mercoledì 16 ottobre 2013

La seconda ondata machista

Lydia Cacho*




                                 


Lucero è stata ferocemente picchiata per essersi rifiutata di fare sesso, e la Procura sta facendo di tutto per eliminare i diritti di questa ragazza messicana di Guanajuato e zittire la stampa insinuando che fosse in qualche modo colpevole dell’aggressione.

Mousin e Raja di 14 e 15 anni si son baciati in bocca fuori dalla scuola in Marocco e il loro amico Osama ha postato la loro fotografia su Facebook. Le autorità li hanno arrestati e, ora, sono sotto processo con l’accusa di atti osceni e danni alla morale pubblica. In Marocco baciarsi è considerato immorale, mentre picchiare o violentare la moglie, non lo è. Il ragazzo e la ragazza rischiano una condanna fino a due anni di carcere, perché – ha dichiarato la Procura – baciarsi in pubblico minaccia la società e va contro i principi educativi.
In Yemen, Saadah cui nome significa felicità, a tredici anni è stata venduta in matrimonio dal padre. Il marito, di cinquant'anni, ha pagato l'equivalente di 1200 pesos per la ragazza che maltrattava fino a quando a diciotto anni e con due figli è riuscita a fuggire e tornare a casa di sua madre. Il padre ha dichiarato che aveva venduto le figlie per evitare che vivessero in povertà. Adesso le due, come migliaia di bambini vittime di matrimoni forzati nel mondo, sono tornate a casa, con figli e figlie da sfamare, senza risorse o protezione, e sicure che lo Stato non riconoscerà la loro libertà e dignità.
In Indonesia, nella provincia sud di Sumatra, il ministro dell’istruzione ha proposto una legge che ordina che tutte le ragazze che vogliono accedere alla scuola devono essere sottoposte a un esame ginecologico per dimostrare la loro verginità. Le ragazze che non hanno l’imene integro, non potranno ricevere l’istruzione pubblica. Dietro questa politica, che alcuni gruppi conservatori mirano a standardizzare in Indonesia e che ha provocato le reazioni dei settori progressisti del paese, c’è il maschilismo. Il ministro dell'Istruzione, Muhammad Rasyd, dichiara che queste misure legali, impediranno alle donne di avere rapporti prematrimoniali. Le attiviste indonesiane che hanno protestato contro il ministro e i leader religiosi, hanno affermato che questa misura rappresenta un’enorme battuta d’arresto per i diritti delle donne nella regione.
Dietro di questi e a migliaia di altri casi, si nasconde un’ondata di misoginia, che pretende di cancellare i diritti delle donne e delle giovani. Diritti che le nostre antenate hanno conquistato, rischiando la vita. In alcuni paesi come il Messico, l'Indonesia o l’Italia sono approvate le leggi contro la violenza sulle donne, tuttavia la loro applicazione è soggetta a codici " morali ", contradditori, che favoriscono gli aggressori, mentre umiliano e re-vittimizzano le donne e le ragazze. Ogni giorno, migliaia di articoli  giornalistici documentano l’aumento del femminicidio nel mondo, una forma di violenza estrema, per controllare alcune donne e avvertire le altre che potrebbero essere le prossime della lista, se non obbediranno ai mandati del sessismo, che promuove una doppia morale.
L’argomento “ ho figlie e madre” usate dai politici è davvero assurdo, perché avere accanto donne, non garantisce la convinzione per l'uguaglianza giuridica e sociale.
Mentre ascolto le donne indonesiane discutere la legge sulla verginità, documento l’accettazione sociale dello sfruttamento delle donne in questa regione. Leggo che i media del Messico, Marocco, Indonesia, Yemen, non vogliono uscire da riflessioni superficiali: non analizzano il controllo sociale delle donne e delle ragazze attraverso l'espropriazione della loro volontà, i loro corpi e la loro sessualità.
Dobbiamo chiederci come si condiziona la loro educazione mediante la sottomissione, la loro sopravvivenza attraverso i matrimoni servili. O si nega l’accesso alla giustizia quando sono libere e si ribellano all’oppressione.
Fino a quando non riusciremo a portare la notizia dello scandaloso singolo caso al contesto delle politiche pubbliche e le convinzioni private di politici sessisti che promuovono l’oppressione, alla diseguaglianza e alla violenza, niente cambierà.  Nessuno ha chiesto al governatore di Guanajuato – che parla di sua madre – di esigere che, il procuratore che ha designato, faccia valere le norme giuridiche.
Nessuno ha chiesto al ministro di Sumatra se vuole un’istruzione gratuita ed egualitaria, senza mettere la testa sotto le gonne delle ragazze o al governo yemenita la necessità di abbattere la povertà e promuovere l’uguaglianza.
Chiaro. Come l’acqua.

Lydia Chaco, giornalista messicana, esperta in diritti umani e politica.

Frontera.info

(libera traduzione di Lia Di Peri)



mercoledì 25 settembre 2013

Cos'è il (post) machismo?






Il concetto è stato sviluppato dal medico forense Miguel Lorente Acosta, ex delegato al Ministro dell’uguaglianza nel governo socialista spagnolo .
Secondo lo specialista, lo scopo del postmachismo è quello di “ confondere e generare negazioni affermando che ciò che si richiede con la parità è solamente attaccare gli uomini e tutto ciò che li riguarda”.
Lorente Acosta lo definisce come " una delle ultime trappole che la cultura patriarcale ha implementato" e che cerca di mantenere lo status quo della diseguaglianza tra i generi, utilizzando però, argomenti che si pretendono egualitari. Le finalità degli argomenti sono di generare confusione che si traduca in dubbi, producendo così una passività nella lotta per il cambiamento, visto come una minaccia ai privilegi maschili nella società. “ Ciò è facile se si critica tutto quello che mette in discussione la diseguaglianza, istallando il dubbio, al solo scopo di far permanere la stessa diseguaglianza”.

