Visualizzazione post con etichetta politiche razziste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politiche razziste. Mostra tutti i post

giovedì 13 aprile 2017

Sull'uso del femminismo da parte del colonialismo e le conseguenze sul femminismo islamico


" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.

mercoledì 1 ottobre 2014

La giovane che non sapeva suonare il pianoforte ( e che fu assassinata da un femminicida).

Dahlia de la Cerda



Sandra ogni mattina si alzava presto, prendeva il caffè e aiutava nei lavori di casa. E’ disoccupata, ma essere disoccupata non vuol dire non essere impegnata. Tutti i giorni Sandra sbrigava i lavori domestici, sebbene siano sottovalutati dal sistema etero-patriarcale, sono lavori non meno degni che essere un bravo sportivo o avere un eccellente rendimento scolastico.
La giovane era diplomata e si era preparata per l’ammissione all’Università, ma non era stata ammessa, nonostante che il Governo avesse dichiarato che nessuna giovane che volesse accedere a un’istruzione superiore sarebbe stata fuori per mancanza di risorse. Sandra non ebbe accesso alle politiche pubbliche d’istruzione e cominciò a cercare lavoro mentre tentava, nuovamente, all’Università di Biologia, Economia aziendale, Storia o Medicina? A chi interessano i sogni di una ragazza che non era un genio nella Fisica né aveva un brillante futuro in Germania? Sandra non sapeva suonare il pianoforte, però aveva sogni, né più né meno validi dei nostri o del femminicida, che l’ha ammazzata il 27 luglio 2013. Sandra che voleva essere una modella, sognava di sfilare sulle passerelle e posare per riviste di moda. Qualche settimana prima, Javier, un ragazzo che aveva conosciuto su Facebook, le aveva promesso un lavoro come aiutante in campo. Sandra non immaginava che questo giovane le avrebbe strappato i suoi sogni, la sua vita e il suo futuro, uccidendola vigliaccamente.

Quel pomeriggio del 27 luglio Sandra uscì da casa a Ixtapaluca nello Stato del Messico. Ixtapaluca è uno dei luoghi più pericolosi per le donne in Messico. La macchina femminicida, i Governi negligenti e la misoginia istituzionalizzata hanno creato le condizioni per cui migliaia di donne muoiono per mano dei figli sani del patriarcato, che considera sua proprietà. Sandra, come ogni guerriera, usciva tutti i giorni da casa, per affrontare la macchina femminicida.
La giovane che non parlava tedesco, ma che aveva dei sogni, prese la metro e durante il tragitto pensò al promettente futuro che la attendeva nel mondo della moda, sognò di potersi pagare un’università privata. L’orologio segnava le 16:00 quando Sandra arrivò alla stazione di Tlatelolco, Javier la aspettava, si abbracciarono come se si conoscessero da una vita. Andarono al cinema e, dopo, a casa di Javier.
La voce di Sandra fu spenta ore dopo l’ingresso in quell’appartamento del decimo piano. Il suo corpo fu smembrato e buttato via come spazzatura. Non abbiamo la sua testimonianza, le sue mete non sono state raggiunte e i suoi sogni non si sono realizzati, perché un machista ferito nell’ego ha deciso di strangolarla a morte.
Javier racconta di aver fatto sesso consenziente, i periti affermano che vi fu stupro. Javier dichiara che dopo il rapporto sessuale, hanno parlato delle loro vite. Il giovane che sapeva suonare il pianoforte, cercò di impressionarla, prospettandole che si sarebbe recato in Germania e che fosse un genio della Fisica.
 QQQueste cose non interessavano la ragazza; lei valutava le conversazioni divertenti, i buoni momenti e non i meriti accademici.  Essere un genio in Fisica ti rende, per caso una persona migliore? Sandra, una giovane allegra e ironica, scherzò sulle arie di grandezza di Javier, un ragazzo sopravvalutato, un ragazzo gonfiato dagli applausi delle sue amiche ed ex fidanzate. Questo fece infuriare Javier. “ Com’è possibile che rida di me?” avrà pensato - Come si permette di burlarsi delle mie medaglie? Sono uno studente modello! Sono un eroe! Chi si crede di essere questa qui?”. Non era frustrazione e non era dolore: era l’ego ferito di un macho, lo stesso ego ferito che usano gli stupratori per giustificare i loro crimini, quando una ragazza dice di no. Nel patriarcato, noi donne, ci siamo per applaudire gli uomini, per ammirarli, per dirgli di sì. E che cosa succede se non vogliamo? E se ci appaiono presuntuosi e ignoranti? Se la loro conversazione è noiosa e vanagloriosa? Se non ci interessano? Allora, ci ammazzano.

 Il giovane che sapeva suonare il piano aveva anche la forza sufficiente per buttare a  terra Sandra con un solo colpo. Javier non solo era un ottimo musicista e studente eccezionale, ma  anche un ottimo sportivo, il che significa che i suoi pugni sono considerati in alcuni contesti legali come arma bianca. Sandra si alzò e forse nel tentativo di difendersi gli ha graffiato il viso, gridandogli arrabbiata che non avrebbe permesso a nessun uomo di trattarla in quel modo. Javier la afferrò per il collo e strinse forte. La promessa della chimica, il quasi di madrelingua tedesca e che non ha un profilo da femminicida – perché dalle nostre letture classiste e razziste, immaginiamo che il femminicida sia brutto, povero e stupido, ha stretto il collo per cinque minuti, poteva lasciarla in qualsiasi momento, cacciarla via dalla sua casa, ma non l’ha fatto: ha stretto forte il collo fino a ucciderla. Come chi, avendo ucciso poco prima una zanzara, cioè senza rimorso alcuno, Javier va a dormire. Il mattino dopo, alzatosi, si prepara a smembrare il cadavere.  Il ragazzo che nel 2006 viaggiò in Germania, rimanendo abbagliato, si è caricato cinquanta chili – fare attività sportiva ha indubbiamente i suoi vantaggi – non voleva però che crimine fosse scoperto ed era impossibile togliere il corpo di Sandra dal suo appartamento senza destare sospetti. Dopo averci pensato un momento, andò in cucina, impugnò un coltello e squartò il corpo di Sandra. I resti della ragazza che voleva essere una modella e andare all’università, furono insacchettati e sparsi in posti strategici, rendendo impossibile la sua scoperta.
Javier fuggì. Per un anno ha vissuto sotto il nome di Carlos. Ha mantenuto la comunicazione con la sua famiglia ed è stato finalmente catturato nel luglio di quest'anno. Nella sua dichiarazione, Javier ha colpevolizzato Sandra di ciò che è accaduto, ha dichiarato che non ricorda che cosa sia successo, perché era fuori di sé.  Non è raro che un giovane, che ha sempre usato un linguaggio corretto, che si è sempre espresso in termini tecnici, faccia appello a un’emozione incontrollabile e avocare la pazzia per attenuare la punizione. E 'probabile che questo genio del patriarcato abbia chiaro che un in un sistema di giustizia che ha creato le istituzioni che permettono la violenza contro le donne, agiti sistematicamente la colpevolizzazione della vittima, deviando l’attenzione dal vero problema: la violenza femminicida esercitata sul corpo di Sandra. La violenza femminicida che ha strappato i sogni di una giovane che voleva diventare una modella.
Il ragazzo che salì sul podio per ricevere la medaglia di bronzo, ha detto che per la gran parte della sua vita ha subito il bullismo, perdendo per questo il controllo di fronte alla burla di Sandra. Javier, però, non ha antecedenti di violenza, il che implica che non era un giovane predisposto alla perdita di controllo, al contrario, le persone lo conoscono come un ragazzo educato e tranquillo. Perché come  Carlos, il nome assunto durante la latitanza non si è mai messo nei guai? Perché non ha mai reagito al bullismo? Perché Javier, non ha alcun problema con l’autocontrollo; Javier è un delinquente che in un esercizio di potere ha ammazzato Sandra Camacho; è un figlio sano del patriarcato. Javier ha ucciso Sandra perché è un femminicida.
Le dichiarazioni di Javier hanno provocato l’empatia degli egemonici mass media, che lo ritraggono come una povera vittima delle circostanze, un giovane che aveva davanti a sé un brillante futuro ma che ha avuto la sfortuna di incontrare una ragazza povera, ignorante, senza aspettative.
Ci raccontano che il pianista non voleva ucciderla, però lei, stronza e senza cuore, non gli ha lasciato scelta.  Viceversa, Sandra è narrata dall’alterità, dalla precarietà, dallo squallore. L’interiorizzata misoginia impedisce di capire che, presentare Javier dalla fragilità, giustificando i suoi atti è colpevolizzare Sandra.
I valori patriarcali e capitalistici, come l’ossessione per il denaro, l’eccessiva ricerca di eccellere e la sopravvalutazione dei meriti accademici fondati sui numeri e l’accumulo delle conoscenze ci porta a credere che, il crimine sia meno crimine se commesso da un genio della fisica. Il disprezzo per chi non è conforme alle qualità socialmente ritenute degne di applausi, ci fa percepire che esistano morti meno compassionevoli di altre. La morte di Sandra non è compassionevole né per il patriarcato né per il capitalismo, perché era una giovane donna che sopravviveva dalla periferia, che lottava dalla precarietà, una giovane espulsa dal sistema educativo e dall’offerta lavorativa, mentre al contempo, il suo femminicidio è ridimensionato perché lui era produttivo, studioso e predominante.
Sandra non ha fottuto la vita a Javier: Javier ha fottuto la vita a Sandra. Il futuro di Javier non fu stroncato, Javier ha stroncato i sogni della giovane che voleva entrare all’università. La vita non ha ribaltato le valutazioni al giovane pianista, il giovane pianista ha rovesciato quelle di Sandra.  Noi donne non siamo responsabili per le violenze che si esercitano sui nostri corpi, però i pianisti, i geni della fisica, i grandi sportivi, i presidenti, i Governi, i mezzi di comunicazione femminicida, sì, sono responsabili di continuare ad alimentare la macchina femminicida.


