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domenica 13 luglio 2014

Federici: Femminismo tra fuochi e fornelli.

Silvia Federici (1942, Parma) parla e sorride con calma. Ha le mani rugose e la lingua tagliente. E’ l’autrice di Calibano e la strega, corpo e accumulazione primitiva, il libro che incorpora nella caccia alle streghe, l’analisi marxista della transizione dalla società feudale al sistema capitalista.  Joana García Grenzner l’ha intervistata quando, a Barcellona, ha presentato questo libro. Oggi, Federici è la femminista più nota.



Com’è stata la visita a Zugarramurdi?


 Visitare la zona mi ha molto emozionata. E’ l’unico posto dei Paesi Baschi, secondo le mie ricerche, in cui gli uomini erano organizzati contro le streghe. Nel 1609 hanno iniziato a imprigionare, torturare e uccidere molte donne. Le cacciavano con gli strumenti che usavano i marinai per la caccia alle balene. Mi ha molto turbato vedere come stanno facendo affari vendendo un’immagine delle streghe che non corrisponde alla realtà. Stanno diffondendo una falsa immagine che degrada e le ridicolizza: donne grasse, con un naso grosso e vecchio. Mantengono l’immagine che crearono di esse i loro cacciatori.

Che cosa proponi?

Mi piacerebbe vedere una mobilitazione di donne nella quale si dicesse: Basta guadagnare denaro sulla nostra pelle”. Nei posti della zona avrebbero dovuto esserci dei cartelli che spiegassero cosa fosse realmente accaduto. E’ tempo di rivelare la storia di sangue, tortura, violenza e persecuzione.

 Il femminismo è smobilitato?


Il femminismo è oggi un fenomeno molto complesso. Da un lato c’è un nuovo movimento che sta sorgendo dalle più giovani, perché continuano ad avere la vita più difficile che degli uomini. Tutte le aspettative, una carriera, lavoro fuori di casa, divisione dei compiti, non si sono realizzate o si sono realizzate in modo limitato. Dall’altro lato, c’è un gran decadimento del femminismo, che è cominciato negli anni ’70 con le Nazioni Unite. L’ONU ha invaso il territorio femminista se n’è appropriato distorcendolo: ha ridefinito la sua agenda e ha distrutto tutto il suo potenziale sovversivo mantenendo solo una prospettiva neo-liberale.

Che cosa sarebbe questa prospettiva?

Quella che afferma che, la liberazione delle donne, passa per la sua carriera professionale e le pari opportunità. Sono rivendicazioni capitaliste e neo- liberiste. L’ONU ha creato un femminismo globale in cui le donne fanno parte di conferenze e Ong internazionali. Attaccano il lavoro non pagato, svalutando la riproduzione ed evitando di criticare come il capitalismo ha usato il corpo delle donne. Hanno creato un femminismo molto conciliante con l’agenda neo-liberista.  Dobbiamo riappropriarci delle politiche femministe.


 Il movimento femminista è morto?

Credo che oggi non esista un movimento femminista come movimento sociale di massa. Esiste un femminismo culturale, ma non un femminismo come forza politica e sociale. C’è una politica femminista che si trova in ogni movimento sociale, perché tutti hanno dovuto parlare con il femminismo. Non siamo nella stessa situazione di trent’anni fa. C’è molta più parità e noi donne abbiamo più autonomia rispetto agli uomini, però non rispetto al capitale. Non c’è una forza capace di contrastare il capitalismo. Alcune giovani donne hanno ripreso forme di comportamento che noi avevamo rifiutato e credo che ciò dimostri che stiamo andando verso una regressione.

Nel tuo lavoro, tu hai parlato del femminismo come una “rivoluzione incompiuta”. Il femminismo ha creato coscienza ma è fallito in quanto all’incidenza?

Sì. Il movimento femminista non è stato in grado di contrastare il processo di globalizzazione, che è stato riempito di continui attacchi al lavoro riproduttivo a tutti i livelli. Non è stato capace di opporsi ai tagli sociali, non è stato in grado di cambiare l’organizzazione del lavoro. Oggi, le ore lavorative sono di più che nel passato. Dieci ore! La conciliazione familiare è impossibile. Assistiamo a una grande crisi sul terreno della cura e le donne non hanno più il tempo per riposare, per leggere, né per partecipare a una riunione politica o a una manifestazione. Non hanno tempo per se stesse. Viviamo in continua ansia per la sopravvivenza. Le donne negli Stati Uniti consumano una gran quantità di antidepressivi. Sono vite piene di ansia, preoccupazioni e lavoro, lavoro, lavoro.

In che cosa ha sbagliato il femminismo?

Negli anni '70, quando abbiamo dovuto prendere decisioni strategiche, sia negli Stati Uniti sia in Europa, il movimento femminista abbandonò completamente il terreno della riproduzione e s’impegnò, quasi esclusivamente, sul lavoro fuori di casa L'obiettivo era di conquistare l'uguaglianza attraverso il terreno lavorativo. Gli uomini però erano oppressi in questo settore e raggiungere l’uguaglianza in fastidi e oppressioni non fu una strategia. Entrarono nel mondo lavorativo che era stato dominato dagli uomini, ma non videro che era il momento di attaccare il lavoro salariato. C’è stata una mancata visione del contesto sociale ed economico in cui si stava combattendo. Abbiamo combattuto con armi che non funzionavano.
A quel tempo, io lavoravo in un’organizzazione chiamata “'Campagna Internazionale per salari per i lavori domestici”. Pensavamo che senza la lotta per il lavoro riproduttivo non avremmo ottenuto nulla. Per cambiare la situazione delle donne, c’è da cambiare tre tipi di relazioni: donne- Stato, donne-uomini e donne – capitale. Il lavoro riproduttivo è qui una priorità. E’ il problema centrale, perché i ruoli che il capitalismo ha disegnato per le donne iniziano da qui: il capitalismo ha creato la divisione internazionale sessuale del lavoro. Dobbiamo partire da qui. Il movimento femminista non ha preso questa strada ed è una delle ragioni per le quali non ha potuto provocare grandi cambiamenti.

Nasce da qui la tua idea di “Rivoluzione zero”?

Sì, la Rivoluzione zero è quella che ancora non si è fatta, perché non si è preso in considerazione il problema della perdita di valore del lavoro riproduttivo.


 Stiamo vivendo una guerra contro le donne?
Sì, sì, sì, sì. Il capitalismo e la globalizzazione attaccano i mezzi di riproduzione: espropriazione delle terre, tagli nello Stato sociale, precarizzazione del lavoro e della vita. E’ una strategia classica del capitalismo, che Marx chiamava “ accumulazione originaria”: se vuoi aumentare i tuoi benefici e imporre una certa disciplina devi separare gli uomini e le donne dai mezzi di riproduzione. Se non hanno come riprodursi, dipendono da te. Accettano qualsiasi condizione. E chi sono i primi soggetti sociali impegnati nella riproduzione? Le donne.
Non puoi attaccare la riproduzione della forza lavoro senza attaccare le donne. La violenza contro le donne è parte del processo. In America Latina e in Africa, per esempio, dove le donne erano impegnate nell’ agricoltura di sussistenza, che stanno facendo le istituzioni internazionali? Strappare quella terra, privatizzarla.