Miguel Lorente Acosta, indica quali siano gli elementi tipici del postmachismo:

Neutralità: le argomentazioni si fondano sulla negazione di voler beneficiare una parte e pregiudicarne un’altra, ma di cercare ciò che è bene per tutti, ” potendo così criticare tutte le misure di parità dirette alle donne, come parte di un privilegio delle stesse, quando, in realtà, le misure di parità sono azioni dirette ad affrontare le conseguenze della diseguaglianza che si presentino sotto forma di violenza, discriminazione o altro”.

Scientismo: scegliere dati reali, falsificandoli, per sostenere i loro argomenti. Usano l’ideale pseudo-scientifico per fingere la neutralità. I dati scelti e manipolati hanno uno scopo ben preciso: creare confusione, generare dubbio e mantenere lo status quo. Si utilizzano gli argomenti della biologia per giustificare la maternità obbligatoria o per spiegare l’assenza delle donne nei posti di comando e di gestione, alimentando l’idea dell’inferiorità o incapacità femminile, per alcune attività tradizionalmente maschili, comprese quelle sportive, come per esempio, nel seguente trailer sulle calciatrici, intitolato, “Donne con le palle ".



Interesse comune: argomento che si basa sul beneficio economico e l’indottrinamento. Con il primo, i post-machisti affermano che le misure contro la violenza sulle donne si traducono in un beneficio economico delle organizzazioni che difendono la parità. Per questo, in tempo di crisi, i tagli riguardano le risorse che attengono all’uguaglianza. Il secondo argomento costruisce un immaginario molto negativo associato agli studi e alla politica di genere, sostenendo che, chi parla di uguaglianza, in realtà, la utilizza come uno "strumento" "attraente "per imporre un’ideologia e alcuni valori al resto della società (...) lo stesso termine “genere” acquista una valenza negativa, radicale e dogmatica per spiegare l’indottrinamento che questi termini comportano. “ Si arriva così al paradosso – spiega l’autore - che parlare di valori e riferimenti che danno luogo alla violenza di genere, alla discriminazione, all’isolamento e alienazione delle donne dalla vita pubblica è … educare, mentre il contrario, parlare di una società più giusta e pacifica sarebbe indottrinamento".

L’attacco personale e il discredito di chi combatte il (post) machismo: se delegittimo l'interlocutore, delegittimo tutto il suo discorso.
Continuando su questa linea, Miguel Lorente Acosta, enumera diversi atteggiamenti post-machisti, ai quali noi ne aggiungiamo altri:

- Criticare gli interventi con donne vittime e percepirli come attacchi agli uomini, per non giustificare le misure adottate.
-Mettere in dubbio la violenza contro le donne, sostenendo che ci sono molte false denunce  con lo scopo di trarre beneficio dalla legislazione protettiva.
-Criticare le azioni positive che cercano di mettere su di un piano di parità, uomini e donne, definendole discriminatorie nei confronti degli uomini, violando in tal modo “ l’uguale protezione”.
-Diffondere l’idea che il femminismo sia un’ideologia che odia gli uomini e vuole imporre una supremazia femminile.
- Evidenziare i casi di uomini e bambini uccisi da donne, che pur ci sono, ma che non possono compararsi con l’entità del femminicidio di donne e bambine.   Devono essere affrontati entrambi, ma con la consapevolezza che la violenza contro le donne e le ragazze è sistematica, a-storica e a-culturale.
- Riprodurre stereotipi sulla violenza contro la donna, la quale non sarebbe  causa di una diseguaglianza strutturale, ma riguarda  problemi specifici di specifiche coppie, nelle quali ci sono sicuramente coinvolte sostanze stupefacenti.
- Utilizzare fino allo sfinimento elementi della natura e della tradizione: “ è naturale che la donna abbia figli”, “ si è sempre fatto così e non stiamo, poi, così male”.
- Se sono presentate le gravi conseguenze della mutilazione genitale femminile, il post-machismo la compara alla circoncisione, come se il danno (fisico e mentale) e lo scopo fossero gli stessi.
- Vittimizzarsi  come prodotto di una società che li stigmatizza, dichiarando  che " gli uomini pagano con la loro vita la tranquillità delle donne” utilizzando argomenti  che dimostrino  come  la loro vita media è più ridotta, le morti dovute agli  incidenti sul lavoro o stradali.

(…)
Secondo l’autore, “ C’è un uso dell’eguaglianza, per non avanzare nell’uguaglianza. Essi criticano che si parli solo delle donne, non degli uomini, in realtà, fanno in modo che non si  parli di nessuno, né di uomini né di donne”.
“ Può sembrare strano o esagerato,ma succede tutti i giorni. Non si fermano, si sentono vittoriosi in un momento in cui le risorse che hanno permesso di andare contro la corrente del tempo e della storia sono scomparse.  In un tempo in cui un’ideologia conservatrice soffia con l’intensità di una tempesta".
Miguel Lorente Acosta è medico forense, docente di Medicina di Medicina Legale presso l'Università di Granada

desgenerando el genero

Autopsia

(libera traduzione di Lia Di Peri)

domenica 22 settembre 2013

Non sono madre,perché non voglio.

Persiste la pressione sociale per la maternità, ma non per la  paternità.

La donna senza figli è spesso descritta come egoista.


                                                                               



" E tu, quando?" Non ti piacciono i bambini? Ti stai perdendo il meglio della vita ... ". La litania di domande e le dichiarazioni che le donne sentono quando dicono che non vogliono figli sono di solito le stesse. Inoltre, sono spesso costrette a dare spiegazioni.
Sociologi e psicologi esperti del campo riconoscono che esiste una pressione sociale per la maternità, ma non per la paternità. Secondo i tassi di natalità, e i risultati dei pochi studi sul tema, sempre più donne, vi rinunciano.
" Io non voglio, non mi vedo mamma”. Così dichiara Anahi Romero :  "Alcuni mi chiedono come sia possibile " e  ha trovato molto lo stupore nei suoi amici - " mi guardano come se fossi di un altro pianeta " - con delle critiche che mi  hanno offeso . "Sono arrivati  a dire che la mia decisione è innaturale! ", Si lamenta. Romero, madrilena, trentacinque anni, la sua decisione di non avere figli, condivisa con il suo compagno, l’ha presa sei anni fa. “ Non è per problemi economici o di lavoro”, “E’ una decisione meditata, ci ho pensato e ho capito che non volevo”.

