Lidia Falcón, avvocata e scrittice. Leader del Partito Femminista
José Luis Sampedro non solo era una persona buona, simpatica, gentile e compassionevole,lucido economista, ottimo insegnante, intelligente analista critico della attuale politica e buon scrittore,ma era anche femminista. Ideologia che non pochi dei suoi esegeti dovrebbero avvalorare, visto che nulla risulta nell'elogio funebre che ho letto.
Ho conosciuto Sampedro in una intervista televisiva condotta da Mercedes Milá, nei giorni in cui questa riuniva personaggi del paese che avrebbero portato cultura ed intelligenza nei dibattiti televisivi e fu un amore a prima vista quel che sentì per lui, perché se lo meritava. Era incredibile in quei nefasti anni Ottanta che un uomo della sua età difendesse con la passione che lo caratterizzava, le idee più avanzate sulla condizione e i diritti della donna. Così è stato per tutta la sua vita.
Fu davvero generoso venire a casa mia, una soffitta nel centro di Madrid,avendo dovuto salire quattro piani a piedi,per fargli un'intervista da pubblicare nel numero dedicato all'amore nella rivista Potere e Libertà del Partito Femminista. Le sue risposte su tutte le delicate e importanti questioni circa i sentimenti, la sessualità, le relazioni tra donne e uomini e tra padri e figli furono le più riuscite ed originali tra tutte quelle datemi dai diversi intellettuali intervistati per quel numero. Non solamente perché accettava l'eguaglianza tra una donna ed un uomo, il diritto della donna ad una sessualità libera e gioiosa,al controllo delle nascite e all'interruzione della gravidanza non desiderata e rifiutava sdegnosamente il machismo dominante nella maggior parte degli uomini, ma perché era capace di comprendere la sensibilità femminile, le loro speranze e le frustrazioni e dolersi dell'oppressione che pativano le donne nel mondo intero, con una tenerezza che commoveva. Quell'intervista dovrebbe essere studiata nei college e nelle università, come insegnamento agli studenti e docenti,nelle quali tanti intellettuali che oggi mostrano un antifemminismo pecorone e ripetitivo.
Il suo femminismo era accoppiato e intrecciato - come dovrebbe essere - ai suoi principi rivoluzionari. Ricordo la notte che alcuni fedeli militanti ci riunimmo a Plaza de Colón per esprimere il nostro appoggio all'Esercito Zapatista del Messico che aveva fatto la sua prima apparizione pubblica. Ci parlò, con la sua caratteristica indignazione, del male intrinseco del sistema capitalista. E lo diceva dalla sua esperienza di cinquanta anni di cattedra in economia, dalle sue osservazioni e viaggi in numerosi paesi. E ci mise in guardia " Non aspettatevi niente dal capitalismo! Niente più che sfruttamento, guerra e morte! All'interno del capitalismo non si può chiedere nessuna giustizia, nessuna distribuzione della ricchezza, nessuna pietà per i più deboli". Ed egli che per la sua ascendenza familiare e per le sue relazioni sociali avrebbe potuto ottenere profitti politici, sociali ed economici, così come tanti personaggi di meno valore godono attualmente, fu sempre fedele alla sua ideologia, difese sempre pubblicamente le sue critiche ad un sistema, benedetto in tutte le cattedre e sedi e mai convenne, né tollerò la menzogna della propaganda ufficiale.
La sua coerenza con i pensieri e gli ideali che difendeva la di-mostrava con il suo comportamento. Quando l'ho incontrato aveva da poco perso la moglie e il profondo dolore che gli causò segnò per tutta la vita. Era stata la sua compagna,amante, amica e parlava di lei come pochi uomini sanno fare della moglie con la quale hanno vissuto per molti anni. Cambiò casa, perché mi confessò non sopportava di continuare nello stesso ambiente nel quale l'aveva avuta vicina, annegato nella solitudine e nella perdita della sua compagna. Mi raccontò come aveva scritto il romanzo La Sonrisa Etrusca, mentre la moglie era ricoverata in ospedale andandola a trovare e leggendole ciascun capitolo, di come lei si entusiasmava e commentava. La Sonrisa Etrusca, una deliziosa cronaca della evoluzione dell'uomo elementare e machista verso la comprensione delle questioni femminili ,analizza e critica, meglio di molti saggi,le radici del machismo e i conflitti tra i sessi .Io ho diffuso il suo lavoro tra le compagne femministe e la sua lettura generò adpti e amiche con le quali è rimasto in corrispondenza fino alla fine della sua vita.
Ma è nella sua opera più originale L'amante lesbica,che si esprime in tutta la sua profondità e trascendenza la complessità dei ruoli sessuali degli esseri umani. E' inaudito che un autore di ottant'anni,nella scagliosa Spagna di sempre,possa pensare e difendere i principi espressi nel romanzo, con la particolarità che chi scrive, lo fa in prima persona,senza che gli importi delle scandalizzate critiche che poteva ricevere dai più reazionari e misogini scrittori che formano la cupola dell'attuale letteratura spagnola. Ci felicitammo io e Carlos París, quella volta che abbiamo saputo dell'ammirazione che aveva suscitato in tanti lettori e lettrici ed egli, lucidamente ci ricordò che il criterio delle classi dominanti, compreso quello culturale, non corrisponde a larghi strati del popolo, molte volte più avanzati e rivoluzionari. Sia il movimento femminista,come quello LGBT, dovremmo rendergli quell'omaggio che con tanta tircheria è stato negato.
Da parte mia, ho reso il mio umile tributo dedicandogli la mia opera teatrale ¡Vamos a por Todas!ed egli mi ha ringraziato con una lettera che è un gioiello.
José Luis Sampedro si mostrava particolarmente irritato con le regole e i dogma della chiesa cattolica,soprattutto in relazione a divieti, la segregazione e il disprezzo con i quali tratta le donne e lo esprimeva in tutte le possibili occasioni, nelle conferenze, interviste e programmi televisivi, con una chiarezza e fermezza che non ha la maggior parte degli intellettuali e politici di sinistra del nostro paese, sempre così pusillanimi e melliflui nei loro giudizi sulla Chiesa.
José Luis Sampedro, fino alla fine ha sempre risposto alle mie lettere, sempre letto i miei libri. Di lui conservo come un tesoro l'elogio che mi fece quando lo chiamai la prima volta,per disturbarlo, chiedendogli di partecipare alle azioni che stavo organizzando, non negandomi nulla, perché era una persona che aveva sempre ammirato la mia coerenza.
Ma, l'ammirato e amato per la sua, per il suo coraggio,per la sua lucidità, per la sua indipendenza e per il suo femminismo era lui.
publico.es
(traduzione di Lia Di Peri)
giovedì 18 aprile 2013
mercoledì 17 aprile 2013
Quelle donne immorali : le femministe
di Mercedes Rodríguez, docente di Psicologia dell'Università di Puerto Rico
Accusare di immoralità le donne in generale e le femministe in particolare è stato un referente in molte discussioni circa i diritti umani delle donne, nel corso della storia,in ogni tempo e in ogni luogo il mondo.
I paladini della morale politica e religiosa hanno messo in guardia la gente su ciò che chiamano le nostre " agende segrete" e le descrivono pericolose,perverse, promiscue, anti-famiglia,pedofile e "bestialiste" - atti in apparenza immorali. Non è un caso la "confusione", né l'insulto : bollare di immoralità una persona,un gruppo, una famiglia, è una grave offesa che mira ad annientare la dignità e credibilità di coloro che vengono attaccati. L'insulto è inoltre pianificato per paralizzare, mettere a tacere ed annullare le azioni.
Dagli anni '70 (per citare il tratto che ho più fresco nella memoria della partecipazione) le femministe sono state attaccate, giudicate, derise, scuoiate e in tanti modi perseguitate e represse per essersi espresse, riunite ed organizzate per denunciare i pregiudizi e le ingiustizie, per difendere il valore supremo della persona e per voler rivendicare i diritti di tutti gli esseri umani e delle umane. Mettendo in prospettiva le lotte sul corpo delle donne, penso all'agenda "delle immoralità"che abbiamo sviluppata e appoggiata nel corso degli ultimi 40 anni. Per grandi linee e senza pretesa di esaustività, nell'"agenda segreta" ho incluso:
- Convalidare le esperienze, le prospettive e le voci delle donne e loro importanza in tutti i settori dello sviluppo umano.
- Spiegare e promuovere nelle università e Centri di studio, così come nella gestione sociale e governativa, l'integrazione della prospettiva di genere: una nuova categoria di analisi, di ricerca, di discussione e di approccio, dalla quale si sono ripensati e trasformati tutti i saperi e le discipline accademiche che formano il modo di intendere la/le storia/e dell'umanità.
- Visibilizzare e denunciare le manifestazioni di discriminazione per ragioni di genere delle strutture patriarcali insieme ai diversi casi di violenza sessuale, collegandole con altre diseguaglianze, come la discriminazione nei confronti dei bambini, degli anziani; la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale che colpisce la vita di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, la discriminazione a causa della disabilità, razza, colore, origine, nazionalità o lo status di immigrazione ...
Promuovere emendamenti alla legislazione per superare le esclusioni nella loro lingua e le disposizioni e di chiarire e garantire l'inclusione nelle protezioni legali.
- Rivendicare l'uso di un linguaggio non sessista che elimini stereotipi e pregiudizi e proporre modelli che integrino la prospettiva di genere e dei diritti umani nei curricula e pratiche educative, che promuovano il rispetto per il valore e la dignità di tutte le persone e che coinvolgano gli individui e gruppi con l'"impegno" di costruire la pace con giustizia in tutti gli scenari di convivenza.
- Sostenere strategie globali,multidisciplinarie e multisettoriali per la prevenzione della discriminazione e la violenza e per la promozione della pace con giustizia.
