domenica 12 ottobre 2014

Che cosa fare con la prostituzione?

Rosa Cobo Bedia*


Che cosa fare con la prostituzione?






Il dibattito politico sulla prostituzione appare intermittente nei Media, di solito legati alle notizie che suggeriscono l'inevitabilità della sua legalizzazione. L’ultima in ordine di tempo è l'incorporazione di quest’attività, nel PIL. L'argomento che sembra avere più peso in questa discussione è la spiegazione che la legittimità della prostituzione debba essere cercata nel libero consenso delle donne prostituite. Mi concentrerò, quindi, esclusivamente su quest’aspetto del dibattito.
Tuttavia, occorre porre due questioni, prima di approcciare il dibattito: la prima è che dobbiamo distinguere nella prostituzione, il gruppo concreto delle donne prostituite in modo da poter contestare criticamente questa istituzione e, al contempo, agire politiche pubbliche per le donne prostituite. Il secondo elemento è la naturalizzazione della prostituzione, nonostante tutto ciò che questa implica: il carattere non politico del commercio sessuale.

La prostituzione è una complessa realtà sociale, sia per il crescente numero di attori e processi coinvolti intorno a questa istituzione patriarcale sia per i significati ideologici che derivano ​​dalla sua esistenza. Infatti, la prostituzione è oggi un'azienda globale legata all’economia criminale, e nella quale intervengono molti attori, che beneficiano di tale attività. Tanto che nel 2010, secondo le statistiche, la prostituzione ha generato 0,35% del PIL. Non si può negare che l’affare prostituzione si è moltiplicato nel contesto delle politiche economiche neoliberiste. Probabilmente, l’interesse collettore degli Stati patriarcali è all'origine di questa proposta. Tuttavia, i principali attori in primo luogo, sono le donne che esercitano la prostituzione e gli uomini che utilizzano i servizi di queste donne. Nell'immaginario collettivo la prostituzione è associata con l'immagine della puttana. Eppure, non c'è donna prostituita senza un uomo prostitutore. Perché il prostitutore è invisibile nell'immaginario della prostituzione? Dobbiamo riflettere sulle ragioni per cui la figura del richiedente è stata zittita, come se si trattasse di un elemento del tutto secondario in quest’opera da teatro, perché questo fatto è un chiaro indicatore del permissivismo sociale che esiste verso questi uomini. Per questo è necessario re-significare l’immaginario della prostituzione e mettere i prostitutori al loro giusto posto, vale a dire, come beneficiari e responsabili di questa pratica sociale. Dobbiamo anche far notare che, la prostituzione non è un’istituzione innocua, ma come tutte le altre, non può essere separata dalle relazioni di potere che strutturano una società.
Inoltre, questa realtà sociale non può essere intesa senza prendere in considerazione la notevole disparità economica tra la popolazione prostituita e la popolazione richiedente poiché questa disuguaglianza è essenziale per calibrare il grado di accordo che esiste in questi rapporti. Oltre il 90% delle donne prostituite, sono migranti e il traffico illegale di donne per l'industria del sesso è in aumento come una fonte di reddito per i maschi. Tuttavia, le donne occupano la quasi totalità del settore, fino al punto di diventare un gruppo maggioritario nella migrazione orientata alla ricerca di lavoro. Saskia Sassen sottolinea che la nuova economia capitalistica con le sue politiche neoliberiste favorisce l'emergere di una nuova classe di servitù. Donne emigranti, comprese le donne che si prostituiscono, formano il duro nucleo di queste nuove schiavitù. In effetti, le donne prostituite appartengono ai settori sociali più poveri e con estreme necessità economiche che cercano di migliorare la loro situazione mediante l'ottenimento di denaro facile che la prostituzione può fornire. Inoltre, per alcune donne migranti irregolari la prostituzione è vista come una delle poche uscite economiche disponibili.

La questione, quindi, ruota attorno al grado di consenso delle donne prostituite nel commercio del sesso. Qui si può già sottolineare che la libertà e il consenso delle donne che arrivano alla prostituzione sono ridotti, perché sono limitati dalla povertà, dalla mancanza di risorse culturali, dalla mancanza di autonomia e nella maggior parte dei casi dall’abuso sessuale nell’infanzia. E se ciò non bastasse, queste realtà sociali si formano all'interno delle società patriarcali, dove gli uomini hanno una posizione di dominio sulle donne.
Un contratto firmato da entrambe le parti in cui uno di esse è dominata dalle necessità, non è un contratto legittimo. Non può darsi libertà contrattuale assoluta nei sistemi sociali fondati sul dominio, perché la necessità e lo svantaggio sociale, inficiano il consenso. Pertanto, si deve rilevare che l’illimitata libertà contrattuale è parte del nucleo ideologico, più duro del liberalismo e la messa in discussione di questa libertà assoluta è uno dei tratti distintivi del pensiero critico. Le analisi che tentano di giustificare la prostituzione, come un contratto legittimo si basano su argomentazioni tipiche del neoliberismo, per la cui ideologia i contratti non dovrebbero avere limiti. Coloro che difendono la legittimità del contratto basandosi sulla volontà dell'individuo, dimenticano che libertà e volontà non sempre coincidono. Legittimare la prostituzione con quest’argomento è sottrarsi al pensiero critico.

Se si considera la prostituzione, una forma inaccettabile di vita, risultato del sistema di egemonia maschile, che viola i diritti umani delle donne per trasformare il loro corpo in una merce e in un oggetto per il piacere sessuale di altri, allora, si finirà in direzione dell’impossibilità della sua legalizzazione. In altre parole, legalizzare la prostituzione è inviare alla società il messaggio che lo sfruttamento sessuale delle donne è eticamente accettabile. E questo contribuisce a installare nell'immaginario collettivo l'idea che gli uomini hanno un diritto naturale di accedere sessualmente al corpo delle donne.


* Docente di Sociologia di Genere nella Universidad de A Coruña

eldiario.es



(traduzione di Lia Di Peri)

mercoledì 1 ottobre 2014

La giovane che non sapeva suonare il pianoforte ( e che fu assassinata da un femminicida).

Dahlia de la Cerda



Sandra ogni mattina si alzava presto, prendeva il caffè e aiutava nei lavori di casa. E’ disoccupata, ma essere disoccupata non vuol dire non essere impegnata. Tutti i giorni Sandra sbrigava i lavori domestici, sebbene siano sottovalutati dal sistema etero-patriarcale, sono lavori non meno degni che essere un bravo sportivo o avere un eccellente rendimento scolastico.
La giovane era diplomata e si era preparata per l’ammissione all’Università, ma non era stata ammessa, nonostante che il Governo avesse dichiarato che nessuna giovane che volesse accedere a un’istruzione superiore sarebbe stata fuori per mancanza di risorse. Sandra non ebbe accesso alle politiche pubbliche d’istruzione e cominciò a cercare lavoro mentre tentava, nuovamente, all’Università di Biologia, Economia aziendale, Storia o Medicina? A chi interessano i sogni di una ragazza che non era un genio nella Fisica né aveva un brillante futuro in Germania? Sandra non sapeva suonare il pianoforte, però aveva sogni, né più né meno validi dei nostri o del femminicida, che l’ha ammazzata il 27 luglio 2013. Sandra che voleva essere una modella, sognava di sfilare sulle passerelle e posare per riviste di moda. Qualche settimana prima, Javier, un ragazzo che aveva conosciuto su Facebook, le aveva promesso un lavoro come aiutante in campo. Sandra non immaginava che questo giovane le avrebbe strappato i suoi sogni, la sua vita e il suo futuro, uccidendola vigliaccamente.