Romero è parte di un numero crescente di donne che rinuncia volontariamente alla maternità.
 " Prima degli anni '60, quando iniziò la rivoluzione contraccettiva, quelle che non avevano figli, era perché non volevano regalarli alla guerra, per fame o per povertà. Avevano un’immagine negativa legata al disastro e alla miseria ", spiega la sociologa inglese Katherine Hakim, autora dello studio Childless in Europe (Senza figli in Europa). Ora, secondo i dati, circa il 20 % delle donne europee non sono madri . "Poiché solo il 2% e il 3 % è per l'infertilità, si vede chiaramente che si tratta di una scelta di vita o altri motivi ", aggiunge.
I dati confermano che sempre più donne scelgono di non avere figli ma pochi studi affrontano le cause.
Alicia Kaufmann, professora di Sociologia presso l'Università di Alcalá, è convinta che il desiderio di progredire nel lavoro e l’instabilità economica, soprattutto in tempi di crisi come quello attuale, " pesino molto” sulla decisione . “ Non è escludente avere figli, però spesso i bambini presuppongono una pausa ", spiega. Nonostante i progressi nella condivisione delle responsabilità tra la coppia, la cura all'infanzia è terreno prevalentemente femminile. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, in Spagna, solo il 2,1 % degli uomini ha ridotto l'orario di lavoro rispetto al 21,1 % delle donne di dedicare quel tempo ai bambini. Inoltre, solo il 7,4 % dei padri rinuncia al loro lavoro più di un anno, mentre il 38,2 % delle madri lo fa.
Senza escludere queste cause -  l'occupazione e l'insicurezza economica come deterrente  -Hakim chiarisce che, la scelta di non avere figli, non è sempre forzata, come a volte è presentata. La sociologa non esclude che ci sono donne che vogliono figli e rinunciano per le ragioni di cui sopra, ma rileva che " non tutti vogliono essere padre e madre: è un mito che ci sia un desiderio universale " in questo senso. Secondo la sua opinione sta crescendo il numero di donne che non sono incinte, semplicemente perché non vogliono.
José María Lailla, presidente de la Sociedad Española de Ginecologia e Ostetricia, getta una luce scientifica sulla tema: "Il desiderio di essere o non essere madre non ha una causa fisiologica nota” rileva.  E ' stato riportato che i cosiddetti ormoni femminili (estrogeni, progesterone, ossitocina e alcune endorfine) può avere una qualche influenza a questo livello, basata principalmente su studi sugli animali, e si è  concluso che ogni femmina ha il desiderio di essere madre e quando si sterilizza questo desiderio, scompare o diminuisce notevolmente. Nelle donne non vi è alcuna prova scientifica di questo fatto ", spiega. "Inoltre, molte donne che per motivi di salute sono state sterilizzate desiderano ancora avere figli ". In breve, quelle che non vogliono figli non hanno rotto l’orologio biologico della maternità, che presuppone faccia tic tac a tutte le donne a una certa età. “E ' sempre più comune per una donna di consultarci per prendere una decisione definitiva sulla contraccezione perché non vuole essere una madre, di solito, questo accade per motivi personali, di lavoro o sociali, ma non per una ragione fisiologica, " spiega il professor Lailla.

Nonostante la tendenza alla crescita di questo fenomeno, indipendentemente dalle ragioni, Hakim dice che al momento " non avere figli è considerato qualcosa di 'insolito o deviato " . "La società presenta la maternità come un destino, una strada per essere una donna ", dice Asunción Garandillas, docente di formazione professionale a Malaga. Lei, cinquantaquattro anni, non ha figli, perché "mai" li voleva. Una scelta di vita che i suoi studenti non capiscono. Quando discute in classe, che scelse, volontariamente, di non essere madre, la reazione delle studenti è di “sorpresa” "Alcune mi chiedono come sia possibile " dichiara.

Anahi Romero ha trovato lo stupore anche tra i suoi amici - " mi guardano come se fossi di un altro pianeta " - con delle critiche che mi hanno offesa . "Sono arrivati a dire che la mia decisione è innaturale! "Si lamenta.