La Critica

tradotto da Lia Di Peri


sabato 23 agosto 2014

Il fantasma di Dred Scott vaga per le strade di Fergurson

di Amy Goodman con la collaborazione di Denis Moynihan






Migliaia di persone hanno partecipato questa settimana alle manifestazioni contro l’uccisione da parte della polizia di Michael Brown, un giovane afro - statunitense, che era disarmato, nel quartiere di Ferguson, St. Louis, Missouri. Pochi giorni prima di andare al College, Brown è morto dissanguato a causa degli spari della polizia. In pieno giorno. La polizia ha lasciato il cadavere del giovane, in mezzo alla strada per quattro ore, dietro il cordone della stessa, mentre i vicini si avvicinavano osservando la scena con orrore. I cittadini hanno protestato indignati, proteste che la polizia ha brutalmente represso. Vestiti in tenuta paramilitare e dentro veicoli blindati, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e bombe a mano e ha puntato armi automatiche contro i manifestanti. Moltissimi giornalisti e manifestanti che protestavano pacificamente sono stati arrestati.

 Le proteste si sono verificate in West Florissant Avenue a Ferguson. A quasi sette chilometri a sud dell’epicentro delle proteste, nella pace del cimitero di Calvary, riposano i resti di Dred Scott, un uomo nato schiavo, divenuto famoso per aver combattuto in Tribunale l’ottenimento della libertà. La decisione nel caso di Dred Scott, emessa nel 1857, è stata ampiamente considerata come la peggiore della storia della Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte decise che gli afrodiscendenti, schiavi o liberi, mai sarebbero potuti essere cittadini.





                                                     

                                                                

Dred Scott nacque in schiavitù in Virginia, intorno al 1799 (lo stesso anno in cui morì il presidente George Washington, un noto proprietario di schiavi in Virginia). Il padrone di Scott si trasferì dalla Virginia al Missouri, uno stato schiavista. Egli fu venduto a John Emerson, un chirurgo dell’esercito degli Stati Uniti. Nel 1847, Scott, presentò una domanda contro Emerson, davanti al tribunale di St. Louis, per rivendicare la sua libertà. Scott e la sua famiglia vinsero il giudizio e la libertà in prima istanza ma questa decisione fu poi revocata dalla Corte Suprema del Missouri. Il caso arrivò dopo alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nella sentenza della Corte, il presidente Roger Taney, schiavista, scrisse: “ Un negro libero di razza africana, i cui antenati sono stati portati in questo paese e venduti come schiavi, non è un cittadino, in direzione di quanto stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti”. Fui così che la Corte dichiarò che tutte le persone afrodiscendenti, liberi o schiavi, non erano cittadini e mai lo sarebbero stati.

La sentenza dichiarò incostituzionale anche il Compromesso del Missouri, un accordo che lo trasformava in Stato schiavista, ma stabiliva che i territori del nord degli Stati Uniti, un paese che stava sperimentando una rapida espansione, sarebbero stati territori liberi e la schiavitù proibita. La decisione nel caso di Dred Scott, aprì questi territori alla schiavitù e fu considerata una vittoria per gli Stati schiavisti del sud. La sentenza sorprese tutto il paese. Abramo Lincoln invocò la decisione nel suo famoso discorso, noto come la "Casa Divisa". "Credo che questo governo non possa continuare in modo permanente, essendo metà schiavo e metà libero”, affermò Lincoln.
La sentenza Dred Scott avrebbe aiutato Lincoln a divenire il futuro presidente e contribuirà a spingere il paese alla guerra civile.



Il professore john a. Powell (che scrive il suo nome in minuscolo) tiene corsi su Dred Scott. Powell ed è un docente di diritto e studi afro-americani  presso l’University of California, Berkeley. Egli nota un legame tra quella terribile sentenza e i problemi che stanno attualmente attraversando gli Stati Uniti. Powell mi ha detto: “ Non abbiamo pienamente riconosciuto i negri e altre persone come cittadini a pieno titolo, come persone intere”.
Le manifestazioni a Ferguson sorgono in parte, egli dichiara, perché “ la comunità negra soffre l’eccessivo controllo della polizia e non è protetta”.

Ferguson simboleggia le profonde divisioni razziali, che persistono oggi negli Stati Uniti. Dal 1980, la città è passata da una popolazione a maggioranza bianca a una di maggioranza nera. Tuttavia, il sindaco è bianco. Il consiglio comunale è composto principalmente da persone bianche, così come il Consiglio d’Istituto. L’evento più indicativo per le proteste è forse, che cinquanta dei cinquantatré agenti di polizia siano bianchi. Il pastore Michael McBride, de Berkeley, California, si è recato a Ferguson, organizzando la comunità dopo l’assassinio di Michael Brown. Fermandosi in piedi, davanti a un blindato della polizia,  ha affermato che la violenza di quest’ultima è sistematica ed è conseguenza della “ paura irrazionale degli uomini negri. Se si ha così paura degli uomini neri, allora, non dovrebbero esserci poliziotti nelle comunità negre”.
Gli abitanti di Ferguson chiedono giustizia per Michael Brown e l’arresto di Darren Wilson, l’agente di polizia che l’ha ucciso. Diversi collettivi chiedono che un procuratore speciale s’incarichi del caso, che si ritiri da Ferguson, la Guardia Nazionale e che il Dipartimento di Giustizia dia inizio a un’inchiesta su tutti i casi in cui la polizia abbia sparato su persone non bianche, disarmate.
Dred Scott perse la causa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1857, ma nel tempo, conquistò la sua libertà da un altro padrone. Scott, purtroppo, morì di tubercolosi, un anno più tardi, nel 1858. A pochi chilometri dal luogo dove giacciono i suoi resti, in mezzo alla nube di gas lacrimogeni, ancora riecheggia l’eco della sua vita e della sua lotta.


 democracy now

(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 30 maggio 2014

Il tuo spirito libertario mi violenta: Lettera al mio Macho progressista preferito.


Vanessa Rivera de la Fuente






Ti ho trovato su Facebook – il tuo avamposto di battaglia - difendendo i diritti delle donne e… Zac, ti sei rivolto a me indignato. Mi hai chiesto, con l’arroganza del saggio, unico depositario della Libertà: “Qual è l’argomento teologico per cui usi l’hijab (velo islamico)?" devi spiegarlo al mio ombelico occidentale, universalista, omnicomprensivo libertario. Perché ti vesti così? "A me non piace.”
Ok, macho progressista: Come va? Che ovaie! A me non interessano le opinioni teologiche, né culturali di altri machi come te, su come devo o non devo vestirmi. Sulla mia vita io non ti devo alcuna spiegazione.
Dimmi perché dovrei farlo? A quanto pare ciò che manca è che io debba giustificare il mio guardaroba. Piuttosto, dalla tua presunta superiorità di genere e culturale, spiegami tu, perché le donne si sottopongono alla chirurgia plastica e s’iniettano il Botox da rimanere così tirate? Perché non si è approfondita la storia delle colonizzazioni e la predazione brutale sull’eco-sistema e i corpi delle donne e tutto ciò che n’è conseguito? Perché non parliamo della responsabilità della tua società “ civile e progressista” nello sfruttamento lavorativo e traffico sessuale di quelle donne che vuoi salvare dal loro abbigliamento? Perché non sei ugualmente indignato per la diminuzione dei diritti riproduttivi delle donne nel mondo sviluppato al quale ti fregi di appartenere?

