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domenica 2 agosto 2015

Adiós al macho

Carlos Bouza


Nel 1991, un uomo di 24 anni, chiamato Kurt Cobain, scompigliò l’industria musicale con il disco ‘Nevermind’, un pezzo di cultura punk rock, in un successo milionario.  Il fenomeno fece reale un’idea così potente da sembrare inconcepibile: dalla notte alla mattina, una stella maschile del rock polverizzava tutti i cliché delle star del rock maschile, s’intrufolava con un messaggio femminista, anti-razzista e anti-omofobo, nella coscienza di tutta una generazione.






La voce di Kurt Cobain suona neutra e dismessa dal registratore, come se la sua confessione appartenesse a un’altra persona e non all’adolescente tormentato di qualche anno fa: “ Per una società che celebra le gesta sessuali dell’uomo-macho, io ero l’immaturo, l’omuncolo che non aveva un rapporto sessuale e mi molestavano per questo”.  Kurt aveva sedici anni e spesso mentiva ai suoi amici vantando una serie d’incontri sessuali, che non aveva mai avuto.
Poi un pomeriggio, con gli ormoni ribollenti, il futuro leader dei Nirvana scivola a casa di una ragazza disabile e inizia a palpeggiarle i seni, disposto a perdere la sua verginità in modo drammatico. Improvvisamente è invaso da una sensazione di sconforto. “ Provai a scoparmela, ma non sapevo come fare. Cominciò a disgustarmi il suo odore, così mi levai”. Nonostante avesse potuto consumare l’atto sessuale, la doppia umiliazione (il disgusto di sé per la sua mancanza di determinazione, rimorso dopo l'abuso inferto) lo perseguitarono per il resto della sua vita.
L'episodio registrato nei diari del musicista e riprodotto da lui stesso in una registrazione  riesumata nel documentario ‘Cobain: Montage Of Heck’ (Brett Morgen, 2015), segna il punto di non ritorno nell'esistenza di Kurt: l'inizio di un lento ripiegamento su se stesso, che precipita il suo definitivo esilio mentale di una città la cui durezza lo aveva trasformato in un vortice di rabbia e di paura.

In un successivo foglio promozionale dell’album ‘Bleach’ (1989), debutto discografico dei Nirvana, Cobain ricorda Aberdeen (Washington) come una comunità ", composta per lo più da boscaioli ignoranti e fanatici, masticatori di tabacco, cacciatori di cervi e omofobi”.
Lì cresce terrorizzato da un ambiente di brutale mascolinità, che comincia al liceo dove, i suoi compagni,lo perseguitano per una presunta omosessualità e si estende fino agli uomini della sua famiglia : un nonno che “spesso raccontava barzellette razziste” e un patrigno che, di fronte alla scarsa frequenza con la quale Kurt portava ragazze in casa,lo arringava giornalmente con l’idea che "un uomo ha bisogno di essere un uomo e di agire come tale."

Poco a poco, l’adolescente inizia a difendersi dal mondo con le poche armi a sua disposizione, riempiendo la città di graffiti, che escono come funghi (il più famoso, “Dio è gay” sarà recuperato anno dopo, nella canzone dei Nirvana 'Stay Away') e infarcendo i suoi diari di riflessioni e disegni che riflettono uno stato di crescente isolamento.
Questi quaderni, pubblicati in parte sotto il nome di Diari (Mondadori, 2003), s’inseriscono naturalmente nell'insieme di una’opera da intendere, prima di tutto, come il grande tentativo del musicista di trasformare la sua emarginazione in arte.
In una delle pagine, con lo stile ruvido e infiammato Kurt abbozza un fumetto con protagonista Mr. Moustache: un personaggio rozzo e primitivo che sintetizza tutti i rednecks che tanto lo terrorizzavano ad Aberdeen. Nella prima vignetta , Mr. Moustache  si avvicina alla pancia della moglie incinta d esprime il suo desiderio : Figlio mio! Il ragazzo sarà un uomo. Guardate quanta forza ha in quelle piccole gambe! Sarà un calciatore”. Improvvisamente, Mr. Moustache s’incendia “ Meglio che non sia una noiosa vitellina!  Voglio un macho americano, puro al 100%, onesto, lavoratore, che odi gli ebrei, i negri e i froci! Gli insegnerò a riparare macchine e ad approfittarsi delle donne”. Nella penultima vignetta il personaggio si trasforma di nuovo in un guazzabuglio di falsa dolcezza ("Ahhh … senti che calci con queste gambine così forti), il feto sembra rispondere al suo desiderio propinandogli un energico e determinato calcio in faccia.
Molte altre annotazioni, in particolare, quelle che hanno a che fare con il suo crescente interesse per il femminismo, e la sua nuova vita a Olympia (Washington) dove Cobain fugge nel 1987, cercando di cancellare ogni traccia del suo passaggio ad Aberdeen.
 In questa piccola città universitaria, dove il punk rock fiorisce all'interno di una ridotta scena, Cobain entra in contatto con le donne che stanno cominciando a gettare le basi del movimento delle riot grrrl: una forte corrente, alimentata dall’ etica punk, lotta collettivamente per il potenziamento delle donne, partendo dal coinvolgimento attivo delle donne nella musica rock.
Il giorno in cui Kurt conosce Tobi Vail, co-fondatora di lì a poco della band Bikini Kill, si sente così sopraffatto dalla forza del suo discorso (e dalla sua inossidabile collezione di dischi), che finì per vomitare dal nervosismo. Poco tempo dopo, entrambi uniti in una relazione fugace, i diari di Kurt rivelano già l’intensa costruzione dell’icona femminista che oggi conosciamo.
L’influenza intellettuale di Tobi e delle altre riot, come Kathleen Hanna, è evidente in molte liste di album preferiti prodotti da Cobain, che si riempiono di riferimenti al pop femminile sotterraneo e di avanguardia,prodotti tra gli anni ’70 e ’80 : The Raincoats, The Slits, Marine Girls. Inoltre, la consapevolezza del musicista sembra esplodere in qualunque pagina, in ogni angolo: "La gente non può rifiutare qualsiasi 'sismo' né pensare che ce ne sia uno subordinato all’altro. Salvo il sessismo. Egli comanda. Egli decide. Continuo a pensare che per sviluppare gli altri ismi dobbiamo  smascherare il sessismo.  Oppure : “  Mi tranquillizza e mi consola sapere che le donne sono superiori e per natura meno violente degli uomini. Mi rassicura sapere che le donne  sono il futuro del rock’n’roll”.

Nel gennaio del 1992, dopo aver polverizzato Michael Jackson nella Top 1 della Billboard con l’album  “‘Nevermind’ (1991), Kurt Cobain diventa una delle due star maschili più famose degli Stati Uniti. L’altra è Axl Rose, il leader  dei Guns N 'Roses, una band ultra-conservatrice, che incarna i valori più feroci del reaganismo. La tensione tra i due non tarderà a esplodere pubblicamente,mettendo in scena un conflitto in cui sfumano i limiti del personale e del politico: di fronte a un Cobain diventato portavoce della gioventù frustata dal neoliberismo selvaggio delle amministrazioni di Reagan e Bush,  Axl  si presenta come una mostruosa estensione di tutti i bulli di Aberdeen: la metafora di un incubo nordamericano. Così che la semplice idea di condividere un audience  comune  comincia ad atterrirlo.
Tuttavia, la vendita dei loro dischi, quasi nello stesso momento non può essere più in contrapposizione. Con 'Use Your Illusion' (1991), un doppio album barocco ed eccessivo  i Guns N 'Roses rimangono nella tradizione del rock androcentrico, con canzoni che avvolgono le donne in romantici batuffoli o le rappresentano semplicemente come puttane. Allo stesso tempo, Cobain realizza qualcosa che fino ad ora sembrava improbabile: introdurre alcune riflessioni oscure sull’alienazione, abuso sessuale o il machismo nei canali di diffusione musicale  di maggiore audience. In meno di quattro mesi, 'Nevermind', raggiunge i tre milioni di copie vendute.
Il critico Charles R. Cross, che anni dopo firmerà la biografia definitiva di Cobain ('Heavier Than Heaven', Random House, 2005) accoglie il ‘fenomeno Nirvana’ con scetticismo, affermando che la band “ ha successo, però vorrei trovare un contenuto”. Cross ha scalfito appena la superficie di 'Nevermind' - un grande disco di pop distorto, soffiato dall’alito poetico  di un raro insetto -  senza arrivare a percepire che Cobain stava rilevando le ferite attaccate al suo tempo  con efficienza senza precedenti nei suoi contemporanei.