Quel pomeriggio del 27 luglio Sandra uscì da casa a Ixtapaluca nello Stato del Messico. Ixtapaluca è uno dei luoghi più pericolosi per le donne in Messico. La macchina femminicida, i Governi negligenti e la misoginia istituzionalizzata hanno creato le condizioni per cui migliaia di donne muoiono per mano dei figli sani del patriarcato, che considera sua proprietà. Sandra, come ogni guerriera, usciva tutti i giorni da casa, per affrontare la macchina femminicida.
La giovane che non parlava tedesco, ma che aveva dei sogni, prese la metro e durante il tragitto pensò al promettente futuro che la attendeva nel mondo della moda, sognò di potersi pagare un’università privata. L’orologio segnava le 16:00 quando Sandra arrivò alla stazione di Tlatelolco, Javier la aspettava, si abbracciarono come se si conoscessero da una vita. Andarono al cinema e, dopo, a casa di Javier.
La voce di Sandra fu spenta ore dopo l’ingresso in quell’appartamento del decimo piano. Il suo corpo fu smembrato e buttato via come spazzatura. Non abbiamo la sua testimonianza, le sue mete non sono state raggiunte e i suoi sogni non si sono realizzati, perché un machista ferito nell’ego ha deciso di strangolarla a morte.
Javier racconta di aver fatto sesso consenziente, i periti affermano che vi fu stupro. Javier dichiara che dopo il rapporto sessuale, hanno parlato delle loro vite. Il giovane che sapeva suonare il pianoforte, cercò di impressionarla, prospettandole che si sarebbe recato in Germania e che fosse un genio della Fisica.
 QQQueste cose non interessavano la ragazza; lei valutava le conversazioni divertenti, i buoni momenti e non i meriti accademici.  Essere un genio in Fisica ti rende, per caso una persona migliore? Sandra, una giovane allegra e ironica, scherzò sulle arie di grandezza di Javier, un ragazzo sopravvalutato, un ragazzo gonfiato dagli applausi delle sue amiche ed ex fidanzate. Questo fece infuriare Javier. “ Com’è possibile che rida di me?” avrà pensato - Come si permette di burlarsi delle mie medaglie? Sono uno studente modello! Sono un eroe! Chi si crede di essere questa qui?”. Non era frustrazione e non era dolore: era l’ego ferito di un macho, lo stesso ego ferito che usano gli stupratori per giustificare i loro crimini, quando una ragazza dice di no. Nel patriarcato, noi donne, ci siamo per applaudire gli uomini, per ammirarli, per dirgli di sì. E che cosa succede se non vogliamo? E se ci appaiono presuntuosi e ignoranti? Se la loro conversazione è noiosa e vanagloriosa? Se non ci interessano? Allora, ci ammazzano.

 Il giovane che sapeva suonare il piano aveva anche la forza sufficiente per buttare a  terra Sandra con un solo colpo. Javier non solo era un ottimo musicista e studente eccezionale, ma  anche un ottimo sportivo, il che significa che i suoi pugni sono considerati in alcuni contesti legali come arma bianca. Sandra si alzò e forse nel tentativo di difendersi gli ha graffiato il viso, gridandogli arrabbiata che non avrebbe permesso a nessun uomo di trattarla in quel modo. Javier la afferrò per il collo e strinse forte. La promessa della chimica, il quasi di madrelingua tedesca e che non ha un profilo da femminicida – perché dalle nostre letture classiste e razziste, immaginiamo che il femminicida sia brutto, povero e stupido, ha stretto il collo per cinque minuti, poteva lasciarla in qualsiasi momento, cacciarla via dalla sua casa, ma non l’ha fatto: ha stretto forte il collo fino a ucciderla. Come chi, avendo ucciso poco prima una zanzara, cioè senza rimorso alcuno, Javier va a dormire. Il mattino dopo, alzatosi, si prepara a smembrare il cadavere.  Il ragazzo che nel 2006 viaggiò in Germania, rimanendo abbagliato, si è caricato cinquanta chili – fare attività sportiva ha indubbiamente i suoi vantaggi – non voleva però che crimine fosse scoperto ed era impossibile togliere il corpo di Sandra dal suo appartamento senza destare sospetti. Dopo averci pensato un momento, andò in cucina, impugnò un coltello e squartò il corpo di Sandra. I resti della ragazza che voleva essere una modella e andare all’università, furono insacchettati e sparsi in posti strategici, rendendo impossibile la sua scoperta.
Javier fuggì. Per un anno ha vissuto sotto il nome di Carlos. Ha mantenuto la comunicazione con la sua famiglia ed è stato finalmente catturato nel luglio di quest'anno. Nella sua dichiarazione, Javier ha colpevolizzato Sandra di ciò che è accaduto, ha dichiarato che non ricorda che cosa sia successo, perché era fuori di sé.  Non è raro che un giovane, che ha sempre usato un linguaggio corretto, che si è sempre espresso in termini tecnici, faccia appello a un’emozione incontrollabile e avocare la pazzia per attenuare la punizione. E 'probabile che questo genio del patriarcato abbia chiaro che un in un sistema di giustizia che ha creato le istituzioni che permettono la violenza contro le donne, agiti sistematicamente la colpevolizzazione della vittima, deviando l’attenzione dal vero problema: la violenza femminicida esercitata sul corpo di Sandra. La violenza femminicida che ha strappato i sogni di una giovane che voleva diventare una modella.
Il ragazzo che salì sul podio per ricevere la medaglia di bronzo, ha detto che per la gran parte della sua vita ha subito il bullismo, perdendo per questo il controllo di fronte alla burla di Sandra. Javier, però, non ha antecedenti di violenza, il che implica che non era un giovane predisposto alla perdita di controllo, al contrario, le persone lo conoscono come un ragazzo educato e tranquillo. Perché come  Carlos, il nome assunto durante la latitanza non si è mai messo nei guai? Perché non ha mai reagito al bullismo? Perché Javier, non ha alcun problema con l’autocontrollo; Javier è un delinquente che in un esercizio di potere ha ammazzato Sandra Camacho; è un figlio sano del patriarcato. Javier ha ucciso Sandra perché è un femminicida.
Le dichiarazioni di Javier hanno provocato l’empatia degli egemonici mass media, che lo ritraggono come una povera vittima delle circostanze, un giovane che aveva davanti a sé un brillante futuro ma che ha avuto la sfortuna di incontrare una ragazza povera, ignorante, senza aspettative.
Ci raccontano che il pianista non voleva ucciderla, però lei, stronza e senza cuore, non gli ha lasciato scelta.  Viceversa, Sandra è narrata dall’alterità, dalla precarietà, dallo squallore. L’interiorizzata misoginia impedisce di capire che, presentare Javier dalla fragilità, giustificando i suoi atti è colpevolizzare Sandra.
I valori patriarcali e capitalistici, come l’ossessione per il denaro, l’eccessiva ricerca di eccellere e la sopravvalutazione dei meriti accademici fondati sui numeri e l’accumulo delle conoscenze ci porta a credere che, il crimine sia meno crimine se commesso da un genio della fisica. Il disprezzo per chi non è conforme alle qualità socialmente ritenute degne di applausi, ci fa percepire che esistano morti meno compassionevoli di altre. La morte di Sandra non è compassionevole né per il patriarcato né per il capitalismo, perché era una giovane donna che sopravviveva dalla periferia, che lottava dalla precarietà, una giovane espulsa dal sistema educativo e dall’offerta lavorativa, mentre al contempo, il suo femminicidio è ridimensionato perché lui era produttivo, studioso e predominante.
Sandra non ha fottuto la vita a Javier: Javier ha fottuto la vita a Sandra. Il futuro di Javier non fu stroncato, Javier ha stroncato i sogni della giovane che voleva entrare all’università. La vita non ha ribaltato le valutazioni al giovane pianista, il giovane pianista ha rovesciato quelle di Sandra.  Noi donne non siamo responsabili per le violenze che si esercitano sui nostri corpi, però i pianisti, i geni della fisica, i grandi sportivi, i presidenti, i Governi, i mezzi di comunicazione femminicida, sì, sono responsabili di continuare ad alimentare la macchina femminicida.


