giovedì 30 giugno 2016

Il feroce porno

La misoginia come spettacolo

Gabriel Núñez Hervás 


Nel porno del XXI secolo, il sesso è solo un alibi per la violenza [1].

Riparato dietro un arsenale di argomenti fallaci, vittimista fino al parossismo, la pornografia espande il suo campo di battaglia, mentre riduce la condizione umana delle donne e polverizza la sua dignità [2].

Spinto da una insaziabile ansia di offrire “sempre di più”, il porno è diventato una macchina universale di propaganda misogina. La debolezza dei suoi detrattori (e la capacità del mondo porno di squalificarli) ha portato a una situazione paradossale, in cui il porno è presentato e accettato come sostenitore e fautore del sesso, quando il sesso, come abbiamo detto, non è altro che un alibi per esercitare (senza penalità) e promulgare (tra gli applausi) un modello machista brutale ed estremo. Questo discorso contro il porno, contro la aberrante evoluzione che ha subito la rappresentazione ed esibizione di scene sessuali, contro la proposta di un sistema unico di relazioni sessuali basato (e con compiacenza) sul comportamento violento e atteggiamento sprezzante contro le donne, è una riflessione disordinata e confusa, agitata e dolorosa, che si scontra, soprattutto, con il silenzio che la società mantiene su questo argomento.

PROLOGO ('Blow Job')

La prima volta che sono andato a vedere un film porno (Educating Mandy)
con alcuni amici, mi sono reso conto che, in effetti, “avrebbe potuto ferire la mia sensibilità”: com’era possibile trattare così le donne? Come si poteva essere così rozzi e machista? E, soprattutto, come si poteva piantare una cosa così, filmarla ed esporla? Com’era possibile? Come poteva avere un pubblico? Lasciai la sala scioccato... e anche tremendamente eccitato. Di ritorno a casa, dissi convinto che mai più sarei andato a vedere simili barbarie, un approccio condiviso anche dai miei compagni di avventura, ma poche settimane dopo, tutti ci agganciammo irrimediabilmente al porno.

Visto oggi, quel film sembra una sciocchezza in confronto con le brutalità solite che caratterizzano la produzione pornografica corrente. Dal principio alla fine, in quelle eiaculazioni, ci sono dei tizi disgustosi e maleducati, che trattano con disprezzo e senza rispetto diverse ragazze giovani e bellissime. Se fosse stato girato oggi, Traci Lords, Christy Canyon e compagne, oltre a tutti i tipi di insulti, avrebbero preso diversi sputacchi in bocca e sugli occhi, molti colpi, le avrebbero aperto il culo fino allo estremo e sarebbero state costrette a vomitare dopo essere state soffocate dai cazzi dei loro colleghi di cast, che sarebbero finiti con il fare pipì su di esse. Alla fine, tutto normale. Sì, normale: questo è ciò che accade nella stragrande maggioranza del porno del XXI secolo, annunciando ed emettendo tutti i giorni Digital Plus e televisioni locali, ricevendo premi e applausi, creando star dello spettacolo come Rocco Siffredi e Nacho Vidal.
Questo è il porno che è imposto sui nostri schermi, nelle nostre case, nelle nostre coscienze.



INTRODUZIONE

La pornografia è diventata un tabù, non inconfessabile ma intoccabile. Nessuno ne parla contro, qualcosa di veramente sospetto, né segnali di preoccupazione o di protesta di fronte alla evidenza che la pornografia è uno strumento universale e molto efficace di misoginia, un apparato reazionario e fascista che ha ridotto, reso caricaturale e sequestrato il sesso, uno strumento che pubblicizza e vende un modello basato sul disprezzo per le donne. E’ qualcosa di evidente, palpabile ma nessuno alza la voce contro questa arma di distruzione machista [3]. Eppure, si continua a considerare la pornografia come vincolata alla libertà sessuale per quanto si mostri e dimostri essere un meccanismo di disuguaglianza, discriminazione e aggressione.
La pornografia del XXI secolo ha seguito un processo di espansione, legittimazione, normalizzazione e radicalizzazione. Si è verificata la pornificazione della società: la pornografia è entrata massicciamente nelle case attraverso la televisione e in particolare Internet ed è penetrata con forza nelle coscienze e nei costumi. Il porno si normalizza (diventa normale) e contemporaneamente normalizza (impone regole) un modello di relazioni sessuali fondato sulla celebrazione della sottomissione della donna, la sua riduzione a oggetto di piacere e fonte di soddisfazione sessuale.
La pornografia è immune alle critiche, grazie alla sua capacità di inserire questeultime (e così squalificarle) insieme a compagni di viaggio così indesiderabili come gli estremisti di destra e i fondamentalisti religiosi. Anche insieme alle femministe il cui indispensabile lavoro è stato ridicolizzato brutalmente e costantemente. Tuttavia le teorie e gli argomenti delle femministe degli anni Settanta [4] sono più rilevanti e sono necessarie adesso più che mai. La pornografia è oggi un paradiso fiscale della criminalità del sesso e alimenta direttamente gravi problemi sociali come la violenza domestica, la prostituzione, il traffico, la pedofilia e la deplorevole educazione sessuale di intere generazioni. Se la pornografia pone chi la critica con i fanatici religiosi e politici, i suoi difensori si collocano a lato dei torturatori, stupratori, carnefici e filo-nazisti del sesso.
Questa è la pornografia del XXI secolo[5]. Questo è il porno, questo modo così familiare e amichevole di nominare la pornografia. Il porno ha sequestrato valori come la libertà sessuale, la diversità sessuale fino alla libertà di espressione. Il sequestro opera in due modi: proclamarsi come un campione fondamentale di questi valori, per poi ritirarli dallo spazio pubblico. Questo lavoro, apparentemente contraddittorio ha tuttavia, una spiegazione molto coerente: il porno elimina quei valori, perché, in realtà, vanno contro la sua essenza (reazionaria, riduttrice e assolutista) anche se li incarna demagogicamente per ragioni di legittimità e di marketing. La truffa, ovviamente, è efficace e così si costata quotidianamente nella propaganda che il porno fa di se stesso e nel grande e crescente progetto acritico, che il suo messaggio ha nella società.  Ciò che ha sequestrato il porno si può dire, infine, è lo stesso sesso, sostituendo la sua ricchezza con una normativa rigida e unidirezionale di intendere le relazioni sessuali.
Il mondo allora è già pornografico. La vita è pornografica. Il sesso è porno. Solo porno. Il porno non è più una rappresentazione dell'atto sessuale. E’ l’atto sessuale. E per atto sessuale si intende qualsiasi cosa che produca piacere all’uomo. All’uomo. Qualunque cosa. Tutto ciò che eccita l'uomo (l’uomo) è pornografico e come tale, acquisisce il visto concesso dal sesso e impedisce la possibilità di essere analizzato e criticato.
Nella deformata celebrazione della libertà di espressione e nel manipolato desiderio della libertà sessuale, si commettono costanti reati che compongono una propaganda universale circa il modo di intendere (e praticare) sesso.  Si commettono delitti che sono registrati, si esibiscono e sono venduti con questo alibi sessuale, con questa patente da corso di sesso, con questa protezione garantita dalla immunità della pornografia.

RADICALIZZAZIONE ('SESSO ESTREMO')