Il Patriarcato esiste solo in direzione delle donne mussulmane e degli uomini dalla pelle scura e barbuta?Tutta l’oppressione femminile si spiega con un pezzo di stoffa di 70X150 centimetri? Da dove viene quest’aria di superiorità e la convinzione che tu non faccia parte di tutto questo?
Ah già. Ora mi tiri fuori l’argomento che, in alcuni paesi mussulmani, le donne sono punite per non indossare l’hijab. E 'vero. E ti dico di più. Sono punite se guidano, se scrivono sui blogs, se sono dissidenti politiche e se difendono i diritti umani. Io penso che sia terribile costringere le donne a usare un vestiario che non vogliono, che le nostre opinioni siano censurate o sia delegittimato il nostro attivismo, che ci obblighino a fare sesso o ad avere figli che non vogliamo o a ricevere una retribuzione iniqua. Mi spaventa l’idea di finire in prigione per aver praticato un aborto terapeutico in Cile o per ballare sui tetti in Iran.
Quello che la tua superbia non ti permette di vedere, è che in tutti questi casi, non è l’apparenza delle donne, né la loro fede, né la loro razza o cultura, ma l’obbligo che pesa su di noi di dover essere in un modo o nell’altro, di compiacere i maschi dell’uno e dell’altro lato, te compreso. Il problema non siamo noi e le nostre scelte, ma voi e le vostre imposizioni. Il problema è il Patriarcato.
Il tuo spirito libertario mi violenta. Il tuo progressismo è così egemonico e androcentrico quanto l’islam dogmatico. Tu vuoi comandare sulla mia libertà, sul mio corpo tanto quanto l’islamista, tanto quanto il politico pro-vita, tanto quanto il femminicida.
Anche se la tua opposizione al mio modo di vestire, non è paragonabile a quella di ricevere 40 pugnalate per gelosia, è comunque parte dello stesso modo di concepire la donna come soggetto minorato e turbato, debole e passivo, incapace di decidere, senza forza di resistenza, bisognoso di protezione, per antonomasia. Tu vuoi annullare la mia voce tanto quanto il clerico che mi proibisce di parlare nella moschea. Tu sei parte del problema.

Non ti parlo con rispetto. Tu mi manchi di rispetto ogni volta che mi parli come se fossi incapace di capire la realtà e c’è bisogno del tuo catechismo, che impoverisce la mia visione, la mia esperienza e i miei obiettivi riguardo a me stessa e alla realtà che vivo. No. Non ti parlo con rispetto, perché il rispetto si dà tra uguali, non a qualcuno che mi considera inferiore. Gli uguali non mettono in discussione le decisioni degli altri con spirito poliziesco: le analizzano insieme.
Dimmi: Che cosa stai facendo in concreto per riaffermare il nostro diritto a vestirci come vogliamo, senza che pesino gli argomenti maschili di convalida nell’essere a favore o contro? Se non parlare dal tuo ombelico, che ti detta che la tua salvezza bianca, atea, bionda ed europea, è la soluzione ai problemi intersezionali… Che cosa stai facendo di là del negare il nostro diritto all’identità, resistenza e smantellamento delle strutture di oppressione che ci hanno imposto come vivere e perfino come essere liberi? Ciò che noi donne facciamo o non facciamo con i nostri corpi, vita e credenze, finirà di essere un problema politico, e sarà una questione personale, quando tu e i machismi di ogni tipo, siano essi mussulmani, cattolici, atei, marxisti, trotzkisti o anarco-socialisti, si zittiranno e lasceranno risolvere alle donne, poiché soggetti: le uniche legittimamente autorizzate a esprimerci sulle nostre realtà e a decidere si di esse.
Da lungo tempo le donne del “terzo mondo”, mussulmane, nere, latine, migranti o lavoratrici domestiche del tuo quartiere, hanno imparato a far uscire la voce e parlare per noi. Tu e la tua vanità sono parte del sistema che ci opprime. Lo sappiamo. Non ci inganni. Tu sei un figlio sano del Patriarcato, tiranneggi noi donne che non pensiamo, né viviamo come tu, pensi dovremmo, sotto una falsa bandiera di rispetto e libertà, usando la violenza con la tua arroganza, che non libera nessuno, se non il tuo virile orgoglio. Sei un figlio di tuo padre. (Le puttane non hanno nulla a che vedere).
Ti senti offeso se uso la parola “ Fica”? Ti senti insultato dalle immagini della sessualità femminile? Come stiamo a misoginia? Ah, se dico fica, sono maleducata? Vedi, questa è una classica strategia machista di delegittimazione. Attaccare la forma di fronte all’incapacità di riuscire a contro-battere. Chiaro, sono una donna e dire parolacce è poco “femminile”.
Che libertario che sei, macho progressista, accurato quando usi gli estremismi del libertinaggio dei tuoi sessismi e stereotipi.


Vanessa Rivera de la Fuente


(traduz. Lia Di Peri)

martedì 1 aprile 2014

La Svezia ammette la sterilizzazione ed emarginazione del popolo gitano.

ANA CARBAJOSA / MIGUEL MORA








Per tutto il secolo scorso, la Svezia ha sterilizzato, perseguitato, strappato bambini e ha vietato l'ingresso nel paese agli zingari. La gente di questa minoranza etnica è stata trattata per decenni dallo Stato come " disabili sociali ". Questi annunci non l’ha fatto un’ONG attivista. E’ il rapporto  del governo conservatore svedese, in un gesto senza precedenti in Europa, sia per la sua onestà intellettuale che per  l'ampiezza del rispetto per la verità, si è deciso di guardare indietro e frugare tra i suoi più oscuri archivi.

L' idea è di regolare i conti con il passato per cercare di migliorare il presente: "La situazione che vivono i gitani oggi ha a che fare con la discriminazione storica, alla quale sono stati sottoposti ", dice il Libro Bianco, che è stato presentato questa settimana a Stoccolma, e nel quale sono esposti gli abusi commessi sugli zingari.

Il ministro dell’Integrazione Erik Ullenhag ha definito quei decenni d’impunità e razzismo di Stato come "un periodo buio e vergognoso della storia svedese. " Le sue parole hanno coinciso con un episodio che illustra la situazione attuale: una donna gitana  che era  stata invitata a testimoniare, si è vista rifiutare l’ingresso al pranzo dal personale dell’albergo Sheraton.
 
Gli storici abusi segnala il Libro Bianco, seguirono un modello inventato secoli fa, dalle monarchie europee: iniziarono con il censimento elaborato dagli organismi ufficiali come l'Istituto di Biologia Razziale o la Commissione per la salute e il benessere, che individuarono i gitani che abitavano nel paese. I primi documenti ufficiali  descrivevano gli zingari  come "gruppi indesiderabili per la società " e come “un peso ". Tra il 1934 e il 1974, lo Stato prescrisse  la sterilizzazione delle donne rom facendo appello agli "interessi di politiche demografiche ", come l'Australia fece con le native.
Nessun numero delle vittime, ma il ministero dell'Integrazione spiega che una su quattro famiglie  consultate sanno comunque di aborti forzati e sterilizzazione. Le agenzie governative ebbero la custodia dei bambini che strappavano alle loro famiglie. Lo studio fornisce anche i dati sulla pratica, ma Sophia Metelius, consigliera per la politica del  ministero ha detto che era " una pratica sistematica ", soprattutto in inverno.

Stoccolma ammette che vietò l’entrata ai gitani in Svezia fino al 1964, nonostante fosse a conoscenza di  ciò che era successo alla minoranza, durante l’ espansione nazista: gli esperti stimano che almeno 600.000 Rom e Sinti furono sterminati nel Porrajmos, per mano del regime di Hitler e  altri affini.

