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domenica 14 maggio 2017

Madri nella trappola dell'amore romantico

Beatriz Gimeno





Se nulla si valuta di più in una donna quanto quella di essere una buona madre, poche cose sono così disprezzate come quella di essere una cattiva madre. L'ambivalenza che tutte le culture presentano davanti alla maternità, ha a che fare con il fatto che tutte esse amano e hanno paura delle madri allo stesso modo. Tutte le culture riservano il meglio per le madri che incarnano la madre patriarcale e il peggiore per quelle che sono percepite come incontrollabili. Il ruolo materno è antropologicamente ambiguo. Da una parte, la capacità di essere datrice di vita è anche associata con la vicinanza alla morte: chi dà la vita può toglierla. In secondo luogo, il figlio maschio in tutte le culture, per diventare parte della società degli adulti, deve non soltanto abbandonare la madre ma, in più, disprezzarla poiché tutte le mascolinità egemoniche si costruiscono contro le donne, in contrapposizione a quello che sono e a quello che gli uomini sono stati in alcuni momenti: fragili e dipendenti. La madre ricorda quello che gli uomini furono e tutte le culture lottano per cancellare: passivi, vulnerabili, dipendenti.


Tutte le culture sono disposte intorno a questo polo di amore e paura della madre, allo stesso tempo, dipendenza e disprezzo; e le due immagini della buona/cattiva madre che conosciamo, rispondono a questa costruzione. La buona madre è quella patriarcale, che non rappresenta nessun pericolo e non genera angoscia ma, al contrario, offre amore incondizionato.
La cattiva madre è quella anti-patriarcale, non sottomessa alle regole, non si adatta, non assume in sé quelle caratteristiche che ogni società prescrive e il suo peggior peccato è di non volere abbastanza per la sua prole o, che è lo stesso, voler bene a se stessa in modo uguale o anche di più. La cattiva madre non è disprezzata ma è quella che genera panico, è una strega, in grado di liberare le forze più oscure. Bisogna dominarla per dominare la natura (femminina) e imporre la cultura così da non  riconoscersi in questo ruolo che è uno dei pochi ruoli permessi alle donne in cui vi è una chiara ricompensa emotiva; uno dei pochi posti che le fanno sentire superiori agli uomini, facendo qualcosa che essi non possono fare. Inoltre, è un ambito di potere.

La funzione della madre è insostituibile nell’allevamento della prole e quest’allevamento, seppure faticoso che sia, produce soddisfazione e compensazioni a tutte le restrizioni e le disuguaglianze che accompagnano la vita delle donne sin dal suo inizio. Le donne private di tutto, sono condannate a cercare questo spazio di riconoscimento materno e saranno sempre madri, lo siano veramente o no, perché il ruolo materno si può eseguire in molti modi. Saranno madri dei loro figli e delle loro figlie; saranno madri dei loro pazienti se sono infermiere o assistenti professionali; saranno le madri degli alunni e delle alunne se sono insegnanti e saranno madri anche dei loro partner (la “madre-sposa” nelle parole di Marcela Lagarde). Le caratteristiche dell’amore materno saranno presenti in quasi tutti i rapporti sociali che le donne intraprenderanno. L’Amore sarà la cosa più importante per loro, dare amore sarà la loro vocazione. Così le donne saranno le grandi donatrici di amore e anche se si presume che quest’amore non aspetta contropartita, esse la aspettano egualmente, nonostante non si mostri né se ne abbia consapevolezza.  Le donne, che sono sempre al servizio degli altri, attendono un cambiamento della loro consegna, essere almeno amate e, quindi, non incontrare l’amore o perderlo dà loro un enorme dolore e angoscia, una totale perdita di senso. Le donne ameranno in modo apparentemente generoso ma in fondo aspettano di ricevere una contropartita e come l'amore che danno non ha misura così, se non ricevono la stessa quantità, sentiranno frustrazione, dolore, angoscia, sentimenti di colpa e ostilità allo stesso tempo.
Questa è la trappola d'amore per tutte le donne.

Nel corso della storia occidentale, contrariamente a quanto comunemente si pensa, le donne non sono state necessariamente queste madri dedite al sacrificio che conosciamo ora. La maternità ha una storia del tutto sconosciuta e che ci giunge velata dall’anacronismo. La storia della maternità è piuttosto la storia della resistenza delle donne a doverlo essere a discapito di se stesse. Non è l’oggetto di quest’articolo, però le donne hanno lottato sempre per non lasciarsi intrappolare in una maternità che le consumava. Durante la maggior parte della storia, le donne hanno combattuto contro un ideale materno che tentavano di imporre; un ideale di perfezione che spesso interiorizzavano e da cui giudicano, spesso con senso di colpa, la propria maternità. C’è l’ideale e c’è la potente immagine della buona madre, però non esiste né è mai esistito un vero e proprio spazio in cui poter parlare, esprimere, rendere visibile, tutto il dolore, la rabbia, la frustrazione, l'esperienza della maternità, un’esperienza che quasi mai è stata scelta, anche ora, poiché non c’è alcun discorso né rappresentazione anti-maternità, come ho scritto in altre occasioni. Uno spazio vero contro le rappresentazioni maternali occorrerebbe crearlo per avere davvero la capacità di scelta.


Le donne sono ancora le madri, e vogliono esserlo. Desiderano essere madri perché è difficile immaginare un altro modo di essere donna, perché questo spazio potenzia personalmente e perché guarisce in parte la ferita che le donne tentano sempre di riempire con l’amore. Abbiamo bisogno di amare e di essere amate, ciò ci permette di auto-realizzarci. Essere madri presuppone generare qualcuno da amare e che ci amerà sempre; è un amore che immaginiamo sicuro, un amore che dipende interamente da noi, non come l'amore romantico, così insicuro.
Quando ho iniziato a lavorare su rappresentazioni e argomenti anti materni e mi sono resa conto che questi spazi non esistono in questa cultura, ho costatato anche il rafforzamento dell’espansione di un nuovo tipo di amore materno legato ai cambiamenti sociali delle donne che stiamo vivendo. Sappiamo che fin dagli anni ’70 ma soprattutto a partire dagli anni '80, il lavoro materno nei paesi ricchi dà un giro di vite e si trasforma in ciò che Sharon Hays ha chiamato " maternità intensiva" e che, per inciso, contrariamente a quanto talvolta si sostiene, è un tipo di maternità che si è cercato di imporre solo in quei periodi storici, in cui è possibile notare un rafforzamento dei ruoli tradizionali delle donne: nel Rinascimento europeo e nei secoli XVIII e XIX, come risposta alle prime rivendicazioni femministe e alla Prima Ondata di femminismo (in ogni caso, non così intensiva come ora).

Negli anni ’80 nasce la maternità intensiva come un modo per capire il lavoro materno, che è contrario alla pratica della maternità com’era stata diffusa dalle femministe dagli anni ’60. Quella che è arrivata con la seconda ondata femminista era una maternità che metteva in discussione le caratteristiche tradizionali della buona madre, soprattutto imposte fin dal XIX secolo, come manifestazione della maternità borghese. Ciò che il femminismo metteva in discussione era lo zoccolo duro ideologico di questa maternità: il sacrificio, la dedizione, la disponibilità assoluta, ecc., caratteristiche tutte della buona maternità contemporanea e che sono anche le caratteristiche dell’amore offerto dalle donne. Il femminismo ha cercato di offrire alle donne un sogno egualitario. I decenni successivi sono stati di lotta ideologica. Negli anni ’80 arriva il neoliberismo e con lui, la re-ideologizzazione della maternità.

