" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.
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giovedì 13 aprile 2017
Sull'uso del femminismo da parte del colonialismo e le conseguenze sul femminismo islamico
" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.
domenica 28 giugno 2015
La rivolta nera negli Stati Uniti
Keeanga-Yamattha Taylor, docente alla Princeton University, membro del movimento Black Lives Matter e della International Socialist Organization (ISO).
Per la seconda volta in nove mesi, gli Stati Uniti furono scossi dalla rivolta di giovani afro-americani come risposta all'uccisione da parte della polizia di un giovane nero. Nell’agosto del 2014, la ribellione a Ferguson (Missouri) attirò l'attenzione del mondo sulla crisi che unisce la “applicazione della legge” e il razzismo negli Stati Uniti. Ma se il razzismo della polizia di Ferguson fu al centro della scena politica statunitense, la ribellione di Baltimora (aprile) trasformò questa coscienza generale in una grave crisi politica.
Ferguson, con soli 20.000 abitanti, è una piccola comunità periferica di Saint Louis (320.000), nello stato del Missouri. E 'una città abitata in prevalenza da afro-americani che sono governati brutalmente da un impianto politico bianco. Anche se il 67% della popolazione della città è nera, 50 dei 53 poliziotti di Ferguson sono bianchi. Il sindaco e tutti i consiglieri, ad eccezione di uno, sono bianchi. Pertanto, il confronto si avvicina di più alla dinamica razziale del Sud di Jim Crow (1), che alle esperienze degli afro-americani che vivono nelle principali città degli Stati Uniti. E’ per questa ragione che la rivolta di Baltimora è potenzialmente più pericolosa della lotta di Ferguson. Baltimora non è una piccola (o marginale) comunità di periferia, che può presentarsi come un luogo in cui ha perso il treno del presente. Viceversa, è una delle 26 città più grandi degli Stati Uniti, con una popolazione di 600.000 persone, di cui il 63% sono afro-americani. A differenza di Ferguson, i funzionari e rappresentanti neri (eletti) controllano l'apparato politico di Baltimora. Il sindaco è nero. Il capo della polizia è nero come la metà dei poliziotti. Il direttore delle scuole pubbliche è nero. Il Consiglio Comunale, tra cui il suo presidente, è composto di più della metà da afro-americani. Questo è un elemento cruciale per la crisi politica innescata da questa particolare rivolta. A Ferguson un elemento centrale del dibattito politico e un obiettivo degli attivisti locali era quello di aumentare il numero dei rappresentanti neri in uffici pubblici e l'assunzione di un numero aggiuntivo di poliziotti neri. A Baltimora, tuttavia, sono stati drammaticamente mostrati i limiti di tale strategia, evidenziando la bugia che negli Stati Uniti, non ci sarebbero differenze di razza o, anche, che sarebbe una società post-razziale. L’asserzione che rappresenta gli Stati Uniti come leader del mondo libero è stata minata.
Mentre questi ultimi continuano ad affermare il potere internazionale, prosegue lo spettacolo di poliziotti bianchi che assassinano e abusano uomini e donne nere. L'ipocrisia di Obama si rileva, quando, parla della democrazia americana, come ha fatto il 10 settembre 2014, spiegando la nuova guerra degli Stati Uniti contro lo “Stato islamico”. In quella occasione dichiarò che “ Stati Uniti, i nostri illimitati vantaggi, conferiscono un carico costante. Però noi, statunitensi, accettiamo la responsabilità di guidare. Dall’Europa fino all’Asia, dalle vastità dell'Africa alle capitali devastate dalla guerra del Medio Oriente, ci avviciniamo alla libertà, alla giustizia, alla dignità. Questi sono i valori che hanno guidato la nostra nazione dalla sua fondazione. "Questi commenti non corrispondono alla realtà, e oggi sono completamente assurde. Gli Stati Uniti non hanno un briciolo di credibilità nel momento in cui discutono di libertà, giustizia e dignità.
Questo è ciò che rende la crisi della “applicazione della
legge” (azione di polizia) e il razzismo, fenomeni centrali della politica
statunitense. Essa invalida la concezione stessa della classe dominante negli
Stati Uniti e la democrazia statunitense. Baltimora si trova a circa 50
chilometri dal Campidoglio (la sede della legislatura federale, a Washington) dando
ulteriore impulso alle ragioni della rivolta e la colloca al centro della vita
politica statunitense. Si tratta di una crisi che probabilmente non finirà
presto. E’ dalle ribellioni degli anni
’60, che non vedevamo tanto fermento nelle città degli Stati Uniti, a pochi
mesi di distanza. Le attuali rivolte indicano la possibilità della nascita di
un movimento dei neri contro il razzismo e contro il modo di “mantenere
l’ordine”. E 'la cosa più importante degli ultimi nove mesi.
Questo movimento è stato chiamato Black Lives Matter, in un hashtag creato durante le proteste contro l'assoluzione di George Zimmerman, la guardia che ammazzò Trayvon Martin, un giovane adolescente nero nel febbraio 2012. Il movimento ha guadagnato impulso per il semplice motivo che la polizia ha continuato a uccidere afroamericani senza essere punita o pochissimo. In tutti gli Stati Uniti, i giovani i neri della classe operaia, marciarono, protestarono si ribellarono contro la dilagante violenza della polizia, le molestie e le uccisioni nei quartieri, dove vivono i neri. Dire che le comunità nere vivano di sottoccupazione e in condizioni che suggeriscono uno stato di polizia, non è un’esagerazione. E’ un fatto.
Questo movimento è stato chiamato Black Lives Matter, in un hashtag creato durante le proteste contro l'assoluzione di George Zimmerman, la guardia che ammazzò Trayvon Martin, un giovane adolescente nero nel febbraio 2012. Il movimento ha guadagnato impulso per il semplice motivo che la polizia ha continuato a uccidere afroamericani senza essere punita o pochissimo. In tutti gli Stati Uniti, i giovani i neri della classe operaia, marciarono, protestarono si ribellarono contro la dilagante violenza della polizia, le molestie e le uccisioni nei quartieri, dove vivono i neri. Dire che le comunità nere vivano di sottoccupazione e in condizioni che suggeriscono uno stato di polizia, non è un’esagerazione. E’ un fatto.
Prima di Baltimora:
381 persone uccise dalla polizia.
Il 2 marzo 2015, dopo tre mesi di ricerche il gruppo di lavoro creato dal presidente Barack Obama su "il mantenimento dell'ordine nel XXI secolo", presentò le sue conclusioni. La commissione fu creata sulla prima ondata nazionale di proteste avvenute nel mese di dicembre. Frettolosamente, Obama organizzò la Commissione per creare l’illusione che il governo federale rispondeva alle proteste popolari in modo che i manifestanti abbandonassero le strade. Incontrò giovani attivisti e alcuni di loro furono inclusi nella commissione, per darle un’aria di legittimità. Tre mesi più tardi la commissione presentava le sue conclusioni. Il contenuto, in realtà, non ha importanza alcuna.
La relazione contiene molte constatazioni, alcune utili, altre no; si potrebbero dire molte cose su di esse. Ma quello che forse è l’elemento più rivelatore di tutto ciò che si può trovare nella relazione del gruppo di lavoro, è che 29 giorni dopo dalla sua pubblicazione 111 persone, in più, furono assassinate dalle "forze dell'ordine". Questa cifra supera di 33, il numero delle persone uccise dalla polizia nel mese di febbraio. Alla fine di aprile, prima della ribellione di Baltimora, 381 persone sono state uccise dalla polizia dall'inizio dell'anno.
E questa è solo la punta dell’iceberg. All'inizio di quest'anno, The Guardian (Gran Bretagna) ha pubblicato un rapporto sul modo inconsistente del governo federale di contare le persone assassinate dalle "forze di sicurezza". E’ un modo eufemistico. Perché mentre il governo può dire quanti bambini muoiano d’influenza ogni settimana e il numero di uova deposte da galline ogni mese, nonché la percentuale di uomini bianchi anziani, che consumano noci come spuntino, non può informare su quante persone muoiano vittime delle "forze di sicurezza" in una settimana, mese o anno. Inoltre, non gli è possibile dire la razza o l'etnia di coloro che sono stati uccisi dalla polizia. Ma quando si osservano i numeri ammucchiati, si capisce il perché.
Il 2 marzo 2015, dopo tre mesi di ricerche il gruppo di lavoro creato dal presidente Barack Obama su "il mantenimento dell'ordine nel XXI secolo", presentò le sue conclusioni. La commissione fu creata sulla prima ondata nazionale di proteste avvenute nel mese di dicembre. Frettolosamente, Obama organizzò la Commissione per creare l’illusione che il governo federale rispondeva alle proteste popolari in modo che i manifestanti abbandonassero le strade. Incontrò giovani attivisti e alcuni di loro furono inclusi nella commissione, per darle un’aria di legittimità. Tre mesi più tardi la commissione presentava le sue conclusioni. Il contenuto, in realtà, non ha importanza alcuna.
La relazione contiene molte constatazioni, alcune utili, altre no; si potrebbero dire molte cose su di esse. Ma quello che forse è l’elemento più rivelatore di tutto ciò che si può trovare nella relazione del gruppo di lavoro, è che 29 giorni dopo dalla sua pubblicazione 111 persone, in più, furono assassinate dalle "forze dell'ordine". Questa cifra supera di 33, il numero delle persone uccise dalla polizia nel mese di febbraio. Alla fine di aprile, prima della ribellione di Baltimora, 381 persone sono state uccise dalla polizia dall'inizio dell'anno.
