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sabato 16 novembre 2013

Tra spose sottomesse e puttane

Beatriz Gimeno








Vorrei dire all’Arcivescovo di Granada di superare le sue ossessioni, persino il Papa l’ha detto.
E’ chiaro che agli uomini della chiesa cattolica piacciono le donne sottomesse, anche se ho paura che le loro menti complesse le immaginino potenti e dominatrici, una ragione che gli ha permesso di provare molto piacere nel bruciarle.
La letteratura ecclesiastica a riguardo non lascia dubbi. Cominciamo da San Paolo, il primo ossessionato con la sottomissione delle donne. Continuiamo con il medievale Malleus Maleficarum, quest’ottimo manuale di tortura, che è servito alla chiesa per bruciare e torturare migliaia di donne in un giudizio sado-sessuale nel quale si contavano gli orgasmi che esse avevano avuto con i vari demoni e nel quale si narravano in dettaglio le varie posizioni e piaceri e che alla fine, in ogni caso, esse – partecipanti non consenzienti alle orge – erano punite con il fuoco, per il maggiore reato che, consisteva nel “raffreddare” il pene, il peggio, lo sappiamo.
Il Maleficarum funzionò per un paio di secoli fino a quando fu modernizzato nel XVII da qualcuno dei tanti libri che il religioso Ludovico Sinistrari dedicò con dovizia di particolari, alla ricerca della presenza del demonio che, guarda caso, si nasconde nei genitali delle donne. Sinistrari illustra su come scavare con attenzione, lenta e fermamente questi genitali nei quali si troverà il segno demoniaco se sapranno cercare bene. Non crediamo per nulla che questa ricerca fosse piacevole per esse, giacché era fatta con ferri roventi e pinze varie. Inoltre, la fine è nota: le bruciavano. Il brutto di queste relazioni tra donne e demoni così complete e variegate -al cui confronto il Kamasutra impallidisce – è che finivano sempre con una donna bruciata. Migliaia di donne bruciate per secoli sono il risultato dell’ossessione della Chiesa per la sottomissione femminile e il pene freddo.
Dopo un certo tempo, la Chiesa smise di bruciare le donne e si adattò alle confessioni, delle quali esistono ottimi manuali molto espliciti. Chiedere alle parrocchiane, la quantità e qualità dei toccamenti o i dettagli precisi dei loro sogni bagnati, che sono, naturalmente, i sogni dei sacerdoti stessi, è un classico cinematografico e letterario ben conosciuto. La cosa buona è che alla fine non si bruciava nessuno, bastava solo un’avemaria. Un progresso non c'è dubbio.

Gli uomini, quindi, ci vogliono sottomesse, ma ci immaginano potenti, cosa che li riempie di paura. In più, le sottomesse sono alla fine molto noiose. Così che, per combattere la noia che gli procurano le sottomesse e le sposate, gli uomini si possono rivolgere sempre alle altre donne, a quelle che immaginano trasgressive e divertenti: le puttane. A queste è stato dedicato il manifesto dei 343 imbecilli. 
Di là dall’ovvio, cioè, di là dal problema della prostituzione, il manifesto fa riferimento con il suo finto titolo a due lotte storiche per i diritti umani. Il titolo di questo manifesto idiota fa riferimento a quell’altro che negli anni ’80 pubblicò SOS Racisme con lo slogan “Non toccare il mio amico!" “ nel quale si denunciavano la repressione contro i migranti illegali e il razzismo. Si presuppone inoltre che vogliano burlarsi del manifesto femminista, che 343 intellettuali francesi firmarono nel 1971 dichiarando di avere abortito, quando ciò era ancora illegale. Quella fu una manifestazione responsabile e impegnata nella lotta per un diritto umano fondamentale delle donne, il diritto all’aborto. Appare chiaro che la lotta per i diritti umani dà sui nervi a questi idioti, che vedono minacciati i loro privilegi di signorini di classe alta, con lavori coni quali si guadagna molta grana.
Il manifesto degli imbecilli non è un manifesto a favore delle prostitute. Vedesi la differenza tra “ Non toccate le puttane “ e “ Non toccate la mia puttana”. Personalmente avrei firmato un manifesto che avesse avuto come titolo la prima frase. L’avrei diretto alle autorità che hanno deciso di combattere, non la prostituzione, ma la sua visibilità. E, a tal fine, si dedicano a multare donne che fanno quello che possono per sfuggire alla povertà, mentre i magnaccia, i prostituenti, non solo non sono multati, ma gli sono offerti tutti i tipi di facilitazioni, perché facciano i loro “affari”. Questa è un’altra storia.
“ Non toccare la mia puttana”, non dice nulla più di questo: non toccate ciò che è mio, non toccate il mio diritto. Il diritto degli uomini, naturalmente, ad avere una puttana. Ed esse? Anche a loro piace dice il testo del manifesto. Certo, che deve piacere: piacere di essere puttane, piacere di essere sottomesse, perché su questo immaginario che ci piace, gli uomini hanno costruito l’unica mascolinità che conoscono, che non è capace di godere di una donna libera e uguale a loro.
Dovranno però abituarsi.

eldiario.es/zonacritica

mercoledì 4 settembre 2013

La grandezza dell'infamia

Mario R. Fenández



                                                                       





Poche settimane fa è stato pubblicato per un breve periodo, una notizia che mostra la dimensione del genocidio, organizzato dalle classi dominanti canadesi, contro gli aborigeni o delle Prime Nazioni, come loro si definiscono.

