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domenica 5 gennaio 2014

Vissero felici e contenti? Le frustrazioni del mito dell’amore romantico.

Ana Requena Aquilar

  Foto della collezione 'Princesas caídas' de Dina Goldstein

Cenerentola e il suo principe si sposarono e vissero felici e contenti. La stessa cosa è accaduta con Biancaneve, Aurora, la Bella e tante altre principesse dei racconti e dei film. Che cosa è successo, però, dopo il matrimonio? E due anni dopo? Dieci anni dopo? Continuarono a essere felici? Condivisero i compiti di casa? Rispettarono le proprie carriere professionali? Continuarono ad attrarsi? Come risolvettero i loro problemi?
Il giorno di San Valentino mostra che il mito dell’amore romantico e gli argomenti che lo circondano continuano a diffondersi a macchia d’olio. L’amore non è un male, ciò che è male è mantenere un ideale d’amore che non corrisponde alla realtà, un amore che si considera, se sia vero amore, per sempre , in cui  non devono esserci dubbi o contraddizioni, momenti in cui si voglia e altri no, un amore  dove si passa dall’innamoramento a stare tutta la vita insieme. Queste idee creano confusione e frustrazione. I racconti e i film finiscono con le nozze, però nessuno ci dice cosa succede dopo – spiega Ianire Estébanez, psicologa e autrice de “ Il mio ragazzo mi controlla il normale”, un blog nel quale smantella i miti dell’amore romantico.
Coral Herrera, consulente di genere e autrice di una tesi di dottorato sul tema, spiega che lo schema dell’amore romantico non è cambiato molto: “E’ un’utopia emotiva trovare un principe azzurro per essere felici, sposarsi, avere dei figli, un’ipoteca… Si pretende che la persona incarni uno schema ideale”. Un modello in cui la coppia è considerata il miglior stato possibile, la solitudine ha una connotazione negativa, i dubbi e le contraddizioni non devono sussistere, così che tutto andrà bene.
Darei qualsiasi cosa per te “. 'L'amore richiede sacrificio'. ‘Senza di te io non sono niente. “L'amore tutto può", “Cerco la mia anima gemella”. I topici che idealizzano l’amore e lo mettono sopra ogni altra cosa sono facili da trovare nei film o canzoni, anche in quelle più recenti.
"E 'attraverso la cultura, che si creano gli schemi emotivi". Gli unici modelli che abbiamo sono i miti: nelle scuole non s’insegna a gestire le emozioni”, dice Herrera, che rileva “ i valori” come la gelosia, il possesso o l’esclusività, s’identificano necessariamente con l’amore ideale” . “ Sono linee guida assolutamente rigide su come deve essere l’amore” aggiunge la scrittrice.
La società promuove un modello di amore nel quale le coppie durano per sempre, dagli incentivi fiscali fino agli aiuti alle famiglie con figli. “ La società è pronta a unirsi di due in due, non di sei in sei o in un altro modo, perché così siamo più facilmente controllabili. Se si ha l’intenzione di stabilire un altro tipo di famiglia, compresa la coppia con altri valori, si perturba totalmente la struttura della società. Spesso se siete dei solitari, è difficile inserirsi nella società, soprattutto dalla trentina, dichiara Coral Herrera, che mira a incoraggiare i movimenti sociali e collettivi della Rete e solidarietà. Rileva anche uno dei gesti più simbolici sul concetto di amore e di coppia: "Quando si sposano, le donne sono sottobraccio al padre, che la ‘consegna’ al fidanzato, così che sembrerebbe non esserci un solo momento nel quale la donna stia sola senza un uomo accanto”.
Estébanez condivide questa idea e parla di altri tipi di compagnia e amore, che non sembrerebbero essere altrettanto importanti : gli amici, i parenti , i compagni di lavoro .
“ Dai venticinque anni circa si rafforzano i messaggi : perché sei single?, “quando ti sposi ? “ quando avrete dei figli?” Rompere con questo percorso scritto è difficile -spiega.
La scrittrice e femminista Beatriz Gimeno rileva anch’essa la cultura come una delle più grandi riproduttrici del mito. Per Gimeno, stiamo vivendo un arretramento rispetto ai progressi compiuti decenni fa . “ S’insiste più che mai sul concetto di amore romantico, un’idea che mescola la donna dedita all’amore e alla cura degli altri, con la modernità e la libertà sessuale. Il concetto però è sempre lo stesso: le donne sono ancora per gli altri, li pongono sopra le loro aspirazioni e desideri . Ad esempio , molte ragazze si vestono in modo che piaccia ai ragazzi o fanno sesso, perché piace a essi e non per darsi piacere. Alla fine , l'amore assume un'importanza sproporzionata e, molte donne, che non ottengono quest’amore, si frustrano, non concepiscono una vita senza un partner. "Non sono costrette a sposarsi, ma sono convinte che sia la migliore scelta e forma di vita” dichiara Gimeno.
 Anche Estébanez ritiene che la libertà sessuale delle giovani generazioni celi in fondo gli stessi cliché di sempre, che si mescolano con l'idea di cercare l’uomo ideale ': “Adesso i giovani hanno una vita sessuale e più possibilità che prima, le ragazze vivono diverse relazioni ed esperienze, ma l'obiettivo finale resta quello di incontrare l’amore perfetto". In qualche modo, si permette alla ragazza di sperimentare, perché lo scopo ultimo è questo, se non si vuole essere considerate una puttana o frigida.

"La cosa migliore – termina l’autrice de ‘ Il mio ragazzo mi controlla il normale - è un amore che non sia ‘ muoio per te e senza di te non sono niente’, ma sto bene con te e con te sono qualcosa, ma anche senza di te”.

eldiario.es

giovedì 29 novembre 2012

DE-scrivere il patriarcato: il mito della passività


La tematica della violenza contro le donne, che si tratti di stupro o di femminicidio, contiene in sé stessa il concetto di “vittima/carnefice”. Binomio classico dal punto di vista psicologico: dove c’è vittima c’è carnefice, e dove c’è carnefice, c’è vittima. Il gioco delle parti è conosciuto e chiaro. La povera, debole, indifesa donna che soccombe di fronte alla cieca violenza del carnefice, impersonificato da colui che avrebbe dovuto “difenderla” e “accudirla”.

Cerchiamo di analizzare questo rapporto, dal punto di vista psicologico, per capirne le implicazioni, e per tentare di trarne indicazioni utili al suo superamento.


La donna, nella società patriarcale, è vittima designata. Non ha diritti, perché non ha autonomia. Non ha autonomia, perché non possiede indipendenza economica e psicologica. Madre e moglie, questo deve essere, e SOLO in nome di questo, può, eventualmente, richiedere il rispetto. E, al massimo, può chiedere di essere “accudita”, “difesa”. Come persona non se ne parla, infatti la società patriarcale non prevede per la donna lo status di “persona”, al massimo di madre, rispettabile come tale, e moglie, un po’ meno rispettabile, poi c’è sempre l’alternativa della “puttana” ossia di quella che non è né madre né moglie, quella non ha diritto al rispetto.