Si può parlare di radicalizzazione porno quando nel giugno del 1978, la rivista Hustler pubblicò la sua famosa copertina di una donna schiacciata da un tritacarne [6]? Purtroppo, la risposta è sì. Non solo perché questa idea è stata ripresa e moltiplicata per decine di web porno (Meatholes sarebbe l'esempio più vicino), ma perché il suo messaggio è passato dallo scherzo alla realtà, dal montaggio al fatto, dalla finzione alla esecuzione.
Il porno si costruisce e radicalizza sulla prova che le donne sono ancora in una situazione di inferiorità universale [7] ed è, per definizione, abusivo, imbroglione e minaccioso. La descrizione che fa il documentarista Stephen Walker del suo incontro con il magnate Max Hardcore è davvero raccapricciante, e definisce  perfettamente come guadagnano in business. [8]
La radicalizzazione del porno abbonda nel suo approccio come caccia,tortura e punizione...  In ultima analisi,si fa una sola ossessiva domanda : che cosa si può fare di più a questa tizia? O, che è lo stesso : come si può degradare e umiliare di più una puttana? Il disgusto generato dalle proprie limitazioni della rappresentazione sessuale , segue solamente questa via compulsiva: più e più forte, più e più duro,più e più estremo. Potrebbero prendere in considerazioni altri modi, ma no: la corsa, la lotta, la ossessione è avanzare nella distruzione della donna e si celebrano e applaudono (e sono redditizi) alla idea di trattare le donne come orinatoi (Human Toilets), farle vomitare (Gag On My Cock), schiaffeggiarle (Slapp Happy), eiaculare dentro i loro occhi (Pink In The Eye), asfissiarle, sputarle, scorreggiare nelle loro bocche e innumerevoli forme di abuso che sono pubblicizzate e offerte come audaci innovative o anche divertenti.
Non c'è posto per una buona vicenda o affetto o semplicemente umanità, si postula la complicità misogina e il cameratismo macho, si adorano gli attributi virili e si distruggono quelli femminili e il linguaggio è così limitato come lo insulto. La pornografia ha più violenza che sesso. In più, se una scena di sesso non contiene una certa quantità di violenza (verbale, fisica, attitudinale ...), difficilmente sarà considerata pornografica.
Da molto tempo e sempre di più il porno non è la rappresentazione di scene di sesso, ma la registrazione e l'esposizione pubblica di tali atti e tanto più crudi e violento sono, più sono apprezzati.  Non c'è più posto per la rappresentazione, così che il porno si fa generico e più vicino alle registrazioni casarecce e alle percosse, umiliazioni e atti criminali registrati sul cellulare per la posteriore esibizione (sul cellulare ma soprattutto, su Internet , spazio libero, senza legge, amorale, come principale schermata)[9].
Il porno crea, ri-crea e trasforma lo spettatore attraverso la distruzione dell'oggetto sessuale. La legge della pornografia crea e trasforma (l'uomo,lo spettatore) mentre distrugge (la donna, l'oggetto). La formula ideale richiede che l’oggetto distrutto sia bello, ma se si deve scegliere tra bellezza e distruzione, il porno favorisce la seconda: è preferibile che l'oggetto sia meno bello sempre che sia più distrutto [10].
La radicalizzazione del porno influisce anche sullo stato delle sue protagoniste. Per molti anni si fece credere alla bufala che le vere star fossero le donne; si celebravano quelle donne che capivano il loro ruolo rispetto all’uomo: fare tutto ciò che piacesse a lui e quando piaceva (sempre). Il trucco passò tra le attrici e tra gli spettatori più confortevoli, perché, in effetti, erano le stelle dello spettacolo: guadagnavano di più, avevano fan club, assistevano a premiazioni, feste e festival, uscivano sulle copertine dei video e delle riviste. Questa farsa sembra che non abbia più bisogno di nascondersi. Ora le stelle del business sono gli attori, quelli più aggressivi, che non hanno limiti nel degradare le loro colleghe attrici. Essi hanno ora nomi e sono i grandi capoccia. Non si cercano più film di Zara Whites o Ginger Lynn, ma di Rocco Siffredi, Roberto Malone, Christophe Clark, Nacho Vidal, Max Hardcore... loro sono quelli che sanno come si devono trattare le tipe.  Ci sono sempre meno attrici il cui nome (artistico o reale) appaia nelle produzioni. La maggior parte si rivolge a un nome noto, senza che quasi mai si identifichi un viso. Perché, cosa importa, sono solo tipe, sono solo puttane, ce ne sono a milioni; tuttavia, gli insegnanti di sesso, i veri maestri come Rocco e compari si contano sulle dita di una mano. Molte delle attrici di oggi provengono dai paesi dell'Europa dell’Est. In questi si trovano ottime materie prime e la migliore delle disposizioni, visti i consueti meccanismi di sottosviluppo, di apertura del libero mercato e la urgente necessità economica. Esse sono , le molte, Tanya, Ursula, Veronika e chi se ne frega , per fortuna ci sono migliaia di ragazze alle quali offrire un biglietto alla fama, all’Europa, al capitalismo e, subito dopo, sputarle e romperle il culo. Ogni giorno migliaia di ragazze cercano e trovano l'unico modo che hanno di sognare con le offerte e le imposizioni di qualche magnaccia, ruffiani,schiavisti o produttori di pornografia, che incrociano sulla loro strada. Ciò che differenzia queste quattro specie nominate è che solo gli ultimi sono legali. O, per meglio dire, a-legali, perché agiscono ai margini della legalità e sanno che esiste un mercato legale che comprerà a prezzi eccellenti i loro prodotti e che un vastissimo, rilassato e civile pubblico mai si chiederà cosa sia accaduto nelle rispettive vite di quelle migliaia di donne con le quali si fecero una sega, mentre guardavano come le pestavano, insultavano e degradavano un pugno di uomini civili, ricchi e famosi. E poi cosa importa, come dicono gli stessi attori: non erano altro che puttane. Già, a chi può interessare ciò che accade a una puttana. Perché questo è il processo che, da anni, si segue nella stragrande maggioranza dei film porno, questo è il messaggio costante e ridondante, per quanto ripugnante e irrazionale.  Tutte queste tipe sono puttane. Alcune lo sanno e si comportano da puttane
e, pertanto, sono trattate come puttane, cioè, senza rispetto o considerazione, e da una posizione superiore, fisica, morale e sociale. Altre non lo sanno e hanno bisogno di un uomo che glielo faccia sapere. Quando si verifica la rivelazione, la donna che si riconosce già come puttana ringrazia l’uomo per il suo insegnamento e si comporta come tale e, pertanto merita di essere trattata come tale: una puttana. Niente di più. Infine, ci sono le più reticenti, le più capricciose, le più ottuse, quelle che non sanno che nel fondo sono puttane, come tutte le altre, ma che resistono all’uomo che vuole dimostrarglielo. A queste bisogna solo obbligarle. Sono ricattate, minacciate o aggredite fino a che non ammettano di essere puttane. A questo punto possono essere trattate come meritano: Il guanto nero, andato in onda qualche anno fa, sul Canale Satellitare è un premiato film di Christophe Clark, che terminava con un branco di tipi che sputavano su una ragazza dell’est, apostrofandola: “Non sei niente, ti faremo un sacco di male, non sei niente, sei una merda, sei una puttana, sei una troia, non sei niente”. Tali valutazioni sono sempre più frequenti, accompagnate da ordini, percosse, frustate e sputi.
Una delle nuove richieste di vendita di film porno sono le salivazioni. Non basta più eiaculare come un rubinetto, occorre far credere che il porno si fermi alla metafora, si sputi in faccia direttamente o si orini sul volto della ragazza dopo lo sperma e gli sputi o metterla a odorare merda di maiale, come nel celeberrimo, Rocco il perverso o metterle la testa nel water (metafora e realtà) e tirare ripetute volte la catenella (come quando nel water c’è merda).
I titoli del porno sono molto rivelatori e non sfuggono, tanto meno a questo inarrestabile processo di radicalizzazione. La oggettivazione della donna è iniziata con termini come bionde, rosse, mulatte o tettone, fino a considerazioni di carattere immediato: puttane, troie, scrofe, scrofette, troiette. La stessa evoluzione hanno subito i verbi : da sedotte e incantate si è passati a molestate, perseguitate, intrappolate, per finire con lacerate,trapanate, stuprate o spappolate. Una puttana è materiale di scherno, scherzo, insulto, di vendetta[11] e umiliazione. Perché, dopo tutto una puttana è niente. Se una va fuori dal mercato e accede ad altri ambiti (cinema, televisione) è ridicolizzata, condannato, stigmatizzata e non si prede occasione di ricordarle il suo passato.
La radicalizzazione del porno invade, naturalmente, il regno delle fantasie. Se si è così ingenui da credere che nulla di ciò che mostra il porno è reale, che tutto è finzione o, semplicemente, che non si possa dimostrare che lo è, sorgono nuove domande: E 'questa l'unica fantasia possibile? Cosa c'è dietro un pubblico ogni volta in aumento, che legittima questa fantasia e questo modello come qualcosa di valido e plausibile? È il sesso che offre il porno è l’unico possibile, l'unica fantasia sessuale valida, il sesso ideale?
Infine, l’umorismo porno, così celebrato e diffuso, pone la donna in un ruolo che hanno subito prima di altri gruppi discriminati (neri, omosessuali, disabili): è derisa, ingannata, motivo di risata dell’uomo. Continuando con l’inganno sono molto significative in questa direzione le pagine dedicate ai colloqui di lavoro. A volti reali a volte fittizi riflettono l'esperienza di giovani ragazze che cercano lavoro e si trovano in una chiara posizione di inferiorità davanti al boss che le deve scegliere : il risultato, naturalmente, è che devono accedere alle prescrizioni richiesti dal capo. Questa "fantasia"non si ferma sempre alla sola rappresentazione: quando il lavoro che si deve ottenere ha relazione con il sesso (foto erotiche, per esempio, spogliarelliste, cameriere in topless) la finzione diventa realtà e il comportamento della richiedente è nuovamente legittimata ancora una volta, perché è ovvio che queste ragazze sono puttane , così che si potrà già fare con loro ciò che si vuole. I siti web raccolgono centinaia di esempi in cui questi casting registrati con telecamere nascoste mostrano giovani che arrivano in città per cercare un lavoro e si ritrovano picchiate, stuprate e ricattate. Ciò che dovrebbe costituire prova del crimine diventa un'arma contro la vittima. Il problema, oltre a enormi profitti,è motivo di risate. Gli autori si vantano dei loro trofei e della innocenza delle ingannate, buttate fuori a pedata dagli uffici, accoppiate con giovinastri ridendo di esse. Questo schema cresce in brutalità se la vittima è un attrice porno, una donna che si presenta a un casting porno deve essere preparata al peggio, perché ancora una volta la sua condizione (attrice porno) legittima di essere trattata come tale. Sono frequenti commenti di questo tipo: “ Questa fottuta puttana, pensa che sia venuta per fare un paio di pippe e una doppia penetrazione e invece guarda quello che ha trovato”. Quello “che ha trovato” di solito è un catalogo infinito di brutali stupri,
abusi, torture, pestaggi e insulti. L'ultimo passo di questa scala macabra sono ovviamente le prostitute. Se la protagonista di una scena è una prostituta,c’è via libera. Se si contatta una prostituta per scopare, la si scopa, le si fa ciò che si vuole (non uno: i tipi del porno sono grandi codardi e spesso agiscono in branco), la si registra (ovviamente senza il suo consenso, che bisogno c’è del consenso di una puttana?) poi la si strapazza e la si minaccia, “perché è una puttana”. Il web è pieno di questi esempi: forse il metodo più brutale e diffuso è quello di raccogliere una prostituta sulla strada, farla salire su un furgone, violentarla e filmarla, mentre il furgone si allontana dalla città. A lavoro terminato, la tirano fuori dal furgone sulle spalle, ridendo e in trionfo.

Qualche bugia ('FETISH')

"Il porno difende la libertà sessuale". Questa libertà sessuale è quindi intesa come la libertà dell'uomo di soddisfare tutte le sue fantasie sessuali. L'uomo è libero di disporre delle donne a suo piacimento e capriccio. La donna, nel porno (non solo nel porno)
non ha la libertà, ha degli obblighi, riceve ordini, deve soddisfare tutte le richieste dell’uomo. L'uomo è libero, assoluto e capriccioso. La donna è una schiava.

"Il porno difende la diversità sessuale." Contro l'accusa di ridurre la donna a un oggetto (con prestazioni e caratteristiche standard), il porno proclama il suo desiderio di varietà. E sì, è vero, il porno è molto vario: non c’è davvero, nessun capriccio o perversione che l'uomo voglia vedere (perché vorrebbe con tanto interesse e tanta crudeltà vedere queste cose?) che non sia riportata nella inesauribile offerta pornografica. Cioè, la varietà è stata posta al servizio del cliente – uomo, allora in assoluto il porno è un riflesso della diversità sessuale in generale, ma di una parte esclusiva della popolazione: gli uomini. In generale il porno offre tizie buone disposte a fare tutto ciò che il maschio desidera (di qualsiasi tipo: ben dotato, muscoloso, magro, impotente, grasso, peloso, storpio, drogato ... qui non contano tanto gli attributi). Così come ci sono uomini che preferiscono le grasse, le pelose, le incinte,le rapate, le cinesi, le negre, quelle dalla clitoride gigante, dalle tette di tutte le misure, ecc., il porno offre di tutto e di più. E se il cliente vuole gli uomini il porno glieli offre pure (anche se porno gay è molto più delicato, in generale). Un chiaro esempio del trucco della diversità sessuale del porno lo incontriamo nel bestialismo.  Questa categoria non offre prodotti in cui uomini e ragazzi penetrano capre, pecore e galline. Ciò che offre la zoofilia porno sono donne esposte all’azione sessuale di animali: donne scopate da cani e cavalli, donne che devono succhiarlo ad asini e maiali, donne terrorizzate da ratti, topi e serpenti, che attraversano i loro corpi, donne penetrate dalle anguille. La donna è obbligata al rischio ed esposta come qualcosa di meno di un animale,
meno di un cane, meno che un puledro, meno di un maiale (qualsiasi spettacolo basato sul trattare gli animali come si trattano le donne sarebbe oggetto di immediata denuncia). Di solito, le donne costrette a tali brutalità mostrano chiaramente le caratteristiche della eroina e la miseria sui loro volti e corpi. Sono puttane. Sono puttane con clienti a quattro zampe. Un altro esempio illustrativo è il sadomasochismo. Sono quasi sempre le donne che appaiono legate, bruciate, torturate, picchiate e abusate. La varietà è una altra delle grandi menzogne ​​del porno.

“ Il porno si situa nel regno della fantasia”. Il porno realizza anche uno strano e perverso viaggio avanti e indietro, dalla realtà alla fantasia : si basa sulla fantasia per legittimare le sue rappresentazioni, le quali non sono più tali, perché sono invece realtà. Il reale è condizione sine qua, non per l'attuazione e l'efficacia delle condizioni della fantasia. La fantasia dello spettatore deve depositarsi su eventi reali, filmati, esibiti e contemplati. La verità è che nel porno nulla è fantasia, tutto è reale, se dieci tipi eiaculano in bocca a una ragazza,le dieci eiaculazioni sono reali, la ragazza le ingoia, vomita, le entrano negli occhi e, tutto, è reale.


"Il porno svolge un importante lavoro educativo." Spesso si loda la funzione pedagogica del porno: insegna come bisogna farlo. Quello che insegna davvero il porno è come trattare le donne: bisogna insultarle, disprezzarle, umiliarle, punirle, spaventarle, frustarle, aggredirle, soffocarle, distruggerle e vincerle. La seduzione è, naturalmente, qualcosa passata di moda. Eppure, è nella seduzione il principio giustificante di molti comportamenti (o insegnamenti) successivi. Sedurre è qualcosa di simile a ingannare: le donne bisogna sedurle, cioè, ingannarle. Una volta ingannate, si può fare con loro ciò che si vuole. Lo inganno è una trappola e la donna è la preda che ci casca. Una volta preda,il cacciatore è il suo padrone. In qualche modo l’abilità nel cacciarla legittima l’utilizzazione successiva: si può addomesticarla, mangiarla o tagliarle la testa ed esibirla come trofeo nel soggiorno. In questo senso è comune per gli attori porno più brutali essere indicati come "cavalieri" [12], una rozza maschera che non solo risponde ad un punto di vista antiquato, ma nasconde anche lo stratagemma del cacciatore: la galanteria come esca affinché si sposti l’attenzione della vittima. Chiaramente, molte volte, il porno salta questi ostacoli e va direttamente al punto: la violenta e basta. E se resiste, meglio: il piacere della resistenza è continuamente espresso nel porno. Così, un sito web dice: "Che cosa c’è di meglio di una tizia che vuole succhiarti il cazzo? Una che non vuole succhiartelo e deve farlo a forza.” La pedagogia non è limitata alla stanza da letto: fuori da essa si insegna come trattarle: impartendole ordini. Perché alle donne c’è da insegnare come devono comportarsi: sempre obbedienti, sempre sottomesse, sempre accomodanti, disposte a tutto,necessariamente predisposta ai rapporti lesbici per la soddisfazione del macho, spettatore e padrone, grata e sorridente se la sputano, grata e sorridente se la insudiciano, grata e sorridente se le danno due cazzi. Impura, docile. Vinta. Inerte.