Il Libro Bianco dettaglia i comuni svedesi che vietarono agli zingari di stabilirsi e ricorda che i bambini erano segregati in classi speciali e che s’impediva loro di accedere ai servizi sociali . "  "L'idea era di rendergli la vita impossibile, affinché, andassero via dal paese  ", riassume Metelius.
Alcune di queste pratiche ancora avvengono in diversi paesi europei e la  ziganofobia è presente  con forza, in Francia, Gran Bretagna e Germania . Parigi ha sfrattato nel 2013 più di 20.000 gitani dai loro accampamenti. Berlino prevede una legge per impedire che i migranti rumeni e bulgari - la maggioranza rom – senza lavoro rimangano più di sei mesi nel paese.

La prossima settimana, l'Unione europea terrà un vertice speciale per valutare i progressi delle politiche d’integrazione della minoranza rom. Il quadro generale è desolante, con picchi di odio razziale in Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca.

In Svezia, un paese di circa nove milioni di abitanti vivono oggi più di 50.000 zingari. Finora, le autorità non prevedono un risarcimento alle famiglie delle vittime di abusi, anche se il Libro Bianco apre alla possibilità di azioni legali. Il governo ha stabilito la verità storica attraverso decine d’interviste personali con gitani e gli archivi ufficiali . "Queste non sono nuove rivelazioni. Gli zingari hanno trascorso anni a raccontare queste storie, ma non sono stati ascoltati. Ora semplicemente abbiamo messo i documenti ufficiali e li abbiamo incrociati alle testimonianze” dichiara Sophia Metelius.

La coalizione di centro-destra controlla il forte aumento nei sondaggi dell’ estrema destra (un 10 % dei voti), e si propone di combattere messaggi xenofobi, con una forte difesa della tradizione progressista svedese.


L’accettazione massiccia dei rifugiati siriani è una delle politiche con le quali i liberali e conservatori vogliono dimostrare che il catastrofismo populista non deve diventare irrimediabilmente profezia che si auto-avvera. Il riconoscimento delle atrocità commesse contro i Gitani, va in questa direzione. L'ironia è che il civile e  tollerante nord non lo era poi tanto. L’augurio è che si diffonda questo raro esercizio di memoria e  rispetto.


internacional.elpais.com

(trad. Lia Di Peri)


domenica 9 marzo 2014

Femminista



di 
Bio

I contratti lavorativi che le insegnanti spagnole furono obbligate a firmare nel 1923, comprendevano nelle loro clausole, il divieto di tingersi i capelli e di viaggiare in auto con un altro uomo, che non fosse il padre o il fratello. Erano costrette a stare in casa dalle 20,00 alle 6,00 del mattino salvo che non dovessero accudire a qualche compito scolastico e dovevano indossare almeno due sottovesti. Inutile dire che era proibito loro passeggiare per le gelaterie della città. Le gelaterie sono luoghi di perdizione, in particolare, dei prodotti artigianali, ma di ciò riparleremo in un altro momento.

Questi obblighi e divieti e molti altri più recenti, sembrano ormai anacronismi risibili che sono scomparsi dalla faccia della terra civilizzata, con la stessa naturalezza con la quale cade dall’albero la frutta matura o ci si collega a Windows. Tuttavia, come tutti sappiamo e preferiamo dimenticare, la loro abolizione fu il risultato di secoli di lotta di molte donne: le femministe.
 Io sono femminista. E anche voi signore o signora grassa o magra, che mi state leggendo. Beh, concedo il beneficio del dubbio e, molto probabilmente siete stati o avete voluto partecipare all’ultima riunione della destra (di Josep Anglada) in cui si dice (sempre così originale) che la colpa di tutto (nella sua interezza) è dei mussulmani (Mori nel loro gergo) e dei latino-americani (nel loro gergo, terroni). Allora, in questo caso, è raro che voi possiate essere femminista. Presumo, però, per il buon e raffinato gusto di leggermi, che voi siate, comunque, usando la terminologia di Mariano Rajoy, una "persona normale".

“ Non sono machista, né femminista”. “ Non sono femminista ma femminile”. " Non mi piacciono le idee radicali, non credo che le donne siano migliori degli uomini”. “ Sicuramente, non sono femminista, perché io non odio gli uomini…”. Chi non ha detto o sentito una di queste sfortunate frasi, scagli la prima pietra.

Mentre altre scuole di pensiero, come il socialismo, il liberalismo o anche l'ambientalismo, sono riusciti a mantenere il prestigio della loro denominazione (o del loro marchio), nonostante il suo fallimento o oblio, il femminismo, che in sostanza ha vinto, fissandosi naturalmente nella mente di tutti, ha ottenuto uno scarso riconoscimento. Frainteso e disprezzato come il bozzolo abbandonato, che lascia la farfalla, potremmo dire in termini grossolani. E poteva non essere così importante, se non trascinava per lo stesso sentiero di oblio e disprezzo, le donne e gli uomini che hanno elaborato e lottato per le idee femministe ottenendo quei diritti di cui tutti oggi godiamo.
Recentemente si tende a mascherare il poco apprezzato nome femminismo, con il più accettabile termine “ di genere”, che accompagna come un cognome di buona famiglia, un buon numero di parole come politica, studi, problemi, ricerche, osservatori, ecc.

Che cos’è il femminismo? La filosofa spagnola Amelia Valcárcel, lo definisce come quella tradizione politica della modernità egualitaria e democratica, che sostiene che nessun individuo della specie umana debba essere escluso da qualsiasi bene o da qualunque diritto a causa del suo sesso.


Chi furono le sue precursore? Come si è rilevato in molte occasioni, non è innocente, che nell’immaginario collettivo si continui con la caricatura delle femministe, come signore con i baffi che odiano gli uomini. E non lo è neppure che durante il liceo e la mia carriera in Giurisprudenza, non furono menzionate una sola volta. Mi si parlo sì, del fondamentale Diritto canonico e dell’indispensabile Diritto Giustiniano, però non una parola su Mary Wollstonecraft o Olympe de Gouges, per citarne solo due tra di esse. Non c'è da meravigliarsi che quando si parla su questioni "di genere" a volte non sappiamo da dove veniamo, che vogliamo fare e dove si cerchi di arrivare, persi dopo una strana e pellegrina ‘chiocciolina’ @. Tutti capiscono cosa intendo.

El senor gordo.

sabato 21 dicembre 2013

Corpi, spazi e violenze. La costruzione del " femminile" nei regimi biopolitici.

Uno studio dell'Universidad Complutense de Madrid
Almudena Cabezas, David Berná
Definiamo " femminile" un ampio spazio, un esterno costitutivo, nel quale si colloca come negativo tutto ciò che non ha le caratteristiche distintive di mascolinità.
Mediante il dialogo tra le geo-politiche critiche femministe, la teoria queer e il pensiero decoloniale analizziamo le finzioni politiche della mascolinità e femminilità come artefatti violenti, manipolatori e creatrici di disuguaglianze.
Le tecnologie della razza, del sesso e del corpo,modellano gli individui nella diseguaglianza e violenza, legittimando le gerarchie spaziali che potenziano l'egemonia occidentale e le forme di circolazione del sapere-potere. Siamo interessati ai processi politici e discorsivi attraverso cui si sono costruiti i corpi e le identità posizionate nel femminile e come agiscono generando violenza nei confronti dei soggetti non uomini  (donne , omosessuali , disabili , prostitute, ecc.). Per questo, prestiamo attenzione agli apparati bio-politici che danno avvio a tecnologie e dispositivi soma-politici addomesticanti, frenano e disciplinano la vita delle popolazioni con l'obbiettivo di costruire corpi nazionali docili, forti e riproduttivi a partire dalle finzioni politiche identitarie. Allo stesso modo della genealogia affrontiamo la costruzione dell'artefatto "femminile", la creazione dell'identità omosessuale e le differenti forme di violenza, dal consolidamento degli Stati-nazione europei e le forme dell'imperialismo decimonono.

Testo Completo

revistas.ucm.es

martedì 20 agosto 2013

La frammentazione della maternità Maori.

di NAOMI SIMMONDS.



Il colonialismo ha avuto un innegabile impatto sulle comunità indigene, e ha creato quello che molti hanno descritto come alterazione, frammentazione, disgiunzione e disordine (Smith, LT 2012, Johnston & Waitere 2009; Pihama 2001).



