibilità di uscire dal baratro.

Per alcuni in Guatemala parlare di disuguaglianza, di esclusione, razzismo, di machismo è eresia.
E 'più comodo guardare in silenzio di fronte ai dibattiti sui cambiamenti strutturali del sistema, come le proposte di riforma nel settore della giustizia in fase di stallo al Congresso – della riforma fiscale stagnante a infinitum. E’ più comodo stare in silenzio piuttosto che parlare di educazione sessuale e riproduttiva -in cui i gruppi religiosi e conservatori si incaricano di mettere ostacoli a qualsiasi politica a essa collegata. Esigere che lo Stato garantisca la salute e l’istruzione, punti fondamentali – per questi gruppi è una utopia, mentre per altri è uno slogan comunista. La realtà è che, per alcuni, questo silenzio funziona relativamente bene, tranne quando vi è una tragedia, tranne quando si appiccica il fuoco. Gli incendi, però, si mitigano.

In mezzo al caos amministrativo, quasi una settimana dopo l'incendio, alcuni genitori continuano a vagare disperati tra gli ospedali, gli obitori e la segreteria - ora ghigliottinata- in cerca delle loro figlie. Un comando di volontari (per lo più donne) ordina e accompagna le famiglie abbandonate, perse tra la burocrazia e l’angoscia, perché le istituzioni fanno poco. Il corpo delle bambine sono riportate alle loro genti e quartieri di origine, si organizzano collette per pagare i funerali, si lanciano campagne per comprare le cose più elementari, appellandosi alla bontà e alla carità di tutti. Poco alla volta, i volti dei bambini e i nomi delle bambine bruciate, non occuperanno i titoli dei giornali.

Rimarrà nella storia, la foto delle bambine carbonizzate, come quella dell’incendio del reparto psichiatrico e della ambasciata. Forse, questa volta, ci sarà giustizia, alcuni ingranaggi si muovono, come quella della Procura. Ma conoscendo la storia, c'è poca speranza che, questa volta, sapremo vedere che nascosti dietro la pila dei corpi carbonizzati, ci sono migliaia di bambine in una fila infernale. C'è una casta destinato all'oblio. Perché ignoriamo i segnali di fumo.
Perché ci rifiutiamo di vedere le ragazze e le donne più vulnerabili, le indigene, gli altri, anche se ci bruciano le ciglia. Siamo stati incapaci di guardare negli occhi queste bambine.
Con essa, con la foto, la senza nome, nessuno potrà incrociare il suo sguardo: le sue cornee sono esplose con il fuoco.


(traduzione di Lia Di Peri)

Revista Factum.

domenica 16 agosto 2015

Perché gli uomini uccidono le donne?

Coral Herrera Gómez





Gli uomini uccidono le donne in tutto il mondo, perché sono stati educati e continuano a essere educati, in modo che risolvano i loro conflitti mediante la violenza; per questo la maggior parte di loro la usa per tutta la loro vita per ottenere ciò che vogliono o per risolvere i loro problemi.


Gli uomini uccidono le donne perché si credono i padroni delle loro compagne dei loro figli e figlie, della sua casa, della sua auto, del suo cane. Si sentono molto superiori e come proprietari fanno ciò che vogliono con loro.
Gli uomini uccidono le donne perché sono stati educati fin dall’infanzia per essere i Re assoluti della famiglia e dittatori in casa. I bambini imparano che i veri uomini sono sempre rispettati, obbediti e adorati e che, solo per essere uomini godono dell’amore incondizionato ed eterno, specialmente se gli/le altr* dipendono dalle loro risorse economiche.


Gli uomini uccidono le donne, perché in televisione siamo rappresentati come oggetti di possesso
che possono essere comprati e venduti, che possono essere violati e maltrattati, che provano abitualmente piacere nell’obbedire e assoggettarsi e che sono qui per soddisfare i desideri di qualsiasi uomo che possegga denaro. E come qualunque oggetto se non serviamo o non obbediamo, ci possono distruggere impunemente, perché la stampa lo chiamerà “ crimine passionale” e spiegherà “le sue ragioni”.
Gli uomini uccidono le donne perché la maggior parte non sa gestire le loro emozioni e vivono prigionieri della loro sofferenza, delle loro paure, del loro dolore, dei loro traumi, delle loro insicurezze, dei loro brutti ricordi, delle loro carenze affettive e dei loro più intimi problemi. Quanto più paura e dolore accumulano più drammaticamente si pongono. Quanto più insicuri si sentono più violenti sono.

Gli uomini uccidono le donne perché sono machisti : credono che nel mondo alcune persone siano migliori di altre e nessuno più di loro si colloca dalla nascita in cima alla gerarchia socio-economica e gli si regala una serie di privilegi: migliori salari, posti politici e imprenditoriali più alti, la proprietà di tutte le terre del pianeta è nel loro possesso (oltre l'80%). Essi governano in maggior misura rispetto alle donne, essi sono i padroni delle banche, delle imprese, dei mezzi di comunicazione; essi hanno i beni e le risorse che danno potere sugli altri e in particolare, sulle donne. Noi siamo per i machisti, come gli animali: un oggetto che si vende, si compra, si affitta, si scambia come bestiame, del quale si gode, si sfrutta, si mutila e si maltratta.


Gli uomini uccidono le donne perché la nostra cultura amorosa è patriarcale e si fonda sull’egoismo,sulla sofferenza, sulla disuguaglianza, sulle relazioni verticali, sulle lotte di potere. Il capitalismo romantico ci fa egoisti, il romanticismo patriarcale perpetua i miti romantici ed esalta il dolore come via per raggiungere l’amore. Il romanticismo patriarcale si basa sulla doppia morale sessuale, sul piacere della sofferenza, sulla dipendenza emozionale femminile, sulla violenza di genere, sull’odio come forma di relazione , sullo schema del dominio e sottomissione o su quella del padrone e dello schiavo.  Gli uomini si sono convinti che le donne sono buone o cattive e continuano ad avere paura della nostra libertà e autonomia, della nostra sessualità ed erotismo, perché non sanno come rapportarsi a noi come eguali. Sono stati educati a sentirsi adorati, rispettati e necessari, non per costruire relazioni egualitarie.
Gli uomini uccidono le donne perché non sopportano le sconfitte.  Non sanno gestire una rottura sentimentale, non gli hanno insegnato che la gente può liberamente seguire il proprio percorso, che nulla ci appartiene,che tutt* siamo liberi di unirci e separarci.  I bambini che sono educati patriarcalmente alla competitività più spietata non hanno gli strumenti per interagire sul piano dell’uguaglianza, hanno necessità di sentirsi vincitori e per questo una rottura sentimentale la vivono come un fallimento. Non dispongono di strumenti per superare il dolore, non possono parlare con nessuno per non sentirsi deboli o perdenti, non hanno nessuno cui rivolgersi quando si sentono disperati, perché si preoccupano più di dare un’immagine di forza e potenza. Non possono sfogarsi, non sanno chiedere aiuto e la televisione non smette di inviare loro messaggi di legittimazione e normalizzazione dell’uso della violenza quando si è costretti a difendersi o difendere le loro proprietà.




Gli uomini uccidono perché gli eroi maschili ammazzano e sono pieni di gloria. Il dio della nostra epoca è un dio guerriero, un maschio mitizzato per la sua forza e violenza. Nella pubblicità, nei fumetti, nei film, nei videogiochi, si rende culto ai guerrieri assassini siano essi androidi o cavalieri medievali.  Tutti i nostri eroi raggiungono i loro obiettivi mediante la violenza, per questo i film si sviluppano fra proiettili, bombe, frecce, colpi, pugni, machete e scene di tortura e dolore. La maggior parte dei film nelle sale cinematografiche rappresentano maschi alfa, armi e sangue, urla e violenza. In tutti, l’eroe esibisce la sua forza, il suo coraggio e la sua capacità di annientare chiunque nel suo cammino… gli effetti speciali e la musica della spettacolare fiction aumentano il suo potere seducente sugli spettatori e spettatrici, che ammirano la sensualità della violenza patriarcale e la poesia del virile sacrificio.