In alcune famiglie, come quella di Encarnación F., comprendono poco perché  non desiderava avere figli, per questo che si sono  elaborate le più variopinte spiegazioni: dalla sterilità al trauma infantile, perché la madre è morta quando era piccola. Queste però non sono altro che giustificazioni dei suoi parenti, la verità è che lei semplicemente non li vuole.
A volte, l’incomprensione va di là dalla sfera privata, come ha dimostrato Julia Gillard, ex prima ministra dell’Australia (2010-2013). Durante la sua carriera politica è stata oggetto di più di una critica, da parte dei suoi avversari, per non avere figli. Tony Abbott, leader dell'opposizione nel 2012, screditò la decisione del governo Gillard di ridurre gli aiuti per il bambino, adducendo che mancava "di esperienza nella crescita dei figli”. Non era la prima volta. Già nel 2007, il senatore conservatore, Bill Heffernan, disse che la politica non aveva leadership perché era " volutamente sterile". Secondo Heffernan, aveva causato scalpore, una donna single e senza figli, perché non poteva assumere le questioni importanti del paese.
La scrittrice e giornalista inglese Helen Croydon dice di sentire un “grande giudizio” quando dichiara nei suoi articoli o alle conferenze, che non vuole avere figli. " Tuttavia, quando un uomo decide, di non essere padre, ciò è accettato, se pensa che voglia progredire nella carriera o non ha incontrato la persona giusta” aggiunge. Con le donne, invece, c’è” un’attesa di spiegazioni”.  Stanca della ripetuta domanda (perché?) e critiche che normalmente conseguono alle sue risposte, Croydon ha deciso di elencare i motivi per cui non  vuole essere madre (e tanto meno sposarsi) nel suo prossimo libro, Screw the Fairytale, che sarà in vendita il prossimo febbraio nel Regno Unito.
" La gente non capisce che può darsi il caso che una donna vuole solo una vita gradevole, senza lo stress di avere figli, che voglia, viaggiare o progredire nella propria carriera ... ci sono molte cose che possiamo fare senza avere una famiglia", dice la scrittora. Garandillas, però condivide la visione di Croydon, dell’incomprensione delle amiche madri, che le hanno detto, che sta perdendo “ il meglio della vita”… “Come se avessi un deficit!” si offende questa professora, che ha passato l’età di rimanere incinta, che non ha nessun rimpianto nella sua vita “piena”.
Maria S., trentacinque anni, che solo da poco ha scelto di avere figli, non ha mai sentito nessuna pressione da parte dei suoi genitori o partner, per aumentare la famiglia. L'ha sentita però dalle amiche, che hanno avuto figli e che le elencavano le bontà di essere madre. Quando la gente mi chiede perché io non voglio e mettono in discussione la mia decisione, spiego che avere un figlio è un casino, una noia; quelle con i bambini la prendono sul personale, come se ponessi in discussione il suo stile di vita, quando invece sono esse che lo stanno facendo con me, " dichiara.
L’argomentazione principale contro quelle che non vogliono avere figli è che esse sono egoiste. Ciò è confermato dalla sociologa Hakim e dalle donne intervistate per questo reportage. Tutte dichiarano che sono state qualificate così per la loro decisione. Croydon ha ricordato che in un’occasione, " due uomini furono molto offensivi. Mi dissero che tutte le donne devono avere figli, perché se no, non si può essere una vera donna. Continuarono aggiungendo che se non ne volevo ero egoista.  Egoista! Perché? Il concetto di egoismo, implica che le donne hanno l’obbligo di dedicare la loro vita a prendersi cura di qualcuno. Mi sembra allucinante”.
Garandillas alla stessa considerazione fattale da una sua collega di lavoro così rispose: “ Nella vita tutto è egoismo. Quando si sceglie un percorso, si perde e si guadagna contemporaneamente.  Non avere figli ha anche i suoi svantaggi. Non esiste una scelta ideale”.
Queste critiche e le pressioni possono sembrare irrilevanti, ma generano " grande disagio " in alcune donne.  Ciò è stato dimostrato David Sanchez Teruel nella sua indagine psicologica, nella quale affronta i problemi di coppia nell’Università di Jaén.  Negli ultimi anni ha visto aumentare le visite legate alle differenze con la paternità.  Normalmente – dice – poiché lei decide di non avere figli “ si sentono obbligati”. Alcuni uomini vengono con le loro partner, affinché le convinciamo ad avere figli” –osserva lo psicologo.
Sánchez Teruel si rammarica, tuttavia, che la maggior parte delle coppie non arriva a esporre questi disaccordi prima di avere figli. “ Si eviterebbe che le donne che non vogliono figli, alla fine, li fanno. Questo è ciò che accade di solito, perché sono esse che cedono nella maggior parte dei casi. Il che crea poi, conflitti, genera rancori e cominciano le accuse. E appare il senso di colpa. Si chiedono se sono cattive madri, perché dopo la maternità continuano a pensare che non la volevano ".

Che cosa fare allora se uno dei due vuole figli e l’altra non ne vuole? Teruel Sanchez invita al dialogo, pur riconoscendo che questo è uno dei motivi per cui alcune coppie si rompono, non importa chi si rifiuta di allargare la famiglia . "Questo, o uno dei due deve cedere. E, quasi sempre, sono le donne ", aggiunge.
Romero, ha chiuso lei il rapporto, perché il suo fidanzato in precedenza aveva espresso il desiderio di diventare padre. Inoltre aveva chiesto alla sua ginecologa che le chiudesse le tube, quando aveva trentatré anni.  La ginecologa non lo fece, perché – le disse – se ne sarebbe potuto pentire in futuro. “ Mi fece arrabbiare molto, quel giorno” spiega Romero.
“ Non c’è una normativa ufficiale, che segni un’età, però c’è un accordo etico e deontologico di non intervenire sotto i trentacinque anni (in alcuni centri è stato aumentato a 38), se non c’è una ragione medica", precisa il dottor Lailla. La ragione principale di questa riluttanza è che le donne possano pentirsi di questa decisione, che è definitiva.  Ci sono alternative meno notevoli . "Ci sono metodi contraccettivi sicuri e con pochi effetti collaterali in giovane età", spiega il presidente della Società Spagnola di Ginecologia.
Così come ci sono donne che si sono pentite di essere state madri o quelle che si rammaricano di non avere figli. In questi casi, però sono essi i più depressi. Secondo uno studio, mentre entrambi i sessi esprimono il desiderio di avere figli in percentuali simili (59 % di essi, il 63 % di essi), nel caso di non averli, sono di più gli uomini, che affermano di essere depressi (38%, di fronte, al 27% delle donne), sentirsi soli (il 50 %, quasi il doppio delle donne intervistate) o pieni di rabbia (25 %, sette punti in più di esse).
L'autore, Robin Hadley, ha osservato nelle conclusioni della sua ricerca, che ha voluto dimostrare che uomini e donne condividono lo stesso livello di desiderio di essere genitori . "Questo sfida l'idea che le donne siano più propense “.

 C’è però ancora la convinzione che nelle donne ci sia questo desiderio.  Le inglesi Hakim e Croydon condividono il parere che ciò sta cambiando, anche se con tempi diversi nel mondo.
Alicia Kaufmann condivide la loro opinione . " E 'vero che si presume che la realizzazione della donna stia nella maternità, ma la crescente pressione sociale è sempre   più bassa”.
Per Romero, non è però così chiaro: “ Dai trent’anni in poi, la gente comincia a chiedere "che cosa stai aspettando ?"  Quindi, non mi aspetto nulla... 

