venerdì 8 febbraio 2013

Queer : Storia di una parola

di Beatriz Preciado


Per chi è cresciuta come bambina lesbica negli anni immediatamente successivi a Franco è difficile adattarsi al successo dell'esplosivo "queer"e alla sua trasformazione in "culturalmente chic".

Ci fu un tempo in cui la parola "queer" era solo un insulto. Nella lingua inglese, dalla sua nascita nel XVIII secolo, "queer" fu usato per designare quella o quello, che per il suo inutile stato, sbagliato,falso o eccentrico poneva in discussione il buon funzionamentoi del gioco sociale. Erano “queer” il truffatore, il ladro, l'ubriaco, la pecora nera e la mela marcia, ma anche tutti coloro che per la loro particolarità o stranezza non potevano essere immediatamente riconosciuti come uomo o donna. La parola "queer" non sembrava tanto definire una qualità dell'oggetto a cui si riferiva, quanto  indicare l'incapacità del soggetto che parla di trovare una categoria nel campo della rappresentazione che corrisponda alla complessità di ciò che intendiamo definire. Pertanto,fin dal principio, “queer” è piuttosto il segno di un fallimento nella rappresentazione linguistica, che un semplice aggettivo. Né questo, né quello, né carne né pesce ... "queer". Che in qualche modo equivale a dire: quello che io chiamo "queer" è un problema per il mio sistema di rappresentazione, è un disturbo, una strana vibrazione nel mio campo visivo, che deve essere bollata con l'offesa. Fu necessario sospettare del “queer”, come si sospetta di un corpo che per la sua semplice presenza offusca i confini tra le categorie precedentemente divise dalla razionalità e dal decoro. Nella società vittoriana che difendeva i valori dell'eterosessualità come asse della famiglia borghese e base della  riproduzione della nazione e della specie,  "queer" è servita per nominare anche i corpi che sfuggivano all'istituzione eterosessuale e alle sue regole. La minaccia veniva in questo caso, da quei corpi che per il tipo di rapporto e produzione del piacere mettevano in discussione le differenze tra maschile  e femminile, ma anche tra l'organico e l'inorganico,l'animale e l'umano. Erano “queer”gli invertiti, il gay e la lesbica, il travestito, il feticista, il sadomaso e lo zoofilo. L'insulto "queer" non aveva un contenuto specifico : riuniva tutti i segni dell'abietto. Ma la parola in realtà serviva per tracciare un limite all'orizzonte democratico: colui che chiamava un altro " queer"stava comodamente seduto in un sofà immaginario della sfera pubblica in un tranquillo scambio comunicativo con i suoi euguali eterosessuali, mentre confinava il “queer al di là dei confini dell'umano. Spostato al di fuori dello spazio sociale il “queer” era condannato al silenzio ed alla vergogna.
Ma la storia politica del pregiudizio è anche la storia del cambiamento dei suoi usi,dei suoi utenti e dei contesti del discorso. In poco meno di due secoli la parola "queer" è cambiata completamente nell'uso, utente e contesto.
Si dovrà aspettare fino alla metà degli anni'80 del secolo scorso, quando spinti dalla crisi dell'AIDS, una serie di microgruppi decideranno di riappropriarsi dell'ingiuria "queer"per farne un luogo di azione politica  e di resistenza alla normalizzazione. Gli attivisti di gruppi come Act Up (di lotta contro l'AIDS),Radical Furies o Lesbian Avangers decisero di torcere il collo all'ingiuria "queer" e trasformarla  in un progetto di critica sociale  e di intervento culturale. Ciò che stava cambiando  era il soggetto dell'enunciazione: non era più il signorino etero che chiamava l'altro " frocio,adesso, il finocchio, la lesbica e il trans si autonominavano "queer"annunciando una deliberata rottura con la norma. L'intuizione era presente dalle rivolte omosessuali degli anni'70. Guy Hocquenghem, per esempio,aveva smascherato già il carattere storico e costruito dell'omosessualità :"La società capitalistica fabbrica l'omosessuale come produce il proletario,stimolando in ogni momento il proprio limite.L'omosessualità è una costruzione del mondo normale. "
Non si trattava più di chiedere tolleranza e tenere un basso profilo per avere accesso alle istituzioni eterosessuali del matrimonio e della famiglia, ma di affermare il carattere politico ( se non di polizia) delle nozioni di omosessualità ed eterosessualità sfidando la sua validità a delimitare il campo del sociale.

Con questa svolta, la parola "queer" cessò di essere un'offesa per diventare un segno di resistenza alla normalizzazione, cessò di essere uno strumento di repressione sociale per diventare un indice rivoluzionario.
Il movimento "queer" è post-omosessuale e post-gay. Non si definisce più né rispetto alla nozione medica di omosessualità né si conforma alla riduzione dell'identità gay ad uno stile di vita accessibile alla società di consumo neo-liberale. Si tratta pertanto di un movimento post-identitario: "queer non è un'identità multiculturale, ma una posizione critica attenta ai processi di esclusione e di emarginazione generate da ogni finzione identitaria. Il movimento "queer"non è un movimento di omosessuali né di gay, ma di dissidenti di genere e sessuale che resistono contro le regole imposte dalla società eterosessuale dominante, attento anche ai processi di normalizzazione e di esclusione interni alla cultura gay: marginalizzazione delle lesbiche, dei corpi transessuali e transgender, dei migranti, dei /delle lavoratori/trici sessuali. Perché per torcere il collo al pregiudizio è necessario qualcosa di più che essere stato oggetto dello stesso. Il bla-bla di un finocchio conservatore non è più "queer" del bla-bla di un etero-conservatore. Sorry. Essere checca non basta per essere "queer", bisogna sottoporre la propria identità a critica.Quando si parla di teoria "queer" per fare riferimento ai testi di Judith Butler, Teresa de Lauretis, Eva K. Sedgwick e Michael Warner si parla di un progetto critico ereditato dalla tradizione femminista e anticoloniale che mira all'analisi e decostruzione dei processi storici e culturali che hanno portato all'invenzione del corpo bianco eterosessuale come finzione dominante in Occidente e all'esclusione delle differenze fuori dal campo della rappresentanza politica. Forse la chiave per il successo del "queer"di fronte alla difficoltà di pubblicare o produrre discorsi o rappresentazioni che provengono dalla cultura frocia, lesbica, transessuale, anticoloniale,postporn e del lavoro sessuale risiede purtroppo nella sua disconnessione  dai  contesti di oppressione politica a cui la parola "queer" si riferisce in inglese. Se si considera che l'efficacia politica del termine "queer" deriva proprio dall'essere la riappropriazione di un'ingiuria e di un uso dissidente di fronte al linguaggio dominante, si dovrà accettare che questa   dislocazione non viene agita quando si introduce in altre lingue. Sfuggiamo al brutale movimento di decontestualizzazione, ma ci priviamo anche della forza politica di questo gesto. Questo forse spiega perché molti dei nuovi fans che vogliono identificarsi come "queer"non sono però disposti ad identificarsi come "transessuali", "sadomasochisti" "tarati" o "lesbiche". Sarà necessario in ogni caso ridefinire i contesti d'uso, modificare gli utenti e in particolare mobilitare i linguaggi politici che ci hanno costruito come abietti... in caso contrario la teoria "queer" sarà semplicemente 'parole, parole,parole...

parole de queer

(traduzione di Lia Di Peri)

martedì 29 gennaio 2013

Cosa si gioca la Francia nel Mali?

di Luis Zhu.