 Ian Mosby uno studente di storia nutrizionale, dell'Università di Guelph, in provincia di Ontario, ha scoperto che i/le bambin* della tribù Mi’kmaq del Convitto Shubenacadie (provincia della Nuova Scozia o Shubenacadie Indian Residential School) furono sottoposti tra il 1942-1952 a un esperimento, che consisteva nel negare ai bambini di quella Scuola, la vitamina C e le cure mediche, nel caso in cui questa mancanza - artificialmente e volutamente creata - fosse stato scoperta per non " rovinare " l'esperimento.
Queste sperimentazioni furono compiuti da scienziati del governo federale di quel tempo e applicati in sei degli 80 collegi per i bambini aborigeni canadesi che esistevano tra il 1840 e il 1996. Queste scuole erano strumenti di genocidio culturale e umano, per esse passarono più di 15.000 piccoli indifesi, gestite dalla presunta “ carità religiosa” per lo più cattolica e anglicana. Queste scuole sono state utilizzate per tutti i tipi di abusi di potere nei confronti dei bambini aborigeni inermi, sottoposti a terribili violenze fisiche, sessuali, psicologiche, sterilizzazioni, uccisioni e, come adesso sappiamo a una sperimentazione genocida.

L’esperimento nutrizionale è solo una parte di tutti questi abusi e non può davvero sorprenderci, però aiuta a visibilizzare l’entità del crimine che subirono gli aborigeni canadesi da bambini. Il documento scoperto da Mosby datato 1954, del Dipartimento Nazionale Salute e Benessere firmato dagli scienziati G.F. Ogilvie y L.B. Pett, era intitolato “ Uno studio a lungo termine della supplementazione di acido ascorbico " sui bambini del Convitto di Shubenacadie.  I due ricercatori documentano specificatamente le mancanze di vitamina C, che causarono alla metà dei piccoli partecipanti infermità susseguenti come la gengivite o parandotite.  A un’altra metà di bambini fu dato un supplemento di vitamina C. Lo studio proseguì per quattro anni.
Mosby rileva come la corrispondenza tra i due ricercatori e le autorità in altre scuole provi che gli scienziati volevano assicurarsi che i bambini non ricevessero alcun trattamento medico e che non si interferisse nelle loro diete, per esempio, con un supplemento a beneficio dei bambini.
L’esperimento non chiarì nulla, non vi furono risultati, semplicemente i bambini soffrirono le conseguenze della privazione di vitamina C e pagarono per questa mancanza.
Gli esperimenti con gli esseri umani, inevitabilmente ci ricordano la Fondazione Rockefeller e il suo progetto di Eugenetica, attuato nella Germania nazista sui prigionieri nei campi di concentramento. Sembrava che ci fossimo lasciati il passato alle spalle, che quegli errori non si ripetessero, che esistessero parametri etici di condotta scientifica da attuare.  La scienza e la tecnologia, però, non sempre funzionano eticamente. Gli esempi di sperimentazione con gli esseri umani abbondano, specialmente con le popolazioni povere; molti poveri sono utilizzati per esperimenti medici apertamente e apparentemente legali. Negli Stati Uniti, chi non può permettersi l'assicurazione sanitaria, molte volte, accetta di sottoporsi a farmaci sperimentali delle società farmaceutiche perché sono gratis e riceve qualche cura, piuttosto che niente.


Il figlio di Pett Lionel, uno degli scienziati responsabili dell'esperimento con i bambini aborigeni, intervistato dalla Toronto Star circa la condotta di suo padre, ha difeso la sua reputazione, affermando che suo padre ” stava solo cercando di fare un buon lavoro” nel comprendere gli effetti delle vitamine e dei minerali, garantendo ai canadesi una migliore salute in tempi di grande difficoltà come la guerra e il post-guerra, anche usando bambini e bambine aborigeni, in sostanza prigionieri nei Convitti. Bambini che essendo minorenni non potevano rifiutare il loro consenso, bambini i cui genitori, non avrebbe acconsentito se fossero stati informati: adulti e bambini di una società che non li considerava uguali sulla loro terra.

Ancora oggi gli esperimenti continuano: settimane fa la famiglia di Brian Sinclair ha intentato una causa davanti  alla Corte di giustizia per la violazione dei diritti fondamentali di Sinclair, aborigeno, che morì nel settembre 2008, nel pronto soccorso dell'ospedale “Health Sciences Centre” della città di Winnipeg, in Canada, per un’infezione che poteva essere curata in mezz’ora con una prescrizione di antibiotici.  Sinclair ha aspettato trentaquattro ore in ospedale in sala Emergenza, insieme con altri 150 pazienti in attesa, ma lui è morto aspettando. Il filmato della sala d’attesa dell’ospedale, ci mostra Sinclair, nella sedia a rotelle, dopo aver perso entrambe le gambe per congelamento nel 2007, in una notte d’inverno, dormendo sui gradini di una chiesa, aspettando pazientemente che lo accogliessero.

