Visualizzazione post con etichetta politiche neoliberiste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politiche neoliberiste. Mostra tutti i post

giovedì 9 marzo 2017

I malati non sono lottatori.




E’ diventata una moda trasformare i malati in gladiatori. Una specie di atleti olimpionici dai quali si pretende che lottino per curarsi. Questa moda che è pura ideologia neo-liberista portata nel mondo della salute, è trasferita alla filosofia da mercatino di Paulo Coelho riguardo alla malattia. Si vede che il mondo imprenditoriale non riesce a dare di più che questa filosofia che vede la vita divisa tra vincitori e vinti. Paolo Raez non era un combattente perché era un paziente, una vittima arbitraria di qualcosa di ingiusto come soffrire di leucemia.

Trasformandolo in lottatore cade su di lui tutta la responsabilità di guarire, nascondendo che per curarsi da una malattia nulla è più efficace dell’investimento pubblico nella ricerca medica e nella qualità del sistema pubblico sanitario. E, come se non fosse sufficiente, quando la persona ammalata muore, la perversione consiste nel dire che non si è curato che, nel linguaggio neo-liberista, vuole dire che non ha lottato abbastanza: il responsabile di aver perso la battaglia diventa il malato. Una perversione mostruosa.

Una malattia come la leucemia è arbitraria, nessuno la sceglie, è disgraziatamente aleatoria. Pertanto, nessuno sceglie di combattere la leucemia o qualsiasi altra malattia. Gli ammalati sono dei pazienti, vittime che soffrono e il successo della guarigione dipende da una diagnosi tempestiva, da un buon trattamento, dall’investimento del denaro pubblico nella ricerca e che siano attenzionati da una buona equipe medica.

Questo sistema ossessionato dal trasformare tutto in successo/fallimento che converte gli imprenditori in una sorta di eroi che lottano per uscire dalla disoccupazione da soli, senza dire che la cosa più importante perché un imprenditore abbia successo è il denaro di partenza che gli prestano i suoi famigliari per iniziare, così ora si lancia anche l’idea di isolare la malattia e a convincere che lottare è sufficiente per guarire. Ugualmente se si vive in Senegal o in Svezia, che si lotti in una baracca o in uno chalet della Moraleja, che si abbia accesso alla salute pubblica di qualità o che chiedano la carta di credito se si entra in un ospedale.

Nessuna questione importante si risolve combattendo in solitudine né citando frasi celebri di Paulo Coelho. Nessuno esce indenne da un cancro combattendo come un atleta olimpico. Nessuno diventa un imprenditore di successo solo possedendo una buona idea di business. Nessuno ottiene i suoi obiettivi soli sognandoli. Nessuno lascia l'esclusione sociale solo ridendo alla vita. Nulla assolutamente nulla si risolve con una frase zuccherosa.
Questo è sufficiente per trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita in un fatto individuale, dipendendo solo da noi stessi. Nessuno si fa da se stesso che è la tipica frase di assenza di solidarietà dell’individualismo e la mancanza di empatia. Ci realizziamo gli uni con gli altri in salute e nella malattia. Invece di richiedere alle persone malate di lottare, sarebbe più utile che lottassimo noi per loro, per noi stessi e per tutti e che almeno smettessimo di votare opzioni politiche che tagliano in modo criminale la ricerca scientifica e il sistema di salute pubblica.

(traduzione di Lia Di Peri)