 La spettacolare presa degli ostaggi dell'impianto di gas algerino può aver contribuito forse a rafforzare l'immagine distorta del terrorismo nell'immaginario collettivo. Tuttavia ha contribuito anche una delle chiave del conflitto: le risorse naturali in Nord Africa.
Come tutte le invasioni occidentali nel continente,dietro la magniloquenza di parole come "civiltà", "progresso" o "pace",ci sono solamente interessi economici.
Nel caso della Francia,le società  di punta sono molto ben posizionate in settori chiave dell'economia malese. La multinazionale Orange ontrolla il settore della telefonia, la Dagris ha una posizione privilegiata in seguito alla privatizzazione del monopolio statale Società Mali per lo Sviluppo del Tessile ( contribuiva 15% del PIL) e Bouygues domina il settore elettrico e una parte importante delle attività di estrazione dell'oro - il Mali è il terzo produttore di oro in Africa. Tra l'altro, la ONG Human Rights Watch riferisce che nelle miniere del Mali si lavora con manodopera infantile,fino a 40.000 bambini e in condizioni estremamente precarie, senza che  la Francia abbia  mosso un dito per porvi rimedio.

Trattamento a parte merita il caso di Areva, gigante statale per la produzione di uranio. La compagnia francese sfrutta due grandi giacimenti nel nord del Niger-vicino di casa del Mali- da cui trae il 30% dell'uranio consumato Francia.Il paese gallico è anche il paese più dipendente dal nucleare:  il 70% dell'energia elettrica proviene da questa fonte. Le ricerche indicano che nel nord del Mali, vicino al confine con il Niger, vi sono consistenti giacimenti di uranio.

Nel 2007 una rivolta Tuareg fu utilizzata dal governo del Niger per porre fine al monopolio francese dell'uranio - accusando l'Areva di stare dietro la rivolta. Non c'è da stupirsi che la ribellione tuareg nel gennaio 2012, nella quale presero il nord del Mali e che ha innescato i successivi eventi ha portato l'occasione di rimediare all'errore fatto allora. Adesso, la Francia interviene direttamente perché vuole garantirsi un' influenza dopo il conflitto.
A Hollande interessa parlare di un concetto monolitico di "terroristi", con riferimento alle varie milizie in lotta per nord del Mali, ma è certo che la composizione etnica è molto complessa - a causa dei confini artificiali del colonialismo, anche se la maggior parte sono musulmani con diverse interpretazioni dell'Islam. Qui, la "guerra al terrore" è  figlia naturale  del colonialismo e dell'imperialismo.


Il conflitto in Mali sarà lungo - ora con la Francia e, poi,insieme ad alcuni paesi africani- ma non finirà bene. In primo luogo devasterà un paese già impoverito dopo la crisi del debito degli anni '80 e i piani di austerità neoliberisti dell'FMI e della Banca Mondiale che ha moltiplicato il debito del paese.
In secondo luogo, andrà ad alimentare l'odio verso i paesi occidentali,che può incentivare nuovi attacchi contro la popolazione civile.
In terzo luogo, se Hollande consegue i suoi obiettivi, nulla andrà a beneficio della maggior parte della popolazione europea, africana e mondiale, solamente ad una minoranza, che sarà in grado di fare più affari sulla terra bruciata che avrà lasciato la guerra.
Perché in fondo, questa è una guerra imperialista in più. Cioè, in un contesto di crescente competizione economica in Africa - ricordiamo che la Cina si sta posizionando  velocemente nell'est e centro Africa -  le ex potenze coloniali, quando non hanno nessuno con cui negoziare, non  esitano ad usare le armi per difendere i loro saccheggi delle risorse naturali e l'accesso ai mercati africani. Vale a dire, la guerra come continuazione della politica capitalista.


En lucha

(traduzione di Lia Di Peri)

giovedì 17 gennaio 2013

Di presidenti, candidati, ricchi, famosi, Satiri e Predatori

di Nuria Varela.




Due notizie coincidenti, nello stesso giorno e nello stesso giornale. La prima in copertina : " La stella della BBC,Jimmy Savile abusò di 214 persone". La seconda in una pagina interna: " Dominique Strauss-Khan, il crepuscolo di un satiro".

Nel primo caso, è la storia di come Jimmy Savile,stella della televisione britannica e decorato dalla Regina per il suo lavoro di beneficenza, morto nel 2011, acclamato come un eroe nazionale, in realtà era un predatore sessuale, come si legge testualmente nel rapporto della Polizia metropolitana di Londra. Tra le sue vittime, soprattutto bambini,la più giovane aveva 8 anni,la più grande, 47 anni.
 I fatti di cui si racconta nella notizia sono un elogio all'impunità, un dettagliato viaggio nel cuore di una società che chiude gli occhi se i delinquenti sono ricchi e famosi e, soprattutto, se i loro crimini sono di natura sessuale. Solo alcuni dettagli che, al di là della cifra, indicano davanti a quali tipi si chiudono tutti gli occhi, orecchie e bocche:

" Gli abusi (...) si produssero in più luoghi, comprese le struture della BBC e in 14 ospedali, uno dei quali per malati terminali(…) Si teme che gli ospedali decisero di chiudere un occhio, perché il presentatore era una macchina da soldi per quel centro di salute. Faceva costantemente maratone e visitava le istituzioni per raccogliere soldi per i bisognosi  (…) La Procura inglese ha ammesso che avrebbe potuto processarlo per i suoi crimini, di almeno tre vittime se avessero preso le loro denunce più seriamente…”
Non solo i fatti, anche le parole scelte dal giornalista sono dannose:

" Diversi lavoratori della BBC assicurano che gli eccessi di Savile erano il segreto di Pulcinella”…


Eccessi? Le violazioni sono eccessi?

