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lunedì 16 gennaio 2017

I fiori del deserto che studiano, lottano e resistono.

Isabel Lourenço




Leila ha 20 anni,una ragazza apparentemente fragile, dolce e con un’energia inesauribile.
E’ una studente sahraui, studia inglese in una università del Marocco come tanti altri studenti sahraui dei territori occupati che non hanno altra scelta che studiare nelle università ubicate in Marocco, lontani dalle loro famiglie e le loro case e alla mercé della discriminazione dei professori del regime dell’occupazione.

La famiglia di Leila, come molte altre, ha prigionieri politici, desaparecidos e morti saharawi la cui unica colpa è di rivendicare i loro ancestrali diritti alla loro terra e patria.
Ho conosciuto questa ragazza tre anni fa, quando ho fatto la traduttrice per la prima volta durante il processo di un prigioniero politico saharawi.  Ricordo quanto fosse spaventata ma ha deciso con risoluto coraggio e nonostante tutte le difficoltà di superare le sue paure e di assolvere il suo compito.
Attivista sahraui lotta e resiste senza violenza. Lei vuole il suo paese libero dagli occupanti illegali e non ha dubbi che la vittoria sarà del popolo Sahraui.

L’ho incontrata nuovamente diverse volte e sempre con la stessa determinazione, una determinazione che non diminuisce nonostante la feroce repressione dell'occupante.
Leila vive in una famiglia di donne, il padre è morto, la madre non si è risposata e ha una sola sorella. Le difficoltà sono molte, ma la madre incoraggia le sue figlie e il resto della famiglia.
Le giovani saharawi sono incoraggiate dalle loro famiglie a studiare e in nessun momento sono viste come un peso o come membro meno valido della società sahraui. Al contrario, questi fiori del deserto con i loro melfas (abito tradizionale) colorati e i loro magici sorrisi, sono guerriere, donne forti che hanno la capacità di decidere e combattere, organizzare e guidare, molte di loro sono simboli della resistenza dentro e fuori i territori occupati.

La questione dell’autodeterminazione è essenziale – mi dice Leila – è l’unica soluzione ed è una giusta soluzione per il nostro popolo, e noi non smetteremo mai di lottare per il nostro paese.
Le ho raccontato che avevo una studente portoghese che scriverà una tesi nella quale sostiene che i sahraui sono più radicalizzati, che le donne sahraui, oggi, sono meno indipendenti, che non sono motivate a uscire da casa e studiare per ottenere il diploma e rappresentare il loro paese.
Guardo intorno alla stanza piena di donne sahraui che ridono, risate di incredulità e stupore. Esse sono uno degli esempi viventi che tutte queste sono menzogne e mi dice: Guardaci qui e guarda i campi dei rifugiati, le mie amiche studiano, guidano, organizzano, chi afferma queste cose non ci conosce e l’unica cosa che fa è diffondere bugie.

Parliamo del mondo, delle guerre, degli attacchi, Leila come tutti gli saharawi non sono contenti della manipolazione della loro religione, “l’Islam non è nulla di tutto questo, noi vogliamo la pace e condanniamo questi attacchi”, mi ripetono tutti gli studenti saharawi con cui ho parlato.
Uno delle giovani saharawi nella stanza, una giornalista, è malata, i suoi compagni cercano di incoraggiarla e le danno un rimedio fatto in casa. Questa solidarietà, il rispetto e l'affetto tra i Sahrawi sono qualcosa di unico.  Il rispetto degli uomini sahraui alle donne, non per imposizione o standard ma per cultura e tradizione è degno di essere citato più e più volte.
Sai quando una di noi è aggredita dalle autorità dell’occupazione è la stessa cosa che se attaccassero 100 uomini. E’ un crimine. Aggredire o insultare una donna è impensabile per la nostra società. Un uomo che maltratta una donna è condannato all’ostracismo da tutti. Mi dice Leila.

Ritorniamo a parlare delle difficoltà di studiare essendo sahraui nei territori occupati.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.

Le chiedo dei 144 studenti saharawi in attesa di giudizio da più di un anno nel carcere di Marrakech. "Sono stati arrestati dopo le manifestazioni, hanno avuto sfortuna è la nostra vita. Nessuno parla di noi, perché non facciamo notizia?”.
Il giorno prima la ragazza era andata a visitare il prigionieri Gdeim Izik nel carcere di El Arhat mi ha detto con un luccichio negli occhi: "Come faccio a lamentarmi per così poco. Erano emozionati e sorridenti, che coraggiosi! Mi hanno trasmesso tanta forza e sono un esempio della nostra lotta. Sono innocenti sui quali pesa una pena di 20 anni all’ergastolo, però sorridono!”.

Guardo questa giovane, che in qualsiasi momento può essere arrestata e torturata, una giovane donna che ha affrontato il Tribunale di Sale, un intero giorno, nella manifestazione a sostegno di Gdeim Izik con molti altri giovani, le loro famiglie e amici e vedo la forza, l’incredibile forza, che possiede chi ha ragione, chi difende la giustizia, chi difende la pace.

(traduzione di Lia Di Peri)


http://porunsaharalibre.org

domenica 19 luglio 2015

La lucrosa industria del turismo sessuale. Reportage.









“ Diamo tanto per scontato che la prostituzione sia inevitabile, se non addirittura indifferente dal punto di vista di genere, che siamo incapaci di fare un’analisi culturale dell’istituzione e quindi di vedere i suoi effetti sulla riproduzione dei ruoli. Quando si parla di prostituzione, l'industria ha ottenuto di renderci insensibili." Beatriz Gimeno.


Il turismo sessuale è diventato una categoria di viaggi contemporanei, allo stesso livello del turismo culturale, rurale o da spiaggia. Il termine è stato forgiato per assegnare nome a una realtà in cui milioni di persone viaggiatrici hanno relazioni sessuali pagate nei luoghi di destinazione.
Nel nostro sforzo per costruire realtà con il linguaggio, alla prostituzione turistica abbiamo dato l’etichetta d’industria, una delle cinque più redditizie delle attività illegali e criminali. Un albo d'oro che condivide con la tratta di esseri umani – inseparabile dal turismo sessuale - del narcotraffico, delle armi e della prostituzione. E rimane in una posizione di forza, semplicemente perché prospera in luoghi o con persone che non considerano un reato, lo sfruttamento sessuale.
A livello globale questo tipo di turismo vittimizza milioni di esseri umani registrando un fatturato annuo di 30.000 milioni di dollari (27 milioni di euro). La catena di supermercati Walmart guida la classifica della rivista Fortune delle 550 aziende statunitensi più importanti. Nel 2014, ha gestito 16.363 mila dollari di profitti.

“Il turismo sessuale replica ruoli fondati sulla disuguaglianza”.

In larga misura. L'industria ha bisogno di prodotti, in questo caso, in forma di persone o altri esseri viventi. Il turismo di massa, che non ha nulla a che vedere con le vacanze dei ricchi romani fuori dalle loro città o con il Gran Tour del Rinascimento, divora tutto ciò che incontra nel suo cammino, principalmente donne e bambin* con poche o nessuna risorsa. La globalizzazione della povertà ha trascinato verso questa nuova forma di colonizzazione, come la definisce l’economista Carmen Reinhart.  In questo contesto, "le donne della periferia diventano il bene ultimo (risorsa vergine), che può essere oggetto di commercio senza scrupoli”.  In termini di ruoli, si sottolinea anche la seguente teoria: il Terzo Mondo è psicologicamente forzato al ruolo femminile della schiavitù, di essere penetrato da denaro, contro la sua volontà, mentre il Primo Mondo, che cerca solo la soddisfazione, adotta il ruolo maschile. Gli Stati Uniti sono il più grande consumatore sessuale fuori dai suoi confini. Essendo uno dei principali commerci senza frontiere che sopravvive anche per la diversificazione e interpretazione, diventa qualcosa di molto inafferrabile. I risultati degli studi, però sono definitivi: dal turismo sessuale arrivano lo sfruttamento dei bambini e il traffico di esseri umani. E, poiché, è un consumo massiccio, richiede una disposizione massiccia di prodotti.