domenica 3 novembre 2013

Andate " bastardi" tutti al Bois de Boulogne

Annette Lévy-Willard, giornalista di LIBÉRATION 






Il manifesto dei 343 bastardi 
(con riferimento alla lettera aperta firmata nel 1971, da 343 donne a favore dell’aborto) sottotitolato “ Non toccate la mia puttana” sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista francese, Causeur, a sostegno della non penalizzazione della prostituzione Tra i 343 uomini francesi che hanno firmato questo manifesto vi sono tra gli altri lo scrittore Frédéric Beigbeder, il giornalista Eric Zemmour, il drammaturgo Nicolas Bedos e l’avvocato di Dominique Strauss-Kahn, Richard Malka.
La parola d’ordine che difende nel manifesto, questo gruppo di ‘intellettuali’ francesi è”non toccate la mia puttana” rivendicando il diritto inalienabile di andare a prostitute, senza che nessuno li disturbi.
Il documento ha suscitato un’enorme polemica e la rabbia del governo di François Hollande . “ Le 343 puttane chiedevano di disporre del proprio corpo, i 343 stronzi chiedono di disporre del corpo delle altre. Non meritano ulteriore commento “, ha dichiarato la portavoce dell’Esecutivo, Najat Vallaud-Belkacem e ministra dei Diritti delle Donne. Non è stata l’unica.
“E ' completamente fuori dal contesto il riferimento al manifesto delle 343 " ha rimproverato Morgane Merteuil, portavoce del Sindacato del lavoro sessuale. Questi 343 firmatari non sono per niente sovversivi. Sappiamo che la maggior parte utilizza i servizi delle prostitute e hanno sempre il loro tornaconto”.
La femminista militante Anne Zelensky, che firmò il manifesto del 1971, ha denunciato “ un perverso gioco di destrezza in cui la libertà è messa al servizio della difesa della schiavitù . " “ Siamo seri, non è un piacere aprire le gambe alla domanda, più volte il giorno”.
Annette Lévy-Willard,  ha scritto  su Liberation, un articolo in risposta al documento:
Io adoro gli uomini moderni, così chic, quelli che hanno il coraggio di bagnarsi, di stare in prima linea, che non hanno paura di essere in prima pagina, e sotto gli occhi innamorati delle telecamere – è un’arte – che non temono di attaccare la vaghezza del politicamente corretto, di aprirsi un varco tra le orde femministe.
Sono combattenti, questi uomini, veri; d’altronde, dal loro manifesto dei “343 bastardi”, lo scrivono anche, non ci sono dubbi. “ Noi siamo uomini”, annunciano.
Perché non hanno precisato nel testo “ E abbiamo i coglioni”? Perché è di questo che si parla, della loro giusta lotta per mantenere un diritto (dell’uomo) fondamentale in tutte le società umane: il diritto di andare a puttane.
Quanto sono moderni, i nostri Beigbeder, Zemmour e Bedos (junior), essi sanno come si fa una buona campagna pubblicitaria: riprendi due manifesti storici “politicamente corretti” e li dirotti per provocare. So hip darling. Il più vecchio, il più dozzinale, è ovviamente il “Manifesto delle 343 troie”, pubblicato nel 1971. Quelle famose donne che dichiararono di aver abortito, quando ancora era un crimine nel vecchio codice francese, nella speranza di promuovere il diritto delle donne ai loro corpi, alla contraccezione all’aborto. Invece, di farsi macellare in qualche laboratorio clandestino.
Un colpo mediatico che stavolta, serve a qualcosa. Allora, bene, si ruba un’idea e la riconsegniamo da veri uomini moderni. Ragazzi così brillanti!
Un altro manifesto storico: dopo le donne, il razzismo. Si ruba l’idea stupidamente cattolica di “ Non toccate il mio amico”, et voilà, yes we got it ! 
Si fregano idee progressiste e si rivoltano come calzini reazionari per la difesa dei nostri coglioni minacciati. Questo manifesto sarà pubblicato, la prossima settimana nel mensile Causeur, “ Non toccate la mia puttana! Il manifesto dei 343 bastardi”, firmato dagli uomini moderni della Francia del XXI secolo, Frédéric Beigbeder, Eric Zemmour, Nicolas Bedos, Richard Malka (avvocato di DSK, che non ha firmato…).
L’inaudita audacia che caratterizza quest’avanguardia del pensiero è il risvegliare la Francia, prima che commetta l’irreparabile con una legge (peraltro discutibile) che penalizza il cliente. E’ una persecuzione! Lo sventurato non è in piedi al freddo, nudo, in tangenziale, sorvegliato dal pappone. E’ un drive-in, il cliente ferma, il suo macinino, abbassa il finestrino e comanda e oltre a pagare, che è già una sofferenza, dovrebbe correre il rischio di una multa e del carcere?
All’improvviso, mi domando perché questi uomini moderni, che io adoro, sembrano ritornare sui loro passi: è il mestiere più antico del mondo ... è dunque così la natura? Sin dai tempi antichi
Ok, le cose sono cambiate, esse prendono la pillola, hanno il diritto di voto, lo stupro è un crimine, ma… lasciamole il mestiere più antico del mondo. Per favore! 
Queste storie femministe, di pillole e preservativo, ci rompono (è il caso di dire), dichiarano negli articoli o, meglio, davanti alle telecamere, sperando di colpirle, lasciateci godere senza intralci - ancora una volta, la parola d'ordine della liberazione sessuale per tutti, rubata. Siamo in una democrazia, dicono, proteggiamo la nostra libertà. Nostra fraternità. Nostra uguaglianza.
Io sono a favore. 
Ragazzi siate coraggiosi, difendete valorosamente i nostri valori di libertà e di uguaglianza a rischio della vostra salute. Voi avete la libertà di andare questa sera al bois de Boulogne, lavorare su un piano di parità, con tutte le ragazze (e non solo) andate con loro, le vostre amiche puttane, fate uno o più pompini ai camionisti, che vi regaleranno qualche biglietto come semplice scambio commerciale. 
Just do it.