E questa è solo la punta dell’iceberg. All'inizio di quest'anno, The Guardian (Gran Bretagna) ha pubblicato un rapporto sul modo inconsistente del governo federale di contare le persone assassinate dalle "forze di sicurezza". E’ un modo eufemistico. Perché mentre il governo può dire quanti bambini muoiano d’influenza ogni settimana e il numero di uova deposte da galline ogni mese, nonché la percentuale di uomini bianchi anziani, che consumano noci come spuntino, non può informare su quante persone muoiano vittime delle "forze di sicurezza" in una settimana, mese o anno. Inoltre, non gli è possibile dire la razza o l'etnia di coloro che sono stati uccisi dalla polizia. Ma quando si osservano i numeri ammucchiati, si capisce il perché.
Uno studio del Bureau of Justice Statistics sugli omicidi
della polizia per gli anni 2003-2009 e 2011, indica che essa uccise 7.427
persone. Una media di 928 persone l'anno. Confrontate questa cifra
con i 58 soldati statunitensi morti in Iraq lo scorso anno. O le 78 persone
uccise dalla polizia in Canada nel 2014. O, anche, che tra il 2010 e il 2014,
la polizia inglese ha ucciso 4 persone. Mentre in Germania, la polizia non ha
ucciso nessuno tra il 2013 e il 2014. In Cina, con una popolazione quattro
volte e mezzo superiore a quello degli Stati Uniti, la polizia ha ucciso (dati
ufficiali) 12 persone nel 2014.
E questo è solo una frazione di quello che sappiamo. Ci sono
18.000 dipartimenti di polizia negli Stati Uniti e solo 1.000 di loro si
preoccupano di informare le autorità federali sul numero di persone uccise ogni
anno. Il dipartimento di polizia della città di New York, per esempio, non ha
indicato dal 2007 il numero di civili uccisi. Lo Stato della Florida non
produce alcun rapporto. Pertanto, abbiamo una visione limitata della portata
delle uccisioni di polizia negli Stati Uniti.
A causa della mancanza d’informazioni, non sappiamo quale percentuale di
queste vittime siano afro-americani o latine. Ma sappiamo che gli
afro-americani devono sottoporsi a un numero sproporzionato di
"incontri" con la polizia. Così, si può stimare che la stragrande
maggioranza dei morti sono pelle nera o marrone.
Se una cosa del genere fosse avvenuta in un altro paese, si
sarebbe chiamato per quello che è realmente: un abuso spregevole di qualsiasi
concetto di diritti umani e civili; recanti tutti i segni di uno stato di
polizia, autoritaria, dove omicidi e abusi commessi da rappresentanti dello Stato
rientrano nella categoria della perdita e dell’introito. E il
deficit è abbastanza alto. La sola Chicago ha speso 500 milioni dollari negli
ultimi dieci anni per raggiungere un accordo o pagare un’azione legale a causa della
brutalità della polizia nel processo di "morte ingiustificata". Nello
stesso periodo, gli accordi giudiziari in processi per la brutalità della
polizia o "morte ingiustificata" contro la polizia di New York, ha
raggiunto una media di 100 milioni di euro l’anno, superiore a un miliardo di
dollari. Qualsiasi altra istituzione pubblica che ha questo tipo di deficit di
bilancio, ridurrebbe i servizi o li chiuderebbe. Quando il Consiglio di Chicago
ha dichiarato che il suo deficit aveva raggiunto un miliardo di dollari, chiuse
semplicemente 52 scuole pubbliche e non tornò indietro.
La polizia, però, è un’istituzione intoccabile negli Stati
Uniti. In realtà, è l’istituzione pubblica che opera in ragione del ruolo
essenziale di gestire, in modo certo, le conseguenze economiche, sociali e
razziali della disuguaglianza nei quartieri dei neri poveri e le classi
operaie.
L'eredità persistente
della schiavitù
Le ribellioni e il movimento contro il terrorismo della
polizia negli Stati Uniti non hanno fatto che amplificare il grado di violenza
che lo Stato invoca nel mantenere l'ordine nelle città. In tal modo, si
dimostra anche la debolezza anemica della ripresa economica negli Stati Uniti e
la drammatica esclusione dei neri dalla nuova “opulenza”.
Ad esempio, la zona di Baltimora, dove Freddie Gray è stato
incriminato, arrestato e poi ucciso dalla polizia, è uno delle più povere in
tutta la città:
Il 21% sono disoccupati;
Il 25% degli edifici sono abbandonati e sono in condizioni
deplorevoli;
L'aspettativa di vita è di sei anni in meno rispetto al
resto della città;
Ufficialmente, il 30% vive in povertà;
Ufficialmente, il 30% vive in povertà;
La mortalità infantile è due volte superiore a quello della
città nel suo complesso.
La povertà e la disuguaglianza degli abitanti di Sandtown, a
Baltimora, è un indicatore di ciò che sia la vita urbana e nelle periferie
delle grandi città per milioni di afro-americani che sono stati relegati al
mondo di bassi salari e lavoro precario. Walmart (la compagnia del più grande
supermercato del mondo) è il maggiore datore di lavoro dei neri statunitensi.
Mentre il governo di Obama fa gargarismi con la ripresa dell'economia
statunitense, raramente la maggior parte dei neri la sperimentano.
Il tasso di disoccupazione nera è ancora all’11%, mentre per
i bianchi è stata ridotta al 5%.
La povertà, a livello nazionale, ha raggiunto il 30% dei
neri.
Il 33% dei bambini neri, vivono in povertà ma questa cifra è
del 55% per i bambini neri sotto i cinque anni.
Forse il più significativo indicatore dell’estremo razzismo della società statunitense e le conseguenze sociali che produce, può essere misurato dal fatto che il tasso di suicidi di bambini neri (tra 5 e 11 anni) è raddoppiato negli ultimi 20, mentre nei bambini bianchi è una statistica quasi impercettibile.
In altre parole, indipendentemente dai criteri, gli afro-americani statunitensi, hanno una minore qualità di vita dei bianchi. Questa è l'eredità della schiavitù e di Jim Crow tanto al Sud quanto al Nord, in un paese che ha storicamente confinato i neri nei quartieri poveri, nelle peggiori condizioni abitative e nelle peggiori scuole e posti di lavoro e con i salari più bassi. Questa storia della discriminazione razziale intenzionale continua oggi nella forma di vita dei neri, anche se il razzismo contro i neri non è legale o socialmente accettabile. Anche se il razzismo non è giuridicamente accettabile negli Stati Uniti, rimane in gran parte nei luoghi di lavoro, nell'accesso ai "buoni posti d’impiego" e alle risorse necessarie per migliorare le condizioni di vita.Nel frattempo, si sostiene che la povertà nelle comunità nere sia dovuta al fatto che i neri sono pigri, irresponsabili, e vivono dell’assistenza pubblica. Perciò si stabiliscono le condizioni, affinché i quartieri neri abbiano una maggiore vigilanza e controllo da parte delle "forze di sicurezza". Questo si combina con decenni di "guerra alla droga" (2), così come con le centinaia di strategie di carcerazione di migliaia di giovani neri e latini, uomini e donne, per frenare possibili disordini, mentre si fomenta il razzismo contro i neri. Questo, tra le altre ragioni, spiega perché le comunità nere siano stigmatizzate negli Stati Uniti.
Il “mantenimento dell’ordine” e i bilanci comunali.
Questo fenomeno è attualmente in corso. E’ stato aggravato dalla svolta neo-liberista
del “mantenere l’ordine” negli Stati Uniti. Non basta chiamare la polizia per
reprimere e arrestare, ma per applicare la PV (multa di stazionamento,
atteggiamenti, ecc.), che sono diventate una fonte importante di reddito per le
città. La riluttanza di incrementare le entrate del governo attraverso le tasse
ai ricchi, è compensata da un aumento della percentuale di entrate statali e
municipali in questi ultimi anni. A Ferguson abbiamo appreso che alcuni degli
scontri tra la polizia e la popolazione erano dovuti al fatto che la città si
basa su multe e tasse come seconda fonte di reddito comunale. Ferguson, ha
avuto, in media, tre PV per famiglia, con un conseguente accumulo di centinaia
di dollari in multe pagate dalle famiglie della classe operaia. Ciò corrisponde
a uno spostamento del carico fiscale verso i poveri e la classe operaia. Quando
queste multe non sono pagate, ha inizio un’odissea giudiziaria difficile da
risolvere per la gente comune a causa dell’insopportabile costo.
Quando la polizia di New York ha rallentato il lavoro (sciopero
contro le multe, tra le altre cose), perché il sindaco ha timidamente criticato
la polizia, dopo che un nero fu strangolato dalla stessa, la crisi ha
rivelato l'entità della dipendenza della città verso la polizia, non solo per
proteggere la proprietà privata, ma per espropriare il denaro e i beni dei
cittadini comuni, mediante un vasto sistema di multe e PV.
La città di New York, nel 2014, ha avuto 10,4 milioni
dollari a settimana dai PV (circa 16.000). La città ottiene quasi un miliardo
di dollari l'anno derivanti da procedimenti legali, sanzioni pecuniarie penali
o sanzioni amministrative di là dai PV, che la polizia cataloga come violazioni
alla “qualità della vita”. Questo, naturalmente, crea gli incentivi affinché la
polizia punti contro le persone e interi quartieri come fonti di reddito per la
città. Gli “ incontri” di questo tipo con
la polizia impressionano. Perché le persone penalizzate dal sistema giudiziario,
affrontano problemi nell'ottenere o mantenere l'occupazione, mettendo la loro
stabilità economica a rischio.
Gli studi hanno dimostrato che i bianchi con precedenti
penali avevano una maggiore probabilità di essere chiamati per un colloquio di
lavoro, che i neri senza precedenti penali.
E 'quasi impossibile per un nero con precedenti penali trovare un
lavoro.