Qualche volta, , come nel  crudo terremoto di  ‘Territorial Pissings’ ("Non ho mai conosciuto un uomo intelligente / e se lo fosse stato , era una donna"), il musicista si rivolta esplicitamente contro il machismo , richiamando l’attenzione sull’approccio femminista, che tanto lo aveva stimolato in Olympia.  A volte, come in 'Polly', una canzone astratta su uno stupro, che Kurt aveva scritto dal punto di vista dell’aggressore, la sua tendenza a testi obliqui provoca fraintendimenti con conseguenze fatali.  Polly' era basata su un vero e proprio evento che si era verificato anni prima a Tacoma (Washington) e che ne innescò un altro terribile quando due fans dei Nirvana aggredirono sessualmente una donna, mentre canticchiavano la canzone alieni dalla pulsante angoscia, che la lettera trasmetteva.
Cobain che considerava lo stupro come uno dei crimini più gravi che potessero essere commessi, scrive le seguenti note, destinate a essere incluse nel libretto dell’album ‘Incesticide’ (1992):  "L'anno scorso, una ragazza è stata violentata da due rifiuti di sperma e uova, mentre cantavo il testo di ‘Polly’.  Ho molta difficoltà a pensare che ci siano plancton  tra il nostro pubblico (…) A questo punto ho una richiesta per i nostri fans i: se qualcuno di voi odia gli omosessuali, le persone di un altro colore o le  donne,  fateci un  favore,lasciateci in pace. Non venite ai nostri concerti e non comprate i nostri dischi”.
Una voce nel suo diario, scritta nello stesso periodo, colpisce per il suo argomento:  "Mi ricordo quello che raccontava Kathleen Hanna sull’istituto. Che aveva una classe nella quale insegnava alle ragazze a prepararsi a un eventuale stupro. E quando si affacciava e vedeva gli stupratori lì giocare a calcio, diceva “ Bisogna insegnare proprio a loro queste cose”.
Già nel 1993, Cobain scrive 'Rape Me' ('Rape me'), una sorta di risposta alle polemiche su 'Polly', il cui titolo ricicla uno slogan provocatorio comunemente usato nel cerchio delle  riot grrrl. La canzone avrebbe potuto essere doppiamente efficace. Da un lato, dal suo status privilegiato di celebrità del pop, Cobain contribuiva ad amplificare il discorso delle grrrls.  Dall’altro, lanciava il suo finale inno anti- stupro: una composizione di cruda giustizia poetica in cui “ un uomo che stupra una donna, è mandato in carcere e finisce con l’essere stuprato lì”. Tuttavia, è frainteso questa volta dalle associazioni femministe che protestano contro l’ambiguità del titolo. Cobain diventa una bomba, che provoca reazioni infuocate, spesso contrastate e non sempre pulite.
Frequentemente la stampa conservatrice e scandalistica, comincia a sparargli contro, usando come obiettivo, la sua nuova partner, Courtney Love, una preda apparentemente più facile. Proveniente  dalla preistoria  del movimento riot, nonostante non si fosse mai integrata nella sua dinamica, Love era una donna forte e autosufficiente che costruirà la sua carriera lottando all’ombra dei Nirvana. I dischi della sua band,Hole, che esploravano senza complessi i tabù della femminilità, erano difficilmente assimilabile dalla cultura patriarcale nella quale continuava diluendosi la cultura del pop, ma lei persisteva con fede cieca nel potere della differenza.
Ben presto, la somma di una donna senza peli sulla lingua ("sembra che possiamo solo arrivare  da qualche parte usando la nostra figa mentre essi ottengono tutto toccando  buone canzoni") e un uomo femminista diventano un filone irresistibile per i media: un canale idoneo per intossicare l'immagine pubblica di entrambi. Tanto che, a poco a poco, Kurt comincia a essere percepito come un vile essere gestito da una strega senza scrupoli. Una versione che Brett Morgen, autore di 'Cobain: Montage of Heck' ha recentemente smentito, in un'intervista con il quotidiano El País: "Kurt era un grande femminista. Fino a 20 anni fa tutti si sentivano minacciati da una donna dalla forte personalità come Courtney, ma non lui. Seppe dargli il suo spazio e convivere con  uguaglianza di potere nel loro rapporto. Questo fece sì che lo vedessero come un burattino davanti a una donna manipolatrice. Io non penso fosse così”.
Nonostante che il centro della tempesta migrasse da un lato all’altro, nonostante che la potenza di Kurt esplodesse negli scenari di tutto il mondo è facile concludere che la stella non arrivò mai a uscire  da Aberdeen. Quando, nel gennaio 1992, in una trasmissione televisiva in prima serata il musicista introduce la sua lingua nella bocca di Krist Novoselic, bassista dei Nirvana,lo fa crogiolandosi, pensando alla possibilità che, dall’altro lato, fossero riuniti “ tutti gli rednecks omofobi "del suo popolo. Quando entra in scena, incastrato in un abito corto di Courtney, c'è qualcosa di gioiosa esplorazione del suo lato femminile e spesso un atto di vendetta contro un passato che non si era abbastanza diluito.
Questo, tuttavia, nascondeva una potente carica simbolica, che stimolò milioni di persone in tutto il mondo. Una di queste fu la giornalista londinese, Amy Raphael, che nel suo libro ‘Never Mind The Bollocks: Women Rewrite Rock’ (Virago, 1995), scriverà la più bella sintesi dell’eredità di Kurt: “ Cobain ha riconosciuto il femminile in se stesso più di ogni un altro artista degli anni ‘ 90. E 'stato, per noi, un modello di comportamento più sovversivo che la  stessa (la teorica femminista newyorkese) Camille Plagia avesse mai sperato  di essere.


Pikara magazine



(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 31 luglio 2015

Il Re Leone e la violenza di genere

Miguel Lorente Acosta, medico forense.