I Nativi canadesi sono oggi, il 4,3% della popolazione -1 milione 400 mila persone che soffrono il doppio della mortalità infantile rispetto al resto della popolazione, cinque volte di più di diabete e sei volte di più di Epatite C, che il resto dei canadesi. Dei 30.000 bambini sotto cura del governo canadese, la metà sono nativi, questo dovuto in gran parte al livello dell’impoverimento delle riserve e della popolazione aborigene nelle città.  Dalla fine degli anni '60 a oggi, contando solo i casi segnalati ci sono 582 donne native scomparse o assassinate. Il 90 per cento delle 70 donne native scomparse o assassinate nella provincia dell'Ontario erano madri.

Tutti i nativi canadesi soffrono discriminazioni e oppressioni, ma non tutti sono intrappolati: un numero indicativo di aborigeni canadesi, cresce, sviluppa e acquista strumenti educativi e occupazionali che consentano loro di andare avanti e vedere il futuro con speranza.  Speranza che trasmettono ai loro figli e alle loro figlie che, a loro volta, sentono la capacità di andare più in là dei loro genitori. E lo fanno.

(...)
Il trattamento dei bambini e bambine nativ*  prigionieri nelle Scuole non fu che una strategia  per cancellare la loro  cultura e le loro storie, per implementargli  con forza il concetto occidentale del mondo e della vita.  Tutto ciò fu vissuto dagli oratori e adoratori  di Dio, come un valido compito , “altruista” e degno di attuazione. Tutti noi  rappresentanti in qualche modo dell’occidente, dei suoi valori e dis-valori, della sua immorale moralità, non abbiamo che chiedere scusa con onestà e umiltà, per i crimini dei nostri antenati , perché di questi abbiamo beneficiato.

  Dobbiamo allargare  la nostra umiltà e condizione di pentimento a tutti i popoli poveri del mondo che ci guardano con occhi terrorizzati per le infamità che in nome della nostra “civiltà” possiamo ancora compiere.


Rebelion

(traduzione libera di Lia Di Peri)

venerdì 8 febbraio 2013

Queer : Storia di una parola

di Beatriz Preciado


Per chi è cresciuta come bambina lesbica negli anni immediatamente successivi a Franco è difficile adattarsi al successo dell'esplosivo "queer"e alla sua trasformazione in "culturalmente chic".

Ci fu un tempo in cui la parola "queer" era solo un insulto. Nella lingua inglese, dalla sua nascita nel XVIII secolo, "queer" fu usato per designare quella o quello, che per il suo inutile stato, sbagliato,falso o eccentrico poneva in discussione il buon funzionamentoi del gioco sociale. Erano “queer” il truffatore, il ladro, l'ubriaco, la pecora nera e la mela marcia, ma anche tutti coloro che per la loro particolarità o stranezza non potevano essere immediatamente riconosciuti come uomo o donna. La parola "queer" non sembrava tanto definire una qualità dell'oggetto a cui si riferiva, quanto  indicare l'incapacità del soggetto che parla di trovare una categoria nel campo della rappresentazione che corrisponda alla complessità di ciò che intendiamo definire. Pertanto,fin dal principio, “queer” è piuttosto il segno di un fallimento nella rappresentazione linguistica, che un semplice aggettivo. Né questo, né quello, né carne né pesce ... "queer". Che in qualche modo equivale a dire: quello che io chiamo "queer" è un problema per il mio sistema di rappresentazione, è un disturbo, una strana vibrazione nel mio campo visivo, che deve essere bollata con l'offesa. Fu necessario sospettare del “queer”, come si sospetta di un corpo che per la sua semplice presenza offusca i confini tra le categorie precedentemente divise dalla razionalità e dal decoro. Nella società vittoriana che difendeva i valori dell'eterosessualità come asse della famiglia borghese e base della  riproduzione della nazione e della specie,  "queer" è servita per nominare anche i corpi che sfuggivano all'istituzione eterosessuale e alle sue regole. La minaccia veniva in questo caso, da quei corpi che per il tipo di rapporto e produzione del piacere mettevano in discussione le differenze tra maschile  e femminile, ma anche tra l'organico e l'inorganico,l'animale e l'umano. Erano “queer”gli invertiti, il gay e la lesbica, il travestito, il feticista, il sadomaso e lo zoofilo. L'insulto "queer" non aveva un contenuto specifico : riuniva tutti i segni dell'abietto. Ma la parola in realtà serviva per tracciare un limite all'orizzonte democratico: colui che chiamava un altro " queer"stava comodamente seduto in un sofà immaginario della sfera pubblica in un tranquillo scambio comunicativo con i suoi euguali eterosessuali, mentre confinava il “queer al di là dei confini dell'umano. Spostato al di fuori dello spazio sociale il “queer” era condannato al silenzio ed alla vergogna.
Ma la storia politica del pregiudizio è anche la storia del cambiamento dei suoi usi,dei suoi utenti e dei contesti del discorso. In poco meno di due secoli la parola "queer" è cambiata completamente nell'uso, utente e contesto.
Si dovrà aspettare fino alla metà degli anni'80 del secolo scorso, quando spinti dalla crisi dell'AIDS, una serie di microgruppi decideranno di riappropriarsi dell'ingiuria "queer"per farne un luogo di azione politica  e di resistenza alla normalizzazione. Gli attivisti di gruppi come Act Up (di lotta contro l'AIDS),Radical Furies o Lesbian Avangers decisero di torcere il collo all'ingiuria "queer" e trasformarla  in un progetto di critica sociale  e di intervento culturale. Ciò che stava cambiando  era il soggetto dell'enunciazione: non era più il signorino etero che chiamava l'altro " frocio,adesso, il finocchio, la lesbica e il trans si autonominavano "queer"annunciando una deliberata rottura con la norma. L'intuizione era presente dalle rivolte omosessuali degli anni'70. Guy Hocquenghem, per esempio,aveva smascherato già il carattere storico e costruito dell'omosessualità :"La società capitalistica fabbrica l'omosessuale come produce il proletario,stimolando in ogni momento il proprio limite.L'omosessualità è una costruzione del mondo normale. "
Non si trattava più di chiedere tolleranza e tenere un basso profilo per avere accesso alle istituzioni eterosessuali del matrimonio e della famiglia, ma di affermare il carattere politico ( se non di polizia) delle nozioni di omosessualità ed eterosessualità sfidando la sua validità a delimitare il campo del sociale.