La nuova sede della "elite nera"
Questo è il contesto in cui il nuovo movimento esplose. In coincidenza con un periodo politico in cui il potere in mani negre non si era mai visto prima. Ciò espone ulteriormente le dinamiche razziali e di classe in questa crisi che vivono gli Stati Uniti. Oggi, c'è un presidente nero, un procuratore generale nero (Loretta Lynch) per non parlare delle migliaia di funzionari e rappresentanti eletti nelle città e stati della nazione. Il Congresso ha 43 membri neri, la cifra più alta nella storia americana. Ovviamente, uno strato di nero è stato completamente assorbito e integrato dal capitalismo americano, come il presidente, che può essere il più appassionato quando si tratta di denunciare gli americani poveri africani e le classi lavoratrici.
La sindaca afroamericana di Baltimora, Stephanie Rawlings-Blake (ricopre la carica dal 2010), dichiarò poco prima della rivolta "molti di quelli sono qui nella comunità nera, sono diventati compiacenti di fronte ai crimini di neri contro altri neri (...) mentre molti di noi sosteniamo le proteste, diventando così il volto attivo di fronte alla cattiva condotta della polizia molti sono anche coloro che voltano le spalle, quando siamo noi a essere uccisi”. Lei, come Obama ovviamente, si riferisce ai giovani della ribellione nera come “teppisti” e “criminali”, due parole che non sono mai state utilizzate dai funzionari bianchi di Ferguson. Cioè, noi assistiamo a come funzionari rappresentanti neri eletti, contribuiscano a stigmatizzare la vita degli afroamericani in termini che, i loro colleghi bianchi, potrebbero usare impunemente. Essi rendono i neri responsabili del loro destino attraverso una retorica che enfatizza la cultura, la morale e l'irresponsabilità dei neri come una fonte di disuguaglianza; è un discorso che nasconde il problema principale: il razzismo e il capitalismo. Il divario si sta allargando tra l'elite nera e la classe operaia nera ed è ritornata importante la questione della solidarietà di classe nel movimento. Storicamente, il movimento nero fu sempre inteso attraverso i confini di classe a causa della natura generale del razzismo statunitense. Ma mentre un gran numero di funzionari e rappresentanti furono eletti per governare città e periferie, dove, vivono i lavoratori neri diventa più profondo l’antagonismo che rivela il concetto di solidarietà tra tutti i neri. Quando la sindaca di Baltimora, ha mobilitato l'esercito per occupare i quartieri neri- mentre i bianchi potevano andare e venire liberamente, ignorando quasi la legge marziale imposta ai neri - l'idea che siamo tutti dentro, nello stesso lato della barriera, esplose nella lotta. Il silenzio del movimento operaio e la divisione razziale persistente nella società statunitense e nella percezione della polizia, fa sì che i lavoratori bianchi, non siano visti come alleati naturali dei neri nella lotta contro la polizia.
La nuova sede della "elite nera"
Questo è il contesto in cui il nuovo movimento esplose. In coincidenza con un periodo politico in cui il potere in mani negre non si era mai visto prima. Ciò espone ulteriormente le dinamiche razziali e di classe in questa crisi che vivono gli Stati Uniti. Oggi, c'è un presidente nero, un procuratore generale nero (Loretta Lynch) per non parlare delle migliaia di funzionari e rappresentanti eletti nelle città e stati della nazione. Il Congresso ha 43 membri neri, la cifra più alta nella storia americana. Ovviamente, uno strato di nero è stato completamente assorbito e integrato dal capitalismo americano, come il presidente, che può essere il più appassionato quando si tratta di denunciare gli americani poveri africani e le classi lavoratrici.
La sindaca afroamericana di Baltimora, Stephanie Rawlings-Blake (ricopre la carica dal 2010), dichiarò poco prima della rivolta "molti di quelli sono qui nella comunità nera, sono diventati compiacenti di fronte ai crimini di neri contro altri neri (...) mentre molti di noi sosteniamo le proteste, diventando così il volto attivo di fronte alla cattiva condotta della polizia molti sono anche coloro che voltano le spalle, quando siamo noi a essere uccisi”. Lei, come Obama ovviamente, si riferisce ai giovani della ribellione nera come “teppisti” e “criminali”, due parole che non sono mai state utilizzate dai funzionari bianchi di Ferguson. Cioè, noi assistiamo a come funzionari rappresentanti neri eletti, contribuiscano a stigmatizzare la vita degli afroamericani in termini che, i loro colleghi bianchi, potrebbero usare impunemente. Essi rendono i neri responsabili del loro destino attraverso una retorica che enfatizza la cultura, la morale e l'irresponsabilità dei neri come una fonte di disuguaglianza; è un discorso che nasconde il problema principale: il razzismo e il capitalismo. Il divario si sta allargando tra l'elite nera e la classe operaia nera ed è ritornata importante la questione della solidarietà di classe nel movimento. Storicamente, il movimento nero fu sempre inteso attraverso i confini di classe a causa della natura generale del razzismo statunitense. Ma mentre un gran numero di funzionari e rappresentanti furono eletti per governare città e periferie, dove, vivono i lavoratori neri diventa più profondo l’antagonismo che rivela il concetto di solidarietà tra tutti i neri. Quando la sindaca di Baltimora, ha mobilitato l'esercito per occupare i quartieri neri- mentre i bianchi potevano andare e venire liberamente, ignorando quasi la legge marziale imposta ai neri - l'idea che siamo tutti dentro, nello stesso lato della barriera, esplose nella lotta. Il silenzio del movimento operaio e la divisione razziale persistente nella società statunitense e nella percezione della polizia, fa sì che i lavoratori bianchi, non siano visti come alleati naturali dei neri nella lotta contro la polizia.
A causa del movimento ribelle, le cose cominciano a
cambiare. Oggi, la situazione rispetto a quella esistente un anno fa, gli
atteggiamenti generali sulla polizia negli Stati Uniti stanno cambiando. Dopo
la rivolta di Ferguson, lo scorso anno, il 58% dei bianchi ha detto che la
razza non ha avuto alcun impatto sul mantenimento dell'ordine, contro il 20%
dei neri. Oggi, questa cifra si è portata al 53%. Nel mese di gennaio 2015, il 56% dei bianchi
erano convinti che i rapporti di brutalità della polizia siano stati incidenti
isolati, oggi, solo il 36%, la pensa così. Queste cifre sono lontane da quello
che dovrebbe essere, ma indicano che le accuse di violenza della polizia,
risultato dell’attivismo del movimento hanno la capacità di erodere
ulteriormente l'atteggiamento della classe operaia bianca sul razzismo e la
"applicazione della legge ".
Estendere il movimento oltre i neri più colpiti.
Dovrebbe estendersi oltre i neri i più colpiti. Perché ciò accada e continuare ad avere un effetto, il movimento deve crescere. Dovrebbe estendersi oltre i neri che sono i più colpiti. Esso dovrebbe coinvolgere altri settori della classe operaia che soffrono anche il razzismo e gli attacchi della polizia: latini, arabi, musulmani, lavoratori senza documenti, donne nere e transessuali, i quali soffrono anche gli abusi della polizia ma passano sovente inosservati a causa della propensione della violenza contro gli uomini neri. Il movimento Occupy, principalmente bianco, tuttavia ha mostrato la velocità con cui lo Stato può passare a usare il razzismo per giustificare l'espansione del suo potere di “mantenere l’ordine” e riprendere subito le sue nuove tecnologie di sicurezza contro ogni minaccia al sistema politico. Occupy aveva rappresentato una minaccia, che è stato oggetto di grande violenza e abusi della polizia. Inoltre, è necessario fare uno sforzo per coinvolgere i lavoratori organizzati nel movimento, poiché i lavoratori neri rappresentano un numero molto alto di sindacalizzati. Possiamo immaginare le future azioni sul posto di lavoro contro la brutalità della polizia e le uccisioni. Devono essere però organizzate e difese, soprattutto, quando gli organismi ufficiali del movimento sindacale statunitense continuano a stare in silenzio sui temi del razzismo e della violenza della polizia. Questa è la base sulla quale un movimento molto più ampio contro il terrorismo della polizia, può organizzarsi per dare battaglia. Ma questo deve essere parte di una strategia. E 'solo una delle funzioni che deve compiere la sinistra organizzata nei prossimi mesi.
In conclusione (…) Nel mese di agosto si compierà il 50° anniversario della ribellione di Watts a South Central, Los Angeles. A dire il vero, siamo nel periodo del 50 ° anniversario della rivolta nera nel 1960, durante la quale più di 500.000 afro-americani si ribellarono, in primo luogo contro la povertà, la mancanza di dimora, e la brutalità della polizia. Sulle ceneri della Watts Ribellione, è nato a Oakland (California) il Black Panther Party (Black Panther Party). Come auto-difesa contro la polizia. Per se stesse, queste celebrazioni sono anche esempi della capacità di recupero della lotta dei negri/neri contro il persistente terrorismo della polizia. Non è quasi mai utile, comparare le epoche: è molto meno utile osservare il passato e dire che nulla sia cambiato. Tuttavia, questi anniversari sono esempi di continuità tra passato e presente e ci ricordano che, in alcuni casi, il passato non è passato.
(...)
A l'encontre
(traduzione di Lia Di Peri)
sabato 7 febbraio 2015
Il femminismo digeribile
I modesti progressi in tema di diritti (modesti per la loro portata ed "evoluzione" dolorosamente lenta) si mescolano con i segni più crudeli della società patriarcale come i femminicidi e gli stupri, che non diminuiscono. Se non fosse tragico, si potrebbe dire che sia ironico.
In questo contesto, i Media sono diventati il
"campo di battaglia” del femminismo della lobby parlamentare, quel
femminismo che si conforma al concetto “alcuni diritti per alcune donne, perché il niente sarebbe peggiore”. Detto così potrebbe suonare duro e massimalista, ma celebrando piccole concessioni si trascurano contemporaneamente le richieste
urgenti e profonde della maggior parte della metà del mondo. L’eccessiva
rappresentazione femminile nel lavoro precario, nella tassa della povertà, la
differenza tra la vita e la morte, che significa la criminalizzazione dell'aborto,
per citare alcuni esempi.