- Denunciare la violenza machista e colonialista in tutte le sfere della vita, dal quotidiano allo strutturale esigendo il rispetto delle libertà civili, sociali e politiche e la piena partecipazione delle donne.
- Difendere il diritto alla salute e l'autonomia sessuale delle donne, compresi i loro diritti riproduttivi e il diritto alla pianificazione familiare, con accesso a tutti i servizi necessari prima, durante e dopo la gravidanza, così come il diritto di scegliere un aborto sicuro e legale, se deciderà di interromperla.
- Denunciare la femminilizzazione della povertà, esigire giustizia salariale ed economica, sostegno, alloggio, occupazione e opportunità di sviluppoper le capo-famiglia e le sue figlie e i figli.
- Combattere la violenza di genere nei media.
- Promuovere, pubblicare e distribuire materiale educativo (libri,giornali,volantini) su tematiche legate alle questioni di genere per l'orientamento e la formazione delle donne e della comunità.
- Favorire lo sviluppo di sensibilità, atteggiamenti e pratiche militanti delle "donne che aiutano le donne"nella denuncia di discriminazione, di violenza e disuguaglianze di genere e la promozione della benessere personale collettivo.
L'"immoralità" femminista oltrepassò i limiti cambiò la privacy e la pace familiare portò alla luce comportamenti come l'incesto e la violenza sessuale, psicologica e fisica nelle relazioni di coppia. Il personale diventò politico rivelando che le regole patriarcali di "casa dolce casa" stavano non solamente nascondendo la violenza ma anche la riproducevano.Si è scoperto che questa "tradizione di famiglia" ereditata, quasi di nascosto, di generazione in generazione provoca danni,spesso irreparabili, nelle famiglie più vulnerabili e, conseguentemente,di tutto l'intero tessuto sociale.
Grazie alle nostre "immorali" denunce abbiamo messo sotto accusa la promessa matrimoniale di stare insieme "finché morte non ci separi",sigillata dal rito religioso. Abbiamo rivelato che, per molte donne,questa promessa diventava una reale minaccia di morte per il comportamento, non molto cristiano,dei mariti aggresssori e ancor peggio,per l'indifferenza delle istituzioni sociali, religiose e giuridiche che,di fronte a segnali letali distolgono lo sguardo alleati del machismo istituzionalizzato nella famiglia tradizionale.
Nulla è stato nascosto. Tutto ciò che veniva occultato sotto il mantello dell'unità familiare è stato rivelato dalle testmonianze delle donne che trovavano nei progetti femministi la fiducia, il sostegno e la protezione per condividere le verità più intime e dolorose. Gli sguardi femministi si puntarono sulle richieste del rispetto per la vita delle donne, per la loro integrità e dignità, per la pace con giustizia. Di fronte ad un concetto patriarcale dell'amore di coppia e dell'unità familiare dove trovava ampio spazio la violenza, assumemmo una risposta inequivovabile di rifiuto.
Cambiare " il mondo" dal micro-spazio personale e familiare, così come gli spazi collettivi e politici diventò un imperativo della coscienza individuale e collettiva per le donne che trovavano nel femminismo i fondamenti etici, gli strumenti e la solidarietà per rifiutare la violenza di genere e promuovere la partecipazione delle donne e la pace con giustizia in tutti i settori.
(...)
Mentre il patriarcato difende l'integrità della famiglia ( con la violenza nascosta e banalizzata), il femminismo difende l'integrità della vita delle persone che costituiscono le famiglie.
Mentre il patriarcato vuole delegittimare ed escludere come famiglie quelle persone e coppie che non siano eterosessuali, il femminismo accoglie tutte le diversità e chiama all'amore e rispetto dei diritti umani di tutte le persone.
Mentre il patriarcato squalifica maternità e paternità esercitate responsabilmente e amorevolmente dalle coppie dello stesso sesso, il femminismo dà il benvenuto alla generosità e libertà dell'amore,sia biologico che non, che accoglie, protegge,cura, l'infanzia.
Mentre patriarcato sostiene di essere il custode e guardiano della morale sessuale di comodo che nasconde e la violenza ed esclude, il femminismo la denuncia ed assume l'etica sociale della solidarietà, l'etica della giustizia dell'inclusione e la difesa delle famiglie e di tutti i suoi membri con rispetto e senza violenza.
Ovviamente, le femministe, queste "donne immorali" hanno fatto qualcosa di brutto: hanno sovvertito il sistema e minacciano di fare la pace con giustizia; inoltre,amano, proteggono, difendono, accompagnano, sostengono,rinnovano e annunciano speranzose un altro modo di essere, umano e libero... è possibile.
" Brilleremo"...con tutte le diversità, tutte le voci,tutte le vite: siamo tutte e siamo "una donna".
Immoralmente imperdonabili!
80grados
(traduzione di Lia Di Peri)
Accusare di immoralità le donne in generale e le femministe in particolare è stato un referente in molte discussioni circa i diritti umani delle donne, nel corso della storia,in ogni tempo e in ogni luogo il mondo.
I paladini della morale politica e religiosa hanno messo in guardia la gente su ciò che chiamano le nostre " agende segrete" e le descrivono pericolose,perverse, promiscue, anti-famiglia,pedofile e "bestialiste" - atti in apparenza immorali. Non è un caso la "confusione", né l'insulto : bollare di immoralità una persona,un gruppo, una famiglia, è una grave offesa che mira ad annientare la dignità e credibilità di coloro che vengono attaccati. L'insulto è inoltre pianificato per paralizzare, mettere a tacere ed annullare le azioni.
Dagli anni '70 (per citare il tratto che ho più fresco nella memoria della partecipazione) le femministe sono state attaccate, giudicate, derise, scuoiate e in tanti modi perseguitate e represse per essersi espresse, riunite ed organizzate per denunciare i pregiudizi e le ingiustizie, per difendere il valore supremo della persona e per voler rivendicare i diritti di tutti gli esseri umani e delle umane. Mettendo in prospettiva le lotte sul corpo delle donne, penso all'agenda "delle immoralità"che abbiamo sviluppata e appoggiata nel corso degli ultimi 40 anni. Per grandi linee e senza pretesa di esaustività, nell'"agenda segreta" ho incluso:
- Convalidare le esperienze, le prospettive e le voci delle donne e loro importanza in tutti i settori dello sviluppo umano.
- Spiegare e promuovere nelle università e Centri di studio, così come nella gestione sociale e governativa, l'integrazione della prospettiva di genere: una nuova categoria di analisi, di ricerca, di discussione e di approccio, dalla quale si sono ripensati e trasformati tutti i saperi e le discipline accademiche che formano il modo di intendere la/le storia/e dell'umanità.
- Visibilizzare e denunciare le manifestazioni di discriminazione per ragioni di genere delle strutture patriarcali insieme ai diversi casi di violenza sessuale, collegandole con altre diseguaglianze, come la discriminazione nei confronti dei bambini, degli anziani; la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale che colpisce la vita di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, la discriminazione a causa della disabilità, razza, colore, origine, nazionalità o lo status di immigrazione ...
Promuovere emendamenti alla legislazione per superare le esclusioni nella loro lingua e le disposizioni e di chiarire e garantire l'inclusione nelle protezioni legali.
- Rivendicare l'uso di un linguaggio non sessista che elimini stereotipi e pregiudizi e proporre modelli che integrino la prospettiva di genere e dei diritti umani nei curricula e pratiche educative, che promuovano il rispetto per il valore e la dignità di tutte le persone e che coinvolgano gli individui e gruppi con l'"impegno" di costruire la pace con giustizia in tutti gli scenari di convivenza.
- Sostenere strategie globali,multidisciplinarie e multisettoriali per la prevenzione della discriminazione e la violenza e per la promozione della pace con giustizia.
- Denunciare la violenza machista e colonialista in tutte le sfere della vita, dal quotidiano allo strutturale esigendo il rispetto delle libertà civili, sociali e politiche e la piena partecipazione delle donne.
- Difendere il diritto alla salute e l'autonomia sessuale delle donne, compresi i loro diritti riproduttivi e il diritto alla pianificazione familiare, con accesso a tutti i servizi necessari prima, durante e dopo la gravidanza, così come il diritto di scegliere un aborto sicuro e legale, se deciderà di interromperla.
- Denunciare la femminilizzazione della povertà, esigire giustizia salariale ed economica, sostegno, alloggio, occupazione e opportunità di sviluppoper le capo-famiglia e le sue figlie e i figli.
- Combattere la violenza di genere nei media.
- Promuovere, pubblicare e distribuire materiale educativo (libri,giornali,volantini) su tematiche legate alle questioni di genere per l'orientamento e la formazione delle donne e della comunità.
- Favorire lo sviluppo di sensibilità, atteggiamenti e pratiche militanti delle "donne che aiutano le donne"nella denuncia di discriminazione, di violenza e disuguaglianze di genere e la promozione della benessere personale collettivo.
L'"immoralità" femminista oltrepassò i limiti cambiò la privacy e la pace familiare portò alla luce comportamenti come l'incesto e la violenza sessuale, psicologica e fisica nelle relazioni di coppia. Il personale diventò politico rivelando che le regole patriarcali di "casa dolce casa" stavano non solamente nascondendo la violenza ma anche la riproducevano.Si è scoperto che questa "tradizione di famiglia" ereditata, quasi di nascosto, di generazione in generazione provoca danni,spesso irreparabili, nelle famiglie più vulnerabili e, conseguentemente,di tutto l'intero tessuto sociale.
Grazie alle nostre "immorali" denunce abbiamo messo sotto accusa la promessa matrimoniale di stare insieme "finché morte non ci separi",sigillata dal rito religioso. Abbiamo rivelato che, per molte donne,questa promessa diventava una reale minaccia di morte per il comportamento, non molto cristiano,dei mariti aggresssori e ancor peggio,per l'indifferenza delle istituzioni sociali, religiose e giuridiche che,di fronte a segnali letali distolgono lo sguardo alleati del machismo istituzionalizzato nella famiglia tradizionale.