SILENZIO E PAURA ('BONDAGE')
Criticare il porno sembrerebbe qualcosa di inconcepibile,perché si è diffusa l'idea che il porno piace, il porno è fresco, il porno è il migliore [13].  Il porno si è installato nella nostra società  e ha raggiunto la legittimità con una autorità sorprendente, anche tra coloro che non lo consumano. Chi sa davvero come sta la questione, cercherà la complicità dell’appassionato coglione che conduce inevitabilmente alla celebre "Sono tutte puttane". E’ sorprendente la resistenza degli ignoranti e la sfacciataggine degli intenditori. La sorpresa però svanisce se si tiene conto delle molte potenti strategie che ha seguito il porno per ottenere questa vittoria.
Quando il programma '21 giorni' sulla Cuatro, dedicò un reportage alla industria del porno e nonostante che in questo enunciato, non ci fosse nulla che indicasse che la presentatrice , Samanta Villar, interpretasse scene porno, la giornalista e il canale ricevettero una valanga di insulti e squalifiche per non essere “21 giorni  succhiando cazzi",come richiesto da molti commenti degli spettatori che si sentivano "delusi, ingannati e truffati." Se qualcosa si poteva criticare al programma  era la sua complicità con questa industria, il suo approccio e l'assoluta assenza di critica (al di là di un paio di volte, quando, Villar ha arricciato il naso). Proprio Villar dichiarava "La squadra ed io stessa volevamo dare una immagine del porno lontano dai temi di sordidezza, vizio o droghe.” Cioè, che si partisse da un pregiudizio positivo verso il genere. Qualcosa di sempre più comune e, allo stesso tempo, contro le solite idee della programmazione televisiva: è almeno curioso che quando in tutte le questioni cerchiamo di trovare il lato nascosto, nel porno si cerca di mostrare il lato positivo [14] .
Questa cautela, questa paura di disturbare la pornografia per dissentire dal discorso dominante (la pornografia piace) infine, è molto diffusa. Le teorie femministe sono ridicolizzate, anonimizzate e squalificate se sono contro il porno e ricevono consensi se sono a favore. I giornali cedono con piacere il loro spazio a opinioni così ridicole e dannose come quelle di Enrique Lynch [15] e Vicente Verdú [16], alfieri di questa estesa codardia e vergognosa società di uomini piagnoni che segnalano spaventati la perdita dei loro antichi privilegi.
Inoltre, al porno non interessa la coscienza, squalifica i penitenti, schernisce i pentiti [17] fino ad analisi brillanti come quelle di  Andrés Barba e Javier Montes ne “ La cerimonia del porno” mantengono una prudente e codarda tattica : sanno che addentrarsi in giudizi morali non vende, quindi la loro analisi semiologica e semiotica ovvia a tutto ciò che ci sta dietro, decodificando gli elementi estetici e simbolici delle esecuzioni, dimenticandosi volutamente del destino delle vittime.
Tutto questo costituisce un panorama di umanità positiva, in cui qualunque critica è sospetta , un ottimo terreno di coltura di ciò che potremmo chiamare reazionarismo inverso.

Normalizzazione ('PORNO CHIC')

Da Haro Tecglen [18] a Vicente Verdú,da Román Gubern a Salman Rushdie, da García Berlanga a Valentino Rossi[19], un nutrito elenco di scrittori, analisti e celebrità ha espresso la sua ammirazione e rispetto per il porno. La rivista Interviu pubblicò anni fa una vasta collezione di film porno accompagnato da alcune ristampe in cui, insieme ad alcuni dati tecnici, incluse dubbie analisi che abbondavano negli aspetti artistici del caso e nelle loro argomentazioni, colonne scritte da nomi celebri (attori e cantanti) in cui esponevano i loro punti di vista sul genere,
(tutti positivi se non giubilante), contribuendo così in modo ripetitivo a questa normalizzazione del porno,rafforzando l'impressione che il porno è divertente,sano (sano!), geniale e consacrando la sua introduzione nella vita di tutti i giorni. Qualcosa rafforzato anche dalla stragrande maggioranza dei media (alcuni più di altri: il lavoro del Gruppo Zeta e Prisa, incoraggiati dai vantaggi economici che lo sfruttamento di questo materiale ha fornito, è stato infaticabile), in cui la presenza di annunci di prostituzione non smette di crescere.  Così la griglia di Digital Plus si è andata riempiendo di spazi dedicati al porno e i loro incassi hanno visto crescere i canali dedicati al porno a scapito del cinema di prima visione,strategia comune a innumerevoli canali locali e generalisti. I film di Digital Plus comprendono sempre una sinossi recitata in termini “simpatici” con queste risorse puerili come la rima facile. Va bene tutto per rilassare il soggetto, per presentarlo come qualcosa di innocuo, e sembra che la cosa funzioni, che le persone si divertano con queste cose. L’emittente SER ha festeggiato 20 anni di porno di Plus in un tono davvero festaiolo e pieno di risate. Non so il motivo perché faccia così ridere il porno ma ho paura che siano risate nervose, almeno finiscono per sembrarlo. Anche se per Digital Plus rimane imbarazzante la questione di non mandare materiale porno durante la settimana santa (solo al botteghino).
 El País Semanal ha esaminato la questione in prima pagina, senza sollevare critiche, senza porre domande elementari e si è sforzato di offrire al grande pubblico una immagine sana, normale e appetibile della industria. L’unica denuncia è la pederastia, anche se si permettono e si celebrano i costanti riferimenti pedofili nei film per adulti,
dove il riferimento a bambini e adolescenti è travolgente, dove si sfrutta l’immagine e i comportamenti infantili, dove si applaudono le produzioni con giovani che hanno appena compiuto diciotto anni, dove si gioca con le ambiguità della età: il pene adolescente noto anche come  barely legal (a mala pena legale), attrici o modelle  porno molto giovani dall’aspetto quasi infantile.
Anche coloro che osano metterlo in dubbio finiscono per cadere nelle sue trappole. Nel suo ultimo romanzo, Snuff, Chuck Palahniuk perde una buona occasione per scuotere i miti del porno. Lo scrittore ha scelto lo squallore e l'escatologia, piuttosto che andare a fondo della questione, perdendo forza e tempo nel confezionare un inutile catalogo di titoli presumibilmente simpatici in cui si ricorre per l’ennesima volta alla parodia di film di successo [20]. Una delle protagoniste, la rappresentante di un attrice porno dice: "Non importa che una donna è una concubina o una damigella di redimere,non c’è qualcosa più gratificante di un oggetto per un uomo”. Quella che sembra una critica include l’accettazione che l’uomo abbia bisogno di fare ciò che vuole fare con le donne. Ha bisogno di sputarle, frustarle, umiliarle, insultarle.
Naturalmente i protagonisti del business difendono il loro sistema. Il produttore pornografico Larry Flynt afferma che la pornografia è vitale per la libertà e che una società libera e civile debba essere giudicata per la sua disponibilità ad accettare la pornografia.
Il noto Max Hardcore spiega che ha iniziato a fare porno, perché nella esistente pornografia non c’era quello che lui voleva che ci fosse e si diverte a raccontare come le ragazze che vengono a casa sua non hanno idea di che cosa ne sarà di loro.  La sorpresa, la menzogna,il ricatto, la minaccia sono le sue armi. "Il segreto è di polverizzare la loro volontà ridurle a pezzi e, quando sono così ridotte, schiacciarle ancora di più”, afferma tra le risate. Si potrebbe pensare che il caso di Max Hardcore rappresenti il peggio di questo business, in realtà ci sono colleghi che negano le loro pratiche perché sembrano estreme e perché danno una cattiva immagine del genere, ma la verità è che le loro prodezze bevono dal porno  tedesco e giapponese e hanno fatto scuola tra i produttori statunitensi ed europei. I loro modi e mezzi diventano sempre più comuni  nelle produzioni commerciali, vecchie star come Rocco o Vidal vanno oltre, per non essere da meno (gli sputi, il vomito, le frustate,gli insulti sono marchi in entrambi i casi) e grande parte del porno emergente si sente ispirata e legittimata da questi maestri.
Quando Rocco è intervistato sulla violenza dei suoi film [21] si difende così: "La violenza è semplicemente il mio modo di vivere la mia sessualità, e molte donne lo capiscono".
Alcune attrici riconoscono di essere state maltrattate e terrorizzate da quelli, però lo dicono a denti stretti, per non mettere a rischio la loro posizione e tendono a non dare importanza alla questione.
Neppure gli analisti sfuggono a questa normalizzazione. Gabriela Wiener è una scrittrice peruviana diventata famosa per “essere andata in Spagna, aver scopato Nacho Vidal e de-scriverlo”.  Il fatto non è esattamente vero: se a qualcuno preoccupa leggere la sua Sexografías, prova che tale affermazione è lontana dalla realtà : dopo aver definito tranquillamente (irresponsabilmente) Vidal come “"lo stupratore che ogni donna vorrebbe incontrare sul suo cammino quando è annoiata di fare l’amore”,Wiener racconta di un incontro nel quale Vidal le chiede di indicarli i peli pubici e si masturba schizzando sulle sue scarpe. Tale atto è qualificato da Wiener, incomprensibilmente, come la sua vendetta personale a nome di tutte le donne che hanno subito abusi da Vidal. Il pericolo delle sue tesi disperatamente provocatorie fu evidente in una tavola rotonda del primo festival Eñe chiamato "Pornófilos" quando Wiener rifiutò di psicanalizzare il suo debole per il porno, "Mi farebbe apparire come una nazista, scoprirei che sono razzista e questo non mi piace”. Infine, un critico sopra  ogni sospetto come Jordi Costa afferma: “ Pensare che i film classificati X sono altamente orientate a soddisfare le esigenze degli uomini umiliando un po' le donne è uno dei pregiudizi che di solito circondano il porno e con il quale dissento. Il porno deve essere visto come fantasia. È una finzione, per così dire, si svolge in un universo di passioni eccessive, che non sono rette dalle stesse regole morali della nostra vita. D'altra parte, ci sono molte donne che dirigono film porno e ciò che fanno, non può dirsi proprio amabile. Il porno più blando e paternalista spesso lo fanno gli uomini che credono che dietro ogni donna ci sia una Heidi che preferisca una carezza ad un morso appassionato ". E aggiunge: "Il porno piace perché è la sublimazione delle nostre fantasie più intime come un grande spettacolo."  Esatto: lo spettacolo di aggressione contro le donne [22].
L'ispirazione è uno dei grandi effetti di questa normalizzazione del porno. La televisione, il mondo del pop, i videoclip,  i film, la pubblicità [23]sono sempre più influenzati dalla  estetica ed etica pornografica.

Effetti e le conseguenze (‘CUMSHOTS & BUKKAKES’).

