Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post

venerdì 10 febbraio 2017

Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.

 Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.






Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy  mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a favore dello affitto dei ventri delle donne  per soddisfare i desideri di quei genitori che vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare  correttivi e controlli, perché questa pratica che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista  Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.

Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come spiegazione  di un problema che colpisce migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto  di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo  - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo. Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi, la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna che gesta e partorisce.

No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come fabbrica di bambini. 
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle  persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato  scarpe. E’ anche questo infame.

Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare i desideri di una manciata di uomini ricchi.

Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi, sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.

Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo:  sesso e ventre riproduttore.

E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi nuovi uomini e donne della conoscenza  della comunità umana da cui provengono. Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi può pagarlo.

E ora, nei momenti decisivi di questa immediato  Congresso in cui dirigenti e militanti di Podemos, che deve definire e risolvere  che tipo di formazione politica sarà, quali scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da loro e in che modo possiamo confidare a che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano, se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.

Note

Íñigo Errejón politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos

traduzione di Lia Di Peri


http://blogs.publico.es/lidia-falcon

sabato 12 marzo 2016

Non si può resistere all'oppressione se altri non lo fanno con te

Intervista a Silvia Federici





Dove sono le donne nella lotta di classe? Per Silvia Federici la chiave di questa risposta sta nella divisione del lavoro e nel “ grande territorio di sfruttamento”, che è il lavoro domestico. “Il capitalismo si è appropriato del lavoro non pagato, si è costruito sulla degradazione del lavoro di riproduzione e di cura. Non è, però, un lavoro marginale ma il più importante, perché produce  soprattutto la capacità delle persone di lavorare “.

Il suo lavoro principale è intitolato Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva, pubblicato nel 2004. In quest’opera ha realizzato uno studio storico della "caccia alle streghe" datata dal XV secolo, quando l'Europa, alle origini del capitalismo, frazionò le terre comunali in porzioni di proprietà individuali, che sono state consegnate all’uomo. In quel momento, in cui il raccolto per il sostentamento si separò dal raccolto per il mercato, mettendo le donne in secondo piano, sui loro corpi si scatenarono le battaglie che portarono molte di loro – soprattutto le vecchie depositarie dei saperi e cultura – al rogo.


- C'è una spiegazione storica per l'aumento della violenza contro la donna?
Silvia Federici  - 
E’ importante riconoscere che la violenza è sempre stata presente in forma potenziale nel rapporto tra gli uomini e le donne in questa società. Molte donne sono picchiate se non preparano da mangiare; a molte donne si dice che non devono uscire, che devono rimanere in casa per prendersi cura dei figli, come parte dell’ordinamento del lavoro domestico. Io penso però che ci siano molte ragioni per l’aumento di questa violenza. La prima è la ricerca di autonomia, di fronte al rifiuto di adempiere i servizi che, tradizionalmente, hanno offerto agli uomini. La ricerca dell’indipendenza espone le donne al pericolo. Per esempio, con l'immigrazione: le espone alla violenza con le autorità alla frontiera e sul lavoro nella casa di persone che non conoscono, che le maltrattano. Questo non significa che le donne dovrebbero stare in casa ma denunciare una situazione di alto rischio in materia di occupazione per raggiungere l'indipendenza economica. In secondo luogo, credo che le donne sono state e sono coinvolte in molte lotte che la violenza arriva non solo dai singoli uomini ma anche dallo Stato e dai paramilitari (Federici si sofferma su questo punto che ritiene non marginale)
    Le donne hanno difeso l'uso non commerciale della ricchezza naturale, perché hanno una diversa concezione di ciò che è prezioso. Chi le dà la sicurezza? Non hanno fiducia nel denaro, ma nella sicurezza di avere animali, mucche, alberi. C'è violenza contro di loro perché sono le protagoniste di molte lotte.


-  Puoi tracciare un ponte tra le violenze del Medioevo e quelle attuali?

 Credo sia importante sottolineare un altro problema: ci hanno fatto il lavaggio di cervello su questi temi; ci hanno convinti che la produzione è un fine in sé, che nulla le equivale in termini di valore, che è giusto sottomettere la vita umana alla produzione.  E’ uno dei principi fondamentali del capitalismo e per lui tutto è legittimo: l’omicidio, la rapina, la guerra. Però anche tutto questo è penetrato nella nostra personalità: lo abbiamo interiorizzato.
E’ da molti anni che sento che il mostro è dentro di noi. Ad esempio, si tende a ridurre il tempo necessario per l'amicizia, per l'amore, per l’incontro. 
Raúl Zibechi mi diceva che il tempo condiviso è una delle chiavi nelle comunità zapatiste. Mi sembrava fondamentale ma al tempo stesso così difficile, perché dobbiamo cambiare noi stessi, convincerci che una delle ricchezze più grandi sono i rapporti con gli altri. E uno dei compiti più importanti è sviluppare la nostra personalità.Si dà valore a un telefono nuovo ma non alla capacità di essere più solidali, di non essere ostili, di trattarsi come nemici. Non si dà valore allo sviluppo delle capacità di comprensione, compassione ed empatia con il resto. La collaborazione è importante nel capitalismo solo quando è utilizzato per produrre qualcosa che si possa commercializzare per questo che abbiamo bisogno di un cambiamento di soggettività. Ho incontrato donne in un villaggio di Buenos Aires che mi hanno colpita per la ricca personalità che possedevano. Avevano fatto riunioni, assemblee su ciò di cui avevano bisogno: avere la luce nel quartiere, pavimentare la strada, perché si riempie di fango quando piove. Questo significa molto lavoro ma soprattutto un sacco di decisioni. Quando ci si muove fuori dalla ottica dello Stato e del mercato, tutto diventa un rischio. Tutto è rischio. Dovrebbe essere misurato bene cosa è importante e cosa non lo è: questo è un criterio che si crea insieme con gli altri. Solo da un rapporto di solidarietà può essere definito.

-       Le nuove forme di resistenza passano attraverso l’incontro?

-       Il concetto di creare il comune significa anche ricostruire il tessuto delle nostre società. Ogni ondata di sviluppo capitalistico ha distrutto il rapporto di fiducia, la conoscenza, il vicinato. Ad esempio, negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni la ristrutturazione territoriale ha distrutto tutte le comunità del nord-est, le comunità industriali. Lì dove le persone hanno lavorato per anni, dove avevano costruito forme di contro-potere, perché si conoscevano e sapevano che quando ci sarebbe stato uno sciopero il tuo vicino sarebbe stato accanto a te, avrebbe potuto sostenerti. Tutto è stato distrutto.Perché è così facile oggi espropriare, gentrificare (cambiamenti urbanistici)? Perché non c’è nulla che unisce la gente ai luoghi. Ci sono città americane in cui tutta la popolazione è nuova. Non si conoscono, quindi, non hanno capacità di resistenza. La gente non è pazza. Non può resiste alla oppressione e al dominio se non ha fiducia nel fatto che gli altri lottino con te.

    -  Potresti fare qualche esempio di questa resistenza?

-       Ci sono molti modi e non tutti sono ugualmente efficaci. Uno riguarda la creazione di forme di riproduzione fuori dal mercato. Quando abbiamo iniziato a stare insieme e pensare come costruire qualcosa in comune, è chiaro che la maggior parte delle persone vivono inserite in una rete di rapporti capitalistici e non può sapere fin dall'inizio se ciò che fa è capitalista o anticapitalista, se la fa crescere o cambiare. E 'anche chiaro che se non s’inizia a ricostruire il tessuto di relazioni, che è la fabbrica della nostra vita, a costruire rapporti che ci diano appoggio, solidarietà, fiducia, non possiamo resistere. Combattere la militarizzazione della vita, la disoccupazione, l'impoverimento intellettuale o morale. Questo è il problema comune oggi. Penso anche agli studenti e alla privatizzazione del sapere, alla resistenza della conoscenza in merce, perché per studiare, bisogna indebitarsi. Le lotte contro l'espropriazione delle terre sono le più importanti. Quando le grandi sementi, le aziende agro-alimentari, controllano le terre del mondo e noi non abbiamo alcun rapporto con ciò che mangiamo, non abbiamo alcun rapporto con la natura, noi siamo come animali chiusi nelle città.So che alcuni economisti marxisti, celebrano la città come il luogo delle grandi relazioni. Ma la città è anche una realtà sociale che è molto dipendente dalla terra. Quando non si controlla nulla del campo, dei boschi,delle coste, dei mari, siamo completamente vulnerabili a quello che ci impongono. Non abbiamo alcun controllo. Questo è quello che accade.