La roccaforte di questa “battaglia culturale” ha trovato posto in quella tendenza pubblicitaria chiamata "fempowerment" (potenziamento femminile). Aziende come Dove e Always scelgono questa strategia per vendere i loro prodotti, perché gli stereotipi non vendono più come prima. Nonostante che, sopravvivano immagini di casalinga e madre devota, le aziende devono dirigersi verso una generazione di donne che lavorano fuori di casa, che occupano posti di rilievo, guidano organizzazioni e, soprattutto, un importante settore di consumo.
Se molte idee femministe sono visibili nei
media, ciò vuol dire che si sono superati pregiudizi machisti e immagini
sessiste? In parte sì, ma non è possibile scindere questo “risultato” dalle
lotte che le donne hanno dato per decenni e sarebbe ingenuo pensare che il
capitalismo non si sia appropriato a suo modo, di queste idee.
Questa riappropriazione non è innocua o
disinteressata. Si fabbrica un’immagine di donna che la differenzi dalla
casalinga anni ‘50, ma la donna nella pubblicità resta bianca, occidentale,
eterosessuale e, naturalmente, di classe media.
L’unica differenza è semplicemente che alla
casalinga vendevano un forno che avrebbe fatto felice il marito, oggi, la donna
moderna, balla in un supermercato mentre compra lo yogurt e canta “Non mi piace
pagare meno”. Questa donna moderna non è una donna qualsiasi. Nulla ha che
vedere, per esempio, con le lavoratrici precarie, che sono ironia
della sorte le principali destinatarie dei prodotti della casa, dei pannolini,
del cibo. Le immagini della sua vita reale resta invisibile.
Le bambine non giocano più a fare la mamma, adesso,
corrono e colpiscono come una “ragazza” (Always), sognano di essere scienziate (Verizon)
e non sono condannate ai giocattoli rosa. Anche queste bambine non sono bambine
qualsiasi. Non sono le bambine che, in tutto il mondo, ingrossano le fila della
povertà, che vedono frustrati i loro sogni, perché non arrivano a finire le
medie o che trascorrono lunghe giornate a prendersi cura dei loro fratelli e
sorelle e fanno i lavori domestici che le loro madri non possono fare.
Le pubblicità “ femministe” recitano: “Essere una donna non è una cattiva cosa né essere inferiore, essere donna è molte cose”. Questo può essere un messaggio “coraggioso” per milioni di telespettatori, però non combatte né la misoginia né il machismo ed è assolutamente insufficiente. Che cosa ha a che fare uno yogurt con due secoli di lotte delle donne? Poco o nulla. Però questa “ guerra culturale”, questo femminismo del “ peggio che niente” sta trasformando la lotta e la critica in agenda “razionale” e accettabile per questa società. Niente di più lontano da qualunque traccia radicale, di quelle lotte che conquistarono i diritti fondamentali.
Le pubblicità “ femministe” recitano: “Essere una donna non è una cattiva cosa né essere inferiore, essere donna è molte cose”. Questo può essere un messaggio “coraggioso” per milioni di telespettatori, però non combatte né la misoginia né il machismo ed è assolutamente insufficiente. Che cosa ha a che fare uno yogurt con due secoli di lotte delle donne? Poco o nulla. Però questa “ guerra culturale”, questo femminismo del “ peggio che niente” sta trasformando la lotta e la critica in agenda “razionale” e accettabile per questa società. Niente di più lontano da qualunque traccia radicale, di quelle lotte che conquistarono i diritti fondamentali.
Non è un risultato logico, non un destino
inevitabile. Per il femminismo della prima ondata (inizio del XX secolo), non c’era
divisione tra i diritti politici e sociali delle donne. Questo portò l’ala sinistra del suffragismo a
convergere con le lotte operaie. Ci sono diversi esempi: negli Stati Uniti, le
suffragette sostennero lo sciopero delle operaie tessili nel 1909; in
Inghilterra, l’ala radicale del suffragismo rifiutò i “ diritti per servire” (nella
Grande Guerra) e si unì alla lotta delle lavoratrici; in Argentina, suffragette
come Julieta Lanteri collaborarono a stretto contatto con le grafiche e le lavandaie
nel primo ‘900.
Per il femminismo della seconda ondata
(1960-1970) la lotta contro il patriarcato si legava in modo naturale alla
messa in discussione del capitalismo e questa non era una visione marginale.
Tuttavia, una larga parte si è convertita al femminismo tecnocrate e da Ong, a
ritmo della restaurazione conservatrice e si è insediato negli uffici e agenzie
governative.
Poiché questi settori hanno lasciato la
strada (farla finita con il capitalismo per farla finita con il
patriarcato) e la prospettiva anti-capitalista, le classi dirigenti sono stati
in grado di attingere a queste idee, addomesticandole. Così fu troncata l’emancipazione
con l’integrazione, la tolleranza con la libertà e la liberazione delle donne
con il femminismo "digeribile".
L'idea più pericolosa di detto femminismo è
accettare lo stato attuale delle cose, le minime e condizionate concessioni, i
diritti limitati per alcune donne, credendo che cedendo qualcosa arriverà il
momento in cui, tutti i nostri diritti saranno riconosciuti. Non per essere guastafeste,
però il patriarcato è sopravvissuto per secoli, si è adattato a nuove
condizioni e la società capitalista ha solo aiutato a perpetuarlo. Non
comincerà, di certo, a farci dei favori nel 2015.
La lotta per i diritti delle donne, la
lotta contro il machismo, l’emancipazione femminile, non è passata di moda.
Quello che è anacronistico è il femminismo che si adegua e si adatta al femminismo
digeribile.
la izquierda diario.com
(traduzione di Lia Di Peri)
la izquierda diario.com
(traduzione di Lia Di Peri)
domenica 12 ottobre 2014
Che cosa fare con la prostituzione?
Rosa Cobo Bedia*
* Docente di Sociologia di Genere nella Universidad de A Coruña
eldiario.es
(traduzione di Lia Di Peri)
Che cosa fare con la prostituzione?
Il dibattito politico sulla prostituzione appare
intermittente nei Media, di solito legati alle notizie che suggeriscono l'inevitabilità
della sua legalizzazione. L’ultima in ordine di tempo è l'incorporazione di quest’attività,
nel PIL. L'argomento che sembra avere più peso in questa discussione è la
spiegazione che la legittimità della prostituzione debba essere cercata nel
libero consenso delle donne prostituite. Mi concentrerò, quindi, esclusivamente
su quest’aspetto del dibattito.
Tuttavia, occorre porre due questioni, prima di
approcciare il dibattito: la prima è che dobbiamo distinguere nella
prostituzione, il gruppo concreto delle donne prostituite in modo da poter
contestare criticamente questa istituzione e, al contempo, agire politiche
pubbliche per le donne prostituite. Il secondo elemento è la naturalizzazione
della prostituzione, nonostante tutto ciò che questa implica: il carattere non
politico del commercio sessuale.
La prostituzione è una complessa realtà sociale, sia
per il crescente numero di attori e processi coinvolti intorno a questa
istituzione patriarcale sia per i significati ideologici che derivano dalla sua esistenza. Infatti, la
prostituzione è oggi un'azienda globale legata all’economia criminale, e nella
quale intervengono molti attori, che beneficiano di tale attività. Tanto che
nel 2010, secondo le statistiche, la prostituzione ha generato 0,35% del PIL. Non
si può negare che l’affare prostituzione si è moltiplicato nel contesto delle
politiche economiche neoliberiste. Probabilmente, l’interesse collettore degli Stati
patriarcali è all'origine di questa proposta. Tuttavia, i principali attori in
primo luogo, sono le donne che esercitano la prostituzione e gli
uomini che utilizzano i servizi di queste donne. Nell'immaginario collettivo la
prostituzione è associata con l'immagine della puttana. Eppure, non c'è donna prostituita
senza un uomo prostitutore. Perché il prostitutore è invisibile
nell'immaginario della prostituzione? Dobbiamo riflettere sulle ragioni per cui
la figura del richiedente è stata zittita, come se si trattasse di un elemento
del tutto secondario in quest’opera da teatro, perché questo fatto è un chiaro
indicatore del permissivismo sociale che esiste verso questi uomini. Per questo
è necessario re-significare l’immaginario della prostituzione e mettere i prostitutori
al loro giusto posto, vale a dire, come beneficiari e responsabili di questa
pratica sociale. Dobbiamo anche far notare che, la prostituzione non è un’istituzione
innocua, ma come tutte le altre, non può essere separata dalle
relazioni di potere che strutturano una società.
Inoltre, questa realtà sociale non può essere intesa senza
prendere in considerazione la notevole disparità economica tra la popolazione prostituita
e la popolazione richiedente poiché questa disuguaglianza è essenziale per
calibrare il grado di accordo che esiste in questi rapporti. Oltre il 90% delle
donne prostituite, sono migranti e il traffico illegale di donne per
l'industria del sesso è in aumento come una fonte di reddito per i maschi. Tuttavia,
le donne occupano la quasi totalità del settore, fino al punto di diventare un
gruppo maggioritario nella migrazione orientata alla ricerca di lavoro. Saskia
Sassen sottolinea che la nuova economia capitalistica con le sue politiche
neoliberiste favorisce l'emergere di una nuova classe di servitù. Donne
emigranti, comprese le donne che si prostituiscono, formano il duro nucleo di
queste nuove schiavitù. In effetti, le donne prostituite appartengono ai settori
sociali più poveri e con estreme necessità economiche che cercano di migliorare
la loro situazione mediante l'ottenimento di denaro facile che la prostituzione
può fornire. Inoltre, per alcune donne migranti irregolari la prostituzione è
vista come una delle poche uscite economiche disponibili.