Non credi sia pericoloso concentrare tutta la critica sul capitalismo? Le donne non sono libere dalla violenza negli altri sistemi.

Non ci sono altri sistemi, a parte il capitalismo, né a Cuba, né in Venezuela. Scherziamo? L’idea che il capitalismo sia solamente un sistema economico è un pregiudizio capitalista. E’ un sistema culturale e sociale. Non c’è economia, senza relazioni sociali, culturali o politiche. Oggi, tutti e tutte viviamo in un sistema capitalista. Ci sono paesi che distribuiscono la ricchezza meglio di altri, però non esistono paesi fuori dall’economia di mercato.
Non serve dire che vogliamo una società che non sia capitalista, perché potremmo costruire un sistema ancora peggio. Ciò che io voglio è creare una società non gerarchizzata, che non si basi sullo sfruttamento del lavoro di altre persone.

 Però, il patriarcato non è un sistema autonomo?

Personalmente, non lo credo. Il patriarcato da sempre ha fatto parte dei sistemi che si appropriavano del lavoro umano. Il corpo delle donne è una fonte di ricchezza, che ha nei figli e nelle figlie la manodopera. Siamo nella logica dello sfruttamento lavorativo. Il patriarcato non comincia con gli uomini che dominano le donne, ma con un sistema di lavoro che opprime gli uomini e che si basa nel controllo della sua principale fonte di ricchezza. Vi rendete  conto della ricchezza che presuppone il corpo delle donne? Immaginate se le donne decidessero di non avere più figli e figlie! Immaginate cosa succederebbe?

Il lesbismo potrebbe essere una soluzione?
Le lesbiche, oggi, hanno figli.

Non lascerai fuori dalle tue analisi le lesbiche?

Ho scritto molto su capitalismo e sessualità, sulla disciplina della sessualità che il capitalismo ha imposto. Negli anni ’70 parlavamo di una grande contraddizione nel capitalismo. La divisione del lavoro era allora, una divisione omosessuale: gli uomini lavoravano con gli uomini e le donne con le donne. L’eterosessualità esisteva soltanto nel matrimonio. Era difficile poi comprendersi dentro il matrimonio. La famiglia non è mai stato un luogo di serenità.
D’altra parte negli anni ’60 e ’70 io avevo chiaro che il lesbismo aveva un valore di rottura per molte ragioni. Il capitalismo dà il comando agli uomini, li trasforma in emissari del sistema in casa e in una relazione lesbica ciò non accade. Inoltre, il lesbismo presuppone una grande valorizzazione delle donne, in uno spazio di tranquillità, di liberazione da tantissime pressioni. Adesso, però, ho capito che ciò non basta, perché in una società eterosessuale, le relazioni lesbiche riproducono la logica etero patriarcale.
Credo, anche se non ne sono sicura, che questa capacità di rottura che il lesbismo una volta possedeva oggi, sia meno forte. Proprio il capitalismo ha ristrutturato la sua idea di famiglia per integrare le coppie omosessuali. Da qui, l’approvazione del matrimonio gay in tanti luoghi.
Ovviamente, il capitalismo ha bisogno di organizzare le case intorno al lavoro riproduttivo.

In questo contesto di crisi, nel quale si sono imposte come moda le torte e tortine, non si sta celebrando il lavoro riproduttivo?

C’è un gran dibattito, ora negli Stati Uniti, su questo. E’ un tipo di valorizzazione del lavoro a livello psicologico, però non c’è nessuna rottura a livello politico. E’ tutto il contrario. E’ una valvola di sicurezza. Non è un cambiamento, né rompe con il sistema. Significa soltanto che se hai tempo e soldi, puoi farti le tue torte in casa [ride].

Ma non è pericoloso che passi questo messaggio?

Il nostro discorso di valorizzazione del lavoro riproduttivo non ha nulla a che fare con le torte in casa. Dobbiamo lottare contro la deforestazione e il disboscamento; lottare perché non siano contaminati i fiumi e i mari; mettere la ricchezza prodotta a servizio delle donne. Si tratta di cambiare la logica del sistema. Produrre per la vita, non per il mercato.  Nessun bignè.

E se la torta la fa un’altra?


 Il movimento femminista ha fatto un grosso errore, non lottando per il salario domestico. Che succede adesso?  Che questa carica di lavoro lo assume un’altra donna. Molte, migranti. La ristrutturazione del lavoro domestico si fonda su una grande ingiustizia: donne che lasciano le loro famiglie e vanno lontane dalle loro case a curare le famiglie di altre donne. E’ vero, anche che ci sono donne che possono farsi carico delle loro famiglie senza aiuto. Odio essere moralista in questo senso, perché a volte non c’è altra scelta, però dobbiamo avere una strategia politica, che ci porti a un cambiamento di paradigma in cui uomini e donne decidano come riprodursi senza logica di potere.


traduzione di Lia Di Peri.

martedì 22 ottobre 2013

E’ compatibile essere femminista e avere la cameriera?

di Beatriz Gimeno

Beatriz Gimeno considera prioritario discutere su come interviene la logica patriarcale e capitalista nell’assunzione delle donne delle pulizie. E’ possibile rivalutare questo lavoro e slegarlo dal genere?