Gli uomini uccidono le donne perché sentono di aver sacrificato molto per essere quello che sono e che ciò gli dia il potere sulla vita di altre persone.  
Ai bambini insegniamo che se vogliono essere eroi e avere potere e fama , se vogliono essere il numero uno, se vogliono essere i migliori in tutto, devono sacrificarsi per ottenerlo. Il premio è molto seducente: se sei un macho patriarcale vincente avrai l’ammirazione e il rispetto di tutti gli altri machi e molte donne sospireranno per te e per la tua bellezza, per il tuo coraggio, il tuo potere, le tue risorse. Il sacrificio, però, è terribile: dovranno mutilarsi emotivamente, imparare a non piangere in pubblico, imparare a nascondere la loro vulnerabilità, a non esprimere emozioni e apparire freddi come un iceberg. Essi possono scatenare la loro rabbia o la loro frustrazione ma non emozioni come la tenerezza, l’affetto, la tristezza, la paura o l’amore. Queste sono cose da donne, queste persone imperfette, deboli e vili alle quali nessuno vuole somigliare.

Gli uomini uccidono le donne perché anche gli altri uomini uccidono le donne e perché nella guerra tra i sessi, le donne sono le nemiche.  Il sacrificio patriarcale comporta abbandonare il mondo delle donne per diventare un “vero uomo”, abbandonare il nido materno e unirsi solo ai propri pari, vale a dire, ai maschi che dimostrano di essere tali. Per non scendere nella gerarchia sociale gli uomini devono fornire costante prova della loro mascolinità per non essere paragonati alle donne, ai bambini agli omosessuali. Per evitare di perdere l'onore o di essere preso in giro nell'ambiente maschile, i giovani devono dimostrare costantemente la loro virilità: l'obiettivo è di guardare e sentire all'opposto di una donna. Da giovanissimi, gli si insegna a proteggere la loro libertà e a difendersi dall'enorme potere sessuale delle donne. Gli uomini machisti credono che innamorandosi perdano il loro potere, per questo hanno bisogno di sentire che controllano i loro sentimenti, che non si lasceranno manipolare dal nemico e che possono ucciderlo se non riescono a dominarlo. Se il nemico non si sottomette, si uccide, come in tutti i film e i racconti patriarcali, come in tutte le guerre tra i popoli.

Gli uomini che uccidono le donne per prima cosa sono terroristi: seminano il terrore in casa per anni e instaurano una sorta di guerra in cui lui è l’unico soldato armato. Essi impongono le norme e le fanno rispettare, esigono obbedienza e sottomissione, prendono decisioni e stabiliscono punizioni, pretendono che una o più donne soddisfino le loro necessità di base(sesso, cibo, igiene, cura e coccole, discendenza). Gli uomini machisti vogliono essere rispettati, ammirati, obbediti e hanno bisogno di sapersi necessari e imprescindibili, per questo esigono amore eterno e incondizionato, per questo vogliono essere i padroni assoluti, per questo credono di meritare il perdono quando si comportano male.

Gli uomini uccidono le donne perché godono di impunità e perché alla pubblica opinione non sembra così grave che, un uomo, ammazzi la “sua donna”,per questo pubblicano la notizia nella sezione “avvenimenti”, nonostante non sia un evento straordinario, perché le donne muoiono ogni settimana. Per perdere questa impunità è necessario che gli uomini condannino la violenza di genere e che i governi smettano di girarsi dall’altro lato, come se fosse una cosa da poco.

Gli uomini uccidono le donne perché non chiedono aiuto né lavorano per smettere di essere violenti e dominanti. Né i governi sembrano preoccuparsi per la quantità di adolescenti che dominano e maltrattano le loro compagne né per i bambini che sono assassinati in ogni femminicidio né per i bambini che riproducono il comportamento violento dei loro padri con le loro partner quando crescono. Né le istituzioni né la società puntano a insegnare la cultura del buon trattamento e l’uguaglianza agli uomini e i Media ci bombardano con immagini violente. Solo quando gli uomini fanno molto danno e causano molto dolore gli si offre la terapia o il carcere o entrambi.
Proposte per porre fine  al terrorismo machista e alla violenza di genere.

Io credo sia essenziale porre l’accento sulla responsabilità che hanno gli uomini per la violenza in tutto il mondo, chiedere che imparino a relazionarsi in altri modi e a comunicare per risolvere i conflitti senza violenza .  Essi non possono più rinviare il lavoro su di sé per de-patriarcalizzarsi e acquistare strumenti propri per affrontare la vita senza paura e senza violenza.
Gli uomini devono disporsi in mucchio, muoversi e unirsi al cambiamento che si avvicina : l’uguaglianza e il femminismo giunsero per affermarsi e i progressi sono inarrestabili. Sono sempre più i gruppi di uomini egualitari e anti-patriarcali che hanno cominciato a lavorare individualmente e collettivamente ma sono ancora una piccola minoranza (che ammiro).

La velocità con cui stiamo cambiando, implica che gli uomini debbano adattarsi e mettere da parte la tradizione dei privilegi machisti e il sogno molliccio di possedere una serva – moglie che lo esaudisca devotamente e all’infinito.
Devono smantellare tutto il patriarcato individuale e, collettivamente, imparare a fare autocritica amorosa,imparare a esprimere le loro emozioni, a comunicare orizzontalmente e trattare le donne come uguali, rinunciare a sentirsi superiori o inferiori gli altri, sbarazzarsi dalla necessità di vincere, conoscersi meglio e lavorare per essere persone migliori. I compiti che gli uomini hanno davanti sono molti e vari ma quanto prima iniziamo a detronizzare il macho alfa, prima la finiremo con gli stupri, gli abusi, le aggressioni e gli omicidi compiuti dagli uomini machisti.
Penso che possiamo porre fine a questo massacro di donne e bambini solo se la smettiamo con la disuguaglianza e il machismo e l’esaltazione poetica della violenza nei film e fiction. Abbiamo bisogno di rivoluzionare tutte le nostre strutture, porre fine alla cultura che celebra la violenza e il potere maschile per creare altra cultura più equa e pacifica, che promuova il bene comune, il buon trattamento, la diversità e l’amore.

Altre proposte per porre fine ala violenza di genere:

- Educare i bambini e le bambine ai valori del femminismo, dell’uguaglianza, diversità e solidarietà.

 -Imparare fin dall'infanzia a lavorare alla gestione delle emozioni. Allontanare i bambini dalle armi, insegnarli a divertirsi senza competere, insegnarli a condividere e a non discriminare.
- Demitizzare e depatriarcalizzare l’amore romantico per porre fine alle relazioni di dipendenza fondate sull’asse dominio/sottomissione.
 - Porre fine alle lotte di potere nelle nostre relazioni personali, con l’egoismo e lo sfruttamento degli uni sulle altre. Imparare a condividere, a lavorare insieme e relazionarci in modo orizzontale in uguaglianza.

- Consapevolizzare e formare i media e i giornalisti affinché evitino di fomentare la violenza contro le donne attraverso i miti e gli stereotipi machisti inclusi nelle loro notizie.

 - Richiedere ai governi che aumentino la tutela delle vittime e mettere in atto politiche di uguaglianza, che permettano alle donne di raggiungere l’autonomia economica e la garanzia dell’esercizio delle sue libertà.
 - Chiedere che i Media e le industrie culturali smettano di mitizzare la violenza come qualcosa di sublime e di grande.
  - Porre fine all'impunità degli aggressori e dei femminicidaEsigere dal governo politiche educative di prevenzione, assistenza e appoggio agli uomini che vogliano uscire dalla spirale della violenza in cui sono mediante la terapia e la formazione.
-   - Sensibilizzare le persone creative che scrivono racconti, sceneggiature, opere teatrali, canzoni, video-giochi, ecc., affinché non continuino ad adorare la figura sacralizzata del macho che ammazza e abbiano il coraggio di detronizzare gli eroi che uccidono, inventando altre trame, altri finali, altri protagonisti, altre mascolinità e altre femminilità che non siano patriarcali.