"E’ facile tracciare un profilo del turista sessuale”.

No, nessuno vuole essere definito come tale. Gli esperti comprendono questo tipo di persone in almeno due classi, chi arriva in un certo paese e luogo, al fine di mantenere queste relazioni sessuali - avendo canali d’informazione - e coloro che lo fanno occasionalmente. Se durante un viaggio, un uomo d'affari ha pagato un contratto sessuale, è un turista sessuale? Se una donna in un posto turistico lavora, ma riceve compensi regolari da turisti stranieri, è nell’industria del turismo sessuale? Disegnare un profilo non è facile. C'è diversità in termini di nazionalità, genere, età, status socio-economico o etnia. In questo settore, però, risulta pertinente il proverbio "l'occasione fa il ladro", probabilmente perché il turismo sessuale non è visto come un sintomo di prostituzione.  Anche se, ancora una volta di più, i dati ci mostrano che il mercato internazionale della prostituzione replica il percorso del turismo sessuale. Questo aggiunge un nuovo elemento di complessità quando si cercano definizioni, perché in molte occasioni sono le persone impegnate nel turismo sessuale, che hanno viaggiato a questo scopo.
I fattori psicologici che descrivono il comportamento di molti turisti, nel senso di cambiamenti di coscienza associati alle diversità, sono comparati da alcuni esperti, come l’antropologo Nelson Graburn, coni rituali. Più di 600 milioni di persone si spostano ogni anno per sfuggire a una vita definita, per trovare momenti di riposo, di evasione e di libertà. Ma sia in forma tradizionale – pagamento organizzato - o informale, mediante regali o altri benefici, lo scenario è quello della prostituzione, sia la persona prostituita destinataria o no della compensazione. E’ vero che ci sono mille e più interpretazioni o categorizzazioni del perché esista e, a volte, di come combatterla, ma la realtà è che esiste la tratta di persone e che la povertà alimenta questa industria. Dato che questo non è un articolo sulla prostituzione, non ci espandiamo sulla parola magica "consenso". Solo una frase interessante. Lo scorso aprile, la Danimarca ha vietato la zoofilia rendendo più dura la legge che, i difensori degli animali, riteneva promuovesse il turismo sessuale con animali. Il ministro danese dell'Agricoltura, Dan Jorgensen ha rilevato che la legislazione precedente era inadeguata, affermando che “ E’ difficile provare che un animale soffra quando una persona ha un rapporto con lui ed è per questo che dobbiamo dare all’animale, il beneficio del dubbio”. Un beneficio del dubbio che non è dato alle vittime del turismo sessuale. Al contrario, gli effetti della disuguaglianza e gli stereotipi inventano un immaginario compiacente in cui le vittime sono etichettate come persone promiscue.
Seguendo la pista della pubblicità, a volte senza mascheramento, sulle destinazioni sessuali, si riproduce il modello di donna passiva, sottomessa e compiacente. Il linguaggio turistico riflette un’ideologia patriarcale, concentra sulle norme etero-sessuali, come rilevano Nigel Pritchard e Annete Morgan.  Generalmente si replica lo sfruttamento sessuale di donne del sud da parte di uomini del nord: un’impronta dei rapporti di potere internazionali. Modelli sessisti che si riproducono nel nuovo turismo sessuale musulmano. La stampa indiana ha recentemente pubblicato un reportage su un sudanese che ha lasciato la moglie e i due figli a Khartoum per trascorrere un mese di vacanza in India. Per fare questo, ha acquistato una minore del paese, anche se la transazione con i suoi genitori aveva la copertura legale che dà la religione musulmana quando permette matrimoni di tempo molto limitati per disporre sessualmente di una donna e non essere mal visto.



“ Questa industria è solo per gli uomini”
No di certo. Chi non ricorda la splendida Charlotte Rampling nel film di Laurent Cantet, Verso il Sud. L'attrice inglese interpreta una cinquantenne che trascorre le vacanze sulle spiagge di Haiti con il giovane amante locale di diciotto anni. Scene che molte altre donne mature – si registra  la cifra di 600.0000 – riproducono in paesi africani come il Senegal e Kenya o nel Mar dei Caraibi Cuba e Giamaica.  Questi viaggiatori sessuali mantengono ufficialmente rapporti sessuali con saltimpankis, beach boys, bumsters, ratitutes, sanky pankies, eufemismi per indicare i giovani che esercitano la prostituzione.  Le cosiddette sugar mama in Kenia cedono agli stereotipi dei racconti di fiabe dell’infanzia e vestono l’estremo commercio dell’ozio con il bel vestito di un’ avventura sentimentale.  E questo è un altro modo per visualizzare la disuguale costruzione sociale in cui le donne non osano, sono riluttanti a svolgere ufficialmente il ruolo di sfruttatore e padrone del potere, assegnato agli uomini. Anche se i conti di questa grande industria confermano che le donne contribuiscono a renderla più forte, esse sono per la maggior parte dall’altro lato. Il 98% delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze. La Thailandia riceve 9 milioni di visitatori ogni anno, tra il 60% e il 70% sono uomini; quattro su dieci viaggiano da soli.

“Il sesso con i minori è la grande linea rossa”.

