venerdì 1 novembre 2013

La prostituzione e gli uomini.


Enrique Javier Diez




La prostituzione non è il “mestiere” più antico del mondo, lo sfruttamento, la schiavitù e la violenza di genere sono le forme più antiche, che gli uomini hanno inventato per sottomettere e mantenere le donne alla nostra disposizione sessuale.
Quando si parla di prostituzione, si occulta, si protegge e si minimizza il ruolo dei clienti. Tuttavia è essenziale comprendere il punto di partenza di questa situazione: “Se non esistesse la domanda, non vi sarebbe l’offerta”. Ossia, siamo noi uomini, come classe, che manteniamo e perpetuiamo la sottomissione a questa violenza di genere, sostenendo questo "mestiere" e favorendo la socializzazione delle nuove generazioni all’" uso ".
La prostituzione si giustifica, in quanto, realtà sociale “inevitabile”, naturale e immutabile. Gli uomini di destra preferiscono che rimanga nascosta, per conservare la loro doppia morale. Quelli di sinistra, vogliono la sua legalizzazione, rivendicando la difesa dei diritti delle lavoratrici e “ per liberare il resto degli esseri umani dal giogo della morale retrograda". Entrambi gli approcci aggirano i meccanismi che stanno alla base del potere patriarcale.
Gli studi che si dedicano al tema, solitamente, ignorano questi meccanismi e agli stessi prostituenti è difficile accettare di rappresentarsi come tali. Questo rifiuto di affrontare un esame critico degli utenti della prostituzione, che sono il più importante anello del sistema di prostituzione, non è altro che una difesa tacita delle pratiche e privilegi sessuali maschili. Perciò è molto importante analizzare le ragioni che spieghino perché in una società più aperta e libera come quella spagnola dopo la fase della dittatura franchista, ci sono ancora molti uomini e giovani che si rivolgono a relazioni di prostituzione con donne o altri uomini.
Perché gli uomini si rivolgono alla prostituzione?
Maggior parte degli studi di approfondimento e di ricerca sul tema arriva a una medesima conclusione: " Un numero crescente di uomini cerca le prostitute più per dominare, che per godere sessualmente. Nelle relazioni sociali e personali sperimentano una perdita di potere e di mascolinità tradizionale e non riescono a creare rapporti di reciproco rispetto con le donne con le quali si relazionano. Sono questi gli uomini che cercano la compagnia delle prostitute, perché quello che cercano in realtà è un’esperienza di dominio e di controllo totale” [1].
Sembra come se una grande parte dell'umanità, gli uomini che si rivolgono alla prostituzione, abbia un serio problema con la propria sessualità, non essendo in grado di stabilire un rapporto di parità con le donne (più della metà del genere umano) convinti che debbano stare a loro servizio. Come se ogni volta che le donne ottengono sempre maggiori quote di uguaglianza e di diritti, questi uomini non fossero capaci di adattarsi a un rapporto di uguaglianza e ricorressero, sempre più spesso, a relazioni commerciali, con le quali pagando, ottengono di essere al centro dell’attenzione, tornando alla fase infantile d’intenso egocentrismo e di una relazione, che non comporta nessun “carico” di responsabilità, di cura, di attenzione, rispetto o equivalenza.
Una seconda importante conclusione degli studi nazionali è che la Spagna è uno dei paesi dove il “consumo” della prostituzione è il meno screditato. (…) Sembra, infatti, che ci sia un consenso sociale, non tacito ma esplicito, nel mantenere costanti strategie e forme per “alleviare” la responsabilità di coloro che iniziano, mantengono e rafforzano questa pratica.

Educare all’uguaglianza in un mondo dove la prostituzione è una professione.

Questo consenso sociale influisce nel processo di socializzazione dei bambini e dei giovani nell'uso della sessualità prostituzionale. Se a ciò aggiungiamo l’ordinamento della prostituzione come professione, creeremo delle aspettative di socializzazione, dove le ragazze imparano che la prostituzione possa essere una possibile nicchia lavorativa e i bambini apprendono che le loro compagne possono essere comprate per soddisfare i loro desideri sessuali.
I bambini che si “socializzano” in un contesto dove la prostituzione è regolata come professione, per cui è approvata socialmente ed è promossa e pubblicizzata – in una società di consumi è essenziale – impareranno che le donne sono o possono essere “oggetti” a loro disposizione, che i loro corpi e la loro sessualità si può comprare, che non sono limiti al loro uso, che possono usare anche la violenza o la forza su di esse, perché disporranno di spazi, dove avranno tutti i diritti se potranno pagarli. Per questo è profondamente contraddittorio parlare e difendere l’uguaglianza tra uomini e donne nel processo educativo dei bambini e bambine e sostenere contemporaneamente la regolamentazione della prostituzione.
Conclusione

Se vogliamo costruire realmente una società egualitaria, dobbiamo concentrarci sui mezzi di sradicamento della domanda, attraverso la denuncia, il perseguimento e la punibilità del cliente e del magnaccia. La Svezia penalizza gli uomini che comprano donne o bambini per il commercio sessuale, con la reclusione fino a sei mesi o con un’ammenda, perché definisce il crimine come " violenza retribuita ". In nessun caso si dirige contro le donne, né pretende la loro punibilità o sanzione, perché la prostituzione è considerata un aspetto della violenza maschile contro le donne, i bambini e le bambine.
Il cambiamento passa attraverso un sistema economico equo e sostenibile che integri l’uguaglianza per entrambi i sessi, per combattere le mafie e non promuovere i modelli Eurovegas. Per trasformare la mentalità di questi uomini, non solo con le multe, ma con l’educazione e sensibilizzazione nei media: affinché i diritti delle donne, smettano di essere considerati diritti di seconda classe e siano parte dei diritti umani.
Si dice che la prostituzione è sempre esistita. Anche le guerre, le torture, la schiavitù infantile. Ciò però non è prova di legittimità né di validità. Abbiamo il dovere di immaginare un mondo senza prostituzione, così come abbiamo imparato a immaginare un mondo senza schiavitù, senza apartheid, senza violenza di genere, senza infanticidio, né mutilazioni genitali femminili.
Non possiamo rinunciare all’utopia di trasformare la società e di educare alla uguaglianza.