 


Disney è diventato il Samaniego * del XXI secolo, trasformando le favole in film, che spesso usano gli animali per mostrare il volto umano della vita, così assente tra le persone. Cosa che non siamo in grado di apprezzare ogni giorno guardando negli occhi della gente, lo vediamo poi, proiettato in uno schermo protetto dall’oscurità… ma solo durante le due ore che dura la favola e il viaggio di ritorno.
Trascorso questo tempo, lasciamo l’”umanità animale” per tornare alla “brutalità umana”. Almeno questo è quello che si deduce da alcuni dei comportamenti che popolano la nostra giungla sociale.
“ Il Re Leone” è uno dei più grandi successi della Disney, per questo elemento umano che consente di visualizzare una lotta per il potere nel Regno animale.  Non manca nulla, c’è la violenza,  gli omicidi, l’asse del male, il senso di colpa, la minaccia e l'oppressione per evitare di perdere i privilegi di tale ingiustizia, gioia, amicizia, solidarietà, impegno, amore... se non fosse un cartone animato potrebbe essere un documentario sulle scene che accadono ovunque nel mondo.
E anche se fossero poco realisti questi elementi umani del film-favola, tutta la trama ruota intorno all'idea patriarcale su quello che dovrebbe essere la struttura sociale, in cui il potere e il riconoscimento ruotano intorno al macho-uomo, e le donne rimangono nel luogo secondario della maternità e come “carta regalo”, dell’essere la compagna del leader.
 La fiction non supera mai del tutto la realtà, così ora abbiamo un chiaro esempio di questo confine tra l’una e l’altra con la morte di "Cecil", il leone (ovviamente macho) "più grande" dello Zimbabwe.
Come se si trattasse di un film "Tarzan della giungla", "Orzowei" o la stessa "George re della giungla", la storia sembra tratta da Hollywood. In essa, c’è uno di quei cattivi cacciatori, tipo Coronel Tapioca, così vile e malvagio che usa gli stessi nativi per sviluppare la sua trappola e incontrarsi da solo con “Cecil”, il Re leone del posto, per ucciderlo in notturna e con una freccia, perché solo con il buio era complicato. La cosa curiosa è che oltre che “ bracconiere innocente” era un dentista negli Stati Uniti e, dico curiosa, perché forse per la sua professione avrebbe dovuto essere più incline per la caccia agli elefanti, per le loro “zanne” e l’avorio. Anche se sembra che ciò che gli piaccia più degli incisivi e i canini siano i premolari e i molari**, per quel sfoggiare e pencolare” davanti  agli altri, facendosi fotografare con il leone abbattuto e la testa tagliata.
Forse per cacciare gli elefanti bisogna essere Re – non so come vada la gerarchia nella caccia – e un dentista nonostante lavori tutto il giorno con la corona dei denti, non smette di essere un plebeo. È possibile che questa confusione tra corona e regalità sia stato il motivo che l’ha portato a cacciare il Re Leone Non lo so.
Il fatto è che Walter J. Palmer, così si chiama il dentista statunitense, ha ucciso Simba-Cecil, e come nel film della Disney, tutto il mondo si è messo alla ricerca dell’autore di questa morte. Nessuna obiezione a questo proposito, poiché se la caccia si è verificata ai margini della legge, la sua ricerca era abbastanza logica e coerente.
Quello che non è così logico né coerente – almeno non dovrebbe esserlo - è ciò che accade in Africa e in tutto il mondo con la violenza di genere.
Secondo l'OMS, in Africa, 36% delle donne ha subito violenza a un certo punto nella loro vita da parte di uomini con cui hanno una relazione di coppia. E come riferiscono i dati delle Nazioni Unite (UNODC), 13.400 donne sono uccise ogni anno da quegli uomini - partner. Se a questi omicidi nella coppia si aggiungono altre forme di violenza di genere (sessuale, derivata da mutilazioni genitali, per l'onore, per la dote, per il matrimonio forzato, per la violenza contro le donne nei conflitti armati ...) le donne uccise nel continente africano per violenza di genere superano molto le 16.000.
Vale a dire, in Africa ogni anno uccidono più di 16.000 donne per violenza di genere e non si produce nessuna reazione in nessun paese del continente e neppure a livello internazionale, che ponga lo sguardo su questa drammatica situazione. Invece, la caccia e l'uccisione di un leone, ha portato a una risposta internazionale che si è conclusa con l'identificazione del cacciatore, che ha ucciso Cecil dello Zimbabwe", e protesta sociale per quello che ha fatto, critica che ancora continua. Se teniamo anche conto che la percentuale degli omicidi irrisolti di donne è in Africa del 30% è facile capire che l'impunità è coperta da quel silenzio, e che i media si dirigono più a risolvere le morti animali per bracconaggio, che gli omicidi di donne per violenza di genere.
La situazione non è molto diversa nel resto del pianeta, cambiano i numeri secondo la popolazione di ogni continente e le circostanze introdotte quotidianamente dalla cultura maschilista, come parte della normalità.  In ogni continente c'è violenza di genere nelle relazioni, nella misura in cui 30 su ogni 100 donne la subiranno durante la loro vita (OMS, 2013). E tra quelle centinaia di migliaia di donne maltrattate, 43.500 donne sono uccise da uomini con i quali condividevano la relazione (UNODC, 2012). Quando si considera tutti gli omicidi per violenza di genere nonostante la grande impunità esistente in questi crimini, l’espressione del dramma si riflette in ciò che ogni 10 minuti una donna è uccisa per violenza di genere in qualche parte del mondo.
E tutto questo non è il risultato di una guerra o di un tempestivo incidente, ma che si ripete ogni anno e da molti anni e continuerà nel tempo se non cambiamo i riferimenti di una cultura machista che pone gli uomini come Re e referenti e le donne come schiave delle decisioni maschili e dei ruoli, tempi e spazi, che la cultura, come se fosse una "riserva paradisiaca" ha dato a esse.
Il messaggio che si lancia ogni giorno sulla violenza di genere è molto simile a quello che si è dato per spiegare la morte del leone Cecil. E’ stato detto del felino che se fosse rimasto nella riserva sarebbe stato  al sicuro perché il problema è nato quando ha lasciato lo spazio limitato della sua vita. Qualcosa di simile si dice per la violenza di genere: le donne la subiscono perché “ qualcosa avranno fatto”, le “ buone donne, spose, madri e casalinghe”, non subiranno alcuna violenza; al contrario, incontreranno sempre un uomo che si porrà come un leone per proteggerle e difenderle.
Felix de Samaniego sarebbe perso oggi, perché, come ha scritto l'eterno Angel Gonzalez in una delle sue poesie ("Introduzione alle favole degli animali"), alla fine dovremo ricorrere a uomini come esempio di ferocia e brutalità verso gli animali, non al contrario com’è stato finora.
Forse per questo l’essere umano, grazie ai suoi machi, è l’unica specie in pericolo di “auto-estinzione”.


* poeta spagnolo, noto soprattutto come autore di favole in versi.

** gioco di parole del termine Molar, che indica il dente molare e i verbi vantarsi, sfoggiare.

Autopsia

(traduzione di Lia Di Peri)



martedì 26 agosto 2014

La cultura dello stupro. Guida per i signori uomini.

Dall’originale A Gentleman’s Guide to Rape Culture
di Zaron Burnett III., gionalista free-lance.


Se sei un uomo, sei parte della cultura dello stupro. 
Lo so ... che suona rozzo. Non sei necessariamente uno stupratore, però perpetui comportamenti che comunemente indichiamo come cultura dello stupro.
Sicuramente si starà pensando: “ Calmati adesso, Zanon, tu non mi conosci, compagno!" Che io sia dannato se ti lascerò continuare a dire che io sia una specie di fan degli stupri… no, io non sono quel tipo di uomo”.
Io so come  ti senti, ho dato la stessa risposta, quando qualcuno mi ma detto che ero parte della cultura dello stupro. Suona orribile, immaginate, però, di andare per il mondo, con la costante paura che potreste essere violentati. Questo è ancora peggiore! La cultura dello stupro è una merda per tutti quelli che siamo coinvolti con essa. Non ti attaccare, però, alla terminologia, non concentrarti sulle parole che ti offendono e tralasciare ciò che in realtà voglio dirti.  Il problema non è l’espressione “ cultura dello stupro”. In realtà, essa descrive il problema.