Avevo  già in mente di scrivere sul lavoro domestico retribuito quando, leggendo il libro “Come essere donna “ di Caitlin Moran, che mi avevano consigliato alcune amiche, ho trovato quest’opinione dell’autora: "Avere una cameriera non ha nulla a che fare con il femminismo " (p. 99). Mi sono accorta che questa è un’opinione diffusa, molte delle mie amiche femministe la pensano così. Al tempo stesso rivedendo alcuni testi, ho scoperto che in Svezia la socialista Kristina Hultman si pone la stessa domanda: “ Possono le donne che assumono altre per pulire le loro case, dichiararsi femministe?" Queste due opinioni espresse da donne femministe mi sono servite per inquadrare il dibattito, che ho sempre considerato fondamentale, che nonostante sia stato ampiamente affrontato negli anni ’80, è stato zittito per lungo tempo.
Ritengo, però necessario chiarire due questioni: la prima, che data la complessità di un tema, che ha a che fare poco con il genere, la divisione sessuale del lavoro, la definizione stessa di "lavoro", il capitalismo globale, migrazione, ecc, qualunque cosa si possa scrivere, saranno grossolane pennellate, prive delle sempre ricche sfumature.  La seconda: questa complessità richiede che si sintetizzi il concetto di lavoro domestico retribuito, la cui definizione è di per sé molto complessa.  Non è la stessa cosa, lavorare come domestica in una casa borghese (nel caso specifico di Madrid), che essere cameriera in Nicaragua o in Kuwait. Essere donna, operaia, in una società molto diseguale, ed essere anche indigena o migrante, istruisce una realtà completamente differente, con sfumature inavvicinabili per un post. Non mi riferirò, quindi, al lavoro riproduttivo generale, né al cosiddetto lavoro di cura specializzato. Il lavoro domestico retribuito sarà in generale l’anello di collegamento in una di queste due aree.
La mia opinione riguardo ai lavori di cura – brevemente – è in direzione della loro de-familirizzazione, slegarli dal genere, professionalizzarli e socializzarli, ossia renderli oggetto di politiche pubbliche. Considero la cura come un diritto e un bisogno delle persone. Penso che sia una questione ideologica e di diritti inalienabili che bambini e bambine, persone malate e/o dipendenti siano ben curate e che tali cure e l’esercizio di tali diritti non debbano dipendere dalle donne costrette a lasciare il mercato del lavoro o debbano farsi carico di un’estenuante doppia giornata.
Con " lavoro domestico retribuito " mi riferisco al lavoro in casa, anche con l'esistenza di politiche pubbliche efficaci; mi riferisco a questo lavoro che, fa sì ancora oggi (anche in paesi con importanti politiche pubbliche in materia), che le donne continuino a caricarsi di una doppia giornata, che condiziona la loro vita ed è un ostacolo alla parità di genere. In breve, mi riferisco al lavoro di pulizia ed anche a fare la spesa, cucinare e alla cura di base dei bambini. Accorciando ulteriormente il concetto per capirci: mi sto riferendo alle donne delle pulizie.
Negli anni ottanta, il femminismo in Spagna parlò molto del lavoro domestico retribuito da tutte le possibili prospettive, ma è pur vero che, allo stato attuale, questo dibattito sembra aver perso la complessità teorica, riducendosi a una mera rivendicazione di migliori condizioni di lavoro per queste lavoratrici, per la mancanza di diritti e il costante sfruttamento. Sono sorpresa che, allo stato attuale, non esista un dibattito ideologico sulla considerazione etica di questo lavoro. In questo senso, ritornando al libro di Moran, è chiaro che non condivido la sua opinione riguardo al lavoro domestico. Al contrario, credo che questo sia uno dei temi femministi per eccellenza.
Il lavoro domestico retribuito dipende dalla divisione sessuale del lavoro, come tutto il lavoro riproduttivo o di cura, ma allo stesso tempo, a che fare con il modo in cui questo lavoro funziona all'interno del capitalismo, con tutte le caratteristiche del lavoro femminilizzato: svalutato socialmente ed economicamente. E ' una questione di genere ed è una questione di classe. Come può non avere a che fare con il femminismo? Le mie amiche femministe si arrabbiano con me quando dico che le donne delle pulizie hanno permesso alle donne della classe media di sfuggire alcuni degli aspetti più pesanti del patriarcato, spostando il carico sulle donne della classe operaia, ma questo è un fatto innegabile e potremmo aggiungere inevitabile.
Il femminismo liberale ha tradizionalmente difeso l’idea che assumere qualcuno per fare il lavoro domestico permette molte donne a sbarazzarsi della doppia giornata che impedisce a esse di competere con gli uomini nella sfera pubblica, ha sostenuto quindi, che per le donne che operano in ambito pubblico avere una colf fosse una necessità. Questo femminismo ha inoltre affermato che questo è un lavoro di nicchia per le tante donne che entrano così nel campo del lavoro retribuito, con l’evidente importanza per la loro autonomia. Adesso, almeno in Spagna, quasi tutti i movimenti femministi pensano che ciò che si debba fare con il lavoro domestico retribuito sia rivalutarlo socialmente ed economicamente.
La verità è che le cameriere non liberano le donne della classe media dal fare questo lavoro e che impiantarlo così non è femminista, ma pratico.  La verità è che, in realtà, libera gli uomini dal fare la loro parte.  Se questo lavoro fosse equamente ripartito tra tutti i membri della famiglia (compresi i figli e le figlie) le donne non dovrebbero sottoporsi alla doppia giornata e non contribuirebbero a perpetuare (materialmente e simbolicamente) alla divisione sessuale del lavoro. Il femminismo sebbene sia teoricamente paritario della condivisione del lavoro domestico tra i membri della famiglia, quel che è certo è che ci sono più sostenitrici della rivalutazione di quelle che chiedono di andare a fondo della questione. E’ normale. Perché dovrebbero lottare le donne della classe media contro i loro compagni se possono pagare altre donne e dimenticarsene? Tutte sanno che lottare per condividere al 50% il lavoro domestico è iniziare una guerra di logoramento con molte probabilità di uscirne sconfitte.  Se non combattiamo, però, questa battaglia domestica, come vinceremo le altre?
Roswitha Scholz sostiene l’idea che questo lavoro non è stato svalutato, perché lo fanno le donne, ma che esse siano state destinate a esso, perché definite prima per una serie di qualità necessarie per svolgere questo lavoro e qualunque altro femminilizzato (pazienza, l'amore, l'empatia, la meticolosità ...). A questo proposito, va ricordato (e qui entriamo nel dibattito sulla definizione del lavoro domestico in generale) che sotto il capitalismo tutto il lavoro, che non abbia come priorità, la produzione di beni, che non genera profitto, non è lavoro. La questione è quindi se sia possibile (ri) valorizzare il lavoro domestico, come vuole una parte del femminismo e, se, sia possibile separarlo dal genere.
La mia opinione è che questo non sia possibile per molte ragioni. Come dice Frigga Haug, questo lavoro richiede un grande investimento di tempo, ma nessuna formazione, non è suscettibile di automazione e, soprattutto, una sua parte è prescindibile e sempre di più. Qualcuno deve partorire e qualcuno deve prendersi cura di bambini, malati o dipendenti, questa è una necessità sociale, ma la casa può essere meno pulita e cibo meno elaborati. Alcune femministe hanno attirato l'attenzione sugli standard di pulizia che muovono il mercato e che configurano questo lavoro, anche come un tema psicologico.
Abbiamo davvero bisogno di tutta questa pulizia e ordine, come appare nelle pubblicità o come tenevano le case, le nostre madri o nonne? La realtà è che gli standard sono variabili: salgono quando assumiamo qualcuna per pulire, si abbassano quando dobbiamo farlo noi stesse (o essi).
Per affrontare quest’aspetto del dibattito si dovrebbe prendere in considerazione, che il lavoro domestico così come lo conosciamo, non sempre è esistito, né le donne sono state sempre ascritte a esso, ma solo dal verificarsi dell’estrema polarizzazione nella costruzione del genere, verso il quindicesimo secolo e dal diciassettesimo, quando il capitalismo definisce anche il lavoro astratto e lo lega alla produzione dei beni. Prima di allora, il contributo delle donne alla riproduzione materiale era considerato altrettanto importante a quella degli uomini.
Tenuto conto di ciò, è certo che anche nel secolo scorso, questo lavoro è cambiato radicalmente, mentre continuiamo a riferirci a esso in modo astorico, come se le esigenze di una casa, di una famiglia del secolo XIX fossero le stesse di quelle del XXI secolo. Gli elettrodomestici, i prodotti per la pulizia, i cibi precotti o facili da cucinare, i mobili, le dimensioni delle case e delle famiglie, hanno trasformato un lavoro nel quale era indispensabile investire molte ore, in qualcosa che varia in funzione del tempo che gli si può dedicare, che è collegato, a sua volta, con la capacità economica della persona o della famiglia in questione. Mia nonna dedicava tutto il giorno al lavoro domestico, io, in media, un’ora il giorno.
L'esistenza del lavoro domestico come qualcosa legato alle donne è recente e, allo stesso tempo, un potente strumento di genere. Svincolarlo da questo dovrebbe essere una priorità per il femminismo.
C'è un altro problema, molto importante da considerare. Se questo lavoro è davvero da rivalutare, la maggior parte delle donne / famiglie non potrà pagarlo. Se molte donne della classe media (dico donne, perché sono esse, in genere, responsabili dell'assunzione) possono assumere una governante per ore, è perché queste donne lavorano in condizioni di sfruttamento economico, con salari molto bassi. Se il lavoro domestico diverrà un lavoro socialmente valido o remunerato normalmente, allora non sarà un lavoro di donne. “L'unico modo per rivalutare questo lavoro è che lo facciano gli uomini” dice Bang, ma la verità è che, se gli uomini lo faranno, allora le donne non potranno assumerlo: diventerebbe un lavoro da fornitore principale. Solo in condizioni di salari bassi possono molte donne – con stipendi che non sono da fornitore principale, negoziare questo lavoro. Pertanto, che le donne della classe media possono assumere domestiche, dipende dal fatto che questo lavoro sia a buon mercato.
Solo nei paesi più poveri o con molte disuguaglianze sociali è normale che molte famiglie della classe media abbia una lavoratrice domestica giornaliera o quantomeno per molte ore la settimana. Per questo, quando si approvano leggi che mirano a regolare o nobilitare quest’occupazione, l’effetto è di ridurre in maniera significativa la domanda e passare parte di questo lavoro all’economia sommersa, rendendolo più invisibile. Il lavoro domestico potrà rivalutarsi, ma al prezzo della sua assunzione solamente da parte dei ricchi, non a caso, infatti, gli unici uomini che vi si dedicano lo fanno in casa delle classi benestanti.
Di là da queste considerazioni sociali ed economiche, vi è anche una considerazione etica che riguarda l'uguaglianza. A me pare che Nancy Fraser metta il dito sulla piaga quando afferma che il problema del lavoro domestico retribuito, dalla prospettiva dell’uguaglianza, debba rispondere alla domanda “ Chi pulisce la casa della domestica?” Fraser sostiene che questa domanda dimostra che il sistema, dal punto di vista etico, è chiuso. La domestica non può assumere qualcuno che le faccia il lavoro in casa, mentre lei è fuori a fare lo stesso lavoro. Se assumiamo una domestica dominicana, perché accudisca ai nostri figli, ciò significa che lei ha lascito lì i suoi. Le nostre condizioni di vita sono legate alle condizioni di vita delle donne dei paesi poveri.
Riassumendo, se mettiamo altre donne a svolgere il lavoro in casa, che ci liberi dal doppio lavoro, le condanniamo a farsene carico senza rimedio. La disponibilità delle donne migranti o della classe operaia, fa sì che lo Stato/ società non assolva i suoi doveri con i figli e le persone dipendenti, libera gli uomini da questo lavoro e da questa responsabilità e sostiene un'ideologia di genere oppressiva per mantenere standard non razionali, circa la pulizia della casa e della cura della prole. La mia opinione è che dal punto di vista etico, femminista e anticapitalista sia necessario rilevare che c'è una parte del lavoro domestico che tutti dovrebbero fare per se stesso o se stessa.
E ' importante chiarire che non intendo incolpare a nessuno, tanto meno le donne, che non avrebbero potuto agire lo spazio pubblico, senza assumere le altre, però avere consapevolezza su questo non vuol dire che non si possa fare una riflessione.
L'unica risposta alla domanda "Chi pulisce la casa della domestica ?” e “ Chi cura i figli della badante?” è che tutti abbiano accesso alle soluzioni pubbliche riguardo al lavoro di riproduzione e di cura e che la doppia giornata (o doppio lavoro) non esista. Ciò che deve esistere è la cura di base di sé, da farsi nella misura che si vuole, come lavarsi o prepararsi da sé. In modo forse, un po’ radicale, la svedese Maria Schottenius scrive: " " Il primo comandamento socialdemocratico per una donna è ‘devi pulirti la tua spazzatura’ (ovviamente questo vale anche per gli uomini). In una casa normale, se ognuno svolgesse la sua parte (compresi i figli), questo lavoro sarebbe risolto con un ragionevole sforzo.
Ovviamente, c’è una parte di questo lavoro che continuerà ad esistere. Da un lato, perché ci sono persone / famiglie che, in tutti i casi, hanno bisogno di aiuto, sia per questione di età, di salute, di tempo; d'altro, perché ci sono donne che non ci voglio rinunciare per qualsiasi motivo. Pertanto, più che riferirmi a ciò che ho affermato riguardo alle politiche pubbliche, soprattutto per il primo caso, io sarei del parere di cambiare la concezione stessa di questo lavoro. Così, invece di cercare di valorizzarlo nella logica capitalistica sarebbe possibile assumerlo come un lavoro supplementare, svolto da giovani e / o studenti di ambo i sessi per pagarsi le spese, per esempio.