Non è così chiaro, regna l'impunità. Se la prostituzione degli adulti è materia di dibattiti e discussioni molto infuocate, quella dei minori è universalmente condannata. Non esiste una definizione giuridica del turismo sessuale, ma esistono norme che puniscono l’abuso infantile. Attraverso questi piccoli corpi si è potuto di spingere a stabilire una forma di regolazione giuridica e di polizia, sviluppando persino le leggi di applicazione extraterritoriale. Più di due milioni di bambini e bambine sono incorporat* ogni anno alla ruota dello sfruttamento sessuale. L'entrata dei turisti in Cambogia è aumentato in un anno del 65%, provocando un forte aumento dello sfruttamento dei bambini. Durante la Coppa del mondo in Sudafrica, nel 2010, la prostituzione infantile è aumentata del 30%. E in Germania, nel 2006, uno studio legò in modo chiaro lo sfruttamento sessuale dei minori, con l'aumento del consumo di alcol. L'UNICEF denuncia che il 30% dei bambini tra i 12 e i 18 anni in Kenya sono coinvolti nell'industria del turismo sessuale. Ma la reale portata di questa piaga non è disponibile. La ricerca sul traffico di bambini raramente distingue tra le vittime con destinazione sessuale e destinazione economica. Inoltre, neppure i rapporti disponibili distinguono tra le donne e i bambini, tra bambine e bambini o tra bambini e adolescenti.
Se in qualche paradiso thailandese, un turista normale ha dubbi circa l'età della persona locale che accompagna un uomo bianco, maturo, normalmente distoglie lo sguardo. In Thailandia pesa molto la tradizione locale di consumo di prostituzione.
Il governo del Paraguay ha presentato lo scorso mese una campagna contro il turismo sessuale minorile che sfoggeranno molti tassisti di Asunción, la capitale. Nelle loro auto porteranno cartellini per far prendere coscienza su questo problema e un numero di telefono per segnalare al funzionario pubblico, i casi di sfruttamento minorile. L'impunità è quindi il terreno fertile perché i pedofili (e non) agiscano in tutto il mondo. Il traffico di bambini e bambine sequestrat* o comprat* dai magnaccia alimentano queste grandi sacche di prostituzione minorile. Questo sfruttamento non distingue tra paesi sviluppati e non, è punito dal Diritto Internazionale e si hanno leggi specifiche in 130 paesi. L' International Air Transport Association (IATA) e l'Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) hanno unito le forze per proteggere i bambini, mentre diversi paesi occidentali hanno adottato leggi per punire questo comportamento dei loro cittadini, anche quando avviene al di fuori dei propri confini. Ma è tutta carta straccia se le aziende turistiche e i loro dipendenti non promuovono la tolleranza zero nei confronti dell’abuso dei minori. I dipendenti di alberghi, bar, discoteche, taxi, reception, sicurezza, tutti loro sono testimoni quotidiani di questi crimini.  Sovente, il turismo sessuale non è sufficientemente condannato.
Inutile dire che, negli Stati con scarsi muscoli democratici, la protezione contro questi abusi non è nelle loro agende. In questi casi, le forze di sicurezza sono parte della rete di sfruttamento, che agisce in molte occasioni alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti. Pertanto, non si muove totalmente in clandestinità, comprese le iniziative come quelle del Parlamento ugandese, che nonostante abbia approvato una legge per criminalizzare il turismo sessuale e la pedofilia ha avuto corto raggio.   La stessa sorte ha il codice etico dell’UNICEF in materia di turismo.
Se la pressione per porre fine all'abuso sui minori raccoglie consensi internazionali, il turismo sessuale con adulti vive in un limbo. Ci sono azioni che hanno avuto successo, ma è difficile conciliar leggi, costumi, disuguaglianze e interessi. Ad esempio, nel 2003, un’ONG ha contribuito alla chiusura di Video Travel, un organizzatore di turismo sessuale con base a Haiti e ha sostenuto l'adozione di una legge regionale che vieta dette attività su questa isola. Le visite del sesso e Internet hanno generato nuovi flussi verso le zone contrassegnate dalla bandiera sessuale. Va notato che questo tipo di turismo si è impiantato anche nell’ambito dell’Unione Europea. I pullman all’entrata di alcuni locali sono la fotografia che anche il Nord esiste. Forse, per diffondersi qui, si preferisce direttamente l’etichetta di prostituzione quando, a essere rigorosi, è turismo sessuale, poiché il consumatore si sposta oltre il loro luogo di residenza con un obiettivo chiaro.

"Questo tipo di turismo serve a risollevare l'economia”.
E’ una mezza verità letale. Il rebus è semplice. Che cosa succede a un paese la cui popolazione, bambini e adolescenti giovani sono prodotti a basso costo? Inutilizzare questo segmento di popolazione non fa altro che condannare il paese a essere poveri per sempre. In Thailandia o l'India, dove lo sfruttamento è dilagante, la popolazione minorile che si ammala dopo mesi o anni di prostituzione, l'abbandona nelle strade senza alcuna protezione. Contagiati dall’AIDS o qualsiasi malattia a trasmissione sessuale, gravidanze, invalidità per la violenza subita o malattie psichiche. E, ovviamente, la loro distruzione come individui e l'accumulo di conseguenze psicologiche gravi e irreversibili. Le conseguenze personali diventano famigliari e, poi, della comunità come osceni vasi comunicanti condannando il paese a essere un emarginato. Forse questo panorama non è sufficiente per le analisi che benedicono le risorse portate dal turismo sessuale e la presunta salvezza economica, che esso rappresenta nelle aree povere ad alta densità turistica.
Nei paesi asiatici come la Thailandia, l'Indonesia e la Malesia la prostituzione contribuisce in modo significativo al PIL (tra il 2% e il 14%). In una perversa spirale, la creazione di queste divise agisce come un muro di contenimento contro i mezzi di repressione destinati alla clientela. La riconversione di questa industria in altra sostenibile e rispettosa dei diritti umani sembrerebbe una chimera. La teoria della scelta razionale, il quadro teorico in cui esseri razionali misurano costo e beneficio, spesso prevale quando qualcuno si dispone a misurare la realtà del turismo sessuale.  Il benessere collettivo, quello del paese, supera qualsiasi sofferenza, secondo questa teoria. Ovviamente.



(traduzione a cura di Lia Di Peri)

martedì 1 aprile 2014

La Svezia ammette la sterilizzazione ed emarginazione del popolo gitano.

ANA CARBAJOSA / MIGUEL MORA








Per tutto il secolo scorso, la Svezia ha sterilizzato, perseguitato, strappato bambini e ha vietato l'ingresso nel paese agli zingari. La gente di questa minoranza etnica è stata trattata per decenni dallo Stato come " disabili sociali ". Questi annunci non l’ha fatto un’ONG attivista. E’ il rapporto  del governo conservatore svedese, in un gesto senza precedenti in Europa, sia per la sua onestà intellettuale che per  l'ampiezza del rispetto per la verità, si è deciso di guardare indietro e frugare tra i suoi più oscuri archivi.

L' idea è di regolare i conti con il passato per cercare di migliorare il presente: "La situazione che vivono i gitani oggi ha a che fare con la discriminazione storica, alla quale sono stati sottoposti ", dice il Libro Bianco, che è stato presentato questa settimana a Stoccolma, e nel quale sono esposti gli abusi commessi sugli zingari.

Il ministro dell’Integrazione Erik Ullenhag ha definito quei decenni d’impunità e razzismo di Stato come "un periodo buio e vergognoso della storia svedese. " Le sue parole hanno coinciso con un episodio che illustra la situazione attuale: una donna gitana  che era  stata invitata a testimoniare, si è vista rifiutare l’ingresso al pranzo dal personale dell’albergo Sheraton.
 
Gli storici abusi segnala il Libro Bianco, seguirono un modello inventato secoli fa, dalle monarchie europee: iniziarono con il censimento elaborato dagli organismi ufficiali come l'Istituto di Biologia Razziale o la Commissione per la salute e il benessere, che individuarono i gitani che abitavano nel paese. I primi documenti ufficiali  descrivevano gli zingari  come "gruppi indesiderabili per la società " e come “un peso ". Tra il 1934 e il 1974, lo Stato prescrisse  la sterilizzazione delle donne rom facendo appello agli "interessi di politiche demografiche ", come l'Australia fece con le native.
Nessun numero delle vittime, ma il ministero dell'Integrazione spiega che una su quattro famiglie  consultate sanno comunque di aborti forzati e sterilizzazione. Le agenzie governative ebbero la custodia dei bambini che strappavano alle loro famiglie. Lo studio fornisce anche i dati sulla pratica, ma Sophia Metelius, consigliera per la politica del  ministero ha detto che era " una pratica sistematica ", soprattutto in inverno.

Stoccolma ammette che vietò l’entrata ai gitani in Svezia fino al 1964, nonostante fosse a conoscenza di  ciò che era successo alla minoranza, durante l’ espansione nazista: gli esperti stimano che almeno 600.000 Rom e Sinti furono sterminati nel Porrajmos, per mano del regime di Hitler e  altri affini.