Per le Maori (popolazione indigena della Nuova Zelanda) infatti, la colonizzazione della maternità è stata tutte queste cose. Quest’articolo esamina alcuni dei modi in cui il colonialismo ha frammentato le esperienze della gravidanza, il parto e l’essere madre per le donne Maori e le loro famiglie, in Aotearoa, Nuova Zelanda.



In questo lavoro, è mia intenzione di fornire un resoconto dettagliato delle modifiche alla legislazione e politiche in tema di maternità in Nuova Zelanda (questo è già stato fatto da Donley 1986; Kenney 2009.) Mi concentrerà su momenti chiave nella storia della maternità Maori che servano a evidenziare i modi in cui il colonialismo e il in particolare, il cristianesimo e l’istituzionalizzazione del parto, ha sistematicamente frammentato le esperienze spirituali, spaziali e corporee della nascita per le donne Maori.
Nella sua definizione più semplice, mana (potere, autorità, prestigio) wahine (donna) si riferisce all’unicità, forza, potere, influenza e autorità insita nelle donne maori dal loro whakapapa (genealogia). Nel contesto accademico, mana wahine si riferisce ai discorsi delle donne Maori (Hutchings 2002) ed è stato sviluppato come approccio epistemologico che abbraccia la teoria Kaupapa Māori (centrata su Maori) per esaminare in modo esplicito l'intersezione tra l'essere maori ed essere donna.  Mana wahine è un concetto teorico relativamente recente che ha le sue radici e si sviluppano dai racconti, storie, genealogie e geografie della donna maori (vedi Hutchings 2002; Pihama 2001 Simmonds 2009, Smith, LT 1996).
Il termine "maternità" è utilizzato per coprire nella sua totalità il creare, portare in grembo, dare alla luce, nutrire e curare o più creature. Non limitato alle esperienze individuali, ma va oltre e comprende quelle ideologie e istituzioni che danno forma e sono modellate da queste esperienze individuali. L'esperienza della maternità maori in Aotearoa, Nuova Zelanda ha subito attacchi e una serie di fronti sprirituali, spaziali e fisici dai primi contatti europei e i loro effetti si fanno sentire ancora oggi. In altre parole, il colonialismo continua a essere vissuto e rappresentato nelle loro esperienze contemporanee di maternità. I primi etnografi coloniali in genere maschi e bianchi “indagarono “la spiritualità e le tradizioni delle Maori. I loro studi s’inquadrano all'interno dell’epistemologia imperiale della "scoperta" e dell’ideologia cristiana. Parlarono con gli uomini Maori, reificavano le figure maschili nella mitologia Maori e imposero i loro valori e costumi culturali sui saperi, spiritualità e corpi delle donne Maori (Mikaere 2003; Smith, L.T. 1996).
La maggior parte di queste prime rappresentazioni etnografiche della donna nella mitologia e nelle narrative cosmologiche, le presentavano passive, lontane, lunatiche, irrazionali, in contrasto con i personaggi maschili presentati come attivi, presenti, razionali e sacri. In più, i missionari cristiani raffigurarono rapidamente le donne maori nella mitologia (e nella realtà) dissolute, immorali e disobbedienti.

Con il cristianesimo, la donna maori si vide privata di gran parte delle sue conoscenze spirituali, legate alla maternità. Il potere riproduttivo della donna maori fu sostituito dall’ideologia della vergogna e del peccato. Inoltre, gli studi sulla spiritualità Maori furono fatti da etnografi maschi e bianchi, che favorirono i racconti degli dei maschili, mentre la donna fu danneggiata.

Gli scritti di Elsdon  Best (1924, 89) esemplificano bene. Egli osserva:

In generale, i maori tendevano alla filiazione agnatizia, il sesso maschile ha più destrezza che il femminile, perché non è vero forse che l’uomo discende direttamente dagli dei, mentre la donna dovette essere creata dalla terra!



Da una prospettiva femminista maori, la creazione della donna dalla terra (Hine-ahu-uno) che poi ha creato il primo essere umano (Hine-titama) riflette la potenza sessuale e riproduttiva delle donne e la sacralità del corpo materno. Gli etnografi colonialisti servirono per dividere la donna maori da tutti quei racconti che parlano dell’importanza e del potere del corpo materno.
La (re) interpretazione etnografica delle realtà maori stabilì così una gerarchia del sapere e le dee femminili furono rapidamente sostituite dalle ideologie eurocentriche di Dio, "Dio come maschile, Dio come regnante, Dio come natura... Dio bianco" (Pihama 2001, 155). L’impatto di ciò sulla spiritualità maori e, quindi, sulla maternità è immenso: frammenta le conoscenze, tradizioni e genealogie della nascita. Questa ideologia coloniale non tardò molto a consolidarsi nella legislazione.

 Il Tohunga Smaltimento Act (esperti spirituali) del 1907, che rimase in vigore fino al 1962, fu forse uno degli attacchi più aggressivi contro le conoscenze spirituali ed ebbe un impatto diretto sulla maternità maori. In sostanza, la legge definisce quello che è considerato una conoscenza importante e credibile. I saperi spirituali maori erano visti come insufficienti e impropri, per cui ai nostri antenati fu precluso il diritto ad avere accesso ai propri esperti spirituali e culturali. La spiritualità fu vista come una serie di racconti o superstizioni sul sentiero della realtà. I Tohunga (esperti spirituali e guaritori) assistevano spesso al parto o partecipavano in vari modi alle cerimonie riguardanti la fertilità, la gravidanza, la nascita e ai riti d’iniziazione e battesimo dei neonati (Yates-Smith, 1998). Come diretta conseguenza di questa legge "la partecipazione attiva dei Tohunga al parto, fu compromessa (e)…  ha provocato la perdita radicale e permanente di mātauranga (conoscenze) e tikanga (tradizioni culturali) specifiche" (Kenney 2009, 63).

Prima di questa legge si ebbe l’Ostetriche Registration Act del 1904. Quest’ultima stabiliva che il personale ostetrico doveva essere registrato. Le assistenti e gli assistenti al parto maori tradizionale furono esclusi da questa legge e richiese che fossero addestrate/ti con i metodi dell’ostetricia coloniale per essere registrate/ti. Dichiarare illegale un intero gruppo d’intellettuali, guaritori e assistenti di parto mediante queste due leggi comportò l'eliminazione di diversi elementi spirituali, cerimoniali e di costume della nascita e i loro effetti si susseguono fino ad oggi.
Nonostante queste leggi, molte donne maori continuarono a partorire nelle loro case, in modo tradizionale, con il sostegno delle loro whanau (famiglia) fino alla seconda guerra mondiale. Una commissione d'inchiesta sui servizi di maternità, nel 1937, scoprì che l'83% delle donne maori continuava a partorire in casa con l'assistenza di una levatrice "non qualificata". . Tuttavia, varie misure posteriori alla seconda guerra mondiale garantirono che le nascite per la maggior parte fossero spostate dalla casa agli ospedali di maternità di proprietà statale. Furono utilizzati i tassi di mortalità infantile e materna maori per giustificare più politiche di assimilazione rivolte a ospedalizzare le donne affinché partorissero sotto “lo sguardo” di “ professionisti qualificati”. Quando la ricerca fu condotta la mortalità materna maori, era il doppio di quella non maori e nel 1938 la mortalità infantile maori raggiunse un massimo di 153,26 su 1000. La Commissione attribuì queste spaventose statistiche alle “ condizioni di vita antigieniche” e alla “incapacità” degli “assistenti nativi nel trattamento delle complicazioni come l’emorragia” (commissione d'inchiesta del 1937, 143). La Commissione omise di riconoscere i molti fattori che contribuirono all’esistenza di dati relativamente negativi sulla salute materna e infantile Maori, come le malattie introdotte dai coloni, di fronte alle quali i maori erano indifesi, il livello di consumo di alcool e tabacco, il cambiamento nella dieta, il furto o lo spostamento delle terre maori.
L'ospedalizzazione e medicalizzazione della nascita era l'obiettivo. Lo Stato vedendo che le donne Maori tardavano a ospedalizzarsi nel parto introdusse la Legge di Sicurezza Sociale (Social Security Act) del 1938 che forniva assistenza gratuita alle donne che partorivano in ospedale sotto cura medica. Nel corso dei successivi tre decenni, le nascite maori si istituzionalizzarono completamente, in modo che nel 1967 il 95% dei parti maori avveniva in un ospedale.
Diversi meccanismi, attraverso il colonialismo, servivano a marginalizzare la maternità Maori. Il ruolo della spiritualità nella nascita è stato distorto e attaccato su più fronti dal cristianesimo. Le politiche e gli argomenti della medicalizzazione, all'inizio del XX secolo, hanno fatto in modo che molte donne maori si spostassero dalla casa all’ospedale. Così il parto si allontanò dall’ambito famigliare, dagli esperti e assistenti tradizionali per avvicinarsi alle levatrici “registrate” (la maggioranza delle quali erano bianche) ai medici (la maggior parte dei quali erano uomini bianchi) e gli effetti di tutto questo si riflettono nell’esperienza odierna del parto (vedi Simmonds 2013, in preparazione).
Nonostante ciò, ci sono diverse aree nelle quali si rivendica e si celebrano le conoscenze della donna maori. C'è una moltitudine di donne nel mondo accademico e delle arti creative che dedicano il loro lavoro per conservare il potere del corpo materno e i saperi concernenti, la maternità (Grazia 1992 Hutchings 2002; Kahukiwa & Potiki 1999; Mikaere 2003; Murphy 2011; Pihama del 2001, Smith, LT 1996, Yates-Smith 1998). Inoltre, più donne e famiglie rivendicano le conoscenze maori nelle loro esperienze ed espressioni della maternità. La reconcettualizzazione della maternità attraverso una lente mana wahine (femminista maori) richiede argomenti che mantengono l’"alterità" di spazi discorsivi, materiali, simbolici e spirituali della maternità, dei corpi e dei saperi delle donne maori, che aprono le porte alle esplorazioni delle conoscenze maori relative alla nascita in modo da preservare il potere dei nostri antenati e, allo stesso tempo, offre nuove ed emozionanti possibilità per le nostre figlie e figli.