Proviamo a ribaltare il concetto: la donna ha diritto al rispetto in quanto PERSONA,  persona con una sua propria individualità, un suo progetto di vita, una realtà personale che richiede il rispetto a prescindere. 

Questo fa paura. Il patriarcato non l’accetta, la donna non è persona, è moglie, e deve essere rispettata in quanto tale, è madre, e deve essere rispettata in quanto tale, ma non è PERSONA e in quanto tale non deve essere rispettata, per cui, se una donna non rispetta il suo ruolo, e pretende di essere persona, può, anzi deve essere violata, violentata, picchiata, uccisa
.
La donna non è passiva, è soggetto attivo della propria vita e della società. La donna non è specie protetta come i panda del wwf.

La donna è persona, è soggetto sociale e politico, e la violenza contro di lei è VIOLENZA POLITICA contro la sua individualità di persona.
Il patriarcato ha la capacità di inglobare e vanificare, attraverso la mistificazione, ogni legittima aspirazione delle donne. La donna come vittima, e l’autoidentificazione delle donne stesse come vittime, fa il gioco del patriarcato.
Siamo noi stesse a doverci allontanare dal concetto di noi stesse come vittime, come “anello debole” della società, e a reclamare il rispetto che ci è dovuto come persone.

Porre l'accento sul concetto di persona e non di vittima, consente di smascherare ed impedire tutte quelle politiche securitarie, sessiste e razziste, poste in essere in questi anni, dagli enti ed organismi statali (ronde, bus rosa, ecc..). 
Politiche pubbliche che, ancora una volta, delegittimano e squalificano le donne, le rinchiudono nel cerchio vizioso di esseri vulnerabili, di fatto, continuando a inferiorizzarle, discriminarle a svalutarle come soggetti e come cittadine. Inoltre, la violenza fisica, il femminicidio sono le forme più estreme della violenza di genere che subiscono le donne in casa, sul lavoro, in tutti gli ambiti e settori della loro vita quotidiana. La struttura patriarcale e capitalista con le sue politiche dei tagli alle risorse, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilità del mercato del lavoro, leggi razziste sull'immigrazione, intensifica la marginalizzazione delle donne creando e/o mantenendo una dipendenza economica e sociale, impedendo di liberarsi da situazioni di grave conflittualità relazionale. Essere riconosciute persone ci fa soggetti di diritti e non esseri vulnerabili, bisognose di tutori. Per questo contro il binomio carnefice-vittima diciamo basta ad un sistema che si fonda sulla diseguaglianza, sulla discriminazione, sullo sfruttamento; diciamo basta ad un maschilismo protezionista, che perpetua la violenza contro le donne, che sostenta le strutture sociali androcentriche. 
Noi donne non vogliamo più sbarre protettive che servono per il controllo dei nostri corpi e per il dominio patriarcale-capitalista.

La violenza contro la donna nasce dalla paura della liberazione della donna.

Ma è dalla liberazione dal bisogno, dai mandati e privilegi patriarcali, dall'amore per noi stesse, che possiamo porre fine alle discriminazioni, alla violenza e all'odio di genere.
Il dualismo “vittima – carnefice” è un rapporto a doppia via: la vittima si fa vittima e lascia spazio al carnefice, il carnefice approfitta e accontenta la vittima. Basta con questa mistificazione.
Il rapporto vittima carnefice si basa sul senso di colpa della vittima, che, se è vittima, in fondo è colpa sua.
Già, perché la “vittima” è tale in quanto non accetta il suo destino, perché cerca di autodeterminare la sua vita, perché rifiuta, perché dice NO.
Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei femminicidi avvenga nella coppia, e che la violenza venga scatenata dal rifiuto della donna di continuare la relazione. La donna che fa una scelta di indipendenza, che rifiuta la “protezione”, che si ribella al possesso, deve pagare con la vita.
E’ la liberazione che fa scatenare la bestiale reazione del patriarcato,  che non permette deroghe alla sua sopraffazione.
Ma è il ricatto psicologico alla base di tutto, ed esso comincia molto prima che si consumi la violenza vera e propria. Comincia con l’idea che la donna, in nome di un “amore” che assomiglia più al bisogno che alla libertà, debba “sacrificarsi” per “meritare” tale “amore”.
L’”angelo del focolare” subisce ed è grata dell’attenzione dell’uomo, che attraverso tale attenzione le conferisce dignità.
Lo stereotipo della “zitella” è il più chiaro di questi meccanismi. La zitella è colei che non si è “meritata” l’attenzione e la “protezione” di un uomo!
Ma questa “protezione” non è scontata, si può perdere in qualsiasi momento, basta dar segni di insofferenza e manifestare il desiderio di camminare da sola. La protezione-gabbia, diventa violenza cieca.

La “vittima” designata ha paura. 
Paura di perdere l’”amore” dell’uomo, paura di perdere lo status che le conferisce rispetto. Paura del mondo esterno che è vissuto come estraneo e sconosciuto, non alla sua portata.
Scrive l'antropologa, Paola Tabet:
Lo statuto e il valore più o meno coincidono nel trattamento che ne fanno le società. Un rapporto di potere? Se una persona – o meglio una classe intera di persone – non ha diritto alla propria sessualità, se fin dalla nascita è destinata a entrare in un rapporto dove dipenderà da un’altra persona e in cambio del mantenimento e di una posizione di legittimità sociale dovrà dare servizi sessuali, domestici e riproduttivi, quando questa persona per di più entrerà in questo rapporto in maniera non contrattuale, ossia per essere chiari, quando questi servizi non sono oggetto di un contratto che ne definisca la misura – essi dunque non sono assolutamente quantificati – quando per di più vi è, e vi è stato in passato, la possibilità, spesso messa in atto, di costringere per mezzo della violenza questa persona a dare questi servizi, penso si possa parlare senza alcuna esitazione di un rapporto di potere. Ma il rapporto di potere è alla base dell’intera organizzazione della società. E il rapporto di potere vale anche per le forme non legittime, anche se queste si possono manifestare come forme di resistenza.
Per il momento dobbiamo constatare che il servizio sessuale delle donne per gli uomini è un fatto ovvio e indiscutibile. ( "Rapporti sociali tra i sessi e rapporti di potere" - Paola Tabet, Libera Università delle donne)

BASTA
La violenza contro le donne nasce dalla paura. NOI NON ABBIAMO PAURA.
Noi vogliamo ribaltare il rapporto patriarcale, e dire a gran voce: NON ABBIAMO BISOGNO DI VOI!!!!!!!
Solo dalla liberazione dal bisogno, dalla scelta di liberazione, dalla consapevolezza della propria individualità e dall’AMORE per NOI STESSE, nasce la rivoluzione.
Il senso di colpa, cattolico, clericale e patriarcale, ci vuole eterne vittime, bisognose di aiuto. NO GRAZIE!!!!!!!