Possiamo trovare teorie circa gli effetti della pornografia completamente opposte. I suoi sostenitori lodano le sue "virtù pedagogiche" o insistono sulla impossibilità di collegare comportamenti o atti violenti alla pornografia, mentre i suoi detrattori ricordano che una delle motivazioni fondamentali del consumo di pornografia è di acquisire nuove idee e proposte per poi metterle in pratica.
Alcuni studiosi dimostrano che almeno la pornografia lascia l'impressione agli spettatori che il sesso irresponsabile non ha conseguenze negative.  Altri espongono numerosi cambiamenti nel comportamento sessuale dopo l'esposizione alla pornografia, includendo la banalizzazione dello stupro. Alcuni definiscono la pornografia come una squalifica della sessualità che interiorizza idee distruttive in associazione con la stessa. E 'qualcosa di molto vicino alla nostra tesi del sequestro del sesso.
Tuttavia, la cosa peggiore è che il porno è impunito. Chi voglia guadagnare una fortuna maltrattando le donne può farlo senza paura. Nessuno gli darà fastidio né lo criticherà: diventerà ricco e sarà applaudito. I fan di questo genere potranno affermarlo orgogliosamente. Si dichiarano misogini senza problema e saranno celebrati e ammirati.
Non si tratta di salvare il porno (da parte mia può andare a farsi fottere!) però si possono aumentare i suoi limiti. Né si tratta di ricorrere alla censura, inefficace e perché provocherebbe il solito fallace argomento della libertà di espressione. Si tratta di controllare come si crea il prodotto, di lottare contro l’esaltazione del terrorismo di genere. C'è un modo semplice per farlo: conformarsi ai diritti umani. Andrés Barba e Javier Montes ricordano nel loro citato saggio che Potter Stewart, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti ha posto le basi della giurisprudenza in questa materia, affermando che "non saprei definire la pornografia, ma sarei capace di riconoscerla”. Allo stesso modo, se qualcuno non sa come definire questi limiti, saprebbe però riconoscerli. E se  ha qualche dubbio, può risolverlo con un esercizio molto semplice: mettersi per un momento al posto di queste donne.
Capirà, allora, immediatamente quel che è il porno: semplicemente la celebrazione di un crimine.



traduzione di Lia Di Peri

NOTE


El estado mental

giovedì 23 giugno 2016

Dove è Ana Mendieta?





 
 


Ana Mendieta è stata una delle prime artiste a sperimentare con le sue performance, il Body-art e land-art. E’ morta o, forse, è stata assassinata – cadendo da una delle finestre del suo appartamento dopo aver litigato con il marito.
La scorsa settimana, circa 200 persone si sono radunate davanti alla recente rappresentazione del museo Tate Modern a Londra per protestare contro l'esclusione dell'artista Ana Mendieta e l'inclusione di suo marito, lo scultore Carl Andre e presunto assassino della stessa artista.
Ana Mendieta nacque all’Avana nel 1948, all'interno di una famiglia aristocratica di origine europea. Nel 1961, quando aveva 12 anni, fu chiamata a fare parte della Operazione Peter Pan. Guidata dal governo degli Stati Uniti e dalla Chiesa Cattolica – oltre all’appoggio degli esuli cubani – aveva lo scopo di portare negli States i bambini di età compresa tra i 6 e i 16 anni, figli di quei cubani che temevano lo "indottrinamento comunista" del governo cubano.
Ana fu invitata con la sorella Rachel in Iowa, dove dovettero vivere in orfanotrofi e case famiglia. La sua posizione sociale ed economica peggiorò ma soprattutto cambiò la percezione della sua identità, qualcosa che avrebbe segnato la vita di Ana e più tardi il suo lavoro. Negli Stati Uniti fu vittima del razzismo, comprendendo che era una persona di etnia differente, per questo si è sempre definita donna e artista “ di colore” o non bianca. Ana si sentiva doppiamente respinta, per essere straniera e per essere donna, si sentiva ai margini della società istituzionalizzata.
Studiò Belle Arti presso la University of Iowa, dove conobbe il pittore e docente di origine tedesca Hans Breder, con il quale ebbe una relazione sentimentale. Fu anche una delle persone più influenti nella sua formazione di artista, mettendola in contatto con i movimenti artistici più all'avanguardia. Ana è stata tra i primi artisti a sperimentare le performance di body art e land art. Definì la sua opera come un nuovo genere artistico, che chiamò sculture terra-corpo, che comportava l’uso del suo corpo come un materiale con cui creare il lavoro. Scelse questo nuovo linguaggio artistico per esprimere la sua posizione ideologica sulle questioni etniche o di genere, così come il suo interesse per l'antropologia, la sociologia e la conoscenza della natura.


Dal 1973-1980 Hans e Anna viaggiarono tutte le estati in Messico, ove lui teneva dei corsi universitari. Lei non poteva andare a Cuba a causa delle tensioni politiche con l'amministrazione Kennedy, così che in Messico riusciva a prendere contatto con il suo lato latinoamericano, trovandolo un paese simile al suo, dove si sentiva integrata, etnicamente identificata, parlando la sua lingua materna. Era affascinata dalla dualità della sua cultura: da un lato, il mondo cattolico e dall’altro, il pre-colombiano con i suoi meravigliosi reperti archeologici.Fu in quegli anni che realizzò il suo lavoro Silhouette. L'artista formava silhouette femminile su diversi paesaggi naturali. La silhouette è la testimonianza di un corpo che è stato e non è più, si tratta di un'immagine fugace, tendente alla scomparsa, che ricorda l'idea ciclica della morte, importantissima nell'iconografia artistica di Ana. Per lei, la morte è parte della vita, un transito, qualcosa di provvisorio, come l'immagine della silhouette che si sbriciola ritornando alla terra, come i nostri corpi. Nella cultura messicana, morte e resurrezione sono tappe di un infinito processo.
La presenza del corpo della donna e della terra, sono temi ricorrenti nel lavoro dell’artista, che vuole unire le due immagini, rivendicando il legame esistente tra di loro. Ana comincia a cercare le sue radici culturali, la sua identità, come donna latinoamericana. Riprende un'associazione culturale universale, l'attività creativa della donna e la terra: entrambi fonti di vita. Il libro “ Il labirinto della solitudine”, di Octavio Paz, avrà influenzato l’artista, quando analizza il ruolo della donna nella cultura messicana, dove è presentata come un motivo di culto, legata al sacro.





Nel decennio degli anni ’70, decennio di grande attività femminista negli Stati Uniti, Ana Mendieta denuncia con le sue opere, in modo diretto e violento, l'inferiorità sociale della donna e la violenza di genere. Nella sua opera Glass on body (1972), possiamo notare il corpo nudo dell'artista, sul quale lei stessa preme una lastra di vetro, offrendo una un'immagine distorta del corpo femminile, completamente lontano  dal simmetrico e armonioso canone classico della bellezza.  Attacca l’immaginario culturale collettivo della sessualità ed erotismo femminile, combatte lo sguardo maschile imposto a tutta la società, il prisma attraverso il quale ci è stato insegnato a guardare sia gli uomini sia le donne, che presenta il corpo femminile come un oggetto passivo, feticista, oggettivato. Ana Mendieta presenta il suo corpo, un modo “ anti-estetico”, per rompere gli stereotipi del nudo femminile.



Un altro dei suoi tentativi di combattere il canone al quale la donna è sottomessa è stata la serie fotografica chiamata Facial Hair Transplant (1972), che fu il progetto della sua tesi universitaria. L'artista chiese al suo amico Morty Sklar di tagliarsi i baffi e la barba mentre lo fotografava per incollarli dopo sul suo volto, diventando una donna barbuta, giocando con l'ambiguità di genere, spogliandolo della sua femminilità per conferirsi attributi chiaramente identificativi del sesso maschile. Il pelo sul corpo dell'uomo è sempre stato un simbolo di virilità, forza e potenza, mentre sul corpo femminile è qualcosa di stigmatizzato e “proibito”.

Nel 1973, Sara Ann Otten, una studentessa dell’Università di Iowa, fu stuprata e uccisa. Le autorità si rifiutarono di confermare l’aggressione sessuale. Ana ne rimase sconvolta e per mostrare la sua repulsione per questa aggressione realizzò la performance Rape Scene, una critica brutale e schietta sulla violenza di genere. Volle denunciare l’insicurezza che sentono le donne a causa del trattamento che ricevono da parte degli uomini, che vedono la donna unicamente come oggetto sessuale, che possono possedere in modo violento e senza consenso. L'artista ricreò con crudezza nel suo appartamento quel terribile atto, invitò amici e colleghi nella propria abitazione, a una data ora e questi si trovarono davanti a una scenografia: l'appartamento era buio, tutto confuso e improvvisamente lei con le mani legate dietro, riversa su un tavolo, nuda dalla vita in giù e le gambe coperte di sangue.
Infine nel 1981, Ana poté ritornare a Cuba, dove, realizzò le Sculture Rupestri nel Parco Nazionale del Jaruco, vicino all’Avana. A differenza dei suoi lavori precedenti questo era di carattere permanente, perché consisteva da sculture intagliate e dipinte in pietra calcare di dieci figure femminili che rappresentano diverse divinità della cultura Taina, scomparsa a causa della colonizzazione. Per questo lavoro l'artista iniziò scrivere anche un libro dal titolo Sculture Rupestri, in cui raccontava dodici miti di questa cultura accompagnati da disegni fatti da lei.
Con questa opera crea un parallelismo tra il suo sradicamento culturale a causa del suo esilio e quello degli indigeni colonizzati. L’artista vuole riparare a quel dolore e rivendica il rispetto della diversità culturale, che è essenziale per eseguire un cambiamento politico e sociale; usa la cultura preispanica, per rilevare la emarginazione sociale che soffrono i differenti gruppi etnici negli Stati Uniti, così come le donne. L’artista si appoggia alla mitologia popolare per rivendicare il ruolo delle donne nella religione e nella cultura, scavando ancora una volta in senso antropologico del genere femminile, la fertilità, le mestruazioni e la creazione della vita.

Una notte di settembre del 1985 Ana Mendieta "cadde" nel vuoto dalla finestra del suo appartamento a New York.  A quanto pare lei e il marito Carl Andre ebbero una dura discussione che si sarebbe terminata con il presunto suicidio di Ana, ma purtroppo non ci furono testimoni. Lo scultore diede differenti versioni al 911 e, dopo, davanti dalla polizia pronunciò frasi arroganti e sessiste: “Sono un artista molto famoso e lei non lo era. Forse, in questo senso, ho potuto ucciderla”. In più, mostrava graffi recenti sul volto.
Ancora più spregevole fu la strategia difensiva dell’avvocato di Andre, che presentò Ana come una persona con tendenze suicida e uno stato mentale preoccupante, arrivando a puntare il dito circa lo interesse dell’artista per i rituali o sulle sue amicizie omosessuali. L’ipotesi del suicidio fu sempre respinta dalla famiglia e gli amici di Ana. Dopo tre anni di giudizio Andre fu assolto, ma dovette pagare un deposito di un quarto di milione di dollari.

Nel 1992, si inaugurò l'espansione del Guggenheim Museum di New York, con una mostra collettiva di artisti come Brancusi, Kandinsky, Beuys e Carl Andre, tutti uomini, ma all'ultimo momento si decise di includere una donna: Louise Bourgeois.  Questo piccolo contributo femminile non fu sufficiente per le  Women's Action Coalition e le Guerrilla Girl, che manifestarono, domandano una maggiore presenza delle donne nei musei e nell'industria dell'arte in generale. Portavano striscioni con slogan di protesta, o le famose maschere gorilla, ma c'era un tema che in particolare richiamava l’attenzione: "Carl Andre è al Guggenheim.  Dove si trova Ana Mendieta?"
Il settore dell'arte femminista esigeva che si chiarissero le circostanze della morte di Ana, poiché  l’establishment artistico appoggiò fin dall'inizio lo scultore.
Inoltre, rivendicavano  che le opere di Ana meritassero di essere esposto in un museo, uguale o superiore a quella di suo marito e di altri artisti di sesso maschile.


traduzione di Lia Di Peri


Broadly.



martedì 3 maggio 2016

La storia della rabbia femminile.

di Stassa Edwards


L'ira delle donne è una forza molto potente, considerata pericolosa e destabilizzante, che semina il caos in case felici e nelle comunità più tranquille. Gli stereotipi sulla ira femminile abbondano: la moglie urlatrice, la ex fidanzata pazza, le nazi-femministe, le donne nere incazzate. Queste espressioni sono luoghi comuni ai quali si ricorre con facilità, quando la rabbia della donna minaccia di sabotare un determinato senso dell’ordine sociale.
Eppure, nonostante gli avvertimenti e i disprezzi, ci sono donne che si sono rifiutate di rimanere in silenzio, che hanno scatenato la loro rabbia e l’hanno lasciata traboccare. Nelle loro mani, l’ira è un radicale rifiuto a rimanere zitte, il rifiuto a emarginare le loro emozioni più fastidiose alla società. La storia è piena di donne che si rifiutano di obbedire ai consigli offerti in tempi moderni, ispirati nell' Oprah, del "lascia correre".

