venerdì 27 luglio 2012

Lorna Simpson : Easy for Who to Say, 1989

"Il mio nuovo modo di nominare le parole.

Il linguaggio dei dispositivi che dobbiamo smontare e demitizzare nella sua presunta neutralità di nominare, non è più che una egemonica e sottile classificazione social-generica e sessuale".

Lorna Simpson,
Fotografa afro-americana. Le sue opere più importanti combinano le immagini con le fotografie. Mentre le immagini appaiono semplici, il testo cerca di far confrontare spesso lo spettatore con il razzismo ( e sessismo) di fondo, ancora presente nella cultura americana.

                                                                      


                                                          

domenica 22 luglio 2012

La Solitudine e la Desolazione

da  Marcela Lagarde

Ci è stato insegnato ad avere paura della libertà;ad avere paura di decidere,ad avere paura della solitudine. La paura della solitudine è uno dei primi ostacoli nella costruzione dell'autonomia, perché da molto piccole e per tutta la vita ci hanno formato nel sentimento dell'abbandono;perché ci hanno rese fortemente dipendenti dagli altri e ci hanno fatto sentire che la solitudine è negativa, attorno alla quale sono stati costruiti tutti i tipi di miti. Questa costruzione è rafforzata dalle seguenti espressioni : "Hai intenzione di restare da sola?" "Perché siete sole ragazze?"Anche se molte donne vanno insieme.

La costruzione della relazione tra i generi ha molte implicazioni, una delle quali è che le donne non sono fatte per restare da sole senza uomini, ma che la tranquillità delle donne dipende dalla presenza degli uomini, anche quando sono solo un ricordo.

Questa capacità costruita sulle donne di crearci feticci,di conservare ricordi materiali degli uomini per non sentirci sole, fa parte di ciò che dobbiamo smantellare. Una chiave per porre in essere questo processo è quella di distinguere tra solitudine e desolazione.

Essere desolate è il risultato di una perdita che sentiamo irreparabile. E, nel caso di molte donne, la desolazione segue ogni volta che si rimane sole, quando qualcuno non arriva o arriva troppo tardi.Possiamo sentire la desolazione in ogni momento.

Un'altra componente della desolazione, che fa parte della cultura di genere è la fantastica educazione per la speranza. Alla desolazione si accompagna la speranza : la speranza di incontrare qualcuno che ci tolga la sensazione di desolazione.

La solitudine può essere definita come il tempo,il luogo, lo stato, dove non ci sono altri che fungono da intermediari con noi stesse. La solitudine è uno spazio necessario per esercitare i diritti autonomi della persona e per avere esperienze nelle quali non partecipano direttamente gli altri.

Per affrontare la paura della solitudine dobbiamo riparare alla desolazione nelle donne e l'unica riparazione possibile è mettere il nostro Io al centro e trasformare la solitudine in uno stato di benessere della persona.

Per costruire l'autonomia abbiamo bisogno di solitudine, eliminando in pratica i molteplici meccanismi che le donne pongono in essere per non rimanere sole. Richiede moltissima disciplina non correre a vedere l'amica, nel momento in cui ci sentiamo sole. Il bisogno del contatto personale in uno stato di vitale dipendenza è una necessità di attaccamento. Nel caso delle donne,per stabilire una connessione di fusione con gli altri,c'è bisogno di entrare in contatto reale, materiale, simbolico, visivo, auditivo o di altro tipo.

L'autonomia passa per tagliare questi cordoni ombelicali e per raggiungere questo obiettivo è necessario sviluppare la disciplina di non alzare il telefono quando si ha ansia, paura o gioia,perché non si sa cosa fare con questi sentimenti, perché ci hanno insegnato che vivere la gioia è dirlo a qualcuno, anziché goderla. Per le donne il piacere esiste solo quando è condiviso perché l'Io non legittima l'esperienza, perché l'Io non esiste.

Per tutto questo abbiamo bisogno di fare una serie di cambiamenti pratici nella vita quotidiana. Costruiamo l'autonomia quando abbandoniamo vincoli di fusione con gli altri; quando la solitudine è quel luogo dove passano così interessanti da farci pensare. Pensare in solitudine è un'attività intellettuale diversa che pensare di fronte agli altri.