 -  Che effetto ha questa fase globale sui nostri corpi?

Il corpo della donna è trattato sempre più come una macchina. Un esempio sono i ventri in affitto, perché le donne che sono fecondate non sono trattate come le madri alle quali sarà dato il bebè. Alle prime è vietato nei contratti che firmano, di sviluppare l’affetto per quel bambino che devono partorire. Un altro attacco è legato alla cosmetica. Entro il movimento femminista noi donne abbiamo lottato contro l’estetica come disciplina, che è stata usata per dividere le donne. Questa commercializzazione del corpo delle donne sta ritornando. Anche se credo che il settore dove ciò si possa notare meglio è la salute. Quando si scopre di soffrire di una grave malattia è terribile se non si ha una comunità accanto a te che possa aiutarti a comprendere ciò che sta succedendo, pensare ai diversi tipi di terapia, accompagnarti dai medici. Se non hai questa comunità, sei perduta. Il protocollo medico di fronte al cancro ha una concezione militare della terapia: si combatte il cancro, si distrugge, si attacca, in modo molto traumatico. Il cancro al seno è un esempio paradigmatico di come si impongano le terapie che non tengono in alcuna considerazione, ciò che le donne sentono,le loro paure, la possibilità di cure alternative.Negli Stati Uniti si formano collettivi di donne con cancro al seno che si uniscono per sostenersi. Questo mi sembra indicativo del grado d’isolamento che ha questa società. L'isolamento è pericoloso perché debilita te e la tua capacità di resistenza.Un altro capitolo importante è la maternità. Negli Stati Uniti, in Tennessee, è stato approvato nel mese di agosto dello scorso anno una legge che stabilisce la pena della “aggressione aggravata” alle donne che consumano marijuana durante la gravidanza, che può arrivare fino a 15 anni. E’ considerato come un modo di uccidere il feto: un’aggressione.Io dico spesso che il corpo femminile è l'ultima frontiera del capitalismo.
 Produrre vita al di fuori del corpo della donna è l'ultima frontiera che il capitalismo  non è stato in grado di passare.

 - Che ruolo svolge in questo la memoria storica?

Credo che sia importante stabilire, contro la teoria dominante, che il capitalismo ha prodotto scarsità e non ricchezza. Almeno per noi è stato un impoverimento. Abbiamo perso il nostro rapporto con la natura: come possono i polinesiani navigare in mare senza strumenti, solo con la comprensione dei loro corpi, verso l’infrangersi delle onde? Non posso comprenderlo. Abbiamo perso il rapporto con il nostro corpo e con gli altri. Ci hanno chiuso in cose piccole, isolate, con la paura degli altri. L'impoverimento sta nel non essere in grado di comprendere e apprezzare la ricchezza che significa il rapporto con gli altri.Non solo questo ma aver perso la capacità di sentirsi parte di qualcosa più grande di se stessi. Questo tema è un'ossessione per me. Ci hanno limitati a cose così piccole.Il capitalismo ha avuto inizio con la recinzione dei campi per sfrattare i contadini ma anche per circondare le persone. Hanno troncato il rapporto con la natura, tagliato il rapporto con gli altri. Hanno tagliato le relazioni con il nostro corpo, mi riferisco a questa forma di auto-disciplina del distacco, questo processo di allontanamento dal proprio corpo. Questo è un impoverimento, quando ti senti una cosa piccola, isolata e non ti senti parte di qualcosa di più grande, di una storia. E 'importante capire che molte persone si sentono in contatto con un mondo di relazioni che va oltre la loro vita, che non vedono la fine della loro vita come la fine di tutto, che vedono la loro vita continuare negli altri. Questo significa essere parte di qualcosa di più grande. Quando si ha paura degli altr,i quando non si è in grado di apprezzare e comprendere la ricchezza che dà il rapporto con gli altri, siamo all’impoverimento.

Brecha

(traduzione a cura di Lia Di Peri)

venerdì 13 novembre 2015

Legalizzare la prostituzione per compiacere il prostitutore.

Ana Cuervo Pollán







La prostituzione è sempre stata una questione controversa. Recentemente, il dibattito si è ravvivato da quando Ciudadanos (il partito arancione, neo-liberista, omofobo e xenofobo, che si rifiuta di condannare il regime di Franco e la violenza contro le donne) si è espresso a favore della regolamentazione della prostituzione. Da un lato c'è la corrente regolametarista formata, nel  migliore dei casi, da persone di buona volontà che credono che legalizzando la prostituzione, le prostitute godranno di più diritti lavorativi.

Purtroppo, questo è confutabile. In paesi come la Germania e l'Olanda essa è legalizzata: le prostitute sono ancora controllate dalla mafia, i loro diritti sono sistematicamente ridotti, le loro giornate estenuanti; le autorità, come sempre, guardano dall’altro lato.  Mentre nel peggiore e più numeroso dei casi, i prosseneti vedrebbero dall’oggi al domani, la loro attività criminale diventare un affare legale e riconosciuto socialmente. I prostitutori saranno anche molto orgogliosi che il loro diritto di disporre del corpo delle donne per il loro piacere diverrà un diritto riconosciuto e legalizzato: pertanto, normalizzato.
Dall’altro lato abbiamo il femminismo abolizionista. Da questa posizione, noi crediamo che la prostituzione sia una forma di violenza machista. La pensiamo così, perché quest’attività comporta porre il corpo al servizio della volontà degli uomini che si credono in diritto di avere sempre una donna disposta a soddisfare le loro necessità sessuali senza fiatare.
Noi abolizioniste siamo state infamate fino all’inverosimile: ci considerano le custodi di una sessualità tradizionale che stigmatizza le donne che godono liberamente del loro corpo. Questo è falso e facilmente smontabile. Il femminismo abolizionista, mette in discussione una sessualità etero - normativa e coito-centrica che parte dall’assunto che le donne ci sono per soddisfare sessualmente gli uomini. Al contrario, il femminismo abolizionista difende le relazioni sessuali ugualitarie, libere, consensuali, reciproche e piacevoli. (ovvero, tutto quello che non entra nella testa di un puttaniere). Difendiamo il concetto che noi donne siamo padrone dei nostri corpi e godiamo di essi, come, quando e con chi desideriamo farlo. O di stare da sole. Pertanto, non v’è alcun motivo razionale per dipingere le abolizioniste come  quelle che difendono una sessualità ristretta, puritana o normativa. Piuttosto il contrario. E' la prostituzione che silenzia, ammutolisce, usa e subordina le donne ai suoi desideri, fantasie, gusti e bisogni sessuali, per servire i prostitutori e i loro desideri. Lo affermano le prostitute “ I prostitutori vengono a fare con noi, ciò che le loro donne non sopportano”. Noi abolizioniste siamo anche accusate di non ascoltare le donne prostituite, di ammutolirle, di infantilizzarle. Tuttavia, noi traiamo le conclusioni dalle loro testimonianze, dai dati che la realtà ci lancia. La maggior parte di loro sono vittime di tratta, circa il 90% e, in più, vivono situazioni di vulnerabilità (povertà, minacce ...). Questo non lo dicono solo quelle che vogliono l’eliminazione della prostituzione: lo dicono loro. E' sorellanza e non paternalismo ciò che esercita l’abolizionismo: è riconoscerle eguali e da uguali rivendichiamo la loro libertà. E lottiamo consapevoli che siamo compagne della stessa lotta: la lotta contro l’oppressione del patriarcato.
Lotto e lotterò per l’abolizione della prostituzione.  Il patriarcato e il capitalismo riproducono questa brutale forma di violenza contro le donne; il primo teorizza le donne come oggetto per la soddisfazione dell’uomo. Il capitalismo dice che ogni oggetto (e persona) è in grado di essere acquistato e sfruttato al fine di trarne profitto. Perché sono una femminista, voglio che le donne godano della loro sessualità libera, reciproca senza costrizione: che nessuno le compri o le venda per compiacere un macho.
Perché sono anticapitalista, credo che non tutto si compri e si venda; che le persone sono fini e non mezzi da cui trarre profitto, strumenti con i quali battere cassa. Per questo dico che il sesso e il piacere sono l'esatto contrario della realtà della prostituzione. Chiedo il perseguimento di cliente (come maltrattatore) e delle mafie (per tratta delle donne) e una vita pacifica e libera per tutte le prostituite, che credo meritino di non essere costrette a qualunque situazione indesiderabile.
Il problema non sono le prostitute, sono i puttanieri.