Nulla è stato nascosto. Tutto ciò che veniva occultato sotto il mantello dell'unità familiare è stato rivelato dalle testmonianze delle donne che trovavano nei progetti femministi la fiducia, il sostegno e la protezione per condividere le verità più intime e dolorose. Gli sguardi femministi si puntarono sulle richieste del rispetto per la vita delle donne, per la loro integrità e dignità, per la pace con giustizia. Di fronte ad un concetto patriarcale dell'amore di coppia e dell'unità familiare dove trovava ampio spazio la violenza, assumemmo una risposta inequivovabile di rifiuto.
Cambiare " il mondo" dal micro-spazio personale e familiare, così come gli spazi collettivi e politici diventò un imperativo della coscienza individuale e collettiva per le donne che trovavano nel femminismo i fondamenti etici, gli strumenti e la solidarietà per rifiutare la violenza di genere e promuovere la partecipazione delle donne e la pace con giustizia in tutti i settori.
(...)
Mentre il patriarcato difende l'integrità della famiglia ( con la violenza nascosta e banalizzata), il femminismo difende l'integrità della vita delle persone che costituiscono le famiglie.
Mentre il patriarcato vuole delegittimare ed escludere come famiglie quelle persone e coppie che non siano eterosessuali, il femminismo accoglie tutte le diversità e chiama all'amore e rispetto dei diritti umani di tutte le persone.
Mentre il patriarcato squalifica maternità e paternità esercitate responsabilmente e amorevolmente dalle coppie dello stesso sesso, il femminismo dà il benvenuto alla generosità e libertà dell'amore,sia biologico che non, che accoglie, protegge,cura, l'infanzia.
Mentre patriarcato sostiene di essere il custode e guardiano della morale sessuale di comodo che nasconde e la violenza ed esclude, il femminismo la denuncia ed assume l'etica sociale della solidarietà, l'etica della giustizia dell'inclusione e la difesa delle famiglie e di tutti i suoi membri con rispetto e senza violenza.
Ovviamente, le femministe, queste "donne immorali" hanno fatto qualcosa di brutto: hanno sovvertito il sistema e minacciano di fare la pace con giustizia; inoltre,amano, proteggono, difendono, accompagnano, sostengono,rinnovano e annunciano speranzose un altro modo di essere, umano e libero... è possibile.
" Brilleremo"...con tutte le diversità, tutte le voci,tutte le vite: siamo tutte e siamo "una donna".
Immoralmente imperdonabili!
80grados
(traduzione di Lia Di Peri)
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lunedì 15 aprile 2013
Wounded Knee e la memoria collettiva
Capo Joseph Brings Plenty*
The New York Times
La parola sioux lakota takini significa " morire e tornare", però spesso la si traduce semplicemente come " sopravvivere". E'una parola sacra che è stata per molto tempo associata con il massacro perpetrato dai soldati del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti contro un gran numero di uomini,donne e bambini inermi Lakota, nell'inverno del 1890.
Wounded Knee è stata definita l'ultima battaglia della guerra americana contro i popoli nativi. Ma non fu una battaglia, fu un massacro.
Le truppe dell'esercito intercettarono e catturarono un gruppo di centinaia di Lakota sotto la guida di Big Foot, un capo dei Sioux Mnicoujou,mentre si dirigevano alla Riserva di Pine Ridge in cerca di cibo e riparo.Dopo aver passato la notte bevendo,la mattina successiva quando le camicie azzurre stavano disarmando i guerrieri lakota partì un colpo.I soldati aprirono il fuoco con i loro fucili Hotchkiss. Rimasero uccisi, circa 150 Lakota,anche se altre stime parlano di 300 e più.
La nostra lotta per sopravvivere come popolo continua ancora oggi, per preservare non solo la nostra cultura e la nostra lingua, ma anche la nostra storia e la nostra terra. Anche se attualmente vivo ad ovest della Riserva Indiana del Río Cheyenne sono cresciuto a Pine Ridge,con la mia gente Oglala, a pochi chilometri da Wounded Knee. Un membro della mia famiglia è sopravvissuto al massacro, tutti gli altri sono morti.
La carneficina continua a suscitare grande emozione tra il nostro popolo - ricordi di corpi assiderati e in forme contorte, di coloro che furono inseguiti e uccisi mentre scappavano e di quelli che fuggirono nel freddo glaciale per le pianure battute dal vento.Queste storie, tramandate dagli antenati vivono in noi.
Una storia che mi ricordo chiaramente, me la raccontò quando avevo 8 anni, un'anziana, la cui madre da piccola sopravvisse al massacro. La madre le raccontò che quando cominciarono a volare proiettili, sua madre l'ha protetta con il proprio corpo. In quel momento un giovane guerriero a cavallo la sollevò tra le su braccia allontanandola dal pericolo. Quando la piccola si voltò indietro, vide la madre cadere con il petto lacerato dai proiettili. Mi disse che sempre ricordato il sapore salato delle lacrime. L'anziana nativa mi raccontò questo, dopo che avevo preso una saliera. Il sale da sempre era associato alla madre.
Ci sono molte storie come questa. Il potere spirituale di Wounded Knee spiega perché i membri del Movimento dei Nativi Americani tornarono sul posto nel 1973 per richiamare l'attenzione sull'ingiustizia economica e culturale commessa contro i nostri fratelli e le nostre sorelle dei popoli nativi.
Adesso, la nostra eredità è in pericolo di ridursi ad una transazione immobiliare: un altro lotto della nostra terra va al miglior offerente.
Le urla degli assassinati tuttavia riecheggiano tra le colline, le grida che risuonano nei nostri cuori ogni giorno della nostra vita.Ma, forse, saranno soffocate con i bulldozer e con il tintinnio delle monete commerciali.
Wounded Knee è passato dal controllo del popolo Oglala a mani private, attraverso un processo conosciuto come parcellizzazione, che è iniziato alla fine del del XIX secolo, con la quale il governo federale ha diviso la terra tra gli indigeni e ha consegnato altre particelle a soggetti esterni alla comunità. Lo scopo era quello di trasferire il controllo delle nostre terre collettive ad altre persone e insegnare ai Lakota e ad altri popoli nativi il concetto estraneo di proprietà privata.Per noi, questa misura era semplicemente un'altra forma di furto.Il proprietario del sito di Wounded Knee che detiene il titolo di proprietà del lotto di 40 acri dal 1968, vuole venderlo per 3.9 milioni di dollari. Se gli Oglalas di Pine Ridge non lo compreranno entro il 1° maggio verrà messo all'asta.
La Riserva di Pine Ridge è uno dei luoghi più poveri degli Stati Uniti e gli Oglala sono afflitti da debiti, quindi sarà molto difficile ottenere questa quantità di denaro. Gli anziani giustamente chiedono, perché dovrebbero pagare. Il governo federale dovrebbe comprare questa terra e il presidente Obama dovrebbe ordinare che lo si preservi come monumento nazionale, come ha fatto il mese scorso con cinque siti federali del paese, tra cui uno in Maryland in onore di Harriet Tubman e la Underground Railroad.
Il luogo della strage ha un significato di grande importanza non solo per il popolo Lakota, ma per tutti i popoli nativi e degli abitanti del paese. Wounded Knee deve rimanere un luogo sacro nel quale le voci dei danzatori degli spiriti che da oltre un secolo danzano per il ritorno delle antiche forme di vita, continuino a risuonare tra i pini; nel quale gli spiriti dei grandi continuino a camminare per le colline. E nel quale Takini conservi il suo significato: la sopravvivenza della memoria collettiva.
Jefe Joseph Brings Plenty* ex direttore della tribù Sioux, docente di cultura Lakota nella scuola Takini della Riserva Indigena di Rio Cheyenne.
rebelion.org
(traduzione in italiano di Lia Di Peri)
The New York Times
La parola sioux lakota takini significa " morire e tornare", però spesso la si traduce semplicemente come " sopravvivere". E'una parola sacra che è stata per molto tempo associata con il massacro perpetrato dai soldati del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti contro un gran numero di uomini,donne e bambini inermi Lakota, nell'inverno del 1890.
Wounded Knee è stata definita l'ultima battaglia della guerra americana contro i popoli nativi. Ma non fu una battaglia, fu un massacro.
Le truppe dell'esercito intercettarono e catturarono un gruppo di centinaia di Lakota sotto la guida di Big Foot, un capo dei Sioux Mnicoujou,mentre si dirigevano alla Riserva di Pine Ridge in cerca di cibo e riparo.Dopo aver passato la notte bevendo,la mattina successiva quando le camicie azzurre stavano disarmando i guerrieri lakota partì un colpo.I soldati aprirono il fuoco con i loro fucili Hotchkiss. Rimasero uccisi, circa 150 Lakota,anche se altre stime parlano di 300 e più.
La nostra lotta per sopravvivere come popolo continua ancora oggi, per preservare non solo la nostra cultura e la nostra lingua, ma anche la nostra storia e la nostra terra. Anche se attualmente vivo ad ovest della Riserva Indiana del Río Cheyenne sono cresciuto a Pine Ridge,con la mia gente Oglala, a pochi chilometri da Wounded Knee. Un membro della mia famiglia è sopravvissuto al massacro, tutti gli altri sono morti.
La carneficina continua a suscitare grande emozione tra il nostro popolo - ricordi di corpi assiderati e in forme contorte, di coloro che furono inseguiti e uccisi mentre scappavano e di quelli che fuggirono nel freddo glaciale per le pianure battute dal vento.Queste storie, tramandate dagli antenati vivono in noi.