La Critica

tradotto da Lia Di Peri


giovedì 18 settembre 2014

La condizione ideologica del silenzio nella violenza di genere






Oggi non esiste ma non è mai esistito un pronunciamento istituzionale sulla violenza di genere. Le questioni concernenti l’organizzazione della lotta contro la diseguaglianza, le strutture pubbliche idonee a prendere decisioni in questa materia o i significati sociali che potenziano la violenza non si prospettano né si sono mai prospettati come importanti per perseguire la vera eliminazione della violenza di genere.

Wright Mills ha scritto che la mancanza di questioni pubbliche non è dovuta all’assenza dei problemi, ma alla condizione ideologica della sua invisibilità. L’inerzia e il silenzio istituzionale su questo problema sono ciò che sta de-politicizzando questa lotta. E spieghiamo il perché.
L’egemonia sulla definizione su cosa sia politico, su ciò che conta o no, su quali siano le questioni pubbliche urgenti, sulle priorità e su ciò che invece può aspettare, è sempre stata contestata dal movimento femminista sin dalle sue origini. Fu dagli anni ’60, però, che molti movimenti sociali sovversivi cominciarono ad acquistare forza in questa direzione, ampliando i limiti di un presunto pluralismo nel dibattito politico e portando nella sfera del pubblico, i dibattiti sui processi decisionali, dell’imperialismo culturale o i problemi concernenti, i rapporti della vita quotidiana, che fino allora non avevano mai avuto una lettura politica. Discutere su questi problemi, comportò la loro politicizzazione, perché per la prima volta entravano nella sfera della contestazione pubblica, mettendo in discussione implicitamente questo limitato pluralismo, che gestiva la concezione tradizionale di spazio pubblico delle nostre democrazie.
Non è un caso, che  il trionfo dello slogan – durante il decennio degli anni sessanta – fu “il personale è politico”. Grazie a questo slogan, il movimento delle donne portò nella sfera pubblica, molti temi e pratiche che erano sentiti come troppo banali, private o intime, per la discussione o l’azione collettiva. La violenza di genere fu una di quelle. Fino allora una persona maltrattata dal suo partner era una questione privata che doveva rimanere nella sfera intima delle relazioni personali. Non era una questione politica. La sua visibilità aiutò a prendere coscienza del fatto che il “potere” non è qualcosa che si esercita solo a livello macro, ma anche dentro le relazioni di coppia, perché questi rapporti di potere sono espressione di modelli strutturali di diseguaglianza. Era chiaro che bisognava re-significare gli spazi del pubblico e del privato e fare sì che nel privato arrivasse la democrazia.
Per la teoria femminista fu faticoso mostrare che definizioni come “ violenza” dovevano essere contestate da una condizione di predominio maschile. Secondo quanto affermato da Liz Kelly, in uno degli studi di riferimento sulla violenza di genere, pubblicato negli anni ’90, era facile capire perché gli uomini, in difesa dei loro interessi di gruppo e come principali autori di essa, avessero limitato in gran parte, la sua definizione. Si prese coscienza che definire qualcosa è sempre problematico. C’è bisogno di una buona teorizzazione e prova empirica. Occorre, però, come afferma Marta Minow, aver  presente, che le definizioni si costruiscono socialmente, che le categorie non rientrano in modo naturale nel mondo, ma che sono caricate di pregiudizi incartati in norme culturali, in attese e valori sociali.
L’intenso lavoro dalla prospettiva femminista permise di problematizzare le definizioni dominanti e ampliarle in modo più inclusivo. La comprensione della violenza poté essere adattata gradualmente a quella che era la reale esperienza delle donne, individuando un’ampia gamma di comportamenti fisici, verbali, sessuali, emozionali e psicologici, che le donne vivevano come violenza, perché producevano sistematicamente umiliazione e disprezzo, perdita della propria autonomia fisica e mentale e una rottura dello strato più profondamente emotivo che, nei casi più gravi, poteva provocare una totale mancanza di rispetto per se stesse. Tuttavia, le ricerche femministe oggi, devono ancora affrontare le tensioni delle definizioni dominanti come quella, per esempio, di ciò che significhi, essere violentata, e di  quello che molte donne vivono come stupro anche se in silenzio. La prova empirica portata dalla letteratura femminista ha dimostrato che, molte donne rimangono in silenzio, perché prevedono la situazione di mancanza di rispetto o quella di non essere prese sul serio.
Un ambiente che promuova la libera espressione di queste esperienze di abuso è un contesto più democratico, perché aiuta a identificare e nominare questi problemi, perché aiuta a sviluppare un linguaggio normativo che nomini questa ingiustizia. Ci deve essere un contesto politicizzato e consapevole, che davvero metta in discussione le strutture di genere che governano le nostre società.
Oggi, tutto il dibattito sulla diseguaglianza di genere è andata perduto. Non c’è nessun membro del governo che lo sostenga, nessun progetto istituzionale che lo assuma e  che articoli uno schema politico diretto a eliminare le relazioni assi metriche di potere che sono radicate nella diseguaglianza di genere.
Quest’assenza del discorso, tuttavia, funziona ideologicamente, perché la mancata assunzione della violenza di genere è l’implicita assunzione della disparità di genere nell’orizzonte politico. Per questo, mantenendo il silenzio, il governo (i governi) egualmente si schiera. Prima di riformare una qualsivoglia legge sulla violenza di genere – come ha dichiarato di recente la ministra spagnola Ana Mato -  forse è più importante che si cominci ad applicarla.




(traduzione di Lia Di Peri)

martedì 26 agosto 2014

La cultura dello stupro. Guida per i signori uomini.

Dall’originale A Gentleman’s Guide to Rape Culture
di Zaron Burnett III., gionalista free-lance.


Se sei un uomo, sei parte della cultura dello stupro. 
Lo so ... che suona rozzo. Non sei necessariamente uno stupratore, però perpetui comportamenti che comunemente indichiamo come cultura dello stupro.
Sicuramente si starà pensando: “ Calmati adesso, Zanon, tu non mi conosci, compagno!" Che io sia dannato se ti lascerò continuare a dire che io sia una specie di fan degli stupri… no, io non sono quel tipo di uomo”.
Io so come  ti senti, ho dato la stessa risposta, quando qualcuno mi ma detto che ero parte della cultura dello stupro. Suona orribile, immaginate, però, di andare per il mondo, con la costante paura che potreste essere violentati. Questo è ancora peggiore! La cultura dello stupro è una merda per tutti quelli che siamo coinvolti con essa. Non ti attaccare, però, alla terminologia, non concentrarti sulle parole che ti offendono e tralasciare ciò che in realtà voglio dirti.  Il problema non è l’espressione “ cultura dello stupro”. In realtà, essa descrive il problema.










Gli uomini sono i primi artefici e sostenitori della cultura dello stupro.
Gli uomini non siamo gli unici che violiamo, come non sono le donne, le uniche vittime. Ci sono uomini che stuprano altri uomini e donne che violentano uomini, però ciò rende lo stupro, un problema maschile, il nostro problema, è che gli uomini commettano il 99% degli stupri denunciati.
Come sei  parte dello stupro? Beh, mi dispiace dirlo, ma lo sei per solo il fatto di essere un uomo.
Quando incrocio di notte in un parcheggio una donna e lei cammina davanti a me, faccio tutto quello che posso, per) non spaventarla; b) le lascio il tempo per sentirsi  sicura e a suo agio e c) se è possibile, l’avvicino amichevolmente, per farle sapere che non sono una minaccia. E lo faccio perché sono un uomo.
Fondamentalmente, mi faccio carico di questa donna che incontro per strada, in ascensore, sulle scale o, dovunque sia, lei possa sentirsi al sicuro. Voglio che si senta a suo agio, come se io non ci fossi.  Sono consapevole che qualunque donna che incontri in uno spazio pubblico, non mi conosca e, quindi, tutto ciò che vede è un uomo, improvvisamente vicino a lei. Devo tenere in conto il suo senso dello spazio e che la mia presenza possa farla sentire vulnerabile. Questo è il fattore chiave – vulnerabilità.