- Rendere visibili gli uomini femminista che lottano contro la violenza di genere, unirci tutt* nell’estirpamento di questa piaga sociale.


(traduzione di Lia Di Peri)

mercoledì 1 ottobre 2014

La giovane che non sapeva suonare il pianoforte ( e che fu assassinata da un femminicida).

Dahlia de la Cerda



Sandra ogni mattina si alzava presto, prendeva il caffè e aiutava nei lavori di casa. E’ disoccupata, ma essere disoccupata non vuol dire non essere impegnata. Tutti i giorni Sandra sbrigava i lavori domestici, sebbene siano sottovalutati dal sistema etero-patriarcale, sono lavori non meno degni che essere un bravo sportivo o avere un eccellente rendimento scolastico.
La giovane era diplomata e si era preparata per l’ammissione all’Università, ma non era stata ammessa, nonostante che il Governo avesse dichiarato che nessuna giovane che volesse accedere a un’istruzione superiore sarebbe stata fuori per mancanza di risorse. Sandra non ebbe accesso alle politiche pubbliche d’istruzione e cominciò a cercare lavoro mentre tentava, nuovamente, all’Università di Biologia, Economia aziendale, Storia o Medicina? A chi interessano i sogni di una ragazza che non era un genio nella Fisica né aveva un brillante futuro in Germania? Sandra non sapeva suonare il pianoforte, però aveva sogni, né più né meno validi dei nostri o del femminicida, che l’ha ammazzata il 27 luglio 2013. Sandra che voleva essere una modella, sognava di sfilare sulle passerelle e posare per riviste di moda. Qualche settimana prima, Javier, un ragazzo che aveva conosciuto su Facebook, le aveva promesso un lavoro come aiutante in campo. Sandra non immaginava che questo giovane le avrebbe strappato i suoi sogni, la sua vita e il suo futuro, uccidendola vigliaccamente.

Quel pomeriggio del 27 luglio Sandra uscì da casa a Ixtapaluca nello Stato del Messico. Ixtapaluca è uno dei luoghi più pericolosi per le donne in Messico. La macchina femminicida, i Governi negligenti e la misoginia istituzionalizzata hanno creato le condizioni per cui migliaia di donne muoiono per mano dei figli sani del patriarcato, che considera sua proprietà. Sandra, come ogni guerriera, usciva tutti i giorni da casa, per affrontare la macchina femminicida.
La giovane che non parlava tedesco, ma che aveva dei sogni, prese la metro e durante il tragitto pensò al promettente futuro che la attendeva nel mondo della moda, sognò di potersi pagare un’università privata. L’orologio segnava le 16:00 quando Sandra arrivò alla stazione di Tlatelolco, Javier la aspettava, si abbracciarono come se si conoscessero da una vita. Andarono al cinema e, dopo, a casa di Javier.
La voce di Sandra fu spenta ore dopo l’ingresso in quell’appartamento del decimo piano. Il suo corpo fu smembrato e buttato via come spazzatura. Non abbiamo la sua testimonianza, le sue mete non sono state raggiunte e i suoi sogni non si sono realizzati, perché un machista ferito nell’ego ha deciso di strangolarla a morte.
Javier racconta di aver fatto sesso consenziente, i periti affermano che vi fu stupro. Javier dichiara che dopo il rapporto sessuale, hanno parlato delle loro vite. Il giovane che sapeva suonare il pianoforte, cercò di impressionarla, prospettandole che si sarebbe recato in Germania e che fosse un genio della Fisica.
 QQQueste cose non interessavano la ragazza; lei valutava le conversazioni divertenti, i buoni momenti e non i meriti accademici.  Essere un genio in Fisica ti rende, per caso una persona migliore? Sandra, una giovane allegra e ironica, scherzò sulle arie di grandezza di Javier, un ragazzo sopravvalutato, un ragazzo gonfiato dagli applausi delle sue amiche ed ex fidanzate. Questo fece infuriare Javier. “ Com’è possibile che rida di me?” avrà pensato - Come si permette di burlarsi delle mie medaglie? Sono uno studente modello! Sono un eroe! Chi si crede di essere questa qui?”. Non era frustrazione e non era dolore: era l’ego ferito di un macho, lo stesso ego ferito che usano gli stupratori per giustificare i loro crimini, quando una ragazza dice di no. Nel patriarcato, noi donne, ci siamo per applaudire gli uomini, per ammirarli, per dirgli di sì. E che cosa succede se non vogliamo? E se ci appaiono presuntuosi e ignoranti? Se la loro conversazione è noiosa e vanagloriosa? Se non ci interessano? Allora, ci ammazzano.

 Il giovane che sapeva suonare il piano aveva anche la forza sufficiente per buttare a  terra Sandra con un solo colpo. Javier non solo era un ottimo musicista e studente eccezionale, ma  anche un ottimo sportivo, il che significa che i suoi pugni sono considerati in alcuni contesti legali come arma bianca. Sandra si alzò e forse nel tentativo di difendersi gli ha graffiato il viso, gridandogli arrabbiata che non avrebbe permesso a nessun uomo di trattarla in quel modo. Javier la afferrò per il collo e strinse forte. La promessa della chimica, il quasi di madrelingua tedesca e che non ha un profilo da femminicida – perché dalle nostre letture classiste e razziste, immaginiamo che il femminicida sia brutto, povero e stupido, ha stretto il collo per cinque minuti, poteva lasciarla in qualsiasi momento, cacciarla via dalla sua casa, ma non l’ha fatto: ha stretto forte il collo fino a ucciderla. Come chi, avendo ucciso poco prima una zanzara, cioè senza rimorso alcuno, Javier va a dormire. Il mattino dopo, alzatosi, si prepara a smembrare il cadavere.  Il ragazzo che nel 2006 viaggiò in Germania, rimanendo abbagliato, si è caricato cinquanta chili – fare attività sportiva ha indubbiamente i suoi vantaggi – non voleva però che crimine fosse scoperto ed era impossibile togliere il corpo di Sandra dal suo appartamento senza destare sospetti. Dopo averci pensato un momento, andò in cucina, impugnò un coltello e squartò il corpo di Sandra. I resti della ragazza che voleva essere una modella e andare all’università, furono insacchettati e sparsi in posti strategici, rendendo impossibile la sua scoperta.
Javier fuggì. Per un anno ha vissuto sotto il nome di Carlos. Ha mantenuto la comunicazione con la sua famiglia ed è stato finalmente catturato nel luglio di quest'anno. Nella sua dichiarazione, Javier ha colpevolizzato Sandra di ciò che è accaduto, ha dichiarato che non ricorda che cosa sia successo, perché era fuori di sé.  Non è raro che un giovane, che ha sempre usato un linguaggio corretto, che si è sempre espresso in termini tecnici, faccia appello a un’emozione incontrollabile e avocare la pazzia per attenuare la punizione. E 'probabile che questo genio del patriarcato abbia chiaro che un in un sistema di giustizia che ha creato le istituzioni che permettono la violenza contro le donne, agiti sistematicamente la colpevolizzazione della vittima, deviando l’attenzione dal vero problema: la violenza femminicida esercitata sul corpo di Sandra. La violenza femminicida che ha strappato i sogni di una giovane che voleva diventare una modella.
Il ragazzo che salì sul podio per ricevere la medaglia di bronzo, ha detto che per la gran parte della sua vita ha subito il bullismo, perdendo per questo il controllo di fronte alla burla di Sandra. Javier, però, non ha antecedenti di violenza, il che implica che non era un giovane predisposto alla perdita di controllo, al contrario, le persone lo conoscono come un ragazzo educato e tranquillo. Perché come  Carlos, il nome assunto durante la latitanza non si è mai messo nei guai? Perché non ha mai reagito al bullismo? Perché Javier, non ha alcun problema con l’autocontrollo; Javier è un delinquente che in un esercizio di potere ha ammazzato Sandra Camacho; è un figlio sano del patriarcato. Javier ha ucciso Sandra perché è un femminicida.
Le dichiarazioni di Javier hanno provocato l’empatia degli egemonici mass media, che lo ritraggono come una povera vittima delle circostanze, un giovane che aveva davanti a sé un brillante futuro ma che ha avuto la sfortuna di incontrare una ragazza povera, ignorante, senza aspettative.
Ci raccontano che il pianista non voleva ucciderla, però lei, stronza e senza cuore, non gli ha lasciato scelta.  Viceversa, Sandra è narrata dall’alterità, dalla precarietà, dallo squallore. L’interiorizzata misoginia impedisce di capire che, presentare Javier dalla fragilità, giustificando i suoi atti è colpevolizzare Sandra.
I valori patriarcali e capitalistici, come l’ossessione per il denaro, l’eccessiva ricerca di eccellere e la sopravvalutazione dei meriti accademici fondati sui numeri e l’accumulo delle conoscenze ci porta a credere che, il crimine sia meno crimine se commesso da un genio della fisica. Il disprezzo per chi non è conforme alle qualità socialmente ritenute degne di applausi, ci fa percepire che esistano morti meno compassionevoli di altre. La morte di Sandra non è compassionevole né per il patriarcato né per il capitalismo, perché era una giovane donna che sopravviveva dalla periferia, che lottava dalla precarietà, una giovane espulsa dal sistema educativo e dall’offerta lavorativa, mentre al contempo, il suo femminicidio è ridimensionato perché lui era produttivo, studioso e predominante.
Sandra non ha fottuto la vita a Javier: Javier ha fottuto la vita a Sandra. Il futuro di Javier non fu stroncato, Javier ha stroncato i sogni della giovane che voleva entrare all’università. La vita non ha ribaltato le valutazioni al giovane pianista, il giovane pianista ha rovesciato quelle di Sandra.  Noi donne non siamo responsabili per le violenze che si esercitano sui nostri corpi, però i pianisti, i geni della fisica, i grandi sportivi, i presidenti, i Governi, i mezzi di comunicazione femminicida, sì, sono responsabili di continuare ad alimentare la macchina femminicida.