Un'altra cosa che si fa in solitudine e che fonda la modernità è il dubitare. Quando pensiamo davanti agli altri, il pensiero è impegnato nella difesa delle nostre idee,quando lo facciamo in solitudine, possiamo dubitare.

Se non dubitiamo non possiamo essere autonome perché abiamo un pensiero dogmatico. Per essere indipendenti abbiamo bisogno di sviluppare il pensiero critico, aperto, flessibile, in movimento,che non cerca di costruire verità e ciò significa fare una rivoluzione intellettuale nelle donne.

Non c'è autonomia senza rivoluzionare il modo di pensare e il contenuto dei pensieri. Se ci vogliamo sole unicamente per pensare agli altri, continueremo a fare ciò che sappiamo fare meglio: evocare, ricordare, creare stati di nostalgia. Il grande regista sovietico Andrej Tarkovskij nel suo film "Nostalgia", parla del dolore della perdita, del passato, di ciò che non si ha più.

Noi donne siamo esperte in nostalgia e come parte della cultura romantica è diventato un attributo del genere delle donne.

Ricordare è un'esperienza di vita, il problema sorge quando in solitudine usiamo questo spazio solamente per portare gli altri nel nostro presente, al centro, nostalgicamente. Si tratta quindi di fare della solitudine uno spazio di sviluppo del proprio pensiero,dell'affettività, dell'erotismo e sessualità proprie.

Nella soggettività delle donne, l'onnipotenza, l'impotenza e la paura agiscono come dighe che impediscono di sviluppare l'autonomia soggettiva.
L'autonomia richiede di trasformare la solitudine in uno stato piacevole, di gioia, di creatività, con possibilità di pensiero, di dubbio,di meditazione, di riflessione. Si tratta di fare della solitudine un luogo nel quale è possibile rompere il dialogo soggettivo interiore con gli altri e nel quale realizziamo fantasie di autonomia, di protagonismo, ma di dipendenza  e dove si dice tutto ciò che non si fa nella realtà, perché è un dialogo discorsivo.

Bisogna rompere questo dialogo interiore perché diventa un sostituto dell'azione; perché è una fuga dove non c'è realizzazione vicaria della persona, perché lo fa nella fantasia e non in pratica e la persona è contenta pensando che ha risolto tutto, ma non ha le risorse reali, né le sviluppa per uscire dalla vita soggettiva intrapsichica al mondo delle relazioni sociali, che è dove si vive l'autonomia.

Dobbiamo annullare il monologo interiore. Dobbiamo smettere di funzionare con le fantasie tipo: " lo dico, mi dice, lo faccio". Piuttosto bisogna pensare : "io sono qui, che penso, che voglio, dove, come, quando e perché" che sono domande vitali dell'esistenza.

La solitudine è un imperativo metodologico per costruire l'autonomia. Senza solitudine non solo ci fermeremo precocemente, ma non svilupperemo le capacità dell'Io. La solitudine può essere vissuta come metodologia, come un processo di vita. Avere momenti temporali di solitudine nella vita quotidiana, momenti di isolamento in relazione agli altri è fondamentale e necessita disciplina per isolarsi sistematicamente in un processo di ricerca dello stato di solitudine.
Guardata come uno stato dell'essere - la solitudine ontologica - è un dato di fatto presente nella nostra vita da quando nasciamo. In realtà, nella nascita c'è un processo di autonomia, che al tempo stesso, diventa immediatamente un processo di dipendenza. Si comprende quindi, che la costruzione di genere nella donna annulla qualcosa che alla nascita è parte del processo di vita.

Al crescere  dipendenti, attraverso il processo di abbandono che si costruisce nelle donne, ci crea un bisogno irrimediabile di attaccamento agli altri.

Il trattamento sociale nella vita quotidiana delle donne è stato costruito per impedire la solitudine. Il trattamento che ideologicamente si dà alla solitudine e la costruzione di genere vanificano l'esperienza positiva della solitudine come parte dell'esperienza umana delle donne. Diventare soggetti significa supporre che siamo davvero sole: sole nelle vita, sole nell'esistenza.  E per assumere questo significa abbandonare la richiesta di essere accompagnate nell'esistenza; abbandonare di esortare gli altri affinché stiano e vivano con noi.