Naomi Simmonds ricercatrice presso l'Università di Waikato, Hamilton, Nuova Zelanda. La sua indagine di dottorato offre un esame critico dell’esperienza delle donne Maori da una prospettiva mana wahine (il discorso delle donne Maori).  Simmonds è una discendente dell’iwi (tribù) di Raukawa, madre e appassionata sostenitrice di maná wahine e whānau.  Naomi lavora anche con la sua organizzazione tribale sviluppando strategie e piani di gestione ambientale.


revista.con la a.

(libera traduzione di Lia Di Peri)

martedì 6 agosto 2013

Le parti di me che mi hanno spaventato

Ottimo articolo scritto da uomo antipatriarcale sulle dinamiche intersezionali del machismo, la sua influenza sui movimenti alternativi e le difficoltà per il raggiungimento di  una nuova e più consapevole  mascolinità. Un riconoscimento delle teorie e prassi femministe. 
Chris Crass






Prima Parte: Come posso essere machista, se sono un anarchico?

Sono un machista?  Mi sono chiesto, gelando. Mi sono sempre comportato normalmente con le donne e non sono stato il classico macho prepotente, né misogino.
Come posso essere allora un machista se sono un anarchico? Non posso evitare di stare sulla difensiva, nervoso. Ho sempre creduto nella lotta per una società migliore, facevo parte degli oppressi. Gli oppressori erano i capitalisti, no? Erano coloro che guadagnavano dall’ingiustizia. Quando mi posi queste domande era il 1993 avevo diciannove anni più quattro di attività politica sulle spalle.

Nilou, accarezzandomi la mano, cercò di spiegarmi con pazienza “ Non sto dicendo che sei cattivo, dico soltanto che hai atteggiamenti sessisti. Ci sono comportamenti che sono chiaramente sessisti, ma a volte il machismo non è così evidente, è più sottile viene fuori nei piccoli dettagli. Spesso m’interrompi quando parlo, presti più attenzione quando interviene un uomo, che quando parla una donna. L’altro giorno, quando stavamo prendendo un caffè con Mike, vi siete comportati come se io fossi invisibile, come se fossi lì solo per contemplarvi. Un paio di volte ho cercato di intervenire nella conversazione, non ci avete fatto caso, avete continuato, come se non fosse successo nulla. Quando vi riunite anche in pochi, vi ascoltate solo tra di voi, se c’è una donna, non le prestate nessuna attenzione. Per molto tempo ho creduto che fosse un mio problema, che se non partecipavo era perché non avevo nulla d’interessante o utile da dire. Mi sono resa conto dopo, che succedeva anche alle altre donne del gruppo, che era un sentire comune. Non ti sto dicendo che la colpa di tutto è tua, però giochi un ruolo importante in questo gruppo, così che sei parte di questa dinamica”.
Questa conversazione cambiò la mia vita, ancora oggi affronto la sfida che mi ha segnato e quest’articolo è parte di questo processo. L’ho scritto rivolgendomi agli uomini bianchi, di classe media, con idee politiche di sinistra e che sono coinvolti in qualche modo nei movimenti sociali. Voglio trattare il machismo dalla mia esperienza di sfidare il sessismo dal punto di vista emotivo e psicologico. Ho scelto quest’approccio, perché voglio mettere in discussione la dimensione personale di questi temi, perché sono convinto che sia il modo più efficace di lavoro con altri uomini, contro il sessismo e anche perché molte compagne ci chiedono di non trascurare questi aspetti.
Quest’articolo si basa sul lavoro di donne, soprattutto di donne nere e latine, che scrivono e lavorano contro il patriarcato nella società e il machismo nei movimenti sociali. Il lavoro di Barbara Smith, Gloria Anzaldua, Ella Baker, Elizabeth’Betita' Martinez, Bell Hooks e di molte altre, ci offre la base delle idee, visioni e strategie per il lavoro che gli uomini bianchi dovrebbero fare per vincere il machismo.
Ogni giorno ci sono sempre più uomini all'interno dei movimenti alternativi che lottano contro la supremazia maschile. Molti di noi riconoscono che il patriarcato esiste, che grazie a questo abbiamo privilegi, che il sessismo mina le fondamenta stesse dei nostri movimenti e che le donne, le trans e le persone queer, l’hanno detto chiaramente più volte “Gli uomini devono fare qualcosa su questi problemi, dovete parlarvi tra di voi, mettervi reciprocamente in discussione e decidere come si combatte il machismo” Ci sono molti uomini bianchi nei movimenti sociali, che si rendono conto che la società è sessista, compresi i movimenti cui partecipano, però non riconoscono il proprio coinvolgimento personale in questa situazione.

 Un anno dopo la conversazione con Nilou, ero seduto in silenzio in un gruppo di discussione di uomini. Non sapevamo che dire. Eravamo spaventati, nervosi, tesi e non facevamo nessuno sforzo per creare un ambiente favorevole per la discussione sul sessismo. Le compagne avevano proposto di passare una giornata a parlare di machismo in gruppo separato di uomini e donne. Noi uomini ci chiedevamo “ Di cosa stanno parlando le donne?” Quando i due gruppi alla fine si riunirono, la discussione subito prese una piega molto tesa, le donne difendevano se stesse e il modo di comprendere le loro esperienze. Mi sentivo malissimo, completamente perso e senza la minima idea di come andare avanti.
Mia madre che aveva seguito parte della discussione, chiese se poteva intervenire. “ State parlando di questioni enormi e molto difficili". “Sono contenta di vedere persone della vostra età, affrontare seriamente questi problemi, dimostra che credete davvero nelle cose per le quali state lottando. Questa conversazione non può concludersi in un giorno.”.
Era chiaro: lottare contro il machismo comportava più sforzi, che imparare a guardare le donne anche durante le discussioni di gruppo. Gli sforzi per combattere un sistema di potere che opera a livello economico, sociale, culturale e psicologico e che la mia presunta superiorità come uomo, così bene interiorizzata non era altro che la punta di un iceberg dello sfruttamento e dell’oppressione.

Parte II: A quale classe storica appartieni?