* Enrique Javier Díez Gutiérrez è Professore di Scienza della Formazione dell'Università di León . Specialista in organizzazione educativa sta ora sviluppando il suo insegnamento e ricerca nel campo dell’istruzione interculturale, di genere della politica educativa.

revista.con la A



martedì 22 ottobre 2013

E’ compatibile essere femminista e avere la cameriera?

di Beatriz Gimeno

Beatriz Gimeno considera prioritario discutere su come interviene la logica patriarcale e capitalista nell’assunzione delle donne delle pulizie. E’ possibile rivalutare questo lavoro e slegarlo dal genere?

Avevo  già in mente di scrivere sul lavoro domestico retribuito quando, leggendo il libro “Come essere donna “ di Caitlin Moran, che mi avevano consigliato alcune amiche, ho trovato quest’opinione dell’autora: "Avere una cameriera non ha nulla a che fare con il femminismo " (p. 99). Mi sono accorta che questa è un’opinione diffusa, molte delle mie amiche femministe la pensano così. Al tempo stesso rivedendo alcuni testi, ho scoperto che in Svezia la socialista Kristina Hultman si pone la stessa domanda: “ Possono le donne che assumono altre per pulire le loro case, dichiararsi femministe?" Queste due opinioni espresse da donne femministe mi sono servite per inquadrare il dibattito, che ho sempre considerato fondamentale, che nonostante sia stato ampiamente affrontato negli anni ’80, è stato zittito per lungo tempo.
Ritengo, però necessario chiarire due questioni: la prima, che data la complessità di un tema, che ha a che fare poco con il genere, la divisione sessuale del lavoro, la definizione stessa di "lavoro", il capitalismo globale, migrazione, ecc, qualunque cosa si possa scrivere, saranno grossolane pennellate, prive delle sempre ricche sfumature.  La seconda: questa complessità richiede che si sintetizzi il concetto di lavoro domestico retribuito, la cui definizione è di per sé molto complessa.  Non è la stessa cosa, lavorare come domestica in una casa borghese (nel caso specifico di Madrid), che essere cameriera in Nicaragua o in Kuwait. Essere donna, operaia, in una società molto diseguale, ed essere anche indigena o migrante, istruisce una realtà completamente differente, con sfumature inavvicinabili per un post. Non mi riferirò, quindi, al lavoro riproduttivo generale, né al cosiddetto lavoro di cura specializzato. Il lavoro domestico retribuito sarà in generale l’anello di collegamento in una di queste due aree.
La mia opinione riguardo ai lavori di cura – brevemente – è in direzione della loro de-familirizzazione, slegarli dal genere, professionalizzarli e socializzarli, ossia renderli oggetto di politiche pubbliche. Considero la cura come un diritto e un bisogno delle persone. Penso che sia una questione ideologica e di diritti inalienabili che bambini e bambine, persone malate e/o dipendenti siano ben curate e che tali cure e l’esercizio di tali diritti non debbano dipendere dalle donne costrette a lasciare il mercato del lavoro o debbano farsi carico di un’estenuante doppia giornata.
Con " lavoro domestico retribuito " mi riferisco al lavoro in casa, anche con l'esistenza di politiche pubbliche efficaci; mi riferisco a questo lavoro che, fa sì ancora oggi (anche in paesi con importanti politiche pubbliche in materia), che le donne continuino a caricarsi di una doppia giornata, che condiziona la loro vita ed è un ostacolo alla parità di genere. In breve, mi riferisco al lavoro di pulizia ed anche a fare la spesa, cucinare e alla cura di base dei bambini. Accorciando ulteriormente il concetto per capirci: mi sto riferendo alle donne delle pulizie.
Negli anni ottanta, il femminismo in Spagna parlò molto del lavoro domestico retribuito da tutte le possibili prospettive, ma è pur vero che, allo stato attuale, questo dibattito sembra aver perso la complessità teorica, riducendosi a una mera rivendicazione di migliori condizioni di lavoro per queste lavoratrici, per la mancanza di diritti e il costante sfruttamento. Sono sorpresa che, allo stato attuale, non esista un dibattito ideologico sulla considerazione etica di questo lavoro. In questo senso, ritornando al libro di Moran, è chiaro che non condivido la sua opinione riguardo al lavoro domestico. Al contrario, credo che questo sia uno dei temi femministi per eccellenza.
Il lavoro domestico retribuito dipende dalla divisione sessuale del lavoro, come tutto il lavoro riproduttivo o di cura, ma allo stesso tempo, a che fare con il modo in cui questo lavoro funziona all'interno del capitalismo, con tutte le caratteristiche del lavoro femminilizzato: svalutato socialmente ed economicamente. E ' una questione di genere ed è una questione di classe. Come può non avere a che fare con il femminismo? Le mie amiche femministe si arrabbiano con me quando dico che le donne delle pulizie hanno permesso alle donne della classe media di sfuggire alcuni degli aspetti più pesanti del patriarcato, spostando il carico sulle donne della classe operaia, ma questo è un fatto innegabile e potremmo aggiungere inevitabile.
Il femminismo liberale ha tradizionalmente difeso l’idea che assumere qualcuno per fare il lavoro domestico permette molte donne a sbarazzarsi della doppia giornata che impedisce a esse di competere con gli uomini nella sfera pubblica, ha sostenuto quindi, che per le donne che operano in ambito pubblico avere una colf fosse una necessità. Questo femminismo ha inoltre affermato che questo è un lavoro di nicchia per le tante donne che entrano così nel campo del lavoro retribuito, con l’evidente importanza per la loro autonomia. Adesso, almeno in Spagna, quasi tutti i movimenti femministi pensano che ciò che si debba fare con il lavoro domestico retribuito sia rivalutarlo socialmente ed economicamente.
La verità è che le cameriere non liberano le donne della classe media dal fare questo lavoro e che impiantarlo così non è femminista, ma pratico.  La verità è che, in realtà, libera gli uomini dal fare la loro parte.  Se questo lavoro fosse equamente ripartito tra tutti i membri della famiglia (compresi i figli e le figlie) le donne non dovrebbero sottoporsi alla doppia giornata e non contribuirebbero a perpetuare (materialmente e simbolicamente) alla divisione sessuale del lavoro. Il femminismo sebbene sia teoricamente paritario della condivisione del lavoro domestico tra i membri della famiglia, quel che è certo è che ci sono più sostenitrici della rivalutazione di quelle che chiedono di andare a fondo della questione. E’ normale. Perché dovrebbero lottare le donne della classe media contro i loro compagni se possono pagare altre donne e dimenticarsene? Tutte sanno che lottare per condividere al 50% il lavoro domestico è iniziare una guerra di logoramento con molte probabilità di uscirne sconfitte.  Se non combattiamo, però, questa battaglia domestica, come vinceremo le altre?
Roswitha Scholz sostiene l’idea che questo lavoro non è stato svalutato, perché lo fanno le donne, ma che esse siano state destinate a esso, perché definite prima per una serie di qualità necessarie per svolgere questo lavoro e qualunque altro femminilizzato (pazienza, l'amore, l'empatia, la meticolosità ...). A questo proposito, va ricordato (e qui entriamo nel dibattito sulla definizione del lavoro domestico in generale) che sotto il capitalismo tutto il lavoro, che non abbia come priorità, la produzione di beni, che non genera profitto, non è lavoro. La questione è quindi se sia possibile (ri) valorizzare il lavoro domestico, come vuole una parte del femminismo e, se, sia possibile separarlo dal genere.