La questione, quindi, ruota attorno al grado di consenso
delle donne prostituite nel commercio del sesso. Qui si può già sottolineare
che la libertà e il consenso delle donne che arrivano alla prostituzione sono
ridotti, perché sono limitati dalla povertà, dalla mancanza
di risorse culturali, dalla mancanza di autonomia e nella maggior parte dei
casi dall’abuso sessuale nell’infanzia. E se ciò non bastasse, queste realtà
sociali si formano all'interno delle società patriarcali, dove gli uomini hanno
una posizione di dominio sulle donne.
Un contratto firmato da entrambe le parti in cui uno di
esse è dominata dalle necessità, non è un contratto legittimo. Non può darsi
libertà contrattuale assoluta nei sistemi sociali fondati sul dominio, perché la
necessità e lo svantaggio sociale, inficiano il consenso. Pertanto, si deve
rilevare che l’illimitata libertà contrattuale è parte del nucleo ideologico,
più duro del liberalismo e la messa in discussione di questa libertà assoluta è
uno dei tratti distintivi del pensiero critico. Le analisi che tentano di
giustificare la prostituzione, come un contratto legittimo si basano su argomentazioni
tipiche del neoliberismo, per la cui ideologia i contratti non dovrebbero
avere limiti. Coloro che difendono la legittimità del contratto basandosi sulla
volontà dell'individuo, dimenticano che libertà e volontà non sempre
coincidono. Legittimare la prostituzione con quest’argomento è sottrarsi al pensiero critico.
Se si considera la prostituzione, una forma
inaccettabile di vita, risultato del sistema di egemonia maschile, che viola i
diritti umani delle donne per trasformare il loro corpo in una merce e in un
oggetto per il piacere sessuale di altri, allora, si finirà in direzione dell’impossibilità
della sua legalizzazione. In altre parole, legalizzare la prostituzione è
inviare alla società il messaggio che lo sfruttamento sessuale delle donne è
eticamente accettabile. E questo contribuisce a installare nell'immaginario
collettivo l'idea che gli uomini hanno un diritto naturale di accedere sessualmente
al corpo delle donne.
eldiario.es
(traduzione di Lia Di Peri)
giovedì 18 settembre 2014
La condizione ideologica del silenzio nella violenza di genere
Oggi non esiste ma non è mai esistito un pronunciamento istituzionale
sulla violenza di genere. Le questioni concernenti l’organizzazione della lotta
contro la diseguaglianza, le strutture pubbliche idonee a prendere decisioni in
questa materia o i significati sociali che potenziano la violenza non si
prospettano né si sono mai prospettati come importanti per perseguire la vera eliminazione
della violenza di genere.
Wright Mills ha scritto che la mancanza di questioni
pubbliche non è dovuta all’assenza dei problemi, ma alla condizione ideologica
della sua invisibilità. L’inerzia e il silenzio istituzionale su questo
problema sono ciò che sta de-politicizzando questa lotta. E spieghiamo il
perché.
L’egemonia sulla definizione su cosa sia politico, su
ciò che conta o no, su quali siano le questioni pubbliche urgenti, sulle priorità
e su ciò che invece può aspettare, è sempre stata contestata dal movimento
femminista sin dalle sue origini. Fu dagli anni ’60, però, che molti movimenti
sociali sovversivi cominciarono ad acquistare forza in questa direzione,
ampliando i limiti di un presunto pluralismo nel dibattito politico e portando nella
sfera del pubblico, i dibattiti sui processi decisionali, dell’imperialismo
culturale o i problemi concernenti, i rapporti della vita quotidiana, che fino allora
non avevano mai avuto una lettura politica. Discutere su questi problemi,
comportò la loro politicizzazione, perché per la prima volta entravano nella
sfera della contestazione pubblica, mettendo in discussione implicitamente
questo limitato pluralismo, che gestiva la concezione tradizionale di spazio
pubblico delle nostre democrazie.
Non è un caso, che il trionfo dello slogan – durante il decennio
degli anni sessanta – fu “il personale è politico”. Grazie a questo slogan, il
movimento delle donne portò nella sfera pubblica, molti temi e pratiche che
erano sentiti come troppo banali, private o intime, per la discussione o l’azione
collettiva. La violenza di genere fu una di quelle. Fino allora una persona
maltrattata dal suo partner era una questione privata che doveva rimanere nella
sfera intima delle relazioni personali. Non era una questione politica. La sua
visibilità aiutò a prendere coscienza del fatto che il “potere” non è qualcosa
che si esercita solo a livello macro, ma anche dentro le relazioni di coppia,
perché questi rapporti di potere sono espressione di modelli strutturali di
diseguaglianza. Era chiaro che bisognava re-significare gli spazi del pubblico
e del privato e fare sì che nel privato arrivasse la democrazia.
Per la teoria femminista fu faticoso mostrare che
definizioni come “ violenza” dovevano essere contestate da una condizione di
predominio maschile. Secondo quanto affermato da Liz Kelly, in uno degli studi
di riferimento sulla violenza di genere, pubblicato negli anni ’90, era facile
capire perché gli uomini, in difesa dei loro interessi di gruppo e come
principali autori di essa, avessero limitato in gran parte, la sua definizione.
Si prese coscienza che definire qualcosa è sempre problematico. C’è bisogno di
una buona teorizzazione e prova empirica. Occorre, però, come afferma Marta
Minow, aver presente, che le definizioni
si costruiscono socialmente, che le categorie non rientrano in modo naturale
nel mondo, ma che sono caricate di pregiudizi incartati in norme culturali, in attese
e valori sociali.
L’intenso lavoro dalla prospettiva femminista permise
di problematizzare le definizioni dominanti e ampliarle in modo più inclusivo. La
comprensione della violenza poté essere adattata gradualmente a quella che era
la reale esperienza delle donne, individuando un’ampia gamma di comportamenti
fisici, verbali, sessuali, emozionali e psicologici, che le donne vivevano come
violenza, perché producevano sistematicamente umiliazione e disprezzo, perdita
della propria autonomia fisica e mentale e una rottura dello strato più profondamente
emotivo che, nei casi più gravi, poteva provocare una totale mancanza di
rispetto per se stesse. Tuttavia, le ricerche femministe oggi, devono ancora
affrontare le tensioni delle definizioni dominanti come quella, per esempio, di
ciò che significhi, essere violentata, e di quello che molte donne vivono come stupro anche
se in silenzio. La prova empirica portata dalla letteratura femminista ha
dimostrato che, molte donne rimangono in silenzio, perché prevedono la
situazione di mancanza di rispetto o quella di non essere prese sul serio.
Un ambiente che promuova la libera espressione di
queste esperienze di abuso è un contesto più democratico, perché aiuta a
identificare e nominare questi problemi, perché aiuta a sviluppare un
linguaggio normativo che nomini questa ingiustizia. Ci deve essere un contesto
politicizzato e consapevole, che davvero metta in discussione le strutture di
genere che governano le nostre società.
Oggi, tutto il dibattito sulla diseguaglianza di genere
è andata perduto. Non c’è nessun membro del governo che lo sostenga, nessun
progetto istituzionale che lo assuma e che articoli uno schema politico diretto a
eliminare le relazioni assi metriche di potere che sono radicate nella
diseguaglianza di genere.
Quest’assenza del discorso, tuttavia, funziona
ideologicamente, perché la mancata assunzione della violenza di genere è l’implicita
assunzione della disparità di genere nell’orizzonte politico. Per questo, mantenendo
il silenzio, il governo (i governi) egualmente si schiera. Prima di riformare
una qualsivoglia legge sulla violenza di genere – come ha dichiarato di recente la
ministra spagnola Ana Mato - forse è più importante che si cominci ad
applicarla.
(traduzione di Lia Di Peri)
sabato 23 agosto 2014
Il fantasma di Dred Scott vaga per le strade di Fergurson
di Amy Goodman con la collaborazione di Denis Moynihan
Migliaia di persone hanno partecipato questa settimana
alle manifestazioni contro l’uccisione da parte della polizia di Michael Brown,
un giovane afro - statunitense, che era disarmato, nel quartiere di Ferguson,
St. Louis, Missouri. Pochi giorni prima di andare al College, Brown è morto
dissanguato a causa degli spari della polizia. In pieno giorno. La polizia ha
lasciato il cadavere del giovane, in mezzo alla strada per quattro ore, dietro
il cordone della stessa, mentre i vicini si avvicinavano osservando la scena
con orrore. I cittadini hanno protestato indignati, proteste che la polizia ha
brutalmente represso. Vestiti in tenuta paramilitare e dentro veicoli blindati,
la polizia ha lanciato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e bombe a mano e
ha puntato armi automatiche contro i manifestanti. Moltissimi giornalisti e
manifestanti che protestavano pacificamente sono stati arrestati.
Le proteste si sono verificate in West Florissant Avenue a Ferguson. A quasi sette chilometri a sud dell’epicentro delle proteste, nella pace del cimitero di Calvary, riposano i resti di Dred Scott, un uomo nato schiavo, divenuto famoso per aver combattuto in Tribunale l’ottenimento della libertà. La decisione nel caso di Dred Scott, emessa nel 1857, è stata ampiamente considerata come la peggiore della storia della Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte decise che gli afrodiscendenti, schiavi o liberi, mai sarebbero potuti essere cittadini.
Le proteste si sono verificate in West Florissant Avenue a Ferguson. A quasi sette chilometri a sud dell’epicentro delle proteste, nella pace del cimitero di Calvary, riposano i resti di Dred Scott, un uomo nato schiavo, divenuto famoso per aver combattuto in Tribunale l’ottenimento della libertà. La decisione nel caso di Dred Scott, emessa nel 1857, è stata ampiamente considerata come la peggiore della storia della Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte decise che gli afrodiscendenti, schiavi o liberi, mai sarebbero potuti essere cittadini.