La Critica

tradotto da Lia Di Peri


venerdì 15 agosto 2014

L'embrismo: un mito prodotto dalle paure machiste

di Vanessa Rivera della Fuente *







Nella mitologia greca, la Gorgone era uno spietato mostro femminile. Il suo potere era così grande, che chiunque provasse a guardarla rimaneva pietrificato. Le gorgoni sono rappresentate, a volte, con ali dorate, artigli di bronzo e zanne di cinghiale e i capelli intrecciati con serpenti.
Terrificante vero? La stessa percezione che hanno le persone del mito moderno legato allo sviluppo del femminismo: l’embrista. Essendo un mito “appropriato” nessuno l’ha mai vista, però tutti e tutte ne hanno paura. E’ la somma di tutte le paure del patriarcato e delle stesse donne rispetto alle altre.
Tuttavia, se analizziamo la questione, né l’embrista, né la femminista estremista e neppure la nazi-femminista esistono come esseri diabolici che si aggirano cercando di pietrificare gli uomini con lo sguardo o sterminarli nella camera a gas. Sono leggende metropolitane appartenenti alla mitologia patriarcale, riversata nel caldo dell’inerte ignoranza.

Definendo l’embrismo.

Digitando su Google il termine “embrismo”, la maggior parte delle definizioni sono abbastanza laconiche catalogandolo come il contrario del machismo. Seguendo la definizione, l’embrismo sarebbe il contrario del machismo, quindi, per sapere che cosa sia l’embrismo, bisogna vedere cosa sia il machismo.
Il machismo, espressione che deriva dalla parola “ macho” è definito dal Dizionario come "l’atteggiamento arrogante degli uomini verso le donne". Il machismo comprende l’insieme dei comportamenti, atteggiamenti, convinzioni, pratiche sociali e credenze volte a giustificare e promuovere le condotte percepite tradizionalmente come eterosessualmente maschili e discriminatorie contro le donne.
Se l’embrismo è l’opposto del machismo, esso sarebbe quindi, “ l’insieme di atteggiamenti e credenze destinate a giustificare e promuovere il mantenimento di comportamenti percepite come eterosessualmente femminili e anche discriminatori contro gli uomini”. Non è strano tutto ciò? Per essere un movimento così potente che soggioga e opprime gli uomini e li violenta in casa, nei campi e li giudica, il suo sviluppo teorico è molto semplicistico e, coincidenza, si definisce come un riflesso del machismo, così come il femminile è stato definito da sempre, come l’immagine speculare del maschile.
Il machismo è l’insieme d’idee, comportamenti e atteggiamenti socializzati, ampiamente appresi, con un forte rinforzo culturale, pertanto accettati e normalizzati. Il machismo, quindi, conta su un sistema che consente la sua riproduzione. Dov’è il sistema culturale, la pratica sociale, l’ossatura della tradizione, la struttura d’appoggio che permette la riproduzione del presunto embrismo? Chi dice che “ le donne sono così, è normale, è la loro natura”, quando esprimono comportamenti che le fanno guadagnare l’etichetta di embriste?
Come dichiara Beatriz Gimeno: “ C’è un movimento, un’ideologia, un pensiero, una teoria, dei testi,  che sostenga che gli uomini debbano essere sottomessi alla disuguaglianza, nella quale viviamo noi donne? Che dovrebbero essere spogliati dei loro diritti economici o politici, che debbano guadagnare meno, che si meritano di essere oggetto di violenza da parte delle donne, che debbano essere reclusi nelle loro case, lasciare il mondo lavorativo e lo spazio pubblico?”.
In quale posto esiste un sistema di dominio destinato a soggiogare gli uomini, appoggiato dalle leggi, finanziato dalla Banca mondiale, controllando il potere politico e i mass-media per mercificare gli uomini e violentarli per essere tali? L’embrismo, presumibilmente, contribuisce a mantenere un comportamento eterosessulmente femminile. Tutte le volte, che si qualifica sempre qualcuna embrista si fa perché quella donna ha mostrato comportamenti legati al maschile: violenza, aggressività, senso competitivo, ambizione di potere, ecc. L’evidente contraddizione conferma l’impronta machista del concetto. Quale sistema, ideologia, teoria, difende il mantenimento di comportamenti eterosessuali femminili? Quale sistema è nella posizione privilegiata di definire ciò che è femminile o no, ciò che è maschile o no e chi è embrista o no?
E’ penoso che dobbiamo continuare a farci del male le une con le altre con etichette inventate dal patriarcato. Come se non fossero già abbastanza le definizioni canoniche di santa, madre, vergine, strega, folle e puttana. Adesso, c’è questa moda di dire “ Io sono femminista e voglio l’uguaglianza, non come queste embriste/nazi-femministe” Il che equivale a dire “ Io sono una signora, non come queste donne sciolte, là fuori”.  Cioè “ Le altre sono quelle più cattive”. Questo patriarcato introietta l’elevata purezza. Rileva la parola “altre”, perché questo tipo di elaborazioni sono quelle che ci mantengono in una situazione di alterità che ci impedisce di costruire il “ noi”.
Perché analizzare il concetto di embrismo? Perché noi donne siamo state educate storicamente a diffidare del nostro potere, a squalificare il potere delle altre donne, per confrontarci solamente con l’approvazione maschile. L’embrismo è un’invenzione machista, affinché le donne rifiutino l’emancipazione delle altre, quando non compiacciono il patriarcato. Ci fanno credere che è male ribellarsi di fronte alla discriminazione di genere e che ci siano donne ribelli buone e donne ribelli cattive, secondo il grado di approvazione che concede il sistema patriarcale.
L’ embrismo è utilizzato per rafforzare la socializzazione negativa delle donne. Abbiamo imparato che solo sotto la protezione e la guida dell’autorità maschile, siamo sicure che dobbiamo diffidare delle altre donne, perché come diceva mia nonna, sono ruba-mariti, perché tradiscono, perché le donne sono volubili e solo sottomettendoci che arriviamo a bilanciare, controllo e tranquillità. Le embriste, allora, sono un pericolo per il sistema, perché non cercano la sua approvazione e mettono a rischio la socializzazione negativa, che permette di dividere e controllare le donne.
Le donne non hanno sorellanza con le loro pari o competono senza scrupoli per il potere, hanno una logica patriarcale nel modo di vedere il mondo, però non sono embriste. Sono riproduttrici del machismo, così come quelle che accusano di embrismo. Pertanto, il discutibile in questo caso è il patriarcato e i suoi modelli di naturalizzazione delle relazioni umane disuguali, non certo il femminismo.
Delegittimare i processi di autonomia delle altre donne è esercitare violenza simbolica, con uno stereotipo che demonizza la consapevolezza del potere delle donne, come comportamento aggressivo estremo. Chiamare embrista le altre donne è essere d’accordo che il patriarcato abbia ancora il diritto di definire e dirci quale femminismo accettare, quali siano i processi emancipatori più legittimi o no, quali donne siano brave e quali siano cattive dentro i movimenti e no. Implica che sia giusto escludere mediante etichette e stereotipi quelle donne il cui cammino verso la liberazione sembra più minaccioso rispetto a quello delle altre.
L’embrista se davvero esistesse, non sarebbe giammai un pericolo per le donne che cercano autonomia, ma per il sistema oppressivo, per gli oppressori e riproduttori e riproduttrici.
L’embrismo è il mito inventato dal machismo per non ammettere la sua paura delle donne senza paura.