Una richiesta tipicamente femminile è che ci "accompagnino" ma è un ordine di accompagnamento di qualcuno che è debole, infantile, vulnerabile, incapace di sopportare la sua solitudine.
Nella costruzione dell'autonomia si tratta di riconoscere che siamo sole e di costruire la separazione e la distanza tra sé e gli altri.

Marcela Lagarde, antropologa, femminista messicana

mujer palabra.

 (traduzione di Lia Di Peri)

                                                             
                                              

lunedì 16 luglio 2012

Il modello androcentrico

L'androcentrismo è un sistema che è collegato e derivato dalle pratiche di forme di dominio di alcuni popoli sugli altri.

Intervista ad Amparo Moreno Sardá*

Signora Moreno potrebbe definire cos'è l'androcentrismo e in cosa è diverso dal patriarcato?

Io preferisco parlare sempre di androcentrismo e non di patriarcato. L'androcentrismo è un sistema collegato e derivato dalle pratiche  di forme di dominio di alcuni popoli sugli altri. I popoli che esercitano un dominio su altri popoli, hanno necessità di gerarchizzarsi internamente, per poter porre in essere, questa stessa formulazione in tutte le relazioni.Quindi, l'androcentrismo legittima questo sistema di gerarchizzazione che articola il sessismo, l'età,l'etnocentrismo e il classismo.




E cos'è  "l'archetipo virile" questo concetto da Lei sviluppato, che struttura la maggior parte delle sue ricerche?

L'archetipo virile sarebbe il modello costruito per costruire maschi adulti, di classi e popoli dominanti.Inizialmente, la sua prima prassi è quella di  essere come guerrieri che dominano il mondo, che dominano altri popoli.Devono essere trasformati in guerrieri in grado di uccidere altre persone e per saccheggiare altri popoli, con lo scopo di portare tutto ciò che accumulano nei luoghi di origine, cose di cui godranno più tardi con le donne e i bambini del proprio popolo. Così, l'archetipo del virile è collegato all'accesso degli uomini,dei popoli dominanti, all'Esercito. Quando queste società diventano più complesse, c'è una divisione più specializzata del lavoro e, in più, della guerra, questi maschi gestiranno la politica, il mercato e altre forme di dominio come il proprio pensiero accademico. Questo è un archetipo storicamente definito per la costruzione di maschi. E' ciò che fino a pochi anni ha si insegnava  ai ragazzi quando gli veniva detto " Andrai militare e diventerai un uomo" Il che significava che prima di allora non lo era,almeno non con determinate caratteristiche e che l'addestramento militare gli sarebbe servito per trasformarsi in ciò che doveva essere. Quando per accedere al governo, oltre l'addestramento militare,c'è bisogno di istruzione alfabetica, accademica, compreso il dominio economico,questo modello si adatta ai nuovi tipi di bisogni e, proprio per essere un modello, può essere assunto da qualunque donna  o uomo, di qualsiasi colore di pelle , razza o provenienza. Basta che si  sia seguito  questo modello di istruzione proprio della scena pubblica e della possibilità di vivere con le risorse dei popoli dominanti, cioè dei popoli che vivono del saccheggio della ricchezza di altri popoli.

Lei pensa che i mezzi di comunicazione rafforzino, trasmettino e perpetuino l'archetipo virile? Come?