NON ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, ma di rispetto, lo esigiamo, lo pretendiamo, ce lo prenderemo comunque, che vi piaccia o no.

domenica 25 novembre 2012

La violenza di genere e l'amore romantico

Coral Herrera Gómez spiega perché  il romanticismo è il meccanismo culturale più potente per perpetuare il patriarcato

Coral Herrera Gómez


L'amore romantico è lo strumento più potente per controllare e soggiogare le donne, soprattutto nei paesi in cui sono cittadine a pieno titolo e dove non sono legalmente di proprietà di nessuno.

Molti sanno che combinare la gentilezza con l'abuso nei confronti di una donna serve a distruggere la sua autostima ed a provocare la sua dipendenza, quindi utilizzano il binomio abuso- affetto per farle innamorare perdutamente, così da poterle dominare.

Un esempio di ciò è Kaliman, un magnaccia messicano che spiega come riesce a far prostituire le sue donne: sceglie le più povere e bisognose, preferibilmente quelle che desiderano uscire dall'inferno domestico nel quale vivono o quelle che hanno un urgente bisogno d'amore, perché sono socialmente isolate. I magnaccia seguono la sua guida alla perfezione: prima le colmano di attenzioni e regali per due mesi,facendo credere che sono la donna della sua vita e che avrà sempre denaro disponibile e soddisfare i suoi bisogni e capricci. Poi,la mette in un bordello perché " le facciano terapia " le ragazze; se si rifiuta, calci, se si arrabbia, meglio lasciare che le passi. Mai chiederle scusa. E' necessario che soffra fino a quando il suo orgoglio si sgretoli e,inginocchiandosi, accetti la sconfitta.
Il macho deve mantenersi fermo, mostrare il suo disprezzo,andar via nei momenti di estrema rabbia e non avere pietà per le lacrime di sua moglie. Questa tecnica gli garantisce che esse cedano ai suoi desideri e lavorino per lui in strada o nei postriboli; la maggior parte di esse non ha dove andare e li seguono, una volta provato il lusso, non vogliono ritornare alla povertà.

Questo racconto dell'orrore è molto comune nel mondo. Non solamente protettori e sfruttatori, ma anche molti mariti e fidanzati trattano le donne come vacche selvagge da addomesticare, affinché siano fedeli, sottomesse e obbedienti. Molti continuano a credere che le donne nascono per servire o per amare gli uomini. Ed anche molte donne continuano a crederlo.

"Per amore", noi donne ci aggrappiamo a maltrattamenti,abusi e sfruttamento.
"Per amore" ci uniamo a tipi orrendi che all'inizio sembrano principi azzurri, ma poi ci truffano, si approfittano di noi o vivono a nostre spese. "Per amore" sopportiamo insulti, violenza,disprezzo. Siamo in grado di umiliarci "per amore", mentre dimostriamo la nostra intensa capacità di amare.
"Per amore, ci sacrifichiamo,ci annulliamo,perdiamo la nostra libertà, perdiamo i nostri contatti sociali ed affettivi.
"Per amore" abbandoniamo i nostri sogni ed obiettivi; "per amore" rivaleggiamo con altre donne e ci inimichiamo per sempre; " per amore" abbandoniamo tutto...

Questo "amore" quando ci lega, ci rende vere donne, ci nobilita, ci fa sentire pure,dà senso alla nostra vita,ci dà uno status, ci eleva al di sopra dei mortali.
Questo "amore" non è solo amore: è anche la salvezza. Le principesse delle favole non lavorano : sono mantenute dal principe. Nella nostra società, che ti amino è sinonimo di successo sociale: che un uomo ti scelga, ti dia valore, ti renda madre, ti faccia signora.


Questo "amore" ci intrappola in assurde contraddizioni" dovrei lasciarlo, però non posso perché lo amo/perché col tempo cambierà/perché è quello che è".
E' un "amore" basato sulla conquista e seduzione e in una serie di miti che ci schiavizzano,come quello " l'amore può tutto" o " una volta che hai incontrato l'anima gemella sarà per sempre".
Questo "amore" promette molto, ma ci riempie di frustrazione, ci incatena ad esseri ai quali diamo potere su di noi, ci sottomette a ruoli tradizionali e ci punisce quando non ci adeguiamo ai canoni stabiliti per noi.

Questo "amore"ci trasforma anche in esseri dipendenti ed egoisti,perché usiamo strategie per ottenere ciò che vogliamo,perché ci viene insegnato che si dà per ricevere e perché ci aspettiamo che l'altro " abbandoni il mondo" così come facciamo noi. E' tanto l'"amore" che sentiamo  che ci trasformiamo in esseri spiacevoli che vomitano giornalmente accuse e rivendicazioni. Se qualcuno non ci ama come amiamo noi, questo "amore" ci rende vittime e ricattatrici ( "io che do tutto per te).

Questo "amore" ci porta agli inferi quando non siamo ricambiate o quando siamo infedeli o quando ci abbandonano: perché quando ce ne rendiamo conto siamo sole  al mondo, lontane da amiche  e amici, parenti o vicini, in attesa di un tizio che crede di avere il diritto di decidere per noi.

Quindi, questo "amore" non è amore. E' dipendenza, bisogno, paura della solitudine, masochismo: è un'utopia collettiva, ma non è amore.

Amiamo in modo patriarcale: il romanticismo patriarcale è un meccanismo culturale per perpetuare il patriarcato molto più potente delle leggi: la diseguaglianza si annidia nei nostri cuori. Amiamo dal concetto di proprietà privata e dalla base di diseguaglianza tra uomini e donne. La nostra cultura idealizzal'amore femminile come amore incondizionato, disinteressato, dedicato, sottomesso e soggiogato. Alle donne si insegna ad aspettare ed amare un uomo con la stessa devozione con cui si ama Dio o aspettiamo Gesù Cristo.