Dred Scott nacque in schiavitù in Virginia, intorno al
1799 (lo stesso anno in cui morì il presidente George Washington, un noto
proprietario di schiavi in Virginia). Il padrone di Scott si trasferì dalla
Virginia al Missouri, uno stato schiavista. Egli fu venduto a John Emerson, un
chirurgo dell’esercito degli Stati Uniti. Nel 1847, Scott, presentò una domanda
contro Emerson, davanti al tribunale di St. Louis, per rivendicare la sua
libertà. Scott e la sua famiglia vinsero il giudizio e la libertà in prima istanza
ma questa decisione fu poi revocata dalla Corte Suprema del Missouri. Il caso
arrivò dopo alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nella sentenza della Corte, il presidente Roger Taney,
schiavista, scrisse: “ Un negro libero di razza africana, i cui antenati sono
stati portati in questo paese e venduti come schiavi, non è un cittadino, in
direzione di quanto stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti”. Fui così
che la Corte dichiarò che tutte le persone afrodiscendenti, liberi o schiavi, non
erano cittadini e mai lo sarebbero stati.
La sentenza dichiarò incostituzionale anche il
Compromesso del Missouri, un accordo che lo trasformava in Stato schiavista, ma
stabiliva che i territori del nord degli Stati Uniti, un paese che stava
sperimentando una rapida espansione, sarebbero stati territori liberi e la
schiavitù proibita. La decisione nel caso di Dred Scott, aprì questi territori
alla schiavitù e fu considerata una vittoria per gli Stati schiavisti del sud.
La sentenza sorprese tutto il paese. Abramo Lincoln invocò la decisione nel suo
famoso discorso, noto come la "Casa Divisa". "Credo che questo governo
non possa continuare in modo permanente, essendo metà schiavo e metà libero”,
affermò Lincoln.
La sentenza Dred Scott avrebbe aiutato Lincoln a divenire il futuro presidente e contribuirà a spingere il paese alla guerra civile.
La sentenza Dred Scott avrebbe aiutato Lincoln a divenire il futuro presidente e contribuirà a spingere il paese alla guerra civile.
Il professore john a. Powell (che scrive il suo nome in
minuscolo) tiene corsi su Dred Scott. Powell ed è un docente di diritto e studi
afro-americani presso l’University of California, Berkeley.
Egli nota un legame tra quella terribile sentenza e i problemi che stanno
attualmente attraversando gli Stati Uniti. Powell mi ha detto: “ Non abbiamo
pienamente riconosciuto i negri e altre persone come cittadini a pieno titolo,
come persone intere”.
Le manifestazioni a Ferguson sorgono in parte, egli dichiara, perché “ la comunità negra soffre l’eccessivo controllo della polizia e non è protetta”.
Le manifestazioni a Ferguson sorgono in parte, egli dichiara, perché “ la comunità negra soffre l’eccessivo controllo della polizia e non è protetta”.
Ferguson simboleggia le profonde divisioni razziali,
che persistono oggi negli Stati Uniti. Dal 1980, la città è passata da una
popolazione a maggioranza bianca a una di maggioranza nera. Tuttavia, il
sindaco è bianco. Il consiglio comunale è composto principalmente da persone
bianche, così come il Consiglio d’Istituto. L’evento più indicativo per le
proteste è forse, che cinquanta dei cinquantatré agenti di polizia siano
bianchi. Il pastore Michael McBride, de Berkeley, California, si è recato a
Ferguson, organizzando la comunità dopo l’assassinio di Michael Brown.
Fermandosi in piedi, davanti a un blindato della polizia, ha affermato che la
violenza di quest’ultima è sistematica ed è conseguenza della “ paura
irrazionale degli uomini negri. Se si ha così paura degli uomini neri, allora, non
dovrebbero esserci poliziotti nelle comunità negre”.
Gli abitanti di Ferguson chiedono giustizia per Michael
Brown e l’arresto di Darren Wilson, l’agente di polizia che l’ha ucciso.
Diversi collettivi chiedono che un procuratore speciale s’incarichi del caso,
che si ritiri da Ferguson, la Guardia Nazionale e che il Dipartimento di
Giustizia dia inizio a un’inchiesta su tutti i casi in cui la polizia abbia
sparato su persone non bianche, disarmate.
Dred Scott perse la causa davanti alla Corte Suprema
degli Stati Uniti nel 1857, ma nel tempo, conquistò la sua libertà da un altro
padrone. Scott, purtroppo, morì di tubercolosi, un anno più tardi, nel 1858. A
pochi chilometri dal luogo dove giacciono i suoi resti, in mezzo alla nube di
gas lacrimogeni, ancora riecheggia l’eco della sua vita e della sua lotta.
democracy now
(traduzione di Lia Di Peri)
(traduzione di Lia Di Peri)
domenica 13 luglio 2014
Federici: Femminismo tra fuochi e fornelli.
Silvia Federici (1942, Parma) parla e sorride con
calma. Ha le mani rugose e la lingua tagliente. E’ l’autrice di Calibano e la
strega, corpo e accumulazione primitiva, il libro che incorpora nella caccia
alle streghe, l’analisi marxista della transizione dalla società feudale al
sistema capitalista. Joana García
Grenzner l’ha intervistata quando, a Barcellona, ha presentato questo libro.
Oggi, Federici è la femminista più nota.
Com’è
stata la visita a Zugarramurdi?
Visitare la zona
mi ha molto emozionata. E’ l’unico posto dei Paesi Baschi, secondo le mie
ricerche, in cui gli uomini erano organizzati contro le streghe. Nel 1609 hanno
iniziato a imprigionare, torturare e uccidere molte donne. Le cacciavano con
gli strumenti che usavano i marinai per la caccia alle balene. Mi ha molto
turbato vedere come stanno facendo affari vendendo un’immagine delle streghe
che non corrisponde alla realtà. Stanno diffondendo una falsa immagine che
degrada e le ridicolizza: donne grasse, con un naso grosso e vecchio.
Mantengono l’immagine che crearono di esse i loro cacciatori.
Che
cosa proponi?
Mi piacerebbe vedere una mobilitazione di donne nella
quale si dicesse: Basta guadagnare denaro sulla nostra pelle”. Nei posti della
zona avrebbero dovuto esserci dei cartelli che spiegassero cosa fosse realmente
accaduto. E’ tempo di rivelare la storia di sangue, tortura, violenza e
persecuzione.
Il femminismo è smobilitato?
Il femminismo è oggi un fenomeno molto complesso. Da un
lato c’è un nuovo movimento che sta sorgendo dalle più giovani, perché
continuano ad avere la vita più difficile che degli uomini. Tutte le aspettative,
una carriera, lavoro fuori di casa, divisione dei compiti, non si sono
realizzate o si sono realizzate in modo limitato. Dall’altro lato, c’è un gran
decadimento del femminismo, che è cominciato negli anni ’70 con le Nazioni
Unite. L’ONU ha invaso il territorio femminista se n’è appropriato distorcendolo:
ha ridefinito la sua agenda e ha distrutto tutto il suo potenziale sovversivo
mantenendo solo una prospettiva neo-liberale.
Che
cosa sarebbe questa prospettiva?
Quella che afferma che, la liberazione delle donne,
passa per la sua carriera professionale e le pari opportunità. Sono
rivendicazioni capitaliste e neo- liberiste. L’ONU ha creato un femminismo
globale in cui le donne fanno parte di conferenze e Ong internazionali.
Attaccano il lavoro non pagato, svalutando la riproduzione ed evitando di
criticare come il capitalismo ha usato il corpo delle donne. Hanno creato un
femminismo molto conciliante con l’agenda neo-liberista. Dobbiamo riappropriarci delle politiche
femministe.
Il movimento femminista è morto?
Credo che oggi non esista un movimento femminista come
movimento sociale di massa. Esiste un femminismo culturale, ma non un
femminismo come forza politica e sociale. C’è una politica femminista che si
trova in ogni movimento sociale, perché tutti hanno dovuto parlare con il
femminismo. Non siamo nella stessa situazione di trent’anni fa. C’è molta più
parità e noi donne abbiamo più autonomia rispetto agli uomini, però non
rispetto al capitale. Non c’è una forza capace di contrastare il capitalismo.
Alcune giovani donne hanno ripreso forme di comportamento che noi avevamo
rifiutato e credo che ciò dimostri che stiamo andando verso una regressione.
Nel tuo lavoro, tu hai parlato del femminismo come una “rivoluzione incompiuta”. Il
femminismo ha creato coscienza ma è fallito in quanto all’incidenza?
Sì. Il movimento femminista non è stato in grado di
contrastare il processo di globalizzazione, che è stato riempito di continui
attacchi al lavoro riproduttivo a tutti i livelli. Non è stato capace di
opporsi ai tagli sociali, non è stato in grado di cambiare l’organizzazione del
lavoro. Oggi, le ore lavorative sono di più che nel passato. Dieci ore! La conciliazione
familiare è impossibile. Assistiamo a una grande crisi sul terreno della cura e
le donne non hanno più il tempo per riposare, per leggere, né per partecipare a
una riunione politica o a una manifestazione. Non hanno tempo per se stesse.
Viviamo in continua ansia per la sopravvivenza. Le donne negli Stati Uniti
consumano una gran quantità di antidepressivi. Sono vite piene di ansia,
preoccupazioni e lavoro, lavoro, lavoro.
In
che cosa ha sbagliato il femminismo?
Negli anni '70, quando abbiamo dovuto prendere
decisioni strategiche, sia negli Stati Uniti sia in Europa, il movimento
femminista abbandonò completamente il terreno della riproduzione e s’impegnò,
quasi esclusivamente, sul lavoro fuori di casa L'obiettivo era di conquistare
l'uguaglianza attraverso il terreno lavorativo. Gli uomini però erano oppressi
in questo settore e raggiungere l’uguaglianza in fastidi e oppressioni non fu
una strategia. Entrarono nel mondo lavorativo che era stato dominato dagli
uomini, ma non videro che era il momento di attaccare il lavoro salariato. C’è
stata una mancata visione del contesto sociale ed economico in cui si stava
combattendo. Abbiamo combattuto con armi che non funzionavano.