Non so voi, però io non passo la vita sentendomi vulnerabile. Ho dovuto imparare che le donne passano la maggior parte della loro vita sociale, con perenni e inevitabili sentimenti di vulnerabilità. Fermiamoci a riflettere un momento. Immaginiamoci di provare una costante sensazione di pericolo, come avere una pelle di cristallo.

Come tipi moderni, noi  uomini cerchiamo il pericolo. Scegliamo avventure e sport estremi, per sentirci come se fossimo in pericolo. In definitiva, giochiamo con la nostra vulnerabilità. E’ così che in modo diverso noi uomini vediamo il mondo ( attenzione, questo lo dico, tenendo presente perfettamente, che c’è una comunità dinamica di atlete che praticano sport estremi e che spesso anch’esse mettono in pericolo la loro vita. Tuttavia, le donne non hanno bisogno di impegnarsi in uno sport estremo per sentirsi a rischio.)
Io sono in sostanza astemio e potrei certamente dichiarare che sono in buona forma, il che significa che, quando  cammino solo di notte, molto raramente temo per la mia sicurezza. Molti uomini sanno esattamente ciò che voglio dire. Molte donne non sanno cosa sia muoversi liberamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte:  in realtà, l’esperienza di molte donne è opposta.
Una donna deve sempre pensare a dove sta andando, a che ora andrà, a che ora arriverà, a che ora ritornerà, che giorno della settimana sia e se sarà lasciata sola  in un punto qualsiasi… e così via, perché le considerazioni sono molto più numerose di quanto si creda. Francamente, non ho da pensare molto su ciò che devo fare, per stare attento in ogni momento della mia vita. Godo della mia libertà della quale dispongo per alzarmi e andare di qui e di là, di giorno, di notte, con la pioggia o con il sole, in qualsiasi parte della città. 
Per capire la cultura dello stupro, ricordatevi che questa è una libertà della quale  non gode almeno metà della popolazione.
Questi sono i motivi per cui cerco di usare un linguaggio del corpo molto chiaro e cerco di agire in modo tale da ridurre  le paure e le altre sensazioni che le donne possono provare a riguardo. Vi consiglio caldamente di fare lo stesso. Lo dico seriamente. E’ il minimo che ogni uomo dovrebbe fare negli spazi pubblici, perché le donne possano sentirsi a loro agio, in questo mondo che condividiamo. E’ sufficiente essere rispettosi di lei e del suo spazio.
Si potrebbe pensare che sia ingiusto che paghiamo per i peccatori, che dobbiamo cambiare le nostre abitudini per il comportamento degli altri. Sapete una cosa? Avete ragione, non è giusto. Ma la colpa è delle donne? O è piuttosto colpa di quei tizi che agiscono in modo infame e mettono noi in cattiva luce? Se ti preoccupa la giustizia, scaricate la vostra rabbia su quei tizi che fanno apparire voi  e il vostro comportamento discutibile.
Nel momento in cui un uomo è oggetto di valutazione, cioè quando si tratta di stabilire cosa sia capace di fare, una donna presumerà che siete capaci di fare. Purtroppo, questo significa che noi uomini saremo giudicati dal nostro peggiore esempio. Se pensate che questo tipo di ragionamento sia una stronzata, ditemi, come reagireste voi, se incontraste un serpente in  natura? Non lo trattereste come un serpente? Questo non è uno stereotipo: è giudicare un animale per quello che è in grado di fare e per il danno che è capace di infliggere. Semplici regole della giungla, uomo. Siete uomini e le donne vi tratteranno come tali.

La  responsabilità è vostra, questa paura, ragionevole e comprensibile, che hanno degli uomini. 
E’ vero che non l’avete creata, come neppure avete creato le autostrade. Alcune cose che ereditiamo dalla società sono utili, altre sono cultura dello stupro.
Poiché nessuna donna può giudicare giustamente le vostre intenzioni a prima vista, presupporrà che siate come tutti gli altri uomini. Nel 73 per cento degli stupri, le vittime conoscono il loro aggressore, quindi, se non possono neppure fidarsi, né giudicare precisamente le intenzioni degli uomini che già conoscono, come pretendete che si fidino di voi, un completi sconosciuti? La prevenzione dello stupro, non passa per insegnare alle donne come evitarlo, ma perché gli uomini non lo commettano.
Per prevenire gli stupri, un uomo deve capire che un “no” mai è un “sì”, che quando una donna è sotto l’effetto dell’alcol o di qualche droga, non in grado di parlare, non è un “sì” e che avere una relazione non implica un “sì” automatico. Piuttosto che concentrarci su come le donne debbano evitare di essere violentate o come la cultura dello stupro renda sospetti uomini innocenti, prestiamo attenzione a come noi uomini possiamo fare per impedire che si commettano stupri, smantellare le strutture che li permettono e modificare gli atteggiamenti che li tollerano.

Dal momento che siete parti di esso, avete il dovere di sapere cosa sia la cultura dello stupro.

Estratto dalla pagina di Marshall University’s Women’s Center:

La cultura dello stupro è l’ambiente in cui la violenza detiene una posizione predominante e nel quale la violenza sessuale contro le donne è naturalizzata e giustificata sia nei media, come nella cultura popolare. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso del linguaggio misogino, l’oggettivazione del corpo della donna e la fascinazione della violenza sessuale, creando così una società che ignora i diritti e la sicurezza della donna”.

La prima volta che una donna mi disse che ero parte della cultura dello stupro, dissentii per ovvie ragioni. Come molti di voi avrei voluto dirle “ Ehi, non capisco”, ma l’ascoltai. Più tardi, mi recai da una scrittrice, che ammiro e le chiesi di scrivere un articolo con me, in cui spiegava la cultura dello stupro a me e ai miei lettor*. Smise di rispondermi alle e-mail.
In primo luogo, la cosa m’infastidì. Più tardi, quando apparve chiaro, che in nessun modo avrei ottenuto risposta, m’incazzai. Per fortuna, evito di rispondere a caldo, così ho messo da parte la tempesta dentro di me e mi sono fermato a pensare. Ho fatto una passeggiata, una di quelle che t’illumina. Ho pensato che se tanto m’interessava la cultura dello stupro, c’era bisogno che la scoprissi da me. Nessuna donna deve essere obbligata a spiegarmi la cultura dello stupro, solo perché  io decido di sapere cosa sia. Ho visto come il desiderio che una donna mi spiegasse, scorresse in me. Anche  la mia curiosità, una caratteristica che mi ha sempre reso orgoglioso, era stata contaminata da questa presunzione androcentrica onnipresente nella cultura dello stupro. Ciò che mi aspettavo era che il mio desiderio fosse esaudito e quest’atteggiamento è un problema. Così ho iniziato a leggere e ho continuato fino a quando ho capito la cultura dello stupro e il mio posto in essa.





Aggiungo qui un elenco di esempi di cultura dello stupro.



-       Incolpare la vittima ( “ te la sei cercata”).

-       Banalizzare la violenza sessuale ( “ I ragazzi sono ragazzi”).

-       Fare battute sessualmente esplicite.

-       Tollerare la molestia sessuale.

-       Gonfiare le statistiche delle denunce di falsi stupri.

-       Pubblicare  le  abitudini sull’abbigliamento, salute mentale, motivazioni e storia della vittima.

-  Violenza di genere gratuita nei film e televisione.

- Definire la “mascolinità” come dominante e sessualmente aggressiva.

- Definire la “femminilità” come sottomessa e sessualmente passiva.