Una storia che mi ricordo chiaramente, me la raccontò quando avevo 8 anni, un'anziana, la cui madre da piccola sopravvisse al massacro. La madre le raccontò che quando cominciarono a volare proiettili, sua madre l'ha protetta con il proprio corpo. In quel momento un giovane guerriero a cavallo la sollevò tra le su braccia allontanandola dal pericolo. Quando la piccola si voltò indietro, vide la madre cadere con il petto lacerato dai proiettili. Mi disse che sempre ricordato il sapore salato delle lacrime. L'anziana nativa mi raccontò questo, dopo che avevo preso una saliera. Il sale da sempre era associato alla madre.
Ci sono molte storie come questa. Il potere spirituale di Wounded Knee spiega perché i membri del Movimento dei Nativi Americani tornarono sul posto nel 1973 per richiamare l'attenzione sull'ingiustizia economica e culturale commessa contro i nostri fratelli e le nostre sorelle dei popoli nativi.
Adesso, la nostra eredità è in pericolo di ridursi ad una transazione immobiliare: un altro lotto della nostra terra va al miglior offerente.
Le urla degli assassinati tuttavia riecheggiano tra le colline, le grida che risuonano nei nostri cuori ogni giorno della nostra vita.Ma, forse, saranno soffocate con i bulldozer e con il tintinnio delle monete commerciali.
Wounded Knee è passato dal controllo del popolo Oglala a mani private, attraverso un processo conosciuto come parcellizzazione, che è iniziato alla fine del del XIX secolo, con la quale il governo federale ha diviso la terra tra gli indigeni e ha consegnato altre particelle a soggetti esterni alla comunità. Lo scopo era quello di trasferire il controllo delle nostre terre collettive ad altre persone e insegnare ai Lakota e ad altri popoli nativi il concetto estraneo di proprietà privata.Per noi, questa misura era semplicemente un'altra forma di furto.Il proprietario del sito di Wounded Knee che detiene il titolo di proprietà del lotto di 40 acri dal 1968, vuole venderlo per 3.9 milioni di dollari. Se gli Oglalas di Pine Ridge non lo compreranno entro il 1° maggio verrà messo all'asta.
La Riserva di Pine Ridge è uno dei luoghi più poveri degli Stati Uniti e gli Oglala sono afflitti da debiti, quindi sarà molto difficile ottenere questa quantità di denaro. Gli anziani giustamente chiedono, perché dovrebbero pagare. Il governo federale dovrebbe comprare questa terra e il presidente Obama dovrebbe ordinare che lo si preservi come monumento nazionale, come ha fatto il mese scorso con cinque siti federali del paese, tra cui uno in Maryland in onore di Harriet Tubman e la Underground Railroad.
Il luogo della strage ha un significato di grande importanza non solo per il popolo Lakota, ma per tutti i popoli nativi e degli abitanti del paese. Wounded Knee deve rimanere un luogo sacro nel quale le voci dei danzatori degli spiriti che da oltre un secolo danzano per il ritorno delle antiche forme di vita, continuino a risuonare tra i pini; nel quale gli spiriti dei grandi continuino a camminare per le colline. E nel quale Takini conservi il suo significato: la sopravvivenza della memoria collettiva.
Jefe Joseph Brings Plenty* ex direttore della tribù Sioux, docente di cultura Lakota nella scuola Takini della Riserva Indigena di Rio Cheyenne.
rebelion.org
(traduzione in italiano di Lia Di Peri)
venerdì 12 aprile 2013
Neo-machismi: nuove aggressioni, nuove risposte
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un ulteriore rafforzamento dei discorsi machisti che relativizzano e avallano in forma esplicita o sottile le diseguaglianze di genere, la violenza contro le donne e le sessualità normative.
(...)
Questa nuova ondata di discorsi sessisti si inseriscono nel contesto di femminilizzazione della povertà e consolidamento del capitalismo con significativi tagli nelle politiche di parità.
Ma cos'ha di "nuovo" questo machismo? Diversi analist* concordano sul fatto che questi discorsi non sono per nulla nuovi, ma sono il risultato dell'aggornamento attraverso modalità e canali diversi della logica patriarcale di dominio e di sfruttamento piuttosto consolidata nel tempo. Una logica che continua ad operare attraverso i canali tradizionali ai quali si aggungono adesso i nuovi media nel regno del virtuale (blog, social network, piattaforme, forum).
Le analisi femministe coincidono con queste analisi sociali sul machismo che sono in parte una reazione alla creazione e sviluppo delle politiche di uguaglianza (leggi sull'aborto, leggi contro la violenza di genere, leggi del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ecc.), ma soprattutto costituiscono una risposta sociale al cambiamento nelle relazioni di genere che, grazie ai movimenti femministi ha portato a maggiori quote di uguaglianza/libertà per le donne.
Mutazioni del Patriarcato: nuovi attacchi machisti.
Come segnalano Nieves Salobral y Soraya G. Guerrero nell'articolo " Violenza machista a dibattito" i discorsi neo-machisti hanno in comune una minimizzazione dell'importanza della violenza maschile e della diseguaglianza strutturale tra uomini e donne, una costante critica alle politiche di parità istituzionale ed un importante messa in discussione degli atteggiamenti delle donne e femministe alle quali si addossa la responsabilità della reazione aggressiva degli uomini. In più, dichiarano che il contesto è fortemente favorevole alle donne e arrivano a percepire l'uomo come una vittima degli eccessi femminili e della lotta per la libertà delle donne.
L'associazione Ioé, nello studio sugli atteggiamenti della popolazione di fronte alla violenza di genere in Spagna,distingue tra "machismo risentito", "difensivo", "magnanimo e antiautoritario"e "egualitarista irrilevante". All'incrocio con questa classificazione possiamo distinguere diverse articolazioni delle risposte sessiste alle lotte femministe:
Da un lato, abbiamo movimenti di uomini presumibilmente colpiti dalle leggi di genere. Le diverse associazioni che confermano questi movimenti insieme a gruppi di uomini divorziati e per l'affidamento congiunto riassumono il modo con il quale il patriarcato si ri-articola nel contesto della crisi capitalista e di instabilità dei legami familiari tradizionali.
Nuovi miti, come le false accuse di violenza di genere o della PAS sono tutta "una risposta
neomachista per fronteggiare penalmente la violenza" come afferma la psicologa Fátima Urzanqui che si aggiunge ai vecchi discorsi sulla violenza machista. In questo caso risultano paradigmatiche le recenti dichiarazioni del deputato spagnolo dell'UPD, Toni Cantó,che si fa così "portavoce dei discorsi neo-machisti" o di proposte così misogine, androcentrici e antifemministi come quelle del sedicente Ministero dell'equilibrio.
In linea con i precedenti troviamo piattaforme cattoliche e / o di destra che hanno coniato il concetto di "ideologia di genere"per far riferimento ad una presunta offensiva di de-binarizzazione della popolazione (diluendo la divisione "naturale" tra uomini e donne), attacco all'eterosessualità, minaccia alla famiglia nucleare e distruzione dei "legittimi" valori (cattolici).
In questo senso vi è un tentativo continuo di appropriazione del concetto "femminismo"per disattivare la sua connotazione sovversiva ed associarlo ad un'acritica ed insipida "uguaglianza" dei diritti e delle opportunità che non considera le relazioni di potere genderizzate né l'organizzazione eteropatriarcale delle società.
(...) Risulta molto interessante, ma anche problematico assistere al modo in cui si stanno sviluppando tutta una serie di teorie cospirazioniste sulle origini e sviluppo dei movimenti femministi che sono identificati come delle lobby o si arriva ad associarli a Rockefeller o ad organizzazioni come la CIA.
Queste teorie complottiste profondamente antifemministe si stanno anche sviluppando, anche se in modo relativamente marginale,nei movimenti sociali autonomi. Autor* di dubbia credibilità con la feroce critica al femminismo di Stato (nel quale includono tutto il femminismo) associano il movimento femminista allo sviluppo del capitalismo e sfruttamento, arrivando ad identificare il femminicidio con lo "sterminio delle donne "che, dicono, realizzi lo stesso femminismo.
D'altra parte, nella sfera del virtuale troviamo non solamente discorsi chiaramente machisti e di consenso e oppressione sessista, ma anche tutta una serie di aggressioni virtuali più o meno organizzate (messaggi offensivi e umilianti, minacce di violenza fisica e sessuale) contro donne femministe che svolgono una importante attività politica nella Rete. In questa direzione, casi come la moletia sofferta da Anita Sarkeesian negli USa,in ragione del suo progetto “Feminist Frequency” o nel contesto spagnolo ,il caso di Alicia Murillo che dal sito Forocoches ha aperto il dibattito su come affrontare i " "cyber-attacchi" e come sviluppare nuove strategie dai femminismi.
A livello più spontaneo e senza un'organizzazione espressamente politica troviamo i trolls sessist iche agiscono individualmente o collettivamente in Rete. Forum, facebook, twitter, youtube, blog e anche l'e-mail sono i loro canali di aggressione. Secondo l'esaustivo articolo " Trol machista, astiosi virtuali "l'anonimato, la tolleranza al troll che si ha nella rete, la difficoltà nello stabilire i limiti al "trollismo" e la minaccia sono alcuni fattori che rendono gli ambienti virtuali un campo fertile per il trol machista".Tra i trolls vi sono differenze significative, ma possiamo grosso modo classificarli di due tipi : Forococheros e buonisti.
I primi(che prendono il nome dal forum di provenienza) sono troll che localizzano e diffondono pubblicazioni e progetti femministi nella rete affinché i loro utenti accorrano in massa a boicottare l'iniziativa. Questi troll fanno discorsi violenti, volgari e apertamente machista" "quello che vi serve è un buon cazzo", "puttane", "depilati", a lavare"ecc. Allo stesso modo usano cliché triti e ritriti contro le femministe, come " grasse amareggiate" "lesbiche", "pelose", "streghe","malscopate" ecc..