A noi donne ci insegnano ad amare la libertà dell'uomo, non la nostra. Le grandi figure della politica, dell'economia, della scienza e l'arte sono sempre stati uomini. Ammiriamo gli uomini e li amiamo nella misura in cui essi sono potenti; le donne private delle risorse economiche e proprietà hanno bisogno degli uomini per sopravvivere. La diseguaglianza economica di genere ci porta alla dipendenza economica e affettiva. Gli uomini ricchi ci sembrano attraenti perché posseggono denaro ed opportunità e perché ci hanno insegnato da piccole che la salvezza consiste nel trovare un uomo. Non ci hanno insegnato a lottare per l'uguaglianza, perché abbiamo gli stessi diritti,ma ad essere belle e ad avere qualcuno che ci mantenga, ci voglia e ci protegga,anche se ciò significa rimanere senza amicizie, anche se significa unirsi ad un uomo violento,cattivo, egoista o sanguinario.
Un esempio chiaro lo troviamo nei capi mafiosi: hanno tutte le donne che vogliono, tutte le macchine, la droga e la tecnologia che vogliono,hanno tutto il potere di attirare le ragazze sole e senza risorse e opportunità.


Questa disuguaglianza strutturale che esiste tra uomini e donne,si perpetua attraverso la cultura e l'economia. Se potessimo godere delle stesse risorse economiche e potessimo allevare i nostri bambini in comunità, condividendo le risorse,non avremmo relazioni basate sulla necessità; io credo che ameremmo con molta più libertà, senza interessi economici di mezzo. Si ridurebbe drasticamente il numero di adolescenti povere che credono che rimanendo incinte si assicurano l'amore del macho o, quantomeno,un assegno alimentare per venti anni della loro vita.

Agli uomini gli si insegna ad amare dalla diseguaglianza. La prima cosa che imparano è che quando una donna si sposa con te è "tua moglie", qualcosa come è "tuo marito", ma peggio.
I maschi hanno due opzioni: o si lasciano amare dall'alto ( maschi alfa) o si inginocchiano di fronte all'amata in segno di resa ( calabrache). Gli uomini sembramo mantenersi tranquilli mentre sono amati, dato che la tradizione gli insegna che non devono dare troppa importanza all'amore nelle loro vite, né lasciare che le donne invadano tutti i loro spazi,né esprimere in pubblico i loro affetti.


Questo contenimento crolla quando la moglie decide di separarsi e iniziare un percorso da sola. Siccome la nostra cultura vive il divorzio come un trauma,gli strumenti a disposizione degli uomini sono pochi: possono rassegnarsi, deprimersi,autodistruggersi( alcuni si suicidano,altri si aggrovigliano in qualche lotta mortale,o vanno a tutta velocità in direzione contraria)o reagire con violenza contro la donna che dicono di amare.
Così è quando entra in gioco la maledetta questione dell'"onore",l'esempio massimo della doppia morale. Per gli uomini tradizionalisti, la virilità e l'orgoglio sono al di sopra qualsiasi obiettivo: si può vivere senza amore, ma non senza onore.
Milioni di donne muoiono ogni giorno per "crimini d'onore", per mano dei loro mariti, padri, fratelli, amanti o per suicidio ( costrette dalle stesse famiglie).
I motivi: parlare con un altro uomo,essere violentata o volere divorziare. Una sola voce può uccidere qualsiasi donna. Queste donne non possono intraprendere una vita propria fuori dalla comunità: non hanno soldi, né diritti, non sono libere, né possono lavorare fuori casa. Non c'è modo di fuggire.

Le donne che si godono i diritti,tuttavia, rimangono intrappolate nelle loro relazioni matrimoniali o sentimentali. Donne povere ed analfabete, donne ricche e colte: la dipendenza emotiva femminile non distingue tra classi sociali,etnie, religioni,età od orientamento sessuale. Sono tante  in tutto il pianeta, le donne che si sottomettono alla tirannia della " sopportazione per amore".

L'amore romantico è in questo senso, uno strumento di controllo sociale ed anche un anestetico. Lo vendono come un'utopia raggiungibile, ma mentre ci incamminiamo verso di lui,cercando la relazione perfetta che ci renda felici, scopriamo che il modo migliore  per relazionarsi è perdere la propria libertà e rinunciare a tutto,al fine di garantire l'armonia coniugale .

In questa presunta armonia, gli uomini tradizionalisti vogliono donne tranquille che li amino senza perdere nulla ( o molto poco).  Le donne,quanto più sentono deteriorata la loro autostima, più si vittimizzano  e più dipendono. Di conseguenza,per la maggior parte è difficile comprendere che il vero amore non ha nulla da spartire con la sottomissione,con il sacrificio, con la sopportazione.
La coppia è il pilastro fondamentale della nostra società. Per questo,il mondo finanziario, la Chiesa, le banche, penalizzano i/le single e promuovono il matrimonio eterosessuale; quando l'amore finisce o si rompe,lo viviamo come un fallimento e come un trauma. Ci disperiamo completamente: non sappiamo separare le nostre strade,non sappiamo trattare  chi vuole allontanarsi da noi o ha incontrato un'altra/tro. Non sappiamo come gestire le emozioni: per questo è tanto frequente il crocevia di minacce, insulti rimproveri,accuse e vendette tra i coniugi.

Così che molte donne sono punite, maltrattate e uccise quando decidono di separarsi e re-iniziare la loro vita. Il numero degli uomini che non possegono gli strumenti per affrontare una separazione è molto più grande: da bambini imparano che devono essere loro i Re e che i conflitti si risolvono con la violenza. Se non lo imparano in casa,lo imparano attraverso la televisione : i loro eroi si fanno giustizia con la violenza, imponendo la loro autorità.I loro eroi non piangono, a meno che non raggiungono il loro obiettivo (come vincere una coppa di calcio o sterminare gli androidi).

Ciò che ci insegnano nei film, racconti, romanzi, serie televisive è che le ragazze degli eroi li aspettano con pazienza,li adorano, se ne prendono cura e sono disponibili a consegnarsi all'amore, quando quelli avranno tempo. Le ragazze della pubblicità offrono i loro corpi come merce; le brave ragazze dei film offrono il loro amore come premio per il coraggio maschile. Le brave ragazze non abbandonano iloro sposi. Le cattive ragazze che si credono le padrone dei loro corpi e sessualità, che si credono padrone delle loro vite o che si ribellano,ricevono sempre il giusto castigo ( carcere, malattie, ostracismo sociale o la morte).
Le cattive ragazze non vengono odiate solo dagli uomini, ma anche dalle brave donne,perché destabilizzano l'ordine "armonioso"delle cose,quando prendono decisioni e rompono i lacci.
I mezzi di comunicazione ci presentano spesso i casi di violenza contro le donne, come crimini passionali e giustificano le uccisioni o la tortura con espressioni di questo tipo: " non era una persona molto normale", "era ubriaco" " lei stava con un altro" " egli quando l'ha saputo è andato fuori di testa" se l'ha uccisa sarà stato perché " qualcosa aveva fatto". La colpa, quindi, ricade su di lei, mentre la vittima è lui. Lei ha sbagliato e merita di essere punita, egli ha il diritto di vendicarsi per calmare il suo dolore e ricostruire il suo orgoglio.