Mentre in Spagna o in America Latina, questo lavoro è così strettamente legato alla classe, da rendere difficile che giovani della classe media e istruita, lo svolgano, in altri paesi con tradizione più egualitaria, non è raro trovare studenti universitari che puliscano o aiutino in casa. In questo modo si romperebbe il suo legame con il genere, con la doppia giornata, e anche con la classe, giacché, come ho scritto prima, potrebbe essere svolto da giovani o studenti come lavoro complementare.  Il dibattito è appena cominciato.
pikaramagazine.

lunedì 12 agosto 2013

L’economia della cura contro il martello patriarcale e la chimera della crescita.

Enric Llopis



Uno dei grandi scopi che dovrebbe soddisfare qualsiasi sistema economico è la riproduzione della vita. Garantire e fornire i mezzi per riprodurre la popolazione, i suoi mezzi di produzione e, soprattutto, rispettare i cicli della natura.
E’ in questo contesto che acquista somma rilevanza, l’economia della cura e il lavoro domestico, che l’ortodossia economica e le scienze sociali lasciano da parte.

Contro l’egemonia del patriarcato e l’ossessione per la crescita, l’economista cilena, Cristina Carrasco,  ha  difeso all’Università estiva del Socialismo, tenutasi a Valencia, la necessità di riorganizzare il sistema economico annesso alla prospettiva femminista ed ecologista. Il nodo centrale ignorato dalla società capitalista e patriarcale.
Ogni essere umano nasce da una donna, cresce, acquisisce un’identità, si sviluppa e si abilita alla vita adulta e arriva poi, alla vecchiaia. Tutte queste fasi sono direttamente condizionate dalle cure prestate in casa.
“La civiltà umana si è mantenuta generazione dopo generazione, grazie al lavoro di cura; per la grande quantità di tempo ed energia nei compiti domestici, per le  attività giornaliere e silenziose, che hanno svolto milioni di donne e oggi, per fortuna, alcuni uomini "spiega Cristina Carraio.
 Dove è il paradosso? "Le scienze sociali ed economiche non tengono conto di questo, " aggiunge.