A mio parere, il successo dell’ideologia della maternità intensiva (intensiva in termini di tempo, sforzo e sacrificio) ha a che fare con molti fattori impossibili da analizzare qui, ma ha anche molto a che fare con il femminismo della Seconda Ondata che, con i suoi indubbi successi, non significò per molte donne la fine della discriminazione. La libertà senza uguaglianza può diventare un pesante fardello. Se è vero che il femminismo della Seconda Ondata è riuscito a cambiare il mondo in gran parte, è anche vero che è possibile che la vita di molte donne non sia più facile o almeno non tanto quanto avremmo voluto.
Il bisogno, non solo il desiderio di incorporarsi a un mercato del lavoro, sessualmente discriminato è stata un’esperienza non molto soddisfacente come ci si poteva aspettare: divario salariale, bassi stipendi, precarietà, tetto di cristallo, questo è ciò che attendeva le donne nel mercato del lavoro e, inoltre, non si è prodotto il necessario cambiamento nella sfera privata come una vera e propria condivisione del lavoro riproduttivo con gli uomini. In queste condizioni e con l'avanzata ideologica del neoliberismo, era prevedibile che, a un certo punto, si verificasse un ripiegamento su questi spazi mistificati, soprattutto, quello della maternità, che sono più in linea con le aspettative culturali delle donne e che offrono maggiori soddisfazioni soggettive. Sorgono, allora, nuovi modi di vivere la maternità, della quale voglio sottolineare in questo lavoro una di quelle che mi appare molto interessante per le sue numerose implicazioni. E' la maternità romanizzata, che è collegata con l’amore romantico. Credo che sia possibile pensare che negli ultimi anni è apparso un modo di vivere la maternità che potrebbero essere vista come una sostituta dell'amore romantico.
Sappiamo che, soprattutto da quando alcuni anni, l’amore romantico si trova al centro della battaglia femminista. Non sono poche le autrici che lo considerano responsabile di gran parte della costruzione diseguale delle relazioni, così come della costruzione di soggettività femminili passive e dipendenti. Questo essere per l’Altro, questo porre tutte le speranze nell’arrivo del principe azzurro, vivere l’oggetto amoroso come piena auto-realizzazione e darsi a quest’amore totalmente sopra i propri desideri,le proprie ambizioni personali,il sacrificio che quest’amore esige e che tante volte chiede: in definitiva la rinuncia a se stessa, è stata denunciata come una delle principali fonti di oppressione.
Nonostante che l’amore romantico è lungi dallo scomparire e continua a essere molto importante (basti vedere le rappresentazioni culturali dello stesso o le costruzioni soggettive delle adolescenti) la verità è che, socialmente, è cambiato. Sottoposto a critiche e pressioni, è diventato più instabile e fragile e ha subito cambiamenti. Sono scomparsi o sono stati modificate molte delle sue importanti caratteristiche, come l’obbligatorietà della monogamia femminile che è stata sostituita dalle monogamie successive; è scomparsa anche la valorizzazione della verginità e della passività femminile e, soprattutto, molte donne non sono più disposte a consegnarsi completamente all'amore, a soffrire per amore, o almeno non sono disposte a sacrificare tutti i loro interessi all’amore romantico. V'è una crescente svalutazione sociale di questo sacrificio.
Inoltre, anche se fino a poco tempo una parte fondamentale dell'identità femminile, com’è la maternità,dipendeva interamente dall’amore eterosessuale, dal matrimonio, questo è cambiato radicalmente e la maternità è sempre più staccata dall'amore eterosessuale: madri lesbiche, madri single, madri adottive, per fecondazione artificiale, ecc. Ci sono stati cambiamenti fondamentali nel nostro modo di vivere la maternità che hanno a che fare con l'individuazione e la re-privatizzazione della vita propria del neo-liberismo. La maternità contemporanea è esaltata per se stessa, vale a dire, non è vincolata, come prima, al matrimonio, alla coppia né certamente all’amore eterosessuale.
Per la prima volta nella storia, la maternità appare staccata dalla coppia in modo volontario e consapevole. Se essere madre, è un desiderio, deve essere un desiderio individuale che non dovrebbe essere subordinato a nulla eccetto, come qualsiasi desiderio, al denaro. La maternità appare ora strettamente legata al consumo. Non solo per tutti gli oggetti di consumo che appaiono legati al bebè e che lo trasformano in un bersaglio di tutti i tipi di pubblicità, ma la maternità sembra essere correlata al potere d'acquisto in un mondo  in cui essere madre si situa più in là e si complica: adozioni, uteri in affitto, costosissimi processi di riproduzione assistita, cliniche, intermediari, agenzie… tutto questo ha aperto quello che giustamente chiamano «mercato riproduttivo».

In questo momento essere una madre, o almeno la madre di più di un bambino,dipende dal potere di acquisto della famiglia. Se in passato avere molti figli era cosa da poveri, ora è il contrario, solo i ricchi possono permetterselo. In ogni caso, questa maternità è ora più rara, più desiderata, più costosa e richiede più sacrificio.
La mia tesi è che i valori dell’amore romantico, chiavi importanti nella configurazione della soggettività femminile, si sono spostati alla maternità romantizzata per, modalità gattopardiana,  continuare a svolgere la stessa funzione.  Dalla coppia uomo – donna siamo passati alla coppia madre-figlio. La cosa importante è preservare la centralità dell’Amore nella vita delle donne e continuare a costruire soggetti (femmina) disposti ad arrendersi all’Amore. Poiché il femminismo ha messo in discussione (giustamente) la consegna delle donne agli uomini, si è prodotto un rinforzo dall’altro lato, molto più incontrastato (per nulla contrastato in verità, perché la messa in discussione dell’amore materno, è un tabù). L’amore materno è ora l’amore femminile per eccellenza, è "la necessità della necessità dell’altro, che deve essere continuamente riconfermata".
Come ho già detto in precedenza, questo tipo di maternità non è del tutto nuova. La diade madre-figlio nasce nel XII secolo, come modello della coppia formata dalla vergine Maria e il bambino; è una coppia che si basta da sola, nella quale il padre non esiste e la madre esiste solo in relazione al figlio. Questa stessa coppia è formulata in modo simile all’attuale, nel XVIII secolo, però in nessuno dei due casi può dirsi che abbia socialmente successo e continua a essere un ideale esemplare che poche madri scelgono e che molte meno possono svolgere.
La situazione attuale in cui, veramente, possiamo dire che molte madri si innamorino dei loro bambini e costruiscono la loro identità intorno a quel rapporto, non è ancora avvenuta; questa identità materna, in tutti i casi, è costruita tra gli stessi membri con i quali si costruisce l’amore romantico. Non era mai successo che i sentimenti espressi e vissuti dalle madri per i loro bambini si riportano a quelli espressi nella coppia. La maternità romantizzata è passata a occupare un posto molto positivo nell'immaginario culturale ed è diventato uno spazio libero da ogni possibilità di critica. Di fronte alla contingenza dell’amore romantico, l’amore materno offre l’enorme vantaggio di essere “scientifico e naturale”. Le madri si innamorano del proprio neonato a causa degli ormoni. Chi avrebbe mai pensato che dopo tanti anni di lotta alla naturalizzazione del sessismo,  c'è questa regressione quasi indiscussa e protetta dalla giustificazione universale, che è il richiamo alla natura. La storia nascosta dell’abbandono dei neonati e dell’infanticidio (massiccio in determinati momenti storici) non ha scoraggiato i sostenitori della determinazione ormonale del comportamento femminile.
La complementarietà tra uomo e donna, che è l’idea di fondo dell’amore romantico, è adesso sostituita dal legame madre-figlio, senza il quale le donne non sono complete. E’ necessario un altro che ci completi e l'amore romantico ci ha abituati abbondantemente al mito della metà della mela sostituito adesso dal neonato o dal figlio/figlia con molti vantaggi rispetto delle coppie di amore. Ad esempio, la incondizionalità. Le femministe hanno denunciato che l’amore di coppia non poteva essere incondizionato ma l'amore materno, tuttavia, ha il vantaggio di poterlo essere. In un mondo privato di certezze e in cui non c’è nulla di duraturo tanto meno l'amore, perché sappiamo che ha una data di scadenza, la maternità fornisce l'illusione di un amore che non ha altro scopo che la vita stessa. Inoltre, di fronte a un amore fortemente messo in discussione, appare un amore indiscusso rivestito delle caratteristiche che prima attribuivamo all’amore romantico: sacrificio, non sottoposto a condizione,durata, complementarietà.
Perché la maternità intensiva è accompagnata dal mandato femminile del sacrificio, necessaria in tutto l'amore che valga la pena. Se non sei disposta a soffrire allora, ami di meno. La possibilità di voler essere una madre e, ciò nonostante, voler scappare dal sacrificio conduce direttamente alla maternità perversa. La vecchia idea che senza dolore non c’è amore, sventola sotto la nuova rivendicazione del parto senza anestesia, dell’accettazione dell’allattamento doloroso, così come la messa a disposizione del neonato 24 ore il giorno. La disponibilità al sacrificio e al dolore sono sempre stati gli ingredienti in amore che caratterizzano le donne e tale disposizione è stata ora trovata nel nuovo amore materno: un fertile terreno.
E’ importante notare che l’amore che si offre a un figlio o a una figlia ha una base etica che l'amore romantico non ha. Il neonato ha bisogno, infatti, che lo amino e lo curino; e questo amore e questa cura è un suo diritto ed è, allo stesso tempo, un obbligo degli adulti. Ma anche se ammettiamo questo, ciò che critichiamo è il passaggio della maternità degli anni ’60 e ’70 che, senza trascurare il benessere dei bambini ha avuto come uno dei suoi obiettivi di “ svezzare” le madri; costruire maternità confortevoli, ugualitarie, che non si trasformassero in maternità legate nuovamente all’etica del sacrificio ma alla libertà. Sebbene la maternità può significare in alcuni casi sacrificarsi, questo sacrificio è finito con il diventare non qualcosa che può accadere, purtroppo, ma un valore in se stesso, senza il quale la maternità perde di significato. L’agire di questa etica del sacrificio significa che cercare la propria -soddisfazione (senza trascurare il bambino), si trasforma in qualcosa di criticabile. Per questo – perché nell’amore materno l’etica del sacrificio è completamente installata, questo amore materno è necessariamente presentato come l'amore puro, senza ambivalenza alcuna. E 'la quintessenza dell'amore-rinuncia, perché, a differenza dell’amore romantico, qui la rinuncia, tutta la rinuncia, sembra essere pienamente giustificata portando più rassegnazione, più sacrificio, maggiore valore sociale e più autostima soggettiva. La madre migliore si crea quanto più dura è la maternità e, viceversa, l'espressione della volontà consapevole di non voler soffrire, per esempio, o di soffrire il meno possibile, di solito è accolta con sospetto dai/dalle professionist* , dagli/dalle espert*, famiglia compresa. Affermare che si vuole vivere una maternità lontana dal sacrificio il più possibile è segno di una maternità almeno dubbia.
Consegna assoluta, rinuncia stessa, etica del sacrificio il dolore incluso, dipendenza reciproca, il bambino diventa amante e marito. L’amore - rinuncia sempre con felicità, aiuta a costruire il suo opposto, la cattiva madre, che è quella che fugge dal sacrificio che si prende cura di se stessa e, pertanto, è egoista. Ed essere egoista è la cosa peggiore che può essere una madre.
E' interessante riflettere su cosa presuppone il preoccuparsi del proprio benessere, qualcosa che noi intendiamo come una rivendicazione del femminismo e della critica all’amore romantico, non sia tuttavia, nemmeno un'opzione quando parliamo di maternità.
Nulla di ciò che ho detto qui, sono mie elucubrazioni e ci sono prove che v'è una forte tendenza sociale, a mostrare la coppia madre/figlio (immaginiamo sempre un maschio), come una coppia romantica. Nella pubblicità, per esempio,sono sempre più frequenti gli annunci nei quali in modo abbastanza chiaro vi è l’equiparazione della coppia madre/figlio, con la coppia romantica. Recentemente abbiamo potuto vedere un annuncio della Neslé in una serie dal titolo "Mamma, benvenuta alla tua nuova vita", in cui chiaramente si parlava del neonato come un fidanzato / marito. In questo annuncio, una voce femminile ripeteva le parole rituali di un matrimonio per celebrare la consegna della madre a questo impegno : "Io ti prendo, figlio mio, come mio amore, io ci sarò ogni volta che hai bisogno di me, il mio amore durerà per sempre ...”. E continuava con una serie di obblighi emotivi e materiali che sembravano una promessa di matrimonio. La pubblicità degli alimenti per l’infanzia o di oggetti per bambini usano in modo permanente le caratteristiche dell'amore romantico per riferirsi alla relazione madre-figlio / figlia.
In sintesi, penso che una parte importante delle caratteristiche dell'amore romantico si sono spostate alla maternità romantizzata , con il vantaggio rispetto a quello che, in questo caso, non c’è spazio per possibili critiche. Sempre più spesso, piuttosto che meno, le caratteristiche che culturalmente definiscono la femminilità e, soprattutto, la femminilità in relazione all'amore romantico, sembrano essersi trasportate nello spazio della maternità con il risultato che, in realtà, le donne sono ancora legate all'Amore con la lettera maiuscola e, inoltre, a un amore legato al sacrificio, all’abnegazione, con la disponibilità e non con l’autonomia che è necessaria in termini di uguaglianza.