El Pais

(libera traduzione di Lia Di Peri)










giovedì 12 settembre 2013

Malala Yousafzai e il complesso del salvatore bianco.

Assed Baig - Huffingtonpost








 Quando Malala Yousufzai fu colpita alla testa dai talebani, semplicemente perché voleva ricevere un’istruzione,questo caso ebbe una grande ripercussione mondiale. Immediatamente i media occidentali si occuparono del fatto. I politici occidentali fecero un sacco di dichiarazioni e subito s’incontrarono nel Regno Unito. Il modo in cui l’Occidente reagì mi fece mettere in discussione le ragioni e i motivi per i quali il caso di Malala fu così nominato, mentre altri no.

Non c’è nessuna giustificazione alle brutali azioni dei talebani o alla negazione del diritto universale all’istruzione, ma c’è una narrazione più profonda, storica, rispetto a quella fatta finora.
 Questa è la storia di una ragazza nativa salvata dall'uomo bianco . Il mondo occidentale è volato nel Regno Unito, per sentirsi bene con se stesso, giacché era tornato a salvare una donna nativa dai selvaggi uomini del suo paese d’origine.  Questo è però uno storico resoconto razzista, che è stato istituzionalizzato. I giornalisti e i politici non possono smettere di parlare e di denunciare il caso. La storia di una ragazza innocente che è stata ferita dai selvaggi per volere un’istruzione ed è salvata dal cavaliere dalla lucida armatura.
Le azioni dell’Occidente, bombardamenti, invasioni, guerre, tutto sembra adesso giustificarsi : “ Lo vedi? Per questo interveniamo, per salvare gli indigeni”.
La verità è che ci sono centinaia, migliaia, di Malala. Esse provengono dall’Iraq, Afghanistan, Pakistan e dalle altre parti del mondo. Sono vittime dell’Occidente, ma i media e i politici opportunisticamente lo dimenticano, per propiziarsi la classe media, bianca, che giustifica l’onere dell’uomo bianco.
Gordon Brown [ ex Primo Ministro della Gran Bretagna ] pronunciò un discorso di appoggio a Malala alle Nazioni Unite. Lo stesso Gordon Brown che votò a favore della guerra in Iraq, che rubò non soltanto il diritto della gente all’istruzione, ma anche la loro vita. Gli stessi giornalisti che non si sono interrogati o informati sulle guerre occidentali cantano le lodi all’Occidente per Malala, senza collocare il caso nel contesto della guerra in Afghanistan e la destabilizzazione della regione che è prodotta grazie all’occupazione dell'Afghanistan.
Il messaggio di Malala è profondo. Il mondo dovrebbe prendere atto che il diritto all’istruzione è un diritto di tutti i bambini, non solo di una Malala utilizzata come strumento per l'Occidente perché permette a paesi come la Gran Bretagna di nascondere i suoi peccati in Afghanistan e in Iraq. I giornalisti riportano una buona storia, trascurando molti altri casi, come ad esempio gli attacchi dei droni che uccidono e terrorizzano uomini, donne e bambini nelle regioni di confine dell'Afghanistan.
L’attuale narrazione demonizza i mussulmani non-bianchi . Essi sono dipinti come selvaggi, con i quali non si può negoziare o raggiungere alcun compromesso, con i quali l’unico modo per combatterli è la guerra occupando i loro paesi e utilizzando droni contro di essi.
La NATO sta bombardando ragazze come Malala. Storicamente l'Occidente ha usato le donne per giustificare le azioni degli uomini in guerra. Sono frequenti le immagini nell’arte, educazione, nelle organizzazioni occidentali dei diritti umani. Amnesty International ha fatto una campagna in coincidenza con il vertice Nato a New York incoraggiando la NATO a " mantenere i progressi " in Afghanistan.
Sacia Ramzan e Kainar Riaz furono ferite anche loro insieme a Malala, ma i media e i politici sembrano averle dimenticate. I giornalisti e i politici occidentali conoscono Abeer Qassim Hamza al-Janabi ? Aveva 14 anni quando è stata violentata da cinque soldati statunitensi e, dopo, fu uccisa insieme alla famiglia, compreso il fratello di soli sei anni. Non c’è nessuna menzione all’Onu, né Gordon Brown pronuncia il suo nome.
Io sostengo Malala, appoggio il diritto all'istruzione per tutti, solamente non sopporto l'ipocrisia dei politici e dei media occidentali, quando si congratulano per quello che hanno causato. Malala è una buona nativa, che non critica l’Occidente, che non parla degli attacchi dei droni: è la candidata perfetta affinché l'uomo bianco allevi la sua coscienza salvando il nativo.
Il complesso del salvatore bianco ha distorto il messaggio di Malala. L’Occidente ha ucciso molte più ragazze che i talebani. L’Occidente ha negato più istruzione alle ragazze, che i talebani con i loro proiettili. L’Occidente ha fatto contro l’istruzione in tutto il mondo più di quanto gli estremisti si fossero sognati di fare.
Quindi, per favore, risparmiateci il messaggio di giustizia e autocompiacimento, che è sola propaganda occidentale per dirci che si lanciano bombe per salvare ragazze come Malala.


nodo50.org

( libera traduzione di Lia Di Peri)


mercoledì 4 settembre 2013

La grandezza dell'infamia

Mario R. Fenández



                                                                       





Poche settimane fa è stato pubblicato per un breve periodo, una notizia che mostra la dimensione del genocidio, organizzato dalle classi dominanti canadesi, contro gli aborigeni o delle Prime Nazioni, come loro si definiscono.