Il Libro Bianco dettaglia i comuni svedesi che vietarono agli zingari di stabilirsi e ricorda che i bambini erano segregati in classi speciali e che s’impediva loro di accedere ai servizi sociali . "  "L'idea era di rendergli la vita impossibile, affinché, andassero via dal paese  ", riassume Metelius.
Alcune di queste pratiche ancora avvengono in diversi paesi europei e la  ziganofobia è presente  con forza, in Francia, Gran Bretagna e Germania . Parigi ha sfrattato nel 2013 più di 20.000 gitani dai loro accampamenti. Berlino prevede una legge per impedire che i migranti rumeni e bulgari - la maggioranza rom – senza lavoro rimangano più di sei mesi nel paese.

La prossima settimana, l'Unione europea terrà un vertice speciale per valutare i progressi delle politiche d’integrazione della minoranza rom. Il quadro generale è desolante, con picchi di odio razziale in Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca.

In Svezia, un paese di circa nove milioni di abitanti vivono oggi più di 50.000 zingari. Finora, le autorità non prevedono un risarcimento alle famiglie delle vittime di abusi, anche se il Libro Bianco apre alla possibilità di azioni legali. Il governo ha stabilito la verità storica attraverso decine d’interviste personali con gitani e gli archivi ufficiali . "Queste non sono nuove rivelazioni. Gli zingari hanno trascorso anni a raccontare queste storie, ma non sono stati ascoltati. Ora semplicemente abbiamo messo i documenti ufficiali e li abbiamo incrociati alle testimonianze” dichiara Sophia Metelius.

La coalizione di centro-destra controlla il forte aumento nei sondaggi dell’ estrema destra (un 10 % dei voti), e si propone di combattere messaggi xenofobi, con una forte difesa della tradizione progressista svedese.


L’accettazione massiccia dei rifugiati siriani è una delle politiche con le quali i liberali e conservatori vogliono dimostrare che il catastrofismo populista non deve diventare irrimediabilmente profezia che si auto-avvera. Il riconoscimento delle atrocità commesse contro i Gitani, va in questa direzione. L'ironia è che il civile e  tollerante nord non lo era poi tanto. L’augurio è che si diffonda questo raro esercizio di memoria e  rispetto.


internacional.elpais.com

(trad. Lia Di Peri)


venerdì 28 marzo 2014

Non è ora di tacere. Jineth Bedoya.







Il 25 maggio del  2000, la giornalista colombiana Jineth Bedoya fu rapita alle porte del Cárcel Modelo di Bogotá.

Stava indagando su un traffico di armi da parte di agenti dello Stato e del gruppo paramilitare di e
strema destra AUC (Autodefensas Unidas de Colombia). Tre uomini la tennero prigioniera per più di sedici ore, torturandola e stuprandola. I tre sarebbero in seguito identificati come membri dell'UAC. I suoi aggressori sono apparsi dinnanzi al giudice, ammettendo di aver partecipato al sequestro e il procuratore generale della Colombia ha dichiarato il suo caso, un crimine contro l'umanità.
Adesso, combina le sue indagini giornalistiche con l’attivismo, nel quale cerca di coinvolgere gli uomini, perché, dice, " dominano il 98 % del problema . " Lo slogan della campagna che promuove è: “ Non è ora di tacere”. Jineth Bedoya denuncia che “ il corpo della donna è utilizzato in Colombia come arma di guerra "' e che l’aggressione sessuale come arma di guerra ha un’impunità del 98%’.
Jineth si emoziona ancora quando racconta la sua storia. Confessa che dorme appena e che ha rinunciato alla vita personale, che non avrà figli e nemmeno si sposerà. Tuttavia, Jineth non ispira compassione, ma piuttosto ammirazione, simpatia e forza.
Il passaggio da vittima a protagonista è la ragione della sua esistenza, è un grande atto di generosità.


“La cosa più difficile è trovarti sola, trovarti il corpo segnato, come orfana di tutto. Mi sentivo  in quel modo anche dopo aver capito che dovevo fare qualcosa, che dovevo riprendere la mia vita, che dovevo continuare. Solo che io non volevo continuare. Così il mio primo pensiero fu il suicidio. Ma quando ho iniziato a cercare un modo per andarmene, ho incontrato una tale codardia … Perché mi dicevo: se prendo qualcosa, può darsi che non muoia e sarei stata ancora peggio.
Poi ho dovuto trovare una formula per rimanere. E l'unica risposta che trovai, fu quella che se fossi rimasta, avrei dovuto continuare a fare ciò che mi dava più forza, ed era il giornalismo.
Per me era molto difficile uscire, perché ero piena di lividi. Le mie braccia erano impressionanti, erano completamente viola a causa dei colpi… le mani. il corpo… il volto era il più colpito e mi vergognavo di farmi vedere così dalla gente. Il giorno, però che ho potuto mostrare il viso – circa quindici giorni dopo il rapimento – decisi di ritornare al giornale (El Espectador).
Fu una cosa molto emozionante, quando arrivai, non riuscivo quasi a camminare e la redazione era molto grande. Il direttore del periodico entrò insieme con me e tutta la gente si alzò. Erano, non so 200 giornalisti. E hanno cominciato a battere le mani e fecero una fila molto lunga. Non ci fu una sola persona che non mi abbracciò quel giorno.
L'impegno assunto dal giornale, su richiesta del direttore, per rispetto della mia dignità fu di non parlare dello stupro. Così i miei colleghi non seppero che ero stata violentata. Sapevano che ero stata rapita e che mi avevano picchiata. Fino a quando in un'intervista che un canale televisivo fece a Carlos Castaño (il leader delle AUC), mesi dopo il mio rapimento, lo stesso Carlos Castaño parlò del mio stupro. Quel giorno, i miei colleghi s’informarono.  E fu molto difficile. Io per due giorni non andai a lavoro, perché mi sentivo esposta. Io stessa chiesi di non parlarne, che nessuno domandasse. E così fu.
A quel tempo era molto forte il tema dei sequestri di persona in Colombia.  Il 90 % dei temi erano collegati con il sequestro, così ho iniziato a scrivere su di esso. E durante il primo mese, ogni storia terminava con una crisi di pianto. Mi nascondevo in bagno, piangevo molto, le mie colleghe mi trovavano là e mi dicevano che era meglio se andavo via dal paese. Io rispondevo: " Non posso andarmene, perché non ha fatto niente a nessuno, io non devo niente a nessuno “.Poi, alla fine di luglio, quando erano trascorsi circa due mesi (dal mio sequestro), vi fu un forte scontro tra paramilitari e guerriglieri, nel nord del paese, nella zona sud de Bolivar, ed io chiesi di andarci. Nel giornale ovviamente, non volevano che mi muovessi per il problema della sicurezza, ma io inviai una mail a Carlos Castaño dicendogli che stavo continuando a lavorare e avevo bisogno che i paramilitari mi dessero garanzie per continuare il mio lavoro.  Mi rispose che non c'era nessun problema e mi recai a sud di Bolivar. Penso che sia stata la cartina di tornasole, perché affrontavo nuovamente i miei aggressori: i paramilitari.
Ho preso una posizione radicale nella mia vita, che mi ha allontanata completamente dalla mia famiglia.
Sono rimasta con mia madre e lei è il centro della mia vita, ma mi sono allontanata molto da mia sorella e dai miei nipoti per il problema della sicurezza. Con mio padre non tornai mai a parlare. Volevo prendere il mio dolore e caricarlo solo su me stessa, non volevo darlo a qualcun altro.
Il primo anno ho avuto un aiuto  psicologico, ma ho raggiunto un punto in cui ho sentito che l'aiuto non mi serviva a nulla e l’ho scartato.
La mia realtà è molto dolorosa, perché nel mio caso non c'è giustizia. Solo l’anno scorso si è agito il processo, grazie al quale ho parlato.
Per la prima volta in dodici anni si sono giudicati tre degli implicati: tre paramilitari. Il processo è cominciato e ciò che è stato trovato finora è per me molto doloroso perché nel mio rapimento sono coinvolte persone che mai avrei immaginato.
Questo è ciò che accade in Colombia. Se per me non è successo quasi nulla, cosa possono aspettarsi  le altre donne?