Anche nella seconda notizia,le parole scelte per raccontare la vita di  Dominique Strauss-Khan sono dannose. La storia inizia così:

" Sempre con una guglia nel bagaglio a mano, egli crapula.(…) -Crápula, secondo la Real Accademia Spagnola " uomo dalla vita  licenziosa"- Tuttavia ricco e seduttore a modo suo,Dominique,63 anni,sembrava avvezzo ad usare il libretto degli assegni, da quando concluse che  l'innamoramento è una cosa e l'accoppiamento a catena, che tanto gli piace,altra cosae più caro  (…) I fascicoli giudiziari lo vedono come organizzatore di orgie, preventivate in 10.000 euro, per vecchio sporcaccione (…)
I tre giudici istruttori preparano il processo ad un uomo programmato per essere il presidente della Francia,ma ora affogato nell'amarezza ed abbandonato da coloro che politici o affaristi ridevano dei suoi eccessi o lo finanziavano (…) Le ragazzate di DSK era un segreto di Pulcinella.(…) L'ex presidente Nicolas Sarkozy sapeva delle pulsioni del suo rivale e aveva commentato che la dipendenza di DSK e i problemi associati a questa  lo squalificavano come candidato  Anche l'attuale presidente Hollande conosceva lo spericolato stile di vita del suo compagno di partito (…) Non pochi ricordano la caccia alle segretarie e compagne di lavoro, travolgendo con messaggi le più ribelli, approfittando dell'erotica del potere per piegare le subordinate più attraenti..."

Nessun commento, non c'è bisogno. Potete leggere l'articolo completo, ma gli esempi di complicità e impunità sono sufficienti. Basta leggere: dissoluto, seducente,vecchio sporcaccione,uomo pieno di amarezza e abbandonato, i suoi eccessi, le sue ragazzate, pulsioni, spericolato stile di vita.

DSK fu accusato il 14 maggio del 2011 a New York di aver stuprato  Nafissatou Diallo;di un tentativo di stupro a Tristane Banon, en 2003, quando aveva 22 anni e dell'accusa della procura di prossenetismo aggravato, punibile con una pena fino a sette anni di carcere.

Vecchio sporcaccione? Uguale a Silvio Belusconi? Presidente del Consiglio per ben tre volte (1994-1995, 2001-2006 e 2008-2011) del quale è impossibile raccontare nei dettagli i suoi rapporti con le donne, soprattutto con le prostitute e le minorenni.

Mentre scrivevo queste righe, mi tornava alla mente  Vladimir Putin,quando nel novembre del 2006,in un incontro internazionale e credendo di essere a microfoni spenti, esprimeva la sua "invidia"per quel "macho" del presidente israeliano, accusato di aver aggredito sessualmente varie donne che lavoravano sotto la sua direzione, anche da presidente.

" Trasmettete i miei saluti al Vostro Presidente. Forza macho! Violentare una decina di donne! Ci ha sorpreso tutti. Tutti lo invidiamo".

Vladimir Putin è stato rieletto per la terza volta, nel marzo 2012, presidente della Russia.

Non stiamo parlando delle zone più abbandonate del Pianeta.Stiamo parlando della vecchia, colta e ricca Europa. Francia, Italia, Regno Unito, Russia... La stessa Europa che si soprprende giornalmente della violenza sessuale in India (giustamente), ma è complice dei crimini sessuali a casa sua,reati di cui è incapace di chiamarli con il proprio nome.

Che nessuno si inganni: questi sono predatori delle donne e dei minori; lo sono con tutti coloro che percepiscono come più deboli; coloro che commettono tali crimini impunemente,si considerano al di sopra della legge e della giustizia.
Quelli che chiudono gli occhi, li applaudono e li votano, certi che lo stupro sia qualcosa di "invidiabile " e "desiderabile", poi, si sorprenderanno di "altre violazioni" (in senso metaforico)  delle leggi, diritti fondamentali, fondi pubblici, che gli appaiono forse, più imperdonabili, né degni di plauso.
Coloro che credono che queste sono "cose di donne", poi passano anni cercando di capire perché viviamo in un sistema politico ed economico spietato e predatore che distrugge la vita di milioni di persone in tutto il mondo ...
Così va la vita.


Nuria Varela


(traduzione di Lia Di Peri)

lunedì 7 gennaio 2013

Regime fallocatrico e neopatriarcato

 di Ángel Amaro

Sociologo e Attivista LGBTQ

Nella complessità della post-modernità liquida, il regime ultraliberale intensifica i suoi sforzi per presentarci un "patriarcato soft" o, come dice Alicia Puleo,un "patriarcato di consenso". Un sistema sesso-genere il più ingiusto ed inumano di qualsiasi altro, ma con una presenza da colletto bianco.

Quando lo sguardo maschile è il centro del Sociale siamo di fronte all'androcentrismo. Un canone maschilista che diventa un parametro o pietra di paragone. Questo androcentrismo che etichetta e mercifica, si svolge in un contesto eterosessista ( presunzione di eterosessualità obbligatoria) e al contempo fallocratico ( aspetto fallico come canone e parametro che valuta e binarizza).

La fallocrazia premia un organo sull'altro, un pratica sulle altre,un'identità sulle altre.L'etero biomaschio con fallo, penetratore e maschile sarà la materializzazione del neopatriarcato nel regime fallocratico. La fallocrazia invisibilizza certi organi e ne potenzia altri; stigmatizza alcuni e maggiora il pene. E' la fallocrazia che assegna uno status al pene sulla vagina,al seme sul flusso vaginale, al glande sulla clitoride, al prepuzio sull'imene, ai testicoli sulle ovaie.
Il neopatriarcato fa dell'eiaculazione femminile un tabù,rilevante solo per le ninfomani; trasforma la masturbazione femminile in una pratica incompatibile con il fatto di avere un partner; riduce l'apparato sessuale delle donne ad un apparato riproduttivo soggetto alla repressione delle leggi di turno e alla moralizzazione della Chiesa. Negare il diritto all'autodeterminazione delle donne è la maggiore espressione del regime fallocratico.
La guglia si erige, il gessetto punta, il bastone impone...Siamo circondati quotidianamente da forme falliche, marketing ed elementi fallocratici, che abbiamo (solitamente) interiorizzati come normali  o socialmente accettabili.
L'Impero Romano innalzò colonne per rendere omaggio agli imperatori e alle loro gesta, la Chiesa eresse chiese che salivano al cielo per raggiungere l'immensità del Regno, ,il capitalista costruisce grattacieli immensi come simbolo del suo potere economico, nei parchi delle grandi piazze vi sono potenti getti d'acqua provenienti da fonti poste in modo verticale erette per vari metri, che trasmettono potere, ecc...
La fallocrazia  storicamente ha attribuito il potere/controllo al fallo dell'etero biomaschio, sottomissione/passività ad altri organi ( vagina, ano, bocca). Espressioni come "vaffanculo" "diamo il culo" sono l'esempio lampante di come la fallocrazia stigmatizza il sesso anale e l'uso sessuale che si può fare dell'ano. Contemporaneamente passivizza la vagina e riduce le donne a meri oggetti sessuali destinate a soddisfare "l'infinita attività sessuale" del fallo, di proprietà dell'etero biomaschio, bianco, occidentale, machista e penetratore.
Il porno è fallocratico ( da qui la comparsa del post-porno e delle decostruzione critica dello stesso), perché il pene e la sua attività segna il culmine delle scene, la scienza è fallocratica perché è androcentrica ed ha uno sguardo maschile e naturalmente... la pubblicità è fallocratica perché cerca di legittimare il canone binario e soffocare l'emancipazione sessuale delle donne, vendendo cortine di fumo in un contesto di "liberazione sessuale".