- Fare pressione sugli uomini perché raggiungano i loro obiettivi.

- Fare pressione sulle donne perché  non appaiano “ fredde”.

- Presumere che solo le donne  promiscue siano stuprate.

-  Presumere che non ci siano uomini stuprati o che siano “deboli” quelli stuprati.

- Non prendere sul serio le accuse di stupro.

-  Insegnare alle donne come non essere violentate, invece di insegnare agli uomini a non violentare.

Ora che si sa cosa sia, come si può agire all’interno di questa cultura?


-       Evitare l’uso di un linguaggio che spersonalizza e degrada le donne.


-       Alzate  la vostra voce se senti raccontare una battuta offensiva o che banalizza lo stupro.

-       - Se una tua amica ti dice che l’hanno violentata, ascoltatela e datele sostegno.

-        Mantenete un pensiero critico sui messaggi che ti arrivano dai media sulle donne, uomini, relazioni e violenza.

-       Siate rispettosi dello spazio fisico altrui, anche in situazioni occasionali.

-       Comunicate sempre con i vostri partner sessuali e non date per scontato il consenso.

-       Definite il vostro concetto di mascolinità o femminilità. Non lasciate che le costruzioni stereotipate guidino le vostre azioni.


Quali altre cose si possono fare riguardo alla cultura dello stupro, quando si verifica nella vita reale?



1.    1. Scontrarsi con gli altri uomini.
Nessuno suggerisce la violenza. In realtà, stiamo cercando di impedirla. Tuttavia, a volte, un uomo deve scontrarsi con un altro uomo individualmente o in gruppo, in determinate situazioni. Quando mi trovo in un luogo pubblico e vedo un altro uomo molestare una donna, mi fermo e faccio in modo che la donna mi veda. Voglio che lei sappia che sono perfettamente consapevole di ciò che sta accadendo e aspetto che mi dia un segnale se ha bisogno di aiuto.
A volte, la coppia, continua a litigare come se fossi invisibile, ma in altre occasioni, la mia sola presenza ha fatto allontanare il tizio se era uno sconosciuto o a spiegarsi se si conoscevano prima. La dinamica cambia. Ecco perché, mi fermo sempre, quando vedo un tizio molestare una donna in pubblico. Mi assicuro che qualsiasi donna, in quella che potrebbe degenerare in una situazione violenta, abbia la possibilità di indicarmi che ha bisogno di aiuto. Tuttavia, non faccio solo così con le donne. L’ho fatto anche in una situazione affettiva di due uomini che stavano bisticciando tra di loro.
 Ogni volta che si noti una situazione fuori controllo e, soprattutto, se si sta attaccando qualcuno o se qualcuno chiede aiuto, bisogna intervenire. Non significa entrare come un elefante in un negozio di porcellane, ma impegnarsi, coinvolgersi, prendere nota delle informazioni più pertinenti, avvisare le autorità, chiamare la polizia, ecc. Insomma, fare qualcosa.

2.    2. Correggere gli altri uomini.

Se un tizio comincia a blaterare insulti davanti a voi, si può agire, anche se non c’è nessuno della comunità sulla quale ricade l’ingiuria. Lo stesso vale, quando qualcuno utilizza un linguaggio misogino: alzate la voce, dite al vostro amico, compagno, collega, che le battute sullo stupro sono merda e che non le puoi sopportare.
Fidatevi di me: non perderete il vostro “ bollino di uomo”. Se hai più di diciotto anni e ancora ti preoccupa il marchio di uomo, non hai allora, un’idea di cosa sia una rispettabile mascolinità. Non ha nulla a che vedere con cultura dell’approvazione altrui, mentre ha molto da spartire con il “ tuo” modello di uomo e col fare  le cose giuste. Sarete sorpresi di quanti uomini vi guarderanno con rispetto, per fare quello che essi non hanno il coraggio di fare: io l’ho sperimentato tantissime volte. Non sono la Brigata della Giustizia, però ho discusso, discuto e continuerò a discutere con mandrie e greggi di ogni tipo. Più tardi, alcuni di questi tizi sono venuti vicino a me a dirmi che hanno rispettato ciò che ho fatto. Gli ho sempre risposto che ogni volta che si ripete, diventa più facile alzare la voce. Giuro che è vero.

3.    3.Fare riflettere gli altri uomini.

Facciamo un esempio. Se in un gruppo di uomini, uno comincia a urlare a una ragazza, molto semplicemente ditegli di non fare il coglione. Non vi trasformate in ’protettori’, se alzate la voce per una donna, sempre che non si tratti di raccogliere punti, nei suoi confronti. Se eviti questo, non sarai il cavaliere bianco che difende la ‘donzella’. Farai ciò che è corretto. Nessuna donna ha bisogno di un pagliaccio sessista: la molestia  è una delle peggiori manifestazioni di sessualità maschile e questi imbecilli ci fanno passare da spaventapasseri. Bisogna tagliare fuori questi stronzi.
Qualcuno mi obietterà che sto esagerando, che “ a qualche donna piace”. Potrebbe essere, ma non è questo l’importante. Anche a me piacerebbe guidare a forte velocità e, a mio nipote,fumare erba in strada, ma non siamo autorizzati. Così funziona, appartenere alla società: se trovate una donna che le piace il ‘complimento’, fatelo pure, ma a porte chiuse, non in pubblico. Rispettate, quindi, lo spazio fisico e mentale degli altri.

(…)

Quando sorgono eventi come  #YesAllWomen e le donne di tutto il mondo iniziano a condividere le loro esperienze, i loro traumi, le loro storie e i loro punti di vista personali,non dobbiamo immischiarci nelle discussioni. Dobbiamo invece ascoltare e riflettere e lasciare che le loro parole cambino la nostra prospettiva. 
Il nostro compito qui e ora è chiederci come possiamo migliorare le cose.





(traduzione Lia Di Peri)

sabato 23 agosto 2014

Il fantasma di Dred Scott vaga per le strade di Fergurson

di Amy Goodman con la collaborazione di Denis Moynihan






Migliaia di persone hanno partecipato questa settimana alle manifestazioni contro l’uccisione da parte della polizia di Michael Brown, un giovane afro - statunitense, che era disarmato, nel quartiere di Ferguson, St. Louis, Missouri. Pochi giorni prima di andare al College, Brown è morto dissanguato a causa degli spari della polizia. In pieno giorno. La polizia ha lasciato il cadavere del giovane, in mezzo alla strada per quattro ore, dietro il cordone della stessa, mentre i vicini si avvicinavano osservando la scena con orrore. I cittadini hanno protestato indignati, proteste che la polizia ha brutalmente represso. Vestiti in tenuta paramilitare e dentro veicoli blindati, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e bombe a mano e ha puntato armi automatiche contro i manifestanti. Moltissimi giornalisti e manifestanti che protestavano pacificamente sono stati arrestati.

 Le proteste si sono verificate in West Florissant Avenue a Ferguson. A quasi sette chilometri a sud dell’epicentro delle proteste, nella pace del cimitero di Calvary, riposano i resti di Dred Scott, un uomo nato schiavo, divenuto famoso per aver combattuto in Tribunale l’ottenimento della libertà. La decisione nel caso di Dred Scott, emessa nel 1857, è stata ampiamente considerata come la peggiore della storia della Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte decise che gli afrodiscendenti, schiavi o liberi, mai sarebbero potuti essere cittadini.