A quel tempo, io lavoravo in un’organizzazione chiamata
“'Campagna Internazionale per salari per i lavori domestici”. Pensavamo che
senza la lotta per il lavoro riproduttivo non avremmo ottenuto nulla. Per
cambiare la situazione delle donne, c’è da cambiare tre tipi di relazioni:
donne- Stato, donne-uomini e donne – capitale. Il lavoro riproduttivo è qui una
priorità. E’ il problema centrale, perché i ruoli che il capitalismo ha
disegnato per le donne iniziano da qui: il capitalismo ha creato la divisione
internazionale sessuale del lavoro. Dobbiamo partire da qui. Il movimento
femminista non ha preso questa strada ed è una delle ragioni per le quali non
ha potuto provocare grandi cambiamenti.
Nasce
da qui la tua idea di “Rivoluzione zero”?
Sì, la Rivoluzione zero è quella che ancora non si è
fatta, perché non si è preso in considerazione il problema della perdita di
valore del lavoro riproduttivo.
Stiamo vivendo una guerra contro le donne?
Sì, sì, sì, sì. Il capitalismo e la globalizzazione
attaccano i mezzi di riproduzione: espropriazione delle terre, tagli nello
Stato sociale, precarizzazione del lavoro e della vita. E’ una strategia
classica del capitalismo, che Marx chiamava “ accumulazione originaria”: se
vuoi aumentare i tuoi benefici e imporre una certa disciplina devi separare gli
uomini e le donne dai mezzi di riproduzione. Se non hanno come riprodursi,
dipendono da te. Accettano qualsiasi condizione. E chi sono i primi soggetti
sociali impegnati nella riproduzione? Le donne.
Non puoi attaccare la riproduzione della forza lavoro
senza attaccare le donne. La violenza contro le donne è parte del processo. In
America Latina e in Africa, per esempio, dove le donne erano impegnate nell’
agricoltura di sussistenza, che stanno facendo le istituzioni internazionali?
Strappare quella terra, privatizzarla.
Non
credi sia pericoloso concentrare tutta la critica sul capitalismo? Le donne non
sono libere dalla violenza negli altri sistemi.
Non ci sono altri sistemi, a parte il capitalismo, né a
Cuba, né in Venezuela. Scherziamo? L’idea che il capitalismo sia solamente un
sistema economico è un pregiudizio capitalista. E’ un sistema culturale e sociale.
Non c’è economia, senza relazioni sociali, culturali o politiche. Oggi, tutti e
tutte viviamo in un sistema capitalista. Ci sono paesi che distribuiscono la
ricchezza meglio di altri, però non esistono paesi fuori dall’economia di mercato.
Non serve dire che vogliamo una società che non sia
capitalista, perché potremmo costruire un sistema ancora peggio. Ciò che io
voglio è creare una società non gerarchizzata, che non si basi sullo
sfruttamento del lavoro di altre persone.
Però, il patriarcato non è un sistema
autonomo?
Personalmente, non lo credo. Il patriarcato da sempre
ha fatto parte dei sistemi che si appropriavano del lavoro umano. Il corpo
delle donne è una fonte di ricchezza, che ha nei figli e nelle figlie la
manodopera. Siamo nella logica dello sfruttamento lavorativo. Il patriarcato
non comincia con gli uomini che dominano le donne, ma con un sistema di lavoro
che opprime gli uomini e che si basa nel controllo della sua principale fonte
di ricchezza. Vi rendete conto della
ricchezza che presuppone il corpo delle donne? Immaginate se le donne
decidessero di non avere più figli e figlie! Immaginate cosa succederebbe?
Il lesbismo potrebbe essere una soluzione?
Le lesbiche, oggi, hanno figli.
Non lascerai fuori dalle tue analisi le lesbiche?
Ho scritto molto su capitalismo e sessualità, sulla
disciplina della sessualità che il capitalismo ha imposto. Negli anni ’70 parlavamo
di una grande contraddizione nel capitalismo. La divisione del lavoro era
allora, una divisione omosessuale: gli uomini lavoravano con gli uomini e le
donne con le donne. L’eterosessualità esisteva soltanto nel matrimonio. Era
difficile poi comprendersi dentro il matrimonio. La famiglia non è mai stato un
luogo di serenità.
D’altra parte negli anni ’60 e ’70 io avevo chiaro che
il lesbismo aveva un valore di rottura per molte ragioni. Il capitalismo dà il
comando agli uomini, li trasforma in emissari del sistema in casa e in una relazione
lesbica ciò non accade. Inoltre, il lesbismo presuppone una grande
valorizzazione delle donne, in uno spazio di tranquillità, di liberazione da
tantissime pressioni. Adesso, però, ho capito che ciò non basta, perché in una
società eterosessuale, le relazioni lesbiche riproducono la logica etero
patriarcale.
Credo, anche se non ne sono sicura, che questa capacità
di rottura che il lesbismo una volta possedeva oggi, sia meno forte. Proprio il
capitalismo ha ristrutturato la sua idea di famiglia per integrare le coppie
omosessuali. Da qui, l’approvazione del matrimonio gay in tanti luoghi.
Ovviamente, il capitalismo ha bisogno di organizzare le
case intorno al lavoro riproduttivo.
In
questo contesto di crisi, nel quale si sono imposte come moda le torte e
tortine, non si sta celebrando il lavoro riproduttivo?
C’è un gran dibattito, ora negli Stati Uniti, su
questo. E’ un tipo di valorizzazione del lavoro a livello psicologico, però non
c’è nessuna rottura a livello politico. E’ tutto il contrario. E’ una valvola
di sicurezza. Non è un cambiamento, né rompe con il sistema. Significa soltanto
che se hai tempo e soldi, puoi farti le tue torte in casa [ride].
Ma non
è pericoloso che passi questo messaggio?
Il nostro discorso di valorizzazione del lavoro
riproduttivo non ha nulla a che fare con le torte in casa. Dobbiamo lottare
contro la deforestazione e il disboscamento; lottare perché non siano
contaminati i fiumi e i mari; mettere la ricchezza prodotta a servizio delle
donne. Si tratta di cambiare la logica del sistema. Produrre per la vita, non
per il mercato. Nessun bignè.
E
se la torta la fa un’altra?
Il movimento
femminista ha fatto un grosso errore, non lottando per il salario domestico.
Che succede adesso? Che questa carica di
lavoro lo assume un’altra donna. Molte, migranti. La ristrutturazione del
lavoro domestico si fonda su una grande ingiustizia: donne che lasciano le loro
famiglie e vanno lontane dalle loro case a curare le famiglie di altre donne. E’
vero, anche che ci sono donne che possono farsi carico delle loro famiglie
senza aiuto. Odio essere moralista in questo senso, perché a volte non c’è
altra scelta, però dobbiamo avere una strategia politica, che ci porti a un
cambiamento di paradigma in cui uomini e donne decidano come riprodursi senza
logica di potere.
traduzione di Lia Di Peri.
martedì 13 maggio 2014
Il corpo deve essere nostro. Né dello Stato, né del mercato
Intervista a Silvia Federici, la femminista del momento.

Silvia Federici è stata a Barcellona la scorsa settimana e l’ha infuocata. Lei crede che ci sia bisogno di un nuovo movimento femminista, non necessariamente composto solo da donne, che metta ancora una volta al centro, i lavori riproduttivi. Dopo Calibano e la Strega, l’opera che le ha dato fama internazionale, ora pubblica Rivoluzione Punto Zero.
Ne abbiamo parlato con lei, davanti a una tazza di caffè che, per sua disgrazia, non era un vero cappuccino.
In Nigeria, ti sei resa conto dell’importanza del debito, un tema diventato centrale per l’Europa meridionale.
E’ fondamentale capire l’importanza di un’economia del debito. Il debito è vecchio tanto quanto il capitalismo: di fatto è anteriore. Come rapporto di classe, però, ha subito molte trasformazioni. Marx parla del debito pubblico come strumento di accumulazione primitiva, ma oggi è importante capire che ruolo giochi il debito.
Nel senso che è diventato uno strumento di disciplina, giusto?
Sì, il debito è uno strumento di governo, uno strumento di disciplina e di uno strumento che stabilisce rapporti di classe disgreganti. Io penso che questo terzo aspetto del debito non sia stato sufficientemente rilevato. Ad esempio, Maurizio Lazzarato, nella sua opera La fabbrica dell’Uomo Indebitato, non pone l’accento quest’aspetto. Quello che voglio dire è che, sempre più, il debito è un rapporto di classe nella quale sparisce il lavoro, sembra scomparire lo sfruttamento (anche se il debito è in sé un tremendo metodo di sfruttamento) e scompare il proprio rapporto di classe, perché stabilisce una relazione individuale con il capitale, la banca, piuttosto che un rapporto collettivo. Scompare il volto riconoscibile del padrone, che è ora, la banca. E’ un meccanismo che genera senso di colpa, piuttosto che potenziamento.
Per me è stato molto importante capire come si passa da una prima fase di piani di aggiustamento strutturale, nei quali lo sfruttamento si organizza mediante il debito pubblico a una seconda fase, nella quale lo Stato è superato e il debito diventa un rapporto diretto con la banca attraverso la finanziarizzazione dell'economia. La finanziarizzazione significa la fine del modello dello Stato sociale e presuppone che ogni momento di ri-produzione sia già un momento di accumulazione. Cioè, lo sfruttamento si trasferisce a tutti gli ambiti della vita attraverso le tasse per studiare, il ticket sanitario, i mutui per la vita… Tutto qui.
In tutti questi momenti, Lo Stato è intervenuto, dapprima come finanziatore e, ora, fa da collettore. E’ un intermediario della finanza. Una delle lotte del movimento Occupy è la lotta contro il debito pubblico.