I media sono costruzioni di rappresentazioni simboliche della realtà, così come la Chiesa o le Scienze Sociali. Sono sistemi per costruire spiegazioni sul mondo che si realizzano, impostando e trattando le persone in determinati modi. Il modello di cui stiamo parlando non è permanente, inamovibile,o statico, ma viene modificato e adattato perché la logica del dominio e la necessità di espandersi dei popoli dominanti costringe sistematicamente il popolo che pratica la dominazione a trasformarsi, pena la perdita della sua capacità egemonica.  Fin dall'inizio,per estendere il controllo territoriale deve anche aumentare il numero di persone e il consenso tra la gente di differenti condizioni.
I mass media obbediscono ad una cultura di massa e ad una democrazia di massa. Ciò significa che,se  prima il potere era gestito dalle minoranze, per tutto il XX secolo,nelle società occidentali sono state inserite maggioranze fino ad allora escluse. I media, oltre che ad inscenare il modello puramente androcentrico, si rivolgono al maschile, fabbricando anche modelli rivolti alle donne e uomini di diverse età e condizioni. Si tratta di modelli che si occupano di questi processi di mobilità, di promozione di spazi privilegiati per le persone, ad esempio, la migrazione dalle campagne alle città,passando da una classe senza risorse ad una classe media e benestante e da dentro casa a fuori casa. Ci sono un certo numero di processi di mobilità e di modelli comportamentali più pluralisti, più vari, anche nei media, facendo appello non solo alla razionalità, ma anche sentimenti. Analizzare i mezzi di comunicazione costringe a re-impiantare un pensiero così restrittivo com'è il pensiero androcentrico.

C'è un archetipo femminile?  Se sì, come e attraverso quali meccanismi si perpetua?
 
Esiste un archetipo femminile o, meglio, più archetipi femminili,che ho studiato poco e mi piacerebbe studiare meglio. Ma sappiamo che tra le donne c'è una classificazione fondamentale tra quelle considerate "legittima" e "l'altra". In questa classificazione la "legittima" è la donna legata alla gestione della proprietà, agli interessi delle famiglie che hanno proprietà e che è rappresentata nella nostra cultura, dall'archetipo della donna-madre che, in più, nella sua massima espressione è una vergine. Chiaramente c'è un archetipo di madre-vergine che non è un modello semplicemente contingente, ma che, dal mio punto di vista,assume il  modello diffuso e la responsabilità di educare i figli e le figlie, affinché perpetuino il sistema di dominio e dell'accumulazione della ricchezza;che controlla le relazioni coniugali, per a sua volta, controllare questo sistema; che si dà caratteristiche proprie, come può essere questa idea di verginità pur essendo madre, che è una cosa tremenda. Questo modello si  costruisce mostrando negativamente quelle donne che non accettano questi parametri,ma, soprattutto, non dispongono di risorse economiche. Queste saranno "l'altra"e così nella nostra cultura c'è anche una tradizione che distingue i figli legittimi, cioè, concepiti in conformità con la legge, e quelli che sono definiti come figli naturali, che sono i figli de"l'altra", gli esclusi dalla eredità del patrimonio (anche se questa legge è cambiata, culturalmente è prevalente). Io penso che  siano questi  i modelli di donna  riprodotti dai mass-media.Penso che siano i modelli in cui le donne delle classi dominanti hanno avuto un interesse a partecipare,che hanno difeso e perpetuato. E su questa tematica il femminismo ha da fare una revisione del pensiero, perché a volte parla di un solo modello di donna, con delle tinture vittimistiche molto nascoste.

A suo parere, le politiche di parità sono utili per trasformare le relazioni di uomini e donne negli spazi nei quali si  svolge la vita delle persone? Mi riferisco alle sfere domestiche, pubbliche e private.

E' chiaro che porre sul tavolo la necessità che ci sia più eguaglianza, direi più equità, nelle relazioni sociali,può trasformare la realtà sociale, ma a volte le definizioni hanno dei limiti. Anche se questo non si confessa, questi limiti fanno si,che certi progressi si fermino a beneficio solo di certi gruppi e questi sono le limitazioni e contraddizioni nelle quali cadiamo.Le politiche di uguaglianza possono aiutare, sempreché non finiamo col trasformare queste proposte di uguaglianza,  dei diritti e di equità in qualcosa di restrittivo che colpisce solo poche classi, caste o gruppi che sono poi, coloro che ne beneficiano a scapito de "l'altro".Pertanto, per avere davvero una società egualitaria - anche se è una parola che non mi piace perché il più egualitario che esiste è un esercito uniformato e, quindi, non si  parla di uguaglianza, ma di equità, di giustizia sociale - per questo ribadisco che abbiamo bisogno di rivedere soprattutto, i nostri progetti etnocentrici e classisti e da qui, dimostrare che non c'è necessità di questa gerarchizzazione interna. Concentrarci solo sul tema della donna mi sembra un errore del femminismo delle classi medie, che beneficiano dello status quo, ma che non portano ad un cambiamento reale e che può essere ridotto ad un femminismo molto conservatore.