Leonoticias.com

(traduzione di Lia Di Peri)


domenica 28 giugno 2015

La rivolta nera negli Stati Uniti


Keeanga-Yamattha Taylor, docente alla Princeton University, membro del movimento Black Lives Matter e della International Socialist Organization (ISO).

Per la seconda volta in nove mesi, gli Stati Uniti furono scossi dalla rivolta di giovani afro-americani come risposta all'uccisione da parte della polizia di un giovane nero. Nell’agosto del 2014, la ribellione a Ferguson (Missouri) attirò l'attenzione del mondo sulla crisi che unisce la “applicazione della legge” e il razzismo negli Stati Uniti. Ma se il razzismo della polizia di Ferguson fu al centro della scena politica statunitense, la ribellione di Baltimora (aprile) trasformò questa coscienza generale in una grave crisi politica.

Ferguson, con soli 20.000 abitanti, è una piccola comunità periferica di Saint Louis (320.000), nello stato del Missouri. E 'una città abitata in prevalenza da afro-americani che sono governati brutalmente da un impianto politico bianco. Anche se il 67% della popolazione della città è nera, 50 dei 53 poliziotti di Ferguson sono bianchi. Il sindaco e tutti i consiglieri, ad eccezione di uno, sono bianchi. Pertanto, il confronto si avvicina di più alla dinamica razziale del Sud di Jim Crow (1), che alle esperienze degli afro-americani che vivono nelle principali città degli Stati Uniti. E’ per questa ragione che la rivolta di Baltimora è potenzialmente più pericolosa della lotta di Ferguson. Baltimora non è una piccola (o marginale) comunità di periferia, che può presentarsi come un luogo in cui ha perso il treno del presente. Viceversa, è una delle 26 città più grandi degli Stati Uniti, con una popolazione di 600.000 persone, di cui il 63% sono afro-americani. A differenza di Ferguson, i funzionari e rappresentanti neri (eletti) controllano l'apparato politico di Baltimora. Il sindaco è nero. Il capo della polizia è nero come la metà dei poliziotti. Il direttore delle scuole pubbliche è nero. Il Consiglio Comunale, tra cui il suo presidente, è composto di più della metà da afro-americani. Questo è un elemento cruciale per la crisi politica innescata da questa particolare rivolta. A Ferguson un elemento centrale del dibattito politico e un obiettivo degli attivisti locali era quello di aumentare il numero dei rappresentanti neri in uffici pubblici e l'assunzione di un numero aggiuntivo di poliziotti neri. A Baltimora, tuttavia, sono stati drammaticamente mostrati i limiti di tale strategia, evidenziando la bugia che negli Stati Uniti, non ci sarebbero differenze di razza o, anche, che sarebbe una società post-razziale. L’asserzione che rappresenta gli Stati Uniti come leader del mondo libero è stata minata.

Mentre questi ultimi continuano ad affermare il potere internazionale, prosegue lo spettacolo di poliziotti bianchi che assassinano e abusano uomini e donne nere. L'ipocrisia di Obama si rileva, quando, parla della democrazia americana, come ha fatto il 10 settembre 2014, spiegando la nuova guerra degli Stati Uniti contro lo “Stato islamico”. In quella occasione dichiarò che “ Stati Uniti, i nostri illimitati vantaggi, conferiscono un carico costante. Però noi, statunitensi, accettiamo la responsabilità di guidare. Dall’Europa fino all’Asia, dalle vastità dell'Africa alle capitali devastate dalla guerra del Medio Oriente, ci avviciniamo alla libertà, alla giustizia, alla dignità. Questi sono i valori che hanno guidato la nostra nazione dalla sua fondazione. "Questi commenti non corrispondono alla realtà, e oggi sono completamente assurde. Gli Stati Uniti non hanno un briciolo di credibilità nel momento in cui discutono di libertà, giustizia e dignità.
Questo è ciò che rende la crisi della “applicazione della legge” (azione di polizia) e il razzismo, fenomeni centrali della politica statunitense. Essa invalida la concezione stessa della classe dominante negli Stati Uniti e la democrazia statunitense. Baltimora si trova a circa 50 chilometri dal Campidoglio (la sede della legislatura federale, a Washington) dando ulteriore impulso alle ragioni della rivolta e la colloca al centro della vita politica statunitense. Si tratta di una crisi che probabilmente non finirà presto.  E’ dalle ribellioni degli anni ’60, che non vedevamo tanto fermento nelle città degli Stati Uniti, a pochi mesi di distanza. Le attuali rivolte indicano la possibilità della nascita di un movimento dei neri contro il razzismo e contro il modo di “mantenere l’ordine”. E 'la cosa più importante degli ultimi nove mesi.

Questo movimento è stato chiamato Black Lives Matter, in un hashtag creato durante le proteste contro l'assoluzione di George Zimmerman, la guardia che ammazzò Trayvon Martin, un giovane adolescente nero nel febbraio 2012. Il movimento ha guadagnato impulso per il semplice motivo che la polizia ha continuato a uccidere afroamericani senza essere punita o pochissimo. In tutti gli Stati Uniti, i giovani i neri della classe operaia, marciarono, protestarono si ribellarono contro la dilagante violenza della polizia, le molestie e le uccisioni nei quartieri, dove vivono i neri.  Dire che le comunità nere vivano di sottoccupazione e in condizioni che suggeriscono uno stato di polizia, non è un’esagerazione. E’ un fatto.
Prima di Baltimora: 381 persone uccise dalla polizia.

Il 2 marzo 2015, dopo tre mesi di ricerche il gruppo di lavoro creato dal presidente Barack Obama su "il mantenimento dell'ordine nel XXI secolo", presentò le sue conclusioni. La commissione fu creata sulla prima ondata nazionale di proteste avvenute nel mese di dicembre. Frettolosamente, Obama organizzò la Commissione per creare l’illusione che il governo federale rispondeva alle proteste popolari in modo che i manifestanti abbandonassero le strade. Incontrò giovani attivisti e alcuni di loro furono inclusi nella commissione, per darle un’aria di legittimità. Tre mesi più tardi la commissione presentava le sue conclusioni. Il contenuto, in realtà, non ha importanza alcuna.