Con questa svolta, la parola "queer" cessò di essere un'offesa per diventare un segno di resistenza alla normalizzazione, cessò di essere uno strumento di repressione sociale per diventare un indice rivoluzionario.
Il movimento "queer" è post-omosessuale e post-gay. Non si definisce più né rispetto alla nozione medica di omosessualità né si conforma alla riduzione dell'identità gay ad uno stile di vita accessibile alla società di consumo neo-liberale. Si tratta pertanto di un movimento post-identitario: "queer non è un'identità multiculturale, ma una posizione critica attenta ai processi di esclusione e di emarginazione generate da ogni finzione identitaria. Il movimento "queer"non è un movimento di omosessuali né di gay, ma di dissidenti di genere e sessuale che resistono contro le regole imposte dalla società eterosessuale dominante, attento anche ai processi di normalizzazione e di esclusione interni alla cultura gay: marginalizzazione delle lesbiche, dei corpi transessuali e transgender, dei migranti, dei /delle lavoratori/trici sessuali. Perché per torcere il collo al pregiudizio è necessario qualcosa di più che essere stato oggetto dello stesso. Il bla-bla di un finocchio conservatore non è più "queer" del bla-bla di un etero-conservatore. Sorry. Essere checca non basta per essere "queer", bisogna sottoporre la propria identità a critica.Quando si parla di teoria "queer" per fare riferimento ai testi di Judith Butler, Teresa de Lauretis, Eva K. Sedgwick e Michael Warner si parla di un progetto critico ereditato dalla tradizione femminista e anticoloniale che mira all'analisi e decostruzione dei processi storici e culturali che hanno portato all'invenzione del corpo bianco eterosessuale come finzione dominante in Occidente e all'esclusione delle differenze fuori dal campo della rappresentanza politica. Forse la chiave per il successo del "queer"di fronte alla difficoltà di pubblicare o produrre discorsi o rappresentazioni che provengono dalla cultura frocia, lesbica, transessuale, anticoloniale,postporn e del lavoro sessuale risiede purtroppo nella sua disconnessione  dai  contesti di oppressione politica a cui la parola "queer" si riferisce in inglese. Se si considera che l'efficacia politica del termine "queer" deriva proprio dall'essere la riappropriazione di un'ingiuria e di un uso dissidente di fronte al linguaggio dominante, si dovrà accettare che questa   dislocazione non viene agita quando si introduce in altre lingue. Sfuggiamo al brutale movimento di decontestualizzazione, ma ci priviamo anche della forza politica di questo gesto. Questo forse spiega perché molti dei nuovi fans che vogliono identificarsi come "queer"non sono però disposti ad identificarsi come "transessuali", "sadomasochisti" "tarati" o "lesbiche". Sarà necessario in ogni caso ridefinire i contesti d'uso, modificare gli utenti e in particolare mobilitare i linguaggi politici che ci hanno costruito come abietti... in caso contrario la teoria "queer" sarà semplicemente 'parole, parole,parole...

parole de queer

(traduzione di Lia Di Peri)

giovedì 29 novembre 2012

DE-scrivere il patriarcato: il mito della passività


La tematica della violenza contro le donne, che si tratti di stupro o di femminicidio, contiene in sé stessa il concetto di “vittima/carnefice”. Binomio classico dal punto di vista psicologico: dove c’è vittima c’è carnefice, e dove c’è carnefice, c’è vittima. Il gioco delle parti è conosciuto e chiaro. La povera, debole, indifesa donna che soccombe di fronte alla cieca violenza del carnefice, impersonificato da colui che avrebbe dovuto “difenderla” e “accudirla”.

Cerchiamo di analizzare questo rapporto, dal punto di vista psicologico, per capirne le implicazioni, e per tentare di trarne indicazioni utili al suo superamento.