Come pensa si debba intervenire sulla cittadinanza,affinché la società sia più equa?


(...) Io credo che sia assolutamente indispensabile aprire la possibilità della partecipazione per il controllo democratico degli attuali sistemi di potere. Dal Laboratorio che abbiamo chiamato di Giornalismo e Comunicazione per la Cittadinanza Plurale, stiamo lavorando su come possiamo sviluppare strumenti per partecipare a questo controllo democratico  e tirare fuori il meglio da ogni persona, non soltanto ciò che abbiamo appreso circa i parametri per dominare l'altro, ma anche i parametri per comprenderci, per convivere e per attuare in concreto forme di equità, di giustizia sociale e relazioni di conoscenza.

Infine, come docente di giornalismo, cosa ritiene debba cambiare nella Comunicazione in generale e nei Media di comunicazione, in particolare,affinché la percezione degli uomini e delle donne sia più equa, equilibrata e giusta?

Per quello che sto facendo e da  quello che vedo, la prima cosa che dovrebbe cambiare è il paradigma androcentrico che sta portando attualmente ad una forma di comunicazione e della conoscenza verticale, restrittiva, gerarchizzata, escludente e che si riproduce in alcune attività di genere, perché a volte, dallo stesso  genere non si mettono discussione tutti questi pregiudizi. Quindi penso che è indispensabile sostituire il paradigma verticale,restrittivo ed escludente e sostituirlo con uno orizzontale che ci permetta pensare la pluralità da diverse prospettive e avere forme di comunicazione cooperative, diffuse territorialmente.Tutto questo è possibile ed è esattamente ciò che propongono le attuali tecnologie. La tecnologia dell'informazione e della comunicazione ci sollecitano a cambiare questo paradigma, il problema è che le istituzioni  puramente androcentriche, come il mondo accademico e dei mass media, in particolare del giornalismo considerato più grave, persistono in uno schema che ha più a che fare con il XIX secolo o con la prima metà del XX piuttosto che il XXI secolo. Ci stiamo lavorando, di fatto stiamo sviluppando e applicando strumenti in Internet per cambiare questo paradigma.

*Amparo Moreno Sardá  è professora emerita di Storia della Comunicazione  del Dipartimento di Giornalismo e Scienze della Comunicazione presso l'Università Autonoma di Barcellona e direttora del Laboratorio di Giornalismo e Comunicazione per la cittadinanza plurale. La critica all' androcentrismo del pensiero accademico e del giornalismo l'ha portato all'utilizzo di risorse digitali per costruire spiegazioni non androcentriche,pluraliste, posizionate, distribuite territorialmente, in Rete e in forme cooperativistiche


(traduzione di Lia Di Peri)


Con la a


                                                                       

martedì 3 luglio 2012

La violenza contro la donna

da Esther Pineda, sociologa  (autora del libro "Roles de género y sexismo" )


 La violenza nelle nostre società, può definirsi una sociopatia che affligge il corpo sociale, con la sua forma astorica e panculturale, vale a dire, che è stata presente nelle varie fasi del processo storico sociale, ma rilevata nella pluralità degli insediamenti sociali, culturali e sub-cukturali della cui esistenza siamo a conoscenza.

La violenza si è talmente naturalizzata al punto da essere considerata da alcuni, come necessaria ed essenziale per il funzionamento del sociale, ponendosi come pilastro fondamentale delle nostre società, a prescindere dalla nostra accettazione o rifiuto; si è  installata nella nostra vita, evolvendosi, massificandosi,conseguenza di una crescente e progressiva sua  istituzionalizzazione strutturale.

Di fatto, la violenza emerge solo nelle condizioni di disuguaglianza, per cui compie una funzione sociale, che si concretizza nel controllo e dominio di ogni alterità, l'"altro",inteso come diverso e, quindi, secondo la logica organizzativa della nostra società, come gerarchicamente inferiore.

Per questo, la violenza si costituisce come mezzo risetto al fine, il quale è l'approfondimento dei rapporti di potere, mediante la svalutazione del soggetto violato e la sua considerazione come inferiore,debole, insicuro, bisognoso di protezione.