Gli uomini sono i primi artefici e sostenitori della cultura dello stupro.
Gli uomini non siamo gli unici che violiamo, come non sono le donne, le uniche vittime. Ci sono uomini che stuprano altri uomini e donne che violentano uomini, però ciò rende lo stupro, un problema maschile, il nostro problema, è che gli uomini commettano il 99% degli stupri denunciati.
Come sei  parte dello stupro? Beh, mi dispiace dirlo, ma lo sei per solo il fatto di essere un uomo.
Quando incrocio di notte in un parcheggio una donna e lei cammina davanti a me, faccio tutto quello che posso, per) non spaventarla; b) le lascio il tempo per sentirsi  sicura e a suo agio e c) se è possibile, l’avvicino amichevolmente, per farle sapere che non sono una minaccia. E lo faccio perché sono un uomo.
Fondamentalmente, mi faccio carico di questa donna che incontro per strada, in ascensore, sulle scale o, dovunque sia, lei possa sentirsi al sicuro. Voglio che si senta a suo agio, come se io non ci fossi.  Sono consapevole che qualunque donna che incontri in uno spazio pubblico, non mi conosca e, quindi, tutto ciò che vede è un uomo, improvvisamente vicino a lei. Devo tenere in conto il suo senso dello spazio e che la mia presenza possa farla sentire vulnerabile. Questo è il fattore chiave – vulnerabilità.

Non so voi, però io non passo la vita sentendomi vulnerabile. Ho dovuto imparare che le donne passano la maggior parte della loro vita sociale, con perenni e inevitabili sentimenti di vulnerabilità. Fermiamoci a riflettere un momento. Immaginiamoci di provare una costante sensazione di pericolo, come avere una pelle di cristallo.

Come tipi moderni, noi  uomini cerchiamo il pericolo. Scegliamo avventure e sport estremi, per sentirci come se fossimo in pericolo. In definitiva, giochiamo con la nostra vulnerabilità. E’ così che in modo diverso noi uomini vediamo il mondo ( attenzione, questo lo dico, tenendo presente perfettamente, che c’è una comunità dinamica di atlete che praticano sport estremi e che spesso anch’esse mettono in pericolo la loro vita. Tuttavia, le donne non hanno bisogno di impegnarsi in uno sport estremo per sentirsi a rischio.)
Io sono in sostanza astemio e potrei certamente dichiarare che sono in buona forma, il che significa che, quando  cammino solo di notte, molto raramente temo per la mia sicurezza. Molti uomini sanno esattamente ciò che voglio dire. Molte donne non sanno cosa sia muoversi liberamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte:  in realtà, l’esperienza di molte donne è opposta.
Una donna deve sempre pensare a dove sta andando, a che ora andrà, a che ora arriverà, a che ora ritornerà, che giorno della settimana sia e se sarà lasciata sola  in un punto qualsiasi… e così via, perché le considerazioni sono molto più numerose di quanto si creda. Francamente, non ho da pensare molto su ciò che devo fare, per stare attento in ogni momento della mia vita. Godo della mia libertà della quale dispongo per alzarmi e andare di qui e di là, di giorno, di notte, con la pioggia o con il sole, in qualsiasi parte della città. 
Per capire la cultura dello stupro, ricordatevi che questa è una libertà della quale  non gode almeno metà della popolazione.
Questi sono i motivi per cui cerco di usare un linguaggio del corpo molto chiaro e cerco di agire in modo tale da ridurre  le paure e le altre sensazioni che le donne possono provare a riguardo. Vi consiglio caldamente di fare lo stesso. Lo dico seriamente. E’ il minimo che ogni uomo dovrebbe fare negli spazi pubblici, perché le donne possano sentirsi a loro agio, in questo mondo che condividiamo. E’ sufficiente essere rispettosi di lei e del suo spazio.
Si potrebbe pensare che sia ingiusto che paghiamo per i peccatori, che dobbiamo cambiare le nostre abitudini per il comportamento degli altri. Sapete una cosa? Avete ragione, non è giusto. Ma la colpa è delle donne? O è piuttosto colpa di quei tizi che agiscono in modo infame e mettono noi in cattiva luce? Se ti preoccupa la giustizia, scaricate la vostra rabbia su quei tizi che fanno apparire voi  e il vostro comportamento discutibile.
Nel momento in cui un uomo è oggetto di valutazione, cioè quando si tratta di stabilire cosa sia capace di fare, una donna presumerà che siete capaci di fare. Purtroppo, questo significa che noi uomini saremo giudicati dal nostro peggiore esempio. Se pensate che questo tipo di ragionamento sia una stronzata, ditemi, come reagireste voi, se incontraste un serpente in  natura? Non lo trattereste come un serpente? Questo non è uno stereotipo: è giudicare un animale per quello che è in grado di fare e per il danno che è capace di infliggere. Semplici regole della giungla, uomo. Siete uomini e le donne vi tratteranno come tali.

La  responsabilità è vostra, questa paura, ragionevole e comprensibile, che hanno degli uomini. 
E’ vero che non l’avete creata, come neppure avete creato le autostrade. Alcune cose che ereditiamo dalla società sono utili, altre sono cultura dello stupro.
Poiché nessuna donna può giudicare giustamente le vostre intenzioni a prima vista, presupporrà che siate come tutti gli altri uomini. Nel 73 per cento degli stupri, le vittime conoscono il loro aggressore, quindi, se non possono neppure fidarsi, né giudicare precisamente le intenzioni degli uomini che già conoscono, come pretendete che si fidino di voi, un completi sconosciuti? La prevenzione dello stupro, non passa per insegnare alle donne come evitarlo, ma perché gli uomini non lo commettano.
Per prevenire gli stupri, un uomo deve capire che un “no” mai è un “sì”, che quando una donna è sotto l’effetto dell’alcol o di qualche droga, non in grado di parlare, non è un “sì” e che avere una relazione non implica un “sì” automatico. Piuttosto che concentrarci su come le donne debbano evitare di essere violentate o come la cultura dello stupro renda sospetti uomini innocenti, prestiamo attenzione a come noi uomini possiamo fare per impedire che si commettano stupri, smantellare le strutture che li permettono e modificare gli atteggiamenti che li tollerano.

Dal momento che siete parti di esso, avete il dovere di sapere cosa sia la cultura dello stupro.

Estratto dalla pagina di Marshall University’s Women’s Center:

“ La cultura dello stupro è l’ambiente in cui la violenza detiene una posizione predominante e nel quale la violenza sessuale contro le donne è naturalizzata e giustificata sia nei media, come nella cultura popolare. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso del linguaggio misogino, l’oggettivazione del corpo della donna e la fascinazione della violenza sessuale, creando così una società che ignora i diritti e la sicurezza della donna”.

La prima volta che una donna mi disse che ero parte della cultura dello stupro, dissentii per ovvie ragioni. Come molti di voi avrei voluto dirle “ Ehi, non capisco”, ma l’ascoltai. Più tardi, mi recai da una scrittrice, che ammiro e le chiesi di scrivere un articolo con me, in cui spiegava la cultura dello stupro a me e ai miei lettor*. Smise di rispondermi alle e-mail.
In primo luogo, la cosa m’infastidì. Più tardi, quando apparve chiaro, che in nessun modo avrei ottenuto risposta, m’incazzai. Per fortuna, evito di rispondere a caldo, così ho messo da parte la tempesta dentro di me e mi sono fermato a pensare. Ho fatto una passeggiata, una di quelle che t’illumina. Ho pensato che se tanto m’interessava la cultura dello stupro, c’era bisogno che la scoprissi da me. Nessuna donna deve essere obbligata a spiegarmi la cultura dello stupro, solo perché  io decido di sapere cosa sia. Ho visto come il desiderio che una donna mi spiegasse, scorresse in me. Anche  la mia curiosità, una caratteristica che mi ha sempre reso orgoglioso, era stata contaminata da questa presunzione androcentrica onnipresente nella cultura dello stupro. Ciò che mi aspettavo era che il mio desiderio fosse esaudito e quest’atteggiamento è un problema. Così ho iniziato a leggere e ho continuato fino a quando ho capito la cultura dello stupro e il mio posto in essa.