Essendo un uomo bianco della media borghesia, ho sentito molte volte questa domanda, nei sette anni che ho frequentato gli Studi di Genere e Studi Etnici. Nel Corso di Storia delle Donne Nere, qualcuno ha cercato di aiutarmi a capire dove dovevo andare.
Ho capito molto bene il perché di quella domanda e che non si riferiva solo alla classe universitaria, bensì a quella sociale dentro un sistema  patriarcale, etero sessista e capitalistica, molto impegnata a mantenere un forte controllo sociale. Ho studiato per quattro anni all’Università Comunitaria e per altri tre all’Università di Stato di San Francisco. La maggior parte delle/dei miei/mie insegnanti erano donne e persone nere e latine. Erano cresciute in comunità segregate, dove le persone di diverse etnie non si mescolavano e avevano avuto pochi modelli di riferimento (professori o esempi autorevoli) che non fossero bianchi.
Studiare in un ambiente dove la maggioranza delle persone non erano bianche, ha avuto anche un grande impatto su di me, perché ero per  la prima volta in tutta la mia vita, minoranza, di razza e di genere. Capì improvvisamente che le questioni razziali e di genere, non erano un problema tra tutti gli altri, ma aspetti centrali del modo di intendere e concepire il mondo.
Sono cresciuto credendo di essere un individuo che percorre il suo cammino in modo lineare e progressivo, senza un passato alle spalle. La storia era per me un insieme di fatti e date interessanti, ma senza alcun collegamento chiaro alla mia vita. Ero una persona nel mio mondo. Poi cominciai a imparare che essere bianco, maschio, di classe media, senza disabilità fisiche, comunemente eterosessuale e cittadino degli Stati Uniti, non solo significava avere privilegi, ma che mi dava anche un passato. Io sono parte di una categoria sociale – bianca, maschile, eterosessuale, di classe media, gruppo creato e modellato dalla storia, - che sono considerate lo standard della “normalità”, dalla quale tutti gli altri sono giudicati. All’immagine che avevo della mia identità individuale, si aggiunse l’immagine delle navi di schiavi/ave delle comunità native rase al suolo e bruciate, di famiglie distrutte, di violenza sulle donne, di uomini bianchi di classi dominanti, che usano gli uomini bianchi poveri, per colonizzare le donne bianche, i non bianchi/che e la Terra.
Ricordo che stavo seduto in una classe di Storia della Donna Afroamericana, uno delle due uniche persone bianche e unico uomo, tra quindici donne nere. Stavamo studiando la schiavitù, Ida B. Wells e la sua campagna contro le violenze sistematiche sulle africane schiavizzate dal padrone bianco, milioni di stupri sanciti e protetti dalla legge, come le centinaia di uomini neri linciati con la scusa di proteggere le donne bianche dai violentatori neri. Mi sentì depresso, la storia nelle lacrime dei miei occhi e la nausea allo stomaco. Chi furono quegli uomini bianchi, che sentivano su se stessi? Avevo paura e vergogna di alzare gli occhi sulle donne nere del mio corso. “ Anche se esiste una mescolanza di razze per amore – disse la docente – il nostro popolo possiede tante diverse sfumature di nero, a causa di generazioni e generazioni di violenza istituzionalizzata”. Chi sono e cosa sento su me stesso?

Parte III: Questa è la mia lotta

Non ho idea di quale ruolo nella rivoluzione potrebbe giocare gli uomini bianchi eterosessuali, perché sono la base e il corpo del sistema di potere reazionario”.
- Robin Morgan, nell'introduzione a "Sorellanza è Potente".

A volte ho periodi di odio verso me stesso, mi sento colpevole, ho paura. Quando questo accade, so e sento che ho un ruolo da svolgere nella lotta per la liberazione e so anche per esperienza, che posso fare molte cose utili, però non posso evitare di chiedermi “ mi sto ingannando?”

Mi hanno insegnato che avevo diritto a tutto. Che sarei potuto andare dove volevo e fare ciò che desideravo e che in qualunque posto avrei avuto valore e sarei stato necessario. Il patriarcato e l’eterosessualità mi hanno insegnato in modo sottile e talvolta brutale, che avevo diritto al corpo delle donne, a prendermi i miei spazi ed esprimere le mie opinioni e idee, ogni volta che volevo, senza tenere conto degli@ altr@. Questo è un processo di socializzazione molto differente dalla maggior parte delle persone in questa società che sono costrette a rimanere in silenzio, a nascondere o celare chi sono, a non dimenticare mai che dovrebbero dire grazie per il solo fatto di esistere. Penso che sia sano imparare a condividere spazio e potere, e lavorare con gli altri per trovare il ruolo che si può realizzare. Ciò che non è sano ed è raro è che i privilegiati per sesso parlino di questo tema e si sostengono a vicenda in questo processo di liberazione.

Laura Close, un’attivista di Students for Unity en Portland, parla su questo tema nel suo saggio “ Uomini in movimento” incoraggiando quelli dei movimenti a unirsi contro il sessismo. Io sapevo che aveva ragione, ma la semplice idea di farlo mi rendeva nervoso.  Avevo un sacco di amici con i privilegi di genere, però mi terrorizzava impegnarmi politicamente e scoprirmi per spiegare i miei problemi nella lotta contro il sessismo. Ero capace di denunciare pubblicamente il patriarcato e tentare di convincere gli altri uomini di tanto in tanto, ma ero davvero capace di essere onesto, riguardo al mio sessismo, di collegare l’analisi e la pratica politica con le mie emozioni e processi psicologici di essere vulnerabile? Un momento, vulnerabile di cosa? Nel Corso degli Studi di genere ho forse affermato di stare contro il patriarcato, il razzismo, il capitalismo? Ricordo che il livello di consapevolezza tra i miei compagni dell’Università sul femminismo era talmente basso, che il semplice fatto, di leggere un libro femminista e dire ogni tanto “ riconosco che il sessismo esiste”, mi poneva già più avanti di loro.
Trovo molto più facile fare dichiarazioni contro il patriarcato in classe, nelle riunioni politiche e nei miei scritti, che praticare la politica femminista, in relazione ai miei amici, famiglia, compagne.

Questa non è una confessione per essere perdonato. E’ una lotta continua per essere sincero circa le profonde influenze del patriarcato nella mia personalità. Il patriarcato mi perseguita. Sono pieno di dubbi,se un giorno sarò in grado di amare sinceramente e in modo sano. Sulla mia capacità di connettermi con me stesso, per potermi aprire e condividere. Posso vedere le cicatrici del patriarcato su ciascuna delle persone con le quali ho relazioni e quando mi sforzo di osservare e prendo tempo per pensarci, mi riempio di rabbia e tristezza. Bell Hooks nel suo libro "Tutto sull’Amore", afferma che l’amore è impossibile quando c’è una volontà di dominio. Posso amare veramente? Voglio credere di sì. Che sia possibile attraverso pratiche politiche per gli uomini bianchi, in opposizione al patriarcato.
Credo che sia nella lotta contro l’oppressione, nella pratica dei nostri impegni, che esprimiamo e realizziamo le nostre qualità umane più preziose. Ci sono momenti, esperienze e situazioni in cui vedo che ci scontriamo col patriarcato che dimostra quanto siamo abili. Credo che sia un lavoro di una vita e parte della lotta per riscattare le nostre vite.
In questa lotta ci rendiamo conto, che di fronte a questi sistemi di oppressione tanto potenti, la nostra capacità di amare, la nostra passione, creatività, dignità e il nostro potere crescono. Possiamo farcela..

Epilogo :  Lavorare perché questa lotta sia concreta ed efficace.


Anche se bisogna lavorare su temi emotivi e psicologici molto forti, ci sono infiniti passi concreti che si possono fare per la lotta contro il machismo.  La domanda per me più importante riguarda le condizioni necessarie per prendere sul serio questa lotta, renderla prioritaria, darle seguito. Oltre a parlare con gli uomini del tema, è anche importante che ci sosteniamo l'uno con gli altri, perché tutti compiano la parte che gli tocca. Ci sono molti temi emozionali complessi ed è importante aiutarsi, per non perdere e continuare ad andare avanti. Ci si può chiedere, per esempio, come stiamo sostenendo l'uguaglianza delle donne, che cosa stiamo facendo per condividere la responsabilità e il potere nelle nostre organizzazioni, come stiamo migliorando la nostra apertura alle donne, affinché ci dicano ciò che pensano del nostro lavoro, ecc.

Analizzare e contrastare i nostri privilegi è necessario, ma non è sufficiente. La cooperazione tra gli uomini per superare il dominio maschile è una delle tante strategie necessarie per sviluppare un movimento di liberazione della donna, multirazziale, antirazzista, femminista, di liberazione homo e transessuale, dalla classe lavoratrice e anticapitalista, per la liberazione collettiva. Sappiamo che il sessismo funziona come una barriera contro la costruzione di questo movimento. La domanda è cosa faremo per evitarlo, perché il processo cresca dentro di noi e con esso la nostra capacità di amare se stessi e gli altri.