La donna, nella società patriarcale, è vittima designata. Non ha diritti, perché non ha autonomia. Non ha autonomia, perché non possiede indipendenza economica e psicologica. Madre e moglie, questo deve essere, e SOLO in nome di questo, può, eventualmente, richiedere il rispetto. E, al massimo, può chiedere di essere “accudita”, “difesa”. Come persona non se ne parla, infatti la società patriarcale non prevede per la donna lo status di “persona”, al massimo di madre, rispettabile come tale, e moglie, un po’ meno rispettabile, poi c’è sempre l’alternativa della “puttana” ossia di quella che non è né madre né moglie, quella non ha diritto al rispetto.

Proviamo a ribaltare il concetto: la donna ha diritto al rispetto in quanto PERSONA,  persona con una sua propria individualità, un suo progetto di vita, una realtà personale che richiede il rispetto a prescindere. 

Questo fa paura. Il patriarcato non l’accetta, la donna non è persona, è moglie, e deve essere rispettata in quanto tale, è madre, e deve essere rispettata in quanto tale, ma non è PERSONA e in quanto tale non deve essere rispettata, per cui, se una donna non rispetta il suo ruolo, e pretende di essere persona, può, anzi deve essere violata, violentata, picchiata, uccisa
.
La donna non è passiva, è soggetto attivo della propria vita e della società. La donna non è specie protetta come i panda del wwf.

La donna è persona, è soggetto sociale e politico, e la violenza contro di lei è VIOLENZA POLITICA contro la sua individualità di persona.
Il patriarcato ha la capacità di inglobare e vanificare, attraverso la mistificazione, ogni legittima aspirazione delle donne. La donna come vittima, e l’autoidentificazione delle donne stesse come vittime, fa il gioco del patriarcato.
Siamo noi stesse a doverci allontanare dal concetto di noi stesse come vittime, come “anello debole” della società, e a reclamare il rispetto che ci è dovuto come persone.

Porre l'accento sul concetto di persona e non di vittima, consente di smascherare ed impedire tutte quelle politiche securitarie, sessiste e razziste, poste in essere in questi anni, dagli enti ed organismi statali (ronde, bus rosa, ecc..). 
Politiche pubbliche che, ancora una volta, delegittimano e squalificano le donne, le rinchiudono nel cerchio vizioso di esseri vulnerabili, di fatto, continuando a inferiorizzarle, discriminarle a svalutarle come soggetti e come cittadine. Inoltre, la violenza fisica, il femminicidio sono le forme più estreme della violenza di genere che subiscono le donne in casa, sul lavoro, in tutti gli ambiti e settori della loro vita quotidiana. La struttura patriarcale e capitalista con le sue politiche dei tagli alle risorse, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilità del mercato del lavoro, leggi razziste sull'immigrazione, intensifica la marginalizzazione delle donne creando e/o mantenendo una dipendenza economica e sociale, impedendo di liberarsi da situazioni di grave conflittualità relazionale. Essere riconosciute persone ci fa soggetti di diritti e non esseri vulnerabili, bisognose di tutori. Per questo contro il binomio carnefice-vittima diciamo basta ad un sistema che si fonda sulla diseguaglianza, sulla discriminazione, sullo sfruttamento; diciamo basta ad un maschilismo protezionista, che perpetua la violenza contro le donne, che sostenta le strutture sociali androcentriche. 
Noi donne non vogliamo più sbarre protettive che servono per il controllo dei nostri corpi e per il dominio patriarcale-capitalista.

La violenza contro la donna nasce dalla paura della liberazione della donna.

Ma è dalla liberazione dal bisogno, dai mandati e privilegi patriarcali, dall'amore per noi stesse, che possiamo porre fine alle discriminazioni, alla violenza e all'odio di genere.
Il dualismo “vittima – carnefice” è un rapporto a doppia via: la vittima si fa vittima e lascia spazio al carnefice, il carnefice approfitta e accontenta la vittima. Basta con questa mistificazione.
Il rapporto vittima carnefice si basa sul senso di colpa della vittima, che, se è vittima, in fondo è colpa sua.
Già, perché la “vittima” è tale in quanto non accetta il suo destino, perché cerca di autodeterminare la sua vita, perché rifiuta, perché dice NO.
Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei femminicidi avvenga nella coppia, e che la violenza venga scatenata dal rifiuto della donna di continuare la relazione. La donna che fa una scelta di indipendenza, che rifiuta la “protezione”, che si ribella al possesso, deve pagare con la vita.
E’ la liberazione che fa scatenare la bestiale reazione del patriarcato,  che non permette deroghe alla sua sopraffazione.
Ma è il ricatto psicologico alla base di tutto, ed esso comincia molto prima che si consumi la violenza vera e propria. Comincia con l’idea che la donna, in nome di un “amore” che assomiglia più al bisogno che alla libertà, debba “sacrificarsi” per “meritare” tale “amore”.
L’”angelo del focolare” subisce ed è grata dell’attenzione dell’uomo, che attraverso tale attenzione le conferisce dignità.
Lo stereotipo della “zitella” è il più chiaro di questi meccanismi. La zitella è colei che non si è “meritata” l’attenzione e la “protezione” di un uomo!
Ma questa “protezione” non è scontata, si può perdere in qualsiasi momento, basta dar segni di insofferenza e manifestare il desiderio di camminare da sola. La protezione-gabbia, diventa violenza cieca.