La violenza contro la donna è stata invisibilizzata e naturalizzata, fino al punto da renderla incensurabile, ma al contrario,si erge come costitutiva del complesso sociale, nel quale la donna sarà vittima di molte e ripetute forme di violenza, come essere definito diverso, inferiore all'uomo e quindi vulnerabile.

Questa violenza si manifesta in due forme : come violenza diretta,cioè, quella costituita da una aggressione fisica e / o verbale, ma anche attraverso la violenza culturale, che è definita come le giustificazioni che permettono o incoraggiano le diverse forme di violenza diretta o strutturale.
Questa violenza esercitata dagli uomini, perpetrata contro la donna si istituzionalizza nella coscienza collettiva come comportamento autorizzato, accettata e persino promossa, perché la violenza negli uomini è stata definita come imperativo per il complesso patriarcale.

Così, questa legittimità della violenza si concretizzerà nell'esercizio della mascolinità, immagine distorta e normativa, che la incoraggia, la quale si manifesterà generalmente nelle situazioni in cui il soggetto maschile percepisce il comportamento libero, autonomo ed emancipatore della donna, come castrante e impegnativo: una "aggressione alla sua virilità".
Viceversa, le donne verranno socializzate a partire dall'accettazione passiva e confinamento al cerchio della violenza, di questa violenza esercitata dall'altro,sempre maschio, alla quale  si deve rispondere con la sottomissione, subordinazione e rinuncia,caratteristiche definite in precedenza  come "proprie"della femminilità a partire dai criteri biologici.

Come aggravante a questo fatto sociale,ci sarà la manifesta comprensione di questo fenomeno,inteso non come fatto strutturale, violenza collettiva o pubblica,legata alle regole, disposizioni e forme nromative- organizzative della nostra società, ma al contrario,come micro-fenomeni isolati e ripetuti, circoscritti all'ambito privato degli individui,cioè, come violenza privata o individuale,alla quale generalmente le saranno  attribuiti come fattori causali, una condizione intrinseca di cattiveria, ereditarietà genetica,o nei casi minori, conseguenza di marcate deviazioni psicologiche e comportamentali di determinati individui.


.Acercandonos

(traduzione di Lia Di Peri)

                                                                             

giovedì 28 giugno 2012

La Paternità, dal dominio alla cura

Uno degli scopi di questo lavoro è presentare la ricerca sui miti e simboli dei quali si nutrono i ruoli del padre tradizionale, che insieme formano la nostra mitologia individuale e collettiva di paternità.

Peter Szil *


Molti dei nostri concetti si perpetuano indiscutibili perché facciamo le cose  come si suole ( e conseguentemente si deve) fare. Questo processo si chiama tradizione. La tradizione è come una storia scritta con l'inchiostro invisibile,seguita alla lettera dalle persone, anche se completamente incoscienti dell'esistenza di un copione.

L'immagine del padre severo,maltrattatore è strettamente legata alla visione dell'uomo come guerriero,altro mito profondamente radicato in noi,l'identità di genere patriarcale con un concetto di paternità che al posto della cura si è identificato con il potere.

Alcune di queste figure ci sono state inculcate, altre le abbiamo create noi stessi,ma sempre sulla base di immagini esistenti.Queste possono venire a prescindere dai modelli personali che abbiamo avuto durante la nostra crescita,da leggende ancestrali e dalla moderna pubblicità.

La Paternità negli antichi miti.

Per illustrare il tema della paternità come legame con il potere, mi sembra emblematico iniziare con un'opera di Francisco Goya. Quando il re Ferdinando VII rientrò in Spagna,  affidò a Goya di immortalare le gesta gloriose della guerra contro Napoleone.

Goya dipinse allora ( tra il 2 e il 3 maggio 1808) due immagini universali che dimostrano che in guerra non ci sono eroi, solo crudeltà e vittime.

Il quadro di Goya, intitolato "Saturno che divora il suo Figlio" illustra uno dei miti più antichi che plasmano il nostro concetto di paternità, la storia di Crono nella mitologia greca, o il suo alter ego romano, Saturno. Come tutti i miti, anche questo ha  molte possibili interpretazioni, per esempio come il tempo, Cronos, divori tutto senza pietà.