Anche se Jineth Bedoya denunciò il rapimento e lo stupro alle autorità subito dopo il fatto, per oltre undici anni, il sistema giudiziario colombiano non ha fatto altri progressi. Nel maggio 2011, tuttavia, Bedoya, portò il caso alla Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani, che ha costretto il Procuratore Generale della Repubblica a riprendere le indagini. Fino ad oggi, solo un ex paramilitare ha ammesso il suo coinvolgimento nel rapimento e altri due sono sotto processo.
Nel settembre del  2012, la Procura ha inoltre stabilito che il rapimento, la tortura e lo stupro di Bedoya costituiscono “crimini contro l'umanità”, perché gli atti dei paramilitari facevano parte di un comportamento "sistematico" impiegato ", come metodo di guerra, con il fine di mettere a tacere la voce di chi osava esporre all’opinione pubblica i loro eccessi e le loro violazioni ".

Ciò significa che i crimini contro i giornalisti non si prescrivono.


mujeres sin fronteras

(trad.di Lia Di Peri)

venerdì 6 dicembre 2013

Libia: Il governo filo-Nato instaura la Sharia e compromette i diritti delle donne.

Il " governo provvisorio ", istituito dalle potenze imperialiste che hanno finanziato e partecipato al rovesciamento e alla morte del leader libico Muammar Al Gheddafi, ha approvato lo scorso mercoledì, la revisione delle leggi e dei regolamenti nazionali, per conformarli alla Sharia o legge islamica, secondo un documento del Ministero della Giustizia.

In questo modo il governo libico ha approvato la conversione della Sharia a fondamento di tutta la legislazione e istituzioni statali.
La legge islamica è la fonte della legislazione in Libia ", ha dichiarato l’Esecutivo dopo il voto. “ Tutte le istituzioni dovranno rispettare questa decisione” - ha aggiunto.
Adesso, una speciale commissione esaminerà tutte le leggi esistenti nel paese per vedere se sia conformi alla Sharia.
Si tratta di un arretramento in tema di diritti delle donne e della laicità della società libica, una decisione del Dipartimento di Giustizia che è destinata a soddisfare le rivendicazioni dei gruppi salafiti.
Prima della guerra imperialista della NATO, la Libia era un luogo particolare in Africa per il gran tenore di vita della sua gente e la libertà delle donne.  Queste potevano liberamente andare, dove volevano, non necessariamente dovevano restare chiuse in casa o  essere sempre accompagnate da un familiare. Non avevano alcun motivo di essere completamente coperte.  La copertura del volto degli uomini e delle donne era una mera necessità per proteggersi dalle intemperie del clima o dal sole rovente.
Le donne, allo stesso modo, potevano frequentare l’Università, guadagnare lo stesso stipendio degli uomini e, ovviamente, guidare. Questo non è normale in qualche altro paese arabo sia per la mancanza di mezzi, ma, soprattutto, per il divieto a esse imposto per motivi religiosi.  Questa libertà permetteva di scegliere anche con chi sposarsi. Questo non era né è usuale in altri paesi arabi, dove i matrimoni combinati, di solito tra anziani e bambine, sono la norma: Giordania, Yemen, Arabia ... la lista è lunga.
Prima dell’'assassinio di Gheddafi e l'instaurazione di un governo fantoccio affine agli interessi imperialisti, in Libia, i diritti delle donne erano difesi. Con l'avvento al potere degli estremisti islamici, con forti legami con Al Qaeda, la situazione è molto diversa. Già nel settembre 2011, il leader del Consiglio nazionale di transizione (organizzazione finanziata dall'Occidente e dalle monarchie arabe in opposizione alla Libia), Mustafa  Abdel Jalil, dichiarò: "La Libia diventerà uno Stato retto dalla legge islamica”.

Queste riforme confermano quanto a suo tempo denunciato dai gruppi di solidarietà internazionalista e antimperialista di tutto il mondo, che avevano avvertito sulle gravi conseguenze che avrebbe avuto la caduta di Gheddafi, sia nelle questioni concernenti la stabilità nella regione, che per i Diritti Umani.


LibreRed

mercoledì 16 ottobre 2013

La seconda ondata machista

Lydia Cacho*




                                 


Lucero è stata ferocemente picchiata per essersi rifiutata di fare sesso, e la Procura sta facendo di tutto per eliminare i diritti di questa ragazza messicana di Guanajuato e zittire la stampa insinuando che fosse in qualche modo colpevole dell’aggressione.

Mousin e Raja di 14 e 15 anni si son baciati in bocca fuori dalla scuola in Marocco e il loro amico Osama ha postato la loro fotografia su Facebook. Le autorità li hanno arrestati e, ora, sono sotto processo con l’accusa di atti osceni e danni alla morale pubblica. In Marocco baciarsi è considerato immorale, mentre picchiare o violentare la moglie, non lo è. Il ragazzo e la ragazza rischiano una condanna fino a due anni di carcere, perché – ha dichiarato la Procura – baciarsi in pubblico minaccia la società e va contro i principi educativi.
In Yemen, Saadah cui nome significa felicità, a tredici anni è stata venduta in matrimonio dal padre. Il marito, di cinquant'anni, ha pagato l'equivalente di 1200 pesos per la ragazza che maltrattava fino a quando a diciotto anni e con due figli è riuscita a fuggire e tornare a casa di sua madre. Il padre ha dichiarato che aveva venduto le figlie per evitare che vivessero in povertà. Adesso le due, come migliaia di bambini vittime di matrimoni forzati nel mondo, sono tornate a casa, con figli e figlie da sfamare, senza risorse o protezione, e sicure che lo Stato non riconoscerà la loro libertà e dignità.
In Indonesia, nella provincia sud di Sumatra, il ministro dell’istruzione ha proposto una legge che ordina che tutte le ragazze che vogliono accedere alla scuola devono essere sottoposte a un esame ginecologico per dimostrare la loro verginità. Le ragazze che non hanno l’imene integro, non potranno ricevere l’istruzione pubblica. Dietro questa politica, che alcuni gruppi conservatori mirano a standardizzare in Indonesia e che ha provocato le reazioni dei settori progressisti del paese, c’è il maschilismo. Il ministro dell'Istruzione, Muhammad Rasyd, dichiara che queste misure legali, impediranno alle donne di avere rapporti prematrimoniali. Le attiviste indonesiane che hanno protestato contro il ministro e i leader religiosi, hanno affermato che questa misura rappresenta un’enorme battuta d’arresto per i diritti delle donne nella regione.
Dietro di questi e a migliaia di altri casi, si nasconde un’ondata di misoginia, che pretende di cancellare i diritti delle donne e delle giovani. Diritti che le nostre antenate hanno conquistato, rischiando la vita. In alcuni paesi come il Messico, l'Indonesia o l’Italia sono approvate le leggi contro la violenza sulle donne, tuttavia la loro applicazione è soggetta a codici " morali ", contradditori, che favoriscono gli aggressori, mentre umiliano e re-vittimizzano le donne e le ragazze. Ogni giorno, migliaia di articoli  giornalistici documentano l’aumento del femminicidio nel mondo, una forma di violenza estrema, per controllare alcune donne e avvertire le altre che potrebbero essere le prossime della lista, se non obbediranno ai mandati del sessismo, che promuove una doppia morale.
L’argomento “ ho figlie e madre” usate dai politici è davvero assurdo, perché avere accanto donne, non garantisce la convinzione per l'uguaglianza giuridica e sociale.
Mentre ascolto le donne indonesiane discutere la legge sulla verginità, documento l’accettazione sociale dello sfruttamento delle donne in questa regione. Leggo che i media del Messico, Marocco, Indonesia, Yemen, non vogliono uscire da riflessioni superficiali: non analizzano il controllo sociale delle donne e delle ragazze attraverso l'espropriazione della loro volontà, i loro corpi e la loro sessualità.
Dobbiamo chiederci come si condiziona la loro educazione mediante la sottomissione, la loro sopravvivenza attraverso i matrimoni servili. O si nega l’accesso alla giustizia quando sono libere e si ribellano all’oppressione.
Fino a quando non riusciremo a portare la notizia dello scandaloso singolo caso al contesto delle politiche pubbliche e le convinzioni private di politici sessisti che promuovono l’oppressione, alla diseguaglianza e alla violenza, niente cambierà.  Nessuno ha chiesto al governatore di Guanajuato – che parla di sua madre – di esigere che, il procuratore che ha designato, faccia valere le norme giuridiche.
Nessuno ha chiesto al ministro di Sumatra se vuole un’istruzione gratuita ed egualitaria, senza mettere la testa sotto le gonne delle ragazze o al governo yemenita la necessità di abbattere la povertà e promuovere l’uguaglianza.
Chiaro. Come l’acqua.