La relazione contiene molte constatazioni, alcune utili, altre no; si potrebbero dire molte cose su di esse. Ma quello che forse è l’elemento più rivelatore di tutto ciò che si può trovare nella relazione del gruppo di lavoro, è che 29 giorni dopo dalla sua pubblicazione 111 persone, in più, furono assassinate dalle "forze dell'ordine". Questa cifra supera di 33, il numero delle persone uccise dalla polizia nel mese di febbraio. Alla fine di aprile, prima della ribellione di Baltimora, 381 persone sono state uccise dalla polizia dall'inizio dell'anno.
E questa è solo la punta dell’iceberg. All'inizio di quest'anno, The Guardian (Gran Bretagna) ha pubblicato un rapporto sul modo inconsistente del governo federale di contare le persone assassinate dalle "forze di sicurezza". E’ un modo eufemistico. Perché mentre il governo può dire quanti bambini muoiano d’influenza ogni settimana e il numero di uova deposte da galline ogni mese, nonché la percentuale di uomini bianchi anziani, che consumano noci come spuntino, non può informare su quante persone muoiano vittime delle "forze di sicurezza" in una settimana, mese o anno. Inoltre, non gli è possibile dire la razza o l'etnia di coloro che sono stati uccisi dalla polizia. Ma quando si osservano i numeri ammucchiati, si capisce il perché.
Uno studio del Bureau of Justice Statistics sugli omicidi della polizia per gli anni 2003-2009 e 2011, indica che essa uccise 7.427 persone. Una media di 928 persone l'anno. Confrontate questa cifra con i 58 soldati statunitensi morti in Iraq lo scorso anno. O le 78 persone uccise dalla polizia in Canada nel 2014. O, anche, che tra il 2010 e il 2014, la polizia inglese ha ucciso 4 persone. Mentre in Germania, la polizia non ha ucciso nessuno tra il 2013 e il 2014. In Cina, con una popolazione quattro volte e mezzo superiore a quello degli Stati Uniti, la polizia ha ucciso (dati ufficiali) 12 persone nel 2014.
E questo è solo una frazione di quello che sappiamo. Ci sono 18.000 dipartimenti di polizia negli Stati Uniti e solo 1.000 di loro si preoccupano di informare le autorità federali sul numero di persone uccise ogni anno. Il dipartimento di polizia della città di New York, per esempio, non ha indicato dal 2007 il numero di civili uccisi. Lo Stato della Florida non produce alcun rapporto. Pertanto, abbiamo una visione limitata della portata delle uccisioni di polizia negli Stati Uniti.  A causa della mancanza d’informazioni, non sappiamo quale percentuale di queste vittime siano afro-americani o latine. Ma sappiamo che gli afro-americani devono sottoporsi a un numero sproporzionato di "incontri" con la polizia. Così, si può stimare che la stragrande maggioranza dei morti sono pelle nera o marrone.
Se una cosa del genere fosse avvenuta in un altro paese, si sarebbe chiamato per quello che è realmente: un abuso spregevole di qualsiasi concetto di diritti umani e civili; recanti tutti i segni di uno stato di polizia, autoritaria, dove omicidi e abusi commessi da rappresentanti dello Stato rientrano nella categoria della perdita e dell’introito.   E il deficit è abbastanza alto. La sola Chicago ha speso 500 milioni dollari negli ultimi dieci anni per raggiungere un accordo o pagare un’azione legale a causa della brutalità della polizia nel processo di "morte ingiustificata". Nello stesso periodo, gli accordi giudiziari in processi per la brutalità della polizia o "morte ingiustificata" contro la polizia di New York, ha raggiunto una media di 100 milioni di euro l’anno, superiore a un miliardo di dollari. Qualsiasi altra istituzione pubblica che ha questo tipo di deficit di bilancio, ridurrebbe i servizi o li chiuderebbe. Quando il Consiglio di Chicago ha dichiarato che il suo deficit aveva raggiunto un miliardo di dollari, chiuse semplicemente 52 scuole pubbliche e non tornò indietro.

La polizia, però, è un’istituzione intoccabile negli Stati Uniti. In realtà, è l’istituzione pubblica che opera in ragione del ruolo essenziale di gestire, in modo certo, le conseguenze economiche, sociali e razziali della disuguaglianza nei quartieri dei neri poveri e le classi operaie.

L'eredità persistente della schiavitù

Le ribellioni e il movimento contro il terrorismo della polizia negli Stati Uniti non hanno fatto che amplificare il grado di violenza che lo Stato invoca nel mantenere l'ordine nelle città. In tal modo, si dimostra anche la debolezza anemica della ripresa economica negli Stati Uniti e la drammatica esclusione dei neri dalla nuova “opulenza”.
Ad esempio, la zona di Baltimora, dove Freddie Gray è stato incriminato, arrestato e poi ucciso dalla polizia, è uno delle più povere in tutta la città:
Il 21% sono disoccupati;
Il 25% degli edifici sono abbandonati e sono in condizioni deplorevoli;
L'aspettativa di vita è di sei anni in meno rispetto al resto della città;

Ufficialmente, il 30% vive in povertà;
La mortalità infantile è due volte superiore a quello della città nel suo complesso.
La povertà e la disuguaglianza degli abitanti di Sandtown, a Baltimora, è un indicatore di ciò che sia la vita urbana e nelle periferie delle grandi città per milioni di afro-americani che sono stati relegati al mondo di bassi salari e lavoro precario. Walmart (la compagnia del più grande supermercato del mondo) è il maggiore datore di lavoro dei neri statunitensi. Mentre il governo di Obama fa gargarismi con la ripresa dell'economia statunitense, raramente la maggior parte dei neri la sperimentano.

Il tasso di disoccupazione nera è ancora all’11%, mentre per i bianchi è stata ridotta al 5%.
La povertà, a livello nazionale, ha raggiunto il 30% dei neri.
Il 33% dei bambini neri, vivono in povertà ma questa cifra è del 55% per i bambini neri sotto i cinque anni.

Forse il più significativo indicatore dell’estremo razzismo della società statunitense e le conseguenze sociali che produce, può essere misurato dal fatto che il tasso di suicidi di bambini neri (tra 5 e 11 anni) è raddoppiato negli ultimi 20, mentre nei bambini bianchi è una statistica quasi impercettibile.

In altre parole, indipendentemente dai criteri, gli afro-americani statunitensi, hanno una minore qualità di vita dei bianchi. Questa è l'eredità della schiavitù e di Jim Crow tanto al Sud quanto al Nord, in un paese che ha storicamente confinato i neri nei quartieri poveri, nelle peggiori condizioni abitative e nelle peggiori scuole e posti di lavoro e con i salari più bassi. Questa storia della discriminazione razziale intenzionale continua oggi nella forma di vita dei neri, anche se il razzismo contro i neri non è legale o socialmente accettabile. Anche se il razzismo non è giuridicamente accettabile negli Stati Uniti, rimane in gran parte nei luoghi di lavoro, nell'accesso ai "buoni posti d’impiego" e alle risorse necessarie per migliorare le condizioni di vita.Nel frattempo, si sostiene che la povertà nelle comunità nere sia dovuta al fatto che i neri sono pigri, irresponsabili, e vivono dell’assistenza pubblica. Perciò si stabiliscono le condizioni, affinché i quartieri neri abbiano una maggiore vigilanza e controllo da parte delle "forze di sicurezza". Questo si combina con decenni di "guerra alla droga" (2), così come con le centinaia di strategie di carcerazione di migliaia di giovani neri e latini, uomini e donne, per frenare possibili disordini, mentre si fomenta il razzismo contro i neri. Questo, tra le altre ragioni, spiega perché le comunità nere siano stigmatizzate negli Stati Uniti.


Il “mantenimento dell’ordine” e i bilanci comunali.


Questo fenomeno è attualmente in corso.  E’ stato aggravato dalla svolta neo-liberista del “mantenere l’ordine” negli Stati Uniti. Non basta chiamare la polizia per reprimere e arrestare, ma per applicare la PV (multa di stazionamento, atteggiamenti, ecc.), che sono diventate una fonte importante di reddito per le città. La riluttanza di incrementare le entrate del governo attraverso le tasse ai ricchi, è compensata da un aumento della percentuale di entrate statali e municipali in questi ultimi anni. A Ferguson abbiamo appreso che alcuni degli scontri tra la polizia e la popolazione erano dovuti al fatto che la città si basa su multe e tasse come seconda fonte di reddito comunale. Ferguson, ha avuto, in media, tre PV per famiglia, con un conseguente accumulo di centinaia di dollari in multe pagate dalle famiglie della classe operaia. Ciò corrisponde a uno spostamento del carico fiscale verso i poveri e la classe operaia. Quando queste multe non sono pagate, ha inizio un’odissea giudiziaria difficile da risolvere per la gente comune a causa dell’insopportabile costo.
Quando la polizia di New York ha rallentato il lavoro (sciopero contro le multe, tra le altre cose), perché il sindaco ha timidamente criticato la polizia, dopo che un nero fu strangolato dalla stessa, la crisi ha rivelato l'entità della dipendenza della città verso la polizia, non solo per proteggere la proprietà privata, ma per espropriare il denaro e i beni dei cittadini comuni, mediante un vasto sistema di multe e PV.
La città di New York, nel 2014, ha avuto 10,4 milioni dollari a settimana dai PV (circa 16.000). La città ottiene quasi un miliardo di dollari l'anno derivanti da procedimenti legali, sanzioni pecuniarie penali o sanzioni amministrative di là dai PV, che la polizia cataloga come violazioni alla “qualità della vita”. Questo, naturalmente, crea gli incentivi affinché la polizia punti contro le persone e interi quartieri come fonti di reddito per la città.  Gli “ incontri” di questo tipo con la polizia impressionano. Perché le persone penalizzate dal sistema giudiziario, affrontano problemi nell'ottenere o mantenere l'occupazione, mettendo la loro stabilità economica a rischio.
Gli studi hanno dimostrato che i bianchi con precedenti penali avevano una maggiore probabilità di essere chiamati per un colloquio di lavoro, che i neri senza precedenti penali.  E 'quasi impossibile per un nero con precedenti penali trovare un lavoro.