                                                     

                                                                

Dred Scott nacque in schiavitù in Virginia, intorno al 1799 (lo stesso anno in cui morì il presidente George Washington, un noto proprietario di schiavi in Virginia). Il padrone di Scott si trasferì dalla Virginia al Missouri, uno stato schiavista. Egli fu venduto a John Emerson, un chirurgo dell’esercito degli Stati Uniti. Nel 1847, Scott, presentò una domanda contro Emerson, davanti al tribunale di St. Louis, per rivendicare la sua libertà. Scott e la sua famiglia vinsero il giudizio e la libertà in prima istanza ma questa decisione fu poi revocata dalla Corte Suprema del Missouri. Il caso arrivò dopo alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Nella sentenza della Corte, il presidente Roger Taney, schiavista, scrisse: “ Un negro libero di razza africana, i cui antenati sono stati portati in questo paese e venduti come schiavi, non è un cittadino, in direzione di quanto stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti”. Fui così che la Corte dichiarò che tutte le persone afrodiscendenti, liberi o schiavi, non erano cittadini e mai lo sarebbero stati.

La sentenza dichiarò incostituzionale anche il Compromesso del Missouri, un accordo che lo trasformava in Stato schiavista, ma stabiliva che i territori del nord degli Stati Uniti, un paese che stava sperimentando una rapida espansione, sarebbero stati territori liberi e la schiavitù proibita. La decisione nel caso di Dred Scott, aprì questi territori alla schiavitù e fu considerata una vittoria per gli Stati schiavisti del sud. La sentenza sorprese tutto il paese. Abramo Lincoln invocò la decisione nel suo famoso discorso, noto come la "Casa Divisa". "Credo che questo governo non possa continuare in modo permanente, essendo metà schiavo e metà libero”, affermò Lincoln.
La sentenza Dred Scott avrebbe aiutato Lincoln a divenire il futuro presidente e contribuirà a spingere il paese alla guerra civile.



Il professore john a. Powell (che scrive il suo nome in minuscolo) tiene corsi su Dred Scott. Powell ed è un docente di diritto e studi afro-americani  presso l’University of California, Berkeley. Egli nota un legame tra quella terribile sentenza e i problemi che stanno attualmente attraversando gli Stati Uniti. Powell mi ha detto: “ Non abbiamo pienamente riconosciuto i negri e altre persone come cittadini a pieno titolo, come persone intere”.
Le manifestazioni a Ferguson sorgono in parte, egli dichiara, perché “ la comunità negra soffre l’eccessivo controllo della polizia e non è protetta”.

Ferguson simboleggia le profonde divisioni razziali, che persistono oggi negli Stati Uniti. Dal 1980, la città è passata da una popolazione a maggioranza bianca a una di maggioranza nera. Tuttavia, il sindaco è bianco. Il consiglio comunale è composto principalmente da persone bianche, così come il Consiglio d’Istituto. L’evento più indicativo per le proteste è forse, che cinquanta dei cinquantatré agenti di polizia siano bianchi. Il pastore Michael McBride, de Berkeley, California, si è recato a Ferguson, organizzando la comunità dopo l’assassinio di Michael Brown. Fermandosi in piedi, davanti a un blindato della polizia,  ha affermato che la violenza di quest’ultima è sistematica ed è conseguenza della “ paura irrazionale degli uomini negri. Se si ha così paura degli uomini neri, allora, non dovrebbero esserci poliziotti nelle comunità negre”.
Gli abitanti di Ferguson chiedono giustizia per Michael Brown e l’arresto di Darren Wilson, l’agente di polizia che l’ha ucciso. Diversi collettivi chiedono che un procuratore speciale s’incarichi del caso, che si ritiri da Ferguson, la Guardia Nazionale e che il Dipartimento di Giustizia dia inizio a un’inchiesta su tutti i casi in cui la polizia abbia sparato su persone non bianche, disarmate.
Dred Scott perse la causa davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1857, ma nel tempo, conquistò la sua libertà da un altro padrone. Scott, purtroppo, morì di tubercolosi, un anno più tardi, nel 1858. A pochi chilometri dal luogo dove giacciono i suoi resti, in mezzo alla nube di gas lacrimogeni, ancora riecheggia l’eco della sua vita e della sua lotta.


 democracy now

(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 15 agosto 2014

L'embrismo: un mito prodotto dalle paure machiste

di Vanessa Rivera della Fuente *







Nella mitologia greca, la Gorgone era uno spietato mostro femminile. Il suo potere era così grande, che chiunque provasse a guardarla rimaneva pietrificato. Le gorgoni sono rappresentate, a volte, con ali dorate, artigli di bronzo e zanne di cinghiale e i capelli intrecciati con serpenti.
Terrificante vero? La stessa percezione che hanno le persone del mito moderno legato allo sviluppo del femminismo: l’embrista. Essendo un mito “appropriato” nessuno l’ha mai vista, però tutti e tutte ne hanno paura. E’ la somma di tutte le paure del patriarcato e delle stesse donne rispetto alle altre.
Tuttavia, se analizziamo la questione, né l’embrista, né la femminista estremista e neppure la nazi-femminista esistono come esseri diabolici che si aggirano cercando di pietrificare gli uomini con lo sguardo o sterminarli nella camera a gas. Sono leggende metropolitane appartenenti alla mitologia patriarcale, riversata nel caldo dell’inerte ignoranza.

Definendo l’embrismo.