(traduzione di Lia Di Peri)



lunedì 11 aprile 2016

Il vittimismo femminile e la violenza romantica.

Coral Herrera Gómez, scrittrice e ricercatrice. Dottore in Teoria di genere.




Il vittimismo è una strategia per dominare le persone intorno a noi, per manipolare gli altri, per modificare la realtà, per raggiungere i nostri obiettivi.
Il romanticismo del XIX ha usato molto questa strategia e l’ha portata all’estremo: i geni romantici arrivarono ad auto lesionarsi e a suicidarsi al fine di diventare martiri dell'amore. Non solo volevano procurare dolore o passare alla posterità ma anche far sentire colpevoli l’amata o l’amato che non corrispondeva il loro amore.

Il vittimista o la vittimista romantica soffrono ma non in silenzio. Moltiplicano sempre la sofferenza e la diffondono affinché soffra anche la persona amata.  Con questa perversa idea: “. "Se non fai quello che voglio, io soffro. E se io soffro, anche tu devi offrire”, il suo scopo è far sentire l’altro responsabile del suo dolore e tristezza.
Che cosa vuole ottenere il vittimista dando dolore?  Che tu ti senta colpevole , che tu ti faccia responsabile del suo benessere o della sua felicità. Che non te ne vada, che tu t’innamori di lui, che non ti disinnamori, che lo pensi, che gli dedichi più tempo, che non lo lasci.

Le vittime romantiche sembrano più sensibili e premurose ma possono arrivare a essere molto violente. Vanno dall’amore all’odio in un secondo, elemosinano amore, se non lo ottengono, esigono amore e se non raggiungono il loro obiettivo, hanno un'altra causa per cui combattere: distruggere psicologicamente ed emotivamente il colpevole delle loro disgrazie.

Nelle guerre romantiche usano tutti i tipi di strategie: rimproveri, umiliazioni, accuse, insulti, ma le loro armi migliori sono i ricatti e le minacce.
Alcuni dei ricatti più comuni sono: “ Sono triste perché non mi ami”, “Senza di te non sono niente”, “La mia felicità dipende da te”, “ Voglio che tu mi pensi, la mia vita non ha senso senza il tuo amore”, “Ho bisogno che tu ti prenda cura di me”, “Tu sei colpevole di tutte le mie sofferenze”, “Sono giorni che non mangio e non dormo per colpa tua”, “Non posso vivere senza di te”.

Se i ricatti non funzionano, iniziano le minacce: "Se mi lasci, nessuno ti amerà come ti amo, io/ti vorrò per sempre/non vedrai più i tuoi figli/ti rovinerò economicamente/ resterai senza amici/ti distruggerò la vita.
La peggiore minaccia è: “ Se mi lasci, mi uccido”. Ed è una minaccia reale: ogni anno si suicidano persone in tutti i paesi che lasciano lettere in cui spiegano che lo fanno "per amore", o meglio, per mancato amore.  E molti e molte colpevolizzano direttamente i loro partner, ex partner o le persone delle quali si erano innamorate e che non li avevano corrisposti.

I vittimisti che si uccidono responsabilizzano l’altro del loro atto violento. Non si assumono i loro sbagli, la chiave della loro violenza è sempre negli altri , così prima di agire, minacciano sempre: “ Se mi suicido, non ti potrai mai perdonarti/mai dimenticarmi/ti rammaricherai tutta la vita/ ti sentirai in colpa fino al giorno della tua morte/ rimarrà per sempre nella tua coscienza”.

Ci sono poi quelli che invece di suicidarsi, preferiscono ammazzare chi dicono di amare.  Questo è molto comune nei processi per femminicidio, dove gli assassini delle donne fanno cadere sempre la colpa della loro violenza sull’assassinata: “ Lei mi ha lasciato, lei se n’è andata con un altro,lei mi ha fatto male, lei mi ha fatto uscire pazzo”. Nella nostra cultura patriarcale, le uniche colpevoli della violenza che subiscono sono le donne  “ perché qualcosa avranno fatto”. Per questo, quando si commettono stupri, si sospetta che la colpa è nostra per camminare da sola in strada di notte o per vestire in questo o quel modo.

Perché le vittime romantiche siano “ i buoni”, gli altri devono apparire “ cattivi”Ogni volta che c'è una vittima, ci deve essere un colpevole e con questa logica patriarcale della dicotomia, si costruisce la loro versione della realtà. Lo scopo finale è modificare sempre la realtà che non ci piace : la vittima romantica non sopporta di sentirsi dire di no, non accetta il rifiuto, o la rottura, né la fine.
Ciò significa che se non corrispondi alla tipologia del romantico o della romantica diventi cattivo o cattiva. I cattivi sono tutte quelle persone che non ti amano o che hanno smesso di amarti o quelli che si stanno disinnamorando. Sono malvagi anche gli infedeli e i traditori insomma, tutti quelli che ti fanno male e devono pagarla  cara.
In questa logica, i cattivi sono persone egoiste. insensibili e crudeli, mentre i buoni sono persone sensibili, amorevoli, premurose e molto vulnerabili. Tuttavia, i buoni sono molto superbi, orgogliosi e molto vendicativi: il loro più grande desiderio è punire l’oggetto del loro “amore”, che dal giorno alla notte è diventato il nemico, la nemica.
Molti romantici vittimisti sono ossessionati dalla punizione o dalla vendetta, così fanno le loro campagne in modo che l’ambiente circostante alla coppia collabori nel difficile compito di far sentire colpevole: famiglia, amici e amiche, vicini e vicine di casa. Quanto più persone solidarizzano con il sofferente o la sofferente, meglio è: da qui ci sono persone che sono solidali a suo favore, contro il colpevole che gli ha spezzato il cuore.
Se il cattivo o la cattiva vogliono separarsi, per esempio, si parlerà di “ abbandono del tetto coniugale”: la vittima non riconosce la libertà dell’altro coniuge di andare, lasciare, di prendere le sue decisioni. In questo senso, la vittima non ammette realtà che non lo beneficiano.