Che succede quando i discorsi non provengono dalla destra, dalla Chiesa o dalla socialdemocrazia, ma dall'altro lato del campo di battaglia, che sono spazi liberali, di sinistra o dei movimenti sociali, presumibilmente legati al femminismo? Abbiamo i trolls benpensanti, politicamente corretti o " buonisti".
Questi troll non agiscono in massa, ma individualmente, ma tutti condividono lo stesso discorso, con poche sfumature tra loro. I loro interventi sono più elaborati, lunghi e raffinati e pretendono di avere più spessore intellettuali dei troll forococheros. Una delle loro caratteristiche principali è che eseguono una chiamata per salvare le forme. Sotto il ricorrente " Ti parlo con rispetto" si coprono le spalle contro una possibile forte risposta femminista, che abitualmente identificano come attacco, insulto o, nel caso che non gli si dedichi tutta l'energia e il tempo che essi vogliono, viltà.
I buonisti usano fare un discorso progressista che condanna il machismo più marcio e recalcitrante in alcuni casi è anche legato alla politiche di parità,però difettano di conoscenza sulla teoria e pratica femminista. Tuttavia, si sentono autorizzati a dare lezione, giudicare e mettere in discussione le strategie e forme di espressione delle femministe. Collezionano un argomentario fondato su topici e nozioni che negano le relazioni di potere e di dominio patriarcale preesistente " tutti siamo uguali" " io non guardo al genere, ma alla persona" "voglio l'armonia tra i sessi".
Nonostante questo discorso sia stato ripetuto fino alla nausea alle femministe, per pacificare le loro lotte e strategie, ad essi appare sempre originale, innovativo e illuminante.
Abitualmente attaccano alcune femministe con termini come "radicale", "embrista" o "estremista" e sostengono che esse realizzano un machismo inverso ("perché il femminismo non è quello vostro, ma un movimento molto dignitoso, che si batte per la parità") o riducono la lotta femminista ad una mera guerra tra i sessi.
Alcune frasi e luoghi comuni del machista "buonista"
"In questo modo, non va bene", "Così non arrivate alla gente", "State macchiando l'immagine del femminismo" "il vero e corretto femminismo è...", "Io credo nella parità, nelle persone,non in questo nazifemminismo/embrismo", "Sono d'accordo con ciò che dici, ma..." e soprattutto" parlo con rispetto".
Vediamo come si produce un aggiornamento dei classici aggettivi per delegittimare le femministe (pazza, isterica, strega, cattiva, cagna) attraverso l'impiego reiterato di altri termini: nazifemministe, embriste, anti-uomini,radicali, estremiste o violente. Un'analisi interessante per capire come il concetto di "embrismo" sta operando - come antecedentemente fece il termine "femminismo"- per dividere le femministe in buone e cattive lo troviamo nell'intestazione " 3 giorni: nazi-femministe e hembristas".
Continua.
diagonalperiodico.net
(traduzione di Lia Di Peri)
(...)
Questa nuova ondata di discorsi sessisti si inseriscono nel contesto di femminilizzazione della povertà e consolidamento del capitalismo con significativi tagli nelle politiche di parità.
Ma cos'ha di "nuovo" questo machismo? Diversi analist* concordano sul fatto che questi discorsi non sono per nulla nuovi, ma sono il risultato dell'aggornamento attraverso modalità e canali diversi della logica patriarcale di dominio e di sfruttamento piuttosto consolidata nel tempo. Una logica che continua ad operare attraverso i canali tradizionali ai quali si aggungono adesso i nuovi media nel regno del virtuale (blog, social network, piattaforme, forum).
Le analisi femministe coincidono con queste analisi sociali sul machismo che sono in parte una reazione alla creazione e sviluppo delle politiche di uguaglianza (leggi sull'aborto, leggi contro la violenza di genere, leggi del matrimonio tra persone dello stesso sesso, ecc.), ma soprattutto costituiscono una risposta sociale al cambiamento nelle relazioni di genere che, grazie ai movimenti femministi ha portato a maggiori quote di uguaglianza/libertà per le donne.
Mutazioni del Patriarcato: nuovi attacchi machisti.
Come segnalano Nieves Salobral y Soraya G. Guerrero nell'articolo " Violenza machista a dibattito" i discorsi neo-machisti hanno in comune una minimizzazione dell'importanza della violenza maschile e della diseguaglianza strutturale tra uomini e donne, una costante critica alle politiche di parità istituzionale ed un importante messa in discussione degli atteggiamenti delle donne e femministe alle quali si addossa la responsabilità della reazione aggressiva degli uomini. In più, dichiarano che il contesto è fortemente favorevole alle donne e arrivano a percepire l'uomo come una vittima degli eccessi femminili e della lotta per la libertà delle donne.
L'associazione Ioé, nello studio sugli atteggiamenti della popolazione di fronte alla violenza di genere in Spagna,distingue tra "machismo risentito", "difensivo", "magnanimo e antiautoritario"e "egualitarista irrilevante". All'incrocio con questa classificazione possiamo distinguere diverse articolazioni delle risposte sessiste alle lotte femministe:
Da un lato, abbiamo movimenti di uomini presumibilmente colpiti dalle leggi di genere. Le diverse associazioni che confermano questi movimenti insieme a gruppi di uomini divorziati e per l'affidamento congiunto riassumono il modo con il quale il patriarcato si ri-articola nel contesto della crisi capitalista e di instabilità dei legami familiari tradizionali.
Nuovi miti, come le false accuse di violenza di genere o della PAS sono tutta "una risposta
neomachista per fronteggiare penalmente la violenza" come afferma la psicologa Fátima Urzanqui che si aggiunge ai vecchi discorsi sulla violenza machista. In questo caso risultano paradigmatiche le recenti dichiarazioni del deputato spagnolo dell'UPD, Toni Cantó,che si fa così "portavoce dei discorsi neo-machisti" o di proposte così misogine, androcentrici e antifemministi come quelle del sedicente Ministero dell'equilibrio.
In linea con i precedenti troviamo piattaforme cattoliche e / o di destra che hanno coniato il concetto di "ideologia di genere"per far riferimento ad una presunta offensiva di de-binarizzazione della popolazione (diluendo la divisione "naturale" tra uomini e donne), attacco all'eterosessualità, minaccia alla famiglia nucleare e distruzione dei "legittimi" valori (cattolici).
In questo senso vi è un tentativo continuo di appropriazione del concetto "femminismo"per disattivare la sua connotazione sovversiva ed associarlo ad un'acritica ed insipida "uguaglianza" dei diritti e delle opportunità che non considera le relazioni di potere genderizzate né l'organizzazione eteropatriarcale delle società.
(...) Risulta molto interessante, ma anche problematico assistere al modo in cui si stanno sviluppando tutta una serie di teorie cospirazioniste sulle origini e sviluppo dei movimenti femministi che sono identificati come delle lobby o si arriva ad associarli a Rockefeller o ad organizzazioni come la CIA.
Queste teorie complottiste profondamente antifemministe si stanno anche sviluppando, anche se in modo relativamente marginale,nei movimenti sociali autonomi. Autor* di dubbia credibilità con la feroce critica al femminismo di Stato (nel quale includono tutto il femminismo) associano il movimento femminista allo sviluppo del capitalismo e sfruttamento, arrivando ad identificare il femminicidio con lo "sterminio delle donne "che, dicono, realizzi lo stesso femminismo.
D'altra parte, nella sfera del virtuale troviamo non solamente discorsi chiaramente machisti e di consenso e oppressione sessista, ma anche tutta una serie di aggressioni virtuali più o meno organizzate (messaggi offensivi e umilianti, minacce di violenza fisica e sessuale) contro donne femministe che svolgono una importante attività politica nella Rete. In questa direzione, casi come la moletia sofferta da Anita Sarkeesian negli USa,in ragione del suo progetto “Feminist Frequency” o nel contesto spagnolo ,il caso di Alicia Murillo che dal sito Forocoches ha aperto il dibattito su come affrontare i " "cyber-attacchi" e come sviluppare nuove strategie dai femminismi.
A livello più spontaneo e senza un'organizzazione espressamente politica troviamo i trolls sessist iche agiscono individualmente o collettivamente in Rete. Forum, facebook, twitter, youtube, blog e anche l'e-mail sono i loro canali di aggressione. Secondo l'esaustivo articolo " Trol machista, astiosi virtuali "l'anonimato, la tolleranza al troll che si ha nella rete, la difficoltà nello stabilire i limiti al "trollismo" e la minaccia sono alcuni fattori che rendono gli ambienti virtuali un campo fertile per il trol machista".Tra i trolls vi sono differenze significative, ma possiamo grosso modo classificarli di due tipi : Forococheros e buonisti.
I primi(che prendono il nome dal forum di provenienza) sono troll che localizzano e diffondono pubblicazioni e progetti femministi nella rete affinché i loro utenti accorrano in massa a boicottare l'iniziativa. Questi troll fanno discorsi violenti, volgari e apertamente machista" "quello che vi serve è un buon cazzo", "puttane", "depilati", a lavare"ecc. Allo stesso modo usano cliché triti e ritriti contro le femministe, come " grasse amareggiate" "lesbiche", "pelose", "streghe","malscopate" ecc..
Che succede quando i discorsi non provengono dalla destra, dalla Chiesa o dalla socialdemocrazia, ma dall'altro lato del campo di battaglia, che sono spazi liberali, di sinistra o dei movimenti sociali, presumibilmente legati al femminismo? Abbiamo i trolls benpensanti, politicamente corretti o " buonisti".