Ci piaccia o no, c’è una realtà che s’impone: ciascuna persona è dipendente nella vita; questa vulnerabilità umana comporta, tra le altre cose, l’interdipendenza e  vivere in comunità.
Secondo l’economista “ accettare che tutti siamo vulnerabili e dipendenti implica che abbiamo bisogno di cure e, quindi, queste dovrebbero essere una priorità politica e sociale."

Rivendicare l’economia di cura significa anche rifiutare alcuni miti.  Ad esempio, l’"homo economicus" (l'archetipo usato nelle scienze economiche), un individuo egoista, isolato, completamente indipendente, che non si ammala, né invecchia.  D'altra parte, rileva l'economista cilena, “ dobbiamo controbattere alla mistica religiosa di cura favorita dal patriarcato, che considera le donne con un’innata capacità per il sacrificio e di lavorare a casa per amore." Deve criticarsi, in breve “ che i compiti di cura siano divisi per sesso e razza, svalutati e collegati a gruppi sociali che la società reputa inferiori”.

L'economia di mercato capitalistica (comunemente chiamata "economia reale") nega il valore della cura, a tal punto da non includerla nella sua misura ‘regina’: il PIL. Secondo Cristina Carrasco, però "le cose devono essere considerate per il loro valore sociale e non necessariamente tradotte in valore monetario."
L’econometria ufficiale porta a paradossi come quello per cui il cibo preparato da un cuoco si contabilizza, dato che dà luogo a inter-scambi economici in termini di PIL, mentre questo non è vero se il piatto è sviluppato da una donna nella cucina di casa sua. E’ questa l’economia  capitalista di mercato onnicomprensiva e dalla quale è difficile sottrarsi, vivere senza soldi. Si cerca solo di massimizzare il profitto, sottolinea Cristina Carrasco, e-di conseguenza - il lavoro di cura è valutato come mera " esternalità” . Né gli ossessivi e utopici discorsi sulla “crescita” e la necessità di uscire dalla crisi, contribuiscono al riconoscimento delle cure. Neppure per estensione, l’utilizzo rispettoso delle risorse naturali. Bisogna pertanto rilevare il ruolo delle cure per il suo valore sociale, senza dover tradurle in valore economico o commerciale. Si tratta di lottare per una società in cui queste possono essere organizzati e gestite correttamente, per esempio, aumentando il tempo libero. La critica femminista smantella molti dogmi dell'economia ufficiale e, per alcuni aspetti, completa la critica delle economiste marxiste. Teoricamente, il salario deve consentire almeno la riproduzione della forza lavoro. Tuttavia, spiega Cristina Carrasco " quando un bambino nasce, richiede molta cura, educazione, socializzazione nei primi anni di vita e, in ultima analisi, una grande quantità di tempo, tutto ciò non è remunerato dal salario dell’impresa, vale a dire, il valore reale della forza lavoro dovrebbe includere quanto realmente costa rigenerarla e riprodurla: fare il bucato, stirare, pulire la casa, e molte altre attività di base non incluse nel salario”. Così l’economia capitalista si riproduce attraverso differenti forme di sfruttamento della manodopera (il plusvalore marxista) delle cure e della natura.
Il fatto che le donne siano quelle che assorbono per la maggior parte i compiti domestici e di cura, indica il loro impoverimento, per un fatto ovvio: il più difficile accesso al mercato del lavoro ("Le esigenze dell'economia di cura sono difficili da conciliare con l’attività lavorativa, è la contraddizione tra capitale e vita”). “L’efficacia – sottolinea Cristina Carrasco - delle politiche di uguaglianza è stata per lo più simbolica”.
Se si approfondisce il problema, ciò che realmente si chiede è “che la donna sia equiparata all’uomo nella sfera pubblica, ma in un mondo maschile, per questo si fanno costanti riferimenti alle donne che occupano incarichi politici o esercitano direttive d’impresa”. Viceversa non si conoscono statistiche che valutino la percentuale di uomini che curino le loro suocere o stirino i vestiti delle donne.
L’approfondita analisi delle cure offre moltissimi spigoli. In paesi come la Spagna, con tassi molto bassi di fecondità, nel 2000 ebbero un incremento grazie alle donne migranti. A questo si aggiunse l’invecchiamento demografico. Queste nuove esigenze di cura furono risolte dalle donne migranti e povere, che curavano gli anziani, i loro nipoti ed eseguivano i lavori  domestici nelle case nazionali. Si tratta, inoltre, di fenomeni nei quali si zittisce un fatto essenziale: "Il danno che avviene nei paesi di origine, che preparano e formano persone che poi migrano", spiega l'economista.

Un’altra questione è l’interiorizzazione dei compiti di cura per determinati gruppi e la repressione che ne consegue. “Perché – rileva Cristina Carrasco - vi è un obbligo morale imposto dal patriarcato che corrisponde al come devono essere le donne che s’incaricano delle cure, non eseguirlo comporta, in molti casi, profondi sensi di colpa”. Una repressione psicologica alla base di un dato di fatto “ Se non fosse stato per il lavoro delle donne, da molti anni l'umanità sarebbe scomparsa."
“Che cosa succederebbe – si domanda l’economista – se sparissero il mercato capitalista e il sistema finanziario?" “Senza dubbio continueremmo ad esistere, ma non potremmo farlo senza risorse naturali né cure” risponde.  Ciò che succede è che l'accademia e il paradigma dominante riconoscono soltanto gli strati “superiori”, cioè, il mercato capitalista e i servizi pubblici offerti dallo Stato, mentre ignorano la “base”: l'ecologia, il benessere e la cura.
E’ l’economia “iceberg”.

* Cristina 
Carrasco è un'economista cilena, docente di Teoria Economica dell'Università di Barcellona.


Rebelion

(libera traduzione di Lia Di Peri)

domenica 25 marzo 2012

Diritti e giustizia economica per il lavoro domestico

Le lavoratrici domestiche contribuiscono notevolmente all'economia mondiale. Rafforzano le economie locali e straniere, assumendo ruoli precari di cura e le lavoratrici migranti inviano alle loro case rimesse che costituiscono una parte sostanziale del prodotto interno lordo dei loro paesi d'origine. Tuttavia per lungo tempo il lavoro domestico non è stato regolamentato e le persone che lo svolgono hanno subito violazioni ai loro diritti economici ed affrontato ostacoli per avere accesso alla giustizia.
Questo articolo è parte di una serie che esamina alcune delle questioni e dibattiti legati al tema del Foro Internazionale dell'AWD 2012 e stabilisce connessioni tra le tematiche riguardanti i diritti delle donne e il potere economico.
Nel giugno del 2011, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) adottò la Convenzione 189 sul lavoro dignitoso per i/le lavorator* domestici (C189). La ratifica è stata lenta, ma la Campagna 12X12 propone che almeno 12 paesi ratifichino la Convenzione nel 2012.

AWD ha intervistato Marieke Koning, della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) sulle implicazioni del C189 per i diritti e la giustizia economica delle donne.

da Kathambi Kinoti

AWD : Qual è lo stato della Convenzione da quando è stata adottata nel giugno dello scorso anno?