La nostra figura centrale, Crono / Saturno castrò a suo tempo il padre in una rivolta dei figli che la loro madre Gea / Gaia (la Madre Terra,la prima degli dei sorti dal Caos originale) aveva avuto con il padre. Questi,Urano (il Cielo) era anch'egli figlio di Gaia,  creato da se stessa. Urano si unì con Gaia /Gea e fecondarono un certo numero di figli e figlie mostruosi. Urano li odiava e nel timore di venir spodestato, egli li gettava, man mano che nascevano, nel Tartaro,ossia nelle viscere della madre. Gea amava i suoi figli così com'erano e li incoraggiò a ribellarsi.

Anche se il protagonista di questa ribellione fu Crono/Saturno, tagliando i genitali del padre,quando gli succedette, essendogli stato predetto che qualcuno dei figli avuti dalla sposa - sorella Rea,l'avrebbe detronizzato, decise di ucciderli: divorandoli.

Solo uno si salva, grazie agli inganni della madre,che lo sostituisce con una pietra.Crono cieco com'è non distingue un figlio dalla pietra ( tipico caso del padre assente,occupato con i suoi affari di potere nel mondo,il cui contatto con i figli si limita a guardarli, a volte, neppure questo - e che una mai una volta, li ha accarezzati, tenuti per mano?)

Affermazione del Patriarcato.

Sarà il figlio superstite, Zeus o Giove, che terminerà il lavoro di strutturazione del patriarcato. Una volta adulto detronizza il padre  e si afferma come dio supremo dell'Olimpo.

Durante tutta la mitologia greca, a volte nell'Olimpo, a volte fino ai mortali, Zeus rapisce e violenta le donne ( dee o no) e lascia figli e figlie in tutto il mondo,affinché le relazioni di adesione al futuro rimanessero garantite. Nei miti non si trova nessuna indizio  della sua preoccupazione per uno di questi figl*, ma più che altro delle sue gesta.

Come constata Victoria Sau nel suo Dizionario ideologico femminista "... con Zeus si rafforza il mondo dei padri le madri vengono relegate al ruolo di contenitori obbligate a ricevere il prodotto maschile, a "cuocerlo" all'interno e a darlo alla luce, affinché gli uomini si godano il frutto di questo lavoro".

Se continuiamo a tracciare il vincolo tragico tra paternità e potere, piuttosto che di allenza del padre con il figlio,troviamo un esempio culturalmente  più vicino a noi, nell'Antico Testamento. Si tratta di Abramo che, poiché,  un'autorità glielo ordina  è disposto a sacrificare il proprio  figlio. Sarà un angelo che salverà il bambino e non la sua intuizione o l'istinto paterno.

Ma ancora più vicino a noi nel tempo,ci sono immagini che non solo ci circondano quotidianamente, ma che sono alla base della nostra cultura. Queste stesse immagini - che si presume - rappresentino un padre che per il bene dell'umanità sacrifica il proprio figlio,posso avere anche un'altra lettura (spero di non offendere la sensibilità religiosa di nessuno): un maschio adulto, a causa di un progetto che egli ha nel mondo,sacrifica il proprio figlio,senza consultare la madre, nonostante poi sarà lei ad incaricarsi di essere la madre dolorosa,piangendo, asciugandogli  le ferite sotto la croce, aspettando tre giorni per vederlo resuscitare, mentre il grido di Gesù sulla croce (" Padre, perché mi hai abbandonato?) non ottiene nessuna risposta.


Padre di cura

Piuttosto che della religione in quanto tale, io sto parlando di alcune figure  che sono alla base del nostro immaginario. Propria nella stessa religione vi è un'altra figura ben nota e molto conosciuta che potrebbe rappresentare l'archetipo del padre  curatore. Qui, c'è un padre che pur non essendo il padre biologico,prodiga le sue cure al bambino. Giuseppe, come lo chiamano gli altri uomini a Betlemme viene a sapere che Erode sta uccidendo tutti i figli maschi primogeniti. Ma lui è l'unico che dice : " lascio  tutto e andiamo via per proteggere il piccolo". In questa immagine Giuseppe, con un atto di grande umiltà, compie il  lungo viaggio dietro a Maria ed al bambino, svolgendo il proprio ruolo di genitore protettivo e di cura. E' interessante notare che esiste il culto di Dio, abbiamo il culto di Maria, quello di Gesù, ma non abbiamo il culto di Giuseppe.