La violenza è un elemento strutturale delle nostre società diseguali, pe cui è necessario che l'amore non si confonda con il possesso, così come la guerra con gli "aiuti umanitari".In un mondo in cui si usa la forza per imporre mandati e controllare le persone, dove si esalta la vendetta come meccanismo per la gestione del dolore, dove si utilizza la punizione per correggere le deviazioni e la pena di morte per confortare gli addolorati è sempre più necessario che impariamo a volerci bene.

E' fondamentale capire che l'amore si deve basare sul 'buon trattamento'e l'uguaglianza. Ma non soltanto verso il coniuge,ma nei confronti dell'intera società. E' essenziale stabilire relazioni egualitarie, nelle quali le differenze servano ad arricchirci reciprocamente, non per sottomettere gli uni agli altri. E' fondamentale anche potenziare le donne per non vivere assoggettate all'amore, così come è essenziale insegnare agli uomini a gestire le proprie emozioni, perché possano controllare la loro ira,la loro impotenza,la loro rabbia,la loro paura e perché capiscano che le donne non sono oggetti di proprietà, ma compagne di vita.
Inoltre, dobbiamo proteggere i/le bambin* che soffrono  in casa, la violenza machista, perché devono sopportare l'umiliazione e le lacrime della loro eroina, la mamma, perché devono sopportare le urla,le botte e la paura, perché vivono nel terrore, perché si fanno orfani,perché il loro mondo è un inferno.
E' urgente porre fine al terrorismo machista: in Spagna ha ucciso più persone che il terrorismo dell'ETA. Tuttavia,la gente si indigna più per il secondo, scende in strada per protestare contro la violenza,per la cura delle vittime. Il terrorismo di genere si considera invece una questione personale, che colpisce alcune donne, per questo molta gente che sente le grida di aiuto non reagisce,non denuncia,non interviene.
Guardando le cifre ci rendiamo conto che il personale è politico ed economico: la crisi accentua il terrore, perché molte non possono impiantare la separazione e il divorzio è per le coppie che possono permetterselo economicamente. Una prova di ciò è che adesso si denunciano meno casi e spesso le donne si tirano indietro; con le tasse giudiziali approvate in Spagna, le donne più umili non si separano né denunciano: appellarsi alla giustizia è un fatto da ricche.

E' urgente lavorare sugli uomini (prevenzione e trattamento) e proteggere le donne e i/le suoi figli e figlie. Bisogna emancipare le donne, ma dobbiamo lavorare anche con gli uomini, altrimenti la lotta sarà vana. E' necessario promuovere politiche pubbliche che abbiano una prospettiva di genere completa ed è necessario che i media contribuiscano a generare un rifiuto nei confronti di questa forma di terrorismo installato in tutte le case del mondo.
E' necessario un cambiamento sociale e culturale, economico e sentimentale. L'amore non può basarsi sulla proprietà privata e la violenza non può essere uno strumento per risolvere i problemi. Le leggi contro la violenza di genere sono molto importanti,ma devono essere accompagnate da un cambiamento nelle nostre strutture emotive e sentimentali. Perché ciò sia possibile dobbiamo cambiare la nostra cultura e promuovere altri modelli amorosi che non si basino sulle lotte di potere per dominarci o sottometterci. Altri modelli femminili e maschili che non si fondano sulla fragilità delle une e sulla brutalità degli altri.
Dobbiamo imparare a rompere con i miti, a sbarazzarci dei mandati di genere,a dialogare,a godere della gente che ci accompagna nel cammino, a unirci e separarci in libertà, a trattarci con rispetto e tenerezza, ad assorbire le perdite e costruire buone relazioni. Dobbiamo rompere i cerchi del dolore che ereditiamo e riproduciamo inconsciamente e dobbiamo liberare le donne e gli uomini e coloro  che non sono né l'una né l'altro, dal peso delle gerarchie, della tirannia dei ruoli e dalla violenza.
Dobbiamo lavorare molto perché l'amore si espanda e l'uguaglianza una realtà, ma al di là dei discorsi.
Perciò questo testo è dedicato a tutte le donne e gli uomini che lottano contro la violenza di genere in tutte le parti del mondo: gruppi di donne contra la violenza, gruppi di auto-riflessione maschile, autore /autori che indagano e scrivono su questo fenomeno, artiste che lavorano per visibilizzare questa piaga sociale, politiche/tici che lavorano per promuovere l'uguaglianza, attiviste che scendono in strada a condannare la violenza, maestre/professor* che svolgono un lavoro di sensibilizzazione nelle loro aule,ciber-femministe che raccolgono firme per visibilizzare i femminicidi e promuovere leggi, i/le leader che lavorano nelle comunità per eliminare l'abuso e la discriminazione delle donne.
Il modo migliore per combattere la violenza è porre fine alla diseguaglianza e al machismo: analizzando, visibilizzando, decostruendo,denunciando e apprendendo insieme.

Pikara magazine

(traduzione di Lia Di Peri)

giovedì 28 giugno 2012

La Paternità, dal dominio alla cura

Uno degli scopi di questo lavoro è presentare la ricerca sui miti e simboli dei quali si nutrono i ruoli del padre tradizionale, che insieme formano la nostra mitologia individuale e collettiva di paternità.

Peter Szil *


Molti dei nostri concetti si perpetuano indiscutibili perché facciamo le cose  come si suole ( e conseguentemente si deve) fare. Questo processo si chiama tradizione. La tradizione è come una storia scritta con l'inchiostro invisibile,seguita alla lettera dalle persone, anche se completamente incoscienti dell'esistenza di un copione.

L'immagine del padre severo,maltrattatore è strettamente legata alla visione dell'uomo come guerriero,altro mito profondamente radicato in noi,l'identità di genere patriarcale con un concetto di paternità che al posto della cura si è identificato con il potere.

Alcune di queste figure ci sono state inculcate, altre le abbiamo create noi stessi,ma sempre sulla base di immagini esistenti.Queste possono venire a prescindere dai modelli personali che abbiamo avuto durante la nostra crescita,da leggende ancestrali e dalla moderna pubblicità.

La Paternità negli antichi miti.

Per illustrare il tema della paternità come legame con il potere, mi sembra emblematico iniziare con un'opera di Francisco Goya. Quando il re Ferdinando VII rientrò in Spagna,  affidò a Goya di immortalare le gesta gloriose della guerra contro Napoleone.

Goya dipinse allora ( tra il 2 e il 3 maggio 1808) due immagini universali che dimostrano che in guerra non ci sono eroi, solo crudeltà e vittime.

Il quadro di Goya, intitolato "Saturno che divora il suo Figlio" illustra uno dei miti più antichi che plasmano il nostro concetto di paternità, la storia di Crono nella mitologia greca, o il suo alter ego romano, Saturno. Come tutti i miti, anche questo ha  molte possibili interpretazioni, per esempio come il tempo, Cronos, divori tutto senza pietà.