La nuova sede della "elite nera"

Questo è il contesto in cui il nuovo movimento esplose. In coincidenza con un periodo politico in cui il potere in mani negre non si era mai visto prima. Ciò espone ulteriormente le dinamiche razziali e di classe in questa crisi che vivono gli Stati Uniti. Oggi, c'è un presidente nero, un procuratore generale nero (Loretta Lynch) per non parlare delle migliaia di funzionari e rappresentanti eletti nelle città e stati della nazione. Il Congresso ha 43 membri neri, la cifra più alta nella storia americana. Ovviamente, uno strato di nero è stato completamente assorbito e integrato dal capitalismo americano, come il presidente, che può essere il più appassionato quando si tratta di denunciare gli americani poveri africani e le classi lavoratrici.

La sindaca afroamericana di Baltimora, Stephanie Rawlings-Blake (ricopre la carica dal 2010), dichiarò poco prima della rivolta "molti di quelli sono qui nella comunità nera, sono diventati compiacenti di fronte ai crimini di neri contro altri neri (...) mentre molti di noi sosteniamo le proteste, diventando così il volto attivo di fronte alla cattiva condotta della polizia molti sono anche coloro che voltano le spalle, quando siamo noi a essere uccisi”. Lei, come Obama ovviamente, si riferisce ai giovani della ribellione nera come “teppisti” e “criminali”, due parole che non sono mai state utilizzate dai funzionari bianchi di Ferguson.  Cioè, noi assistiamo a  come funzionari rappresentanti neri eletti, contribuiscano a stigmatizzare la vita degli afroamericani in termini che, i loro colleghi bianchi, potrebbero usare impunemente. Essi rendono i neri responsabili del loro destino attraverso una retorica che enfatizza la cultura, la morale e l'irresponsabilità dei neri come una fonte di disuguaglianza; è un discorso che nasconde il problema principale: il razzismo e il capitalismo. Il divario si sta allargando tra l'elite nera e la classe operaia nera ed è ritornata importante la questione della solidarietà di classe nel movimento. Storicamente, il movimento nero fu sempre inteso attraverso i confini di classe a causa della natura generale del razzismo statunitense. Ma mentre un gran numero di funzionari e rappresentanti furono eletti per governare città e periferie, dove, vivono i lavoratori neri diventa più profondo l’antagonismo che rivela il concetto di solidarietà tra tutti i neri. Quando la sindaca di Baltimora, ha mobilitato l'esercito per occupare i quartieri neri- mentre i bianchi potevano andare e venire liberamente, ignorando quasi la legge marziale imposta ai neri - l'idea che siamo tutti dentro, nello stesso lato della barriera, esplose nella lotta. Il silenzio del movimento operaio e la divisione razziale persistente nella società statunitense e nella percezione della polizia, fa sì che i lavoratori bianchi, non siano visti come alleati naturali dei neri nella lotta contro la polizia.
A causa del movimento ribelle, le cose cominciano a cambiare. Oggi, la situazione rispetto a quella esistente un anno fa, gli atteggiamenti generali sulla polizia negli Stati Uniti stanno cambiando. Dopo la rivolta di Ferguson, lo scorso anno, il 58% dei bianchi ha detto che la razza non ha avuto alcun impatto sul mantenimento dell'ordine, contro il 20% dei neri. Oggi, questa cifra si è portata al 53%.  Nel mese di gennaio 2015, il 56% dei bianchi erano convinti che i rapporti di brutalità della polizia siano stati incidenti isolati, oggi, solo il 36%, la pensa così. Queste cifre sono lontane da quello che dovrebbe essere, ma indicano che le accuse di violenza della polizia, risultato dell’attivismo del movimento hanno la capacità di erodere ulteriormente l'atteggiamento della classe operaia bianca sul razzismo e la "applicazione della legge ".


Estendere il movimento oltre i neri più colpiti.


Dovrebbe estendersi oltre i neri i più colpiti. Perché ciò accada e continuare ad avere un effetto, il movimento deve crescere. Dovrebbe estendersi oltre i neri che sono i più colpiti. Esso dovrebbe coinvolgere altri settori della classe operaia che soffrono anche il razzismo e gli attacchi della polizia: latini, arabi, musulmani, lavoratori senza documenti, donne nere e transessuali, i quali soffrono anche gli abusi della polizia ma passano sovente inosservati a causa della propensione della violenza contro gli uomini neri. Il movimento Occupy, principalmente bianco, tuttavia ha mostrato la velocità con cui lo Stato può passare a usare il razzismo per giustificare l'espansione del suo potere dimantenere l’ordine” e riprendere subito le sue nuove tecnologie di sicurezza contro ogni minaccia al sistema politico.  Occupy aveva rappresentato una minaccia, che è stato oggetto di grande violenza e abusi della polizia. Inoltre, è necessario fare uno sforzo per coinvolgere i lavoratori organizzati nel movimento, poiché i lavoratori neri rappresentano un numero molto alto di sindacalizzati. Possiamo immaginare le future azioni sul posto di lavoro contro la brutalità della polizia e le uccisioni. Devono essere però organizzate e difese, soprattutto, quando gli organismi ufficiali del movimento sindacale statunitense continuano a stare in silenzio sui temi del razzismo e della violenza della polizia. Questa è la base sulla quale un movimento molto più ampio contro il terrorismo della polizia, può organizzarsi per dare battaglia. Ma questo deve essere parte di una strategia. E 'solo una delle funzioni che deve compiere la sinistra organizzata nei prossimi mesi.

In conclusione (…) Nel mese di agosto si compierà il 50° anniversario della ribellione di Watts a South Central, Los Angeles. A dire il vero, siamo nel periodo del 50 ° anniversario della rivolta nera nel 1960, durante la quale più di 500.000 afro-americani si ribellarono, in primo luogo contro la povertà, la mancanza di dimora, e la brutalità della polizia. Sulle ceneri della Watts Ribellione, è nato a Oakland (California) il Black Panther Party (Black Panther Party). Come auto-difesa contro la polizia. Per se stesse, queste celebrazioni sono anche esempi della  capacità di recupero della lotta dei negri/neri contro il persistente terrorismo della polizia. Non è quasi mai utile, comparare le epoche: è molto meno utile osservare il passato e dire che nulla sia cambiato. Tuttavia, questi anniversari sono esempi di continuità tra passato e presente e ci ricordano che, in alcuni casi, il passato non è passato.



(...)

A l'encontre
(traduzione di Lia Di Peri)

domenica 13 luglio 2014

Federici: Femminismo tra fuochi e fornelli.

Silvia Federici (1942, Parma) parla e sorride con calma. Ha le mani rugose e la lingua tagliente. E’ l’autrice di Calibano e la strega, corpo e accumulazione primitiva, il libro che incorpora nella caccia alle streghe, l’analisi marxista della transizione dalla società feudale al sistema capitalista.  Joana García Grenzner l’ha intervistata quando, a Barcellona, ha presentato questo libro. Oggi, Federici è la femminista più nota.



Com’è stata la visita a Zugarramurdi?