Dalla Bibbia al Rinascimento.


“ Meglio dimorare in un deserto che con una donna litigiosa e aggressiva”, " si legge in un versetto del libro dei Proverbi nel Vecchio Testamento.  Questa riflessione è abbastanza scioccante per il messaggio cui rimanda: è preferibile condurre una vita di clausura, vagando per il deserto, piuttosto che vivere con una donna, che osa esprimere qualsiasi segnale di insoddisfazione. Se una donna vuole mantenere il marito felice e vivere in una casa armoniosa, è meglio che spazzi la sua rabbia sotto il tappeto o  la chiuda nel fondo di qualche cassetto della sua mente con la etichetta, “ non aprire”. Sembra un compito quasi impossibile, poiché si è dimostrato in uno studio che, noi donne, abbiamo tassi più elevati di rabbia e la sentiamo con maggiore intensità e persistenza rispetto agli uomini. E le ragioni di questa rabbia, secondo la scienza moderna, non sono astratte in assoluto: le donne si sentono più furenti quando sono trattate con condiscendenza, le ignori o le rifiuti. Una indagine ha rivelato in modo schiacciante che, "le donne tendono a sentirsi arrabbiate per i comportamenti negativi degli uomini, mentre gli uomini tendono ad arrabbiarsi dalle reazioni emotive negative delle donne."
I Proverbi, tuttavia, non consigliano gli uomini a cambiare i loro comportamenti né suggeriscono che possano essere loro la causa della rabbia delle donne. Essi suggeriscono semplicemente che cerchino la solitudine e l’isolamento. Forse per questo che le società trattano la rabbia delle donne con grande disprezzo a prescindere dal contesto culturale o posizione geografica.

La prima donna - della quale abbiamo notizia - che abbraccia apertamente la sua rabbia fu la scrittrice del XVI secolo, Jane Anger, un nomen omen (Anger, significa ira in inglese). Nel suo opuscolo pubblicato nel 1589, Protection for Women (protezione per le donne), Jane attacca l’ignoranza dei suoi colleghi maschi, la facilità con cui ricorrono agli stereotipi del "sesso debole" e la loro arrogante convinzione che l’ipotesi è sinonimo in un fatto constatato. Jane non scrisse il suo fervido opuscolo per rispondere alle idee degli uomini rispetto alle donne ma scrisse Protection for Women, per esprimere l'inesprimibile. Lo scrisse per esprimere la sua rabbia.
La stessa Jane riconosce che la rabbia fu la sua musa e descrive il suo test come “qualcosa che la mia vanità e il mio cattivo genio hanno scritto in fretta…. È stata l’IRA che lo ha scritto”. E la sua prosa è particolarmente critica con gli standard dell’epoca, una deviazione radicale dal tono conciliante che ci si aspettava adottassero le donne nel XVI secolo.
Jane non lasciò nulla nel calamaio e nel suo manifesto proto-femminista attaccò gli uomini per la loro lascivia, i loro eccessi e il loro rifiuto a rompere con la retorica tradizionale, che descriveva le donne come troie senza cervello:


“ Maledetta sia la falsità degli uomini le cui menti spesso agiscono sconsideratamente e le cui lingue non si fermano, arrancando per criticare. Avete mai visto qualcuno tanto disprezzato, maltrattato, criticato o trattato in modo così vilmente immeritato come noi donne?”

Gli studiosi di letteratura inglese antica, continuano a dibattere se Jane Anger era uno pseudonimo o un nome casuale. Alcuni (uomini) si chiedono addirittura se Jane fosse una donna o un uomo parlando per bocca di donna, qualcosa chiamato “ donna ventriloqua” ma sembra improbabile che Jane fosse un uomo. Non ci sono uomini capaci di esprimere tanta passione e lasciare che una donna si prenda il merito.
Jane finì per essere una donna molto influente, il suo pamphlet fu uno delle prime articolazioni della frustrazione che sentirono le donne, di fronte al modo di vivere il mondo soprattutto, perché, questa percezione determinava il ruolo delle donne nelle relazioni eterosessuali.

“Neppure l’inferno contiene tanta furia come una donna disprezzata”

Consideriamo questo famoso paragrafo da The Mourning Bride, de Congreve (1679): "Il cielo non ha la rabbia come l'amore all'odio/ Né inferno una furia come una donna disprezzata". E’ una frase così radicata nella nostra coscienza collettiva che la sua manifestazione sembra quasi naturale.

Da Wollstonecraft a Woolf
E’ stata precisamente questa l'ideologia che ha attaccato Mary Wollstonecraft in Rivendicazione dei diritti della donna (1792) quando scrive: "Solo combatto contro la sensibilità che ha portato degradare le donne trasformandole in schiave dell’amore.”
La rabbia della Wollstonecraft si presentava addolcita per le sue buone maniere – non era coperta dall’anonimato come per Jane Anger - ma anche così esplorò le profondità della espressione di rabbia. Era una rabbia che nasceva dalla assenza della visibilità e, per estensione, dalla mancanza di identità. Questo tipo di ira profondamente intellettualizzata era il modo più abituale di articolare le idee tra quelle donne.
Virginia Woolf è possibile che sia stata l’incarnazione finale di quel tipo di rabbia raffinata. Gran parte del suo lavoro è un'esplorazione della frustrazione derivante dall'essere in grado di gestire il linguaggio senza alcun potere.  In Una stanza tutta per sé, Woolf descrive la rabbia presente nelle opere di altre donne, riflettendo in questo modo la rabbia che essa stessa provava.
Woolf credeva che la rabbia fosse una reazione al dramma per le donne di essere considerate cittadine di seconda classe, in particolare il lavoro di Charlotte Brontë, una scrittrice con tanta rabbia, che scrisse su una pazza che viveva in una soffitta e incendiò una casa.
“ Possiamo sentire l’influenza della paura nella opera”- scrive Woolf su Jane Eyre, di Brontë “così come un’acidità costante, risultato della oppressione : una sofferenza sepolta sotto la sua passione latente." Woolf identifica la tensione tra la percezione che la rabbia femminile è invasiva, una forza corrosiva che mina il potere creativo delle donne e di una reazione legittima all'oppressione. La rabbia inonda il lavoro di Woolf, Bronte e molti altre scrittrici che sentirono la forza temibile della oppressione.

La seconda ondata del femminismo.

L'ira della Woolf ha trovato una nuova forma di espressione nella metà del XX secolo, un periodo che è diventato l'età d'oro delle donne arrabbiate. La seconda ondata del femminismo è stata supportata dalla manifestazione della rabbia; si trattava di una generazione di donne che diedero origine al femminismo rabbioso e lo fecero pensando che avrebbe potuto rovesciare il patriarcato: "Ho nutrito e protetto la mia rabbia femminista come fosse mia figlia” scrisse la critica femminista Jane Marcus.
Quella rabbia risultava palpabile nel manifesto SCUM di Valerie Solanas (1968) e nell'installazione del video Semiotics of the Kitchen, de Martha Rosler (1975), nel quale agitava un coltello. Per sei minuti, Rosler recita l’alfabeto tenendo un accessorio di cucina che corrisponde a ogni lettera. Mentre lo fa, Rosler guarda fissa la camera. Conformemente recita nominando gli oggetti della sua repressione, ogni volta sempre più sconvolta. Pugnala con coltelli, lancia a terra aggeggi pesanti e, quando, arrivano le lettere "W, X, Y e Z" ha già completamente abbandonato il suo tentativo di nominare gli oggetti da cucina. Al contrario, contorce il suo corpo per imitare le lettere, brandendo un coltello con la mano destra e una forchetta con la sinistra. Alla lettera “Z”, lascia cadere la forchetta e come Zorro disegna una zeta nell’aria. Nelle mani di Rosler, l’azione celebrativa di un eroe immaginario diventa un'espressione minacciosa di impotenza.
Solanas, che va al punto, chiama gli uomini "mucchio di merda".
Rosler teneva i coltelli e Solanas, che in seguito avrebbe sparato ad Andy Warhol, aveva la sua pistola. Questo tipo di rabbia violenta era nuovo, non era del tipo stilato dagli antichi poeti, nemmeno del tipo che può essere rotto dalla bellezza né essere infantilizzato.
Nessun uomo potrebbe leggere SCUM o vedere Semiotics e dire con condiscendenza "Quanto sei bella quando sei infuriata." Né Solanas né Rosler lasciano spazio alcuno alla calma e l’ira qui non è semplicemente uno sfogo appassionato: si esplorano i suoi contorni e si cercano i suoi confini in prospettiva distruttiva.


hooks, Lorde e la cultura della visibilità.

Anche se la ira della seconda ondata aveva una finalità liberatoria, possedeva delle limitazioni. Solanas e Rosler, Kate Millet e Judy Chicago, avevano tutte qualcosa in comune: erano donne bianche. Anche se cercavano di liberare la loro rabbia, la seconda ondata si agitava di fronte all’ira delle donne nere e le consigliavano di reprimere la loro furia per mantenere la stabilità.
Le donne bianche esigevano dalle nere che facessero esattamente ciò che il patriarcato aveva richiesto a esse durante il secolo. “ le bianche hanno colonizzato le africane” – scriveva bell hooks. “ Parte di questo processo di colonizzazione è consistito nello insegnarci a reprimere la nostra rabbia, di non trasformarle nell’oggetto dell’ira che abbiamo nei confronti del razzismo” Se l’espressione sfrenata di rabbia era diventato un nuovo strumento per abbattere i muri, le femministe bianche raccolsero i detriti di questo malconcio edificio e lo utilizzarono per respingere la rabbia delle donne nere.
Le femministe bianche avrebbero potuto lottare con gli insulti che gli dedicavano gli uomini, trasformando in qualcosa di potente, l’essere una moltitudine di femministe arrabbiate, però scelsero il silenzio. “ Ci si aspetta dalle donne nere che usiamo la nostra rabbia al servizio della salvezza delle altre ma questo tempo è passato", affermò Audre Lorde in un discorso pronunciato nel 1981. "La mia rabbia mi ha portato un sacco di dolore, ma ha anche significato la mia sopravvivenza, quindi prima di abbandonarla, mi accerterò che ci sia qualcosa di altrettanto potente per sostituirla nel cammino verso la chiarezza".
Per le donne nere come hooks e Lourde possedere la rabbia era un atto particolarmente radicale. Lo stereotipo della “ Donna nera furiosa”, nasce dagli spettacoli minstrel del XIX secolo, un genere teatrale dedicato alla degradazione dei neri negli USA post-schiavisti. Tuttavia, questa affermazione radicale si è perduta con le femministe bianche che vedevano la mera espressione come un atto neutro al margine delle politiche razziali.

Negoziare la rabbia è stato un problema in quasi ogni ondata del femminismo. Tuttavia, anche se la rabbia può unire le persone,può anche dividerle. Le espressioni collettive della rabbia sono efficaci solo se tutti i membri di un particolare gruppo si sentono altrettanto rabbiosi.
Parlare di oppressione è un atto di potere ma le donne generalmente non formano un collettivo armonioso e percepiscono la loro impotenza in modi molto diversi e da diversi punti di vista.

[...]

La rabbia femminile che, una volta, è stata una forma palpabile di dissidenza,sembra ormai essere svanita dalle discussioni contemporanee sul femminismo e sembra essere stata sostituita da una specie di tamponamento catartico delle ferite.