La “vittima” designata ha paura. 
Paura di perdere l’”amore” dell’uomo, paura di perdere lo status che le conferisce rispetto. Paura del mondo esterno che è vissuto come estraneo e sconosciuto, non alla sua portata.
Scrive l'antropologa, Paola Tabet:
Lo statuto e il valore più o meno coincidono nel trattamento che ne fanno le società. Un rapporto di potere? Se una persona – o meglio una classe intera di persone – non ha diritto alla propria sessualità, se fin dalla nascita è destinata a entrare in un rapporto dove dipenderà da un’altra persona e in cambio del mantenimento e di una posizione di legittimità sociale dovrà dare servizi sessuali, domestici e riproduttivi, quando questa persona per di più entrerà in questo rapporto in maniera non contrattuale, ossia per essere chiari, quando questi servizi non sono oggetto di un contratto che ne definisca la misura – essi dunque non sono assolutamente quantificati – quando per di più vi è, e vi è stato in passato, la possibilità, spesso messa in atto, di costringere per mezzo della violenza questa persona a dare questi servizi, penso si possa parlare senza alcuna esitazione di un rapporto di potere. Ma il rapporto di potere è alla base dell’intera organizzazione della società. E il rapporto di potere vale anche per le forme non legittime, anche se queste si possono manifestare come forme di resistenza.
Per il momento dobbiamo constatare che il servizio sessuale delle donne per gli uomini è un fatto ovvio e indiscutibile. ( "Rapporti sociali tra i sessi e rapporti di potere" - Paola Tabet, Libera Università delle donne)

BASTA
La violenza contro le donne nasce dalla paura. NOI NON ABBIAMO PAURA.
Noi vogliamo ribaltare il rapporto patriarcale, e dire a gran voce: NON ABBIAMO BISOGNO DI VOI!!!!!!!
Solo dalla liberazione dal bisogno, dalla scelta di liberazione, dalla consapevolezza della propria individualità e dall’AMORE per NOI STESSE, nasce la rivoluzione.
Il senso di colpa, cattolico, clericale e patriarcale, ci vuole eterne vittime, bisognose di aiuto. NO GRAZIE!!!!!!!

NON ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, ma di rispetto, lo esigiamo, lo pretendiamo, ce lo prenderemo comunque, che vi piaccia o no.

martedì 4 settembre 2012

Judith Butler: "Affermo un ebraismo non associato alla violenza di Stato"

La risposta di Judith Buttler, inviata alla rivista digitale  Palestina libre, ad un gruppo di israeliani che si oppongono all'aggiudicazione  di un prestigioso premio per il suo sostegno al boicottaggio di Israle.


Il Jerusalem Post ha di recente pubblicato un articolo dove afferma che alcune organizzazioni si oppongono a che mi venga assegnato il Premio Adorno,un premio che si dà ogni tre anni, ad una persona nella tradizione della teoria critica in generale. Le accuse contro di me sono che sostengo Hamas e Hizbolá ( che non è vero) che appoggio il BDS (parzialmente vero) e che sono antisemita ( palesemente falso). Forse non dovrebbe sorprendermi che coloro che si oppongono al ricevimento del Premio Adorno ricorrano a queste accuse infamanti e diffamatorie, senza alcun fondamento per esprimere il loro punto di vista. Io sono un'accademica che è arrivata all'introduzione della filosofia  attraverso il pensiero ebraico e mi considero difensora e continuatora di una tradizione etica ebraica che comprende figure come Martin Buber e Hannah Arendt. Ho ricevuto un'educazione ebraica a Cleveland, Ohio, nel tempio, sotto la guida del rabbino Daniel Silver dove ho sviluppato forti convinzioni etiche sulla base del pensiero filosofico ebraico. Ho appreso e sono arrivata ad accettare che siamo chiamati per gli altri e per noi stessi a reagire e attenuare la sofferenza. Ma per farlo abbiamo bisogno di ascoltare la chiamata, trovare le risorse con le quali rispondere e, talvolta, subire le conseguenze del nostro parlare. Nel cammino della mia educazione ebraica mi hanno insegnato che non è accettabile rimanere in silenzio davanti all'ingiustizia. Questo comando è qualcosa di difficile, perché non ci dice esattamente quando e come parlare o come parlare in modo da non creare un'altra ingiustizia o del come parlare in una forma che venga ascoltata e interpretata in modo corretto. Questi detrattori non ascoltano la mia attuale posizione e, forse, non deve sorprendermi, visto che la loro tattica consiste nel distruggere le condizioni del percettibile.