Marieke Koning (MK):  "Questa è la fine della schiavitù moderna!" furono le parole dei/delle lavoratori/trici domestic* quando presenziarono alla storica adozione della Convenzione 189 (C189) e la Raccomandazione 201 sul lavoro dignitoso dei/delle lavorator* domestici durante la Conferenza Internazionale del lavoro nel giugno del 2011. Per queste persone e i 50-100 milioni di lavorattori e lavoratrici domestici/che, in tutto il mondo, l'adozione del C189 ha significato il riconoscimento e il rispetto per questo lavoro da parte della comunità internazionale, la disponibilità di uno strumento internazionale che può essere utilizzato per rivendicare i propri diritti e il potenziale per visibilizzare  l'economia informale  e inserirla nell'occupazione  formale.

Due ratifiche permetteranno che il C189 entri in vigore. Si attende di ricevere presto la prima ratifica, dalle Filippine e potrebbero esserci altre 30 ratifiche tra il 2012 e il 2014. Nuove leggi e riforme stanno per essere adottate e contemplate in Spagna, India, Indonesia e Singapore. Però dobbiamo  tenere alta l'attenzione perché il Parlamento in Indonesia ha previsto di rinviare i dibattiti;in più le grandi aspettative per la ratifica di alcuni paesi si sono attenuate a causa del cambiamento del clima politico che implicano la concentrazione per le elezioni nazionali.

AWD: Che influenza ha avuto il potere economico esercitato  dalle lavoratrici migranti e domestiche nel processo per l'adozione della Convenzione?

MK: Un punto di forza della negoziazione per l'adozione della C189 è stato il fatto che le lavoratrici domestiche migranti stanno contribuendo alle economie  dei loro paesi nell'assumere lavoro di cura retribuito,portando così le altre donne a lavorare fuori casa.
I negoziati nella Conferenza Internazionale del Lavoro nel giugno del 2010 e del 2011 sono stati intensi e fin dall'inizio si è avuta l'idea che "bisogna fare qualcosa", ma sia i datori di lavoro che la maggior parte dei governi hanno appoggiato solo una Raccomandazione. Una Convenzione che deve essere ratificata, obbliga i governi ad armonizzare le loro legislazioni nazionali. La delegazione sindacale, compresi i sindacati dei/delle lavorator* domestici/che, ha presentato numerosi esempi ed argomentazioni circa la necessità della Convenzione, evidenziando somiglianze nell'abuso e sfruttamento in molti paesi, si riferirono alle leggi vigenti nei paesi del Nord e Sud. Il sostegno alla Convenzione è aumentato quando governi come il Sud-Africa e il Brasile cominciarono a parlare in nome delle rispettive regioni e mostrarono una forte volontà di difendere la Convenzione.

AWID: La C189 come risolve i problemi dei salari, benefici e condizioni di lavoro eque? Quali implicazioni si hanno per la condizione e il potere economico delle donne?

MK: Dato che tradizionalmente il lavoro domestico è svolto dalle donne in casa,non viene considerato una professione. Non è valorizzato, riconosciuto o rispettato. Per troppo tempo, decine di milioni di lavoratrici domestiche sono state escluse dalla legislazione nazionale, sonostate e sono mal pagate o non vengono pagate affatto, lavorano per lunghe ore e sono sfruttate e subiscono abusi. Il lavoro domestico non è visibile ed è isolato perché svolto all'interno della casa. Molte lavoratrici domestiche sono tenute praticamente come prigioniere o schiave, senza permetterle di uscire di casa o comunicare con le loro famiglie.

L'adozione della C 189 è storica. Riconosce il lavoro domestico come lavoro e stabilisce i diritti minimi di cui devono godere chi lo esercita. Una volta ratificata, la Convenzione rafforzerà il potere economico dei/delle lavoratori/trici domestic*: avranno diritto al salario minimo con deduzioni  unicamente in circostanze eccezionali che sono descritte chiaramente.

Il C 189 si riferisce alla [articolo 10] parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici domestici/che e lavoratori e lavoratrici in generale, in relazione al normale orario di lavoro, all'indennizzo per gli straordinari, ai periodi di riposo giornaliero e settimanale e per le ferie annuli pagate. La Convenzione riconosce anche come ore lavorative i periodi durante i quali i/le lavoratori/trici domestic*non dispongono liberamente del loro tempo e rimangono a disposizione del nucleo familiare per rispondere a possibili richieste dei loro servizi.[1] Queste persone avranno accesso alla protezione della sicurezza sociale, anche per quanto riguarda le prestazioni di maternità e i benefici in materia di salute e sicurezza  [Articolo 13].

I datori e i /le lavorator* domestici/che devono firmare un contratto in modo che siano chiare le condizioni lavorative [Articolo 7].
Inoltre, i/le lavoratori/trici domestici/che hanno diritto di scelta sul risiedere nella casa per la  quale lavorano[Articolo 9] e avranno accesso ai tribunali o altre misure di risoluzione dei conflitti [articolo 16], il che aiuterà a contenere le pratiche abusive di molte agenzie per l'impiego.
In più, la C 189 è destinata a produrre cambiamenti nella vita di milioni di donne e ragazze intrappolate nel lavoro domestico minorile e nel lavoro forzato.

Infine la Convenzione (C189) impone agli Stati Membri l'obbligo di rispettare, promuovere e realizzare i diritti dei/delle lavoratori/trici domestic* alla libertà di associazione, alla libertà sindacale e all'effettivo riconoscimento del diritto di contrattazione collettiva [Artico 3]. Questi diritti fondamentali sono nella maggior parte negati  dalle leggi nazionali del lavoro. Oggi, i/le lavoratori/trici domestici/che potranno finalmente difendere e negoziare migliori diritti nella legislazione e in pratica,come anche gli accordi di contrattazione collettiva.

AWID: Che cos'è la Campagna 12X12?

MK: Questa campagna ha lo scopo di far ratificare  la Convenzione a 12 paesi entro il 2012. Cerca di organizzare i/le lavorator* domestic* affinché si sindacalizzino e rafforzino i loro sindacati. Dodici ratificazioni nel 2012  è la meta minima - dobbiamo arrivare ad una quantità di ratifiche nel 2012 - per assicurare che la Convenzione mantenga il suo status di valido strumento internazionale.

La Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) ha lanciato la Campagna 12X12 [2] il 19 dicembre del 2011, insieme alla Rete Internazionale dei Lavoratori Domestici (DWN) come membro chiave di questa Campagna per collegare sindacati e reti di lavorator* domestic* in tutto il mondo.

Abbiamo squadre di questa Campagna in 73 paesi! E la quantità dei paesi aderenti aumenta ogni mese. La campagna ha risvegliato l'attivismo in tutto il mondo e ha offerto un ponte  per sviluppare coalizioni tra sindacati del lavoro,sindacati dei/delle lavoratic* domestici/che ed organizzazioni di migranti, i diritti umani e donne che massimizzeranno la pressione sui governi. La nostra strategia comprende la collocazione della Convenzione 189 in una alta posizione dentro gli ordini del giorno delle riunioni tripartite dei sindacati, governi e datori di lavoro; organizzare incontri con i/le parlamentar*per incrementare il sostegno alla ratifica; organizzare eventi pubblici e azioni di fronte ai Parlamenti.