I miti non solamente non sono finiti. Si stanno creando  i miti del padre non maltrattatore, non divoratore dei suoi figli, dell'uomo di cura. In primo luogo, anche se parzialmente, dobbiamo analizzare i codici visivi del maschile e del femminile.Per riconoscere questi codici non c'è niente di più illuminante dell'iconografia stabilita molto tempo fa dalla  mitologia dei nostri giorni : la pubblicità, che è profondamente sessista.

*Psicoanalista

Generomujer

(traduzione di Lia Di Peri)


                                                                

mercoledì 27 giugno 2012

Donne bruciate e sfigurate: la peggiore espressione della violenza machista

Donne bruciate con l'acido, una forma di violenza che lascia conseguenze permanenti,in continua crescita
In Argentina,  una giovane di 18 anni, gridava aiuto mentre  scendeva le scale, avvolta nelle fiamme perché il suo compagno di 38 annile aveva dato fuoco. Oggi, Daiana è in pericolo di vita.

Ore prima di questo tragico evento, Paula González (21 anni) moriva in ospedale per le gravi ustioni provocate dal suo compagno. La giovane che era incinta di tre mesi e aveva perso il bambino, ha lottato una settimana prima di morire.

In Colombia Gloria Piamba aveva chiuso la sua relazione. Uno sconosciuto le spruzzò dell'acido in strada. la temoia, i capelli e gli occhi hanno subito ustioni e le hanno lasciato il segno.Il suo ex partner non è stato condannato né arrestato.

Nel sud di Miami, l'11 giugno scorso, una donna di 34 anni, aspettava l'ex partner, che doveva riportargli il figlio di 4 anni. L'ex  compagno è arrivato da solo, le ha gettato benzina e le ha dato fuoco.

A Madrid, María Ángeles,una donna di 24 anni, è stata aggredita con acido solforico da uno sconosciuto che le ha bruciato il viso. La giovane è ricoverata in ospedale de La Paz,mentre la polizia sta indagando sul suo ex partner.

Questi recenti casi indicano chiaramente che il danno che si cerca di infliggere ad una donna supera la violenza machista dell'abuso ed anche della violenza di genere.

Lo scopo di questi attacchi è quello di lasciare una ferita indelebile sul viso e sul corpo di una donna.

" I motivi più frequenti per questi tipi di attacchi sono il rifiuto da parte delle donne alle avances sessuali o alle proposte di matrimonio"dichiara John Morrison,direttore di ASTI (Acid Survivors Trust International), un'organizzazione che indaga su questi casi drammatici che in tutto il mondo raggiungono i  1.500 l'anno.

Nel 40% dei casi le vittime sono donne al di sotto dei 18 anni e le aggressioni hanno a che vedere non solamente con problemi di coppia, ma anche con casi di vendetta familiare o di clan, quindi è frequente che siano bambine o adolescenti  quelle alle quali si vuole rovinare la vita.

 Di recente il caso di Patricia Lefranc, aggredita con acido solforico nel 2009 che le ha  lasciato conseguenze  permanenti sulla sua vita, ha avuto un finale insperato: il suo  ex compagno, Ronald Remes, autore dell'aggressione è stato condannato a 30 anni di carcere.

Le conseguenze fisiche e psicologiche di questi attacchi richiedono che la legislazione di ciascun paese debba contemplare la crudeltà di questa forma di violenza che supera ogni limite.

Come spiega ad ElPaís.com la direttora della Fondazione Quemado a Bogotà, Linda Guerrero,le vittime di queste attacchi " hanno bisogno di molte operazioni di ricostruzione e impianti di pelle. Tutte sono state aggredite sul viso, dove i segni sono più visibili e molte hanno perso l'occhio.
E rimangono colpite per sempre a tal punto, che hanno paura ad uscire da sole, vivono una depressione permanente e la loro sfigurazione produce rifiuto in vari settori della società.
infobae.com

(traduzione di Lia Di Peri)