Aggiungo qui un elenco di esempi di cultura dello stupro.



-       Incolpare la vittima ( “ te la sei cercata”).

-       Banalizzare la violenza sessuale ( “ I ragazzi sono ragazzi”).

-       Fare battute sessualmente esplicite.

-       Tollerare la molestia sessuale.

-       Gonfiare le statistiche delle denunce di falsi stupri.

-       Pubblicare  le  abitudini sull’abbigliamento, salute mentale, motivazioni e storia della vittima.

-  Violenza di genere gratuita nei film e televisione.

- Definire la “mascolinità” come dominante e sessualmente aggressiva.

- Definire la “femminilità” come sottomessa e sessualmente passiva.

- Fare pressione sugli uomini perché raggiungano i loro obiettivi.

- Fare pressione sulle donne perché  non appaiano “ fredde”.

- Presumere che solo le donne  promiscue siano stuprate.

-  Presumere che non ci siano uomini stuprati o che siano “deboli” quelli stuprati.

- Non prendere sul serio le accuse di stupro.

-  Insegnare alle donne come non essere violentate, invece di insegnare agli uomini a non violentare.

Ora che si sa cosa sia, come si può agire all’interno di questa cultura?


-       Evitare l’uso di un linguaggio che spersonalizza e degrada le donne.


-       Alzate  la vostra voce se senti raccontare una battuta offensiva o che banalizza lo stupro.

-       - Se una tua amica ti dice che l’hanno violentata, ascoltatela e datele sostegno.

-        Mantenete un pensiero critico sui messaggi che ti arrivano dai media sulle donne, uomini, relazioni e violenza.

-       Siate rispettosi dello spazio fisico altrui, anche in situazioni occasionali.

-       Comunicate sempre con i vostri partner sessuali e non date per scontato il consenso.

-       Definite il vostro concetto di mascolinità o femminilità. Non lasciate che le costruzioni stereotipate guidino le vostre azioni.


Quali altre cose si possono fare riguardo alla cultura dello stupro, quando si verifica nella vita reale?



1.    1. Scontrarsi con gli altri uomini.
Nessuno suggerisce la violenza. In realtà, stiamo cercando di impedirla. Tuttavia, a volte, un uomo deve scontrarsi con un altro uomo individualmente o in gruppo, in determinate situazioni. Quando mi trovo in un luogo pubblico e vedo un altro uomo molestare una donna, mi fermo e faccio in modo che la donna mi veda. Voglio che lei sappia che sono perfettamente consapevole di ciò che sta accadendo e aspetto che mi dia un segnale se ha bisogno di aiuto.
A volte, la coppia, continua a litigare come se fossi invisibile, ma in altre occasioni, la mia sola presenza ha fatto allontanare il tizio se era uno sconosciuto o a spiegarsi se si conoscevano prima. La dinamica cambia. Ecco perché, mi fermo sempre, quando vedo un tizio molestare una donna in pubblico. Mi assicuro che qualsiasi donna, in quella che potrebbe degenerare in una situazione violenta, abbia la possibilità di indicarmi che ha bisogno di aiuto. Tuttavia, non faccio solo così con le donne. L’ho fatto anche in una situazione affettiva di due uomini che stavano bisticciando tra di loro.
 Ogni volta che si noti una situazione fuori controllo e, soprattutto, se si sta attaccando qualcuno o se qualcuno chiede aiuto, bisogna intervenire. Non significa entrare come un elefante in un negozio di porcellane, ma impegnarsi, coinvolgersi, prendere nota delle informazioni più pertinenti, avvisare le autorità, chiamare la polizia, ecc. Insomma, fare qualcosa.

2.    2. Correggere gli altri uomini.

Se un tizio comincia a blaterare insulti davanti a voi, si può agire, anche se non c’è nessuno della comunità sulla quale ricade l’ingiuria. Lo stesso vale, quando qualcuno utilizza un linguaggio misogino: alzate la voce, dite al vostro amico, compagno, collega, che le battute sullo stupro sono merda e che non le puoi sopportare.
Fidatevi di me: non perderete il vostro “ bollino di uomo”. Se hai più di diciotto anni e ancora ti preoccupa il marchio di uomo, non hai allora, un’idea di cosa sia una rispettabile mascolinità. Non ha nulla a che vedere con cultura dell’approvazione altrui, mentre ha molto da spartire con il “ tuo” modello di uomo e col fare  le cose giuste. Sarete sorpresi di quanti uomini vi guarderanno con rispetto, per fare quello che essi non hanno il coraggio di fare: io l’ho sperimentato tantissime volte. Non sono la Brigata della Giustizia, però ho discusso, discuto e continuerò a discutere con mandrie e greggi di ogni tipo. Più tardi, alcuni di questi tizi sono venuti vicino a me a dirmi che hanno rispettato ciò che ho fatto. Gli ho sempre risposto che ogni volta che si ripete, diventa più facile alzare la voce. Giuro che è vero.

3.    3.Fare riflettere gli altri uomini.

Facciamo un esempio. Se in un gruppo di uomini, uno comincia a urlare a una ragazza, molto semplicemente ditegli di non fare il coglione. Non vi trasformate in ’protettori’, se alzate la voce per una donna, sempre che non si tratti di raccogliere punti, nei suoi confronti. Se eviti questo, non sarai il cavaliere bianco che difende la ‘donzella’. Farai ciò che è corretto. Nessuna donna ha bisogno di un pagliaccio sessista: la molestia  è una delle peggiori manifestazioni di sessualità maschile e questi imbecilli ci fanno passare da spaventapasseri. Bisogna tagliare fuori questi stronzi.
Qualcuno mi obietterà che sto esagerando, che “ a qualche donna piace”. Potrebbe essere, ma non è questo l’importante. Anche a me piacerebbe guidare a forte velocità e, a mio nipote,fumare erba in strada, ma non siamo autorizzati. Così funziona, appartenere alla società: se trovate una donna che le piace il ‘complimento’, fatelo pure, ma a porte chiuse, non in pubblico. Rispettate, quindi, lo spazio fisico e mentale degli altri.

(…)

Quando sorgono eventi come  #YesAllWomen e le donne di tutto il mondo iniziano a condividere le loro esperienze, i loro traumi, le loro storie e i loro punti di vista personali,non dobbiamo immischiarci nelle discussioni. Dobbiamo invece ascoltare e riflettere e lasciare che le loro parole cambino la nostra prospettiva. 
Il nostro compito qui e ora è chiederci come possiamo migliorare le cose.