Digitando su Google il termine “embrismo”, la maggior parte delle definizioni sono abbastanza laconiche catalogandolo come il contrario del machismo. Seguendo la definizione, l’embrismo sarebbe il contrario del machismo, quindi, per sapere che cosa sia l’embrismo, bisogna vedere cosa sia il machismo.
Il machismo, espressione che deriva dalla parola “ macho” è definito dal Dizionario come "l’atteggiamento arrogante degli uomini verso le donne". Il machismo comprende l’insieme dei comportamenti, atteggiamenti, convinzioni, pratiche sociali e credenze volte a giustificare e promuovere le condotte percepite tradizionalmente come eterosessualmente maschili e discriminatorie contro le donne.
Se l’embrismo è l’opposto del machismo, esso sarebbe quindi, “ l’insieme di atteggiamenti e credenze destinate a giustificare e promuovere il mantenimento di comportamenti percepite come eterosessualmente femminili e anche discriminatori contro gli uomini”. Non è strano tutto ciò? Per essere un movimento così potente che soggioga e opprime gli uomini e li violenta in casa, nei campi e li giudica, il suo sviluppo teorico è molto semplicistico e, coincidenza, si definisce come un riflesso del machismo, così come il femminile è stato definito da sempre, come l’immagine speculare del maschile.
Il machismo è l’insieme d’idee, comportamenti e atteggiamenti socializzati, ampiamente appresi, con un forte rinforzo culturale, pertanto accettati e normalizzati. Il machismo, quindi, conta su un sistema che consente la sua riproduzione. Dov’è il sistema culturale, la pratica sociale, l’ossatura della tradizione, la struttura d’appoggio che permette la riproduzione del presunto embrismo? Chi dice che “ le donne sono così, è normale, è la loro natura”, quando esprimono comportamenti che le fanno guadagnare l’etichetta di embriste?
Come dichiara Beatriz Gimeno: “ C’è un movimento, un’ideologia, un pensiero, una teoria, dei testi,  che sostenga che gli uomini debbano essere sottomessi alla disuguaglianza, nella quale viviamo noi donne? Che dovrebbero essere spogliati dei loro diritti economici o politici, che debbano guadagnare meno, che si meritano di essere oggetto di violenza da parte delle donne, che debbano essere reclusi nelle loro case, lasciare il mondo lavorativo e lo spazio pubblico?”.
In quale posto esiste un sistema di dominio destinato a soggiogare gli uomini, appoggiato dalle leggi, finanziato dalla Banca mondiale, controllando il potere politico e i mass-media per mercificare gli uomini e violentarli per essere tali? L’embrismo, presumibilmente, contribuisce a mantenere un comportamento eterosessulmente femminile. Tutte le volte, che si qualifica sempre qualcuna embrista si fa perché quella donna ha mostrato comportamenti legati al maschile: violenza, aggressività, senso competitivo, ambizione di potere, ecc. L’evidente contraddizione conferma l’impronta machista del concetto. Quale sistema, ideologia, teoria, difende il mantenimento di comportamenti eterosessuali femminili? Quale sistema è nella posizione privilegiata di definire ciò che è femminile o no, ciò che è maschile o no e chi è embrista o no?
E’ penoso che dobbiamo continuare a farci del male le une con le altre con etichette inventate dal patriarcato. Come se non fossero già abbastanza le definizioni canoniche di santa, madre, vergine, strega, folle e puttana. Adesso, c’è questa moda di dire “ Io sono femminista e voglio l’uguaglianza, non come queste embriste/nazi-femministe” Il che equivale a dire “ Io sono una signora, non come queste donne sciolte, là fuori”.  Cioè “ Le altre sono quelle più cattive”. Questo patriarcato introietta l’elevata purezza. Rileva la parola “altre”, perché questo tipo di elaborazioni sono quelle che ci mantengono in una situazione di alterità che ci impedisce di costruire il “ noi”.
Perché analizzare il concetto di embrismo? Perché noi donne siamo state educate storicamente a diffidare del nostro potere, a squalificare il potere delle altre donne, per confrontarci solamente con l’approvazione maschile. L’embrismo è un’invenzione machista, affinché le donne rifiutino l’emancipazione delle altre, quando non compiacciono il patriarcato. Ci fanno credere che è male ribellarsi di fronte alla discriminazione di genere e che ci siano donne ribelli buone e donne ribelli cattive, secondo il grado di approvazione che concede il sistema patriarcale.
L’ embrismo è utilizzato per rafforzare la socializzazione negativa delle donne. Abbiamo imparato che solo sotto la protezione e la guida dell’autorità maschile, siamo sicure che dobbiamo diffidare delle altre donne, perché come diceva mia nonna, sono ruba-mariti, perché tradiscono, perché le donne sono volubili e solo sottomettendoci che arriviamo a bilanciare, controllo e tranquillità. Le embriste, allora, sono un pericolo per il sistema, perché non cercano la sua approvazione e mettono a rischio la socializzazione negativa, che permette di dividere e controllare le donne.
Le donne non hanno sorellanza con le loro pari o competono senza scrupoli per il potere, hanno una logica patriarcale nel modo di vedere il mondo, però non sono embriste. Sono riproduttrici del machismo, così come quelle che accusano di embrismo. Pertanto, il discutibile in questo caso è il patriarcato e i suoi modelli di naturalizzazione delle relazioni umane disuguali, non certo il femminismo.
Delegittimare i processi di autonomia delle altre donne è esercitare violenza simbolica, con uno stereotipo che demonizza la consapevolezza del potere delle donne, come comportamento aggressivo estremo. Chiamare embrista le altre donne è essere d’accordo che il patriarcato abbia ancora il diritto di definire e dirci quale femminismo accettare, quali siano i processi emancipatori più legittimi o no, quali donne siano brave e quali siano cattive dentro i movimenti e no. Implica che sia giusto escludere mediante etichette e stereotipi quelle donne il cui cammino verso la liberazione sembra più minaccioso rispetto a quello delle altre.
L’embrista se davvero esistesse, non sarebbe giammai un pericolo per le donne che cercano autonomia, ma per il sistema oppressivo, per gli oppressori e riproduttori e riproduttrici.
L’embrismo è il mito inventato dal machismo per non ammettere la sua paura delle donne senza paura.

 * El quinto poder

traduzione di Lia Di Peri




lunedì 21 luglio 2014

Le figlie rubate del Messico

Jennifer Clement




Lupita ha trent'anni e lavora come lavandaia in diverse case di Città del Messico. Ricorda ancora la prima volta che vide come portarono via una bambina dalla sua città. “Era molto carina” – dice. “ Era lentigginosa". "Aveva 11 anni”.
A quel tempo, Lupita aveva 20 anni. Cinque uomini arrivarono con i loro veicoli in un piccolo quartiere vicino a Dos Bocas, appena fuori il porto di Veracruz.  “ Quando uscirono dal furgoncino, tutto quello che potemmo vedere, furono le mitragliatrici che impugnavano. Volevano sapere, dove era la più bella, la bambina con le lentiggini”. Tutti sapevamo chi fosse. Se la portarono. Lei aveva ancora la sua bambola sottobraccio, quando la caricarono in un furgone come un sacco di mele. Questo è successo più di 12 anni fa. Non abbiamo più saputo nulla di lei”.
Il nome della bambina era Ruth, racconta Lupita. “ E’ stata la prima che hanno rubato. Poi udimmo che questo era successo anche in altre città” aggiunge. Gli uomini che vagavano per i villaggi, lavoravano per i cartelli della droga locali, sequestrando bambine, che diventano vittime della Tratta a scopo di prostituzione. “ Non avevano nelle nostre comunità, nessun luogo dove potersi nascondere”, spiega Lupita. “ Così scavavamo buche nella terra e se sentivamo che i narcos erano vicini, dicevamo alle bambine che entrassero nel buco, che stessero in silenzio, per qualche ora, fino a quando gli uomini si allontanassero”. Ricorda come una madre lasciò carta e penna in un buco per la figlia. “ Questo funzionò per un po’ fino a quando anche i narcos hanno cominciato a trovare le buche”, continua.  Lupita andò via dalla comunità, dirigendosi a Città del Messico in cerca di lavoro.
Negli elenchi preparati dalle agenzie governative e dalle Ong, sulle bambine scomparse in Messico, si possono leggere cose come queste:

Karen Juarez Fuentes, 10 anni. Sesso femminile. Scomparsa mentre andava a scuola ad Acapulco. Pelle bruna. Capelli castani. Occhi marrone.

Morena-Ixel Rivas, 13anni.  Sesso femminile. Scomparsa in Xalapa. Un metro e mezzo di altezza.  Peso, 50 chili.  Bruna. Viso ovale. Lacerato il lobo dell’orecchio sinistro.

Rosa Mendoza-Jimenez, 14 anni.  Sesso femminile. Scomparsa. Magra. Pelle scura. Capelli castani scuri. Non ci sono altri dati.

Le liste si sommano e continuano. Secondo le cifre ufficiali, i rapimenti sono aumentati nel paese del 31% rispetto allo scorso anno. Queste statistiche si riferiscono alle vittime che sono stati rapite in cambio di un riscatto, poiché la gente è più propensa a denunciare il reato quando è richiesto il denaro.
Tuttavia, c’è un altro tipo di violenza che non si denuncia. Quando una bambina è oggetto di “furto”. Così è chiamato questo tipo di sequestro; la catturano in strada, quando si dirige a scuola, quando esce dal cinema, ma anche nella propria casa. Nessuna richiesta di riscatto per lei. Quello che i delinquenti vogliono è il suo corpo. I cartelli della droga sanno che mentre possono vendere un sacchetto di droga solamente una volta, possono invece prostituire una bambina più volte in un solo giorno.

Per ingannare i trafficanti, le famiglie stanno ricorrendo a misure estreme. Alcune donne si nascondono in rifugi e case segrete e mascherano le facciate degli edifici perché somiglino a vetrine di un negozio.  Molte famiglie di contadini poveri hanno nelle loro capanne nascondigli segreti, dove occultare le sorelle e le figlie dalle costanti incursioni dei trafficanti. Una donna che vende collane di perline sulla spiaggia di Acapulco mi racconta di come i suoi genitori siano riusciti ad allargare un piccolo angolo, che esisteva tra la parete e il frigorifero di casa, dove avevano pensato di nasconderla, qualora i trafficanti avessero battuto la zona con i loro enormi SUV o moto. “ Ci sono state sparatorie e rapimenti, per tutto il tempo”- dichiara.  “ Non viviamo più là. Nessuno può vivere in questo paese”- finisce.
Un altro modo che hanno le donne di evitare l’attenzione dei narcos è di essere poco attraenti. Più volte ho udito madri che spiegano perché non permettano alle loro figlie di acconciarsi, truccarsi o profumarsi. Alcune aree rurali che ho conosciute durante manifestazioni e proteste a Città del Messico, deformano le loro figlie tagliandole i capelli o travestendole da maschietto.