http://www.liberation.fr/societe/2013/10/30/allez-les-salauds-tous-au-bois-de-boulogne_943475


Qui, la risposta ( in francese) di 
Nicole Muchnik,la prima "salope" firmataria dell'originario manifesto delle 343 salopes del 1971.
http://tempsreel.nouvelobs.com/societe/20131031.OBS3572/la-premiere-salope-repond-aux-343-salauds.html



mercoledì 16 ottobre 2013

La seconda ondata machista

Lydia Cacho*




                                 


Lucero è stata ferocemente picchiata per essersi rifiutata di fare sesso, e la Procura sta facendo di tutto per eliminare i diritti di questa ragazza messicana di Guanajuato e zittire la stampa insinuando che fosse in qualche modo colpevole dell’aggressione.

Mousin e Raja di 14 e 15 anni si son baciati in bocca fuori dalla scuola in Marocco e il loro amico Osama ha postato la loro fotografia su Facebook. Le autorità li hanno arrestati e, ora, sono sotto processo con l’accusa di atti osceni e danni alla morale pubblica. In Marocco baciarsi è considerato immorale, mentre picchiare o violentare la moglie, non lo è. Il ragazzo e la ragazza rischiano una condanna fino a due anni di carcere, perché – ha dichiarato la Procura – baciarsi in pubblico minaccia la società e va contro i principi educativi.
In Yemen, Saadah cui nome significa felicità, a tredici anni è stata venduta in matrimonio dal padre. Il marito, di cinquant'anni, ha pagato l'equivalente di 1200 pesos per la ragazza che maltrattava fino a quando a diciotto anni e con due figli è riuscita a fuggire e tornare a casa di sua madre. Il padre ha dichiarato che aveva venduto le figlie per evitare che vivessero in povertà. Adesso le due, come migliaia di bambini vittime di matrimoni forzati nel mondo, sono tornate a casa, con figli e figlie da sfamare, senza risorse o protezione, e sicure che lo Stato non riconoscerà la loro libertà e dignità.
In Indonesia, nella provincia sud di Sumatra, il ministro dell’istruzione ha proposto una legge che ordina che tutte le ragazze che vogliono accedere alla scuola devono essere sottoposte a un esame ginecologico per dimostrare la loro verginità. Le ragazze che non hanno l’imene integro, non potranno ricevere l’istruzione pubblica. Dietro questa politica, che alcuni gruppi conservatori mirano a standardizzare in Indonesia e che ha provocato le reazioni dei settori progressisti del paese, c’è il maschilismo. Il ministro dell'Istruzione, Muhammad Rasyd, dichiara che queste misure legali, impediranno alle donne di avere rapporti prematrimoniali. Le attiviste indonesiane che hanno protestato contro il ministro e i leader religiosi, hanno affermato che questa misura rappresenta un’enorme battuta d’arresto per i diritti delle donne nella regione.
Dietro di questi e a migliaia di altri casi, si nasconde un’ondata di misoginia, che pretende di cancellare i diritti delle donne e delle giovani. Diritti che le nostre antenate hanno conquistato, rischiando la vita. In alcuni paesi come il Messico, l'Indonesia o l’Italia sono approvate le leggi contro la violenza sulle donne, tuttavia la loro applicazione è soggetta a codici " morali ", contradditori, che favoriscono gli aggressori, mentre umiliano e re-vittimizzano le donne e le ragazze. Ogni giorno, migliaia di articoli  giornalistici documentano l’aumento del femminicidio nel mondo, una forma di violenza estrema, per controllare alcune donne e avvertire le altre che potrebbero essere le prossime della lista, se non obbediranno ai mandati del sessismo, che promuove una doppia morale.
L’argomento “ ho figlie e madre” usate dai politici è davvero assurdo, perché avere accanto donne, non garantisce la convinzione per l'uguaglianza giuridica e sociale.
Mentre ascolto le donne indonesiane discutere la legge sulla verginità, documento l’accettazione sociale dello sfruttamento delle donne in questa regione. Leggo che i media del Messico, Marocco, Indonesia, Yemen, non vogliono uscire da riflessioni superficiali: non analizzano il controllo sociale delle donne e delle ragazze attraverso l'espropriazione della loro volontà, i loro corpi e la loro sessualità.
Dobbiamo chiederci come si condiziona la loro educazione mediante la sottomissione, la loro sopravvivenza attraverso i matrimoni servili. O si nega l’accesso alla giustizia quando sono libere e si ribellano all’oppressione.
Fino a quando non riusciremo a portare la notizia dello scandaloso singolo caso al contesto delle politiche pubbliche e le convinzioni private di politici sessisti che promuovono l’oppressione, alla diseguaglianza e alla violenza, niente cambierà.  Nessuno ha chiesto al governatore di Guanajuato – che parla di sua madre – di esigere che, il procuratore che ha designato, faccia valere le norme giuridiche.
Nessuno ha chiesto al ministro di Sumatra se vuole un’istruzione gratuita ed egualitaria, senza mettere la testa sotto le gonne delle ragazze o al governo yemenita la necessità di abbattere la povertà e promuovere l’uguaglianza.
Chiaro. Come l’acqua.