Ho studiato filosofia nell'Università di Yale e ho continuato a riflettere sul tema dell'etica ebraica durante tutta la mia educazione. Sento ancora gratitudine per queste risorse etiche, per la formazione ricevuta e che mi incoraggia. E 'falso, assurdo e doloroso per chiunque sostenere che formulare una critica allo stato di Israele è essere antisemiti o, se sei ebreo, sei uno che odia se stesso. Queste accuse cercano di demonizzare una persona che esprime un punto di vista critico e, quindi, squalificare in anticipo la sua opinione. E' la tattica del silenziamento : questa persona è squalificata e qualunque cosa dica si scarta in anticipo o la si distorce in modo tale che da annullare l'atto di espressione. L'accusa si rifiuta di prendere in considerazione il punto di vista,per discuterne la validità,a prendere in considerazione i mezzi di prova e raggiungere una solida conclusione sulla base dell'ascolto della ragione. L'accusa non è solamente un attacco alla persona che ha un punto di vista che alcuni trovano sgradevole, ma che è un attacco allo scambio ragionevole,alla possibilità stessa di ascoltare e parlare in un contesto che potrebbe davvero prendere in considerazione ciò che l'altro ha da dire.Quando un gruppo di ebrei cataloga un altro gruppo di ebrei col marchio "antisemita", sta cercando di monopolizzare il diritto a parlare in nome degli ebrei. Così che realmente l'accusa di antisemitismo è un coperchio di una disputa interna ebraica.

Negli Stati Uniti mi ha allarmata la quantità di ebrei che essendo indignati per la politica di Israele, compresa l'occupazione, le pratiche di detenzione a tempo indefinito e il bombardamento delle popolazioni civili a Gaza,tentano di rifiutare il loro ebraismo. Commettono l'errore di pensare che lo Stato d'Israele rappresenti il giudaismo del nostro tempo e che, se si identifica come Ebreo, sostiene Israele e le sue azioni.Eppure, ci sono sempre state tradizioni ebraiche che si oppongono alla violenza di Stato, affermando la coesistenza multiculturale e difendendo i principi di uguaglianza. Questa tradizione etica viene dimenticata o messa da parte, ciascuno di noi accetta Israele come la base di identificazione ebraica o dei suoi valori. Così, da un lato, gli ebrei che criticano Israele pensano che non possono continuare a dirsi ebrei se Israele rappresenta il giudaismo e, dall'altra parte, quelli che cercano di distruggere chiunque critichi Israele identificandolo con il giudaismo, che li porta alla conclusione che il critico è antisemita o un ebreo che odia se stesso.I miei sforzi accademici e pubblici sono stati diretti ad uscire da questo pasticcio. Secondo il mio giudizio esistono forti tradizioni ebraiche, comprese quelle del primo sionismo,che avvalorono la convivenza e offrono modi di opporsi alla violenza di qualsiasi tipo, compresa quella di Stato.E' importante che queste tradizioni vengano rivalutate e incoraggiate,perché rappresentano i valori della diaspora, le lotte per la giustizia sociale e l'importantissimo concetto di " riparare il mondo"(Tikun).

E' chiaro che le forti passioni coinvolte in questi problemi sono ciò che rende così difficle ascoltare e parlare. Si prendono poche parole fuori dal contesto, si distorce il loro significato portando ad etichettare o a marchiare un individuo. Questo accade a molte persone quando offrono una visione critica di Israele, sono accusati di antisemitismo o di collaboratori dei nazisti. Questo tipo di accuse hanno l'obiettivo di rendere stabili le forme più persistenti e tossiche  di stigmatizzazione e di demonizzazione. Accusano la persona estrapolando le sue parole fuori dal contesto, invertendone il senso e facendo che permangano al posto della persona, annullando di fatto, il punto di vista di quella persona, senza tener conto dei contenuti di quel punto di vista. Per quelli di noi che sono discendenti di ebrei europei che furono distrutti durante l'Olocausto (la famiglia di mia nonna fu distrutta in una piccola città a sud di Budapest), l'insulto più doloroso e dannoso è essere chiamato complice dell'odio verso gli ebrei o essere qualificata come una persona che odia se stessa. E ancora più difficile da sopportare il dolore di questa accusa quando si cerca di affermare ciò che è più prezioso nel pensiero ebraico circa l'etica contemporanea,comprendendo  la relazione etica con i diseredati della terra e il diritto all'autodeterminazione, con coloro che cercano di mantenere viva la memoria della loro oppressione, a coloro che cercano di vivere una vita che sta per essere, e dovrebbe essere degna di essere sofferta. Io sostengo che tutti questi valori derivano da importanti fonti ebraiche, che non vuol dire che derivano solo da queste fonti. Ma per me, data la storia di cui provengo, è della massima importanza come ebrea denunciare l'ingiustizia e combattere ogni forma di razzismo. Questo non fa di me una ebrea che odia se stessa.  Ciò mi fa diventare in qualcuna che vuole affermare un ebraismo che non si identifica con la violenza di Stato e che si identifica con l'ampia lotta per la giustizia sociale.