Il consumismo sprofonda nei cliché sessisti per attrarre lo sguardo dell'etero biomaschio e ricordargli che ha privilegi biologici che legittimano lo status quo. La fallocrazia spiega perché vede tanto malamente la ninfomania, perché ci sono persone che colpevolizzano le donne per gli stupri, perché ci sono altri che difendono la tratta delle persone con il fine  dello sfruttamento sessuale, perché c'è chi pratica l'ablazione della clitoride a bambine di dieci anni, perché le donne fanno pipì sempre sedute,perché i preservativi femminili sono così poco commercializzati,perché le vagine sono state sempre regolamentate  dai codici penali ed i peni no, ecc...

In questo patriarcato di consenso non serve a nulla levarsi sui tacchi se la fallocrazia si eleva sopra di te come una lastra piuttosto pesante.

I valori fallocratici stigmatizzano la sessualità e i corpi delle donne ed alcuni uomini ( non dimentichiamoci che gli uomini che manifestano un'attività sessuale anale sono anche vittime della fallocrazia, per "attentare" e andare contro gli interessi del fallo dell'etero biomaschio (macho e penetratore). Si può dire, con mio sgomento, che il neo-patriarcato sta seduto in solide fondamenta che difficilmente potranno essere spazzate via se non con  un costante lavoro e a lungo raggio.
Solo una prassi femminista, da una unità di azione,potrà distruggere e decostruire i valori fallocratici,binaristi, eterosessisti ed androcentrici che nutrono da una vita il neopatriarcato del presente.


diaspora queer.blogspot.com.es/

(traduzione di Lia Di Peri)

giovedì 6 dicembre 2012

Le prigioniere palestinesi in Israele partoriscono in catene.

     
Le donne palestinesi detenute in Israele ricevono un trattamento disumano, le vengono negate le cure mediche,la rappresentanza legale e sono costrette a vivere in condizioni miserabili, comnpresa la condivisione della cella con topi e scarafaggi. La violazione dei diritti e le condizioni che trovano le donne palestinesi nelle carceri israeliane richiedono l'assunzione di una prospettiva di genere, secondo il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW).

Trentasette donne palestinesi rimangono  oggi nelle carceri israeliane, per un totale di 7.500 detenuti,soprattutto per motivi politici,per lo più membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Circa 10.000 donne sono state arrestate o detenute nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani dal 1967, su più di 700.000 prigionieri palestinesi.

Fabrizia Falcione,responsabile dei diritti umani delle donne per il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM), ha dichiarato che è fondamentale rivelare il volto umano dietro questa violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale,per trattare la difficile situazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui donne e bambini.
Un'intervista a Vienna di  Mehru Jaffer, dell'Inter Press Service (IPS), alla funzionaria, pubblicata in  The Electronic Intifada in data 11 marzo 2011, fu la 18.ma notizia più censurata salvata quest'anno da Project Censored.

Il lavoro della Falcione prevede la fornitura di assistenza legale e di rappresentanza per le donne in carcere, il sostegno psico-sociale alle famiglie dei prigionieri e la preparazione per il rilascio e il reinserimento dei detenuti nella famiglia e nella società. 
L'assoluta urgenza di affrontare specificamente i diritti delle donne detenute è stata sollevata da Falcione, nella settimana dell'intervista, nel corso di un convegno internazionale incentrato sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, nella prima riunione di questo genere organizzata dalle Nazioni Unite.


 


                                

Fabrizia Falcione: "E una brutta situazione quella sofferta dalle donne e bambini palestinesi nei centri di detenzione israeliani. In termini numerici,le palestinesi prigioniere  politiche  e detenute nelle carceri israeliane sono meno rispetto alle centinaia di migliaia di palestinesi maschi prigionieri politici. Tuttavia, la loro situazione come recluse è peggiore di quella degli uomini. "
"La situazione, la condizione e le violazioni che le donne affrontano carceri israeliane debba essere affrontata da una prospettiva di genere. Attualmente il numero di donne detenute è molto meno rispetto a prima, ma le donne e le ragazze continuano ad essere arrestate, i loro bisogni particolari continuano a essere trascurati e  i loro diritti violati".

"Tra i problemi fisici e psicologici affrontati dalle donne detenute - ha dichiarato la funzionaria dell'Onu -  vi sono  la negligenza medica e la mancanza di servizi medici specializzati nella prevenzione e nel trattamento delle malattie delle donne. Attualmente le prigioniere sono detenute principalmente in due carceri israeliani, a Hasharon e Damon, che si trovano al di fuori dei territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) in violazione dell'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra.

"Ex prigioniere palestinesi di entrambe le carceri e parenti delle donne attualmente in carcere dicono che le celle sono infestate dagli insetti, in particolare scarafaggi e roditori.Un ex detenuta rilasciato all'inizio di quest'anno, ha detto: 'E' difficile descrivere la cella, non posso. E' come una tomba sotterranea ... Ci sono così tanti insetti nella cella, le coperte che coprono i materassi sono umide ed emanano un odore terribile.Le acque di scarico straripano. Riuscivo a malapena a fare le mie abluzioni per pregare. '
Al di là della salute in generale,non c'è supporto ginecologico. Le donne necessitano di cure mediche regolarmente, che è il loro diritto durante il parto,come riconosciuto dalla CEDAW [Comitato per l'eliminazione della discriminazione contro le donne]. La stragrande maggioranza delle donne prigioniere politiche palestinesi nelle carceri israeliane soffrono di vari problemi di salute. "


- E 'vero che le donne incinte sono incatenate durante il travaglio?

- E 'vero. Le donne incinte sono incatenate durante il parto e anche dopo. Vi è una totale mancanza di cure mediche, in particolare durante il parto. Le donne si lamentano che i bambini nati qui sono presi dopo due anni. Nelle carceri israeliane, i diritti delle donne detenute palestinesi sono riconosciuti, ma non rispettati.

"Le donne portano il peso delle violazioni dei loro diritti culturali e religiosi.Una ex prigioniera ha detto: " Mi hanno tolto il jilbab e mi hanno dato l'uniforme marrone  delle detenute a manica corta. Avevo chiesto una camicia a manica lunga da indossare sotto la divisa. Ma si sono rfiutati. Mi hanno trasferita in celle tra guardie  di sesso maschile con una uniforme a maniche corte... ciò che mi ha fatto male sono stati gli insulti scagliati contro di me".
"La privacy delle donne è violata e le guardie -maschi entrano nelle celle senza nessuna considerazione per le norme religiose. I prigionieri vengono contati quattro volte al giorno, anche la mattina presto e vengono inflitte punizioni se le donne dormono o non rispondono immediatamente.
L'aspetto più preoccupante è la violazione dei diritti di visita familiare. Le visite dei parenti ai prigionieri sono permesse, in teoria, due volte al mese, ma sono drasticamente diminuite in ragione del fatto che le carceri sono al di fuori del territorio palestinese occupato.