Questi troll non agiscono in massa, ma individualmente, ma tutti condividono lo stesso discorso, con poche sfumature tra loro. I loro interventi sono più elaborati, lunghi e raffinati e pretendono di avere più spessore intellettuali dei troll forococheros. Una delle loro caratteristiche principali è che eseguono una chiamata per salvare le forme. Sotto il ricorrente " Ti parlo con rispetto" si coprono le spalle contro una possibile forte risposta femminista, che abitualmente identificano come attacco, insulto o, nel caso che non gli si dedichi tutta l'energia e il tempo che essi vogliono, viltà.
I buonisti usano fare un discorso progressista che condanna il machismo più marcio e recalcitrante in alcuni casi è anche legato alla politiche di parità,però difettano di conoscenza sulla teoria e pratica femminista. Tuttavia, si sentono autorizzati a dare lezione, giudicare e mettere in discussione le strategie e forme di espressione delle femministe. Collezionano un argomentario fondato su topici e nozioni che negano le relazioni di potere e di dominio patriarcale preesistente " tutti siamo uguali" " io non guardo al genere, ma alla persona" "voglio l'armonia tra i sessi".
Nonostante questo discorso sia stato ripetuto fino alla nausea alle femministe, per pacificare le loro lotte e strategie, ad essi appare sempre originale, innovativo e illuminante.
Abitualmente attaccano alcune femministe con termini come "radicale", "embrista" o "estremista" e sostengono che esse realizzano un machismo inverso ("perché il femminismo non è quello vostro, ma un movimento molto dignitoso, che si batte per la parità") o riducono la lotta femminista ad una mera guerra tra i sessi.
Alcune frasi e luoghi comuni del machista "buonista"
"In questo modo, non va bene", "Così non arrivate alla gente", "State macchiando l'immagine del femminismo" "il vero e corretto femminismo è...", "Io credo nella parità, nelle persone,non in questo nazifemminismo/embrismo", "Sono d'accordo con ciò che dici, ma..." e soprattutto" parlo con rispetto".
Vediamo come si produce un aggiornamento dei classici aggettivi per delegittimare le femministe (pazza, isterica, strega, cattiva, cagna) attraverso l'impiego reiterato di altri termini: nazifemministe, embriste, anti-uomini,radicali, estremiste o violente. Un'analisi interessante per capire come il concetto di "embrismo" sta operando - come antecedentemente fece il termine "femminismo"- per dividere le femministe in buone e cattive lo troviamo nell'intestazione " 3 giorni: nazi-femministe e hembristas".
Continua.
diagonalperiodico.net
(traduzione di Lia Di Peri)
martedì 12 febbraio 2013
Perché sono un uomo femminista
Come un uomo è passato da aggressore a difensore dei diritti delle donne.
di Byron Hurt*
Quando ero piccolo, mio padre e mia madre discutevano molto. Certe mattine mi svegliavo al suono allarmante delle grida dei miei genitori.La discussione continuava fino a quando mio padre urlava: "E' questo è tutto!Non voglio continuare più a parlare di questo". La disputa finiva lì. Mia madre non ha mai avuto l'ultima parola. Le urla di mio padre facevano rabbrividire mi madre; io volevo fare qualcosa per fermare la furia contro di lei. In quei momenti, mi sentivo impotente perché ero troppo giovane per affrontare mio padre. Ho imparato presto che la forza e il potere intimidivano mia madre. Non ho mai visto mio padre colpirla, ma ho assistito ai dannosi colpi verbali che cadevano sulla psiche di mia madre.
Mio padre non maltrattava sempre di mia madre, ma quando lo faceva, mi identificavo con il suo dolore,non con l'aggressività di lui. Quando le faceva male, faceva male anche a me. Con mia madre avevamo un legame molto speciale. Era divertente, intelligente, amorevole e bella. Era un'ottima ascoltatrice e mi faceva sentire importante. Ogni volta che le cose si mettevano male, lei era la mia roccia e il mio pilastro.
Una mattina, dopo le grida di mio padre durante una discussione,lei ed io, ci siamo chiusi in bagno, soli, preparandoci per il giorno davanti a noi. La tensione nella casa era spessa come una nube di fumo nero. Sapevo che mi madre era nauseata. " Ti voglio bene mamma,ma vorrei che tu avessi un pò più di coraggio quando discuti con papà", le dissi a voce bassa, perché non potesse sentirmi.Lei mi guardò, mi accarezzò la schiena e si sforzò di sorridere.
Avevo tanto desiderio che mia madre difendesse se stessa...Non capivo perché doveva arrendersi ogni volta che discutevano. Chi era lui per mettere le regole in casa? Che cosa lo rendeva tanto speciale?
Sono cresciuto risentito del dominio di mio padre in casa, anche se gli volevo tanto bene quanto ne volevo a mia madre. La sua rabbia e la sua intimidazione impedirono che mia madre, mia sorella ed io, potessimo esprimere la nostra opinione ogni qualvolta fosse in contrasto con la sua. Qualcosa nella disuguaglianza della loro relazione mi sembrava ingiusta, ma in un'età così giovane,non sapevo dire cosa.
Un giorno, mentre eravamo seduti al tavolo della cucina dopo una delle loro discussioni, mia madre mi disse: "Byron mai, trattare una donna come tuo padre tratta me." Vorrei averla ascoltata.
Quando sono diventato grande ed ho avuto le mie relazioni con le ragazze e le donne,a volte, mi sono comportato come ho visto comportare mio padre. Anch'io sono diventato verbalmente aggressivo ogni volta che una ragazza o una donna con le quali uscivo, mi criticava o sfidava. Screditavo le mie compagne controllando il loro peso o l'abbigliamento che avevano scelto di indossare. In una relazione in particolare, ai tempi dell'università, usavo spesso la mia corpulenza per intimidire la mia ragazza, gettandomi su di lei e urlandole per difendere il mio punto di vista.
Avevo assimilato ciò che avevo visto a casa e mi stavo lentamente trasformando in ciò che avevo disprezzato fin da piccolo. Anche se mia madre aveva cercato di insegnarmi il meglio io, come molti ragazzi ed uomini,mi sentivo in diritto di maltrattare il genere femminile.
Dopo la laurea,avevo bisogno di un lavoro. Seppi di un nuovo programma di sensibilizzazione che si stava lanciando. Si chiamava i Mentori nel Progetto di Prevenzione della Violenza. Essendo uno studente-atleta avevo fatto sensibilizazione comunitaria in precedenza e questo Progetto mi sembrava un buon piano,mentre aspettavo di lavorare nel mio campo, il giornalismo.
Fondato da Jackson Katz, il progetto MPV fu creato per usare il prestigio degli atleti nel rendere inaccettabile la violenza di genere. Quando mi incontrai con Katz non sapevo che il progetto era un programma di prevenzione della violenza di genere. Se lo avessi saputo, probabilmente non sarei andato al colloquio.
Così quando Katz mi spiegò che stava cercando un uomo per aiutarlo ad istituzionalizzare il progetto basato sulla prevenzione della violenza di genere, nelle scuole ed università di tutti i paesi, quasi me ne stavo andando da dove ero venuto. Però durante l'intervista,Katz, mi pose una interessante domanda: “Byron, secondo te,quali vantaggi può ricevere la nostra comunità,dalla violenza degli afro-americani sulle afro-americane?"
Nessuno mai mi aveva posto questa domanda. Come uomo afro-americano profondamente preoccupato delle questioni di razza, non avevo mai pensato del come l'abuso emotivo, le percosse, le violenze sessuali, le molestie per strada e le violazioni, colpissero un'intera comunità così come il razzismo.
Il giorno dopo, partecipai ad un seminario sulla prevenzione alla violenza di genere organizzato da Katz, il quale pose agli uomini in sala, la seguente domanda: " Che cosa avete fatto per proteggervi dall'essere violentati o aggrediti sessualmente?"
Non un solo uomo, me compreso, potè rispondere prontamente alla domanda. Infine,un uomo alzò la mano e disse: "Niente."
Poi, Katz domandò alle donne: " Che cosa avete fatto per proteggervi dall'essere violentate o aggredite sessualmente? Quasi tutte le donne in sala alzarono la mano. Una dopo l'altra ciascuna donna testimoniò:
"Non stabilisco nessun contatto visivo con uomini, quando cammino per la strada" disse una.
"Non lascio incustodito il mio bicchiere alle feste" disse un'altra.
"Attraverso la strada quando vedo un gruppo di ragazzi che vengono verso di me"
"Uso le mie chiavi come una potenziale arma"
" Porto con me uno spray da difesa"
" Guardo ciò che mi metto".
Le donne hanno continuato per qualche minuto, fino a quando la parte della loro lavagna era completamente riempita. Mentre il lato della lavagna degli uomini era totalmente bianco.
Ero sbalordito. Non avevo mai sentito un gruppo di donne dire queste cose. Ripensai a tutte le donne della mia vita (compresa mia madre, mia sorella, la mia fidanzata) e mi resi conto che avevo molto da imparare riguardo al genere.
Giorni dopo, Katz mi offrì il lavoro di specialista consigliere-formatore ed io lo accettai. Anche se non ero ben informato, da un punto di vista professionale, imparai rapidamente sul lavoro. Lessi libri e saggi di Bell Hooks, Patricia Hill Collins, Angela Davis ed altre scrittore feministe.
Come la maggior parte degli uomini avevo assorbito lo stereotipo che tutte le femministe erano bianche, lesbiche, attacca-maschi, poco attraenti, che odiavano gli uomini. Ma dopo aver letto le opere di tutte queste femministe nere, mi resi conto che ciò era lontano dalla realtà. Dopo aver indagato a fondo il loro lavoro, arrivai a rispettare davvero l'intelligenza, il coraggio e l'onestà di queste donne.