La nostra figura centrale, Crono / Saturno castrò a suo tempo il padre in una rivolta dei figli che la loro madre Gea / Gaia (la Madre Terra,la prima degli dei sorti dal Caos originale) aveva avuto con il padre. Questi,Urano (il Cielo) era anch'egli figlio di Gaia,  creato da se stessa. Urano si unì con Gaia /Gea e fecondarono un certo numero di figli e figlie mostruosi. Urano li odiava e nel timore di venir spodestato, egli li gettava, man mano che nascevano, nel Tartaro,ossia nelle viscere della madre. Gea amava i suoi figli così com'erano e li incoraggiò a ribellarsi.

Anche se il protagonista di questa ribellione fu Crono/Saturno, tagliando i genitali del padre,quando gli succedette, essendogli stato predetto che qualcuno dei figli avuti dalla sposa - sorella Rea,l'avrebbe detronizzato, decise di ucciderli: divorandoli.

Solo uno si salva, grazie agli inganni della madre,che lo sostituisce con una pietra.Crono cieco com'è non distingue un figlio dalla pietra ( tipico caso del padre assente,occupato con i suoi affari di potere nel mondo,il cui contatto con i figli si limita a guardarli, a volte, neppure questo - e che una mai una volta, li ha accarezzati, tenuti per mano?)

Affermazione del Patriarcato.

Sarà il figlio superstite, Zeus o Giove, che terminerà il lavoro di strutturazione del patriarcato. Una volta adulto detronizza il padre  e si afferma come dio supremo dell'Olimpo.

Durante tutta la mitologia greca, a volte nell'Olimpo, a volte fino ai mortali, Zeus rapisce e violenta le donne ( dee o no) e lascia figli e figlie in tutto il mondo,affinché le relazioni di adesione al futuro rimanessero garantite. Nei miti non si trova nessuna indizio  della sua preoccupazione per uno di questi figl*, ma più che altro delle sue gesta.

Come constata Victoria Sau nel suo Dizionario ideologico femminista "... con Zeus si rafforza il mondo dei padri le madri vengono relegate al ruolo di contenitori obbligate a ricevere il prodotto maschile, a "cuocerlo" all'interno e a darlo alla luce, affinché gli uomini si godano il frutto di questo lavoro".

Se continuiamo a tracciare il vincolo tragico tra paternità e potere, piuttosto che di allenza del padre con il figlio,troviamo un esempio culturalmente  più vicino a noi, nell'Antico Testamento. Si tratta di Abramo che, poiché,  un'autorità glielo ordina  è disposto a sacrificare il proprio  figlio. Sarà un angelo che salverà il bambino e non la sua intuizione o l'istinto paterno.

Ma ancora più vicino a noi nel tempo,ci sono immagini che non solo ci circondano quotidianamente, ma che sono alla base della nostra cultura. Queste stesse immagini - che si presume - rappresentino un padre che per il bene dell'umanità sacrifica il proprio figlio,posso avere anche un'altra lettura (spero di non offendere la sensibilità religiosa di nessuno): un maschio adulto, a causa di un progetto che egli ha nel mondo,sacrifica il proprio figlio,senza consultare la madre, nonostante poi sarà lei ad incaricarsi di essere la madre dolorosa,piangendo, asciugandogli  le ferite sotto la croce, aspettando tre giorni per vederlo resuscitare, mentre il grido di Gesù sulla croce (" Padre, perché mi hai abbandonato?) non ottiene nessuna risposta.


Padre di cura

Piuttosto che della religione in quanto tale, io sto parlando di alcune figure  che sono alla base del nostro immaginario. Propria nella stessa religione vi è un'altra figura ben nota e molto conosciuta che potrebbe rappresentare l'archetipo del padre  curatore. Qui, c'è un padre che pur non essendo il padre biologico,prodiga le sue cure al bambino. Giuseppe, come lo chiamano gli altri uomini a Betlemme viene a sapere che Erode sta uccidendo tutti i figli maschi primogeniti. Ma lui è l'unico che dice : " lascio  tutto e andiamo via per proteggere il piccolo". In questa immagine Giuseppe, con un atto di grande umiltà, compie il  lungo viaggio dietro a Maria ed al bambino, svolgendo il proprio ruolo di genitore protettivo e di cura. E' interessante notare che esiste il culto di Dio, abbiamo il culto di Maria, quello di Gesù, ma non abbiamo il culto di Giuseppe.

I miti non solamente non sono finiti. Si stanno creando  i miti del padre non maltrattatore, non divoratore dei suoi figli, dell'uomo di cura. In primo luogo, anche se parzialmente, dobbiamo analizzare i codici visivi del maschile e del femminile.Per riconoscere questi codici non c'è niente di più illuminante dell'iconografia stabilita molto tempo fa dalla  mitologia dei nostri giorni : la pubblicità, che è profondamente sessista.

*Psicoanalista

Generomujer

(traduzione di Lia Di Peri)


                                                                

mercoledì 21 marzo 2012

Donne malvagie

 da Virginia Vidal 

 Non molto tempo fa, donne cilene dipinsero dei murales per denunciare la brutalità dei mariti che le picchiavano. Questi murales risvegliarono, commossero, fecero infuriare. Avevano disegnato sul muro tutta la storia della violenza familiare. Che denuncia! Misero l'immaginazione e il talento creativo al servizio della causa.

Quella eloquente azione di arte populare mi ha ricordato quando partecipai nel 2003 al Congresso delle Donne Cattive ( Università "Fernando Pessoa",Oporto), felice iniziativa della docente Ana María Toscano, nel quale parlammo delle donne come agenti criminali nella storia e nel mito.

Per molti, basta sentire  "Congresso di Donne" per riferirsi ad un" Congresso di Cattive Donne". Né più che vedere la definizione di donna nel Dizionario del Diavolo:
Compagna dell'uomo descritta da Aristole "maschio mutilato" e da Bossuet come " diminutivo di Adamo"
Le donne furono accusate non solo di essere responsabili della Caduta, ma dai teologi e clericali misogini come attiva alleata del Maligno:

Tertulliano, III secolo: " Donna, tu sei la porta del diavolo. Tu hai toccato l'albero di Satana e sei stata la prima a violare la Legge Divina ( De Cultu feminarum).

Per Bernard Morlas, monaco del XII secolo,questa "leone di Satana" non è altro che una bestia.

Per San Pier Damiani, la donna è veleno per le anime, sanguinaria insaziabile e tigre assetata.

Odon, abate di Cluny si chiede: " Come possiamo desiderare di abbracciare a questo sacco di fiele?".

Secondo San Tommaso d'Aquino è " creatura occasionale ed accidentale"

Secondo Lammenais, " statua vivente della stupidità"

Per Michelet, " femmina deriva da fe e mina che vuol dire meno".