Lydia Chaco, giornalista messicana, esperta in diritti umani e politica.

Frontera.info

(libera traduzione di Lia Di Peri)



sabato 27 luglio 2013

Il femminismo decoloniale. Una breve introduzione

di Nathalia Jaramillo.*






E’difficile se non impossibile valutare qual è la posizione del movimento femminista oggi. Dai primi decenni della lotta delle donne nella sfera pubblica, il femminismo si è evoluto in direzioni diverse. Ha avuto una prima, seconda e terza "onda". E’ passato per varie fasi: radicale, socialista, contro culturale e militante. Le cosiddette donne di colore del terzo mondo hanno rotto l'egemonia di orientamento bianco, nelle correnti liberali progressiste del femminismo e hanno dimostrato le intersezioni tra l'oppressione di genere e di razza, etnia, classe e geopolitica. Alcuni gruppi femministi sono stati separatisti, qualificando il dominio strutturale delle donne, come la principale forma di oppressione della società, mentre altri gruppi hanno esaminato lo sfruttamento delle donne e degli uomini storicamente e in relazione a sistemi più ampi di dominazione. L'occupazione da parte degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, in parte "combattuta" in nome della lotta contro l'oppressione delle donne (almeno questo è quello che la manipolazione mediatica indica), ha ulteriormente complicato il progetto femminista. Come può considerarsi l’aggressione contro le migliaia di donne, bambini e uomini innocenti un atto a favore del femminismo? Contraddicendo la nozione di un’occupazione "femminista", attualmente nell'esercito degli Stati Uniti si registra un aumento della violenza sessuale contro le donne nelle loro truppe. Nel 2012 furono denunciati un totale di 26.000 casi (Usborne, 2013). A questo proposito, possiamo considerare la nozione di Iris Young (2003) sullo stato di protezione maschilista sottostante la costruzione d’imperio come nelle occupazioni di Iraq e Afghanistan, dove il discorso delle funzioni "di emergenza protettiva" funziona per razionalizzare l'intensificazione di uno “Stato di sicurezza e la sua accettazione da parte di chi vive sotto il suo regno" (Young, 2003, p. 16). In questo caso la logica maschilista di protezione funziona come uno stratagemma per motivi politici ed economici della guerra, ottenendo l'approvazione pubblica della violenza tra il velo di democrazie e liberazione.
Mentre una generazione di giovani cresce in un mondo caratterizzato da militarismo avanzato, guerra culturale e sfruttamento sessuale, ci fa obbligo riflettere sul significato di un progetto femminista in generale. Sommando alle crisi economiche che affliggono milioni di uomini, donne e giovani di tutto il mondo, il costante sfruttamento delle e dei lavorator* dimostrato dal crollo della fabbrica in Bangladesh, e il numero senza precedenti di fenomeni causati dai cambiamenti climatici e disastri ambientali, pensiamo che il femminismo necessiti una re-concettualizzazione.  La donna, l'oppressa tra gli oppressi, soffre le calamità più profondamente. La teoria e la pratica femminista dovrebbero essere in grado di occuparsi della complessa dinamica che perpetua la violenza militare, strutturale, culturale, sessuale ed economica contro le donne.