 * El quinto poder

traduzione di Lia Di Peri




mercoledì 16 ottobre 2013

La seconda ondata machista

Lydia Cacho*




                                 


Lucero è stata ferocemente picchiata per essersi rifiutata di fare sesso, e la Procura sta facendo di tutto per eliminare i diritti di questa ragazza messicana di Guanajuato e zittire la stampa insinuando che fosse in qualche modo colpevole dell’aggressione.

Mousin e Raja di 14 e 15 anni si son baciati in bocca fuori dalla scuola in Marocco e il loro amico Osama ha postato la loro fotografia su Facebook. Le autorità li hanno arrestati e, ora, sono sotto processo con l’accusa di atti osceni e danni alla morale pubblica. In Marocco baciarsi è considerato immorale, mentre picchiare o violentare la moglie, non lo è. Il ragazzo e la ragazza rischiano una condanna fino a due anni di carcere, perché – ha dichiarato la Procura – baciarsi in pubblico minaccia la società e va contro i principi educativi.
In Yemen, Saadah cui nome significa felicità, a tredici anni è stata venduta in matrimonio dal padre. Il marito, di cinquant'anni, ha pagato l'equivalente di 1200 pesos per la ragazza che maltrattava fino a quando a diciotto anni e con due figli è riuscita a fuggire e tornare a casa di sua madre. Il padre ha dichiarato che aveva venduto le figlie per evitare che vivessero in povertà. Adesso le due, come migliaia di bambini vittime di matrimoni forzati nel mondo, sono tornate a casa, con figli e figlie da sfamare, senza risorse o protezione, e sicure che lo Stato non riconoscerà la loro libertà e dignità.
In Indonesia, nella provincia sud di Sumatra, il ministro dell’istruzione ha proposto una legge che ordina che tutte le ragazze che vogliono accedere alla scuola devono essere sottoposte a un esame ginecologico per dimostrare la loro verginità. Le ragazze che non hanno l’imene integro, non potranno ricevere l’istruzione pubblica. Dietro questa politica, che alcuni gruppi conservatori mirano a standardizzare in Indonesia e che ha provocato le reazioni dei settori progressisti del paese, c’è il maschilismo. Il ministro dell'Istruzione, Muhammad Rasyd, dichiara che queste misure legali, impediranno alle donne di avere rapporti prematrimoniali. Le attiviste indonesiane che hanno protestato contro il ministro e i leader religiosi, hanno affermato che questa misura rappresenta un’enorme battuta d’arresto per i diritti delle donne nella regione.
Dietro di questi e a migliaia di altri casi, si nasconde un’ondata di misoginia, che pretende di cancellare i diritti delle donne e delle giovani. Diritti che le nostre antenate hanno conquistato, rischiando la vita. In alcuni paesi come il Messico, l'Indonesia o l’Italia sono approvate le leggi contro la violenza sulle donne, tuttavia la loro applicazione è soggetta a codici " morali ", contradditori, che favoriscono gli aggressori, mentre umiliano e re-vittimizzano le donne e le ragazze. Ogni giorno, migliaia di articoli  giornalistici documentano l’aumento del femminicidio nel mondo, una forma di violenza estrema, per controllare alcune donne e avvertire le altre che potrebbero essere le prossime della lista, se non obbediranno ai mandati del sessismo, che promuove una doppia morale.
L’argomento “ ho figlie e madre” usate dai politici è davvero assurdo, perché avere accanto donne, non garantisce la convinzione per l'uguaglianza giuridica e sociale.
Mentre ascolto le donne indonesiane discutere la legge sulla verginità, documento l’accettazione sociale dello sfruttamento delle donne in questa regione. Leggo che i media del Messico, Marocco, Indonesia, Yemen, non vogliono uscire da riflessioni superficiali: non analizzano il controllo sociale delle donne e delle ragazze attraverso l'espropriazione della loro volontà, i loro corpi e la loro sessualità.
Dobbiamo chiederci come si condiziona la loro educazione mediante la sottomissione, la loro sopravvivenza attraverso i matrimoni servili. O si nega l’accesso alla giustizia quando sono libere e si ribellano all’oppressione.
Fino a quando non riusciremo a portare la notizia dello scandaloso singolo caso al contesto delle politiche pubbliche e le convinzioni private di politici sessisti che promuovono l’oppressione, alla diseguaglianza e alla violenza, niente cambierà.  Nessuno ha chiesto al governatore di Guanajuato – che parla di sua madre – di esigere che, il procuratore che ha designato, faccia valere le norme giuridiche.
Nessuno ha chiesto al ministro di Sumatra se vuole un’istruzione gratuita ed egualitaria, senza mettere la testa sotto le gonne delle ragazze o al governo yemenita la necessità di abbattere la povertà e promuovere l’uguaglianza.
Chiaro. Come l’acqua.

Lydia Chaco, giornalista messicana, esperta in diritti umani e politica.

Frontera.info

(libera traduzione di Lia Di Peri)



martedì 6 agosto 2013

Le parti di me che mi hanno spaventato

Ottimo articolo scritto da uomo antipatriarcale sulle dinamiche intersezionali del machismo, la sua influenza sui movimenti alternativi e le difficoltà per il raggiungimento di  una nuova e più consapevole  mascolinità. Un riconoscimento delle teorie e prassi femministe. 
Chris Crass






Prima Parte: Come posso essere machista, se sono un anarchico?

Sono un machista?  Mi sono chiesto, gelando. Mi sono sempre comportato normalmente con le donne e non sono stato il classico macho prepotente, né misogino.
Come posso essere allora un machista se sono un anarchico? Non posso evitare di stare sulla difensiva, nervoso. Ho sempre creduto nella lotta per una società migliore, facevo parte degli oppressi. Gli oppressori erano i capitalisti, no? Erano coloro che guadagnavano dall’ingiustizia. Quando mi posi queste domande era il 1993 avevo diciannove anni più quattro di attività politica sulle spalle.