La mia opinione è che questo non sia possibile per molte ragioni. Come dice Frigga Haug, questo lavoro richiede un grande investimento di tempo, ma nessuna formazione, non è suscettibile di automazione e, soprattutto, una sua parte è prescindibile e sempre di più. Qualcuno deve partorire e qualcuno deve prendersi cura di bambini, malati o dipendenti, questa è una necessità sociale, ma la casa può essere meno pulita e cibo meno elaborati. Alcune femministe hanno attirato l'attenzione sugli standard di pulizia che muovono il mercato e che configurano questo lavoro, anche come un tema psicologico.
Abbiamo davvero bisogno di tutta questa pulizia e ordine, come appare nelle pubblicità o come tenevano le case, le nostre madri o nonne? La realtà è che gli standard sono variabili: salgono quando assumiamo qualcuna per pulire, si abbassano quando dobbiamo farlo noi stesse (o essi).
Per affrontare quest’aspetto del dibattito si dovrebbe prendere in considerazione, che il lavoro domestico così come lo conosciamo, non sempre è esistito, né le donne sono state sempre ascritte a esso, ma solo dal verificarsi dell’estrema polarizzazione nella costruzione del genere, verso il quindicesimo secolo e dal diciassettesimo, quando il capitalismo definisce anche il lavoro astratto e lo lega alla produzione dei beni. Prima di allora, il contributo delle donne alla riproduzione materiale era considerato altrettanto importante a quella degli uomini.
Tenuto conto di ciò, è certo che anche nel secolo scorso, questo lavoro è cambiato radicalmente, mentre continuiamo a riferirci a esso in modo astorico, come se le esigenze di una casa, di una famiglia del secolo XIX fossero le stesse di quelle del XXI secolo. Gli elettrodomestici, i prodotti per la pulizia, i cibi precotti o facili da cucinare, i mobili, le dimensioni delle case e delle famiglie, hanno trasformato un lavoro nel quale era indispensabile investire molte ore, in qualcosa che varia in funzione del tempo che gli si può dedicare, che è collegato, a sua volta, con la capacità economica della persona o della famiglia in questione. Mia nonna dedicava tutto il giorno al lavoro domestico, io, in media, un’ora il giorno.
L'esistenza del lavoro domestico come qualcosa legato alle donne è recente e, allo stesso tempo, un potente strumento di genere. Svincolarlo da questo dovrebbe essere una priorità per il femminismo.
C'è un altro problema, molto importante da considerare. Se questo lavoro è davvero da rivalutare, la maggior parte delle donne / famiglie non potrà pagarlo. Se molte donne della classe media (dico donne, perché sono esse, in genere, responsabili dell'assunzione) possono assumere una governante per ore, è perché queste donne lavorano in condizioni di sfruttamento economico, con salari molto bassi. Se il lavoro domestico diverrà un lavoro socialmente valido o remunerato normalmente, allora non sarà un lavoro di donne. “L'unico modo per rivalutare questo lavoro è che lo facciano gli uomini” dice Bang, ma la verità è che, se gli uomini lo faranno, allora le donne non potranno assumerlo: diventerebbe un lavoro da fornitore principale. Solo in condizioni di salari bassi possono molte donne – con stipendi che non sono da fornitore principale, negoziare questo lavoro. Pertanto, che le donne della classe media possono assumere domestiche, dipende dal fatto che questo lavoro sia a buon mercato.
Solo nei paesi più poveri o con molte disuguaglianze sociali è normale che molte famiglie della classe media abbia una lavoratrice domestica giornaliera o quantomeno per molte ore la settimana. Per questo, quando si approvano leggi che mirano a regolare o nobilitare quest’occupazione, l’effetto è di ridurre in maniera significativa la domanda e passare parte di questo lavoro all’economia sommersa, rendendolo più invisibile. Il lavoro domestico potrà rivalutarsi, ma al prezzo della sua assunzione solamente da parte dei ricchi, non a caso, infatti, gli unici uomini che vi si dedicano lo fanno in casa delle classi benestanti.
Di là da queste considerazioni sociali ed economiche, vi è anche una considerazione etica che riguarda l'uguaglianza. A me pare che Nancy Fraser metta il dito sulla piaga quando afferma che il problema del lavoro domestico retribuito, dalla prospettiva dell’uguaglianza, debba rispondere alla domanda “ Chi pulisce la casa della domestica?” Fraser sostiene che questa domanda dimostra che il sistema, dal punto di vista etico, è chiuso. La domestica non può assumere qualcuno che le faccia il lavoro in casa, mentre lei è fuori a fare lo stesso lavoro. Se assumiamo una domestica dominicana, perché accudisca ai nostri figli, ciò significa che lei ha lascito lì i suoi. Le nostre condizioni di vita sono legate alle condizioni di vita delle donne dei paesi poveri.
Riassumendo, se mettiamo altre donne a svolgere il lavoro in casa, che ci liberi dal doppio lavoro, le condanniamo a farsene carico senza rimedio. La disponibilità delle donne migranti o della classe operaia, fa sì che lo Stato/ società non assolva i suoi doveri con i figli e le persone dipendenti, libera gli uomini da questo lavoro e da questa responsabilità e sostiene un'ideologia di genere oppressiva per mantenere standard non razionali, circa la pulizia della casa e della cura della prole. La mia opinione è che dal punto di vista etico, femminista e anticapitalista sia necessario rilevare che c'è una parte del lavoro domestico che tutti dovrebbero fare per se stesso o se stessa.
E ' importante chiarire che non intendo incolpare a nessuno, tanto meno le donne, che non avrebbero potuto agire lo spazio pubblico, senza assumere le altre, però avere consapevolezza su questo non vuol dire che non si possa fare una riflessione.
L'unica risposta alla domanda "Chi pulisce la casa della domestica ?” e “ Chi cura i figli della badante?” è che tutti abbiano accesso alle soluzioni pubbliche riguardo al lavoro di riproduzione e di cura e che la doppia giornata (o doppio lavoro) non esista. Ciò che deve esistere è la cura di base di sé, da farsi nella misura che si vuole, come lavarsi o prepararsi da sé. In modo forse, un po’ radicale, la svedese Maria Schottenius scrive: " " Il primo comandamento socialdemocratico per una donna è ‘devi pulirti la tua spazzatura’ (ovviamente questo vale anche per gli uomini). In una casa normale, se ognuno svolgesse la sua parte (compresi i figli), questo lavoro sarebbe risolto con un ragionevole sforzo.
Ovviamente, c’è una parte di questo lavoro che continuerà ad esistere. Da un lato, perché ci sono persone / famiglie che, in tutti i casi, hanno bisogno di aiuto, sia per questione di età, di salute, di tempo; d'altro, perché ci sono donne che non ci voglio rinunciare per qualsiasi motivo. Pertanto, più che riferirmi a ciò che ho affermato riguardo alle politiche pubbliche, soprattutto per il primo caso, io sarei del parere di cambiare la concezione stessa di questo lavoro. Così, invece di cercare di valorizzarlo nella logica capitalistica sarebbe possibile assumerlo come un lavoro supplementare, svolto da giovani e / o studenti di ambo i sessi per pagarsi le spese, per esempio.