Il progetto femminista occidentale si fonda sia filosoficamente sia sociologicamente nelle correnti del pensiero liberale progressista. Di per sé questo non è non è un difetto irrimediabile. Il potenziale di liberazione del femminismo occidentale però si salda all’interno di una comprensione e registro concettuale del sociale, già limitato dalla sua stessa struttura. Il femminismo occidentale ha operato dentro un paradigma binario maschile/femminile, privilegiando il dominio patriarcale come fonte di oppressione delle donne.  Più riformista che rivoluzionario, ha combattuto per le politiche, lasciando la struttura sociale e politica dominante relativamente intatta. Non si può smantellare il patriarcato solamente con le politiche riformiste. Le politiche basate su una misura di parità tra donne e uomini sono importanti e necessarie, ma non forniscono una risoluzione alle relazioni complesse e polivalenti che creano l’oppressione sessuale e di genere.

Il femminismo de coloniale è un movimento teorico e socio-politico in evoluzione. Ogni lavoro esprime il femminismo de coloniale da un particolare contesto, ma ha aspetti importanti in comune. La conquista e la colonizzazione di terre, corpi e tracce di pensiero continuano a influenzare l’identità sociale, politica, lo sfruttamento capitalista e la nostra capacità di comprensione collettiva.
La mia applicazione di femminismo de coloniale si esercita sulla cosiddetta “colonialità di genere".
La colonialità di genere interpreta il “genere” e i suoi sistemi collegati al dominio attraverso la conquista delle Americhe.  Dal lavoro dei pensatori latinoamericani, la colonialità di genere, è strettamente legata con ciò che Aníbal Quinajo (2000) descrive come la colonialità del potere. In poche parole, il sistema globale perpetua di giorno in giorno, un retaggio coloniale. La conquista delle Americhe, nel XV secolo, mise in moto un sistema mondiale gerarchico e razzializzato basato sulla differenziazione maschio /femmina, nobile/ selvaggio, terra/ spirito, corpo/mente.

Il femminismo de coloniale è un modo di capire come l’oppressione sessualizzata e di genere è usuale nella società di oggi, come un artefatto dell’eredità duratura della colonizzazione, un sottoprodotto del capitale neoliberista, la manifestazione di un sistema globale caratterizzato da una gerarchia razzializzata e da un sistema di credenze profondamente radicate nel nostro inconscio collettivo.
Il femminismo de coloniale opera all’interno del paradigma femminista, poiché l'urgenza sociale e politica dell’oppressione delle donne (sessuale, economica, intellettuale, culturale) rimane il centro dell’attenzione necessario, fornendo informazioni al nostro modo di pensare la vita di tutti i giorni. E tuttavia, l'oppressione delle donne non è considerata in termini singolari, o omogeneizzanti: storicamente e materialmente, si trova e appartiene alle dimensioni epistemologiche che hanno definito i concetti come maschile e femminile.
Non si può sminuire l'importanza della teoria e pratica femminista de coloniale. Donne povere e di diverse etnie, hanno lottato per avere voce e per intervenire sui miti dominanti sulla storia della capitalizzazione e colonizzazione. Ciò che distingue la donna dall’uomo, nella logica complessiva di dominazione, ha a che fare con una prospettiva critica che non deve essere ricondotta come un nuovo relativismo o solipsismo.