" Una visita di andata e ritorno significa un viaggio di 10 ore, non solo a causa della distanza geografica, ma anche per i controlli al movimento dei palestinesi in Israele. Se le famiglie sono in grado di fare il viaggio, è consentita  una visita di a 30 minuti, parlando attraverso una divisione vetro spesso che impedisce qualsiasi contatto fisico, anche tra madre e figlio. Questo influenza il benessere, non solamente della madre, ma anche dei bambini.La rottura delle relazioni familiari e sociali risulta grave per lo stato psicologico delle donne.

"- Qual è esattamente il reato di queste donne?
"- Molte donne sono in carcere senza processo per l'appartenenza ad organizzazioni vietate da parte di Israele, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale dello Stato. Nella prigione di Neve Terza,le prigioniere politiche palestinesi rimangono in custodia cautelare in attesa di un processo, nella sezione femminile assegnata a persone che hanno commesso reati penali, in violazione dell'articolo 85 delle minime regole delle Nazioni di trattamento dei prigionieri, che enuncia: " Gli accusati devono tenersi separati dai prigionieri condannati".  
"Ciò permette che i prigionieri israeliani minaccino ed umilino le donne palestinesi mediante abusi verbali e fisici. Alle prigioniere e detenuti palestinesi è fatto impedimento di usare nelle strutture penitenziarie oggetti come penne, materiale di lettura e di svago".




  





Cubadebate


(traduzione di Lia Di Peri)






     






giovedì 29 novembre 2012

DE-scrivere il patriarcato: il mito della passività


La tematica della violenza contro le donne, che si tratti di stupro o di femminicidio, contiene in sé stessa il concetto di “vittima/carnefice”. Binomio classico dal punto di vista psicologico: dove c’è vittima c’è carnefice, e dove c’è carnefice, c’è vittima. Il gioco delle parti è conosciuto e chiaro. La povera, debole, indifesa donna che soccombe di fronte alla cieca violenza del carnefice, impersonificato da colui che avrebbe dovuto “difenderla” e “accudirla”.

Cerchiamo di analizzare questo rapporto, dal punto di vista psicologico, per capirne le implicazioni, e per tentare di trarne indicazioni utili al suo superamento.


La donna, nella società patriarcale, è vittima designata. Non ha diritti, perché non ha autonomia. Non ha autonomia, perché non possiede indipendenza economica e psicologica. Madre e moglie, questo deve essere, e SOLO in nome di questo, può, eventualmente, richiedere il rispetto. E, al massimo, può chiedere di essere “accudita”, “difesa”. Come persona non se ne parla, infatti la società patriarcale non prevede per la donna lo status di “persona”, al massimo di madre, rispettabile come tale, e moglie, un po’ meno rispettabile, poi c’è sempre l’alternativa della “puttana” ossia di quella che non è né madre né moglie, quella non ha diritto al rispetto.

Proviamo a ribaltare il concetto: la donna ha diritto al rispetto in quanto PERSONA,  persona con una sua propria individualità, un suo progetto di vita, una realtà personale che richiede il rispetto a prescindere. 

Questo fa paura. Il patriarcato non l’accetta, la donna non è persona, è moglie, e deve essere rispettata in quanto tale, è madre, e deve essere rispettata in quanto tale, ma non è PERSONA e in quanto tale non deve essere rispettata, per cui, se una donna non rispetta il suo ruolo, e pretende di essere persona, può, anzi deve essere violata, violentata, picchiata, uccisa
.
La donna non è passiva, è soggetto attivo della propria vita e della società. La donna non è specie protetta come i panda del wwf.

La donna è persona, è soggetto sociale e politico, e la violenza contro di lei è VIOLENZA POLITICA contro la sua individualità di persona.
Il patriarcato ha la capacità di inglobare e vanificare, attraverso la mistificazione, ogni legittima aspirazione delle donne. La donna come vittima, e l’autoidentificazione delle donne stesse come vittime, fa il gioco del patriarcato.
Siamo noi stesse a doverci allontanare dal concetto di noi stesse come vittime, come “anello debole” della società, e a reclamare il rispetto che ci è dovuto come persone.

Porre l'accento sul concetto di persona e non di vittima, consente di smascherare ed impedire tutte quelle politiche securitarie, sessiste e razziste, poste in essere in questi anni, dagli enti ed organismi statali (ronde, bus rosa, ecc..). 
Politiche pubbliche che, ancora una volta, delegittimano e squalificano le donne, le rinchiudono nel cerchio vizioso di esseri vulnerabili, di fatto, continuando a inferiorizzarle, discriminarle a svalutarle come soggetti e come cittadine. Inoltre, la violenza fisica, il femminicidio sono le forme più estreme della violenza di genere che subiscono le donne in casa, sul lavoro, in tutti gli ambiti e settori della loro vita quotidiana. La struttura patriarcale e capitalista con le sue politiche dei tagli alle risorse, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilità del mercato del lavoro, leggi razziste sull'immigrazione, intensifica la marginalizzazione delle donne creando e/o mantenendo una dipendenza economica e sociale, impedendo di liberarsi da situazioni di grave conflittualità relazionale. Essere riconosciute persone ci fa soggetti di diritti e non esseri vulnerabili, bisognose di tutori. Per questo contro il binomio carnefice-vittima diciamo basta ad un sistema che si fonda sulla diseguaglianza, sulla discriminazione, sullo sfruttamento; diciamo basta ad un maschilismo protezionista, che perpetua la violenza contro le donne, che sostenta le strutture sociali androcentriche. 
Noi donne non vogliamo più sbarre protettive che servono per il controllo dei nostri corpi e per il dominio patriarcale-capitalista.

La violenza contro la donna nasce dalla paura della liberazione della donna.

Ma è dalla liberazione dal bisogno, dai mandati e privilegi patriarcali, dall'amore per noi stesse, che possiamo porre fine alle discriminazioni, alla violenza e all'odio di genere.
Il dualismo “vittima – carnefice” è un rapporto a doppia via: la vittima si fa vittima e lascia spazio al carnefice, il carnefice approfitta e accontenta la vittima. Basta con questa mistificazione.
Il rapporto vittima carnefice si basa sul senso di colpa della vittima, che, se è vittima, in fondo è colpa sua.
Già, perché la “vittima” è tale in quanto non accetta il suo destino, perché cerca di autodeterminare la sua vita, perché rifiuta, perché dice NO.
Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei femminicidi avvenga nella coppia, e che la violenza venga scatenata dal rifiuto della donna di continuare la relazione. La donna che fa una scelta di indipendenza, che rifiuta la “protezione”, che si ribella al possesso, deve pagare con la vita.
E’ la liberazione che fa scatenare la bestiale reazione del patriarcato,  che non permette deroghe alla sua sopraffazione.
Ma è il ricatto psicologico alla base di tutto, ed esso comincia molto prima che si consumi la violenza vera e propria. Comincia con l’idea che la donna, in nome di un “amore” che assomiglia più al bisogno che alla libertà, debba “sacrificarsi” per “meritare” tale “amore”.
L’”angelo del focolare” subisce ed è grata dell’attenzione dell’uomo, che attraverso tale attenzione le conferisce dignità.
Lo stereotipo della “zitella” è il più chiaro di questi meccanismi. La zitella è colei che non si è “meritata” l’attenzione e la “protezione” di un uomo!
Ma questa “protezione” non è scontata, si può perdere in qualsiasi momento, basta dar segni di insofferenza e manifestare il desiderio di camminare da sola. La protezione-gabbia, diventa violenza cieca.