(traduzione Lia Di Peri)

sabato 26 aprile 2014

Dentro la sottomissione

Miguel Lorente Acosta, medico legale, docente di Medicina Legale presso l'Università di Granada






Si può vincere, dominare, opprimere, umiliare ma sottomettere richiede  qualcosa in più, che l'azione diretta a obbligare le altre persone oltre la loro volontà . Sottomettere richiede un doppio elemento che da quel momento agisce come strumento di controllo e dall’altro, comporta continuità nel tempo.
Questa doppia caratteristica implica ,che per mantenersi nel tempo, deve agire su chi è presentato come “suscettibile di essere oggetto di sottomissione”. Se non c'è questa previa condizione, quando la sottomissione è eseguita su un ampio gruppo di popolazione, il numero di persone sottomesse e il suo prolungamento nel tempo, produrrebbe una reazione contro la stessa dell’intera società, che non può restare indifferente davanti all’ingiustizia della sottomissione o dallo stesso gruppo colpito, che alla fine si ribellerà.La diseguaglianza storica ancora imperante nella nostra società, immersa in una cultura androcentrica, è dovuta all’assunzione arbitraria e interessata del maschile come riferimento universale per condizionare le manifestazioni della realtà, e per darle un senso e un significato, una volta che accada. Così, la disuguaglianza, fa sì che gli uomini e tutto ciò che li riguardano, siano posti in una posizione gerarchicamente superiore e, le donne, il femminile in generale, siano relegate allo spazio concesso e ripartito dalla cultura e dagli uomini.
La struttura così costruita è piena di trappole, trucchi e nascondigli, perche tutto passa secondo il manuale d’istruzione della cultura e che quando qualcuno o qualcosa esce dal copione abbia una spiegazione coerente con i valori stabiliti per organizzare la convivenza. Ad esempio, la cultura " normalizza " la violenza contro le donne perché  è " accettabile in alcune circostanze ", e non è una deduzione che provenga dal guardare quotidianamente ciò che succede, ma lo dimostrano gli studi sociologici realizzati nel nostro paese e nell’Unione Europea (Eurobarometro), dove il 2% ha detto che questa violenza è giustificabile in determinate circostanze. Non dicono quali, il che permette che ogni aggressore decida, interpretando il riferimento generale della cultura applicata al suo ambiente particolare, di usare la violenza e quale grado di violenza merita ciascuna situazione.
La stessa strategia costruita dalla cultura fornisce una spiegazione anche per i casi più gravi, in modo che gli omicidi sono ampiamente giustificati dalla società in nome di alcool, droghe, disturbi mentali, malattie mentali, passione o la gelosia di sempre. La giustificazione non arriva fino all’omicidio come negli anni ’60 con la disciplina penale dell’uxoricidio, però fa sì, che invece di agire contro le cause, si perda tempo ed energie, chiedendosi i motivi che in realtà non si vogliono sapere.
Tutto ciò è parte della diseguaglianza, che la cultura ha presentato come “ordine naturale” e che perpetua attraverso un " controllo sociale ", che porta a che le cose siano come “devono essere” e che le donne assumano come parte delle loro identità, le condizioni che gli uomini e la loro cultura hanno stabilito in precedenza. E, se esse non lo fanno, allora, applicano elementi attivi e diretti per conseguirlo.
Abbiamo esempi molto vicini. Da un lato, abbiamo il libro pubblicato dall'Arcidiocesi di Granada, ” Sposati e sii sottomessa”, un libro criticato da chi mette in discussione la disuguaglianza, ma che la gerarchia ecclesiastica non ha sconfessato, né i settori più conservatori hanno detto nulla, pur essendo un libro che assume esplicitamente il ruolo subalterno delle donne agli uomini e il loro obbligo ai mandati assegnati. Naturalmente molti possono capire che si tratta di un quarto capitolo di “ 50 sfumature di grigio”, perché realtà e finzione non sono così distanti. Dall’altro lato, abbiamo l'esempio della dichiarazione resa dalla donna che è stata aggredita con l'acido dal marito, che ha dichiarato al processo: “Se avessi saputo, non mi sarei mai separata”.  Cioè, se avesse conosciuto il prezzo da pagare per la sua ribellione, sarebbe rimasta sottomessa ai dettami del marito.
La situazione è chiara, in un'epoca d’insubordinazione sociale, le donne continuano a essere sottomesse agli uomini e ai riferimenti naturalizzati attraverso la cultura.
E 'stata la cultura androcentrica che ha reso le donne suscettibili di sottomissione e che ha deciso quali siano i mandati ai quali sono obbligate, perché quelle circostanze e la violenza si ottengono con il silenzio e la passività della maggior parte della società.
Così il silenzio e la passività si trasformano in parole e azioni del postmachismo davanti ai progressi nell’uguaglianza e nell’eliminazione della violenza di genere, che è un’ulteriore dimostrazione che la cultura non è casuale e che obbedisce a una strategia di potere costruita sui riferimenti e privilegi degli uomini. Se così non fosse, non avrebbe senso che per correggere un’ingiustizia, come la disuguaglianza o raggiungere l’obiettivo di porre fine alla violenza di genere, si adducono tantissimi argomenti critici costruiti sulla distorsione della realtà, come quelli sulle false denunce, inventandosi dati o il tentativo di evitare di parlare della violenza sulle donne, portando avanti l’argomento, che occorre parlare di “tutte le violenze”.
Dobbiamo essere ribelli contro la sottomissione della disuguaglianza e, perciò, dobbiamo essere critici con la cultura storica e con chi lancia nuovi argomenti per fermare i progressi e rimanere dentro i limiti della proprietà privata, che alcuni uomini hanno assunto in loro nome, dopo aver strappato terreno a tutta la società, cioè, alle donne e agli altri uomini.

 Autopsia

( dallo 
spagnolo, Lia Di Peri)




domenica 9 marzo 2014

Femminista



di 
Bio

I contratti lavorativi che le insegnanti spagnole furono obbligate a firmare nel 1923, comprendevano nelle loro clausole, il divieto di tingersi i capelli e di viaggiare in auto con un altro uomo, che non fosse il padre o il fratello. Erano costrette a stare in casa dalle 20,00 alle 6,00 del mattino salvo che non dovessero accudire a qualche compito scolastico e dovevano indossare almeno due sottovesti. Inutile dire che era proibito loro passeggiare per le gelaterie della città. Le gelaterie sono luoghi di perdizione, in particolare, dei prodotti artigianali, ma di ciò riparleremo in un altro momento.

Questi obblighi e divieti e molti altri più recenti, sembrano ormai anacronismi risibili che sono scomparsi dalla faccia della terra civilizzata, con la stessa naturalezza con la quale cade dall’albero la frutta matura o ci si collega a Windows. Tuttavia, come tutti sappiamo e preferiamo dimenticare, la loro abolizione fu il risultato di secoli di lotta di molte donne: le femministe.
 Io sono femminista. E anche voi signore o signora grassa o magra, che mi state leggendo. Beh, concedo il beneficio del dubbio e, molto probabilmente siete stati o avete voluto partecipare all’ultima riunione della destra (di Josep Anglada) in cui si dice (sempre così originale) che la colpa di tutto (nella sua interezza) è dei mussulmani (Mori nel loro gergo) e dei latino-americani (nel loro gergo, terroni). Allora, in questo caso, è raro che voi possiate essere femminista. Presumo, però, per il buon e raffinato gusto di leggermi, che voi siate, comunque, usando la terminologia di Mariano Rajoy, una "persona normale".

“ Non sono machista, né femminista”. “ Non sono femminista ma femminile”. " Non mi piacciono le idee radicali, non credo che le donne siano migliori degli uomini”. “ Sicuramente, non sono femminista, perché io non odio gli uomini…”. Chi non ha detto o sentito una di queste sfortunate frasi, scagli la prima pietra.

Mentre altre scuole di pensiero, come il socialismo, il liberalismo o anche l'ambientalismo, sono riusciti a mantenere il prestigio della loro denominazione (o del loro marchio), nonostante il suo fallimento o oblio, il femminismo, che in sostanza ha vinto, fissandosi naturalmente nella mente di tutti, ha ottenuto uno scarso riconoscimento. Frainteso e disprezzato come il bozzolo abbandonato, che lascia la farfalla, potremmo dire in termini grossolani. E poteva non essere così importante, se non trascinava per lo stesso sentiero di oblio e disprezzo, le donne e gli uomini che hanno elaborato e lottato per le idee femministe ottenendo quei diritti di cui tutti oggi godiamo.
Recentemente si tende a mascherare il poco apprezzato nome femminismo, con il più accettabile termine “ di genere”, che accompagna come un cognome di buona famiglia, un buon numero di parole come politica, studi, problemi, ricerche, osservatori, ecc.