La donna, l'oppressa tra gli oppressi, offre uno sguardo unico sulla macchinazione della colonizzazione che colpisce la formazione personale della "mascolinità" e "femminilità". Rappresentando la fonte originaria dell’oggettivazione dell’”umano”, la donna con la sua specificità storica, spirituale e materiale interagisce con le leggi che sono  in atto all'interno delle opposizioni strutturali della società capitalistica. Il suo corpo e la sua sottomissione all'interno di formazioni culturali e organizzazioni sociali, rivelano le connessioni tra i modi in cui ci identifichiamo e il modo in cui conosciamo il mondo. Parlare di femminismo decoloniale non è negare né ridefinire gli antagonismi tra i sessi costruiti socialmente. E’ un tentativo di rivelare le vie intricate e sublimi della colonizzazione interna che prendono forma all'interno delle comunità.
La donna politica, sociale e spiritualmente consapevole vede di là dalle contraddizioni e dei copioni personali incorporati all'interno di forme culturali e sostiene la comprensione di ogni esperienza come una confluenza di campi d’identità sovrapposte.
 Nathalia Jaramillo, docente di Studi Critici dell'Istruzione della Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Auckland, Nuova Zelanda. E' autrice eco-autrice di numerose pubblicazioni sulla pedagogia critica, il pensiero coloniale e ricerca sociale femminista.  Nathalia è di origine colombiana e lavora e risiede in Nuova Zelanda dal 2011.



revista con la A

(libera traduzione di Lia Di Peri)


lunedì 15 aprile 2013

Wounded Knee e la memoria collettiva

Capo Joseph Brings Plenty*
The New York Times

La parola sioux lakota takini significa " morire e tornare", però spesso la si traduce semplicemente come " sopravvivere". E'una parola sacra che è stata per molto tempo associata con il massacro perpetrato dai soldati del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti contro un gran numero di uomini,donne e bambini inermi Lakota, nell'inverno del 1890.
Wounded Knee è stata definita l'ultima battaglia della guerra americana contro i popoli nativi. Ma non fu una battaglia, fu un massacro.

Le truppe dell'esercito intercettarono e catturarono un gruppo di centinaia di Lakota sotto la guida di Big Foot, un capo dei Sioux Mnicoujou,mentre si dirigevano alla Riserva di Pine Ridge in cerca di cibo e riparo.Dopo aver passato la notte bevendo,la mattina successiva quando le camicie azzurre stavano disarmando i guerrieri lakota partì un colpo.I soldati aprirono il fuoco con i loro fucili Hotchkiss. Rimasero uccisi, circa 150 Lakota,anche se altre stime parlano di 300 e più.
La nostra lotta per sopravvivere come popolo continua ancora oggi, per preservare non solo la nostra cultura e la nostra lingua, ma anche la nostra storia e la nostra terra. Anche se attualmente vivo ad ovest della Riserva Indiana del Río Cheyenne sono cresciuto a Pine Ridge,con la mia gente Oglala, a pochi chilometri da Wounded Knee. Un membro della mia famiglia è sopravvissuto al massacro, tutti gli altri sono morti.

La carneficina continua a suscitare grande  emozione tra il nostro popolo  - ricordi di corpi assiderati e in forme contorte, di coloro che furono inseguiti e uccisi mentre scappavano e di quelli che fuggirono nel freddo glaciale per le pianure battute dal vento.Queste storie, tramandate dagli antenati vivono in noi.

Una storia che mi ricordo chiaramente, me la raccontò quando avevo 8 anni, un'anziana, la cui madre da piccola sopravvisse al massacro. La madre le raccontò che quando cominciarono a volare proiettili, sua madre l'ha protetta con il proprio corpo. In quel momento un giovane guerriero a cavallo la sollevò tra le su braccia allontanandola dal pericolo. Quando la piccola si voltò indietro, vide la madre cadere con il petto lacerato dai proiettili. Mi disse che sempre  ricordato il sapore salato delle lacrime. L'anziana nativa mi raccontò questo, dopo che avevo preso una saliera. Il sale da sempre era associato alla madre.
Ci sono molte storie come questa. Il potere spirituale di Wounded Knee spiega perché i membri del Movimento dei Nativi Americani tornarono sul posto nel 1973 per richiamare l'attenzione sull'ingiustizia economica e culturale commessa contro i nostri fratelli e le nostre sorelle dei popoli nativi.
Adesso, la nostra eredità è in pericolo di ridursi ad una transazione immobiliare: un altro lotto della nostra terra va al miglior offerente.
Le urla degli assassinati tuttavia riecheggiano tra le colline, le grida che risuonano nei nostri cuori ogni giorno della nostra vita.Ma, forse, saranno soffocate con i bulldozer e con il tintinnio delle monete commerciali.
Wounded Knee è passato dal controllo del popolo Oglala a mani private, attraverso un processo conosciuto come parcellizzazione, che è iniziato alla fine del del XIX secolo, con la quale il governo federale ha diviso la terra tra gli indigeni e ha consegnato altre particelle a soggetti esterni alla comunità. Lo scopo era quello di  trasferire il controllo delle nostre terre collettive ad altre persone e insegnare ai Lakota e ad altri popoli nativi il concetto estraneo di proprietà privata.Per noi, questa misura era semplicemente un'altra forma di furto.Il proprietario del sito di Wounded Knee che detiene il titolo di proprietà del lotto di 40 acri dal 1968, vuole venderlo per 3.9 milioni di dollari. Se gli Oglalas di Pine Ridge non lo compreranno entro il 1° maggio verrà messo all'asta.
La Riserva di Pine Ridge è uno dei luoghi più poveri degli Stati Uniti e gli Oglala sono afflitti da debiti, quindi sarà molto difficile ottenere questa quantità di denaro. Gli anziani giustamente chiedono, perché dovrebbero pagare. Il governo federale dovrebbe comprare questa terra e il presidente Obama dovrebbe ordinare che lo si preservi come monumento nazionale, come ha fatto il mese scorso con cinque siti federali del paese, tra cui uno in Maryland in onore di Harriet Tubman e la Underground Railroad.