Per i teologi è comune dire: vulva infernale quando si riferiscono al sesso della donna considerandolo vagina castatrice, bocca dei vizi.

Secondo Sprenger, tutta la stregoneria proviene dal desiderio sessuale insaziabile nelle donne.

Inutile dire che  questi santi uomini trovano la donna scabrosamente affine al serpente,la cui qualità erettile simboleggia la voluttuosità. Però l'essenza diabolica femminile affonda le sue radici nell'orgine stessa della vita sulla terra.

Parlare di "la donna" nella storia e nel mito come agente del reato creerà una base errata, perchè non c'è una donna per antonomasia, ma le donne.Ciascuna rappresenta non solo gli interessi el tempo e della società nella quale vive, ma difende anche il potere e se può lo esercita come qualunque uomo. Esempio meraviglioso e tragico, la deputata Phoolan Devi assassinata a Nuova Delhi nel 2001, che lottò fino alla fine per i diritti dei più diseredati.
Per affrontare il tema è interessante tenere in conto alcuni miti,perché fanno parte del ricco patrimonio della memoria e dell'immaginario collettivo (ciò che Freud chiamò inconscio e Barthes 'l'immaginario").

Di Lilitu, la sumera, se ne appropriarono gli ebrei e la trasformarono in Lilith, l'autentica prima donna, fatta di argilla, come Adamo e destinata ad essere la sua inseparabile compagna. Uniti fisicamente - l'unità platonica - prima di Platone - precedente ad Eva. Realmente siamesi, una contraddizione insolubile li obbligava a vivere in perpetuo conflitto. Lilith non sopportò più le ammaccature, le sassate  e gli aghi pungenti conficcati nella schiena e voleva mettersi alzata.
I due personaggi si combattevano continuamente fino a quando Lilith si ribellò e pronunciò la parola che gli permise di staccarsi da lui. Questa non è una parola qualsiasi: Lilitu aveva scoperto il nome segreto del Creatore,dell'Innominabile e lo pronunciò. Per questo fu punita.
Così il primo atto di ribellione fu la parola, la parola che nomina, che nomina la divinità.
Parola contro parola, contro Lilith si esercita un altra punizione: la si condanna ad essere cancellate dalle Sacre Scritture, per essere stata la prima che utilizzò la parola per rompere le catene dell'oppressione. La si punisce facendo sparire il suo nome dalla memoria collettiva. Accenna ad essa solamente la letteratura rabbinica che la riporta all'ancestrale dea di Babilonia e la chiama Lilitu, creatrice di lussuria e la rappresenta come immagine di demone femminile.
Lilith, la sua ribellione e la sua condanna sono il più grande esempio della manipolazione che opera il Potere nel trasformare in una malvagia la ribelle, demone- femmina, per cancellarla finalmente dalla storia della creazione.

Kaosenlared.

(traduzione di Lia Di Peri)






                                                                     

martedì 14 febbraio 2012

14 Febbraio: L'amore romantico uccide!

Consideriamo e analizziamo l'amore romantico, non semplicemente come sfera del sentimento, ma come costruzione culturale, parte fondamentale del sistema di potere tra i generi,che relega le donne in un ruolo di subordinazione, di mancanza e di bisogno.
A questo proposito dobbiamo mettere in discussione i modelli relazionali nella sfera privata e personale, così come si fa nella vita sociale,lavorativa, ecc., essenziale per poter de-costruire i ruoli di genere etero-normativi e costruire nuove identità di genere, autonome,diverse,egualitari, così come stabilire relazioni sane, in libertà, con autonomia da una prassi affettiva orizzontale non basata sul potere, la dipendenza, il controllo e la soggezione di una persona ad un'altra.

Nella cultura occidentale moderna e contemporanea, l'amore romantico e la sua forma classica di espressione di coppia eterosessuale, nuclare e deputata a costruire e preservare la famiglia, è il fondamento non solo sociale ed economico ma anche psicologico della subordinazione delle donne.Suggella ed interiorizza il confine tra pubblico e privato, limitando le nostre azioni, il sentire e l'esistere solo a quest'ultima sfera.
 Allo stesso modo,il paradigma dell'amore romantico è alla base dell'addomesticamento sessuale delle donne e di tutti i soggetti non etero-normativi, in modo da farne derivare (purtroppo, ancora oggi) il controllo sul nostro corpo.

Inoltre, a questi assi di subordinazione, si aggiunge il consumismo e lo sfruttamento economico del sistema di genere, come per esempio, interiorizzare in noi che amare = comprare per San Valentino ( quanto più ha valore il regalo, tanto più ti desiderano).

L'amore romantico si fonda anche sulla idealizzazione della felicità dipendente. Si ritiene che non possiamo assumere la nostra vita affettiva verso noi stesse, costruendo la nostra felicità, senza che non vi sia dipendenza esclusiva da altre persone. Ipotecando la nostra felicità affettiva in direzione dell'altro : " sono felice, perché tu sei con me".

Non stiamo ipotizzando che tutte le donne ( o le persone) siamo uguali con gli stessi orientamenti, desideri e modi di esprimerli e realizzarli. Al contrario affermiamo la necessità e il valore dell'empatia,cura ed affetto tra le persone (e verso una, in primo luogo), in modo libero.

Noi mettiamo in discussione la presunta mancanza che sta alla base della teoria della dolce metà (ciascuna di noi è una persona intera, non abbiamo una metà che ci completi). Così come mettiamo in discussione e rifiutiamo questo relegare la donna alla sfera dei sentimenti e della cura, come forma naturalizzata ed inevitabile dell''essere'( in funzione e per l'altro) a meno che non si voglia incorrere nell'esclusione sociale (stigma - discriminazione/violenza) o psicologica ( salute mentale)
Non dimentichiamoci che l'amore romantico uccide: sono tantissimi ad oggi i femminicidi compiuti in ambito sentimentale e familiare.

Con questa azione intendiamo creare dibattiro e riflessione su uno dei fattori (l'amore romantico) più radicati che sostenta le situazioni di violenza di genere.
Questo modello amoroso fondato sull'amore " passione e sofferenza" e altri miti costruiti dalla nostra cultura occidentale, emerge in particolare nell'educazione sentimentale delle donne. Molte assumono questo modello strutturando le loro vite intorno alla conquista dell'amore, trasformandolo nello scopo delle loro vite.
La gravità delle sue conseguenze ci porta a fare un'analisi critica di questo modello ed a cercare di smontarlo per permettere relazioni affettive alternative che non creino sofferenza e/o dipendenza e che rispettino la nostra individualità.