 Visitare la zona mi ha molto emozionata. E’ l’unico posto dei Paesi Baschi, secondo le mie ricerche, in cui gli uomini erano organizzati contro le streghe. Nel 1609 hanno iniziato a imprigionare, torturare e uccidere molte donne. Le cacciavano con gli strumenti che usavano i marinai per la caccia alle balene. Mi ha molto turbato vedere come stanno facendo affari vendendo un’immagine delle streghe che non corrisponde alla realtà. Stanno diffondendo una falsa immagine che degrada e le ridicolizza: donne grasse, con un naso grosso e vecchio. Mantengono l’immagine che crearono di esse i loro cacciatori.

Che cosa proponi?

Mi piacerebbe vedere una mobilitazione di donne nella quale si dicesse: Basta guadagnare denaro sulla nostra pelle”. Nei posti della zona avrebbero dovuto esserci dei cartelli che spiegassero cosa fosse realmente accaduto. E’ tempo di rivelare la storia di sangue, tortura, violenza e persecuzione.

 Il femminismo è smobilitato?


Il femminismo è oggi un fenomeno molto complesso. Da un lato c’è un nuovo movimento che sta sorgendo dalle più giovani, perché continuano ad avere la vita più difficile che degli uomini. Tutte le aspettative, una carriera, lavoro fuori di casa, divisione dei compiti, non si sono realizzate o si sono realizzate in modo limitato. Dall’altro lato, c’è un gran decadimento del femminismo, che è cominciato negli anni ’70 con le Nazioni Unite. L’ONU ha invaso il territorio femminista se n’è appropriato distorcendolo: ha ridefinito la sua agenda e ha distrutto tutto il suo potenziale sovversivo mantenendo solo una prospettiva neo-liberale.

Che cosa sarebbe questa prospettiva?

Quella che afferma che, la liberazione delle donne, passa per la sua carriera professionale e le pari opportunità. Sono rivendicazioni capitaliste e neo- liberiste. L’ONU ha creato un femminismo globale in cui le donne fanno parte di conferenze e Ong internazionali. Attaccano il lavoro non pagato, svalutando la riproduzione ed evitando di criticare come il capitalismo ha usato il corpo delle donne. Hanno creato un femminismo molto conciliante con l’agenda neo-liberista.  Dobbiamo riappropriarci delle politiche femministe.


 Il movimento femminista è morto?

Credo che oggi non esista un movimento femminista come movimento sociale di massa. Esiste un femminismo culturale, ma non un femminismo come forza politica e sociale. C’è una politica femminista che si trova in ogni movimento sociale, perché tutti hanno dovuto parlare con il femminismo. Non siamo nella stessa situazione di trent’anni fa. C’è molta più parità e noi donne abbiamo più autonomia rispetto agli uomini, però non rispetto al capitale. Non c’è una forza capace di contrastare il capitalismo. Alcune giovani donne hanno ripreso forme di comportamento che noi avevamo rifiutato e credo che ciò dimostri che stiamo andando verso una regressione.

Nel tuo lavoro, tu hai parlato del femminismo come una “rivoluzione incompiuta”. Il femminismo ha creato coscienza ma è fallito in quanto all’incidenza?

Sì. Il movimento femminista non è stato in grado di contrastare il processo di globalizzazione, che è stato riempito di continui attacchi al lavoro riproduttivo a tutti i livelli. Non è stato capace di opporsi ai tagli sociali, non è stato in grado di cambiare l’organizzazione del lavoro. Oggi, le ore lavorative sono di più che nel passato. Dieci ore! La conciliazione familiare è impossibile. Assistiamo a una grande crisi sul terreno della cura e le donne non hanno più il tempo per riposare, per leggere, né per partecipare a una riunione politica o a una manifestazione. Non hanno tempo per se stesse. Viviamo in continua ansia per la sopravvivenza. Le donne negli Stati Uniti consumano una gran quantità di antidepressivi. Sono vite piene di ansia, preoccupazioni e lavoro, lavoro, lavoro.

In che cosa ha sbagliato il femminismo?

Negli anni '70, quando abbiamo dovuto prendere decisioni strategiche, sia negli Stati Uniti sia in Europa, il movimento femminista abbandonò completamente il terreno della riproduzione e s’impegnò, quasi esclusivamente, sul lavoro fuori di casa L'obiettivo era di conquistare l'uguaglianza attraverso il terreno lavorativo. Gli uomini però erano oppressi in questo settore e raggiungere l’uguaglianza in fastidi e oppressioni non fu una strategia. Entrarono nel mondo lavorativo che era stato dominato dagli uomini, ma non videro che era il momento di attaccare il lavoro salariato. C’è stata una mancata visione del contesto sociale ed economico in cui si stava combattendo. Abbiamo combattuto con armi che non funzionavano.
A quel tempo, io lavoravo in un’organizzazione chiamata “'Campagna Internazionale per salari per i lavori domestici”. Pensavamo che senza la lotta per il lavoro riproduttivo non avremmo ottenuto nulla. Per cambiare la situazione delle donne, c’è da cambiare tre tipi di relazioni: donne- Stato, donne-uomini e donne – capitale. Il lavoro riproduttivo è qui una priorità. E’ il problema centrale, perché i ruoli che il capitalismo ha disegnato per le donne iniziano da qui: il capitalismo ha creato la divisione internazionale sessuale del lavoro. Dobbiamo partire da qui. Il movimento femminista non ha preso questa strada ed è una delle ragioni per le quali non ha potuto provocare grandi cambiamenti.

Nasce da qui la tua idea di “Rivoluzione zero”?

Sì, la Rivoluzione zero è quella che ancora non si è fatta, perché non si è preso in considerazione il problema della perdita di valore del lavoro riproduttivo.


 Stiamo vivendo una guerra contro le donne?
Sì, sì, sì, sì. Il capitalismo e la globalizzazione attaccano i mezzi di riproduzione: espropriazione delle terre, tagli nello Stato sociale, precarizzazione del lavoro e della vita. E’ una strategia classica del capitalismo, che Marx chiamava “ accumulazione originaria”: se vuoi aumentare i tuoi benefici e imporre una certa disciplina devi separare gli uomini e le donne dai mezzi di riproduzione. Se non hanno come riprodursi, dipendono da te. Accettano qualsiasi condizione. E chi sono i primi soggetti sociali impegnati nella riproduzione? Le donne.
Non puoi attaccare la riproduzione della forza lavoro senza attaccare le donne. La violenza contro le donne è parte del processo. In America Latina e in Africa, per esempio, dove le donne erano impegnate nell’ agricoltura di sussistenza, che stanno facendo le istituzioni internazionali? Strappare quella terra, privatizzarla.

Non credi sia pericoloso concentrare tutta la critica sul capitalismo? Le donne non sono libere dalla violenza negli altri sistemi.

Non ci sono altri sistemi, a parte il capitalismo, né a Cuba, né in Venezuela. Scherziamo? L’idea che il capitalismo sia solamente un sistema economico è un pregiudizio capitalista. E’ un sistema culturale e sociale. Non c’è economia, senza relazioni sociali, culturali o politiche. Oggi, tutti e tutte viviamo in un sistema capitalista. Ci sono paesi che distribuiscono la ricchezza meglio di altri, però non esistono paesi fuori dall’economia di mercato.
Non serve dire che vogliamo una società che non sia capitalista, perché potremmo costruire un sistema ancora peggio. Ciò che io voglio è creare una società non gerarchizzata, che non si basi sullo sfruttamento del lavoro di altre persone.

 Però, il patriarcato non è un sistema autonomo?

Personalmente, non lo credo. Il patriarcato da sempre ha fatto parte dei sistemi che si appropriavano del lavoro umano. Il corpo delle donne è una fonte di ricchezza, che ha nei figli e nelle figlie la manodopera. Siamo nella logica dello sfruttamento lavorativo. Il patriarcato non comincia con gli uomini che dominano le donne, ma con un sistema di lavoro che opprime gli uomini e che si basa nel controllo della sua principale fonte di ricchezza. Vi rendete  conto della ricchezza che presuppone il corpo delle donne? Immaginate se le donne decidessero di non avere più figli e figlie! Immaginate cosa succederebbe?

Il lesbismo potrebbe essere una soluzione?
Le lesbiche, oggi, hanno figli.