Mentre in Spagna o in America Latina, questo lavoro è così strettamente legato alla classe, da rendere difficile che giovani della classe media e istruita, lo svolgano, in altri paesi con tradizione più egualitaria, non è raro trovare studenti universitari che puliscano o aiutino in casa. In questo modo si romperebbe il suo legame con il genere, con la doppia giornata, e anche con la classe, giacché, come ho scritto prima, potrebbe essere svolto da giovani o studenti come lavoro complementare.  Il dibattito è appena cominciato.
pikaramagazine.

mercoledì 16 ottobre 2013

La seconda ondata machista

Lydia Cacho*




                                 


Lucero è stata ferocemente picchiata per essersi rifiutata di fare sesso, e la Procura sta facendo di tutto per eliminare i diritti di questa ragazza messicana di Guanajuato e zittire la stampa insinuando che fosse in qualche modo colpevole dell’aggressione.

Mousin e Raja di 14 e 15 anni si son baciati in bocca fuori dalla scuola in Marocco e il loro amico Osama ha postato la loro fotografia su Facebook. Le autorità li hanno arrestati e, ora, sono sotto processo con l’accusa di atti osceni e danni alla morale pubblica. In Marocco baciarsi è considerato immorale, mentre picchiare o violentare la moglie, non lo è. Il ragazzo e la ragazza rischiano una condanna fino a due anni di carcere, perché – ha dichiarato la Procura – baciarsi in pubblico minaccia la società e va contro i principi educativi.
In Yemen, Saadah cui nome significa felicità, a tredici anni è stata venduta in matrimonio dal padre. Il marito, di cinquant'anni, ha pagato l'equivalente di 1200 pesos per la ragazza che maltrattava fino a quando a diciotto anni e con due figli è riuscita a fuggire e tornare a casa di sua madre. Il padre ha dichiarato che aveva venduto le figlie per evitare che vivessero in povertà. Adesso le due, come migliaia di bambini vittime di matrimoni forzati nel mondo, sono tornate a casa, con figli e figlie da sfamare, senza risorse o protezione, e sicure che lo Stato non riconoscerà la loro libertà e dignità.
In Indonesia, nella provincia sud di Sumatra, il ministro dell’istruzione ha proposto una legge che ordina che tutte le ragazze che vogliono accedere alla scuola devono essere sottoposte a un esame ginecologico per dimostrare la loro verginità. Le ragazze che non hanno l’imene integro, non potranno ricevere l’istruzione pubblica. Dietro questa politica, che alcuni gruppi conservatori mirano a standardizzare in Indonesia e che ha provocato le reazioni dei settori progressisti del paese, c’è il maschilismo. Il ministro dell'Istruzione, Muhammad Rasyd, dichiara che queste misure legali, impediranno alle donne di avere rapporti prematrimoniali. Le attiviste indonesiane che hanno protestato contro il ministro e i leader religiosi, hanno affermato che questa misura rappresenta un’enorme battuta d’arresto per i diritti delle donne nella regione.
Dietro di questi e a migliaia di altri casi, si nasconde un’ondata di misoginia, che pretende di cancellare i diritti delle donne e delle giovani. Diritti che le nostre antenate hanno conquistato, rischiando la vita. In alcuni paesi come il Messico, l'Indonesia o l’Italia sono approvate le leggi contro la violenza sulle donne, tuttavia la loro applicazione è soggetta a codici " morali ", contradditori, che favoriscono gli aggressori, mentre umiliano e re-vittimizzano le donne e le ragazze. Ogni giorno, migliaia di articoli  giornalistici documentano l’aumento del femminicidio nel mondo, una forma di violenza estrema, per controllare alcune donne e avvertire le altre che potrebbero essere le prossime della lista, se non obbediranno ai mandati del sessismo, che promuove una doppia morale.
L’argomento “ ho figlie e madre” usate dai politici è davvero assurdo, perché avere accanto donne, non garantisce la convinzione per l'uguaglianza giuridica e sociale.
Mentre ascolto le donne indonesiane discutere la legge sulla verginità, documento l’accettazione sociale dello sfruttamento delle donne in questa regione. Leggo che i media del Messico, Marocco, Indonesia, Yemen, non vogliono uscire da riflessioni superficiali: non analizzano il controllo sociale delle donne e delle ragazze attraverso l'espropriazione della loro volontà, i loro corpi e la loro sessualità.
Dobbiamo chiederci come si condiziona la loro educazione mediante la sottomissione, la loro sopravvivenza attraverso i matrimoni servili. O si nega l’accesso alla giustizia quando sono libere e si ribellano all’oppressione.
Fino a quando non riusciremo a portare la notizia dello scandaloso singolo caso al contesto delle politiche pubbliche e le convinzioni private di politici sessisti che promuovono l’oppressione, alla diseguaglianza e alla violenza, niente cambierà.  Nessuno ha chiesto al governatore di Guanajuato – che parla di sua madre – di esigere che, il procuratore che ha designato, faccia valere le norme giuridiche.
Nessuno ha chiesto al ministro di Sumatra se vuole un’istruzione gratuita ed egualitaria, senza mettere la testa sotto le gonne delle ragazze o al governo yemenita la necessità di abbattere la povertà e promuovere l’uguaglianza.
Chiaro. Come l’acqua.