Che cos’è il femminismo? La filosofa spagnola Amelia Valcárcel, lo definisce come quella tradizione politica della modernità egualitaria e democratica, che sostiene che nessun individuo della specie umana debba essere escluso da qualsiasi bene o da qualunque diritto a causa del suo sesso.


Chi furono le sue precursore? Come si è rilevato in molte occasioni, non è innocente, che nell’immaginario collettivo si continui con la caricatura delle femministe, come signore con i baffi che odiano gli uomini. E non lo è neppure che durante il liceo e la mia carriera in Giurisprudenza, non furono menzionate una sola volta. Mi si parlo sì, del fondamentale Diritto canonico e dell’indispensabile Diritto Giustiniano, però non una parola su Mary Wollstonecraft o Olympe de Gouges, per citarne solo due tra di esse. Non c'è da meravigliarsi che quando si parla su questioni "di genere" a volte non sappiamo da dove veniamo, che vogliamo fare e dove si cerchi di arrivare, persi dopo una strana e pellegrina ‘chiocciolina’ @. Tutti capiscono cosa intendo.

El senor gordo.

domenica 8 dicembre 2013

Anche gli uomini hanno un genere

 Masculinidades y ciudadanía. Los hombres también tenemos género (Dykinson, Madrid, 2013).




La lección de esgrima”, Fernando Bayona


Tuttavia, ancora oggi molti e molte, continuano a stupirsi che mi definisca un uomo femminista, un’affermazione che, anche in questi tempi di arretramento democratico, dichiaro con forza ogni volta che posso.  Nonostante sia presupposto fondamentale per l’uguaglianza tra uomini e donne e un requisito imprescindibile in democrazia. Di conseguenza, ogni democratico, uomo o donna dovrebbe essere femminista, perché individuo impegnato a raggiungere l'obiettivo a che il sesso non sia un ostacolo all'accesso a beni e al godimento dei diritti, dalla convinzione che il femminismo non è l'opposto del machismo e che la lotta non è contro gli uomini ma contro l'ordine sociale e culturale che rappresenta il patriarcato.
A differenza delle donne, che hanno sempre messo in discussione il loro posto nella società e il Patto sociale che le ha storicamente discriminate, gli uomini non hanno sentito la necessità di guardarsi allo specchio, tanto meno analizzare criticamente una struttura che ci beneficia. Come ha bene affermato Stuart Mill, siamo stati educati nella " pedagogia del privilegio " e, quindi, ci siamo limitati a esercitare il potere in strutture binarie basate sulla supremazia del maschile sul femminile. E, tutto questo, con il sostegno garantista degli ordinamenti giuridici e dall'identificazione dell’universale con il maschile. Con questa diseguale distribuzione di posizione si configurano gli Stati contemporanei, la teoria dei diritti umani e le stesse democrazie che per decenni hanno escluso le donne dalla piena cittadinanza.
Così come ha ben analizzato il femminismo, il contratto sociale è stato preceduto da un " contratto di sesso" attraverso il quale si è consacrato il privato come luogo di sottomissione delle donne, mentre nello spazio pubblico noi (uomini) esercitiamo pienamente i diritti come cittadini.
Parallelamente si sono consolidati due mondi, il maschile e il femminile, gerarchicamente organizzati, ai quali corrispondono valori, abitudini e atteggiamenti creati da quest’opposizione. In questo contesto, noi uomini, siamo sempre stati socializzati ad agire come somministratori e per monopolizzare la sfera pubblica. Ci hanno educato all’esercizio del potere, al successo professionale, all’individualità competitiva, che ha portato a sua volta allo sviluppo di alcune capacità e alla rinuncia di altre. Ci hanno cioè socializzato in valori e abilità che contribuiva a raggiungere e mantenere il nostro ruolo di eroi, mentre negavamo le capacità considerate femminili. La mascolinità patriarcale, dunque, è stata costruita su una dichiarazione - che riguarda l'esercizio del potere e, quindi, anche il suo utilizzo in caso di violenza e su una negazione – essere uomini è prima di tutto " non essere una donna . “.
Non sorprende che il dizionario della RAE (Real Accademia Spagnola) mantenga come uno dei significati della femminilità: “ la condizione anormale di un uomo nel quale si presentano una o più caratteristiche femminili”. Da qui l’omofobia intesa in senso lato come un rifiuto del femminile e in senso stretto come negazione delle opzioni non eterosessuali, che compongono la definizione di virilità che ha agito su di noi come un “imperativo categorico”.
In definitiva, grazie al patriarcato, anche gli uomini hanno genere, cioè “ facciamo” secondo le regole sociali e culturali, che determina il nostro posto nella società e la nostra identità. Siamo addestrati a svolgere il ruolo previsto per noi e che è legato alle posizioni di privilegio che nei secoli ci hanno fatto diventare soggetti attivi di fronte ad alcune donne sottomesse nel privato e condizionate dal loro ruolo di curatrici. Non solo siamo stati costretti ad assumere come maschere inalienabili l’aggressività, la competitività, l’ossessione per la prestazione o la forza fisica, ma allo stesso tempo, abbiamo rinunciato alle virtù e capacità legate alle emozioni, ai lavori di cura, al mondo femminile che non ha avuto valorizzazione socio-economica e culturale.
Quest’onnipotenza ha anche sviluppato le sue patologie, che ci hanno tenuto in molti casi appigliati a un giogo. Prigionieri nel carcere della mascolinità egemonica che ha preteso che dimostrassimo costantemente la nostra mascolinità e nascondere sotto mille scudi la nostra umana vulnerabilità.
È urgente, quindi, che gli uomini comincino a guardarsi dentro e analizzare criticamente il nostro posto in un patto sociale che ci ha fatto vincitori, ma paradossalmente ci ha anche  condannati a rinunciare a tutto ciò che non si adattava al prototipo di quello che Joaquín Herrera denominò ” predatore patriarcale”. E’ necessario che ci ricollochiamo nel privato, che rivendichiamo ed esercitiamo i nostri diritti-doveri di corresponsabilità in ambito familiare, che assumiamo i valori e le capacità che durante i secoli abbiamo rifiutato perché negavano la nostra mascolinità e, naturalmente, intestarci insieme alle nostre compagne, le lotte ancora pendenti per l’uguaglianza. Un impegno che è particolarmente necessario di fronte alla crisi dello Stato Sociale e la reazione patriarcale che inizia a svilupparsi: due fattori che non soltanto rallentano l’agenda femminista, ma che mettono in pericolo i diritti che crediamo definitivi.
 La conquista della democrazia paritaria implica necessariamente la revisione della mascolinità patriarcale da un processo di trasformazione socio-culturale nel quale noi uomini dobbiamo assumere un ruolo protagonista. Senza di questo i risultati saranno puntuali e fragili, in modo che si continuerà prorogando un mandato che resta impegnato a mettere più ostacoli alle donne nell’esercizio dei loro diritti, che negli ultimi tempi sta sviluppando meccanismi sempre più sottili di dominio.
La revisione (della mascolinità) deve a sua volta influenzare l’armonizzazione tra pubblico e privato, nonché la ridefinizione della razionalità pubblica fatta a immagine e somiglianza degli uomini. In questi tempi di crisi politica ed economica è più opportuno che mai stabilire altri modi di esercitare il potere, di organizzare la convivenza e la gestione dei conflitti. C’è bisogno di trovare come aveva già dichiarato Virginia Woolf nelle sue Tree ghinee, “ nuovi metodi e nuove parole”. Una sfida che richiede il superamento della soggettività patriarcale, la scommessa di mascolinità eterogenee e dissidenti e la configurazione di una cittadinanza capace di superare i binarismi pubblico/privato, ragione/emozione, produzione/riproduzione, cultura/natura, eterosessualità/diversità affettivo - sessuale, che per secoli sono serviti a mantenere sottomesse le donne e in posizioni di privilegio gli uomini.