Lydia Chaco, giornalista messicana, esperta in diritti umani e politica.

Frontera.info

(libera traduzione di Lia Di Peri)



mercoledì 5 giugno 2013

Bisogna dirlo che la vittima è una prostituta ed africana?

di June Fernandez


                        





Un maestro di arti marziali ha ridotto in coma una sex worker migrante a Bilbao. June Fernández afferma la necessità che il giornalismo precisi in che modo i rapporti di potere intervengono nelle aggressioni sessiste.


Un uomo ha picchiato una donna a Bilbao lasciandola in coma. Inoltre, la polizia ha anche trovato i resti del corpo di un'altra donna nella palestra da lui diretta. La stampa racconta anche che l'uomo ha confessato di aver ucciso la scorsa settimana un'altra donna. Due giornali hanno trattato il caso in modo diverso, El Correo e Naiz richiamano entrambi l'attenzione sul fatto he l'aggressore è un maestro di arti marziali. Tuttavia, mentre El Correo ha dettagliato che la donna in coma è una prostituta di origine africana, Naiz ha scelto di ignorare entrambi i dati. Ho la sensazione che l'ha fatto non perché non li conoscesse, ma perché probabilmente chi ha scritto il pezzo, ha considerato che l'unico dato rilevante, che spiega l'aggressione, è che la vittima fosse una donna.
Un mio amico mi ha esposto la sua preoccupazione circa i dati pubblicati (che la donna fosse una prostituta e africana)spostando l'attenzione dalla natura di aggressione machista, favorendo di fatto il sensazionalismo. Gli ho risposto che ero favorevole a quei dati, come un modo per inquadrarli in una determinata relazione di potere. Ho anche detto che,contrariamente alla tendenza di ridurre la violenza di genere agli omicidi di donne nel contesto di coppia, mi sembrava positivo parlare di violenza machista in altri contesti.

Per chiarire le idee ho aperto il dibattito sulla mia bacheca di Facebook. Pubblico con il loro consenso alcune opinioni che riassumono per grandi linee ciò che espongo in questo articolo:

Ander Izaguirre: Si, il fatto di essere migrante e prostituta presuppone una maggiore possibilità di essere aggredita, di essere più vulnerabile,quindi, bisogna spiegarlo. Dobbiamo richiamare l'attenzione su questo fatto.
Carmen Romero Bachiller: Credo che la questione sia di chiarire ciò che è invisibile. Perché si dice che sia una prostituta e nera e non si dice che il maestro di arti marziali ha nazionalità spagnola ed è bianco? Il fatto che la vittima è identificata come prostituta e  nera la disumanizza in qualche modo e attenua il suo status di vittima? Di contro,come si costruisce la "umanità"del professore di arti marziali? Forse, potrebbe influenzare la categorizzazione, ma assumendocene la responsabilità, cioè,  il modo in cui il fatto che sia nera e prostituta si interseca con il fatto di essere donna e con il minor valore datole da una società razzista e sessista.
Joana Garcia Grenzner: In questo caso sia le origini che la professione sono rilevanti,perché spiegano la loro maggiore vulnerabilità alla violenza machista: per le  barriere della legge sull'immigrazione, da un lato, per la stigmatizzazione e impotenza che vivono molte prostitute.  E questi fattori dovrebbero essere affrontati in qualche modo nel testo. Altra cosa sarebbe stata nel caso che l'aggressore fosse stato migrante, perché si sarebbe implicitamente relazionato il suo status di migrante con la predisposizione al machismo. come generalmente si fa passare...

Come scrive Ander, il ruolo del giornalismo è quello di spiegare al pubblico ciò che sta accadendo e perché. Pertanto, non si tratta solo di informare sui crimini machisti, ma di portare dati e riflessioni che consentano alle persone di capire perché la violenza contro le donne è un poblema sociale - strutturale. Un elemento chiave per spiegare la violenza sono i rapporti di potere. Spesso si raffigurano gli aggressori come esseri con impulsi incontrollabili che uccidono o violentano in un momento di raptus. Ma, come dice un altro commento, se la violenza non ha nulla a che vedere con questi rapporti di potere,il maestro Shaolin avrebbe potuto prendersela con qualunque cliente che non aveva pagato la retta mensile della palestra.E 'una coincidenza che, per quello che ne sappiamo - abbia scelto come vittime le donne, che in più sono migranti ed esercitano una professione che è stigmatizzata? Come dice Carmen, la verità è che le vite di queste donne, in una società sessista, classista e razzista, sono meno rilevanti, valgono meno.

Nello stesso modo in cui importa che le vittime fossero donne, migranti, nere e prostitute,importa che l'aggressore sia uomo, autoctono, bianco e imprenditore. Nello stesso modo per cui  tutte le donne siamo a rischio della violenza machista, ma elementi come le origini o il colore della pelle significano maggiore vulnerabilità ed impotenza; dobbiamo ricordare che non esiste un profilo dell'aggressore (contro il pregiudizio che si tratti di  migranti tossici o pazzi), però  una certa posizione sociale può accentuare  il disprezzo nei confronti di persone che considera inferiori e li porrà in una condizione vantaggiosa nel procedimento giudiziario.