La “vittima” designata ha paura. 
Paura di perdere l’”amore” dell’uomo, paura di perdere lo status che le conferisce rispetto. Paura del mondo esterno che è vissuto come estraneo e sconosciuto, non alla sua portata.
Scrive l'antropologa, Paola Tabet:
Lo statuto e il valore più o meno coincidono nel trattamento che ne fanno le società. Un rapporto di potere? Se una persona – o meglio una classe intera di persone – non ha diritto alla propria sessualità, se fin dalla nascita è destinata a entrare in un rapporto dove dipenderà da un’altra persona e in cambio del mantenimento e di una posizione di legittimità sociale dovrà dare servizi sessuali, domestici e riproduttivi, quando questa persona per di più entrerà in questo rapporto in maniera non contrattuale, ossia per essere chiari, quando questi servizi non sono oggetto di un contratto che ne definisca la misura – essi dunque non sono assolutamente quantificati – quando per di più vi è, e vi è stato in passato, la possibilità, spesso messa in atto, di costringere per mezzo della violenza questa persona a dare questi servizi, penso si possa parlare senza alcuna esitazione di un rapporto di potere. Ma il rapporto di potere è alla base dell’intera organizzazione della società. E il rapporto di potere vale anche per le forme non legittime, anche se queste si possono manifestare come forme di resistenza.
Per il momento dobbiamo constatare che il servizio sessuale delle donne per gli uomini è un fatto ovvio e indiscutibile. ( "Rapporti sociali tra i sessi e rapporti di potere" - Paola Tabet, Libera Università delle donne)

BASTA
La violenza contro le donne nasce dalla paura. NOI NON ABBIAMO PAURA.
Noi vogliamo ribaltare il rapporto patriarcale, e dire a gran voce: NON ABBIAMO BISOGNO DI VOI!!!!!!!
Solo dalla liberazione dal bisogno, dalla scelta di liberazione, dalla consapevolezza della propria individualità e dall’AMORE per NOI STESSE, nasce la rivoluzione.
Il senso di colpa, cattolico, clericale e patriarcale, ci vuole eterne vittime, bisognose di aiuto. NO GRAZIE!!!!!!!

NON ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, ma di rispetto, lo esigiamo, lo pretendiamo, ce lo prenderemo comunque, che vi piaccia o no.

domenica 25 novembre 2012

La violenza di genere e l'amore romantico

Coral Herrera Gómez spiega perché  il romanticismo è il meccanismo culturale più potente per perpetuare il patriarcato

Coral Herrera Gómez


L'amore romantico è lo strumento più potente per controllare e soggiogare le donne, soprattutto nei paesi in cui sono cittadine a pieno titolo e dove non sono legalmente di proprietà di nessuno.

Molti sanno che combinare la gentilezza con l'abuso nei confronti di una donna serve a distruggere la sua autostima ed a provocare la sua dipendenza, quindi utilizzano il binomio abuso- affetto per farle innamorare perdutamente, così da poterle dominare.

Un esempio di ciò è Kaliman, un magnaccia messicano che spiega come riesce a far prostituire le sue donne: sceglie le più povere e bisognose, preferibilmente quelle che desiderano uscire dall'inferno domestico nel quale vivono o quelle che hanno un urgente bisogno d'amore, perché sono socialmente isolate. I magnaccia seguono la sua guida alla perfezione: prima le colmano di attenzioni e regali per due mesi,facendo credere che sono la donna della sua vita e che avrà sempre denaro disponibile e soddisfare i suoi bisogni e capricci. Poi,la mette in un bordello perché " le facciano terapia " le ragazze; se si rifiuta, calci, se si arrabbia, meglio lasciare che le passi. Mai chiederle scusa. E' necessario che soffra fino a quando il suo orgoglio si sgretoli e,inginocchiandosi, accetti la sconfitta.
Il macho deve mantenersi fermo, mostrare il suo disprezzo,andar via nei momenti di estrema rabbia e non avere pietà per le lacrime di sua moglie. Questa tecnica gli garantisce che esse cedano ai suoi desideri e lavorino per lui in strada o nei postriboli; la maggior parte di esse non ha dove andare e li seguono, una volta provato il lusso, non vogliono ritornare alla povertà.

Questo racconto dell'orrore è molto comune nel mondo. Non solamente protettori e sfruttatori, ma anche molti mariti e fidanzati trattano le donne come vacche selvagge da addomesticare, affinché siano fedeli, sottomesse e obbedienti. Molti continuano a credere che le donne nascono per servire o per amare gli uomini. Ed anche molte donne continuano a crederlo.

"Per amore", noi donne ci aggrappiamo a maltrattamenti,abusi e sfruttamento.
"Per amore" ci uniamo a tipi orrendi che all'inizio sembrano principi azzurri, ma poi ci truffano, si approfittano di noi o vivono a nostre spese. "Per amore" sopportiamo insulti, violenza,disprezzo. Siamo in grado di umiliarci "per amore", mentre dimostriamo la nostra intensa capacità di amare.
"Per amore, ci sacrifichiamo,ci annulliamo,perdiamo la nostra libertà, perdiamo i nostri contatti sociali ed affettivi.
"Per amore" abbandoniamo i nostri sogni ed obiettivi; "per amore" rivaleggiamo con altre donne e ci inimichiamo per sempre; " per amore" abbandoniamo tutto...

Questo "amore" quando ci lega, ci rende vere donne, ci nobilita, ci fa sentire pure,dà senso alla nostra vita,ci dà uno status, ci eleva al di sopra dei mortali.
Questo "amore" non è solo amore: è anche la salvezza. Le principesse delle favole non lavorano : sono mantenute dal principe. Nella nostra società, che ti amino è sinonimo di successo sociale: che un uomo ti scelga, ti dia valore, ti renda madre, ti faccia signora.


Questo "amore" ci intrappola in assurde contraddizioni" dovrei lasciarlo, però non posso perché lo amo/perché col tempo cambierà/perché è quello che è".
E' un "amore" basato sulla conquista e seduzione e in una serie di miti che ci schiavizzano,come quello " l'amore può tutto" o " una volta che hai incontrato l'anima gemella sarà per sempre".
Questo "amore" promette molto, ma ci riempie di frustrazione, ci incatena ad esseri ai quali diamo potere su di noi, ci sottomette a ruoli tradizionali e ci punisce quando non ci adeguiamo ai canoni stabiliti per noi.