 Ian Mosby uno studente di storia nutrizionale, dell'Università di Guelph, in provincia di Ontario, ha scoperto che i/le bambin* della tribù Mi’kmaq del Convitto Shubenacadie (provincia della Nuova Scozia o Shubenacadie Indian Residential School) furono sottoposti tra il 1942-1952 a un esperimento, che consisteva nel negare ai bambini di quella Scuola, la vitamina C e le cure mediche, nel caso in cui questa mancanza - artificialmente e volutamente creata - fosse stato scoperta per non " rovinare " l'esperimento.
Queste sperimentazioni furono compiuti da scienziati del governo federale di quel tempo e applicati in sei degli 80 collegi per i bambini aborigeni canadesi che esistevano tra il 1840 e il 1996. Queste scuole erano strumenti di genocidio culturale e umano, per esse passarono più di 15.000 piccoli indifesi, gestite dalla presunta “ carità religiosa” per lo più cattolica e anglicana. Queste scuole sono state utilizzate per tutti i tipi di abusi di potere nei confronti dei bambini aborigeni inermi, sottoposti a terribili violenze fisiche, sessuali, psicologiche, sterilizzazioni, uccisioni e, come adesso sappiamo a una sperimentazione genocida.

L’esperimento nutrizionale è solo una parte di tutti questi abusi e non può davvero sorprenderci, però aiuta a visibilizzare l’entità del crimine che subirono gli aborigeni canadesi da bambini. Il documento scoperto da Mosby datato 1954, del Dipartimento Nazionale Salute e Benessere firmato dagli scienziati G.F. Ogilvie y L.B. Pett, era intitolato “ Uno studio a lungo termine della supplementazione di acido ascorbico " sui bambini del Convitto di Shubenacadie.  I due ricercatori documentano specificatamente le mancanze di vitamina C, che causarono alla metà dei piccoli partecipanti infermità susseguenti come la gengivite o parandotite.  A un’altra metà di bambini fu dato un supplemento di vitamina C. Lo studio proseguì per quattro anni.
Mosby rileva come la corrispondenza tra i due ricercatori e le autorità in altre scuole provi che gli scienziati volevano assicurarsi che i bambini non ricevessero alcun trattamento medico e che non si interferisse nelle loro diete, per esempio, con un supplemento a beneficio dei bambini.
L’esperimento non chiarì nulla, non vi furono risultati, semplicemente i bambini soffrirono le conseguenze della privazione di vitamina C e pagarono per questa mancanza.
Gli esperimenti con gli esseri umani, inevitabilmente ci ricordano la Fondazione Rockefeller e il suo progetto di Eugenetica, attuato nella Germania nazista sui prigionieri nei campi di concentramento. Sembrava che ci fossimo lasciati il passato alle spalle, che quegli errori non si ripetessero, che esistessero parametri etici di condotta scientifica da attuare.  La scienza e la tecnologia, però, non sempre funzionano eticamente. Gli esempi di sperimentazione con gli esseri umani abbondano, specialmente con le popolazioni povere; molti poveri sono utilizzati per esperimenti medici apertamente e apparentemente legali. Negli Stati Uniti, chi non può permettersi l'assicurazione sanitaria, molte volte, accetta di sottoporsi a farmaci sperimentali delle società farmaceutiche perché sono gratis e riceve qualche cura, piuttosto che niente.


Il figlio di Pett Lionel, uno degli scienziati responsabili dell'esperimento con i bambini aborigeni, intervistato dalla Toronto Star circa la condotta di suo padre, ha difeso la sua reputazione, affermando che suo padre ” stava solo cercando di fare un buon lavoro” nel comprendere gli effetti delle vitamine e dei minerali, garantendo ai canadesi una migliore salute in tempi di grande difficoltà come la guerra e il post-guerra, anche usando bambini e bambine aborigeni, in sostanza prigionieri nei Convitti. Bambini che essendo minorenni non potevano rifiutare il loro consenso, bambini i cui genitori, non avrebbe acconsentito se fossero stati informati: adulti e bambini di una società che non li considerava uguali sulla loro terra.

Ancora oggi gli esperimenti continuano: settimane fa la famiglia di Brian Sinclair ha intentato una causa davanti  alla Corte di giustizia per la violazione dei diritti fondamentali di Sinclair, aborigeno, che morì nel settembre 2008, nel pronto soccorso dell'ospedale “Health Sciences Centre” della città di Winnipeg, in Canada, per un’infezione che poteva essere curata in mezz’ora con una prescrizione di antibiotici.  Sinclair ha aspettato trentaquattro ore in ospedale in sala Emergenza, insieme con altri 150 pazienti in attesa, ma lui è morto aspettando. Il filmato della sala d’attesa dell’ospedale, ci mostra Sinclair, nella sedia a rotelle, dopo aver perso entrambe le gambe per congelamento nel 2007, in una notte d’inverno, dormendo sui gradini di una chiesa, aspettando pazientemente che lo accogliessero.

I Nativi canadesi sono oggi, il 4,3% della popolazione -1 milione 400 mila persone che soffrono il doppio della mortalità infantile rispetto al resto della popolazione, cinque volte di più di diabete e sei volte di più di Epatite C, che il resto dei canadesi. Dei 30.000 bambini sotto cura del governo canadese, la metà sono nativi, questo dovuto in gran parte al livello dell’impoverimento delle riserve e della popolazione aborigene nelle città.  Dalla fine degli anni '60 a oggi, contando solo i casi segnalati ci sono 582 donne native scomparse o assassinate. Il 90 per cento delle 70 donne native scomparse o assassinate nella provincia dell'Ontario erano madri.

Tutti i nativi canadesi soffrono discriminazioni e oppressioni, ma non tutti sono intrappolati: un numero indicativo di aborigeni canadesi, cresce, sviluppa e acquista strumenti educativi e occupazionali che consentano loro di andare avanti e vedere il futuro con speranza.  Speranza che trasmettono ai loro figli e alle loro figlie che, a loro volta, sentono la capacità di andare più in là dei loro genitori. E lo fanno.