Lydia Chaco, giornalista messicana, esperta in diritti umani e politica.

Frontera.info

(libera traduzione di Lia Di Peri)



mercoledì 25 settembre 2013

Cos'è il (post) machismo?






Il concetto è stato sviluppato dal medico forense Miguel Lorente Acosta, ex delegato al Ministro dell’uguaglianza nel governo socialista spagnolo .
Secondo lo specialista, lo scopo del postmachismo è quello di “ confondere e generare negazioni affermando che ciò che si richiede con la parità è solamente attaccare gli uomini e tutto ciò che li riguarda”.
Lorente Acosta lo definisce come " una delle ultime trappole che la cultura patriarcale ha implementato" e che cerca di mantenere lo status quo della diseguaglianza tra i generi, utilizzando però, argomenti che si pretendono egualitari. Le finalità degli argomenti sono di generare confusione che si traduca in dubbi, producendo così una passività nella lotta per il cambiamento, visto come una minaccia ai privilegi maschili nella società. Ciò è facile se si critica tutto quello che mette in discussione la diseguaglianza, istallando il dubbio, al solo scopo di far permanere la stessa diseguaglianza”.

Miguel Lorente Acosta, indica quali siano gli elementi tipici del postmachismo:

Neutralità: le argomentazioni si fondano sulla negazione di voler beneficiare una parte e pregiudicarne un’altra, ma di cercare ciò che è bene per tutti, ” potendo così criticare tutte le misure di parità dirette alle donne, come parte di un privilegio delle stesse, quando, in realtà, le misure di parità sono azioni dirette ad affrontare le conseguenze della diseguaglianza che si presentino sotto forma di violenza, discriminazione o altro”.

Scientismo: scegliere dati reali, falsificandoli, per sostenere i loro argomenti. Usano l’ideale pseudo-scientifico per fingere la neutralità. I dati scelti e manipolati hanno uno scopo ben preciso: creare confusione, generare dubbio e mantenere lo status quo. Si utilizzano gli argomenti della biologia per giustificare la maternità obbligatoria o per spiegare l’assenza delle donne nei posti di comando e di gestione, alimentando l’idea dell’inferiorità o incapacità femminile, per alcune attività tradizionalmente maschili, comprese quelle sportive, come per esempio, nel seguente trailer sulle calciatrici, intitolato, “Donne con le palle ".



Interesse comune: argomento che si basa sul beneficio economico e l’indottrinamento. Con il primo, i post-machisti affermano che le misure contro la violenza sulle donne si traducono in un beneficio economico delle organizzazioni che difendono la parità. Per questo, in tempo di crisi, i tagli riguardano le risorse che attengono all’uguaglianza. Il secondo argomento costruisce un immaginario molto negativo associato agli studi e alla politica di genere, sostenendo che, chi parla di uguaglianza, in realtà, la utilizza come uno "strumento" "attraente "per imporre un’ideologia e alcuni valori al resto della società (...) lo stesso termine “genere” acquista una valenza negativa, radicale e dogmatica per spiegare l’indottrinamento che questi termini comportano. “ Si arriva così al paradosso – spiega l’autore - che parlare di valori e riferimenti che danno luogo alla violenza di genere, alla discriminazione, all’isolamento e alienazione delle donne dalla vita pubblica è … educare, mentre il contrario, parlare di una società più giusta e pacifica sarebbe indottrinamento".

L’attacco personale e il discredito di chi combatte il (post) machismo: se delegittimo l'interlocutore, delegittimo tutto il suo discorso.
Continuando su questa linea, Miguel Lorente Acosta, enumera diversi atteggiamenti post-machisti, ai quali noi ne aggiungiamo altri:

- Criticare gli interventi con donne vittime e percepirli come attacchi agli uomini, per non giustificare le misure adottate.
-Mettere in dubbio la violenza contro le donne, sostenendo che ci sono molte false denunce  con lo scopo di trarre beneficio dalla legislazione protettiva.
-Criticare le azioni positive che cercano di mettere su di un piano di parità, uomini e donne, definendole discriminatorie nei confronti degli uomini, violando in tal modo “ l’uguale protezione”.
-Diffondere l’idea che il femminismo sia un’ideologia che odia gli uomini e vuole imporre una supremazia femminile.
- Evidenziare i casi di uomini e bambini uccisi da donne, che pur ci sono, ma che non possono compararsi con l’entità del femminicidio di donne e bambine.   Devono essere affrontati entrambi, ma con la consapevolezza che la violenza contro le donne e le ragazze è sistematica, a-storica e a-culturale.
- Riprodurre stereotipi sulla violenza contro la donna, la quale non sarebbe  causa di una diseguaglianza strutturale, ma riguarda  problemi specifici di specifiche coppie, nelle quali ci sono sicuramente coinvolte sostanze stupefacenti.
- Utilizzare fino allo sfinimento elementi della natura e della tradizione: “ è naturale che la donna abbia figli”, “ si è sempre fatto così e non stiamo, poi, così male”.
- Se sono presentate le gravi conseguenze della mutilazione genitale femminile, il post-machismo la compara alla circoncisione, come se il danno (fisico e mentale) e lo scopo fossero gli stessi.
- Vittimizzarsi  come prodotto di una società che li stigmatizza, dichiarando  che " gli uomini pagano con la loro vita la tranquillità delle donne” utilizzando argomenti  che dimostrino  come  la loro vita media è più ridotta, le morti dovute agli  incidenti sul lavoro o stradali.