La vittima romantica espone la sua tristezza per suscitare il senso di colpa nell’altro e la compassione negli altri. La sua tristezza romantica è toccante, perché appare come un essere fragile, il cui unico scopo nella vita è di amare ed essere amata. Sembra che abbia sempre ragione per l'ingiustizia di cui è soggetto, soprattutto perché tutti danno per scontato che il vero amore è per sempre e che i contratti romantici sono eterni e non possono essere spezzati. La tirannia della vittima consiste nella mancanza di scrupoli nel momento della vendetta e di costringere l'altro a pentirsi e correggere.

Storicamente, la manipolazione vittimista è una strategia che abbiamo adottato più le donne degli uomini: le bambine apprendono fin da piccole a risvegliare la tenerezza degli altri e sappiamo che il pianto può realizzare tutto ciò che ci proponiamo. Gli adulti non sopportano di vederci piangere e danno accesso ai nostri capricci finché cancelliamo la faccia triste: per questo da grandi continuiamo a fare lo stesso.

In quasi tutti i film, cartoni animati, serie TV, le donne piangono e piangono. Piangere e soffrire sono dimostrazioni di femminilità nella nostra cultura, una vera donna è quella che si commuove fino alle lacrime, a tutto ciò che è collegato con l’amore, la maternità, i fiori e un sacco di cose stupide.
Le ragazze imparano presto che se ti presenti debole, gli uomini reagiscono sempre dando accesso ai tuoi desideri , perché si sentono responsabili del loro benessere: essi sono i protettori, i realizzatori,essi sono i forti e gli intelligenti, esso sono i guerrieri. Noi siamo quelle dolci, le emotive, le bamboline carine che aspettano e chiedono cose. Sono uomini d'azione, sono i cavalieri che salvano le principesse.

Ai bambini s’insegna, che gli uomini sono il contrario delle donne.  Gli uomini non piangono, gli uomini agiscono, e l'unico modo per raggiungere i loro obiettivi o risolvere il loro conflitto è con la violenza.
Utilizzando i pugni, un arco e frecce, una mitragliatrice, una pistola, un bazooka, un'ascia, un martello, una granata, un cacciabombardiere , un carro armato, un fucile, machete ... in tutte le produzioni culturali, gli eroi usano la violenza per salvare l'umanità, per risolvere un problema, o per ottenere un tesoro.

Il maschio violento e la marmocchia piagnucolosa, questi sono i modelli di femminilità e mascolinità che ci vendono. La femminilità consiste nell’essere una bambina capricciosa, despota, un poco tonta, egoista, però, molto bella. Gli uomini cedono al suo fascino e si commuovono con le sue lacrime, per questo rischiano la vita per salvarla dalla sua prigionia, per salvarla dalle grinfie del drago o per tirarla fuori dalla povertà e dallo sfruttamento.
Questo modello di femminilità basata sul vittimismo romantico ha recato molto danno a noi donne, perché ci fa credere che l’unico modo per ottenere ciò che vogliamo o desideriamo è il ricatto emotivo e minacciando gli altri. Non solo in campo amoroso, ma in qualunque circostanza, noi donne usiamo quest’arte della manipolazione: diventiamo povere indifese davanti alla polizia che ci vuole multare per eccesso di velocità, all’insegnante che ci vuole sospendere l’esame di matematica, al capo che ci vuole assumere per lavorare. Usiamo il vittimismo in ogni occasione perché funziona nella maggior parte dei casi ... tranne che nell'amore.

Anche se ci fanno credere il contrario, non c’è modo di costringere qualcuno ad amarti se non ti ama. Può darsi che il tuo amato rimanga un po’ più a lungo con voi, ma non si può pretendere che torni a innamorarsi di te. Non vi è alcun modo per risvegliare l'amore attraverso il vittimismo: quando qualcuno ti fa compassione, è molto difficile sentire ammirazione, desiderio o passione per qualcuno.

 Eppure, nei film continuano ancora a convincerci che, le donne che piangono sempre, otterranno di risvegliare la tenerezza nell’amato. Così le principesse Disney sono sempre sole e indifese: se si alleassero con altre donne per unire le forze, l'esistenza del principe non avrebbe senso. I principi azzurri hanno bisogno di donne fragili senza iniziativa proprio per uscire dalla loro situazione: hanno bisogno di donne vergini, innocenti, sensibili e delicate capaci di commuoversi con qualsiasi regalo del loro principe.
Donne che poiché non hanno amiche, sorelle, zie, cugine, madri né vicine parlano con gli animali della foresta e raccolgono fiori, mentre sospirano sognando il Salvatore.
Ed è così che noi donne impariamo presto che ci ameranno se sfruttiamo il nostro ruolo di vittime. Cenerentola era vittima della matrigna e delle sorellastre. Biancaneve della strega cattiva. La Bella Addormentata dell’incantesimo che l’ha fatta dormire per cento anni, la Bella rapita dal suo stesso Salvatore, e  tutte le donne che non poterono uscire dalla loro situazione fino a quando qualcuno ebbe pietà e andò a salvarle.
E da qui viene tutto il resto: il cristianesimo e il romanticismo esaltano e mitizzano la donna che soffre. La Vergine Maria soffre, la principessa chiusa nel castello soffre, la poeta tormentata soffre... tutte soffrono per amore di un uomo, il che le trasforma nelle eroine della nostra cultura.
Alcune delle eroine si uccidono per mostrarci che il loro regno non è di questo mondo. Le donne che non si adattano alla cruda realtà soccombono a essa: le ribelle, le anticonformiste, le disobbedienti, tutte finiscono malamente, quelle delle finzioni e quelle in carne e ossa. Così la maggior parte di loro si consegna all’autodistruzione (quanto più drogate e alcoliste, più sexy si sentono) o si ammazzano: il patriarcato non ha bisogno di finirle, s’incaricano esse stesse di sparire.
La lista delle donne che soffrono nella nostra cultura è infinita: Virginia Woolf, Sylvia Plath, Marilyn Monroe, Frida Kahlo, Alfonsina Storni, Janis Joplin, Amy Whinehouse. E ci sono anche molti personaggi di fantasia che si auto-mutilano, si autodistruggono o si suicidano: Ana Karenina, Emma Bovary.

Il suicidio femminile è romantico e lo idealizziamo perché crediamo che ci rende eterne, speciali, divine. E sono molte le adolescenti che imitano queste stelle per vendicarsi del loro ambiente: si tolgono la vita per rimproverare i loro cari di non aver ricevuto amore o la comprensione di cui avevano bisogno, ma anche per punire i loro amati.

Per terminare con tutto questo vittimismo e così tanta violenza contro di noi, dobbiamo smetterla di idealizzare l’autodistruzione delle donne, eliminare le lotte di potere in amore, demistificare la violenza romantica, potenziare tutte e rivendicare la figura di donne felici, allegre, combattive e di successo: molto meglio Madonna che la Whinehouse.  Perché la prima è viva, la seconda, no.
Dobbiamo abbattere questi miti romantici che legittimano la violenza romantica e costruire altre eroine che raggiungono i loro obiettivi grazie alle loro capacità, alla loro forza, intelligenza, la loro empatia, la loro capacità di solidarizzare e lavorare con altre donne.
Protagoniste che si amano come adulte che sono responsabili per i loro sentimenti e le emozioni, in grado di costruire relazioni amorose senza dipendere da nessuno, dalla libertà e autonomia personale.
Abbiamo bisogno di altri modelli di femminilità nella nostra cultura donne allegre, coraggiose, attive, sensibili e amorevoli che siano in grado di unirsi e separarsi, senza drammi e senza guerre romantiche. Altre storie, altri finali e altre forme di amare sono possibili ...

(traduzione a cura di Lia Di Peri)



http://haikita.blogspot.it

                                                                                               

domenica 16 agosto 2015

Perché gli uomini uccidono le donne?

Coral Herrera Gómez





Gli uomini uccidono le donne in tutto il mondo, perché sono stati educati e continuano a essere educati, in modo che risolvano i loro conflitti mediante la violenza; per questo la maggior parte di loro la usa per tutta la loro vita per ottenere ciò che vogliono o per risolvere i loro problemi.


Gli uomini uccidono le donne perché si credono i padroni delle loro compagne dei loro figli e figlie, della sua casa, della sua auto, del suo cane. Si sentono molto superiori e come proprietari fanno ciò che vogliono con loro.
Gli uomini uccidono le donne perché sono stati educati fin dall’infanzia per essere i Re assoluti della famiglia e dittatori in casa. I bambini imparano che i veri uomini sono sempre rispettati, obbediti e adorati e che, solo per essere uomini godono dell’amore incondizionato ed eterno, specialmente se gli/le altr* dipendono dalle loro risorse economiche.