(...)
Il trattamento dei bambini e bambine nativ*  prigionieri nelle Scuole non fu che una strategia  per cancellare la loro  cultura e le loro storie, per implementargli  con forza il concetto occidentale del mondo e della vita.  Tutto ciò fu vissuto dagli oratori e adoratori  di Dio, come un valido compito , “altruista” e degno di attuazione. Tutti noi  rappresentanti in qualche modo dell’occidente, dei suoi valori e dis-valori, della sua immorale moralità, non abbiamo che chiedere scusa con onestà e umiltà, per i crimini dei nostri antenati , perché di questi abbiamo beneficiato.

  Dobbiamo allargare  la nostra umiltà e condizione di pentimento a tutti i popoli poveri del mondo che ci guardano con occhi terrorizzati per le infamità che in nome della nostra “civiltà” possiamo ancora compiere.


Rebelion

(traduzione libera di Lia Di Peri)

martedì 20 agosto 2013

La frammentazione della maternità Maori.

di NAOMI SIMMONDS.



Il colonialismo ha avuto un innegabile impatto sulle comunità indigene, e ha creato quello che molti hanno descritto come alterazione, frammentazione, disgiunzione e disordine (Smith, LT 2012, Johnston & Waitere 2009; Pihama 2001).



Per le Maori (popolazione indigena della Nuova Zelanda) infatti, la colonizzazione della maternità è stata tutte queste cose. Quest’articolo esamina alcuni dei modi in cui il colonialismo ha frammentato le esperienze della gravidanza, il parto e l’essere madre per le donne Maori e le loro famiglie, in Aotearoa, Nuova Zelanda.



In questo lavoro, è mia intenzione di fornire un resoconto dettagliato delle modifiche alla legislazione e politiche in tema di maternità in Nuova Zelanda (questo è già stato fatto da Donley 1986; Kenney 2009.) Mi concentrerà su momenti chiave nella storia della maternità Maori che servano a evidenziare i modi in cui il colonialismo e il in particolare, il cristianesimo e l’istituzionalizzazione del parto, ha sistematicamente frammentato le esperienze spirituali, spaziali e corporee della nascita per le donne Maori.
Nella sua definizione più semplice, mana (potere, autorità, prestigio) wahine (donna) si riferisce all’unicità, forza, potere, influenza e autorità insita nelle donne maori dal loro whakapapa (genealogia). Nel contesto accademico, mana wahine si riferisce ai discorsi delle donne Maori (Hutchings 2002) ed è stato sviluppato come approccio epistemologico che abbraccia la teoria Kaupapa Māori (centrata su Maori) per esaminare in modo esplicito l'intersezione tra l'essere maori ed essere donna.  Mana wahine è un concetto teorico relativamente recente che ha le sue radici e si sviluppano dai racconti, storie, genealogie e geografie della donna maori (vedi Hutchings 2002; Pihama 2001 Simmonds 2009, Smith, LT 1996).
Il termine "maternità" è utilizzato per coprire nella sua totalità il creare, portare in grembo, dare alla luce, nutrire e curare o più creature. Non limitato alle esperienze individuali, ma va oltre e comprende quelle ideologie e istituzioni che danno forma e sono modellate da queste esperienze individuali. L'esperienza della maternità maori in Aotearoa, Nuova Zelanda ha subito attacchi e una serie di fronti sprirituali, spaziali e fisici dai primi contatti europei e i loro effetti si fanno sentire ancora oggi. In altre parole, il colonialismo continua a essere vissuto e rappresentato nelle loro esperienze contemporanee di maternità. I primi etnografi coloniali in genere maschi e bianchi “indagarono “la spiritualità e le tradizioni delle Maori. I loro studi s’inquadrano all'interno dell’epistemologia imperiale della "scoperta" e dell’ideologia cristiana. Parlarono con gli uomini Maori, reificavano le figure maschili nella mitologia Maori e imposero i loro valori e costumi culturali sui saperi, spiritualità e corpi delle donne Maori (Mikaere 2003; Smith, L.T. 1996).
La maggior parte di queste prime rappresentazioni etnografiche della donna nella mitologia e nelle narrative cosmologiche, le presentavano passive, lontane, lunatiche, irrazionali, in contrasto con i personaggi maschili presentati come attivi, presenti, razionali e sacri. In più, i missionari cristiani raffigurarono rapidamente le donne maori nella mitologia (e nella realtà) dissolute, immorali e disobbedienti.

Con il cristianesimo, la donna maori si vide privata di gran parte delle sue conoscenze spirituali, legate alla maternità. Il potere riproduttivo della donna maori fu sostituito dall’ideologia della vergogna e del peccato. Inoltre, gli studi sulla spiritualità Maori furono fatti da etnografi maschi e bianchi, che favorirono i racconti degli dei maschili, mentre la donna fu danneggiata.

Gli scritti di Elsdon  Best (1924, 89) esemplificano bene. Egli osserva:

In generale, i maori tendevano alla filiazione agnatizia, il sesso maschile ha più destrezza che il femminile, perché non è vero forse che l’uomo discende direttamente dagli dei, mentre la donna dovette essere creata dalla terra!



Da una prospettiva femminista maori, la creazione della donna dalla terra (Hine-ahu-uno) che poi ha creato il primo essere umano (Hine-titama) riflette la potenza sessuale e riproduttiva delle donne e la sacralità del corpo materno. Gli etnografi colonialisti servirono per dividere la donna maori da tutti quei racconti che parlano dell’importanza e del potere del corpo materno.
La (re) interpretazione etnografica delle realtà maori stabilì così una gerarchia del sapere e le dee femminili furono rapidamente sostituite dalle ideologie eurocentriche di Dio, "Dio come maschile, Dio come regnante, Dio come natura... Dio bianco" (Pihama 2001, 155). L’impatto di ciò sulla spiritualità maori e, quindi, sulla maternità è immenso: frammenta le conoscenze, tradizioni e genealogie della nascita. Questa ideologia coloniale non tardò molto a consolidarsi nella legislazione.