Sebbene anche, e ciò lo abbia scoperto nel scoprirmi davanti allo specchio – questa maschilità imposta ci ha condannati – senza saperlo – a perderci tutto quello che l’ordine culturale dominante capiva entrasse in contraddizione con la dimostrazione pubblica della nostra virilità.
Da qui, il duplice impegno che come uomo democratico assumo come irrinunciabile, che comincia dal gettare la maschera di genere che mi avvelena  e continua con la militanza femminista, che parte dalla convinzione che la democrazia è paritaria o non è.


blogs.elpais.


(la traduzione è mia).

venerdì 1 novembre 2013

La prostituzione e gli uomini.


Enrique Javier Diez




La prostituzione non è il “mestiere” più antico del mondo, lo sfruttamento, la schiavitù e la violenza di genere sono le forme più antiche, che gli uomini hanno inventato per sottomettere e mantenere le donne alla nostra disposizione sessuale.
Quando si parla di prostituzione, si occulta, si protegge e si minimizza il ruolo dei clienti. Tuttavia è essenziale comprendere il punto di partenza di questa situazione: “Se non esistesse la domanda, non vi sarebbe l’offerta”. Ossia, siamo noi uomini, come classe, che manteniamo e perpetuiamo la sottomissione a questa violenza di genere, sostenendo questo "mestiere" e favorendo la socializzazione delle nuove generazioni all’" uso ".
La prostituzione si giustifica, in quanto, realtà sociale “inevitabile”, naturale e immutabile. Gli uomini di destra preferiscono che rimanga nascosta, per conservare la loro doppia morale. Quelli di sinistra, vogliono la sua legalizzazione, rivendicando la difesa dei diritti delle lavoratrici e “ per liberare il resto degli esseri umani dal giogo della morale retrograda". Entrambi gli approcci aggirano i meccanismi che stanno alla base del potere patriarcale.
Gli studi che si dedicano al tema, solitamente, ignorano questi meccanismi e agli stessi prostituenti è difficile accettare di rappresentarsi come tali. Questo rifiuto di affrontare un esame critico degli utenti della prostituzione, che sono il più importante anello del sistema di prostituzione, non è altro che una difesa tacita delle pratiche e privilegi sessuali maschili. Perciò è molto importante analizzare le ragioni che spieghino perché in una società più aperta e libera come quella spagnola dopo la fase della dittatura franchista, ci sono ancora molti uomini e giovani che si rivolgono a relazioni di prostituzione con donne o altri uomini.
Perché gli uomini si rivolgono alla prostituzione?
Maggior parte degli studi di approfondimento e di ricerca sul tema arriva a una medesima conclusione: " Un numero crescente di uomini cerca le prostitute più per dominare, che per godere sessualmente. Nelle relazioni sociali e personali sperimentano una perdita di potere e di mascolinità tradizionale e non riescono a creare rapporti di reciproco rispetto con le donne con le quali si relazionano. Sono questi gli uomini che cercano la compagnia delle prostitute, perché quello che cercano in realtà è un’esperienza di dominio e di controllo totale” [1].
Sembra come se una grande parte dell'umanità, gli uomini che si rivolgono alla prostituzione, abbia un serio problema con la propria sessualità, non essendo in grado di stabilire un rapporto di parità con le donne (più della metà del genere umano) convinti che debbano stare a loro servizio. Come se ogni volta che le donne ottengono sempre maggiori quote di uguaglianza e di diritti, questi uomini non fossero capaci di adattarsi a un rapporto di uguaglianza e ricorressero, sempre più spesso, a relazioni commerciali, con le quali pagando, ottengono di essere al centro dell’attenzione, tornando alla fase infantile d’intenso egocentrismo e di una relazione, che non comporta nessun “carico” di responsabilità, di cura, di attenzione, rispetto o equivalenza.
Una seconda importante conclusione degli studi nazionali è che la Spagna è uno dei paesi dove il “consumo” della prostituzione è il meno screditato. (…) Sembra, infatti, che ci sia un consenso sociale, non tacito ma esplicito, nel mantenere costanti strategie e forme per “alleviare” la responsabilità di coloro che iniziano, mantengono e rafforzano questa pratica.

Educare all’uguaglianza in un mondo dove la prostituzione è una professione.

Questo consenso sociale influisce nel processo di socializzazione dei bambini e dei giovani nell'uso della sessualità prostituzionale. Se a ciò aggiungiamo l’ordinamento della prostituzione come professione, creeremo delle aspettative di socializzazione, dove le ragazze imparano che la prostituzione possa essere una possibile nicchia lavorativa e i bambini apprendono che le loro compagne possono essere comprate per soddisfare i loro desideri sessuali.
I bambini che si “socializzano” in un contesto dove la prostituzione è regolata come professione, per cui è approvata socialmente ed è promossa e pubblicizzata – in una società di consumi è essenziale – impareranno che le donne sono o possono essere “oggetti” a loro disposizione, che i loro corpi e la loro sessualità si può comprare, che non sono limiti al loro uso, che possono usare anche la violenza o la forza su di esse, perché disporranno di spazi, dove avranno tutti i diritti se potranno pagarli. Per questo è profondamente contraddittorio parlare e difendere l’uguaglianza tra uomini e donne nel processo educativo dei bambini e bambine e sostenere contemporaneamente la regolamentazione della prostituzione.
Conclusione

Se vogliamo costruire realmente una società egualitaria, dobbiamo concentrarci sui mezzi di sradicamento della domanda, attraverso la denuncia, il perseguimento e la punibilità del cliente e del magnaccia. La Svezia penalizza gli uomini che comprano donne o bambini per il commercio sessuale, con la reclusione fino a sei mesi o con un’ammenda, perché definisce il crimine come " violenza retribuita ". In nessun caso si dirige contro le donne, né pretende la loro punibilità o sanzione, perché la prostituzione è considerata un aspetto della violenza maschile contro le donne, i bambini e le bambine.
Il cambiamento passa attraverso un sistema economico equo e sostenibile che integri l’uguaglianza per entrambi i sessi, per combattere le mafie e non promuovere i modelli Eurovegas. Per trasformare la mentalità di questi uomini, non solo con le multe, ma con l’educazione e sensibilizzazione nei media: affinché i diritti delle donne, smettano di essere considerati diritti di seconda classe e siano parte dei diritti umani.
Si dice che la prostituzione è sempre esistita. Anche le guerre, le torture, la schiavitù infantile. Ciò però non è prova di legittimità né di validità. Abbiamo il dovere di immaginare un mondo senza prostituzione, così come abbiamo imparato a immaginare un mondo senza schiavitù, senza apartheid, senza violenza di genere, senza infanticidio, né mutilazioni genitali femminili.
Non possiamo rinunciare all’utopia di trasformare la società e di educare alla uguaglianza.

* Enrique Javier Díez Gutiérrez è Professore di Scienza della Formazione dell'Università di León . Specialista in organizzazione educativa sta ora sviluppando il suo insegnamento e ricerca nel campo dell’istruzione interculturale, di genere della politica educativa.

revista.con la A