Gli uomini uccidono le donne, perché in televisione siamo rappresentati come oggetti di possesso
che possono essere comprati e venduti, che possono essere violati e maltrattati, che provano abitualmente piacere nell’obbedire e assoggettarsi e che sono qui per soddisfare i desideri di qualsiasi uomo che possegga denaro. E come qualunque oggetto se non serviamo o non obbediamo, ci possono distruggere impunemente, perché la stampa lo chiamerà “ crimine passionale” e spiegherà “le sue ragioni”.
Gli uomini uccidono le donne perché la maggior parte non sa gestire le loro emozioni e vivono prigionieri della loro sofferenza, delle loro paure, del loro dolore, dei loro traumi, delle loro insicurezze, dei loro brutti ricordi, delle loro carenze affettive e dei loro più intimi problemi. Quanto più paura e dolore accumulano più drammaticamente si pongono. Quanto più insicuri si sentono più violenti sono.

Gli uomini uccidono le donne perché sono machisti : credono che nel mondo alcune persone siano migliori di altre e nessuno più di loro si colloca dalla nascita in cima alla gerarchia socio-economica e gli si regala una serie di privilegi: migliori salari, posti politici e imprenditoriali più alti, la proprietà di tutte le terre del pianeta è nel loro possesso (oltre l'80%). Essi governano in maggior misura rispetto alle donne, essi sono i padroni delle banche, delle imprese, dei mezzi di comunicazione; essi hanno i beni e le risorse che danno potere sugli altri e in particolare, sulle donne. Noi siamo per i machisti, come gli animali: un oggetto che si vende, si compra, si affitta, si scambia come bestiame, del quale si gode, si sfrutta, si mutila e si maltratta.


Gli uomini uccidono le donne perché la nostra cultura amorosa è patriarcale e si fonda sull’egoismo,sulla sofferenza, sulla disuguaglianza, sulle relazioni verticali, sulle lotte di potere. Il capitalismo romantico ci fa egoisti, il romanticismo patriarcale perpetua i miti romantici ed esalta il dolore come via per raggiungere l’amore. Il romanticismo patriarcale si basa sulla doppia morale sessuale, sul piacere della sofferenza, sulla dipendenza emozionale femminile, sulla violenza di genere, sull’odio come forma di relazione , sullo schema del dominio e sottomissione o su quella del padrone e dello schiavo.  Gli uomini si sono convinti che le donne sono buone o cattive e continuano ad avere paura della nostra libertà e autonomia, della nostra sessualità ed erotismo, perché non sanno come rapportarsi a noi come eguali. Sono stati educati a sentirsi adorati, rispettati e necessari, non per costruire relazioni egualitarie.
Gli uomini uccidono le donne perché non sopportano le sconfitte.  Non sanno gestire una rottura sentimentale, non gli hanno insegnato che la gente può liberamente seguire il proprio percorso, che nulla ci appartiene,che tutt* siamo liberi di unirci e separarci.  I bambini che sono educati patriarcalmente alla competitività più spietata non hanno gli strumenti per interagire sul piano dell’uguaglianza, hanno necessità di sentirsi vincitori e per questo una rottura sentimentale la vivono come un fallimento. Non dispongono di strumenti per superare il dolore, non possono parlare con nessuno per non sentirsi deboli o perdenti, non hanno nessuno cui rivolgersi quando si sentono disperati, perché si preoccupano più di dare un’immagine di forza e potenza. Non possono sfogarsi, non sanno chiedere aiuto e la televisione non smette di inviare loro messaggi di legittimazione e normalizzazione dell’uso della violenza quando si è costretti a difendersi o difendere le loro proprietà.




Gli uomini uccidono perché gli eroi maschili ammazzano e sono pieni di gloria. Il dio della nostra epoca è un dio guerriero, un maschio mitizzato per la sua forza e violenza. Nella pubblicità, nei fumetti, nei film, nei videogiochi, si rende culto ai guerrieri assassini siano essi androidi o cavalieri medievali.  Tutti i nostri eroi raggiungono i loro obiettivi mediante la violenza, per questo i film si sviluppano fra proiettili, bombe, frecce, colpi, pugni, machete e scene di tortura e dolore. La maggior parte dei film nelle sale cinematografiche rappresentano maschi alfa, armi e sangue, urla e violenza. In tutti, l’eroe esibisce la sua forza, il suo coraggio e la sua capacità di annientare chiunque nel suo cammino… gli effetti speciali e la musica della spettacolare fiction aumentano il suo potere seducente sugli spettatori e spettatrici, che ammirano la sensualità della violenza patriarcale e la poesia del virile sacrificio.


Gli uomini uccidono le donne perché sentono di aver sacrificato molto per essere quello che sono e che ciò gli dia il potere sulla vita di altre persone.  
Ai bambini insegniamo che se vogliono essere eroi e avere potere e fama , se vogliono essere il numero uno, se vogliono essere i migliori in tutto, devono sacrificarsi per ottenerlo. Il premio è molto seducente: se sei un macho patriarcale vincente avrai l’ammirazione e il rispetto di tutti gli altri machi e molte donne sospireranno per te e per la tua bellezza, per il tuo coraggio, il tuo potere, le tue risorse. Il sacrificio, però, è terribile: dovranno mutilarsi emotivamente, imparare a non piangere in pubblico, imparare a nascondere la loro vulnerabilità, a non esprimere emozioni e apparire freddi come un iceberg. Essi possono scatenare la loro rabbia o la loro frustrazione ma non emozioni come la tenerezza, l’affetto, la tristezza, la paura o l’amore. Queste sono cose da donne, queste persone imperfette, deboli e vili alle quali nessuno vuole somigliare.

Gli uomini uccidono le donne perché anche gli altri uomini uccidono le donne e perché nella guerra tra i sessi, le donne sono le nemiche.  Il sacrificio patriarcale comporta abbandonare il mondo delle donne per diventare un “vero uomo”, abbandonare il nido materno e unirsi solo ai propri pari, vale a dire, ai maschi che dimostrano di essere tali. Per non scendere nella gerarchia sociale gli uomini devono fornire costante prova della loro mascolinità per non essere paragonati alle donne, ai bambini agli omosessuali. Per evitare di perdere l'onore o di essere preso in giro nell'ambiente maschile, i giovani devono dimostrare costantemente la loro virilità: l'obiettivo è di guardare e sentire all'opposto di una donna. Da giovanissimi, gli si insegna a proteggere la loro libertà e a difendersi dall'enorme potere sessuale delle donne. Gli uomini machisti credono che innamorandosi perdano il loro potere, per questo hanno bisogno di sentire che controllano i loro sentimenti, che non si lasceranno manipolare dal nemico e che possono ucciderlo se non riescono a dominarlo. Se il nemico non si sottomette, si uccide, come in tutti i film e i racconti patriarcali, come in tutte le guerre tra i popoli.

Gli uomini che uccidono le donne per prima cosa sono terroristi: seminano il terrore in casa per anni e instaurano una sorta di guerra in cui lui è l’unico soldato armato. Essi impongono le norme e le fanno rispettare, esigono obbedienza e sottomissione, prendono decisioni e stabiliscono punizioni, pretendono che una o più donne soddisfino le loro necessità di base(sesso, cibo, igiene, cura e coccole, discendenza). Gli uomini machisti vogliono essere rispettati, ammirati, obbediti e hanno bisogno di sapersi necessari e imprescindibili, per questo esigono amore eterno e incondizionato, per questo vogliono essere i padroni assoluti, per questo credono di meritare il perdono quando si comportano male.

Gli uomini uccidono le donne perché godono di impunità e perché alla pubblica opinione non sembra così grave che, un uomo, ammazzi la “sua donna”,per questo pubblicano la notizia nella sezione “avvenimenti”, nonostante non sia un evento straordinario, perché le donne muoiono ogni settimana. Per perdere questa impunità è necessario che gli uomini condannino la violenza di genere e che i governi smettano di girarsi dall’altro lato, come se fosse una cosa da poco.

Gli uomini uccidono le donne perché non chiedono aiuto né lavorano per smettere di essere violenti e dominanti. Né i governi sembrano preoccuparsi per la quantità di adolescenti che dominano e maltrattano le loro compagne né per i bambini che sono assassinati in ogni femminicidio né per i bambini che riproducono il comportamento violento dei loro padri con le loro partner quando crescono. Né le istituzioni né la società puntano a insegnare la cultura del buon trattamento e l’uguaglianza agli uomini e i Media ci bombardano con immagini violente. Solo quando gli uomini fanno molto danno e causano molto dolore gli si offre la terapia o il carcere o entrambi.
Proposte per porre fine  al terrorismo machista e alla violenza di genere.