 Il Tohunga Smaltimento Act (esperti spirituali) del 1907, che rimase in vigore fino al 1962, fu forse uno degli attacchi più aggressivi contro le conoscenze spirituali ed ebbe un impatto diretto sulla maternità maori. In sostanza, la legge definisce quello che è considerato una conoscenza importante e credibile. I saperi spirituali maori erano visti come insufficienti e impropri, per cui ai nostri antenati fu precluso il diritto ad avere accesso ai propri esperti spirituali e culturali. La spiritualità fu vista come una serie di racconti o superstizioni sul sentiero della realtà. I Tohunga (esperti spirituali e guaritori) assistevano spesso al parto o partecipavano in vari modi alle cerimonie riguardanti la fertilità, la gravidanza, la nascita e ai riti d’iniziazione e battesimo dei neonati (Yates-Smith, 1998). Come diretta conseguenza di questa legge "la partecipazione attiva dei Tohunga al parto, fu compromessa (e)…  ha provocato la perdita radicale e permanente di mātauranga (conoscenze) e tikanga (tradizioni culturali) specifiche" (Kenney 2009, 63).

Prima di questa legge si ebbe l’Ostetriche Registration Act del 1904. Quest’ultima stabiliva che il personale ostetrico doveva essere registrato. Le assistenti e gli assistenti al parto maori tradizionale furono esclusi da questa legge e richiese che fossero addestrate/ti con i metodi dell’ostetricia coloniale per essere registrate/ti. Dichiarare illegale un intero gruppo d’intellettuali, guaritori e assistenti di parto mediante queste due leggi comportò l'eliminazione di diversi elementi spirituali, cerimoniali e di costume della nascita e i loro effetti si susseguono fino ad oggi.
Nonostante queste leggi, molte donne maori continuarono a partorire nelle loro case, in modo tradizionale, con il sostegno delle loro whanau (famiglia) fino alla seconda guerra mondiale. Una commissione d'inchiesta sui servizi di maternità, nel 1937, scoprì che l'83% delle donne maori continuava a partorire in casa con l'assistenza di una levatrice "non qualificata". . Tuttavia, varie misure posteriori alla seconda guerra mondiale garantirono che le nascite per la maggior parte fossero spostate dalla casa agli ospedali di maternità di proprietà statale. Furono utilizzati i tassi di mortalità infantile e materna maori per giustificare più politiche di assimilazione rivolte a ospedalizzare le donne affinché partorissero sotto “lo sguardo” di “ professionisti qualificati”. Quando la ricerca fu condotta la mortalità materna maori, era il doppio di quella non maori e nel 1938 la mortalità infantile maori raggiunse un massimo di 153,26 su 1000. La Commissione attribuì queste spaventose statistiche alle “ condizioni di vita antigieniche” e alla “incapacità” degli “assistenti nativi nel trattamento delle complicazioni come l’emorragia” (commissione d'inchiesta del 1937, 143). La Commissione omise di riconoscere i molti fattori che contribuirono all’esistenza di dati relativamente negativi sulla salute materna e infantile Maori, come le malattie introdotte dai coloni, di fronte alle quali i maori erano indifesi, il livello di consumo di alcool e tabacco, il cambiamento nella dieta, il furto o lo spostamento delle terre maori.
L'ospedalizzazione e medicalizzazione della nascita era l'obiettivo. Lo Stato vedendo che le donne Maori tardavano a ospedalizzarsi nel parto introdusse la Legge di Sicurezza Sociale (Social Security Act) del 1938 che forniva assistenza gratuita alle donne che partorivano in ospedale sotto cura medica. Nel corso dei successivi tre decenni, le nascite maori si istituzionalizzarono completamente, in modo che nel 1967 il 95% dei parti maori avveniva in un ospedale.
Diversi meccanismi, attraverso il colonialismo, servivano a marginalizzare la maternità Maori. Il ruolo della spiritualità nella nascita è stato distorto e attaccato su più fronti dal cristianesimo. Le politiche e gli argomenti della medicalizzazione, all'inizio del XX secolo, hanno fatto in modo che molte donne maori si spostassero dalla casa all’ospedale. Così il parto si allontanò dall’ambito famigliare, dagli esperti e assistenti tradizionali per avvicinarsi alle levatrici “registrate” (la maggioranza delle quali erano bianche) ai medici (la maggior parte dei quali erano uomini bianchi) e gli effetti di tutto questo si riflettono nell’esperienza odierna del parto (vedi Simmonds 2013, in preparazione).
Nonostante ciò, ci sono diverse aree nelle quali si rivendica e si celebrano le conoscenze della donna maori. C'è una moltitudine di donne nel mondo accademico e delle arti creative che dedicano il loro lavoro per conservare il potere del corpo materno e i saperi concernenti, la maternità (Grazia 1992 Hutchings 2002; Kahukiwa & Potiki 1999; Mikaere 2003; Murphy 2011; Pihama del 2001, Smith, LT 1996, Yates-Smith 1998). Inoltre, più donne e famiglie rivendicano le conoscenze maori nelle loro esperienze ed espressioni della maternità. La reconcettualizzazione della maternità attraverso una lente mana wahine (femminista maori) richiede argomenti che mantengono l’"alterità" di spazi discorsivi, materiali, simbolici e spirituali della maternità, dei corpi e dei saperi delle donne maori, che aprono le porte alle esplorazioni delle conoscenze maori relative alla nascita in modo da preservare il potere dei nostri antenati e, allo stesso tempo, offre nuove ed emozionanti possibilità per le nostre figlie e figli.


Naomi Simmonds ricercatrice presso l'Università di Waikato, Hamilton, Nuova Zelanda. La sua indagine di dottorato offre un esame critico dell’esperienza delle donne Maori da una prospettiva mana wahine (il discorso delle donne Maori).  Simmonds è una discendente dell’iwi (tribù) di Raukawa, madre e appassionata sostenitrice di maná wahine e whānau.  Naomi lavora anche con la sua organizzazione tribale sviluppando strategie e piani di gestione ambientale.


revista.con la a.

(libera traduzione di Lia Di Peri)