Ricordatevi che il cambiamento sociale è un processo e la nostra trasformazione e liberazione è profondamente collegata con la trasformazione e liberazione sociale.
La vita è molto complessa e piena di contraddizioni. L’intenzione di quest’articolo è di interferire con le forme di dominio che feriscono i nostri movimenti e ci fanno male come persone.
I ragazzi bianchi hanno molto da fare, ma è anche un lavoro appassionante se crediamo veramente all’uguaglianza, e vogliamo raggiungerla. Le forme quotidiane di dominio sono il collante dei sistemi gerarchici. La lotta contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’etero-sessimo e lo Stato sono anche la lotta per la liberazione collettiva.

Nessuno è libero fin quando non lo saranno tutti e tutte.


el contrast.org

(libera traduzione di Lia Di Peri)

sabato 27 luglio 2013

Il femminismo decoloniale. Una breve introduzione

di Nathalia Jaramillo.*






E’difficile se non impossibile valutare qual è la posizione del movimento femminista oggi. Dai primi decenni della lotta delle donne nella sfera pubblica, il femminismo si è evoluto in direzioni diverse. Ha avuto una prima, seconda e terza "onda". E’ passato per varie fasi: radicale, socialista, contro culturale e militante. Le cosiddette donne di colore del terzo mondo hanno rotto l'egemonia di orientamento bianco, nelle correnti liberali progressiste del femminismo e hanno dimostrato le intersezioni tra l'oppressione di genere e di razza, etnia, classe e geopolitica. Alcuni gruppi femministi sono stati separatisti, qualificando il dominio strutturale delle donne, come la principale forma di oppressione della società, mentre altri gruppi hanno esaminato lo sfruttamento delle donne e degli uomini storicamente e in relazione a sistemi più ampi di dominazione. L'occupazione da parte degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, in parte "combattuta" in nome della lotta contro l'oppressione delle donne (almeno questo è quello che la manipolazione mediatica indica), ha ulteriormente complicato il progetto femminista. Come può considerarsi l’aggressione contro le migliaia di donne, bambini e uomini innocenti un atto a favore del femminismo? Contraddicendo la nozione di un’occupazione "femminista", attualmente nell'esercito degli Stati Uniti si registra un aumento della violenza sessuale contro le donne nelle loro truppe. Nel 2012 furono denunciati un totale di 26.000 casi (Usborne, 2013). A questo proposito, possiamo considerare la nozione di Iris Young (2003) sullo stato di protezione maschilista sottostante la costruzione d’imperio come nelle occupazioni di Iraq e Afghanistan, dove il discorso delle funzioni "di emergenza protettiva" funziona per razionalizzare l'intensificazione di uno “Stato di sicurezza e la sua accettazione da parte di chi vive sotto il suo regno" (Young, 2003, p. 16). In questo caso la logica maschilista di protezione funziona come uno stratagemma per motivi politici ed economici della guerra, ottenendo l'approvazione pubblica della violenza tra il velo di democrazie e liberazione.
Mentre una generazione di giovani cresce in un mondo caratterizzato da militarismo avanzato, guerra culturale e sfruttamento sessuale, ci fa obbligo riflettere sul significato di un progetto femminista in generale. Sommando alle crisi economiche che affliggono milioni di uomini, donne e giovani di tutto il mondo, il costante sfruttamento delle e dei lavorator* dimostrato dal crollo della fabbrica in Bangladesh, e il numero senza precedenti di fenomeni causati dai cambiamenti climatici e disastri ambientali, pensiamo che il femminismo necessiti una re-concettualizzazione.  La donna, l'oppressa tra gli oppressi, soffre le calamità più profondamente. La teoria e la pratica femminista dovrebbero essere in grado di occuparsi della complessa dinamica che perpetua la violenza militare, strutturale, culturale, sessuale ed economica contro le donne.

Il progetto femminista occidentale si fonda sia filosoficamente sia sociologicamente nelle correnti del pensiero liberale progressista. Di per sé questo non è non è un difetto irrimediabile. Il potenziale di liberazione del femminismo occidentale però si salda all’interno di una comprensione e registro concettuale del sociale, già limitato dalla sua stessa struttura. Il femminismo occidentale ha operato dentro un paradigma binario maschile/femminile, privilegiando il dominio patriarcale come fonte di oppressione delle donne.  Più riformista che rivoluzionario, ha combattuto per le politiche, lasciando la struttura sociale e politica dominante relativamente intatta. Non si può smantellare il patriarcato solamente con le politiche riformiste. Le politiche basate su una misura di parità tra donne e uomini sono importanti e necessarie, ma non forniscono una risoluzione alle relazioni complesse e polivalenti che creano l’oppressione sessuale e di genere.

Il femminismo de coloniale è un movimento teorico e socio-politico in evoluzione. Ogni lavoro esprime il femminismo de coloniale da un particolare contesto, ma ha aspetti importanti in comune. La conquista e la colonizzazione di terre, corpi e tracce di pensiero continuano a influenzare l’identità sociale, politica, lo sfruttamento capitalista e la nostra capacità di comprensione collettiva.
La mia applicazione di femminismo de coloniale si esercita sulla cosiddetta “colonialità di genere".
La colonialità di genere interpreta il “genere” e i suoi sistemi collegati al dominio attraverso la conquista delle Americhe.  Dal lavoro dei pensatori latinoamericani, la colonialità di genere, è strettamente legata con ciò che Aníbal Quinajo (2000) descrive come la colonialità del potere. In poche parole, il sistema globale perpetua di giorno in giorno, un retaggio coloniale. La conquista delle Americhe, nel XV secolo, mise in moto un sistema mondiale gerarchico e razzializzato basato sulla differenziazione maschio /femmina, nobile/ selvaggio, terra/ spirito, corpo/mente.

Il femminismo de coloniale è un modo di capire come l’oppressione sessualizzata e di genere è usuale nella società di oggi, come un artefatto dell’eredità duratura della colonizzazione, un sottoprodotto del capitale neoliberista, la manifestazione di un sistema globale caratterizzato da una gerarchia razzializzata e da un sistema di credenze profondamente radicate nel nostro inconscio collettivo.
Il femminismo de coloniale opera all’interno del paradigma femminista, poiché l'urgenza sociale e politica dell’oppressione delle donne (sessuale, economica, intellettuale, culturale) rimane il centro dell’attenzione necessario, fornendo informazioni al nostro modo di pensare la vita di tutti i giorni. E tuttavia, l'oppressione delle donne non è considerata in termini singolari, o omogeneizzanti: storicamente e materialmente, si trova e appartiene alle dimensioni epistemologiche che hanno definito i concetti come maschile e femminile.
Non si può sminuire l'importanza della teoria e pratica femminista de coloniale. Donne povere e di diverse etnie, hanno lottato per avere voce e per intervenire sui miti dominanti sulla storia della capitalizzazione e colonizzazione. Ciò che distingue la donna dall’uomo, nella logica complessiva di dominazione, ha a che fare con una prospettiva critica che non deve essere ricondotta come un nuovo relativismo o solipsismo.

La donna, l'oppressa tra gli oppressi, offre uno sguardo unico sulla macchinazione della colonizzazione che colpisce la formazione personale della "mascolinità" e "femminilità". Rappresentando la fonte originaria dell’oggettivazione dell’”umano”, la donna con la sua specificità storica, spirituale e materiale interagisce con le leggi che sono  in atto all'interno delle opposizioni strutturali della società capitalistica. Il suo corpo e la sua sottomissione all'interno di formazioni culturali e organizzazioni sociali, rivelano le connessioni tra i modi in cui ci identifichiamo e il modo in cui conosciamo il mondo. Parlare di femminismo decoloniale non è negare né ridefinire gli antagonismi tra i sessi costruiti socialmente. E’ un tentativo di rivelare le vie intricate e sublimi della colonizzazione interna che prendono forma all'interno delle comunità.
La donna politica, sociale e spiritualmente consapevole vede di là dalle contraddizioni e dei copioni personali incorporati all'interno di forme culturali e sostiene la comprensione di ogni esperienza come una confluenza di campi d’identità sovrapposte.
 Nathalia Jaramillo, docente di Studi Critici dell'Istruzione della Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Auckland, Nuova Zelanda. E' autrice eco-autrice di numerose pubblicazioni sulla pedagogia critica, il pensiero coloniale e ricerca sociale femminista.  Nathalia è di origine colombiana e lavora e risiede in Nuova Zelanda dal 2011.



revista con la A

(libera traduzione di Lia Di Peri)