Che significa tutto ciò?  Che media come El Correo non ci spiegano queste cose, ma che la messa a fuoco -  come è successo  nel caso di Diego Yllanes, assassino di Nagore Laffage o nel caso dell'atleta Pistorius, si riduce a " com'è possibile che un uomo perbene si riveli essere un assassino". Quando ci poniamo questa domanda dimenticando il machismo (rinforzato dal razzismo o dal classismo), le risposte spesso portano a rafforzare i pregiudizi e persino a giustificare l'aggressore. Nel caso di Yllanes, ci viene detto che Nagore minacciava di distruggere la sua carriera e il povero psichiatra era spaventato e ha reagito facendola fuori. Nei talk show si parlò che Pistorius talvolta era complessato per la sua disabilità. Quando i media non riescono a trovare una spiegazione così peregrina escono il jolly:  l'infermità mentale o la psicopatia, così come nel caso di Jose Bretón," il mostro delle Quemadillas”

L'articolo de El Correo inizia con questa frase: " Nulla sembrava indicare che Juan Carlos Aguilar potesse essere qualcosa di più, che un rispettato  maestro shaolín”. E conclude: Ora dobbiamo trovare il motivo che ha portato questo monaco guerriero, che dichiarò qualche tempo prima di praticare la castità, ad ammanettare una prostituta in una palestra, nella quale a quanto pare conservava resti umani. Risulta chiaro  che, a un certo punto,egli ha  deviato dal sentiero radioso del monaco guerriero ".

E' essenziale che i/le giornalisti/ste rivedano i propri pregiudizi. Ho parlato da poco come attivista di SOS Razzismo, con una redattrice che mi ha chiesto, in linea con questo caso, della situazione delle donne migranti dedite alla prostituzione. Era molto interessata a parlare di mafie. A me sembra che oggi si debba parlare dei machisti autoctoni. Non è stata la mafia nigeriana a ridurre quella donna in fin di vita. Non sono sole le mafie le uniche responsabili che una donna nera, migrante e prostituta sia il facile bersaglio di aggressioni.

Oggi la violenza machista fa notizia.Questo è un notevole progresso. Ma l'unico modo affinché il pubblico capisca perché un omicidio di una donna per mano di un uomo è un fenomeno differente da quello di un uomo ucciso da una donna è quello di  relazionare i crimini machisti ad altre forme di diseguaglianza di genere,discriminazione e violenza sessista. Mostrare che sono le piccole aggressioni machiste quotidiane che passano inosservate,quando non addirittura normalizzate e favorite, che spiegano che viviamo in una società nella quale assistiamo ad uno stilicidio incessante di donne assassinate dagli uomini. Non mi meraviglia che si parli di "piaga"della violenza di genere,come se fosse una epidemia che abbiamo avuto la sfortuna di subire, ma della quale non conosciamo il motivo per cui è apparsa, né come si diffonde, né tanto  meno come sradicarla.
Nel compito  di spiegare la violenza machista è importante assumere una prospettiva intersezionale. La parola d'ordine secondo la quale l'unica cosa importante è che gli aggressori siano uomini e le vittime donne, non aiuta a comprendere i rapporti di potere che intervengono. Dire solo che era "una donna" invisibilizza le situazioni che vivono "le altre", quelle che vengono escluse dal soggetto singolare "donna": le nere, le migranti, le sex-workers, le lavoratrici domestiche,le anziani, le transessuali.
E se la paura di dire che la vittima esercitava la prostituzione ed era africana risiede nel fatto che possa essere percepita come una "delle altre" e, pertanto, provocare meno empatia, indignazione, mobilitazione sociale,allora abbiamo un'altra sfida : fare un giornalismo che denunci l'esistenza di cittadine di prima e seconda categoria(e anche le persone alle quali viene negato lo status di cittadin*). Che parli della realtà delle donne in situazioni di esclusione sociale, senza però che le si riduca a povere vittime, ma rappresentandole come soggetti di diritti. Un giornalismo che invece di impegnarsi ad umanizzare gli aggressori, dia volto e voce alla vittime.
... Quando le vittime della violenza saranno importanti così come altri tipi di vittime nel nostro paese, quando i giornali  prenderanno sul serio il loro ruolo nella costruzione di una società libera dal sessismo, così come si sono coinvolti contro il terrorismo, forse la fine della violenza machista sarà più vicina. 

pikara magazine.

(libera traduzione di Lia Di Peri)


giovedì 18 aprile 2013

Il femminismo di José Luis Sampedro

 Lidia Falcón, avvocata e scrittice. Leader del Partito Femminista


                                                                                 

                                                                              
José Luis Sampedro non solo era una persona buona, simpatica, gentile e compassionevole,lucido economista, ottimo insegnante, intelligente analista critico della attuale politica e  buon scrittore,ma era anche femminista. Ideologia che non pochi dei suoi esegeti dovrebbero avvalorare, visto che nulla risulta nell'elogio funebre che ho letto.

Ho conosciuto Sampedro in una intervista televisiva condotta da Mercedes Milá, nei giorni in cui questa riuniva personaggi del paese che avrebbero portato cultura ed intelligenza nei dibattiti televisivi e fu un amore a prima vista quel che sentì per lui, perché se lo meritava. Era incredibile in quei nefasti anni Ottanta che un uomo della sua età difendesse con la passione che lo caratterizzava, le idee più avanzate sulla condizione e i diritti della donna. Così è stato per tutta la sua vita.

Fu davvero generoso venire a casa mia, una soffitta nel centro di Madrid,avendo dovuto salire quattro piani a piedi,per fargli un'intervista da pubblicare nel numero dedicato all'amore nella rivista Potere e Libertà del Partito Femminista.  Le sue risposte su tutte le delicate  e importanti questioni circa i sentimenti, la sessualità, le relazioni tra donne e uomini e tra padri e figli furono le più riuscite ed originali tra tutte quelle datemi dai diversi intellettuali intervistati per quel numero. Non solamente perché accettava l'eguaglianza tra una donna ed un uomo, il  diritto della donna ad una sessualità libera e  gioiosa,al controllo delle nascite e all'interruzione della gravidanza non desiderata e rifiutava sdegnosamente il machismo dominante nella maggior parte degli uomini, ma perché era capace di comprendere la sensibilità femminile, le loro speranze e le frustrazioni e dolersi dell'oppressione che pativano le donne nel mondo intero, con una tenerezza che commoveva. Quell'intervista dovrebbe essere studiata nei college e nelle università, come insegnamento agli studenti e docenti,nelle quali tanti intellettuali che oggi mostrano un antifemminismo pecorone e ripetitivo.

Il suo femminismo era accoppiato e intrecciato - come dovrebbe essere - ai suoi principi rivoluzionari. Ricordo la notte  che alcuni fedeli militanti ci riunimmo a Plaza de Colón per esprimere il nostro appoggio all'Esercito Zapatista del Messico che aveva fatto la sua prima apparizione pubblica. Ci parlò, con la sua caratteristica indignazione, del male intrinseco del sistema capitalista. E lo diceva dalla sua esperienza di cinquanta anni di cattedra in economia, dalle sue osservazioni e viaggi in numerosi paesi. E ci mise in guardia " Non aspettatevi niente dal capitalismo! Niente più che sfruttamento, guerra e morte! All'interno del capitalismo non si può chiedere nessuna giustizia, nessuna distribuzione della ricchezza, nessuna pietà per i più deboli". Ed egli che per la sua ascendenza familiare e per le sue relazioni sociali avrebbe potuto ottenere profitti politici, sociali ed economici, così  come tanti personaggi di meno valore godono attualmente, fu sempre fedele alla sua ideologia, difese sempre pubblicamente le sue critiche ad un sistema, benedetto in tutte le cattedre e sedi e mai convenne, né tollerò la menzogna della propaganda ufficiale.