Nilou, accarezzandomi la mano, cercò di spiegarmi con pazienza “ Non sto dicendo che sei cattivo, dico soltanto che hai atteggiamenti sessisti. Ci sono comportamenti che sono chiaramente sessisti, ma a volte il machismo non è così evidente, è più sottile viene fuori nei piccoli dettagli. Spesso m’interrompi quando parlo, presti più attenzione quando interviene un uomo, che quando parla una donna. L’altro giorno, quando stavamo prendendo un caffè con Mike, vi siete comportati come se io fossi invisibile, come se fossi lì solo per contemplarvi. Un paio di volte ho cercato di intervenire nella conversazione, non ci avete fatto caso, avete continuato, come se non fosse successo nulla. Quando vi riunite anche in pochi, vi ascoltate solo tra di voi, se c’è una donna, non le prestate nessuna attenzione. Per molto tempo ho creduto che fosse un mio problema, che se non partecipavo era perché non avevo nulla d’interessante o utile da dire. Mi sono resa conto dopo, che succedeva anche alle altre donne del gruppo, che era un sentire comune. Non ti sto dicendo che la colpa di tutto è tua, però giochi un ruolo importante in questo gruppo, così che sei parte di questa dinamica”.
Questa conversazione cambiò la mia vita, ancora oggi affronto la sfida che mi ha segnato e quest’articolo è parte di questo processo. L’ho scritto rivolgendomi agli uomini bianchi, di classe media, con idee politiche di sinistra e che sono coinvolti in qualche modo nei movimenti sociali. Voglio trattare il machismo dalla mia esperienza di sfidare il sessismo dal punto di vista emotivo e psicologico. Ho scelto quest’approccio, perché voglio mettere in discussione la dimensione personale di questi temi, perché sono convinto che sia il modo più efficace di lavoro con altri uomini, contro il sessismo e anche perché molte compagne ci chiedono di non trascurare questi aspetti.
Quest’articolo si basa sul lavoro di donne, soprattutto di donne nere e latine, che scrivono e lavorano contro il patriarcato nella società e il machismo nei movimenti sociali. Il lavoro di Barbara Smith, Gloria Anzaldua, Ella Baker, Elizabeth’Betita' Martinez, Bell Hooks e di molte altre, ci offre la base delle idee, visioni e strategie per il lavoro che gli uomini bianchi dovrebbero fare per vincere il machismo.
Ogni giorno ci sono sempre più uomini all'interno dei movimenti alternativi che lottano contro la supremazia maschile. Molti di noi riconoscono che il patriarcato esiste, che grazie a questo abbiamo privilegi, che il sessismo mina le fondamenta stesse dei nostri movimenti e che le donne, le trans e le persone queer, l’hanno detto chiaramente più volte “Gli uomini devono fare qualcosa su questi problemi, dovete parlarvi tra di voi, mettervi reciprocamente in discussione e decidere come si combatte il machismo” Ci sono molti uomini bianchi nei movimenti sociali, che si rendono conto che la società è sessista, compresi i movimenti cui partecipano, però non riconoscono il proprio coinvolgimento personale in questa situazione.

 Un anno dopo la conversazione con Nilou, ero seduto in silenzio in un gruppo di discussione di uomini. Non sapevamo che dire. Eravamo spaventati, nervosi, tesi e non facevamo nessuno sforzo per creare un ambiente favorevole per la discussione sul sessismo. Le compagne avevano proposto di passare una giornata a parlare di machismo in gruppo separato di uomini e donne. Noi uomini ci chiedevamo “ Di cosa stanno parlando le donne?” Quando i due gruppi alla fine si riunirono, la discussione subito prese una piega molto tesa, le donne difendevano se stesse e il modo di comprendere le loro esperienze. Mi sentivo malissimo, completamente perso e senza la minima idea di come andare avanti.
Mia madre che aveva seguito parte della discussione, chiese se poteva intervenire. “ State parlando di questioni enormi e molto difficili". “Sono contenta di vedere persone della vostra età, affrontare seriamente questi problemi, dimostra che credete davvero nelle cose per le quali state lottando. Questa conversazione non può concludersi in un giorno.”.
Era chiaro: lottare contro il machismo comportava più sforzi, che imparare a guardare le donne anche durante le discussioni di gruppo. Gli sforzi per combattere un sistema di potere che opera a livello economico, sociale, culturale e psicologico e che la mia presunta superiorità come uomo, così bene interiorizzata non era altro che la punta di un iceberg dello sfruttamento e dell’oppressione.

Parte II: A quale classe storica appartieni?

Essendo un uomo bianco della media borghesia, ho sentito molte volte questa domanda, nei sette anni che ho frequentato gli Studi di Genere e Studi Etnici. Nel Corso di Storia delle Donne Nere, qualcuno ha cercato di aiutarmi a capire dove dovevo andare.
Ho capito molto bene il perché di quella domanda e che non si riferiva solo alla classe universitaria, bensì a quella sociale dentro un sistema  patriarcale, etero sessista e capitalistica, molto impegnata a mantenere un forte controllo sociale. Ho studiato per quattro anni all’Università Comunitaria e per altri tre all’Università di Stato di San Francisco. La maggior parte delle/dei miei/mie insegnanti erano donne e persone nere e latine. Erano cresciute in comunità segregate, dove le persone di diverse etnie non si mescolavano e avevano avuto pochi modelli di riferimento (professori o esempi autorevoli) che non fossero bianchi.
Studiare in un ambiente dove la maggioranza delle persone non erano bianche, ha avuto anche un grande impatto su di me, perché ero per  la prima volta in tutta la mia vita, minoranza, di razza e di genere. Capì improvvisamente che le questioni razziali e di genere, non erano un problema tra tutti gli altri, ma aspetti centrali del modo di intendere e concepire il mondo.
Sono cresciuto credendo di essere un individuo che percorre il suo cammino in modo lineare e progressivo, senza un passato alle spalle. La storia era per me un insieme di fatti e date interessanti, ma senza alcun collegamento chiaro alla mia vita. Ero una persona nel mio mondo. Poi cominciai a imparare che essere bianco, maschio, di classe media, senza disabilità fisiche, comunemente eterosessuale e cittadino degli Stati Uniti, non solo significava avere privilegi, ma che mi dava anche un passato. Io sono parte di una categoria sociale – bianca, maschile, eterosessuale, di classe media, gruppo creato e modellato dalla storia, - che sono considerate lo standard della “normalità”, dalla quale tutti gli altri sono giudicati. All’immagine che avevo della mia identità individuale, si aggiunse l’immagine delle navi di schiavi/ave delle comunità native rase al suolo e bruciate, di famiglie distrutte, di violenza sulle donne, di uomini bianchi di classi dominanti, che usano gli uomini bianchi poveri, per colonizzare le donne bianche, i non bianchi/che e la Terra.
Ricordo che stavo seduto in una classe di Storia della Donna Afroamericana, uno delle due uniche persone bianche e unico uomo, tra quindici donne nere. Stavamo studiando la schiavitù, Ida B. Wells e la sua campagna contro le violenze sistematiche sulle africane schiavizzate dal padrone bianco, milioni di stupri sanciti e protetti dalla legge, come le centinaia di uomini neri linciati con la scusa di proteggere le donne bianche dai violentatori neri. Mi sentì depresso, la storia nelle lacrime dei miei occhi e la nausea allo stomaco. Chi furono quegli uomini bianchi, che sentivano su se stessi? Avevo paura e vergogna di alzare gli occhi sulle donne nere del mio corso. “ Anche se esiste una mescolanza di razze per amore – disse la docente – il nostro popolo possiede tante diverse sfumature di nero, a causa di generazioni e generazioni di violenza istituzionalizzata”. Chi sono e cosa sento su me stesso?

Parte III: Questa è la mia lotta

Non ho idea di quale ruolo nella rivoluzione potrebbe giocare gli uomini bianchi eterosessuali, perché sono la base e il corpo del sistema di potere reazionario”.
- Robin Morgan, nell'introduzione a "Sorellanza è Potente".