Per tutto questo e perché il personale è politico, vi invitiamo (tutte e tutti) a visibilizzare, mettere in discussione e rifiutare l'eterosessualità normativa, la dipendenza, i ruoli e le necessità predefinite, per poter costruire, sperimentare ed esplorare relazioni affettive in funzione dei nostri desideri, orientamenti e fantasie, nel rispetto della nostra autonomia e nostra cura.

Proponiamo di stampare gli adesivi che trovate nel nostro blog e incollarli nei prodotti di "San Valentino", tipo : bottiglir di vino, scatole di cioccolatini, ecc. ma in modo che si possa pagare il prodotto tranquillamente alla cassa e far arrivare il messaggio a casa.

Diffondi, Condividi e soprattutto goditi con ironia e ribellione questo 14 Febbraio.
 warmi kusisita
(traduzione di Lia Di Peri)
 
 

lunedì 30 gennaio 2012

Medea, un mito patriarcale

" La Sindrome di Medea" è l'ultima trovata, in ordine di tempo, del sessismo.
Cerchiamo allora di ri-percorrere la storia di Medea  attraverso lo sguardo di una scrittrice da poco scomparsa, Christa Wolf, che ricostruisce la  vicenda svelando i risvolti patriarcali e gli stereotipi di genere tramandati nei secoli.
Medea

di Christa Wolf

(Postafazione di Anna Chiarloni)

Medea non è una fattucchiera. E tanto meno un'infanticida. Questo, in sintesi, il senso del romanzo di Christa Wolf. Un'interpretazione del tutto contro corrente in quanto da Euripide a Heiner Muller il mito di Medea rappresenta l'esito di un tragico scontro tra il mondo arcaico e instintuale della Colchide e quello civile e raziocinante dei Greci.

Questo perché la storia ci è nota come ci è stata tramandata dal drammaturgo ateniese. Un intreccio di amore, gelosia e tradimento: ingannando il padre e il fratello, Medea aiuta Giasone e gli Argonauti a riconquistare il vello d'oro e fugge con lui a Corinto. Qui, abbandonata dal marito che medita di sposare Glauce per ottenere il trono di Creonte, Medea incendia la città, provoca la morte della rivale e uccide i figlioletti avuti da Giasone.

Ci sono state, è vero altre interpretazioni. Rispetto al testo di Euripide, teso ad affermare la superiorità della ratio greca sul tenebroso mondo dei barbari, il mito è stato riletto, soprattutto a partire dal romanticismo, in funzione di un crescente interesse per la sfera del sentimento, accompagnato - è il caso di Grillparzer (1821) - da un certo scetticismo nei confronti della techne ellenica, sentita come espressione di una cinica volontà di dominio. Anche nel film di Pasolini (Medea, 1969) il furto del vello d'oro diventa simbolol della moderna rapina nei confronti di un mondo primigenio e inerme : Giasone è la "mens momentanea", il tecnico dell'oggi circoscritto nell'opaca prassi razionale. Medea rappresenta invece il tumulto del cuore emergente da un mondo integro, che ancora conosce la dimensione metafisica.
Malgrado le diverse impostazioni, la lettura del mito corre fin qui nell'alveo prestabilito da Euripide che sfocia nell'infanticidio. Indubbiamente, al di là del doppio tradimento - prima di Medea verso le sue genti, poi di Giasone verso una moglie che gli intralcia la carriera - il dato sconcertante resta quell'atroce violenza perpetrata dalla barbara della Colchide sulla propria prole. Ora è proprio questo che Christa Wolf mette in discussione.

Ripercorrendo a ritroso i variegati sentieri del mito fino alle fonti precedenti alla versione euripidea, la scrittrice rintraccia una figura diversa : una donna travagliata sì dall'amore, ma ancor più dall'incapacità degli abitanti di Corinto di integrare una cultura come quella della Colchide, per sua natura non incline alla violenza. Non un'infanticida, dunque,al contrario una donna forte e generosa, depositaria di ub remoto sapere del corpo e della terra, che una società intollerante emargina e annienta negli affetti fino a lapidarle i figli.

La Wolf rielabora frammenti di un mito provenienti da fonti diverse, attestate soprattutto da Apollonio Rodio. Infatti, che Euripide avesse manipolato la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto - colpevoli di aver massacrato i figli di Medea - emerge anche dalla storiografia antica, onorario compreso : quindici talenti d'argento, ricorda Robert Graves, sarebbero stati versati al drammaturgo per questa storia di disinvolta cosmesi di stato, utile per presentare al meglio Corinto sulla scena del teatro greco durante le feste di Dionisio.

(...) Avvezza a lasciar sbirciare il pubblico nella sua officina letteraria - si pensi alle Premesse di Cassandra (1983) - l'autrice ha chiarito il percorso della sua ricerca, maturata durante un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Movendo dall'etimo positivo del nome - Medea, ossia "colei che porta consiglio" un etimo aderente alle raffigurazioni più antiche che vogliono la donna della Colchide dea, e successivamente guaritrice - la Wolf ha indagato i motivi dello scadere di questa figura a emblema di una passione selvaggia e disumana.

"Nel corso dei millenni la figura di Medea è stata ribaltata nel suo opposto da un bisogno patriarcale di denigrare lo specifico femminile. Ma qualcosa non mi tornava : Medea non poteva essere un'infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli. In seguito rintracciai - con la collaborazione di altre studiose- le fonti antecedenti a Euripide che confermavano il mio assunto di fondo. Fu un momento straordinario".

Medea non rappresenta l'oscuro inabissamento nell'irrazionale, al contrario essa rivendica l'archetipo della chiarezza, lo scandalo della ragione. Donna di semenza vigile e ostinata, la barbara della Colchide non si lascia irretire dai precetti di Acamante, l'astronomo di corte che la vorrebbe ligia e devota a una liturgia del potere destinata a celare i crimini del palazzo. Medea nega la separazione tra Amt e Person - tra pubblico e privato - e non riconosce altra autorità se non quella del proprio intuito. E' questo suo "secondo sguardo" che la spinge a seguire Merope - regina muta e sepolcrale - fin nelle viscere della casa reale carpendone il segreto murato nel sottosuolo: nel timore di perdere il trono il re Creonte le ha ucciso la figlia primogenita, Ifinoe. Quel regno che si pretende vessillo di gesta gloriose è dunque fondato su di un crimine.
E' proprio questa scoperta a travolgere Medea: Corinto reagisce prima con la diffamazione, poi, devastata dalla peste, identifica in lei, nella donna diversa, irriducibile alla norma dei potenti, il capro espiatorio. Aizzata dalla corte sarà la folla a lapidarne i figli.
E sarà Corinto o meglio la ragion di stato - complice Euripide - a consegnare ai posteri l'immagine di una Medea sfregiata dall'accusa di infanticidio, istituendo con ipocrita cura un rito di riparazione per un delitto da lei non commesso.

Crista Wolf, Meda- ediz. e/o, 1996