La sua coerenza con i pensieri e gli ideali che difendeva la di-mostrava con il suo comportamento. Quando l'ho incontrato aveva da poco perso la moglie e il profondo dolore che gli causò segnò per tutta la vita. Era stata la sua compagna,amante, amica e parlava di lei come pochi uomini sanno fare della moglie con la quale hanno vissuto per molti anni. Cambiò casa, perché mi confessò non sopportava di continuare nello stesso ambiente nel quale l'aveva avuta vicina, annegato nella solitudine e nella perdita della sua compagna. Mi raccontò come aveva scritto il romanzo La Sonrisa Etrusca, mentre la moglie era ricoverata in ospedale andandola  a trovare  e leggendole ciascun capitolo, di come lei si entusiasmava e commentava. La Sonrisa Etrusca, una deliziosa cronaca della evoluzione dell'uomo elementare e machista verso la comprensione delle questioni femminili ,analizza e critica, meglio di molti saggi,le radici del machismo e i conflitti tra i sessi .Io ho diffuso il suo lavoro tra le compagne femministe e la sua lettura generò adpti e amiche con le quali è rimasto in corrispondenza  fino alla fine della sua vita.

Ma è nella sua opera più originale L'amante lesbica,che si esprime in tutta la sua profondità e trascendenza la complessità dei ruoli sessuali degli esseri umani. E' inaudito che un autore di ottant'anni,nella scagliosa Spagna di sempre,possa pensare e difendere i principi espressi nel romanzo, con la particolarità che chi scrive, lo fa in prima persona,senza che gli importi delle scandalizzate critiche che poteva ricevere dai più reazionari e misogini scrittori che formano la cupola dell'attuale  letteratura spagnola. Ci felicitammo io e Carlos París, quella volta che abbiamo saputo dell'ammirazione che aveva suscitato in tanti lettori e lettrici ed egli, lucidamente ci ricordò che il criterio  delle classi dominanti, compreso quello culturale, non corrisponde a larghi strati del popolo, molte volte più avanzati e rivoluzionari. Sia il movimento femminista,come quello LGBT, dovremmo rendergli  quell'omaggio che con tanta tircheria è stato negato.
Da parte mia, ho reso  il mio umile tributo dedicandogli la mia opera teatrale ¡Vamos a por Todas!ed egli mi ha ringraziato con una lettera che è un gioiello.

José Luis Sampedro si mostrava particolarmente irritato con le regole e i dogma della chiesa cattolica,soprattutto in relazione a divieti, la segregazione e il disprezzo con i quali tratta le donne e lo esprimeva in tutte le  possibili occasioni, nelle conferenze, interviste e programmi televisivi, con una chiarezza e fermezza che non ha la maggior parte degli intellettuali e politici di sinistra del nostro paese, sempre così pusillanimi e melliflui nei loro giudizi sulla Chiesa.

José Luis Sampedro, fino alla fine ha sempre risposto alle mie lettere, sempre letto i miei libri. Di lui conservo come un tesoro l'elogio che mi fece quando lo chiamai la prima volta,per disturbarlo, chiedendogli di partecipare alle azioni che stavo organizzando, non  negandomi nulla,  perché era una persona che aveva sempre ammirato la mia coerenza.

 Ma, l'ammirato e amato per la sua, per il suo coraggio,per la sua lucidità, per la sua indipendenza e per il suo femminismo era lui.

publico.es

(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 28 settembre 2012

In difesa della 194!

L'ultimo video prodotto dalle Arrabbiate è anche un atto di partecipazione alla Campagna del 28 settembre " Giornata Internazionale per la Depenalizzazione dell'Aborto in America Latina e nei Caribi. In queste regioni circa quattro milioni
di donne decidono di abortire. E lo fanno in condizioni di insicurezza e insalubrità che viola la loro dignità, la libertà e la salute.La penalizzazione dell'aborto è un meccanismo di potere e di controllo sui corpi, sull'autonomia, sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

La legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, risultato delle lotte del movimento femminista in Italia negli anni '70 e di alcune forze politiche, è da sempre attaccata dalla Chiesa cattolica e severamente limitata dall'obiezione di coscienza del personale medico e infermieristico. Recentemente ci sono stati anche attacchi diretti da parte della classe politica al potere. Al di là di ogni considerazione etica che porta ogni donna a decidere se portare avanti o meno la gravidanza, la 194 ha indubbiamente permesso di ridurre drasticamente il numero di morti in aborti clandestini e, favorendo la contraccezione, quello delle stesse IVG . Difendiamo la 194!



Le Arrabbiate
                                                                             Aborto

martedì 26 giugno 2012

Shinoda Bolen: E' ora di finirla con il patriarcato

L'unico modo per raggiungere la pace sulla terra è che le donne prendano il comando e diano priorità alle loro visioni e preoccupazioni personali.

"Il patriarcato ha paura",  per questo attacca i diritti riproduttivi della popolazione femminile con l'intenzione di eliminare conquiste vinte da due decenni fa, ha detto Jean Shinoda Bolen, promotora della Quinta Conferenza Mondiale sulle donne delle Nazioni Unite.

In un'intervista alla rivista Cimacnoticias, l'analista junghiana ha dichiarato che l'umanità è  ad un passo da un grande cambiamento in cui il patriarcato non sarà più il sistema prevalente. "Sempre prima di un profondo cambiamento ha aggiunto -  chi è al potere cerca di  rafforzarsi o colpire più forte: con repressione e la violenza. Questo sta accadendo adesso nei confronti  delle donne ".

Il potere, dentro al quale troviamo i leader religiosi e fondamentalisti  sta eliminando l'accesso alla contraccezione, all'educazione sessuale e ai diritti riproduttivi, compresa l'interruzione della gravidanza.

" Questi uomini al potere  vogliono mantenere le donne in una condizione di assoggettamento  e di dominio" ha denunciato la femminista, autora del libro "Saggia come un albero"
La dottora in Medicina,Shinoda Bolen, ha dichiarato che questo è il momento giusto per spingere al cambiamento e " far pendere la bilancia per la sopravvivenza e la salvezza del mondo".

La professora di Psichiatria Clinica dell'Università della California ha avvertito le donne e le difensore dei Diritti Umani che in questo " momento di crisi, non c'è tempo per tornare indietro e avere paura del potere patriarcale che minaccia il nostro diritto di decidere sui nostri corpi e i progressi che abbiamo raggiunto".

L'autora del best seller " Le dee in ogni donna" ha riferito che davanti a questa crisi dei diritti è urgente realizzare la Quinta Conferenza Mondiale della Donna, nel 2015, in modo che le organizzazioni femministe del mondo si riuniscano.


Shinoda Bolen ha criticato che le super potenze affermino che non ci sono risorse per organizzare la Conferenza Mondiale, mentre gli Usa hanno speso un milione di dollari per ogni soldato in Afghanistan. Ha precisato che per le 30 mila persone delle truppe che si trovano nel paese asiatico sono stati investiti 30 miliardi di dollari l'anno.

Va notato che le Conferenze internazionali sono il quadro giuridico per garantire i diritti e sono da stimolo per la creazione di politiche pubbliche.

" Sembra non esserci interesse  per i programmi delle donne, da parte di molti paesi, ma questo è il lavoro che spetta alle donne delle organizzazioni della società civile: manifestare e realizzare l'interesse : che si sappia che vogliamo che la Conferenza diventi realtà" ha aggiunto Bolen.

La IV Conferenza Mondiale sulla Donna si tenne a Pechino, nel 1995.Lì  si stabilì la promozione dell'uguaglianza, dello sviluppo e della pace per tutte le donne del mondo: promozione e potenziamento, compresa la partecipazione ai processi decisionali  e l'accesso al potere.



La Ciudad de las Diosas

(traduzione di Lia Di Peri)