Il luogo della strage ha un significato di grande importanza non solo per il popolo Lakota, ma per tutti i popoli nativi e degli abitanti del paese. Wounded Knee deve rimanere un luogo sacro nel quale le voci dei danzatori degli spiriti che da oltre un secolo danzano per il ritorno delle antiche forme di vita, continuino a risuonare tra i pini; nel quale  gli spiriti dei grandi continuino a camminare per le colline.  E nel quale Takini conservi il suo significato: la sopravvivenza della memoria collettiva.

Jefe Joseph Brings Plenty* ex direttore della tribù Sioux, docente di cultura Lakota nella scuola Takini della Riserva Indigena di Rio
Cheyenne.
rebelion.org









(traduzione in italiano di Lia Di Peri)

martedì 9 ottobre 2012

Manifesto della 21a Conferenza annuale dell'Associazione Internazionale di Economia Femminista

Il manifesto è stato firmato da 160 economiste femministe di tutto il mondo e stabilisce i punti  chiave di fronte alla crisi complessiva.

Noi,economiste femministe  riunite a Barcellona, ​​in occasione della 21a Conferenza annuale dell'Associazione Internazionale di Economia femministe (IAFFE), considerando che negli ultimi decenni il neoliberismo ha prodotto molteplici crisi in diverse parti del mondo, e che questa crisi globale  si muove dalla periferia al centro è ora colpisce  l'Europa, dichiaramo che:

Le proposte avanzate per l'Eurozona si basano sulla riduzione dei salari, l'erosione dei diritti dei lavoratori e il benessere e risorse sociali, con il pretesto di migliorare la competitività, controllare l'inflazione e ridurre il debito pubblico. Ma in realtà, queste proposte sono un attacco classista diretto ed aggressivo alle condizioni di vita, delle donne, uomini, bambini e bambine.

Rifiutiamo tanto le spiegazioni dominanti attuali della crisi globale,quanto le proposte politiche avanzate per superarla.
 
Rifiutiamo le strategie economiche che continuano la propensione della distribuzione del reddito e la ricchezza a favore del settore finanziario e dei grandi capitali, che privano le persone delle cure necessarie e dei mezzi per condurre una vita sostenibile.

Rifiutiamo un sistema economico che sfrutta il lavoro domestico e di cura non pagato delle donne per sostenere il funzionamento del sistema economico, basandosi su di esse per assorbire i drammatici costi della crisi.

Crediamo che la soluzione alla crisi attuale richieda azioni immediate per controllare i mercati finanziari, ripristinare e ampliare la spesa sociale al fine di garantire le condizioni di vita, stabilire imposte progressive ed attuare una politica monetaria non deflazionistica.

E' urgente anche che il rispetto per l'ambiente e la cura delle persone diventino responsabilità sociale e pubblica.

Noi crediamo che la crisi attuale è il risultato di conflitti strutturali nella riproduzione, distribuzione e riproduzione sociale. La sfida è quella di affrontare questi conflitti in modo da creare una profonda trasformazione, affinché l'economia non  sia al servizio di coloro che si appropriano dei benefici e dei proventi finanziari, ma sia posta al servizio di una vita dignitosa e sostenibile per tutte e tutti.

Seguono firme.

Barcellona, 28 giugno 2012

Rebelion

traduzione di Lia Di Peri