Le mie osservazioni su Hamas e Hizbolá sono state estrapolate dal contesto e distorti i miei punti di vista. Sono sempre stata a favore dell'azione politica non violenta e questo principio ha caratterizzato sempre le mie opinioni. Un membro di una pubblica accademia mi chiese qualche anno fa se credevo che Hamas e Hezbollah appartenessero alla "sinistra mondiale" e gli ho risposto con due punti. Il primo era puramente descrittivo. Queste organizzazioni politiche sono definite come anti-imperialista e l'anti-imperialismo è una caratteristica della sinistra mondiale, così su questa base potrebbero descriversi come parte della sinistra mondiale. Poi il secondo punto fu critico.  Come per qualsiasi gruppo a sinistra, si deve decidere se si è a favore o contro questo gruppo, per il quale si deve valutare criticamente la sua posizione. Non accetto né approvo tutti i gruppi della sinistra mondiale.Di fatto, a queste osservazioni seguì quella notte  una chiaccherata  dove sottolineai l'importanza del dolore pubblico e delle pratiche politiche della non violenza, un principio che ho elaborato e difeso nei miei tre libri più recenti,Precarious Life , Frames of War y Parting Ways.Altre pubblicazioni di Internet mi hanno intervistata circa le mie opinione sulla non violenza e queste opinioni sono facili da rintracciarsi se qualcuno vuole conoscere la mia posizione su queste questioni. In realtà, a volte,le persone si burlano del mio essere di sinistra, le quali appoggiano forme di resistenza violenta e pensano che non capisco queste pratiche. E' vero: non sostengo le pratiche di resistenza violenta e ancora meno la violenza di Stato. Questo punto di vista forse mi fa più ingenua che pericolosa, ma è la mia opinione. Pertanto mi è sempre parso assurdo che si si tergiversasero i miei commenti in direzione del sostegno o appoggio ad Hamas e Hizbolá! Non ho mai preso una posizione su nessuna delle due organizzazioni, così come non ho mai appoggiato nessuna organizzazione che potrebbe far parte della sinistra mondiale. Non dò il mio pieno sostegno a tutti i gruppi che oggi costituiscono la sinistra mondiale.Affermare che queste organizzazioni appartengono a sinistra non significa che è  necessario appartenerne, o darne approvazione o supporto in qualsiasi forma.

Aggiungo due punti.Sostengo il movimento  per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) in modo molto specifico. Rifiuto alcune versioni e ne accetto altre. Per me, il BDS significa che sono contraria agli investimenti in imprese che fabbricano attrezzature militari la cui finalità è la demolizione della case. Ciò significa anche che non parlo con le istituzioni israeliane a meno che non prendano una ferma posizione contro l'occupazione. Non accetto nessuna versione del BDS che discrimini gli individui sulla base della cittadinanza nazionale e mantengo stretti rapporti di lavoro con molti accademici israeliani.Un motivo per il quale sostengo il BDS e non approvo Hamas e Hizbolá è che BDS è il più grande movimento civico e politico non violento che cerca di stabilire l'uguaglianza e i diritti all'autodeterminazione per i palestinesi. La mia opinione è che i popoli di quei territori, ebrei e palestinesi devono trovare un modo per convivere in condizioni di uguaglianza. Come molti altri, aspiro ad una politica veramente democratica in quelle terre e affermo i principi dell'autodeterminazione e la convivenza  di entrambi i popoli, di fatto, di tutti i popoli. E il mio desiderio, come il desiderio di un numero crescente di ebrei e non-ebrei è che l'occupazione volga al termine,che cessi la violenza di ogni tipo e che una nuova struttura politica assicuri i diritti politici sostanziali per tutte le persone su questa terra.

Il gruppo che promuove questo allarmismo è  Accademici per la Pace in Medio Oriente che afferma nel suo sito web, che " l'Islam" è una religione "intrinsecamente antisemita (sic)". Non è come ha riportato il  Jerusalem Post,di un folto gruppo di studiosi,ebrei in Germania, ma di una organizzazione internazionale con sede in Australia e California. E' un'organizzazione di destra e, pertanto, è parte di una guerra civile ebraica. Un ex membro del consiglio di amministrazione, Gerald Steinberg, è noto per attaccare entrambe le organizzazioni per i diritti umani in Israele, come Amnesty International e Human Rights Watch.

In ultimo, io non sono uno strumento di nessuna "ONG": appartengo  al comitato consultivo di Jewish Voice for Peace, sono membro della Sinagoga Kehillah a Oakland, in California, e membro esecutivo del Facoltà di pace israelo-palestinese negli Stati Uniti e il Teatro di Jenin, in Palestina. Le mie idee politiche hanno affrontato una serie di argomenti non limitati al Medio Oriente o allo Stato di Israele. Ho anche scritto sulla violenza  e ingiustizia nelle altre parti del mondo e mi sono concentrata principalmente sulle guerre intraprese dagli Stati Uniti. Ho anche scritto sulla violenza contro le persone transgender in Turchia, la violenza psichiatrica,la tortura a Guantánamo e sulla violenza della polizia contro i manifestanti pacifisti negli Stati Uniti,solo per citare alcuni argomenti. Ho anche scritto  contro l'antisemitismo in Germania e contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti.


Judith Butler è docente “Maxine Elliot”nei Dipartimenti di Retorica e Letteratura comparata e co-direttora del Programma di Teoria Critica presso l'Università della California, Berkeley. E anche docente " Hannah Arendt"di Filosofia presso la European Graduate School a Saas-Fee, Svizzera. Ha scritto molti libri, tra i più recenti, Il potere della religione nella vita pubblica.

palestina libre.org

(traduzione di Lia Di Peri)