AWID: Alcuni Paesi sono sulla buona strada per la ratifica della Convenzione: Belgio, Filippine, Perù, Sudafrica. Perché, hanno particolari dinamciche al loro interno che portano alla Ratifica?

MK: La maggior parte dei paesi che sono vicini alla ratifica della Convenzione sono stati sensibilizzati sulle problematiche del lavoro domestico e hanno intrapreso azioni per riformare le loro  legislazioni sul lavoro al fine di affrontare alcune delle necessità più elementari di queste persone. Diverse nazioni hanno giocato un ruolo fondamentale durante le negoziazioni nella Conferenza Internazionale del Lavoro, come Austria, Brasile, Filippine, Sudafrica  Namibia e Uruguay. Nel caso delle Filippine, il Governo sa che ratificando la C189 proteggerà milioni di suoi cittadini/ne che svolgono lavoro domestico in altri paesi e che i /le lavoratori/trici di quei paesi beneficeranno significativamente anch'essi/esse della ratifica.
Il Governo filippino ha creato un Gruppo Tecnico di Lavoro con i sindacati, compresi quelli dei lavoratori/trici domestic*, con le organizzazioni delle donne migranti, per facilitare la consultazione sul processo di ratifica. Stessa cosa sta avvenendo in Sudafrica e Brasile.
In altri paesi (per esempio, quelli scandinavi),i sindacati hanno assumto un forte impegno e hanno posto la C189 in una posizione elevata dentro l'ordine del giorno tripartito. Ma nulla può essere dato per scontato. In Perù dove abbiamo molte attese circa la ratifica, il sostegno iniziale alla C189 è quasi scomparso dopo le elezioni governative. Per questo le organizzazioni della Campagna devono tenere desta l'attenzione al fine di arrivare al maggior numero possibile di ratifiche per la fine dell'anno.

AWID: Cosa accadrà adesso con il controllo e l'accesso ai rimedi contro le violazioni?

MK: I Paesi che hanno già ratificato hanno l'obbligo di applicarla nella legge e in pratica,che può essere comunque un lungo processo per alcuni governi. Gli altri governi dei paesi dove le leggi già soddisfano i requisiti avranno poche necessità di adeguamento o nessuna nella loro legislazione nazionale.
Ci sono nazioni che,forse, non ratificheranno la Convenzione 189, ma utilizzano però le norme dell'OIT, come modello per le leggi e orientamenti nelle politiche.

La convenzione 189 è una norma minima. Se ratificata, i/le lavoratori/trici domestic* hanno il diritto di organizzarsi e formare sindacati. Così svilupperanno il loro potere di negoziazione collettiva e possono ottenere ulteriori miglioramenti - nella legge e in pratica -  con i datori di lavoro e il governo, che farà accedere ad una migliore giustizia per il lavoro domestico.

Note:
Queste ore fuori dal normale orario lavorativo in cui u/una lavoratore/trice domestic* sono tenuti a tornare nella casa dove lavorano, per esempio, per aiutare ad assistere una persona malata.

La Campagna 12X12 è ora, una piattaforma con più partner: la Rete Internazionale dei Lavoratori domestici (IDWN), l'Unione Internazionale dell'Alimentazione, agricoltura, alberghi, ristoranti, Snuff e Allied Workers (UITA), Servizi Internazionali pubblico (PSI), l'European Trade Union Confederation (ETUC), Human Rights Watch, il Migrant Forum in Asia (MFA), la Caritas, Solidar e la solidarietà mondiale.  Si attendono che altre organizzazioni partecipino alla Campagna.

AWID

traduzione italiana : Lia Di Peri
Licenza dell'articolo  Creative Commons - Titulare della Licenza : AWID





sabato 14 gennaio 2012

Discriminate ed invisibili : la salute lavorativa delle donne in Europa

L'Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e l'Istituto Sindacale Europeo ( ETUI) concordano nell'incorporare la prospettiva di genere nelle ricerche sanitarie sul lavoro, nelle valutazioni dei rischi e nelle politiche preventive. L'ETUI rileva inoltre l'esistenza di un modello discriminatorio nel riconoscimento delle malattie professionali.

L'occupazione femminile nell'Unione Europea è arrivata nel 2010 al 58% delle donne tra i 15 e i 64 anni contro il 70% tra gli uomini - secondo Eurostat. Siamo di fronte ad un meracato del lavoro chiaramente discriminatorio. La segregazione lavorativa per settori è un fatto: nel 2008 il 61% delle donne lavorava in sei settori (sanità, pubblica amministrazione, commercio al dettaglio,servizi alle imprese,istruzione e alberghi-ristorazione). la discriminazione salariale-guadagnare meno svolgendo lo stesso lavoro degli uomini- colpisce il 18% di queste donne. E la divisione dei compiti domestici  è altrettanto discriminatoria: in tutti i paesi europei, le donne dedicano più tempo al lavoro domestico non retribuito.Il pregiudizio di genere nel lavoro domestico è così importante che anche se gli uomini lavorano più ore fuori casa, se sommiamo il lavoro retribuito e quello non retribuito, le donne europee lavorano in media,30 minuti in più al giorno, rispetto agli uomini.

Esposizione a rischi

Ma in quali condizioni lavorano le donne e come sono colpite nella salute? La risposta non è facile, dato che né le valutazioni dei rischi né le statistiche ufficiali incorporano un'analisi  differenziata per sesso;tuttavia ci sono dei dati per affermare che esistono esposizioni che necessitano un trattamento differenziato.
Per esempio, quando EU-OSHA esamina gli infortuni sul lavoro con una prospettiva di genere, osserva che seguono modelli differenti: mentre negli uomini gli infortuni sono più numerosi, ma diminuiscono con l'età, nelle donne si mantengono stabili nelle differenti fasce di età. EU-OSHA raccoglie uno studio esplorativo di Eurostat che rileva che gli infortuni più comuni tra le donne sono gli scivoloni, le inciampate e cadute (29%) e si rammarica che Eurostat non calcola gli infortuni lavorativi verificatisi nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nel settore salute, perché in questi settori si concentra più del 45% delle donne occupate in Europa.
In quanto all'esposizione a rischi  ergonomici, sia l'EU-OSHA che l'ETUI sollevano la necessità di incorporare nuovi criteri di valutazione, che permettano di riflettere problematiche tipicamente femminili come l'esposizione a vibrazioni nell'industria manufatturiera che colpisce il 30% delle donne occupate, la realizzazione di movimenti ripetitivi o del sollevamento di persone (attività di cura e di assistenza sanitaria). Per esempio, nel caso del sollevamento di carichi, molto più uomini ( 43%) che donne ( 25%) debbono spostare carichi pesanti nel lavoro. Tuttavia, quando si tratta di sollevare o spostare persone, la prevalenza del rischio è molto più elevata nelle donne (11%) che negli uomini ( 5,8%).
La diseguale distribuzione per sesso delle malattie professionaliriconosciute,incluse nel rapporto dell'ETUI,indica la necessità di politiche di prevenzione con una prospettiva di genere.Per esempio,il tunnel carpiano è fondamentalmente una lesione femminile: il 67% delle persone che ne soffrono sono donne,la tendinite del gomito e la tenosinovite della mano e del polso - un'infiammazione del tendine e del tessuto che lo ricopre - sono inoltre prevalenti più nelle donne che negli uomini.