Questo "amore"ci trasforma anche in esseri dipendenti ed egoisti,perché usiamo strategie per ottenere ciò che vogliamo,perché ci viene insegnato che si dà per ricevere e perché ci aspettiamo che l'altro " abbandoni il mondo" così come facciamo noi. E' tanto l'"amore" che sentiamo  che ci trasformiamo in esseri spiacevoli che vomitano giornalmente accuse e rivendicazioni. Se qualcuno non ci ama come amiamo noi, questo "amore" ci rende vittime e ricattatrici ( "io che do tutto per te).

Questo "amore" ci porta agli inferi quando non siamo ricambiate o quando siamo infedeli o quando ci abbandonano: perché quando ce ne rendiamo conto siamo sole  al mondo, lontane da amiche  e amici, parenti o vicini, in attesa di un tizio che crede di avere il diritto di decidere per noi.

Quindi, questo "amore" non è amore. E' dipendenza, bisogno, paura della solitudine, masochismo: è un'utopia collettiva, ma non è amore.

Amiamo in modo patriarcale: il romanticismo patriarcale è un meccanismo culturale per perpetuare il patriarcato molto più potente delle leggi: la diseguaglianza si annidia nei nostri cuori. Amiamo dal concetto di proprietà privata e dalla base di diseguaglianza tra uomini e donne. La nostra cultura idealizzal'amore femminile come amore incondizionato, disinteressato, dedicato, sottomesso e soggiogato. Alle donne si insegna ad aspettare ed amare un uomo con la stessa devozione con cui si ama Dio o aspettiamo Gesù Cristo.

A noi donne ci insegnano ad amare la libertà dell'uomo, non la nostra. Le grandi figure della politica, dell'economia, della scienza e l'arte sono sempre stati uomini. Ammiriamo gli uomini e li amiamo nella misura in cui essi sono potenti; le donne private delle risorse economiche e proprietà hanno bisogno degli uomini per sopravvivere. La diseguaglianza economica di genere ci porta alla dipendenza economica e affettiva. Gli uomini ricchi ci sembrano attraenti perché posseggono denaro ed opportunità e perché ci hanno insegnato da piccole che la salvezza consiste nel trovare un uomo. Non ci hanno insegnato a lottare per l'uguaglianza, perché abbiamo gli stessi diritti,ma ad essere belle e ad avere qualcuno che ci mantenga, ci voglia e ci protegga,anche se ciò significa rimanere senza amicizie, anche se significa unirsi ad un uomo violento,cattivo, egoista o sanguinario.
Un esempio chiaro lo troviamo nei capi mafiosi: hanno tutte le donne che vogliono, tutte le macchine, la droga e la tecnologia che vogliono,hanno tutto il potere di attirare le ragazze sole e senza risorse e opportunità.


Questa disuguaglianza strutturale che esiste tra uomini e donne,si perpetua attraverso la cultura e l'economia. Se potessimo godere delle stesse risorse economiche e potessimo allevare i nostri bambini in comunità, condividendo le risorse,non avremmo relazioni basate sulla necessità; io credo che ameremmo con molta più libertà, senza interessi economici di mezzo. Si ridurebbe drasticamente il numero di adolescenti povere che credono che rimanendo incinte si assicurano l'amore del macho o, quantomeno,un assegno alimentare per venti anni della loro vita.

Agli uomini gli si insegna ad amare dalla diseguaglianza. La prima cosa che imparano è che quando una donna si sposa con te è "tua moglie", qualcosa come è "tuo marito", ma peggio.
I maschi hanno due opzioni: o si lasciano amare dall'alto ( maschi alfa) o si inginocchiano di fronte all'amata in segno di resa ( calabrache). Gli uomini sembramo mantenersi tranquilli mentre sono amati, dato che la tradizione gli insegna che non devono dare troppa importanza all'amore nelle loro vite, né lasciare che le donne invadano tutti i loro spazi,né esprimere in pubblico i loro affetti.


Questo contenimento crolla quando la moglie decide di separarsi e iniziare un percorso da sola. Siccome la nostra cultura vive il divorzio come un trauma,gli strumenti a disposizione degli uomini sono pochi: possono rassegnarsi, deprimersi,autodistruggersi( alcuni si suicidano,altri si aggrovigliano in qualche lotta mortale,o vanno a tutta velocità in direzione contraria)o reagire con violenza contro la donna che dicono di amare.
Così è quando entra in gioco la maledetta questione dell'"onore",l'esempio massimo della doppia morale. Per gli uomini tradizionalisti, la virilità e l'orgoglio sono al di sopra qualsiasi obiettivo: si può vivere senza amore, ma non senza onore.
Milioni di donne muoiono ogni giorno per "crimini d'onore", per mano dei loro mariti, padri, fratelli, amanti o per suicidio ( costrette dalle stesse famiglie).
I motivi: parlare con un altro uomo,essere violentata o volere divorziare. Una sola voce può uccidere qualsiasi donna. Queste donne non possono intraprendere una vita propria fuori dalla comunità: non hanno soldi, né diritti, non sono libere, né possono lavorare fuori casa. Non c'è modo di fuggire.

Le donne che si godono i diritti,tuttavia, rimangono intrappolate nelle loro relazioni matrimoniali o sentimentali. Donne povere ed analfabete, donne ricche e colte: la dipendenza emotiva femminile non distingue tra classi sociali,etnie, religioni,età od orientamento sessuale. Sono tante  in tutto il pianeta, le donne che si sottomettono alla tirannia della " sopportazione per amore".

L'amore romantico è in questo senso, uno strumento di controllo sociale ed anche un anestetico. Lo vendono come un'utopia raggiungibile, ma mentre ci incamminiamo verso di lui,cercando la relazione perfetta che ci renda felici, scopriamo che il modo migliore  per relazionarsi è perdere la propria libertà e rinunciare a tutto,al fine di garantire l'armonia coniugale .

In questa presunta armonia, gli uomini tradizionalisti vogliono donne tranquille che li amino senza perdere nulla ( o molto poco).  Le donne,quanto più sentono deteriorata la loro autostima, più si vittimizzano  e più dipendono. Di conseguenza,per la maggior parte è difficile comprendere che il vero amore non ha nulla da spartire con la sottomissione,con il sacrificio, con la sopportazione.
La coppia è il pilastro fondamentale della nostra società. Per questo,il mondo finanziario, la Chiesa, le banche, penalizzano i/le single e promuovono il matrimonio eterosessuale; quando l'amore finisce o si rompe,lo viviamo come un fallimento e come un trauma. Ci disperiamo completamente: non sappiamo separare le nostre strade,non sappiamo trattare  chi vuole allontanarsi da noi o ha incontrato un'altra/tro. Non sappiamo come gestire le emozioni: per questo è tanto frequente il crocevia di minacce, insulti rimproveri,accuse e vendette tra i coniugi.