A volte ho periodi di odio verso me stesso, mi sento colpevole, ho paura. Quando questo accade, so e sento che ho un ruolo da svolgere nella lotta per la liberazione e so anche per esperienza, che posso fare molte cose utili, però non posso evitare di chiedermi “ mi sto ingannando?”

Mi hanno insegnato che avevo diritto a tutto. Che sarei potuto andare dove volevo e fare ciò che desideravo e che in qualunque posto avrei avuto valore e sarei stato necessario. Il patriarcato e l’eterosessualità mi hanno insegnato in modo sottile e talvolta brutale, che avevo diritto al corpo delle donne, a prendermi i miei spazi ed esprimere le mie opinioni e idee, ogni volta che volevo, senza tenere conto degli@ altr@. Questo è un processo di socializzazione molto differente dalla maggior parte delle persone in questa società che sono costrette a rimanere in silenzio, a nascondere o celare chi sono, a non dimenticare mai che dovrebbero dire grazie per il solo fatto di esistere. Penso che sia sano imparare a condividere spazio e potere, e lavorare con gli altri per trovare il ruolo che si può realizzare. Ciò che non è sano ed è raro è che i privilegiati per sesso parlino di questo tema e si sostengono a vicenda in questo processo di liberazione.

Laura Close, un’attivista di Students for Unity en Portland, parla su questo tema nel suo saggio “ Uomini in movimento” incoraggiando quelli dei movimenti a unirsi contro il sessismo. Io sapevo che aveva ragione, ma la semplice idea di farlo mi rendeva nervoso.  Avevo un sacco di amici con i privilegi di genere, però mi terrorizzava impegnarmi politicamente e scoprirmi per spiegare i miei problemi nella lotta contro il sessismo. Ero capace di denunciare pubblicamente il patriarcato e tentare di convincere gli altri uomini di tanto in tanto, ma ero davvero capace di essere onesto, riguardo al mio sessismo, di collegare l’analisi e la pratica politica con le mie emozioni e processi psicologici di essere vulnerabile? Un momento, vulnerabile di cosa? Nel Corso degli Studi di genere ho forse affermato di stare contro il patriarcato, il razzismo, il capitalismo? Ricordo che il livello di consapevolezza tra i miei compagni dell’Università sul femminismo era talmente basso, che il semplice fatto, di leggere un libro femminista e dire ogni tanto “ riconosco che il sessismo esiste”, mi poneva già più avanti di loro.
Trovo molto più facile fare dichiarazioni contro il patriarcato in classe, nelle riunioni politiche e nei miei scritti, che praticare la politica femminista, in relazione ai miei amici, famiglia, compagne.

Questa non è una confessione per essere perdonato. E’ una lotta continua per essere sincero circa le profonde influenze del patriarcato nella mia personalità. Il patriarcato mi perseguita. Sono pieno di dubbi,se un giorno sarò in grado di amare sinceramente e in modo sano. Sulla mia capacità di connettermi con me stesso, per potermi aprire e condividere. Posso vedere le cicatrici del patriarcato su ciascuna delle persone con le quali ho relazioni e quando mi sforzo di osservare e prendo tempo per pensarci, mi riempio di rabbia e tristezza. Bell Hooks nel suo libro "Tutto sull’Amore", afferma che l’amore è impossibile quando c’è una volontà di dominio. Posso amare veramente? Voglio credere di sì. Che sia possibile attraverso pratiche politiche per gli uomini bianchi, in opposizione al patriarcato.
Credo che sia nella lotta contro l’oppressione, nella pratica dei nostri impegni, che esprimiamo e realizziamo le nostre qualità umane più preziose. Ci sono momenti, esperienze e situazioni in cui vedo che ci scontriamo col patriarcato che dimostra quanto siamo abili. Credo che sia un lavoro di una vita e parte della lotta per riscattare le nostre vite.
In questa lotta ci rendiamo conto, che di fronte a questi sistemi di oppressione tanto potenti, la nostra capacità di amare, la nostra passione, creatività, dignità e il nostro potere crescono. Possiamo farcela..

Epilogo :  Lavorare perché questa lotta sia concreta ed efficace.


Anche se bisogna lavorare su temi emotivi e psicologici molto forti, ci sono infiniti passi concreti che si possono fare per la lotta contro il machismo.  La domanda per me più importante riguarda le condizioni necessarie per prendere sul serio questa lotta, renderla prioritaria, darle seguito. Oltre a parlare con gli uomini del tema, è anche importante che ci sosteniamo l'uno con gli altri, perché tutti compiano la parte che gli tocca. Ci sono molti temi emozionali complessi ed è importante aiutarsi, per non perdere e continuare ad andare avanti. Ci si può chiedere, per esempio, come stiamo sostenendo l'uguaglianza delle donne, che cosa stiamo facendo per condividere la responsabilità e il potere nelle nostre organizzazioni, come stiamo migliorando la nostra apertura alle donne, affinché ci dicano ciò che pensano del nostro lavoro, ecc.

Analizzare e contrastare i nostri privilegi è necessario, ma non è sufficiente. La cooperazione tra gli uomini per superare il dominio maschile è una delle tante strategie necessarie per sviluppare un movimento di liberazione della donna, multirazziale, antirazzista, femminista, di liberazione homo e transessuale, dalla classe lavoratrice e anticapitalista, per la liberazione collettiva. Sappiamo che il sessismo funziona come una barriera contro la costruzione di questo movimento. La domanda è cosa faremo per evitarlo, perché il processo cresca dentro di noi e con esso la nostra capacità di amare se stessi e gli altri.

Ricordatevi che il cambiamento sociale è un processo e la nostra trasformazione e liberazione è profondamente collegata con la trasformazione e liberazione sociale.
La vita è molto complessa e piena di contraddizioni. L’intenzione di quest’articolo è di interferire con le forme di dominio che feriscono i nostri movimenti e ci fanno male come persone.
I ragazzi bianchi hanno molto da fare, ma è anche un lavoro appassionante se crediamo veramente all’uguaglianza, e vogliamo raggiungerla. Le forme quotidiane di dominio sono il collante dei sistemi gerarchici. La lotta contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’etero-sessimo e lo Stato sono anche la lotta per la liberazione collettiva.

Nessuno è libero fin quando non lo saranno tutti e tutte.


el contrast.org

(libera traduzione di Lia Di Peri)

mercoledì 17 luglio 2013

Il Mujerismo* non è femminismo, né embrismo.

di  Shangay Lily,  femminista, scrittore, attivista.

                                                                                                   



Questa corruzione del femminismo che è il mujerismo sta vincendo la partita. E’ chiaro, la destra e il potere hanno di fatto molto interesse che trionfi questa ideologia e, quindi, il sostegno mediatico è impressionante. Basta guardare ogni giorno la televisione, cinema, teatro e, soprattutto avere il giusto umore per farlo. Ogni giorno ci dicono come deve essere una donna perché si possa considerare tale, ignorando il dato che per il mero fatto di possedere una vagina già lo è e tutto ciò che gira intorno a questa vagina è superfluo, discutibile e secondario. Tutto ciò che serve per essere una donna biologica (i parametri sono diversi quando si tratta di transessuali femminili, per chi vuole far deviare la discussione) è avere la vagina e se definiamo il femminile da altre caratteristiche psicologiche, entriamo nel regno della speculazione, mosso ovviamente, da interesse soggettivo.
Naturalmente, la trappola maggiore è ignorare fattori quali la classe, l’istruzione, la posizione, il denaro e razza, per calcolare la vera definizione di un essere umano.  Il mujerismo ha un enorme interesse a che l’unico fattore da utilizzare per definire la donna sia il sesso e preservare così tutte le trappole di genere, classe e razza che non si vogliono riconoscere come ostacoli. Il mujerismo è la nuova strategia per distrarre, annullare e neutralizzare le donne e gli uomini dalla lotta femminista. Per cercare di identificarlo vediamo quali sono le caratteristiche del donnismo.