Con l'emergere di relazioni collettive – di diversi gruppi e della sue versioni annacquate - sembra che il luogo tradizionalmente riservato per la rabbia genuina e onesta è evaporato.
Eppure, l’ira delle donne più pura e potente è nel contesto della storia un atto di ribellione. Le donne arrabbiate sono una spina nel fianco per molti.
Sembra, per fortuna che la storia della rabbia delle donne non sia ancora giunta al termine
.



domenica 24 aprile 2016

A Gaza non si resiste solo al blocco.

Laila e Shawqiyeh sono due donne palestinesi che sopravvivono su tre fonti: l'occupazione israeliana, il blocco israeliano-egiziano e una chiusa società patriarcale, che sottomette le donne in tutti gli ambiti della vita.

Isabel Pérez, giornalista, specializzata in questioni medio - orientali.







Sono poche le donne della striscia di Gaza che scelgono di non indossare il loro anello di nozze. Anche se divorziate o vedove, l'anello è come un talismano davanti agli occhi di chi vive soggetti a interpretazioni rigide della religione e tradizioni e costumi ancorati al passato.
Laila si è tolta il suo anello alla morte del marito in un bombardamento israeliano. Da quel momento, in cui ha anche perso i suoi due figli e una figlia, la vita di Laila è diventata una lotta con più fronti: quello dell’occupazione e il blocco israeliano e quello della società poco abituata a vedere una donna sola a portare avanti le sue quattro figlie.

Cinque giorni dormendo con i morti.

Laila si sposò quando aveva ventuno anni. Il marito lavorava curando orti nella zona di Jabalia, nel nord-est di Gaza ma lui ambiva a volere di più e più volte tentò di costringerla a prostituirsi.
Nel 2008, allo scoppio dell’operazione israeliana “ Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, la famiglia si trovò sulla linea di fuoco, molto vicina alle truppe israeliane che cominciavano a invadere la Striscia.
“Quando sono cominciati i bombardamenti vicino a casa, ho chiesto a mio marito di infilare i bambini dentro", dice Laila. "Improvvisamente un missile cadde proprio davanti al recinto. Mia figlia maggiore, Feda, rimase ferita a una gamba.  Ho iniziato a urlare a mio marito: Dobbiamo andare, dobbiamo uscire da qui!  Lui non voleva lasciare la casa. "
Il successivo attacco cadde su di loro.
“ Caddi a terra con mia figlia più piccola, Malak.  Non vedevo più nulla. C’era molto fumo e polvere. Poi ho sentito qualcuno gemere di dolore e chiedere aiuto ".
Laila si asciuga le lacrime, fa un respiro profondo e continua.
"Mio figlio Ibrahim è stato scaraventato a terra. Volli alzargli la testa ma la mia mano scivolava dalla sua testa aperta dal bombardamento. L'altro mio figlio, Rakan, era a brandelli. Mio marito giaceva senza vita sotto il tetto ", descrive Laila.
 Mentre ascolta le parole della madre, Neda, che ora è ventisei, porta le mani al viso, come a ricordare la scena. La sorella mori con i libri di scuola in mano “ Stava studiando sempre, voleva andare all’università" dice Neda, che era rimasta così colpita che non voluto portare a termine i suoi studi.
La madre la guarda con compassione, le dice di smettere di lamentarsi e che vada all’università. Neda non risponde, non solo ha registrato nella sua memoria l’immagine della sorella morta ma anche i cinque giorni passati a dormire con i morti nel cortile delle pecore.
"Non avevamo cibo, ma quello che mi preoccupava era che arrivassero i soldati israeliani e facessero qualcosa a mia figlia”, dichiara Laila.

La battaglia per la liberazione e l'indipendenza

Dopo quella guerra, Laila e le quattro figlie sopravvissute, Neda, Sana, Yasmin e la piccola Malak, sono andata a vivere nella casa della famiglia materna. Avevano perso tutto.
"A quel tempo, la famiglia di mio marito ci ha dato un piano ma ci trattavano male. Ci toglievano il denaro che ricevevamo da aiuti e sovvenzioni”, afferma Laila. Inoltre, hanno iniziato una campagna diffamatoria contro di tutte noi, contro l'onore delle mie figlie.”.
Alla fine sono state costrette a tornare alla famiglia di Laila. Con il sostegno finanziario, sono riuscite a costruire diverse camere; ma è arrivata un’altra guerra, questa volta più distruttiva.
"Nel 2014, gli israeliani hanno bombardato la casa. Stavo cominciando a essere indipendente ", lamenta Laila.
Qualche settimana fa, le cinque donne si sono trasferite in una nuova casa in affitto. Un prezzo che possono permettersi non senza sforzi.
"Qui a Gaza il peggio è la guerra. E 'difficile, ma ci dà la forza e la determinazione per pensare a come andare avanti e continuare a vivere come vogliamo, sempre sulla strada giusta. Sto insegnando le mie figlie a essere indipendenti e forti, "dice.
Laila sa che la società in cui vivono non è tutto ciò che esse si aspettano. "Siamo una società in cui le donne devono subire" afferma Laila guardando le figlie. "Le ragazze ora, la nuova generazione, hanno cominciato a muoversi a risvegliarsi e si stanno liberando gradualmente”.

Un divorzio come punizione



La vita di Shawqiyeh non è stata più facile di quella di Laila, pur avendo in casa un figlio maschio. Due volte divorziata, oltre a doversi scontrare con le guerre e con il suo secondo ex marito, che tenta di avere la custodia delle tre figlie e un figlio, Shawqiyeh deve anche combattere contro un fratello despota e manipolatore.
“ E’ stato mio fratello maggiore a costringermi a sposarmi due volte -  assicura Shawqiyeh. "Con il primo non sono stata molto a lungo. Con il secondo, invece, sono stata sposata quattordici anni e abbiamo avuto figli. Aveva avuto in precedenza un'altra donna e ha vissuto con i suoi figli, Ashraf e Anwar ". Quando la figlia maggiore, Zakiyeh, aveva dodici anni e suo figlio Mohammed sette, Anwar, che aveva la stessa età di Zakiyeh, colpì violentemente entrambi.

“Io volli difenderli ma Anwar ha provocato una grande lotta tra la famiglia di mio marito e la mia. Dopo l'evento, mio ​​marito mi ha rifiutato, ha divorziato e mi buttata fuori di casa, dicendomi che rimaneva con i miei figli - racconta Shawqiyeh.
Il giudizio per la custodia ha deciso che le figlie e il figlio avrebbero vissuto con il padre cinque giorni la settimana e due con la madre.
"Un giorno, mentre i bambini erano con me, è arrivato mio marito e se li è portati via – racconta. Quando ho tentato di impedirglielo ha cominciato a picchiarmi. Poi si è seduto sul patio e ha impedito che i vicini entrassero per vedere cosa stava succedendo.
I bambini e la madre non hanno potuto vedersi per due mesi, tempo durante il quale Zakiyeh, Basma, Mohamed e Tamam hanno rifiutato di pulirsi in segno di protesta.
Tamam aveva sette anni, quando una notte, non si è più trattenuto ed è scappato da casa. “ Mentre tutti pensavano che dormissi sono uscito dalla finestra della mia stanza e ho saltato il muro", dice sorridendo Tamam. "Sono andato fuori e ho corso verso la casa, dove stava mia madre."
Il malcontento dei bambini e le continue segnalazioni di Shawqiyeh hanno portato il tribunale a darle la custodia assoluta. Da quel momento la madre è stata costretta a trovarsi al più presto, una casa per vivere con i suoi figli e un mezzo per sostentarli.
“ I miei fratelli non volevano farci vivere con loro: i miei figli non portano il nome di famiglia, ma quello del mio ex marito. Non mi avrebbero aiutata – testimonia la donna.

In guerra con la società di Gaza e l’occupazione israeliana.
Shawqiyeh è andata a casa dei suoi genitori defunti: una capanna fatta di mattoni con piastre metalliche e tetto. Ha venduto tutto quello che aveva, compreso l'oro e i pochi gioielli, che i suoi ex mariti le avevano regalato, secondo la tradizione palestinese, come parte del contratto di matrimonio. Con il denaro raccolto è riuscita a ristrutturare la casa.
Dieci anni dopo, i bombardamenti israeliani dell'operazione militare 'Margine Protector' del 2014 ha distrutto la casa che tanti sacrifici le era costata, non solo per la sua debole struttura ma anche perché i suoi fratelli l’hanno obbligata ad andare via da lì. . Con il salario modesto percepito dalla figlia Zakiyeh e Mohamed hanno preso un piano in affitto, fino a quando è arrivato un colpo di fortuna.
“ Un alto funzionario della polizia si è interessato alla nostra situazione e ha parlato alla famiglia del mio ex marito. Infine, uno dei fratelli di mio ex marito ha avuto pietà e ci ha offerto una sua casetta, il cui affitto deve essere pagato dal mio ex marito che, ovviamente, lo fa a malincuore ", spiega Shawqiyeh.
L’ex marito, rabbioso, ha iniziato a esercitare un maggiore assedio contro di tutti loro e il figlio, Mohamed, che chiama al telefono in ogni momento.
"Mio padre, Abdelsalam mi chiama e mi promette che mi comprerà un appartamento e che mi sposerà con una brava ragazza”, sostiene Mohamed con una smorfia sprezzante.
In pochi secondi il disprezzo che si trasforma in paura.
“Abdelsalam cerca anche di mettermi in prigione. Suo figlio Ashraf è andato alla polizia tre volte, accusandomi di furto e la polizia mi ha più volte picchiato in commissariato "si lamenta il giovane.
Shawqiyeh non può nascondere la preoccupazione e il calvario che ha patito negli ultimi 30 anni della sua vita. Sostiene che l’ex marito vuole prendere le sue figlie per trasformarle nelle sue serve, per non pagare gli alimenti a cui è obbligato dal giudice e vuole prendere tutto il denaro che possono arrivare a offrire i futuri mariti delle giovani.
"Per le mie figlie e mio figlio sono in guerra con il mio ex marito, con i miei fratelli e la società. Allo stesso tempo, sono in guerra con l'occupazione israeliana che ci ha bloccato tutte le uscite dalla Striscia di Gaza e la vita ", sostiene Shawqiyeh. "Come donna, soffro il blocco a tutti i lati. E’ una situazione difficile, che mi auguro che le mie figlie non debbano più soffrire.  Mai più”.




(traduzione di Lia Di Peri)

lunedì 11 aprile 2016

Il vittimismo femminile e la violenza romantica.

Coral Herrera Gómez, scrittrice e ricercatrice. Dottore in Teoria di genere.




Il vittimismo è una strategia per dominare le persone intorno a noi, per manipolare gli altri, per modificare la realtà, per raggiungere i nostri obiettivi.
Il romanticismo del XIX ha usato molto questa strategia e l’ha portata all’estremo: i geni romantici arrivarono ad auto lesionarsi e a suicidarsi al fine di diventare martiri dell'amore. Non solo volevano procurare dolore o passare alla posterità ma anche far sentire colpevoli l’amata o l’amato che non corrispondeva il loro amore.

Il vittimista o la vittimista romantica soffrono ma non in silenzio. Moltiplicano sempre la sofferenza e la diffondono affinché soffra anche la persona amata.  Con questa perversa idea: “. "Se non fai quello che voglio, io soffro. E se io soffro, anche tu devi offrire”, il suo scopo è far sentire l’altro responsabile del suo dolore e tristezza.
Che cosa vuole ottenere il vittimista dando dolore?  Che tu ti senta colpevole , che tu ti faccia responsabile del suo benessere o della sua felicità. Che non te ne vada, che tu t’innamori di lui, che non ti disinnamori, che lo pensi, che gli dedichi più tempo, che non lo lasci.