Io credo sia essenziale porre l’accento sulla responsabilità che hanno gli uomini per la violenza in tutto il mondo, chiedere che imparino a relazionarsi in altri modi e a comunicare per risolvere i conflitti senza violenza .  Essi non possono più rinviare il lavoro su di sé per de-patriarcalizzarsi e acquistare strumenti propri per affrontare la vita senza paura e senza violenza.
Gli uomini devono disporsi in mucchio, muoversi e unirsi al cambiamento che si avvicina : l’uguaglianza e il femminismo giunsero per affermarsi e i progressi sono inarrestabili. Sono sempre più i gruppi di uomini egualitari e anti-patriarcali che hanno cominciato a lavorare individualmente e collettivamente ma sono ancora una piccola minoranza (che ammiro).

La velocità con cui stiamo cambiando, implica che gli uomini debbano adattarsi e mettere da parte la tradizione dei privilegi machisti e il sogno molliccio di possedere una serva – moglie che lo esaudisca devotamente e all’infinito.
Devono smantellare tutto il patriarcato individuale e, collettivamente, imparare a fare autocritica amorosa,imparare a esprimere le loro emozioni, a comunicare orizzontalmente e trattare le donne come uguali, rinunciare a sentirsi superiori o inferiori gli altri, sbarazzarsi dalla necessità di vincere, conoscersi meglio e lavorare per essere persone migliori. I compiti che gli uomini hanno davanti sono molti e vari ma quanto prima iniziamo a detronizzare il macho alfa, prima la finiremo con gli stupri, gli abusi, le aggressioni e gli omicidi compiuti dagli uomini machisti.
Penso che possiamo porre fine a questo massacro di donne e bambini solo se la smettiamo con la disuguaglianza e il machismo e l’esaltazione poetica della violenza nei film e fiction. Abbiamo bisogno di rivoluzionare tutte le nostre strutture, porre fine alla cultura che celebra la violenza e il potere maschile per creare altra cultura più equa e pacifica, che promuova il bene comune, il buon trattamento, la diversità e l’amore.

Altre proposte per porre fine ala violenza di genere:

- Educare i bambini e le bambine ai valori del femminismo, dell’uguaglianza, diversità e solidarietà.

 -Imparare fin dall'infanzia a lavorare alla gestione delle emozioni. Allontanare i bambini dalle armi, insegnarli a divertirsi senza competere, insegnarli a condividere e a non discriminare.
- Demitizzare e depatriarcalizzare l’amore romantico per porre fine alle relazioni di dipendenza fondate sull’asse dominio/sottomissione.
 - Porre fine alle lotte di potere nelle nostre relazioni personali, con l’egoismo e lo sfruttamento degli uni sulle altre. Imparare a condividere, a lavorare insieme e relazionarci in modo orizzontale in uguaglianza.

- Consapevolizzare e formare i media e i giornalisti affinché evitino di fomentare la violenza contro le donne attraverso i miti e gli stereotipi machisti inclusi nelle loro notizie.

 - Richiedere ai governi che aumentino la tutela delle vittime e mettere in atto politiche di uguaglianza, che permettano alle donne di raggiungere l’autonomia economica e la garanzia dell’esercizio delle sue libertà.
 - Chiedere che i Media e le industrie culturali smettano di mitizzare la violenza come qualcosa di sublime e di grande.
  - Porre fine all'impunità degli aggressori e dei femminicidaEsigere dal governo politiche educative di prevenzione, assistenza e appoggio agli uomini che vogliano uscire dalla spirale della violenza in cui sono mediante la terapia e la formazione.
-   - Sensibilizzare le persone creative che scrivono racconti, sceneggiature, opere teatrali, canzoni, video-giochi, ecc., affinché non continuino ad adorare la figura sacralizzata del macho che ammazza e abbiano il coraggio di detronizzare gli eroi che uccidono, inventando altre trame, altri finali, altri protagonisti, altre mascolinità e altre femminilità che non siano patriarcali.

- Rendere visibili gli uomini femminista che lottano contro la violenza di genere, unirci tutt* nell’estirpamento di questa piaga sociale.


(traduzione di Lia Di Peri)

martedì 4 febbraio 2014

Come riconoscere se il mio amore è patriarcale.

di Coral Herrera Gómez




" la cosa che più mi preoccupa e come abbassare l'indice di egoismo"



Chiavi per trovare il patriarcato dentro di noi.


-      -  La possessività è patriarcale: le persone non sono nostre, ci accompagnano per un breve periodo lungo il cammino.
Se dimentichiamo che chiunque nasce libero e che gli esseri umani non sono merce; se dimentichiamo che le persone bisogna amarle come gli uccelli che volano liberi e liberamente arrivano alla tua finestra. Rinchiudere gli amabili uccelli e tappargli le ali è una vera crudeltà. Se dimentichiamo tutto questo, mentre cantiamo canzoni di amore patriarcale: “Io sono tua per sempre”, “ Lui è solo mio, il mio amore è tutto per lui.”, “Senza di te non sono niente”.

-     -   Le gerarchie dell’Amore sono patriarcali: dare tutto l'amore a una sola persona è gerarchizzare i sentimenti. Siamo tutti circondati da persone che ci apprezzano e apprezziamo. Abbiamo la famiglia, gli amici e persone con le quali condividiamo interessi. Dimenticare queste reti di amore e vivere per una sola persona è totalmente innaturale. Una persona non può essere la nostra unica ragione di essere felici. Troppa responsabilità. La tua felicità è dentro di te e nel complesso degli affetti che hai costruito. Dire “ sono sola”, quando ci sono tante persone che ti amano, è patriarcale. Gerarchizzare affetti ed emozioni è patriarcale, perché aprendo un po’ i nostri orizzonti affettivi, ci renderemo conto che amare è un fenomeno molto diverso.

-      - Sottomettersi o dominare un’altra persona è patriarcale, perché le relazioni basate sulla logica del padrone-schiavo sono patriarcali. Se si stabiliscono rapporti fondati sulla lotta di potere, si sta riproducendo la dinamica patriarcale delle relazioni sadiche e masochiste. Non mi riferisco alle persone che giocano in camera, ma della gente che gode umiliando o lasciandosi umiliare. Gli strumenti di controllo e di dominio sono sottili e pochi visibili, per questo tante donne, come gli uomini, nell’incontrarsi assumono ruoli opposti e riproducono l’eterna lotta di genere. Esse cercheranno di trattenerli nel calore di casa, essi cercheranno di far rispettare le loro libertà e i loro spazi. Essi cercheranno di trattenerli nel calore di casa, esse difenderanno o loro diritti e le loro libertà; gli uni e le altre cercando di portare sul loro terreno la persona amata, che sicuramente hanno conosciuto libera.

-     -  Pretendere che qualcuno rimanga accanto a noi, nonostante abbia già espresso il suo disamore o il suo rifiuto, è patriarcale. L’amore non si può pretendere, si dà, si riceve, si condivide liberamente. Qualsiasi meccanismo violento per spezzare la volontà altrui è patriarcale: minacce, ricatti, sporche strategie, ecc. Non permettere quindi, che nessuno obblighi a fare niente e stare attenti quando si ha bisogno di qualcosa da qualcuno, perché, senza rendersene conto, ci si comporta male. Fare autocritica per capire se si è una persona con etica amatoria o se si è senza scrupoli nella cerchia dei rapporti sentimentali.

-      -  Comportarsi male con la persona amata è patriarcale, perché le menzogne, i tradimenti, le urla, la violenza, le pretese, l’umiliazione, i ricatti, gli insulti, le minacce, lo abuso, il controllo e la sorveglianza, i continui rimproveri sono patriarcali. Se non si tratta con amore il proprio partner, in un piano di parità e di reciproco affetto, è necessario considerare di dover cambiare e de-patriarcalizzare il modo di relazionarsi. Perché gli abusi sono patriarcali, indipendentemente dalla loro provenienza.

Sopportare gli abusi è patriarcale. Perché siamo in grado di sopportare delle situazioni orribili e crediamo che si faccia “per amore”. La cultura sublima la donna che soffre, la dolorosa, la piagnucolona, perché solo raggiunge grandezza se è sempre maggiore il suo sacrificio. Così che molte adempiono il ruolo delle donne sofferenti senza considerare le conseguenze che questo potrà avere sullo stare bene, sulla psiche, sulle emozioni. Tanto peggio si comportano con noi, più vulnerabili e dipendenti siamo.  E poiché ci hanno insegnato ad aspettare che le cose cambino da sole o che qualcuno venga a salvarci, tardiamo molto a capire che il nostro partner non è una persona buona con noi, anche se davanti agli altri sembra un amore.  Il masochismo è patriarcale e deve essere evitato: sicuramente ci costa accettare che non ci amino o identificare quando il nostro compagno o amante non ci sta trattando bene. Non è facile sapere quando è il momento di finirla con queste situazioni, che lasciano ferite e che si prolungano a volte per tutta la vita, però qualunque momento è buono per rompere le catene che ci imprigionano, ci sminuiscono, ci torturano con romantica sofferenza. Come adesso, per esempio.