(…)
Secondo l’autore, “ C’è un uso dell’eguaglianza, per non avanzare nell’uguaglianza. Essi criticano che si parli solo delle donne, non degli uomini, in realtà, fanno in modo che non si  parli di nessuno, né di uomini né di donne”.
“ Può sembrare strano o esagerato,ma succede tutti i giorni. Non si fermano, si sentono vittoriosi in un momento in cui le risorse che hanno permesso di andare contro la corrente del tempo e della storia sono scomparse.  In un tempo in cui un’ideologia conservatrice soffia con l’intensità di una tempesta".
Miguel Lorente Acosta è medico forense, docente di Medicina di Medicina Legale presso l'Università di Granada

desgenerando el genero

Autopsia

(libera traduzione di Lia Di Peri)

domenica 22 settembre 2013

Non sono madre,perché non voglio.

Persiste la pressione sociale per la maternità, ma non per la  paternità.

La donna senza figli è spesso descritta come egoista.


                                                                               



" E tu, quando?" Non ti piacciono i bambini? Ti stai perdendo il meglio della vita ... ". La litania di domande e le dichiarazioni che le donne sentono quando dicono che non vogliono figli sono di solito le stesse. Inoltre, sono spesso costrette a dare spiegazioni.
Sociologi e psicologi esperti del campo riconoscono che esiste una pressione sociale per la maternità, ma non per la paternità. Secondo i tassi di natalità, e i risultati dei pochi studi sul tema, sempre più donne, vi rinunciano.
" Io non voglio, non mi vedo mamma”. Così dichiara Anahi Romero :  "Alcuni mi chiedono come sia possibile " e  ha trovato molto lo stupore nei suoi amici - " mi guardano come se fossi di un altro pianeta " - con delle critiche che mi  hanno offeso . "Sono arrivati  a dire che la mia decisione è innaturale! ", Si lamenta. Romero, madrilena, trentacinque anni, la sua decisione di non avere figli, condivisa con il suo compagno, l’ha presa sei anni fa. “ Non è per problemi economici o di lavoro”, “E’ una decisione meditata, ci ho pensato e ho capito che non volevo”.

Romero è parte di un numero crescente di donne che rinuncia volontariamente alla maternità.
 " Prima degli anni '60, quando iniziò la rivoluzione contraccettiva, quelle che non avevano figli, era perché non volevano regalarli alla guerra, per fame o per povertà. Avevano un’immagine negativa legata al disastro e alla miseria ", spiega la sociologa inglese Katherine Hakim, autora dello studio Childless in Europe (Senza figli in Europa). Ora, secondo i dati, circa il 20 % delle donne europee non sono madri . "Poiché solo il 2% e il 3 % è per l'infertilità, si vede chiaramente che si tratta di una scelta di vita o altri motivi ", aggiunge.
I dati confermano che sempre più donne scelgono di non avere figli ma pochi studi affrontano le cause.
Alicia Kaufmann, professora di Sociologia presso l'Università di Alcalá, è convinta che il desiderio di progredire nel lavoro e l’instabilità economica, soprattutto in tempi di crisi come quello attuale, " pesino molto” sulla decisione . “ Non è escludente avere figli, però spesso i bambini presuppongono una pausa ", spiega. Nonostante i progressi nella condivisione delle responsabilità tra la coppia, la cura all'infanzia è terreno prevalentemente femminile. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, in Spagna, solo il 2,1 % degli uomini ha ridotto l'orario di lavoro rispetto al 21,1 % delle donne di dedicare quel tempo ai bambini. Inoltre, solo il 7,4 % dei padri rinuncia al loro lavoro più di un anno, mentre il 38,2 % delle madri lo fa.
Senza escludere queste cause -  l'occupazione e l'insicurezza economica come deterrente  -Hakim chiarisce che, la scelta di non avere figli, non è sempre forzata, come a volte è presentata. La sociologa non esclude che ci sono donne che vogliono figli e rinunciano per le ragioni di cui sopra, ma rileva che " non tutti vogliono essere padre e madre: è un mito che ci sia un desiderio universale " in questo senso. Secondo la sua opinione sta crescendo il numero di donne che non sono incinte, semplicemente perché non vogliono.
José María Lailla, presidente de la Sociedad Española de Ginecologia e Ostetricia, getta una luce scientifica sulla tema: "Il desiderio di essere o non essere madre non ha una causa fisiologica nota” rileva.  E ' stato riportato che i cosiddetti ormoni femminili (estrogeni, progesterone, ossitocina e alcune endorfine) può avere una qualche influenza a questo livello, basata principalmente su studi sugli animali, e si è  concluso che ogni femmina ha il desiderio di essere madre e quando si sterilizza questo desiderio, scompare o diminuisce notevolmente. Nelle donne non vi è alcuna prova scientifica di questo fatto ", spiega. "Inoltre, molte donne che per motivi di salute sono state sterilizzate desiderano ancora avere figli ". In breve, quelle che non vogliono figli non hanno rotto l’orologio biologico della maternità, che presuppone faccia tic tac a tutte le donne a una certa età. “E ' sempre più comune per una donna di consultarci per prendere una decisione definitiva sulla contraccezione perché non vuole essere una madre, di solito, questo accade per motivi personali, di lavoro o sociali, ma non per una ragione fisiologica, " spiega il professor Lailla.

Nonostante la tendenza alla crescita di questo fenomeno, indipendentemente dalle ragioni, Hakim dice che al momento " non avere figli è considerato qualcosa di 'insolito o deviato " . "La società presenta la maternità come un destino, una strada per essere una donna ", dice Asunción Garandillas, docente di formazione professionale a Malaga. Lei, cinquantaquattro anni, non ha figli, perché "mai" li voleva. Una scelta di vita che i suoi studenti non capiscono. Quando discute in classe, che scelse, volontariamente, di non essere madre, la reazione delle studenti è di “sorpresa” "Alcune mi chiedono come sia possibile " dichiara.

Anahi Romero ha trovato lo stupore anche tra i suoi amici - " mi guardano come se fossi di un altro pianeta " - con delle critiche che mi hanno offesa . "Sono arrivati a dire che la mia decisione è innaturale! "Si lamenta.