Le vittime romantiche sembrano più sensibili e premurose ma possono arrivare a essere molto violente. Vanno dall’amore all’odio in un secondo, elemosinano amore, se non lo ottengono, esigono amore e se non raggiungono il loro obiettivo, hanno un'altra causa per cui combattere: distruggere psicologicamente ed emotivamente il colpevole delle loro disgrazie.

Nelle guerre romantiche usano tutti i tipi di strategie: rimproveri, umiliazioni, accuse, insulti, ma le loro armi migliori sono i ricatti e le minacce.
Alcuni dei ricatti più comuni sono: “ Sono triste perché non mi ami”, “Senza di te non sono niente”, “La mia felicità dipende da te”, “ Voglio che tu mi pensi, la mia vita non ha senso senza il tuo amore”, “Ho bisogno che tu ti prenda cura di me”, “Tu sei colpevole di tutte le mie sofferenze”, “Sono giorni che non mangio e non dormo per colpa tua”, “Non posso vivere senza di te”.

Se i ricatti non funzionano, iniziano le minacce: "Se mi lasci, nessuno ti amerà come ti amo, io/ti vorrò per sempre/non vedrai più i tuoi figli/ti rovinerò economicamente/ resterai senza amici/ti distruggerò la vita.
La peggiore minaccia è: “ Se mi lasci, mi uccido”. Ed è una minaccia reale: ogni anno si suicidano persone in tutti i paesi che lasciano lettere in cui spiegano che lo fanno "per amore", o meglio, per mancato amore.  E molti e molte colpevolizzano direttamente i loro partner, ex partner o le persone delle quali si erano innamorate e che non li avevano corrisposti.

I vittimisti che si uccidono responsabilizzano l’altro del loro atto violento. Non si assumono i loro sbagli, la chiave della loro violenza è sempre negli altri , così prima di agire, minacciano sempre: “ Se mi suicido, non ti potrai mai perdonarti/mai dimenticarmi/ti rammaricherai tutta la vita/ ti sentirai in colpa fino al giorno della tua morte/ rimarrà per sempre nella tua coscienza”.

Ci sono poi quelli che invece di suicidarsi, preferiscono ammazzare chi dicono di amare.  Questo è molto comune nei processi per femminicidio, dove gli assassini delle donne fanno cadere sempre la colpa della loro violenza sull’assassinata: “ Lei mi ha lasciato, lei se n’è andata con un altro,lei mi ha fatto male, lei mi ha fatto uscire pazzo”. Nella nostra cultura patriarcale, le uniche colpevoli della violenza che subiscono sono le donne  “ perché qualcosa avranno fatto”. Per questo, quando si commettono stupri, si sospetta che la colpa è nostra per camminare da sola in strada di notte o per vestire in questo o quel modo.

Perché le vittime romantiche siano “ i buoni”, gli altri devono apparire “ cattivi”. Ogni volta che c'è una vittima, ci deve essere un colpevole e con questa logica patriarcale della dicotomia, si costruisce la loro versione della realtà. Lo scopo finale è modificare sempre la realtà che non ci piace : la vittima romantica non sopporta di sentirsi dire di no, non accetta il rifiuto, o la rottura, né la fine.
Ciò significa che se non corrispondi alla tipologia del romantico o della romantica diventi cattivo o cattiva. I cattivi sono tutte quelle persone che non ti amano o che hanno smesso di amarti o quelli che si stanno disinnamorando. Sono malvagi anche gli infedeli e i traditori insomma, tutti quelli che ti fanno male e devono pagarla  cara.
In questa logica, i cattivi sono persone egoiste. insensibili e crudeli, mentre i buoni sono persone sensibili, amorevoli, premurose e molto vulnerabili. Tuttavia, i buoni sono molto superbi, orgogliosi e molto vendicativi: il loro più grande desiderio è punire l’oggetto del loro “amore”, che dal giorno alla notte è diventato il nemico, la nemica.
Molti romantici vittimisti sono ossessionati dalla punizione o dalla vendetta, così fanno le loro campagne in modo che l’ambiente circostante alla coppia collabori nel difficile compito di far sentire colpevole: famiglia, amici e amiche, vicini e vicine di casa. Quanto più persone solidarizzano con il sofferente o la sofferente, meglio è: da qui ci sono persone che sono solidali a suo favore, contro il colpevole che gli ha spezzato il cuore.
Se il cattivo o la cattiva vogliono separarsi, per esempio, si parlerà di “ abbandono del tetto coniugale”: la vittima non riconosce la libertà dell’altro coniuge di andare, lasciare, di prendere le sue decisioni. In questo senso, la vittima non ammette realtà che non lo beneficiano.

La vittima romantica espone la sua tristezza per suscitare il senso di colpa nell’altro e la compassione negli altri. La sua tristezza romantica è toccante, perché appare come un essere fragile, il cui unico scopo nella vita è di amare ed essere amata. Sembra che abbia sempre ragione per l'ingiustizia di cui è soggetto, soprattutto perché tutti danno per scontato che il vero amore è per sempre e che i contratti romantici sono eterni e non possono essere spezzati. La tirannia della vittima consiste nella mancanza di scrupoli nel momento della vendetta e di costringere l'altro a pentirsi e correggere.

Storicamente, la manipolazione vittimista è una strategia che abbiamo adottato più le donne degli uomini: le bambine apprendono fin da piccole a risvegliare la tenerezza degli altri e sappiamo che il pianto può realizzare tutto ciò che ci proponiamo. Gli adulti non sopportano di vederci piangere e danno accesso ai nostri capricci finché cancelliamo la faccia triste: per questo da grandi continuiamo a fare lo stesso.

In quasi tutti i film, cartoni animati, serie TV, le donne piangono e piangono. Piangere e soffrire sono dimostrazioni di femminilità nella nostra cultura, una vera donna è quella che si commuove fino alle lacrime, a tutto ciò che è collegato con l’amore, la maternità, i fiori e un sacco di cose stupide.
Le ragazze imparano presto che se ti presenti debole, gli uomini reagiscono sempre dando accesso ai tuoi desideri , perché si sentono responsabili del loro benessere: essi sono i protettori, i realizzatori,essi sono i forti e gli intelligenti, esso sono i guerrieri. Noi siamo quelle dolci, le emotive, le bamboline carine che aspettano e chiedono cose. Sono uomini d'azione, sono i cavalieri che salvano le principesse.

Ai bambini s’insegna, che gli uomini sono il contrario delle donne.  Gli uomini non piangono, gli uomini agiscono, e l'unico modo per raggiungere i loro obiettivi o risolvere il loro conflitto è con la violenza.
Utilizzando i pugni, un arco e frecce, una mitragliatrice, una pistola, un bazooka, un'ascia, un martello, una granata, un cacciabombardiere , un carro armato, un fucile, machete ... in tutte le produzioni culturali, gli eroi usano la violenza per salvare l'umanità, per risolvere un problema, o per ottenere un tesoro.

Il maschio violento e la marmocchia piagnucolosa, questi sono i modelli di femminilità e mascolinità che ci vendono. La femminilità consiste nell’essere una bambina capricciosa, despota, un poco tonta, egoista, però, molto bella. Gli uomini cedono al suo fascino e si commuovono con le sue lacrime, per questo rischiano la vita per salvarla dalla sua prigionia, per salvarla dalle grinfie del drago o per tirarla fuori dalla povertà e dallo sfruttamento.
Questo modello di femminilità basata sul vittimismo romantico ha recato molto danno a noi donne, perché ci fa credere che l’unico modo per ottenere ciò che vogliamo o desideriamo è il ricatto emotivo e minacciando gli altri. Non solo in campo amoroso, ma in qualunque circostanza, noi donne usiamo quest’arte della manipolazione: diventiamo povere indifese davanti alla polizia che ci vuole multare per eccesso di velocità, all’insegnante che ci vuole sospendere l’esame di matematica, al capo che ci vuole assumere per lavorare. Usiamo il vittimismo in ogni occasione perché funziona nella maggior parte dei casi ... tranne che nell'amore.

Anche se ci fanno credere il contrario, non c’è modo di costringere qualcuno ad amarti se non ti ama. Può darsi che il tuo amato rimanga un po’ più a lungo con voi, ma non si può pretendere che torni a innamorarsi di te. Non vi è alcun modo per risvegliare l'amore attraverso il vittimismo: quando qualcuno ti fa compassione, è molto difficile sentire ammirazione, desiderio o passione per qualcuno.

 Eppure, nei film continuano ancora a convincerci che, le donne che piangono sempre, otterranno di risvegliare la tenerezza nell’amato. Così le principesse Disney sono sempre sole e indifese: se si alleassero con altre donne per unire le forze, l'esistenza del principe non avrebbe senso. I principi azzurri hanno bisogno di donne fragili senza iniziativa proprio per uscire dalla loro situazione: hanno bisogno di donne vergini, innocenti, sensibili e delicate capaci di commuoversi con qualsiasi regalo del loro principe.
Donne che poiché non hanno amiche, sorelle, zie, cugine, madri né vicine parlano con gli animali della foresta e raccolgono fiori, mentre sospirano sognando il Salvatore.
Ed è così che noi donne impariamo presto che ci ameranno se sfruttiamo il nostro ruolo di vittime. Cenerentola era vittima della matrigna e delle sorellastre. Biancaneve della strega cattiva. La Bella Addormentata dell’incantesimo che l’ha fatta dormire per cento anni, la Bella rapita dal suo stesso Salvatore, e  tutte le donne che non poterono uscire dalla loro situazione fino a quando qualcuno ebbe pietà e andò a salvarle.
E da qui viene tutto il resto: il cristianesimo e il romanticismo esaltano e mitizzano la donna che soffre. La Vergine Maria soffre, la principessa chiusa nel castello soffre, la poeta tormentata soffre... tutte soffrono per amore di un uomo, il che le trasforma nelle eroine della nostra cultura.
Alcune delle eroine si uccidono per mostrarci che il loro regno non è di questo mondo. Le donne che non si adattano alla cruda realtà soccombono a essa: le ribelle, le anticonformiste, le disobbedienti, tutte finiscono malamente, quelle delle finzioni e quelle in carne e ossa. Così la maggior parte di loro si consegna all’autodistruzione (quanto più drogate e alcoliste, più sexy si sentono) o si ammazzano: il patriarcato non ha bisogno di finirle, s’incaricano esse stesse di sparire.
La lista delle donne che soffrono nella nostra cultura è infinita: Virginia Woolf, Sylvia Plath, Marilyn Monroe, Frida Kahlo, Alfonsina Storni, Janis Joplin, Amy Whinehouse. E ci sono anche molti personaggi di fantasia che si auto-mutilano, si autodistruggono o si suicidano: Ana Karenina, Emma Bovary.

Il suicidio femminile è romantico e lo idealizziamo perché crediamo che ci rende eterne, speciali, divine. E sono molte le adolescenti che imitano queste stelle per vendicarsi del loro ambiente: si tolgono la vita per rimproverare i loro cari di non aver ricevuto amore o la comprensione di cui avevano bisogno, ma anche per punire i loro amati.

Per terminare con tutto questo vittimismo e così tanta violenza contro di noi, dobbiamo smetterla di idealizzare l’autodistruzione delle donne, eliminare le lotte di potere in amore, demistificare la violenza romantica, potenziare tutte e rivendicare la figura di donne felici, allegre, combattive e di successo: molto meglio Madonna che la Whinehouse.  Perché la prima è viva, la seconda, no.
Dobbiamo abbattere questi miti romantici che legittimano la violenza romantica e costruire altre eroine che raggiungono i loro obiettivi grazie alle loro capacità, alla loro forza, intelligenza, la loro empatia, la loro capacità di solidarizzare e lavorare con altre donne.
Protagoniste che si amano come adulte che sono responsabili per i loro sentimenti e le emozioni, in grado di costruire relazioni amorose senza dipendere da nessuno, dalla libertà e autonomia personale.
Abbiamo bisogno di altri modelli di femminilità nella nostra cultura donne allegre, coraggiose, attive, sensibili e amorevoli che siano in grado di unirsi e separarsi, senza drammi e senza guerre romantiche. Altre storie, altri finali e altre forme di amare sono possibili ...