-       Essere egoista è patriarcale: stare a pensare sempre a ciò di cui si ha “bisogno”. Il nostro desiderio, i nostri sentimenti a tutto quello che l’altro non ci dà. Stare lì a pretendere. Isolare il partner dalla sua cerchia familiare e reti affettive è patriarcale. Pretendere di rinchiudere il partner nell’ambito domestico è patriarcale. Tenere il partner sempre dipendente da noi è egocentrismo. L’ego ci tende molte trappole patriarcali e si adatta superbamente ai privilegi di genere.

-      La colpevolizzazione è patriarcale. Perché è un’arma che serve a bloccarci e opprimerci. Perché possiamo usarla come arma per opprimere i nostri cari con atti di terribili ricatti. Le donne hanno vissuto immerse nella cultura cristiana della grande colpa e del peccato di Eva, per questo stiamo male per tutto: perché rompiamo con le relazioni che non ci rendono felici, perché lavoriamo e non accudiamo ai bambini, perché non diamo il cento per cento ogni giorno, perché ingrassiamo se non facciamo esercizi, perché decidiamo o perché non decidiamo.  Cerchiamo anche di far sentire in colpa con il vittimismo, l’uomo che ci lascia o la donna che confessa che non ci ama. Se ciò che vogliamo è raggiungere i nostri scopi, pretendendo che l’altra persona soddisfi i nostri desideri, dando dolore, stiamo cadendo nella cultura patriarcale che lega le donne con le sue invisibili catene.

-       La tradizionale divisione dei ruoli è patriarcale: Se si è donne etero che pensano che "tutti gli uomini sono uguali”, se si è donne lesbiche e si dà al partner tutto il potere, se si è gay e si decide di assumere il ruolo di “donna” con il partner, se si è lesbica e si decide di governare il rapporto, se si è un uomo eterosessuale che ha ancora problemi con la sua mascolinità e si fa maschio alfa per non sembrare beta… la divisione dei ruoli avviene non solo nelle coppie eterosessuali, ma in tutti i tipi di coppie. Anche nei gruppi: se alcune persone si riuniscono per celebrare la vita in campagna per mangiare carne arrostita, essi saranno intorno al fuoco, esse faranno l’insalata o puliranno, mentre ciascun gruppo parlerà delle sue cose, essi di calcio, moto, auto, ecc… esse di moda, salute, nutrizione, maternità e figli e pettegolezzi. Questa è la divisione dei ruoli: essendo donna devo parlare di determinati argomenti; per il concetto di femminilità devo fingere di essere fragile e debole; essendo uomo sono obbligato a essere coraggioso o aggressivo. In nome dell'amore, esse assumeranno il ruolo della principessa eletta al trono (sottomessa, compiacente, felice, addomesticata, tranquilla) ed essi si faranno carico dell’ideologia patriarcale mentre costruiscono la loro identità di genere e soffrono per tutti gli obblighi che comporta la mascolinità (apparenze, repressione delle emozioni, rapporti competitivi, contando i fallimenti sportivi, lavorativi e sociali).


Queste sono alcune delle chiavi per analizzare il patriarcato dentro di te e per il tentativo che stiamo facendo di de-patriarcalizzare le emozioni nel seminario on line, che conduco “ "Le signore che smettono di soffrire per amore"
 E’ un esercizio per cercare di capire come riproduciamo le strutture patriarcali nelle nostre relazioni o nel nostro modo di amare.
Dopo l'analisi, la proposta è di parlare e condividere queste chiavi per ripensare collettivamente il Romanticismo patriarcale, capire perché il romantico è politico e perché l'amore romantico è dannoso per l'uguaglianza.

Dopo aver individuato le chiavi romantiche della disuguaglianza, potremo costruire i nostri strumenti per affrontare le scoperte che abbiamo fatto dentro di noi. Dal forum, insieme lanciamo proposte per cercare altri modi di relazionarci, altre forme di amarsi in modo più egualitario e sano.


El Rincòn de Haika


(traduzione di Lia Di Peri)

domenica 5 gennaio 2014

Vissero felici e contenti? Le frustrazioni del mito dell’amore romantico.

Ana Requena Aquilar

  Foto della collezione 'Princesas caídas' de Dina Goldstein

Cenerentola e il suo principe si sposarono e vissero felici e contenti. La stessa cosa è accaduta con Biancaneve, Aurora, la Bella e tante altre principesse dei racconti e dei film. Che cosa è successo, però, dopo il matrimonio? E due anni dopo? Dieci anni dopo? Continuarono a essere felici? Condivisero i compiti di casa? Rispettarono le proprie carriere professionali? Continuarono ad attrarsi? Come risolvettero i loro problemi?
Il giorno di San Valentino mostra che il mito dell’amore romantico e gli argomenti che lo circondano continuano a diffondersi a macchia d’olio. L’amore non è un male, ciò che è male è mantenere un ideale d’amore che non corrisponde alla realtà, un amore che si considera, se sia vero amore, per sempre , in cui  non devono esserci dubbi o contraddizioni, momenti in cui si voglia e altri no, un amore  dove si passa dall’innamoramento a stare tutta la vita insieme. Queste idee creano confusione e frustrazione. I racconti e i film finiscono con le nozze, però nessuno ci dice cosa succede dopo – spiega Ianire Estébanez, psicologa e autrice de “ Il mio ragazzo mi controlla il normale”, un blog nel quale smantella i miti dell’amore romantico.
Coral Herrera, consulente di genere e autrice di una tesi di dottorato sul tema, spiega che lo schema dell’amore romantico non è cambiato molto: “E’ un’utopia emotiva trovare un principe azzurro per essere felici, sposarsi, avere dei figli, un’ipoteca… Si pretende che la persona incarni uno schema ideale”. Un modello in cui la coppia è considerata il miglior stato possibile, la solitudine ha una connotazione negativa, i dubbi e le contraddizioni non devono sussistere, così che tutto andrà bene.
Darei qualsiasi cosa per te “. 'L'amore richiede sacrificio'. ‘Senza di te io non sono niente. “L'amore tutto può", “Cerco la mia anima gemella”. I topici che idealizzano l’amore e lo mettono sopra ogni altra cosa sono facili da trovare nei film o canzoni, anche in quelle più recenti.
"E 'attraverso la cultura, che si creano gli schemi emotivi". Gli unici modelli che abbiamo sono i miti: nelle scuole non s’insegna a gestire le emozioni”, dice Herrera, che rileva “ i valori” come la gelosia, il possesso o l’esclusività, s’identificano necessariamente con l’amore ideale” . “ Sono linee guida assolutamente rigide su come deve essere l’amore” aggiunge la scrittrice.
La società promuove un modello di amore nel quale le coppie durano per sempre, dagli incentivi fiscali fino agli aiuti alle famiglie con figli. “ La società è pronta a unirsi di due in due, non di sei in sei o in un altro modo, perché così siamo più facilmente controllabili. Se si ha l’intenzione di stabilire un altro tipo di famiglia, compresa la coppia con altri valori, si perturba totalmente la struttura della società. Spesso se siete dei solitari, è difficile inserirsi nella società, soprattutto dalla trentina, dichiara Coral Herrera, che mira a incoraggiare i movimenti sociali e collettivi della Rete e solidarietà. Rileva anche uno dei gesti più simbolici sul concetto di amore e di coppia: "Quando si sposano, le donne sono sottobraccio al padre, che la ‘consegna’ al fidanzato, così che sembrerebbe non esserci un solo momento nel quale la donna stia sola senza un uomo accanto”.
Estébanez condivide questa idea e parla di altri tipi di compagnia e amore, che non sembrerebbero essere altrettanto importanti : gli amici, i parenti , i compagni di lavoro .
“ Dai venticinque anni circa si rafforzano i messaggi : perché sei single?, “quando ti sposi ? “ quando avrete dei figli?” Rompere con questo percorso scritto è difficile -spiega.
La scrittrice e femminista Beatriz Gimeno rileva anch’essa la cultura come una delle più grandi riproduttrici del mito. Per Gimeno, stiamo vivendo un arretramento rispetto ai progressi compiuti decenni fa . “ S’insiste più che mai sul concetto di amore romantico, un’idea che mescola la donna dedita all’amore e alla cura degli altri, con la modernità e la libertà sessuale. Il concetto però è sempre lo stesso: le donne sono ancora per gli altri, li pongono sopra le loro aspirazioni e desideri . Ad esempio , molte ragazze si vestono in modo che piaccia ai ragazzi o fanno sesso, perché piace a essi e non per darsi piacere. Alla fine , l'amore assume un'importanza sproporzionata e, molte donne, che non ottengono quest’amore, si frustrano, non concepiscono una vita senza un partner. "Non sono costrette a sposarsi, ma sono convinte che sia la migliore scelta e forma di vita” dichiara Gimeno.
 Anche Estébanez ritiene che la libertà sessuale delle giovani generazioni celi in fondo gli stessi cliché di sempre, che si mescolano con l'idea di cercare l’uomo ideale ': “Adesso i giovani hanno una vita sessuale e più possibilità che prima, le ragazze vivono diverse relazioni ed esperienze, ma l'obiettivo finale resta quello di incontrare l’amore perfetto". In qualche modo, si permette alla ragazza di sperimentare, perché lo scopo ultimo è questo, se non si vuole essere considerate una puttana o frigida.