Le femministe non odiavano gli uomini. Infatti li amavano. Ma,come mio padre aveva messo a tacere mia madre durante le loro discussioni per non sentire le sue lamentele, gli uomini avevano messo a tacere le persone femministe screditandole e facendo orecchie da mercanti su chi siamo realmente.
Ho imparato che le femministe hanno prodotto una critica importante di una società dominata dagli uomini che normalmente e universalmente trattavano le donne come cittadine di seconda classe.
Esse dicevano la verità e, pur essendo un uomo, la loro verità mi stava parlando. Attraverso il femminismo, ho sviluppato un linguaggio che mi ha aiutato ad esprimere meglio cose che avevo sperimentato crescendo come uomo.
Gli scritti femministi sul patriarcato, sul razzismo,capitalismo e sessismo strutturale si relazionavano con me, perché ero stato testimone in prima persona del dominio maschilista, che esse sfidavano. L'ho visto da bambino in casa mia e l'ho perpetuato da adulto. Le loro analisi della cultura e comportamento degli uomini mi ha aiutato a porre il patriarcato di mio padre in un più ampio contesto sociale e, al contempo, mi ha aiutato a capire meglio me stesso.
Decisi che mi affascinavano le femministe ed abbracciai il femminismo. Il femminismo non solo dà voce alle donne, ma apre la strada agli uomini per liberarli dal dominio della mascolinità tradizionale. Quando feriamo le donne nelle nostre vite, noi ci feriamo e feriamo anche la nostra comunità.
Una volta diventato adulto, il comportamento di mio padre nei confronti di mia madre cambiò. Si addolcì e smise di essere irrazionale e verbalmente aggressivo. Mia madre arrivò a farsi valere quando erano in disaccordo.
Mi stupì nel sentirla dire l'ultima parola che mio padre ascoltava senza infuriarsi. E' stato un grande cambiamento. Nessuno di loro si considerava femminista,ma credo che entrambi hanno imparato con il tempo a diventare individui più completi, che si trattavano con reciproco rispetto. Quando mio padre morì di cancro nel 2007,portava orgogliosamente per la città un cappellino da baseball che gli avevo regalato e sul quale c'era scritto: " Basta con la violenza sulle donne".
Chi dice che gli uomini non possono essere femministi?
* Byron Hurt, regista, scrittore e produttore musicale.
Proyecto Kahlo.
(traduzione di Lia Di Peri)
.
di Byron Hurt*
Mio padre non maltrattava sempre di mia madre, ma quando lo faceva, mi identificavo con il suo dolore,non con l'aggressività di lui. Quando le faceva male, faceva male anche a me. Con mia madre avevamo un legame molto speciale. Era divertente, intelligente, amorevole e bella. Era un'ottima ascoltatrice e mi faceva sentire importante. Ogni volta che le cose si mettevano male, lei era la mia roccia e il mio pilastro.
Una mattina, dopo le grida di mio padre durante una discussione,lei ed io, ci siamo chiusi in bagno, soli, preparandoci per il giorno davanti a noi. La tensione nella casa era spessa come una nube di fumo nero. Sapevo che mi madre era nauseata. " Ti voglio bene mamma,ma vorrei che tu avessi un pò più di coraggio quando discuti con papà", le dissi a voce bassa, perché non potesse sentirmi.Lei mi guardò, mi accarezzò la schiena e si sforzò di sorridere.
Avevo tanto desiderio che mia madre difendesse se stessa...Non capivo perché doveva arrendersi ogni volta che discutevano. Chi era lui per mettere le regole in casa? Che cosa lo rendeva tanto speciale?
Sono cresciuto risentito del dominio di mio padre in casa, anche se gli volevo tanto bene quanto ne volevo a mia madre. La sua rabbia e la sua intimidazione impedirono che mia madre, mia sorella ed io, potessimo esprimere la nostra opinione ogni qualvolta fosse in contrasto con la sua. Qualcosa nella disuguaglianza della loro relazione mi sembrava ingiusta, ma in un'età così giovane,non sapevo dire cosa.
Un giorno, mentre eravamo seduti al tavolo della cucina dopo una delle loro discussioni, mia madre mi disse: "Byron mai, trattare una donna come tuo padre tratta me." Vorrei averla ascoltata.
Quando sono diventato grande ed ho avuto le mie relazioni con le ragazze e le donne,a volte, mi sono comportato come ho visto comportare mio padre. Anch'io sono diventato verbalmente aggressivo ogni volta che una ragazza o una donna con le quali uscivo, mi criticava o sfidava. Screditavo le mie compagne controllando il loro peso o l'abbigliamento che avevano scelto di indossare. In una relazione in particolare, ai tempi dell'università, usavo spesso la mia corpulenza per intimidire la mia ragazza, gettandomi su di lei e urlandole per difendere il mio punto di vista.
Avevo assimilato ciò che avevo visto a casa e mi stavo lentamente trasformando in ciò che avevo disprezzato fin da piccolo. Anche se mia madre aveva cercato di insegnarmi il meglio io, come molti ragazzi ed uomini,mi sentivo in diritto di maltrattare il genere femminile.
Dopo la laurea,avevo bisogno di un lavoro. Seppi di un nuovo programma di sensibilizzazione che si stava lanciando. Si chiamava i Mentori nel Progetto di Prevenzione della Violenza. Essendo uno studente-atleta avevo fatto sensibilizazione comunitaria in precedenza e questo Progetto mi sembrava un buon piano,mentre aspettavo di lavorare nel mio campo, il giornalismo.
Fondato da Jackson Katz, il progetto MPV fu creato per usare il prestigio degli atleti nel rendere inaccettabile la violenza di genere. Quando mi incontrai con Katz non sapevo che il progetto era un programma di prevenzione della violenza di genere. Se lo avessi saputo, probabilmente non sarei andato al colloquio.
Così quando Katz mi spiegò che stava cercando un uomo per aiutarlo ad istituzionalizzare il progetto basato sulla prevenzione della violenza di genere, nelle scuole ed università di tutti i paesi, quasi me ne stavo andando da dove ero venuto. Però durante l'intervista,Katz, mi pose una interessante domanda: “Byron, secondo te,quali vantaggi può ricevere la nostra comunità,dalla violenza degli afro-americani sulle afro-americane?"
Nessuno mai mi aveva posto questa domanda. Come uomo afro-americano profondamente preoccupato delle questioni di razza, non avevo mai pensato del come l'abuso emotivo, le percosse, le violenze sessuali, le molestie per strada e le violazioni, colpissero un'intera comunità così come il razzismo.
Il giorno dopo, partecipai ad un seminario sulla prevenzione alla violenza di genere organizzato da Katz, il quale pose agli uomini in sala, la seguente domanda: " Che cosa avete fatto per proteggervi dall'essere violentati o aggrediti sessualmente?"
Non un solo uomo, me compreso, potè rispondere prontamente alla domanda. Infine,un uomo alzò la mano e disse: "Niente."
Poi, Katz domandò alle donne: " Che cosa avete fatto per proteggervi dall'essere violentate o aggredite sessualmente? Quasi tutte le donne in sala alzarono la mano. Una dopo l'altra ciascuna donna testimoniò:
"Non stabilisco nessun contatto visivo con uomini, quando cammino per la strada" disse una.
"Non lascio incustodito il mio bicchiere alle feste" disse un'altra.
"Attraverso la strada quando vedo un gruppo di ragazzi che vengono verso di me"
"Uso le mie chiavi come una potenziale arma"
" Porto con me uno spray da difesa"
" Guardo ciò che mi metto".
Le donne hanno continuato per qualche minuto, fino a quando la parte della loro lavagna era completamente riempita. Mentre il lato della lavagna degli uomini era totalmente bianco.
Ero sbalordito. Non avevo mai sentito un gruppo di donne dire queste cose. Ripensai a tutte le donne della mia vita (compresa mia madre, mia sorella, la mia fidanzata) e mi resi conto che avevo molto da imparare riguardo al genere.
Giorni dopo, Katz mi offrì il lavoro di specialista consigliere-formatore ed io lo accettai. Anche se non ero ben informato, da un punto di vista professionale, imparai rapidamente sul lavoro. Lessi libri e saggi di Bell Hooks, Patricia Hill Collins, Angela Davis ed altre scrittore feministe.
Come la maggior parte degli uomini avevo assorbito lo stereotipo che tutte le femministe erano bianche, lesbiche, attacca-maschi, poco attraenti, che odiavano gli uomini. Ma dopo aver letto le opere di tutte queste femministe nere, mi resi conto che ciò era lontano dalla realtà. Dopo aver indagato a fondo il loro lavoro, arrivai a rispettare davvero l'intelligenza, il coraggio e l'onestà di queste donne.
Le femministe non odiavano gli uomini. Infatti li amavano. Ma,come mio padre aveva messo a tacere mia madre durante le loro discussioni per non sentire le sue lamentele, gli uomini avevano messo a tacere le persone femministe screditandole e facendo orecchie da mercanti su chi siamo realmente.
Ho imparato che le femministe hanno prodotto una critica importante di una società dominata dagli uomini che normalmente e universalmente trattavano le donne come cittadine di seconda classe.
Esse dicevano la verità e, pur essendo un uomo, la loro verità mi stava parlando. Attraverso il femminismo, ho sviluppato un linguaggio che mi ha aiutato ad esprimere meglio cose che avevo sperimentato crescendo come uomo.
Gli scritti femministi sul patriarcato, sul razzismo,capitalismo e sessismo strutturale si relazionavano con me, perché ero stato testimone in prima persona del dominio maschilista, che esse sfidavano. L'ho visto da bambino in casa mia e l'ho perpetuato da adulto. Le loro analisi della cultura e comportamento degli uomini mi ha aiutato a porre il patriarcato di mio padre in un più ampio contesto sociale e, al contempo, mi ha aiutato a capire meglio me stesso.