“ Avevo detto a mi figlia, di non uscire molto”- mi racconta Sarita, di Chilpancingo, una grande città nello Stato di Guerrero “ mi ha ignorata”. Le lacrime rotolano giù per le guance di Sarita e le pulisce come se volesse cacciarle indietro. “ Abbiamo combattuto tutto il tempo, perché non si truccasse le labbra” “ Non so se sia scappata da casa volontariamente con un uomo o se l’hanno rubata". Non lo so. Andò a scuola una mattina e non è più tornata”, dice singhiozzando.

In una città del sud del paese, visito un convento del XVII secolo, dove si è stabilito uno dei pochi gruppi esistenti nel paese, che lavora in segreto per aiutare le donne a uscire da situazioni pericolose. Qui, le suore, quasi tutte settantacinquenni, tengono nascoste 20 donne con i loro figli scappate dai mariti e fidanzati.
Domando alle religiose, cosa succederebbe se qualcuno di questi uomini apparisse alla porta, con la loro banda, imbracciando fucili d'assalto AK-47. Mi rispondono senza esitazione che, tutte insieme, con i loro corpi formerebbero un muro e che morirebbero per le donne e i bambini che proteggono.
Nel monastero c'è una ragazza abbastanza sottile con i capelli castani, deve avere circa 18 anni, non di più. Il suo nome è Maria e vive lì da più di un anno. Il marito la stuprò, la prima volta, a una festa. “Rimase a guardarmi e, allora, capì che ero perduta”, racconta Maria. “ Mi nascosi in bagno per tutta la notte, mentre lui restò in piedi dietro la porta per ore e ore… Una donna non può dire di no. Infine, lasciai il bagno e lui era lì. Mi ha violentata per diversi giorni”.

Maria spiega come riuscì a scivolare attraverso una finestra mentre l'uomo dormiva e tornare a casa dalla famiglia. “ Quando mia madre mi vide entrare dalla porta, ho pensato che venisse ad abbracciarmi, invece ha preso il telefono e ha chiamato l’uomo per rivelargli dove mi trovavo. Mi ha detto che non voleva morire per causa mia. Quando, lui venne a prendermi mi picchiò selvaggiamente. Mesi dopo, una notte, mi portò nel bosco, perché lo aiutassi a disfarsi di un barile di acido cloridrico, dove era stato sciolto un corpo umano. Voleva essere sicuro che fossi sua complice”.

Non ci sono cifre esatte sul numero di donne e ragazze rubate e vittime della tratta in Messico. Nelle zone rurali, pochi confidano nella polizia, poiché spesso sono in combutta con le mafie locali, per questo molti casi di sparizione non sono registrati.
Una cosa su cui tutti concordano, organismi governativi e Ong, è che i casi di lavoro forzato, schiavitù per debiti e traffico sessuale, stanno crescendo a ritmi allarmanti. Il Governo si è impegnato a trovare metodi più efficaci contro la violenza (lo scontro diretto con i cartelli della droga, ha provocato la morte di 70.000 negli ultimi sei anni), ma deve ancora presentare un piano, qualunque sia, in questa direzione.
Lo scorso novembre, il presidente Enrique Peña Prieto ha accompagnato Rosario Robles, Ministro dello Sviluppo Sociale, in occasione dell'apertura di un centro per donne nella remota e poverissima comunità di Tlapa de Comonfort (Guerrero). “ In Messico, nel XXI secolo la peggiore espressione di discriminazione contro le donne è la violenza” ha affermato Rombles. "In questo moderno Messico ci sono tuttavia Stati dove il castigo è maggiore per aver rubato una mucca, che per aver rubato una donna”.

Nel frattempo, le famiglie continuano a chiedere giustizia con tutti i mezzi disponibili. Nella cattedrale di Xalapa, Veracruz, hanno organizzato lo scorso anno, proteste nella Giornata Internazionale della Donna. Una delle azioni è stato quella di mettere sui gradini della Cattedrale le scarpe delle scomparse con scritto i loro nomi. Accanto a un paio di sandali, 35 di piede, si poteva leggere” ce l’avete levata in vita, la rivogliamo in vita”.

“ Abbiamo smesso di portare le nostre figlie al mercato” mi dice una madre. “ Era troppo pericoloso. Lasci  un attimo la mano di tua figlia per prendere una papaya e, in un secondo, lei svanisce”. “ E’ successo a mia cugina. Si sono portati via la figlia. Ha sentito un movimento, una spinta ed è caduta a terra. L’hanno allontanata con uno spintone e hanno afferrato la bambina. Non aveva più di sette anni. Quando mia cugina ha parlato con la polizia, che si presume, dovrebbe tutelarci, un agente le disse che solo a un idiota potrebbe succedere che si portino via la figlia così”. “ Puoi averne un’altra, sei ancora giovane”.

 Nel carcere femminile di Città del Messico, Santa Marta Acatitla, le carcerate vanno vestite con uno di questi due colori: quelle già condannate di celeste, quelle in attesa di giudizio di beige. Il penitenziario si trova di fronte a quello degli uomini e i prigionieri si vedono attraverso le fessure delle pareti di cemento. Intravedono un pezzo di pelle, l’ombra di un volto, un bacio che vola attraverso un cortile di cemento e filo spinato. Agitano fazzoletti per salutarsi.

L'artista Luis Manuel Serrano organizza da oltre dieci anni, seminari di collage in carcere, aiutando le donne a raccontare le loro storie sulla base d’immagini ritagliate dalle riviste e incollarle su grandi pezzi di cartone. Serrano, spiega che la tecnica permette di esprimersi senza bisogno di  specifiche conoscenze. Le opere narrano una straordinaria quantità di racconti di donne che furono rubate e, successivamente, usate o vendute come prostitute e infine incarcerate per questo.
Racconta Serrano che il collage più spaventoso che avesse mai visto era di una giovane donna chiamata Marcela. Questa donna era di Tijuana e stava camminando dalla scuola alla fermata dell’autobus per tornare a casa, quando fu catturata e gettata dentro una macchina. Aveva 14 anni. Divenne una “ paradità” (prostituta di strada, letteralmente, colei che sta in piedi), in una rinomata zona di Tijuana, chiamata Callejón de Coahuila, dove le donne aspettano i clienti appoggiate alle pareti.

 “ Eravamo tutte piccoline”, raccontò a Serrano. “ Come lo sapevamo?” “ Bastava che ci guardassimo le une con le altre, minuscole, minuscoli seni”. Serrano mi spiega che il collage di quella donna era in bianco e nero ed era pieno di teschi. “ E’ stata l’unica volta che uno di questi lavori, mi ha messo paura”, conclude.

Quasi tutte le donne che hanno la possibilità di parlare in carcere testimoniano che la vita qui è migliore di quanto non fosse fuori. Prova di ciò è che le autorità carcerarie non rivelano alle internate quando usciranno.  (…) Serrano mi dice che le donne rimesse in libertà, spesso commettono reati per rientrare in carcere. "Qui, per la prima volta nella loro vita, molti si sentono sicure e assistite."


“L’attività principale in carcere è di farsi belle. A volte sembra quasi il maggiore salone di bellezza in Messico” aggiunge. “ Lì dentro senti l’odore della lacca, quello del solvente per le unghie e profumi; le prigioniere passano la maggior parte del tempo laccandosi le unghie, tingendosi i capelli con ogni tipo di colore e mettendosi ciglia finte.  Un paio di anni fa, alcuni membri del personale furono licenziati per avere organizzato una festa di botox in infermeria. Forse, essere belle in carcere, sembra abbastanza sicuro per le donne”.

El Mundo.es

( traduzione Lia Di Peri)