1. Il mujerismo a differenza del femminismo, invece di mettere in discussione il machismo lo mantiene. Perché come il sessismo si basa sulle trappole dicotomiche, che il patriarcato ha così abilmente presentato come opposte, quando in realtà sono complementari nella sua missione di preservare un sistema egemonico machista: donna/uomo, bene/male, puttana/santa, maschio/effeminato, attivo/passiva, elegante/ordinario.

2. Classificare solamente in base al “genere” (un’invenzione sociale del potere secondo la posizione o classe) ugualmente al machismo che difende tutti gli uomini per il solo fatto, di essere superiori alle donne, il mujerismo sostiene che le donne sono tutte, per il solo fatto di combaciare nella categoria sessuale e generica, vittima, femminista ed eroina. Soprattutto il “ femminile”, vale a dire, le machiste.

3. Il mujerismo non distingue genere di sesso o classe di educazione. Il mujerismo non riconosce che il sesso (vagina/pene) è qualcosa di differente al genere (barba/trucco, attivo/passiva, stivali/tacchi, aggressività/tenerezza, capacità/ goffaggine, intelligenza/fascino, maturità/infantilismo, pubblico/privato e tutto quel lungo elenco di atavici stereotipi destinati a preservare l’egemonia dell’uomo bianco, ricco su qualunque donna o il femminile in generale.) Questa strategia distrae dal fatto che la classe sociale, in particolare, impedisce l’accesso nelle file di rappresentanti o eroine mujeriste, alle donne che dedicano parte della loro economia ad apprendere, a leggere, a studiare. Ergo, a mettere in discussione consapevolmente, invece di comprare ciò che il potere dice o costruisce come donne: profumi, depilazione, borse, vestiti, tintura e tutta la lista di costosissimi beni destinati a certificare la “femminilità”.

4. Il mujerismo riconosce i confini e i limiti imposti tradizionalmente dal machismo per punire qualunque essere umano che ponga in discussione la sua dittatura: omosessuali e donne libere (molte a sua volta, omosessuali) in particolare. In realtà, il mujerismo è la più lucida strategia che il patriarcato ha creato per indebolire il fronte femminista e rafforzare la posizione delle donne definite dalla regola castrante del “femminile”.

5. Il concetto di “femminile” è la pietra angolare su cui si costruisce il mujerismo in opposizione alla "liberazione" che definisce il femminismo.

6. il mujerismo compie letteralmente il grande errore con il quale ha cercato di escludere il femminismo: è solo l'altra faccia del machismo, ossia, applicare le regole del machismo agli uomini.

7. Alcune delle rappresentanti importanti del mujerismo sono Norma Duvall, María Teresa Campos (auto-dichiaratasi femminista, quando le sue preoccupazioni sono quelle del mujerismo: apparenza, femminilità e discorsi grossolani e volgari che crede di attaccare il patriarcato insultando gli uomini con gli stessi meccanismi che questi hanno utilizzato nei confronti delle donne), Merkel, Thatcher e tutto quel lungo elenco di donne politiche che cercano di far credere che qualsiasi donna di potere (anche se è stato delegato, fittizio o di paglia, al servizio del patriarcato) è una femminista che aiuterà davvero le donne ad avanzare con concessioni che confermano il potere dell’uomo bianco (e nero, asiatico o arabo, una volta di più).

Ho più volte fatto quest’analisi del mujerismo come la più pericolosa strategia per distruggere il femminismo, aspettando che si aprisse un dibattito che preoccupasse le nuove generazioni che hanno assimilato questo imbastardimento del femminismo. Al posto di questo sperato dibattito sono scattati invece commenti da squadroni di dispersi che sembrava avessero solo interessi per la semantica e insistevano che avrei dovuto chiamare ciò che denunciavo, embrismo (un termine inventato dalla destra per confondere la discussione) così che sono stato costretto a riprendere la problematica Più concretamente a chiarire l’uso dei termini.
Per cominciare bisogna parlare della trappola dell’equazione femminismo = opposto/contrario machismo. E’ la strategia che il patriarcato, il potere dominante e il machismo hanno utilizzato per svalutare il femminismo o tentare di ridurlo al livello del cavernicolo machismo. La campagna di propaganda è stata così mostruosa come pervasiva, così massiccia che la popolazione abbia finito con l’assimilare questa falsità come caratteristica propria. Una volta che ha questa falsa premessa, tutto ciò che si costruisce su questo sofisma, è destinata al fallimento. Perché se si pensa che il femminismo sia il contrario del machismo stiamo dicendo che il femminismo è uguale al machismo, ma al contrario.  Basterà quindi enumerare uno a uno quei terribili cavernicoli cliché di questo fallace pensiero maschilista, è attribuirli alle donne per ottenere il femminismo. Tutto ciò è un errore (e orrore). Il machismo applicato agli uomini da parte delle donne è ancora machismo.
Il femminismo è un’alternativa che non può essere analizzato con gli stessi parametri si di qualcosa che sorge da un errato pensiero o elaborazione.
Il machismo non è un sistema  ideologico elaborato dopo secoli di pensiero sviluppatosi nel corso dei secoli. Il machismo è semplicemente è un’aggressione, un modo di dominare un sesso, che ha qualcosa di prezioso per la specie umana, per la comunità (la capacità riproduttiva).
Il femminismo è un sistema filosofico, un pensiero che cerca di aiutare tutti gli esseri umani a cambiare questa difettosa società fondata sui precetti guerrieri d’invasione e conquista (da millenni sopravvivenza della razza umana).
Se abbiamo capito quindi che il femminismo non è semplicemente il contrario del machismo, capiamo anche che l’embrismo non è altro che l’altra faccia del sessismo. Pertanto, l’embrismo è il machismo più rudimentale applicato da uomini e donne come una specie di vendetta, che preserva il ciclo aggressore, il sistema, il sessismo. Il femminismo invece distrugge il sistema, lo mette in discussione, offre tutto un nuovo sistema. Questo è ciò che la gente (manipolata dal potere che si è sentito minacciato più che mai dal femminismo, senza dimenticarci che il primo si è costruito sulla schiavitù di un genere umano, le donne) non vuole capire.  Se insisto sul pericolo rappresentato dal mujerismo, è perché questo si è costruito sulla con-fusione, per appropriarsi del discorso femminista. L’embrismo no.  Nessuno accetterebbe un discorso embrista, però il mujerismo è sempre più diffuso. Questo si basa su “Noi donne”.  Si surroga una rappresentatività confusa e impostora che ha rubato visibilità al femminismo, condannandolo come estremista radicale. Il mujerismo appare come l’amabile sorella del femminismo, ma in realtà è sorella del machismo.
Il sessismo non si combatte, si evita. Sembrerebbe questo il motto della donna del XXI secolo (e non diciamo dell’uomo). La rassegnazione è l’unica strategia.
 Rassegnazione che colpisce tutto il mondo lavorativo, cinema e musica inclusi.
Tutto questo non cambierà se non si torna all’atteggiamento delle prime ondate del femminismo. Il machismo si deve combattere, metterlo in discussione, offrire l’alternativa.
Non si può paragonare il femminismo al machismo. Il sessismo è un ordine sociale che privilegia l’uomo in confronto alla donna, ma non pregiudica solo questa (anche se, però è la prima vittima), ma attraversa qualsiasi gruppo che è ai margini dell’uomo bianco, eterosessuale, ricco, che serve da modello egemonico. La misoginia, d’altra parte, s’indirizza esclusivamente alla donna semplicemente per essere detentrice di una vagina e utero. Particolarmente se il secondo è funzionale, perché l’utero è considerato dagli Stati come mezzo di produzione da sfruttare.

In questo stato di cose è davvero importante definire i nostri termini.

Note
Il termine mujerismo dovrebbe tradursi in italiano con donnismo. Preferisco però  continuare ad utilizzare il neologismo spagnolo.



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(libera traduzione di Lia Di Peri)