In alcune famiglie, come quella di Encarnación F., comprendono poco perché  non desiderava avere figli, per questo che si sono  elaborate le più variopinte spiegazioni: dalla sterilità al trauma infantile, perché la madre è morta quando era piccola. Queste però non sono altro che giustificazioni dei suoi parenti, la verità è che lei semplicemente non li vuole.
A volte, l’incomprensione va di là dalla sfera privata, come ha dimostrato Julia Gillard, ex prima ministra dell’Australia (2010-2013). Durante la sua carriera politica è stata oggetto di più di una critica, da parte dei suoi avversari, per non avere figli. Tony Abbott, leader dell'opposizione nel 2012, screditò la decisione del governo Gillard di ridurre gli aiuti per il bambino, adducendo che mancava "di esperienza nella crescita dei figli”. Non era la prima volta. Già nel 2007, il senatore conservatore, Bill Heffernan, disse che la politica non aveva leadership perché era " volutamente sterile". Secondo Heffernan, aveva causato scalpore, una donna single e senza figli, perché non poteva assumere le questioni importanti del paese.
La scrittrice e giornalista inglese Helen Croydon dice di sentire un “grande giudizio” quando dichiara nei suoi articoli o alle conferenze, che non vuole avere figli. " Tuttavia, quando un uomo decide, di non essere padre, ciò è accettato, se pensa che voglia progredire nella carriera o non ha incontrato la persona giusta” aggiunge. Con le donne, invece, c’è” un’attesa di spiegazioni”.  Stanca della ripetuta domanda (perché?) e critiche che normalmente conseguono alle sue risposte, Croydon ha deciso di elencare i motivi per cui non  vuole essere madre (e tanto meno sposarsi) nel suo prossimo libro, Screw the Fairytale, che sarà in vendita il prossimo febbraio nel Regno Unito.
" La gente non capisce che può darsi il caso che una donna vuole solo una vita gradevole, senza lo stress di avere figli, che voglia, viaggiare o progredire nella propria carriera ... ci sono molte cose che possiamo fare senza avere una famiglia", dice la scrittora. Garandillas, però condivide la visione di Croydon, dell’incomprensione delle amiche madri, che le hanno detto, che sta perdendo “ il meglio della vita”… “Come se avessi un deficit!” si offende questa professora, che ha passato l’età di rimanere incinta, che non ha nessun rimpianto nella sua vita “piena”.
Maria S., trentacinque anni, che solo da poco ha scelto di avere figli, non ha mai sentito nessuna pressione da parte dei suoi genitori o partner, per aumentare la famiglia. L'ha sentita però dalle amiche, che hanno avuto figli e che le elencavano le bontà di essere madre. Quando la gente mi chiede perché io non voglio e mettono in discussione la mia decisione, spiego che avere un figlio è un casino, una noia; quelle con i bambini la prendono sul personale, come se ponessi in discussione il suo stile di vita, quando invece sono esse che lo stanno facendo con me, " dichiara.
L’argomentazione principale contro quelle che non vogliono avere figli è che esse sono egoiste. Ciò è confermato dalla sociologa Hakim e dalle donne intervistate per questo reportage. Tutte dichiarano che sono state qualificate così per la loro decisione. Croydon ha ricordato che in un’occasione, " due uomini furono molto offensivi. Mi dissero che tutte le donne devono avere figli, perché se no, non si può essere una vera donna. Continuarono aggiungendo che se non ne volevo ero egoista.  Egoista! Perché? Il concetto di egoismo, implica che le donne hanno l’obbligo di dedicare la loro vita a prendersi cura di qualcuno. Mi sembra allucinante”.
Garandillas alla stessa considerazione fattale da una sua collega di lavoro così rispose: “ Nella vita tutto è egoismo. Quando si sceglie un percorso, si perde e si guadagna contemporaneamente.  Non avere figli ha anche i suoi svantaggi. Non esiste una scelta ideale”.
Queste critiche e le pressioni possono sembrare irrilevanti, ma generano " grande disagio " in alcune donne.  Ciò è stato dimostrato David Sanchez Teruel nella sua indagine psicologica, nella quale affronta i problemi di coppia nell’Università di Jaén.  Negli ultimi anni ha visto aumentare le visite legate alle differenze con la paternità.  Normalmente – dice – poiché lei decide di non avere figli “ si sentono obbligati”. Alcuni uomini vengono con le loro partner, affinché le convinciamo ad avere figli” –osserva lo psicologo.
Sánchez Teruel si rammarica, tuttavia, che la maggior parte delle coppie non arriva a esporre questi disaccordi prima di avere figli. “ Si eviterebbe che le donne che non vogliono figli, alla fine, li fanno. Questo è ciò che accade di solito, perché sono esse che cedono nella maggior parte dei casi. Il che crea poi, conflitti, genera rancori e cominciano le accuse. E appare il senso di colpa. Si chiedono se sono cattive madri, perché dopo la maternità continuano a pensare che non la volevano ".

Che cosa fare allora se uno dei due vuole figli e l’altra non ne vuole? Teruel Sanchez invita al dialogo, pur riconoscendo che questo è uno dei motivi per cui alcune coppie si rompono, non importa chi si rifiuta di allargare la famiglia . "Questo, o uno dei due deve cedere. E, quasi sempre, sono le donne ", aggiunge.
Romero, ha chiuso lei il rapporto, perché il suo fidanzato in precedenza aveva espresso il desiderio di diventare padre. Inoltre aveva chiesto alla sua ginecologa che le chiudesse le tube, quando aveva trentatré anni.  La ginecologa non lo fece, perché – le disse – se ne sarebbe potuto pentire in futuro. “ Mi fece arrabbiare molto, quel giorno” spiega Romero.
“ Non c’è una normativa ufficiale, che segni un’età, però c’è un accordo etico e deontologico di non intervenire sotto i trentacinque anni (in alcuni centri è stato aumentato a 38), se non c’è una ragione medica", precisa il dottor Lailla. La ragione principale di questa riluttanza è che le donne possano pentirsi di questa decisione, che è definitiva.  Ci sono alternative meno notevoli . "Ci sono metodi contraccettivi sicuri e con pochi effetti collaterali in giovane età", spiega il presidente della Società Spagnola di Ginecologia.
Così come ci sono donne che si sono pentite di essere state madri o quelle che si rammaricano di non avere figli. In questi casi, però sono essi i più depressi. Secondo uno studio, mentre entrambi i sessi esprimono il desiderio di avere figli in percentuali simili (59 % di essi, il 63 % di essi), nel caso di non averli, sono di più gli uomini, che affermano di essere depressi (38%, di fronte, al 27% delle donne), sentirsi soli (il 50 %, quasi il doppio delle donne intervistate) o pieni di rabbia (25 %, sette punti in più di esse).
L'autore, Robin Hadley, ha osservato nelle conclusioni della sua ricerca, che ha voluto dimostrare che uomini e donne condividono lo stesso livello di desiderio di essere genitori . "Questo sfida l'idea che le donne siano più propense “.