Non lascerai fuori dalle tue analisi le lesbiche?

Ho scritto molto su capitalismo e sessualità, sulla disciplina della sessualità che il capitalismo ha imposto. Negli anni ’70 parlavamo di una grande contraddizione nel capitalismo. La divisione del lavoro era allora, una divisione omosessuale: gli uomini lavoravano con gli uomini e le donne con le donne. L’eterosessualità esisteva soltanto nel matrimonio. Era difficile poi comprendersi dentro il matrimonio. La famiglia non è mai stato un luogo di serenità.
D’altra parte negli anni ’60 e ’70 io avevo chiaro che il lesbismo aveva un valore di rottura per molte ragioni. Il capitalismo dà il comando agli uomini, li trasforma in emissari del sistema in casa e in una relazione lesbica ciò non accade. Inoltre, il lesbismo presuppone una grande valorizzazione delle donne, in uno spazio di tranquillità, di liberazione da tantissime pressioni. Adesso, però, ho capito che ciò non basta, perché in una società eterosessuale, le relazioni lesbiche riproducono la logica etero patriarcale.
Credo, anche se non ne sono sicura, che questa capacità di rottura che il lesbismo una volta possedeva oggi, sia meno forte. Proprio il capitalismo ha ristrutturato la sua idea di famiglia per integrare le coppie omosessuali. Da qui, l’approvazione del matrimonio gay in tanti luoghi.
Ovviamente, il capitalismo ha bisogno di organizzare le case intorno al lavoro riproduttivo.

In questo contesto di crisi, nel quale si sono imposte come moda le torte e tortine, non si sta celebrando il lavoro riproduttivo?

C’è un gran dibattito, ora negli Stati Uniti, su questo. E’ un tipo di valorizzazione del lavoro a livello psicologico, però non c’è nessuna rottura a livello politico. E’ tutto il contrario. E’ una valvola di sicurezza. Non è un cambiamento, né rompe con il sistema. Significa soltanto che se hai tempo e soldi, puoi farti le tue torte in casa [ride].

Ma non è pericoloso che passi questo messaggio?

Il nostro discorso di valorizzazione del lavoro riproduttivo non ha nulla a che fare con le torte in casa. Dobbiamo lottare contro la deforestazione e il disboscamento; lottare perché non siano contaminati i fiumi e i mari; mettere la ricchezza prodotta a servizio delle donne. Si tratta di cambiare la logica del sistema. Produrre per la vita, non per il mercato.  Nessun bignè.

E se la torta la fa un’altra?


 Il movimento femminista ha fatto un grosso errore, non lottando per il salario domestico. Che succede adesso?  Che questa carica di lavoro lo assume un’altra donna. Molte, migranti. La ristrutturazione del lavoro domestico si fonda su una grande ingiustizia: donne che lasciano le loro famiglie e vanno lontane dalle loro case a curare le famiglie di altre donne. E’ vero, anche che ci sono donne che possono farsi carico delle loro famiglie senza aiuto. Odio essere moralista in questo senso, perché a volte non c’è altra scelta, però dobbiamo avere una strategia politica, che ci porti a un cambiamento di paradigma in cui uomini e donne decidano come riprodursi senza logica di potere.


traduzione di Lia Di Peri.

venerdì 31 gennaio 2014

L'industria della vagina. L'economia politica della commercializzazione del sesso.

"L'industri della vagina" di " di Sheila Jeffreys, ha un approccio dalla prospettiva di genere in tutti i settori del sesso in cui la donna è sfruttata, tra questi, la pornografia, principale promotrice e creatrice della domanda di prostituzione e la tratta, rompendo con l’immaginario delle stelle porno milionarie e felici.


Prologo

Nei primi anni novanta, la scrittrice inglese, laureata in scienze politiche, Sheila Jeffreys, emigrò in Australia, dove ebbe modo di costatare l'enorme crescita del commercio globale del sesso. Decise allora di iniziare un’indagine in grado di disarmare con validi e solidi argomenti, ciò che lei intendeva per “ipocrisia liberale”. L’industria della vagina esplora come il commercio del sesso, l’affare in piccola scala, furtivo e disprezzato si era trasformato in una grande industria, produttiva e legittimata come tale.

Trascriviamo di seguito la sua provocatoria introduzione convinte, che dobbiamo ripensare a questioni così controverse inquadrando le riflessioni nella fase attuale dell’etero-capitalismo globalizzato. Anticipiamo che l'autrice non affronta nel libro aspetti collegati alla prostituzione, alla quale sono sottoposti il gruppo di travestiti, ma si capisce che il libro ci aiuta a costruire nuovi registri di sensibilità per modellare le nostre percezioni, contribuendo a innovative problematiche per le teorie e pratiche femministe.
Introduzione: Dal prossenitismo al mercato redditizio.

Alla fine del XX secolo la prostituzione è diventata una fiorente industria del mercato globale, immensamente redditizia. Kate Millet scrisse nel 1970 che la prostituzione era “paradigmatica della base stessa della condizione femminile" che ha ridotto le donne a “fica”.

Prostituzione: " pratica culturale dannosa . " La più importante è la nuova ideologia e pratica economica di questi tempi neoliberisti, in cui la tolleranza della “libertà sessuale” converge con l'ideologia del libero mercato per ricostruire la prostituzione come "lavoro" legittimo, che funge da base per l’industria del sesso, sia a livello nazionale sia internazionale.
La prostituzione si è industrializzata e globalizzata alla fine del XX secolo e l’inizio del XXI: questo crescente settore del mercato deve essere inteso come la commercializzazione della subordinazione delle donne. Fino agli anni '70 vi era consenso tra i governi nazionali e il diritto internazionale in materia di prostituzione, la quale non doveva essere legalizzata né organizzata dallo Stato. La prostituzione era identificata nella Convenzione del 1949 contro la Tratta di persone, come incompatibile con la dignità umana e si segnalava come illegale reggente dei bordelli. Era lo spirito dell’epoca.
Questo carattere è cambiato con il neo-liberismo degli anni ’80, dando via a un processo attraverso il quale i prosseneti si sono trasformati in rispettabili uomini d’affari che potevano far parte del Rotary Club. L’attività dei bordelli fu legalizzata e diventò un settore di mercato in paesi come l'Australia, Olanda, Germania, Nuova Zelanda: lo spogliarello divenne moneta corrente nel settore "tempo libero" o " intrattenimento" e la pornografia tornò sufficientemente rispettabile per le aziende come la General Motors che incluse canali porno tra le loro imprese.
 Lo sfruttamento sessuale è una pratica con cui una o più persone riceve gratificazione sessuale o guadagno finanziario o miglioramenti attraverso l'abuso della sessualità di una persona e attraverso la revoca dei loro diritti umani alla dignità, uguaglianza, autonomia e benessere fisico e mentale. Comprende pratiche come lo stupro, anche se l’interesse economico è il mezzo principale di potere utilizzato per ottenere accesso sessuale alle giovani e donne. La forza bruta, il sequestro e l’inganno possono anche essere praticati.