Uno dei problemi del debito è che la gente si vergogna di riconoscersi indebitata, perché lo vive come un fallimento personale: credono di aver investito male il denaro del prestatore, di aver fatto un cattivo investimento, di aver vissuto sopra le loro possibilità. Ciò fa sì che il debito risulti un metodo molto efficace di sfruttamento. Se si chiede, ad esempio, un prestito per gli studi, si è già in trappola: non potrà scegliere il tipo di lavoro; spesso ha bisogno di due impieghi; non oserà reclamare diritti, per non rimanere senza lavoro, perché hanno i debiti da pagare, ecc.
La questione dei beni comuni è centrale nel tuo lavoro. Tuttavia, è una problematica alla quale non hai dato molta importanza all’inizio del tuo attivismo.
In realtà , non abbiamo visto l'importanza dei beni comuni fino a quando non abbiamo percepito che li abbiamo persi. Quando la re-strutturazione dell’economia globale ne ha proposto l’eliminazione. Io l’ho visto chiaramente in Nigeria. In Africa, Messico,nei paesi Andini. In India ci sono ancora forme di proprietà comunitaria, che sono ogni volta di più attaccate dalla nuova ondata di accerchiamenti dell’accumulazione primitiva del debito. In America , il discorso sui beni comuni è stato rilanciato dagli anni '90 , grazie agli zapatisti , che posero la questione nell’agenda internazionale dei movimenti sociali.
Quando parliamo, però di beni comuni, non parliamo soltanto di terre comunali.
Esattamente. Dal movimento anti-globalizzazione abbiamo esteso il discorso sui beni comuni, come discorso antagonista sullo smantellamento dello Stato sociale. Abbiamo capito che la lotta non deve limitarsi a difendere dei servizi pubblici esistenti. Il sistema del welfare degli ultimi decenni è profondamente discriminatorio. E 'stato destinato a rafforzare l'etica del lavoro , l'etica dello sfruttamento. Ad esempio, il lavoro domestico è stato escluso dalle garanzie offerte dallo Stato sociale. E’ stato ideato per integrare lo sfruttamento salariale, non come garanzia dei diritti indipendenti dal lavoro. La lotta contro la privatizzazione deve andare oltre la mera difesa dei servizi pubblici : deve difendere ciò che è comune. Perché il pubblico non è comune; il pubblico è una forma di privatizzazione in cui il proprietario è lo Stato, che noi non controlliamo.
Nel tuo pensiero è fondamentale la questione del controllo del corpo delle donne.
Il corpo delle donne è stato uno dei primi territori che lo Stato ha tentato di privatizzare. La riappropriazione del nostro corpo deve rientrare all'interno di questa prospettiva di riappropriazione dei beni comuni . Il corpo deve essere nostro. Né dello Stato né del mercato .
Tu critichi Marx per non aver tenuto conto del corpo delle donne come fattore costitutivo del capitalismo.
Tutto il discorso di Marx sulla riproduzione della classe operaia è completamente naturalistico . Non vede la procreazione come terreno di lotta. Egli non si rende conto che, nella società capitalista, uomini e donne hanno interessi diversi. Le donne hanno interessi specifici, c’è un rapporto specifico di sfruttamento tra le donne e lo Stato, tra le donne e il capitale. Marx dice che il capitale " ha lasciato alla natura" la riproduzione. Naturalizza un processo che, in realtà, è sempre stato centrale.
Non è un processo naturale, ma un rapporto di classe?
Esatto. Un rapporto di classe, perché il capitale cerca di appropriarsi del corpo delle donne, per trasformarlo in una macchina di riproduzione delle nuove generazioni di lavoratori. Per questo ha tanto interesse a regolare la natalità. Non stiamo parlando del passato, basta vedere la riforma di legge sull’aborto del PP spagnolo. Le riforme della legge sull’aborto sono accompagnate da processi di sterilizzazione forzati in altre parti del mondo , gestiti dalla Banca Mondiale e dalle agenzie internazionali… C'è un interesse internazionale per impedire che le donne possano decidere. L’ultimo in ordine di tempo è l’ossessione di trovare mezzi riproduttivi di laboratorio; tentativi che sembrano di fantascienza per fare nascere in vitro, senza necessità di una madre. Il corpo femminile è il grande ostacolo che il capitale non e 'stato in grado di superare .
La prima parte del tuo libro Rivoluzione Punto Zero si basa sul tuo attivismo per un salario alle lavoratrici domestiche. Tuttavia, la seconda parte se ne allontana quando analizzi la figura delle contadine, che lavorano le terre comunali e che sono milioni nel mondo.
Sì , perché la seconda parte è scritta dopo il mio viaggio in Nigeria, come verifica dell’importanza delle donne nell’ agricoltura di sussistenza , che è parte del processo di riproduzione di tutti i giorni, in vaste zone del pianeta. Ciò solleva nuovi interrogativi alla strategia per raggiungere il salario al lavoro domestico. E’ l’evoluzione del mio pensiero dagli anni ’70 al mio attivismo nel movimento per un’altra globalizzazione dagli anni’90 a oggi. Non rinnego l’importanza delle rivendicazioni del salario domestico, ma aggiungo la questione dei beni comuni. E’ anche la prova del’’inaffidabilità del salario come garanzia dei diritti.
In questo senso, cosa ne pensi del reddito di base ?
Prima di tutto , io sono contro un " reddito di cittadinanza " . Perché la cittadinanza esclude automaticamente tutti i migranti che non sono riconosciuti come cittadini . In ogni caso, il reddito di base è un concetto problematico per svariate ragioni. Vi è una parte importante della destra neo-liberista, che stabilisce già il reddito di base – lo stesso Milton Fridman era favorevole. Si rendono conto che nel mondo c'è una situazione insostenibile e stabiliscono il reddito di base come sostituto dei diritti sociali. Ti offrono le briciole della ricchezza sociale e allo stesso tempo ti escludono da qualsiasi diritto di riappropriazione della ricchezza sociale. E’ una specie di carità istituzionalizzata con l’intenzione di tamponare le lotte per i beni comuni. Un altro problema è che qualsiasi rivendicazione è utile nella misura in cui presupponga forme di organizzazione effettive e il reddito di base è di difficile organizzazione. Non ha la capacità, come l’aveva il salario domestico di creare nuove alleanze, perché non è in grado di svelare nuove forme di sfruttamento.
Un altro rischio è che , ancora una volta , questa rivendicazione generalista occulti la specificità delle rivendicazioni delle donne, in questo caso, del salario domestico.
Esattamente. Chiedere “ reddito per tutti” dissolve il diritto a un reddito per il lavoro domestico. Stende un velo e dice,” tutti siamo uguali”, marginalizzando la rivendicazione specifica delle donne.
Quando si parla di lotte legate alla riproduzione, abbiamo il problema, che non c’è uno strumento equivalente a quello del movimento operaio, come lo sciopero.
Questo è un tema cruciale, che è stato scarsamente sviluppato dal femminismo. Ci sono state voci , soprattutto in Italia e in Spagna, fin dagli anni '70 , che hanno detto “ non c’è sciopero generale, se le donne devono lavorare quel giorno ugualmente” o “ se il lavoro riproduttivo si ferma, si ferma tutta la società”. Non si è andate oltre, però, queste dichiarazioni. Sì, ci sono state lotte in settori di lavoro femminizzato, che hanno sollevato questo, ad esempio, le infermiere. Non è possibile applicare al lavoro di cura, gli stessi slogan del lavoro produttivo. Quando ci dicono “ se rifiuti il lavoro riproduttivo, ti stai rifiutando di curare i tuoi cari” , in realtà, ci stanno dicendo che dobbiamo accettare il nostro sfruttamento e il resto. Il punto di partenza è costatare che il lavoro riproduttivo contiene due piani: la riproduzione della vita e la riproduzione del capitale. Queste due intrecciati processi devono essere separati. Bisogna separare la riproduzione per il mercato del lavoro dalla riproduzione fuori dal mercato del lavoro o addirittura contro di esso. Il capitalismo ha sussunto questi due aspetti ed io credo sia fondamentale separarli.
L’alternativa che offre il mercato alle donne della classe media o alta, che rifiutano i lavori riproduttivi è che altre donne, generalmente migranti, lo facciano per loro.
Tutto questo è collegato a un certo femminismo creato negli anni ’80 per disattivare gli aspetti sovversivi che conteneva il femminismo. Lo hanno addomesticato e parte di quest’addomesticamento è stato equiparare l’emancipazione della donna al successo lavorativo, così da rendere necessaria la riorganizzazione dei lavori riproduttivi che ricadono sulle donne espropriate dell’Africa, America Latina, ecc. Anche se in queste nuove dinamiche sono nati movimenti molto interessanti, come le organizzazioni internazionali delle lavoratrici domestiche salariate, che hanno dato continuità alla richiesta di un salario degno per le lavoratrici domestiche. Cioè hanno continuato quelle lotte che le femministe europee hanno abbandonato. Tale nuova realtà di milioni di donne che svolgono lavoro domestico salariato solleva nuove forme di organizzazione e nuove sfide. La più grande delle quali è unire nella stessa lotta le lavoratrici domestiche pagate e persone che realizzano il lavoro domestico senza nessun costo.
Le conclusioni sono diverse. La prima è che il capitalismo è un sistema che deve essere abolito, perché è un sistema che svaluta il lavoro riproduttivo. La seconda è che il processo di lotta deve essere un processo di riorganizzazione di questi compiti, nel senso di eliminare il significato capitalista della riproduzione. Dobbiamo creare un nuovo modo di collaborare, abitare, urbanizzare, cucinare,di condividere il quartiere.
La terza… io parlo sempre di rivoluzione femminista incompiuta. E’ necessario un nuovo movimento femminista, non necessariamente solo di donne che, ancora una volta, metta al centro i lavori riproduttivi.
playgroundmag.
(traduz. Lia Di Peri)
(traduz. Lia Di Peri)
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