 C’è però ancora la convinzione che nelle donne ci sia questo desiderio.  Le inglesi Hakim e Croydon condividono il parere che ciò sta cambiando, anche se con tempi diversi nel mondo.
Alicia Kaufmann condivide la loro opinione . " E 'vero che si presume che la realizzazione della donna stia nella maternità, ma la crescente pressione sociale è sempre   più bassa”.
Per Romero, non è però così chiaro: “ Dai trent’anni in poi, la gente comincia a chiedere "che cosa stai aspettando ?"  Quindi, non mi aspetto nulla... 

El Pais

(libera traduzione di Lia Di Peri)










giovedì 12 settembre 2013

Malala Yousafzai e il complesso del salvatore bianco.

Assed Baig Huffingtonpost








 Quando Malala Yousufzai fu colpita alla testa dai talebani, semplicemente perché voleva ricevere un’istruzione,questo caso ebbe una grande ripercussione mondiale. Immediatamente i media occidentali si occuparono del fatto. I politici occidentali fecero un sacco di dichiarazioni e subito s’incontrarono nel Regno Unito. Il modo in cui l’Occidente reagì mi fece mettere in discussione le ragioni e i motivi per i quali il caso di Malala fu così nominato, mentre altri no.

Non c’è nessuna giustificazione alle brutali azioni dei talebani o alla negazione del diritto universale all’istruzione, ma c’è una narrazione più profonda, storica, rispetto a quella fatta finora.
 Questa è la storia di una ragazza nativa salvata dall'uomo bianco . Il mondo occidentale è volato nel Regno Unito, per sentirsi bene con se stesso, giacché era tornato a salvare una donna nativa dai selvaggi uomini del suo paese d’origine.  Questo è però uno storico resoconto razzista, che è stato istituzionalizzato. I giornalisti e i politici non possono smettere di parlare e di denunciare il caso. La storia di una ragazza innocente che è stata ferita dai selvaggi per volere un’istruzione ed è salvata dal cavaliere dalla lucida armatura.
Le azioni dell’Occidente, bombardamenti, invasioni, guerre, tutto sembra adesso giustificarsi : “ Lo vedi? Per questo interveniamo, per salvare gli indigeni”.
La verità è che ci sono centinaia, migliaia, di Malala. Esse provengono dall’Iraq, Afghanistan, Pakistan e dalle altre parti del mondo. Sono vittime dell’Occidente, ma i media e i politici opportunisticamente lo dimenticano, per propiziarsi la classe media, bianca, che giustifica l’onere dell’uomo bianco.
Gordon Brown [ ex Primo Ministro della Gran Bretagna ] pronunciò un discorso di appoggio a Malala alle Nazioni Unite. Lo stesso Gordon Brown che votò a favore della guerra in Iraq, che rubò non soltanto il diritto della gente all’istruzione, ma anche la loro vita. Gli stessi giornalisti che non si sono interrogati o informati sulle guerre occidentali cantano le lodi all’Occidente per Malala, senza collocare il caso nel contesto della guerra in Afghanistan e la destabilizzazione della regione che è prodotta grazie all’occupazione dell'Afghanistan.
Il messaggio di Malala è profondo. Il mondo dovrebbe prendere atto che il diritto all’istruzione è un diritto di tutti i bambini, non solo di una Malala utilizzata come strumento per l'Occidente perché permette a paesi come la Gran Bretagna di nascondere i suoi peccati in Afghanistan e in Iraq. I giornalisti riportano una buona storia, trascurando molti altri casi, come ad esempio gli attacchi dei droni che uccidono e terrorizzano uomini, donne e bambini nelle regioni di confine dell'Afghanistan.
L’attuale narrazione demonizza i mussulmani non-bianchi . Essi sono dipinti come selvaggi, con i quali non si può negoziare o raggiungere alcun compromesso, con i quali l’unico modo per combatterli è la guerra occupando i loro paesi e utilizzando droni contro di essi.
La NATO sta bombardando ragazze come Malala. Storicamente l'Occidente ha usato le donne per giustificare le azioni degli uomini in guerra. Sono frequenti le immagini nell’arte, educazione, nelle organizzazioni occidentali dei diritti umani. Amnesty International ha fatto una campagna in coincidenza con il vertice Nato a New York incoraggiando la NATO a " mantenere i progressi " in Afghanistan.
Sacia Ramzan e Kainar Riaz furono ferite anche loro insieme a Malala, ma i media e i politici sembrano averle dimenticate. I giornalisti e i politici occidentali conoscono Abeer Qassim Hamza al-Janabi ? Aveva 14 anni quando è stata violentata da cinque soldati statunitensi e, dopo, fu uccisa insieme alla famiglia, compreso il fratello di soli sei anni. Non c’è nessuna menzione all’Onu, né Gordon Brown pronuncia il suo nome.
Io sostengo Malala, appoggio il diritto all'istruzione per tutti, solamente non sopporto l'ipocrisia dei politici e dei media occidentali, quando si congratulano per quello che hanno causato. Malala è una buona nativa, che non critica l’Occidente, che non parla degli attacchi dei droni: è la candidata perfetta affinché l'uomo bianco allevi la sua coscienza salvando il nativo.
Il complesso del salvatore bianco ha distorto il messaggio di Malala. L’Occidente ha ucciso molte più ragazze che i talebani. L’Occidente ha negato più istruzione alle ragazze, che i talebani con i loro proiettili. L’Occidente ha fatto contro l’istruzione in tutto il mondo più di quanto gli estremisti si fossero sognati di fare.
Quindi, per favore, risparmiateci il messaggio di giustizia e autocompiacimento, che è sola propaganda occidentale per dirci che si lanciano bombe per salvare ragazze come Malala.


nodo50.org

( libera traduzione di Lia Di Peri)