Così che molte donne sono punite, maltrattate e uccise quando decidono di separarsi e re-iniziare la loro vita. Il numero degli uomini che non possegono gli strumenti per affrontare una separazione è molto più grande: da bambini imparano che devono essere loro i Re e che i conflitti si risolvono con la violenza. Se non lo imparano in casa,lo imparano attraverso la televisione : i loro eroi si fanno giustizia con la violenza, imponendo la loro autorità.I loro eroi non piangono, a meno che non raggiungono il loro obiettivo (come vincere una coppa di calcio o sterminare gli androidi).

Ciò che ci insegnano nei film, racconti, romanzi, serie televisive è che le ragazze degli eroi li aspettano con pazienza,li adorano, se ne prendono cura e sono disponibili a consegnarsi all'amore, quando quelli avranno tempo. Le ragazze della pubblicità offrono i loro corpi come merce; le brave ragazze dei film offrono il loro amore come premio per il coraggio maschile. Le brave ragazze non abbandonano iloro sposi. Le cattive ragazze che si credono le padrone dei loro corpi e sessualità, che si credono padrone delle loro vite o che si ribellano,ricevono sempre il giusto castigo ( carcere, malattie, ostracismo sociale o la morte).
Le cattive ragazze non vengono odiate solo dagli uomini, ma anche dalle brave donne,perché destabilizzano l'ordine "armonioso"delle cose,quando prendono decisioni e rompono i lacci.
I mezzi di comunicazione ci presentano spesso i casi di violenza contro le donne, come crimini passionali e giustificano le uccisioni o la tortura con espressioni di questo tipo: " non era una persona molto normale", "era ubriaco" " lei stava con un altro" " egli quando l'ha saputo è andato fuori di testa" se l'ha uccisa sarà stato perché " qualcosa aveva fatto". La colpa, quindi, ricade su di lei, mentre la vittima è lui. Lei ha sbagliato e merita di essere punita, egli ha il diritto di vendicarsi per calmare il suo dolore e ricostruire il suo orgoglio.


La violenza è un elemento strutturale delle nostre società diseguali, pe cui è necessario che l'amore non si confonda con il possesso, così come la guerra con gli "aiuti umanitari".In un mondo in cui si usa la forza per imporre mandati e controllare le persone, dove si esalta la vendetta come meccanismo per la gestione del dolore, dove si utilizza la punizione per correggere le deviazioni e la pena di morte per confortare gli addolorati è sempre più necessario che impariamo a volerci bene.

E' fondamentale capire che l'amore si deve basare sul 'buon trattamento'e l'uguaglianza. Ma non soltanto verso il coniuge,ma nei confronti dell'intera società. E' essenziale stabilire relazioni egualitarie, nelle quali le differenze servano ad arricchirci reciprocamente, non per sottomettere gli uni agli altri. E' fondamentale anche potenziare le donne per non vivere assoggettate all'amore, così come è essenziale insegnare agli uomini a gestire le proprie emozioni, perché possano controllare la loro ira,la loro impotenza,la loro rabbia,la loro paura e perché capiscano che le donne non sono oggetti di proprietà, ma compagne di vita.
Inoltre, dobbiamo proteggere i/le bambin* che soffrono  in casa, la violenza machista, perché devono sopportare l'umiliazione e le lacrime della loro eroina, la mamma, perché devono sopportare le urla,le botte e la paura, perché vivono nel terrore, perché si fanno orfani,perché il loro mondo è un inferno.
E' urgente porre fine al terrorismo machista: in Spagna ha ucciso più persone che il terrorismo dell'ETA. Tuttavia,la gente si indigna più per il secondo, scende in strada per protestare contro la violenza,per la cura delle vittime. Il terrorismo di genere si considera invece una questione personale, che colpisce alcune donne, per questo molta gente che sente le grida di aiuto non reagisce,non denuncia,non interviene.
Guardando le cifre ci rendiamo conto che il personale è politico ed economico: la crisi accentua il terrore, perché molte non possono impiantare la separazione e il divorzio è per le coppie che possono permetterselo economicamente. Una prova di ciò è che adesso si denunciano meno casi e spesso le donne si tirano indietro; con le tasse giudiziali approvate in Spagna, le donne più umili non si separano né denunciano: appellarsi alla giustizia è un fatto da ricche.

E' urgente lavorare sugli uomini (prevenzione e trattamento) e proteggere le donne e i/le suoi figli e figlie. Bisogna emancipare le donne, ma dobbiamo lavorare anche con gli uomini, altrimenti la lotta sarà vana. E' necessario promuovere politiche pubbliche che abbiano una prospettiva di genere completa ed è necessario che i media contribuiscano a generare un rifiuto nei confronti di questa forma di terrorismo installato in tutte le case del mondo.
E' necessario un cambiamento sociale e culturale, economico e sentimentale. L'amore non può basarsi sulla proprietà privata e la violenza non può essere uno strumento per risolvere i problemi. Le leggi contro la violenza di genere sono molto importanti,ma devono essere accompagnate da un cambiamento nelle nostre strutture emotive e sentimentali. Perché ciò sia possibile dobbiamo cambiare la nostra cultura e promuovere altri modelli amorosi che non si basino sulle lotte di potere per dominarci o sottometterci. Altri modelli femminili e maschili che non si fondano sulla fragilità delle une e sulla brutalità degli altri.
Dobbiamo imparare a rompere con i miti, a sbarazzarci dei mandati di genere,a dialogare,a godere della gente che ci accompagna nel cammino, a unirci e separarci in libertà, a trattarci con rispetto e tenerezza, ad assorbire le perdite e costruire buone relazioni. Dobbiamo rompere i cerchi del dolore che ereditiamo e riproduciamo inconsciamente e dobbiamo liberare le donne e gli uomini e coloro  che non sono né l'una né l'altro, dal peso delle gerarchie, della tirannia dei ruoli e dalla violenza.
Dobbiamo lavorare molto perché l'amore si espanda e l'uguaglianza una realtà, ma al di là dei discorsi.
Perciò questo testo è dedicato a tutte le donne e gli uomini che lottano contro la violenza di genere in tutte le parti del mondo: gruppi di donne contra la violenza, gruppi di auto-riflessione maschile, autore /autori che indagano e scrivono su questo fenomeno, artiste che lavorano per visibilizzare questa piaga sociale, politiche/tici che lavorano per promuovere l'uguaglianza, attiviste che scendono in strada a condannare la violenza, maestre/professor* che svolgono un lavoro di sensibilizzazione nelle loro aule,ciber-femministe che raccolgono firme per visibilizzare i femminicidi e promuovere leggi, i/le leader che lavorano nelle comunità per eliminare l'abuso e la discriminazione delle donne.
Il modo migliore per combattere la violenza è porre fine alla diseguaglianza e al machismo: analizzando, visibilizzando, decostruendo,denunciando e apprendendo insieme.

Pikara magazine

(traduzione di Lia Di Peri)