(traduzione a cura di Lia Di Peri)



http://haikita.blogspot.it

                                                                                               

lunedì 21 marzo 2016

Il privilegio bianco e la coscienza critica (una risposta a Barbijaputa).

Helios F. Garcés


Immagine di un momento delle umiliazione delle donne rom



In primo luogo, vorrei rilevare che questa critica all’articolo “ Solo razzismo”, pubblicato da Barbijaputa nel blog Zona Critica de eldiario.es è costruito con sincero rispetto e riconoscimento. Dato il clima generale di odio machista, riteniamo che il suo lavoro riveli come i femminismi siano assolutamente essenziali. Pertanto, ci sembra importante esprimere il nostro pieno sostegno all’ondata di insulti e minacce che lei e altri attivist* ricevono ogni giorno solo perché scavano nei domini del patriarcato e rivelano la natura costitutiva e strutturale di machismo, sia nella dimensione macro e micro.
Così questa risposta nasce con un’intenzione dialogante, non di accanimento contro l’autrice ma critica nei confronti della sinistra bianca spagnola, in generale. Anche se l'articolo è firmato da me, la prospettiva che lo illumina, nasce dalla difesa di ciò che si potrebbe denominare ‘ rinascita kaló’ nello Stato spagnolo, per il quale spesso, parlerò da un plurale collettivo e non dal singolare.  E 'proprio il motivo per cui, data la sua influenza nell'universo virtuale, ci appare necessario stabilire un dialogo critico dal suo ultimo articolo, scritto dopo i vergognosi eventi accaduti a Madrid il 15 marzo.
Li ricordiamo.  Due studenti di giornalismo presso l'UAM hanno girato un video nel quale si può vedere dettagliatamente l’orribile spettacolo. Poco prima della partita di calcio tra PSV Eindhoven e l’Atlético Madrid, alcune gitane rumene, chiedono l’elemosina alle decine di tifosi olandesi riuniti sulle terrazze di Plaza Mayor. Con risposta, i fan, tra urla di disprezzo e risate, hanno iniziato a lanciare una raffica di centesimi, davanti allo sguardo passivo dei cittadini di Madrid presenti. Poi, i tifosi, hanno fatto dei grandi girotondi, circondando le gitane rumene. In cambio di monete hanno chiesto che ballassero, facessero flessioni, s’inginocchiassero. In un crescendo di brutalità hanno bruciato i biglietti che offrivano, facendoli cadere su di esse per divertirsi, mentre le donne spintonandosi tra di loro si buttavano disperatamente a raccoglierli.  Il video pubblicato su You Tube non ha registrato tutto ciò che è successo.
Un professore intervistato da El Pais nella stessa piazza ha dichiarato quanto segue: “Il colmo è stato quando hanno lanciato pezzi di pane."  Per 'aggiustare’ la situazione, la polizia ha deciso di portare via le donne rom altrove, cioè, si sono liberati del problema: esse.
Barbijaputa, nel suo articolo "Solo razzismo”, sottolinea l'idea che qualificare i fatti in base alla loro dimensione razzista è una riduzione ingenua delle cause per le quali ciò è successo. La ragione è che il razzismo, secondo la sua interpretazione, ha giocato un ruolo marginale nelle umiliazioni.
L’autrice scrive come se fosse facile articolare il complesso (e strutturalmente reso invisibile) dibattito sul razzismo, che dall’esperienza delle comunità razzializzate è semplicemente incredibile. Allo stesso modo, gestisce, dal nostro punto di vista, un concetto di ‘razzismo’ estremamente convenzionale, che non si è lasciato contaminare dalle solide e importanti prospettive critiche costruite dalle comunità umane colpite da esso.
Potremmo essere d’accordo con il senso del suo articolo, se sentissimo che ciò che vuole denunciare è il modo parziale e riduzionista con cui procedono la maggior parte delle letture: un modo semplicistico, superficiale e ipocrita per identificare il razzismo.  Non è però a queste problematiche che Barbijaputa si riferisce.
Citiamo le sue parole: " 'razzista' non è nemmeno il primo nome che meritano i summenzionati, perché la realtà è che non hanno bruciato i biglietti perché essi non erano zingari ed esse lo erano”.
Non è la prima volta che incontriamo la militanza non gitana, supponendo che sia facile chiamare il razzismo anti-rom per nome e abbiamo trascorso il tempo, spiegando che tale illusione è un segno inequivocabile di etnocentrismo naturalizzato.
Decolonizzare la coscienza critica, inizia riconoscendo qual è la nostra situazione nella mappa delle identità razziali imposte dall’arcaica e persistente dimensione colonialista del potere moderno. Da allora siamo in grado di capire che la nostra prospettiva è condizionata dalla nostra esperienza e, quindi, spuntano alcuni privilegi etnici ai quali possiamo rinunciare se riusciamo a esplicitarli, poiché essere bianco – come direbbe Houria Bouteldja – è un modo di pensare, non quindi una pigmentazione della pelle.
Le comunità rom hanno tradizionalmente rappresentato il contrappunto interno all’ordine auspicabile nelle società europee: sono state storicamente associate con la delinquenza e marginalità; di fatto, sono state viste come parte inseparabile e costitutiva del sottoproletariato, anche dalla stessa sinistra. Come ha scritto lo stesso Marx, il 'sottoproletariato' (lumpen) è "il partito delle bagasce lazzaroni e degli zingari […] sono nemici del proletariato così come la Reazione [...] Quando il proletariato trionferà dovrà schiacciarli”. Questo è il motivo per cui il disprezzo di classe esibito dai giovani olandesi -citati da Barbijaputa - trova il suo punto di intersezione con la razza / etnia, che aiuta a spiegare il posto che i Rom occupano nella maggioranza dell'immaginario europeo.

La bianchezza delle gerarchie razziali.

Negare che una parte essenziale del disprezzo mostrato dai tifosi dello PSV contro le gitane rumene ha a che fare con il razzismo strutturale anti-rom, è sbiancare ciò che è successo e sprecare una grande opportunità.
I media tradizionali raramente si fanno eco della situazione di allarme sociale che soffre il popolo rom in tutto il continente, chiamando le cose con il loro nome. L’indignazione mediatica è ipocrita, perché presenta i fatti come se costituissero un’abominevole eccezione.
Il popolo rom rappresenta la comunità razzializzata più numerosa e antica d’Europa e se gli /le attivist* non gitani (Gadje), non imparano a guardare dalla situazione terribile in cui si trova una desolante percentuale dello stesso popolo, perderanno l’opportunità di sintonizzare la loro analisi delle patologie del potere all'interno del continente.
Il razzismo anti-rom non è un semplice pacchetto di pregiudizi e argomenti diffusi; si tratta di un’ideologia istituzionalizzata antica come gli Stati-nazione che permea le relazioni sociali e sfocia nella disumanizzazione naturalizzata dei Rom in carne ed ossa.
 Sotto questo schema , l'eccezione consiste nel trattare il popolo gitano come esseri umani.  In conformità a ciò, se i tifosi olandesi hanno disprezzato la dignità delle donne rom di Plaza Mayor è perché il terreno di coltura che rende le persone rom individui subumani è preparato in tutto il continente e non è mai stata messa in discussione con la necessaria volontà politica.
Il modo in cui l’autrice dell’articolo discute su ciò che è successo, ci ricorda il frequente atteggiamento marxista imperante nella sinistra mascolinizzata: alla rapidità con la quale da questa trincea è solita smantellare il presunto carattere inoffensivo della critica contro il machismo o il razzismo. Per loro, ciò che è veramente in gioco è la “oggettiva e scientifica” oppressione di classe.
Le femministe decoloniali ci hanno istruiti facendoci vedere che i principali difensori di questa prospettiva sono uomini bianchi cisgender, che per proteggersi dalla critica femminista decoloniale, stanno proteggendo i loro privilegi in qualità di osservatori della realtà da quello che Amaia Pérez Orozco chiama "egemonia critica". È la sensibilità politica dei femminismi che ci può aiutare a superare lo strabismo etnocentrico, questo strabismo che non percepisce la dimensione strutturale del razzismo e i suoi punti di intersezione con il classismo e il sessismo.

Classismo / razzismo / sessismo

“ Hanno bruciato i biglietti per puro e duro classismo, dichiarando il loro odio verso le indigenti per il solo fatto di esserlo, che percepivano ovviamente come esseri inferiori. E le hanno fatto ballare per dura e pura misoginia , senza alcun timore di una reazione aggressiva per tale umiliazione. Le donne, si sa, davanti all’aggressione raramente rispondono con più aggressione. Questo un tifoso dello PSV, come qualsiasi altro, lo sa bene”
In effetti, le gerarchie di classe e di sesso / genere erano presenti e sono stati parte essenziali dell’orribile spettacolo. Tuttavia, Barbijaputa si dimentica un fattore essenziale: l'importante ruolo dello antiziganismo / romofobia naturalizzato nelle società europee. I linciaggi e le umiliazioni alle popolazioni rom rappresentano una costante in tutta l'Europa di oggi e si deve solo andare ai rapporti di Amnesty International o all’ European Roma Rigths Center per cominciare a rendersene conto.
Se la nostra volontà è capire bene la vera dimensione di quello che è successo è importante ricordare quale canzone i tifosi olandesi hanno dedicato alle donne rom “ Non attraversate le frontiere!” E 'evidente che quei giovani olandesi considerano la Spagna come parte della loro casa e lo è nel loro immaginario tanto che le donne rom non ne sono parte. Non importa che le gitane fossero europee e che i Rom vivano in Europa dalla sua creazione, ciò che conta è che esse non debbano attraversare la “frontiera”. Quale frontiera? La frontiera delimitata dall’arcaico razzismo che la porta di sotto la linea dell’umano. Così la polizia, fedele ai canoni di detta frontiera ha risolto il problema espellendo le gitane dal luogo nel quale erano umiliate. Si tratta di una vecchia e costante strategia europea che si sta facendo più esplicita nella sua gestione della cosiddetta 'crisi dei rifugiati'.
La nostra autrice assicura che il fatto che le donne umiliate fossero rom costituisce l’ultimo fattore importante in ciò che è accaduto : “ Probabilmente il fatto di essere gitane è stato, di fatto, l’ultimo motivo e non il primo o qualcuno pensa che se fossero state donne indigenti bianche, gli aggressori avrebbero dimostrato rispetto?”
Noi pensiamo che la domanda sia semplicistica e racchiuda un privilegio inconscio: il privilegio naturalizzato di essere una persona bianca in Europa. Chiunque la cui origine etnica la leghi a una comunità razzializzata sa perfettamente quale sia la risposta alla domanda di Barbijaputa.  Ovviamente, no: se le donne fossero state indigenti bianche, i tifosi non si sarebbero trasformati improvvisamente in compagni solidali.
Quale elemento di riflessione illumina tale domanda? Tuttavia, il fatto che fossero 'visibilmente' zingare ha avuto un peso straordinario, essenziale e schiacciante in ciò che è accaduto.
Una donna gitana e povera soffre e resiste alla gerarchia sessuale, alla gerarchia di classe e alla gerarchia razziale, quindi, il fatto di indicare l’importanza principale del razzismo, non comporta negare le altre gerarchie coinvolte. Saremmo stati d’accordo in un riesame dei fatti, se si fosse tenuto conto delle gerarchie sessuali e di classe presenti in essi. Ma non possiamo esserlo, se le implicazioni ci portano a uno dei classici errori del manuale dell’etnocentrismo : sottovalutare la colonialità del potere. Non saremo noi ad affermare che la misoginia ha giocato un ruolo minore in ciò che è successo. Ciò che invece dichiariamo è che non c’è nulla di meglio di lasciarsi inebriare dal femminismo de coloniale che si attiene alle intersezioni di razza, sesso e classe senza creare una gerarchia epistemologica intorno a queste: classica tendenza invece di quelle identità razziale privilegiate che non affrontano il razzismo.


(traduzione a cura di Lia Di Peri)