Nell'esposizione al rumore, secondo l'EU-OSHA,si dovrebbero rivedere i criteri di valutazione. Anche se l'esposizione al rumore nell'industria colpisce massicciamente gli uomini,in occupazioni come l'insegnamento, la ristorazione, i call center o i reparti del pronto soccorso,le donne sono esposte ad elevati livelli i rumore che provocano ronzio alle orecchie e disturbi nella voce per la necessità di aumentarla. Livelli di rumore medio ed alto sono legati alle malattie circolatorie e allo stress lavorativo.

In termini di esposizione ai rischi psico-sociali,i rapporti provenienti da diversi paesi situano le donne come un gruppo particolarmente esposto. Per esempio, uno studio realizzato in Germania ha dimostrato che le donne sono più esposte (67,4%)degli uomini (59,2%) ad alte esigenze psicologiche come quello di fare due lavori contemporaneamente. D'altra parte, un recente rapporto dell'ISTAS, con un campione rappresentativo della popolazione attiva impiegata in Spagna,dimostra che le donne sono in una situazione peggiore rispetto agli uomini -tra i 7 e i 5 punti percentuali di differenza - nell'esposizione alle alte esigenze cognitive (attività complesse) e basse possibilità di sviluppo. Lo stesso lavoro ha dimostrato un pregiudizio di genere in quanto alla necessità di nascondere le emozioni: il 44% delle donne sono costrette a nascondere le proprie emozioni sul lavoro rispetto al 36,7% degli uomini.

EU- OSHA ritiene che l'esposizione delle donne a sostanze pericolose continua ad essere uno dei campi che richiedono uno sforzo maggiore di visibilità dei rischi: " Sappiamo che le donne sono la maggioranza  nei settori che sono in contatto  con sostanze infettive e chimiche nocive per la salute,ma queste esposizioni sono state spesso trascurate".
Il rapporto EU-OSHA raccoglie una tabella completa che collega  sostanze pericolose  con settori, circostanze di esposizione e attività. Ci sono settori dove la maggior parte dei lavoratori sono donne, che sono particolarmente esposte a rischi chimici come l'industria del lavaggio,tintoria,industria ortoprotesica, arti grafiche, laboratori, parrucchierie, sanità o manifattura tessile. Esistono anche studi che indicano che la metabolizzazione delle sostanze chimiche sia differente negli uomini e nelle donne e quest'ultime siano più colpite a basse dosi di esposizione.

Meno segnalazioni e minor riconoscimento.

Sul riconoscimento delle malattie professionali continua una visione chiaramente maschile, viene constatato tanto dal rapporto dell'EU-OSHA quanto dalla ricerca realizzata dall'ETUI dei diversi paesi. Nel 2007, tra le malattie lavorative riconosciute in Europa, un 38% colpivano la donna e un 62% l'uomo,il che sugnifica che c'è una differenza tra i sessi di 24 punti percentuali secondo l'Eurostat. Si tratta di un problema di segnalazioni o di riconoscimento? Dal rapporto dell'ETUI si evince che si tratta di entrambi le cose, ma con diversi modelli nei differenti paesi.

Davanti all'impossibilità di disporre di dati aggregati per l'Europa che permettano di comparare segnalazioni e riconoscimento delle malattie professionali, la relazione di Daniela Tieves per l'ETUI ricorre alle nalisi dei diversi paesi.

In Germania, per esempio,si osservano grandi differenze tra le malattie professionali segnalate per gli uomini e le malattie professionali segnalate per le donne, sempre a favore degli uomini. In Danimarca succede il contrario: le donne segnalano più malattie che gli uomini. Tuttavia,in entrambi i paesi le malattie segnalate dagli uomini sono più riconosciute rispetto a quelle segnalate dalle donne.

Tra i paesi presi in esame vi è uno solo che riconosce in egual misura le malattie segnalate dagli uomini e quelle segnalate dalle donne, ed è l'Italia, dove ad entrambi i sessi viene riconosciuta circa il 30% delle malattie segnalate, ma in questo caso le differenze nella segnalazione sono più notevoli: gli uomini segnalano tre volte più delle donne.

Un'analisi più dettagliata di queste differenze suggerisce che il problema del riconoscimento ha a che fare con il tipo di malattie che si segnalano: per esempio, le perdite dell'udito, segnalate più dagli uomini vengono riconosciute di più che le malattie della pelle segnalate dalle donne.
Secondo ETUI,ciò che sta accadendoè che il sistema di riconoscimento e compensazione delle malattie è stato concepito in un epoca nella quale la partecipazione dei sessi nel mercato del lavoro era molto diseguale e si tratta di un sistema malfunzionante per entrambi i sessi - si riconoscono molto meno malattie di quelle segnalate - ma in misura maggiore per le donne.

amecopress.net

(traduzione di Lia Di Peri)







giovedì 21 luglio 2011

Spagna: Una sentenza della Corte Suprema riconosce il lavoro domestico.

Una sentenza della Suprema Corte contribuisce a fare un passo in più nel riconoscimento del lavoro domestico.

La sentenza ha riconosciuto un compenso di 108.000 € ad una donna dopo quindici anni di matrimonio in regime di separazione dei beni, per i lavori svolti in casa.


La Corte ha accettato la decisione del Tribunale di primo grado di Móstoles, successivamente revocata del Tribunale Provinciale di Madrid, con la quale Maria Piedad FA sarà ricompensata con 108.000 euro, dopo il suo divorzio per aver contribuito per quindici anni  in regime di separazione dei beni alle spese familiari, con i lavori domestici e la cura della figlia.
La sentenza chiarisce che "il lavoro domestico non solo è una  forma di contributo, ma costituisce titolo per ottenere un risarcimento nel momento della fine del regime"

Per  la quantificazione si è fatto ricorso al salario di una lavoratrice domestica moltiplicato per gli anni di matrimonio. In questo caso la cifra è stata quantificata in 600 euro mensili. Maria Piedad FA, laureata in legge, non ha mai esercitato una professione o qualsiasi altro lavoro durante i quindici anni di matrimonio, dedicandosi esclusivamente alle faccende domestiche e alla cura della figlia.

Il riconoscimento della Corte non crea giurisprudenza, perché occorrono ancora due decisioni in questa direzione, ma serve affinché "sia riconosciuto il lavoro svolto in casa. Un lavoro molto dimenticato" ha commentato l'avvocata Themis. Non sono manacti su Internet sprezzanti commenti a questa sentenza.

Villar-Pérez ricorda però, che il lavoro domestico è molto di più che "lavare una tazza o stirare una camicia"
Si tratta di una serie di compiti in aggiunta alla rinuncia di un'aspettativa professionale e di carriera.

http://www.amecopress.net/spip.php?article7450


(traduzione di Lia Di Peri)