L’industrializzazione si riferisce ai modi in cui le forme tradizionali di organizzazione della prostituzione sono state modificate dalle forze sociali ed economiche, con l'obiettivo di acquisire una scala più ampia, la concentrazione, la standardizzazione e l'integrazione nella sfera corporativa. La prostituzione finisce di essere una forma di abuso alle donne, illegale, esercitata su piccola scala, soprattutto a livello locale e socialmente disprezzata, per diventare un settore redditizio e legale, tollerata nei paesi in cui è illegale.
In Daulatdia, una città portuale del Bangladesh creata venti anni fa, 1.600 donne sono sessualmente utilizzate da 3.000 uomini il giorno.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che l’industria del sesso è tra il 2 e il 14%nelle Filippine, Malesia, Thailandia e Indonesia. Il governo coreano ha stimato nel 2002 che un milione di donne erano coinvolte nella prostituzione in un dato momento in quel paese. Si calcola che l’industria rappresenta il 4,4 % del prodotto interno lordo, più della silvicoltura, pesca e agricoltura combinata (4,1 %).
L’industria del sesso in Olanda, che ha legalizzato la prostituzione nel 2001, rappresentava in quello stesso anno il 5% del PIL. Dall'altra parte dei Paesi Bassi, dove si è legalizzata i guadagni, superano un trilione di dollari.
In Cina la prostituzione era stata proibita dal maoismo. Dal 1978 l’industria della prostituzione ha avuto un boom alla pari con l'economia di mercato. Si calcola tra 200.00/300.00 le donne prostituite a Pechino e circa 20 milioni in tutta la Cina. Essa costituisce l’8% dell'economia cinese ed è valutata intorno a 700 miliardi di dollari.
La globalizzazione dell’industria del sesso sostiene la prostituzione nell'economia internazionale in tanti modi. La tratta delle donne è diventata qualcosa di prezioso per le economie nazionali, per esempio, a causa del denaro che queste donne mandano nei loro paesi di origine. Governi come quello filippino incoraggia il traffico per autorizzare queste donne prima che lascino il paese. Nel 2004 le filippine, che si trovavano in Giappone, hanno inviato 258 milioni dollari nel loro paese. Ottantamila filippine entrarono in Giappone nel 2004 con un visto per sei mesi destinate al settore dello spettacolo: il 90 % lavorava nell'industria del sesso.
L’industria del sesso non produce profitti solo per i proprietari di bordelli, degli strip club o per le innovative e rispettabili imprese della pornografia. Molti attori se ne beneficiano finanziariamente, il che aiuta a rafforzare la prostituzione all'interno delle economie nazionali. Alberghi e compagnie aeree beneficiano del turismo sessuale e gli affari del turismo sessuale. Ai tassisti che spostano i clienti, l’industria del sesso dà una mazzetta. Le aziende che pubblicizzano bevande. La sicurezza personale e gli amministratori dei club, costumisti e truccatori delle spogliarelliste. L’aumento del 12 % dei profitti di Chivas Regal società che vende whisky, prodotto nel 2004, è stato attribuito alla sua associazione con i bordelli in Thailandia. Tutti i proventi derivanti dalla vendita di corpi femminili sul mercato, anche se le donne hanno ricevuto solo una piccola percentuale.
La globalizzazione dell'industria del sesso significa che i corpi non sono più confinati nei limiti della nazione. Il traffico, il turismo sessuale e il business delle mogli comprate per posta hanno garantito che la grave diseguaglianza delle donne può essere trasferita di là dai confini nazionali, in modo che le donne dei paesi poveri possano essere comprate per lo scopo sessuale di uomini dei paesi ricchi.
Il XX secolo ha visto il fatto che i paesi ricchi prostituiscono le donne dei paesi poveri come una nuova forma di colonialismo sessuale. Così, gli uomini possono compensare la perdita delle loro posizioni sociali nei paesi in cui le donne hanno aperto determinati canali verso l’uguaglianza ottenendo subordinazione femminile come qualcosa che può essere consumata in paesi poveri o importata. La catena di fornitura è stata interiorizzata attraverso la tratta delle donne su larga scala, dai paesi poveri provenienti dai diversi continenti, verso destinazioni che comprendono i vicini paesi ricchi, per esempio, dalla Corea del Nord, alla Cina destinazioni per il turismo sessuale come la Germania e l’Olanda.
Le tecnologie che permettono di fornire un corpo femminile a un acquirente sono cambiate e si sono sviluppate. Tuttavia, la vagina e altri parti del corpo femminile che compongono la materia prima della prostituzione rimangono come “ antica tecnologia”, insensibile al cambiamento. La vagina diventa il centro di una struttura organizzata su scala industriale, mentre ancora continua a essere legata a una serie di problemi inevitabilmente associati a questo uso particolare all'interno del corpo femminile: dolore, sanguinamento, gravidanza, malattie sessualmente trasmissibili e danni psicologici derivanti dall'uso del corpo femminile come strumento per il piacere dell'uomo.

Questioni di linguaggio.

La prostituzione è comunemente indicata come " lavoro sessuale ", il che suggerisce che dovrebbe essere vista come una forma legittima di lavoro. Questa posizione è alla base delle richieste di normalizzazione e la legalizzazione della prostituzione. Come corollario di questa posizione, si definiscono gli uomini che comprano donne e consumano la prostituzione come " clienti ", il che normalizza le loro pratiche come se fosse una qualsiasi altra forma di consumo. Coloro che governano i bordelli sono i “fornitori di servizi”.
Il linguaggio è importante. L’uso della lingua commerciale riguardo alla prostituzione mette in ombra la natura nociva di questa pratica e facilita lo sviluppo commerciale del settore a livello mondiale . È necessario trattenere e sviluppare la lingua che mostra i danni di questa industria. Per questo bisogna dire “ donne prostituite” invece di “lavoratrici del sesso”, perché suggerisce che essi siano in qualche modo danneggiate e si fa riferimento al prostituente. Chiamare gli acquirenti “prostitutori” e ai terzi che ottengono benefici come “magnaccia” o “reclutatori” che espone un motivato disprezzo per la pratica di ottenere ricavi dalla sofferenza delle donne. Riferirsi allo Stati che legalizzano la prostituzione, come “ Stati prosseneti”.

La prostituzione come pratica culturale dannosa


Molte pubblicazioni accademiche delle femministe sulla prostituzione che fanno riferimento al sesso come area di lavoro, si basano sul presupposto che è possibile e anche auspicabile distinguere tra le varie forme all'interno dell'industria del sesso: tra prostituzione adulta e minorile, fra tratta e prostituzione, tra prostituzione libera e forzata, tra settori legali e illegali dell’industria, tra prostituzione occidentale e non occidentale. La produzione delle differenze legittimerebbe alcune forme di prostituzione, per criticarne alcune e non altre. Nel libro si cercano connessioni e interrelazioni al posto di differenze e considera il modo in cui tutti questi aspetti di sfruttamento sessuale sono interdipendenti e interessati a vicenda.
Coloro che, cercano di fare distinzioni, sottoscrivono generalmente l’idea che ci sia una sorta di prostituzione libera e rispettabile che coinvolge gli adulti e può essere vista come lavoro e quindi legalizzata, una forma di prostituzione che fa appello all’individuo razionale e capace di scegliere e si basa sul contratto e uguaglianza. La maggior parte della prostituzione non rientra in questo quadro, tuttavia è una finzione necessaria sottostante, la normalizzazione e legalizzazione del settore. Questo libro utilizza un approccio femminista radicale che considera la prostituzione come una pratica culturale dannosa, che ha origine nella subordinazione delle donne e costituisce una forma di violenza nei loro confronti. Non adotta una posizione normalizzante. Per questo termina con una considerazione dei modi in cui l'industria globalizzata della prostituzione potrebbe arretrare, in modo che l’antica speranza del femminismo a che la prostituzione abbia fine ritorni un obiettivo immaginabile e ragionevole per le politiche pubbliche femministe.
… La prostituzione si fonda sull’idea che le donne hanno il ruolo stereotipato di offrire il loro corpo per il piacere maschile. Nel caso dei prostitutori, questa posizione segue il ruolo stereotipato del patriarca che ha il diritto di utilizzare, per la propria soddisfazione, il corpo delle donne. La tradizione la giustifica con il detto di sempre: "E 'il mestiere più antico del mondo “. Anche la schiavitù è antica, però raramente è convalidata per la sua antichità. La storica Gerda Lerner affronta molto proficuamente i modi in cui la prostituzione nei bordelli di Medio Oriente ebbe origine in seguito alle guerre, cioè, come un modo per utilizzare l’eccedenza delle donne schiave.
Anche se molti valori e credenze del dominio maschile sono stato o sono in fase di cambiamento in molte società, l'idea che la prostituzione sia necessaria come forma di protezione per le donne non prostitute o perché gli uomini non possono controllarsi, sta guadagnando forza, più che perderla. Lo scambio di donne tra gli uomini per l'accesso sessuale e riproduttivo, e per ottenere lavoro libero, è il fondamento della subordinazione delle donne ed è profondamente radicato nelle culture patriarcali.

stop a la cultura del porno


(traduzione di Lia Di Peri)