"La cosa migliore – termina l’autrice de ‘ Il mio ragazzo mi controlla il normale - è un amore che non sia ‘ muoio per te e senza di te non sono niente’, ma sto bene con te e con te sono qualcosa, ma anche senza di te”.

eldiario.es

mercoledì 17 aprile 2013

Quelle donne immorali : le femministe

di Mercedes Rodríguez, docente di Psicologia dell'Università di Puerto Rico



                                             
                                                                    





Accusare di immoralità le donne in generale e le femministe in particolare è stato un referente in molte discussioni circa i diritti umani delle donne, nel corso della storia,in ogni tempo e in ogni luogo il mondo.
I paladini della morale politica e religiosa hanno messo in guardia la gente su ciò che chiamano le nostre " agende segrete" e le descrivono pericolose,perverse, promiscue, anti-famiglia,pedofile e "bestialiste" - atti in apparenza immorali.  Non è un caso la "confusione", né l'insulto : bollare di immoralità una persona,un gruppo, una famiglia, è una grave offesa che mira ad annientare la dignità e credibilità di coloro che vengono attaccati. L'insulto  è inoltre pianificato per paralizzare, mettere a tacere ed annullare le azioni.
Dagli anni '70 (per citare il tratto che ho più fresco nella memoria della partecipazione) le femministe sono state attaccate, giudicate, derise, scuoiate e in tanti modi perseguitate e represse per essersi espresse, riunite ed organizzate per denunciare i pregiudizi e le ingiustizie, per difendere il valore supremo della persona e per voler rivendicare i diritti di tutti gli esseri umani e delle umane. Mettendo in prospettiva le lotte sul corpo delle donne, penso all'agenda "delle immoralità"che abbiamo sviluppata e appoggiata nel corso degli ultimi 40 anni. Per grandi linee e senza pretesa di esaustività, nell'"agenda segreta" ho incluso:


- Convalidare le esperienze, le prospettive e le voci delle donne e loro importanza in tutti i settori dello sviluppo umano.

- Spiegare e promuovere nelle università e Centri di studio, così come nella gestione sociale e governativa, l'integrazione della prospettiva di genere: una nuova categoria di analisi, di ricerca, di discussione e di approccio, dalla quale si sono ripensati e trasformati tutti i saperi e le discipline accademiche che formano il modo di intendere la/le storia/e dell'umanità.

- Visibilizzare e denunciare le manifestazioni di discriminazione per ragioni di genere delle strutture patriarcali insieme ai diversi casi di violenza sessuale, collegandole con altre diseguaglianze, come la discriminazione nei confronti dei bambini, degli anziani; la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale che colpisce la vita di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, la discriminazione a causa della disabilità, razza, colore, origine, nazionalità o lo status di immigrazione  ...
Promuovere emendamenti alla legislazione per superare le esclusioni nella loro lingua e le disposizioni  e di chiarire e garantire l'inclusione nelle protezioni legali.


- Rivendicare l'uso di un linguaggio non sessista che elimini stereotipi e pregiudizi e proporre modelli che integrino la prospettiva di genere e dei diritti umani nei curricula e pratiche educative, che promuovano il rispetto per il valore e la dignità di tutte le persone e che coinvolgano gli individui e gruppi con l'"impegno" di costruire la pace con giustizia in tutti gli scenari di convivenza.

- Sostenere strategie globali,multidisciplinarie e multisettoriali per la prevenzione della discriminazione e la violenza e per la promozione della pace con giustizia.

- Denunciare la violenza machista e colonialista in tutte le sfere della vita, dal quotidiano allo strutturale esigendo il rispetto delle libertà civili, sociali e politiche e la piena partecipazione delle donne.

- Difendere il diritto alla salute e l'autonomia sessuale delle donne, compresi i loro diritti riproduttivi e il diritto alla pianificazione familiare, con accesso a tutti i servizi necessari prima, durante e dopo la gravidanza, così come il diritto di scegliere  un aborto sicuro e legale, se deciderà di interromperla.

- Denunciare la femminilizzazione della povertà, esigire giustizia salariale  ed economica, sostegno, alloggio, occupazione e opportunità di sviluppoper le capo-famiglia e le sue figlie e i figli.

- Combattere la violenza di genere nei media.

- Promuovere, pubblicare e distribuire materiale educativo (libri,giornali,volantini) su tematiche legate alle questioni di genere per l'orientamento e la formazione delle donne e della comunità.

- Favorire lo sviluppo di sensibilità, atteggiamenti e pratiche militanti delle "donne che aiutano le donne"nella denuncia di discriminazione, di violenza e disuguaglianze di genere e la promozione della benessere  personale  collettivo.


L'"immoralità" femminista oltrepassò i limiti cambiò la privacy e la pace familiare portò alla luce comportamenti come l'incesto e la violenza sessuale, psicologica e fisica nelle relazioni di coppia. Il personale diventò politico rivelando che le regole patriarcali di "casa dolce casa" stavano non solamente nascondendo la violenza ma anche la riproducevano.Si è scoperto che questa "tradizione di famiglia" ereditata, quasi di nascosto, di generazione in generazione provoca danni,spesso irreparabili, nelle famiglie più vulnerabili e,  conseguentemente,di tutto l'intero tessuto sociale.

Grazie alle nostre "immorali" denunce abbiamo messo  sotto accusa la promessa matrimoniale di stare insieme "finché morte non ci separi",sigillata dal rito religioso. Abbiamo rivelato che, per molte donne,questa promessa diventava una reale minaccia di morte per il comportamento, non molto cristiano,dei mariti aggresssori e  ancor peggio,per l'indifferenza delle istituzioni sociali, religiose e giuridiche che,di fronte a segnali letali distolgono lo sguardo alleati del machismo istituzionalizzato nella famiglia tradizionale.
 Nulla è stato nascosto. Tutto ciò che veniva occultato sotto il mantello dell'unità familiare è stato rivelato dalle testmonianze delle donne che trovavano nei progetti femministi la fiducia, il sostegno e la protezione per condividere le verità più intime e dolorose. Gli sguardi femministi si puntarono sulle richieste del rispetto per la vita delle donne, per la loro integrità e dignità, per la pace con giustizia. Di fronte ad un concetto patriarcale dell'amore di coppia e dell'unità familiare dove trovava ampio spazio la violenza, assumemmo una risposta inequivovabile di rifiuto.

Cambiare " il mondo" dal micro-spazio personale e familiare, così come gli spazi collettivi e politici diventò un imperativo della coscienza individuale e collettiva per le donne che  trovavano nel femminismo i fondamenti etici, gli strumenti e la solidarietà per rifiutare la violenza di genere e promuovere la partecipazione delle donne e la pace con giustizia in tutti i settori.
(...)

Mentre il patriarcato difende l'integrità della famiglia ( con la violenza nascosta e banalizzata), il femminismo difende l'integrità della vita delle persone che costituiscono le famiglie.
Mentre il patriarcato vuole delegittimare ed escludere come famiglie quelle persone e coppie che non siano eterosessuali, il femminismo accoglie tutte le diversità e chiama all'amore e rispetto dei diritti umani di tutte le persone.
Mentre il patriarcato squalifica maternità e paternità esercitate responsabilmente e amorevolmente dalle coppie dello stesso sesso, il femminismo dà il benvenuto alla generosità e libertà dell'amore,sia biologico che non, che accoglie, protegge,cura, l'infanzia.
Mentre patriarcato sostiene di essere il custode e guardiano della morale sessuale di comodo che nasconde e la violenza ed esclude, il femminismo la denuncia ed assume l'etica sociale della solidarietà, l'etica della giustizia dell'inclusione e la difesa delle famiglie e di tutti i suoi membri con rispetto e senza violenza.
Ovviamente, le femministe, queste "donne immorali" hanno fatto qualcosa di brutto: hanno sovvertito  il sistema e minacciano di fare la pace con giustizia; inoltre,amano, proteggono, difendono, accompagnano, sostengono,rinnovano e annunciano speranzose  un altro modo di essere, umano e libero... è possibile.
" Brilleremo"...con tutte le diversità, tutte le voci,tutte le vite: siamo tutte e siamo "una donna".
Immoralmente imperdonabili!

80grados





(traduzione di Lia Di Peri)