Decisi che mi affascinavano le femministe ed abbracciai il femminismo. Il femminismo non solo dà voce alle donne, ma apre la strada agli uomini per liberarli dal dominio della mascolinità tradizionale. Quando feriamo le donne nelle nostre vite, noi ci feriamo e feriamo anche la nostra comunità.
Una volta diventato adulto, il comportamento di mio padre nei confronti di mia madre cambiò. Si addolcì e smise di essere irrazionale e verbalmente aggressivo. Mia madre arrivò a farsi valere quando erano in disaccordo.
Mi stupì nel sentirla dire l'ultima parola che mio padre ascoltava senza infuriarsi. E' stato un grande cambiamento. Nessuno di loro si considerava femminista,ma credo che entrambi hanno imparato con il tempo a diventare individui più completi, che si trattavano con reciproco rispetto. Quando mio padre morì di cancro nel 2007,portava orgogliosamente per la città un cappellino da baseball che gli avevo regalato e sul quale c'era scritto: " Basta con la violenza sulle donne".
Chi dice che gli uomini non possono essere femministi?
* Byron Hurt, regista, scrittore e produttore musicale.
Proyecto Kahlo.
(traduzione di Lia Di Peri)
.
venerdì 8 febbraio 2013
Queer : Storia di una parola
di Beatriz Preciado
Per chi è cresciuta come bambina lesbica negli anni immediatamente successivi a Franco è difficile adattarsi al successo dell'esplosivo "queer"e alla sua trasformazione in "culturalmente chic".
Ci fu un tempo in cui la parola "queer" era solo un insulto. Nella lingua inglese, dalla sua nascita nel XVIII secolo, "queer" fu usato per designare quella o quello, che per il suo inutile stato, sbagliato,falso o eccentrico poneva in discussione il buon funzionamentoi del gioco sociale. Erano “queer” il truffatore, il ladro, l'ubriaco, la pecora nera e la mela marcia, ma anche tutti coloro che per la loro particolarità o stranezza non potevano essere immediatamente riconosciuti come uomo o donna. La parola "queer" non sembrava tanto definire una qualità dell'oggetto a cui si riferiva, quanto indicare l'incapacità del soggetto che parla di trovare una categoria nel campo della rappresentazione che corrisponda alla complessità di ciò che intendiamo definire. Pertanto,fin dal principio, “queer” è piuttosto il segno di un fallimento nella rappresentazione linguistica, che un semplice aggettivo. Né questo, né quello, né carne né pesce ... "queer". Che in qualche modo equivale a dire: quello che io chiamo "queer" è un problema per il mio sistema di rappresentazione, è un disturbo, una strana vibrazione nel mio campo visivo, che deve essere bollata con l'offesa. Fu necessario sospettare del “queer”, come si sospetta di un corpo che per la sua semplice presenza offusca i confini tra le categorie precedentemente divise dalla razionalità e dal decoro. Nella società vittoriana che difendeva i valori dell'eterosessualità come asse della famiglia borghese e base della riproduzione della nazione e della specie, "queer" è servita per nominare anche i corpi che sfuggivano all'istituzione eterosessuale e alle sue regole. La minaccia veniva in questo caso, da quei corpi che per il tipo di rapporto e produzione del piacere mettevano in discussione le differenze tra maschile e femminile, ma anche tra l'organico e l'inorganico,l'animale e l'umano. Erano “queer”gli invertiti, il gay e la lesbica, il travestito, il feticista, il sadomaso e lo zoofilo. L'insulto "queer" non aveva un contenuto specifico : riuniva tutti i segni dell'abietto. Ma la parola in realtà serviva per tracciare un limite all'orizzonte democratico: colui che chiamava un altro " queer"stava comodamente seduto in un sofà immaginario della sfera pubblica in un tranquillo scambio comunicativo con i suoi euguali eterosessuali, mentre confinava il “queer al di là dei confini dell'umano. Spostato al di fuori dello spazio sociale il “queer” era condannato al silenzio ed alla vergogna.
Ma la storia politica del pregiudizio è anche la storia del cambiamento dei suoi usi,dei suoi utenti e dei contesti del discorso. In poco meno di due secoli la parola "queer" è cambiata completamente nell'uso, utente e contesto.
Si dovrà aspettare fino alla metà degli anni'80 del secolo scorso, quando spinti dalla crisi dell'AIDS, una serie di microgruppi decideranno di riappropriarsi dell'ingiuria "queer"per farne un luogo di azione politica e di resistenza alla normalizzazione. Gli attivisti di gruppi come Act Up (di lotta contro l'AIDS),Radical Furies o Lesbian Avangers decisero di torcere il collo all'ingiuria "queer" e trasformarla in un progetto di critica sociale e di intervento culturale. Ciò che stava cambiando era il soggetto dell'enunciazione: non era più il signorino etero che chiamava l'altro " frocio,adesso, il finocchio, la lesbica e il trans si autonominavano "queer"annunciando una deliberata rottura con la norma. L'intuizione era presente dalle rivolte omosessuali degli anni'70. Guy Hocquenghem, per esempio,aveva smascherato già il carattere storico e costruito dell'omosessualità :"La società capitalistica fabbrica l'omosessuale come produce il proletario,stimolando in ogni momento il proprio limite.L'omosessualità è una costruzione del mondo normale. "
Non si trattava più di chiedere tolleranza e tenere un basso profilo per avere accesso alle istituzioni eterosessuali del matrimonio e della famiglia, ma di affermare il carattere politico ( se non di polizia) delle nozioni di omosessualità ed eterosessualità sfidando la sua validità a delimitare il campo del sociale.
Con questa svolta, la parola "queer" cessò di essere un'offesa per diventare un segno di resistenza alla normalizzazione, cessò di essere uno strumento di repressione sociale per diventare un indice rivoluzionario.
Il movimento "queer" è post-omosessuale e post-gay. Non si definisce più né rispetto alla nozione medica di omosessualità né si conforma alla riduzione dell'identità gay ad uno stile di vita accessibile alla società di consumo neo-liberale. Si tratta pertanto di un movimento post-identitario: "queer non è un'identità multiculturale, ma una posizione critica attenta ai processi di esclusione e di emarginazione generate da ogni finzione identitaria. Il movimento "queer"non è un movimento di omosessuali né di gay, ma di dissidenti di genere e sessuale che resistono contro le regole imposte dalla società eterosessuale dominante, attento anche ai processi di normalizzazione e di esclusione interni alla cultura gay: marginalizzazione delle lesbiche, dei corpi transessuali e transgender, dei migranti, dei /delle lavoratori/trici sessuali. Perché per torcere il collo al pregiudizio è necessario qualcosa di più che essere stato oggetto dello stesso. Il bla-bla di un finocchio conservatore non è più "queer" del bla-bla di un etero-conservatore. Sorry. Essere checca non basta per essere "queer", bisogna sottoporre la propria identità a critica.Quando si parla di teoria "queer" per fare riferimento ai testi di Judith Butler, Teresa de Lauretis, Eva K. Sedgwick e Michael Warner si parla di un progetto critico ereditato dalla tradizione femminista e anticoloniale che mira all'analisi e decostruzione dei processi storici e culturali che hanno portato all'invenzione del corpo bianco eterosessuale come finzione dominante in Occidente e all'esclusione delle differenze fuori dal campo della rappresentanza politica. Forse la chiave per il successo del "queer"di fronte alla difficoltà di pubblicare o produrre discorsi o rappresentazioni che provengono dalla cultura frocia, lesbica, transessuale, anticoloniale,postporn e del lavoro sessuale risiede purtroppo nella sua disconnessione dai contesti di oppressione politica a cui la parola "queer" si riferisce in inglese. Se si considera che l'efficacia politica del termine "queer" deriva proprio dall'essere la riappropriazione di un'ingiuria e di un uso dissidente di fronte al linguaggio dominante, si dovrà accettare che questa dislocazione non viene agita quando si introduce in altre lingue. Sfuggiamo al brutale movimento di decontestualizzazione, ma ci priviamo anche della forza politica di questo gesto. Questo forse spiega perché molti dei nuovi fans che vogliono identificarsi come "queer"non sono però disposti ad identificarsi come "transessuali", "sadomasochisti" "tarati" o "lesbiche". Sarà necessario in ogni caso ridefinire i contesti d'uso, modificare gli utenti e in particolare mobilitare i linguaggi politici che ci hanno costruito come abietti... in caso contrario la teoria "queer" sarà semplicemente 'parole, parole,parole...
parole de queer
(traduzione di Lia Di Peri)
Per chi è cresciuta come bambina lesbica negli anni immediatamente successivi a Franco è difficile adattarsi al successo dell'esplosivo "queer"e alla sua trasformazione in "culturalmente chic".
Ci fu un tempo in cui la parola "queer" era solo un insulto. Nella lingua inglese, dalla sua nascita nel XVIII secolo, "queer" fu usato per designare quella o quello, che per il suo inutile stato, sbagliato,falso o eccentrico poneva in discussione il buon funzionamentoi del gioco sociale. Erano “queer” il truffatore, il ladro, l'ubriaco, la pecora nera e la mela marcia, ma anche tutti coloro che per la loro particolarità o stranezza non potevano essere immediatamente riconosciuti come uomo o donna. La parola "queer" non sembrava tanto definire una qualità dell'oggetto a cui si riferiva, quanto indicare l'incapacità del soggetto che parla di trovare una categoria nel campo della rappresentazione che corrisponda alla complessità di ciò che intendiamo definire. Pertanto,fin dal principio, “queer” è piuttosto il segno di un fallimento nella rappresentazione linguistica, che un semplice aggettivo. Né questo, né quello, né carne né pesce ... "queer". Che in qualche modo equivale a dire: quello che io chiamo "queer" è un problema per il mio sistema di rappresentazione, è un disturbo, una strana vibrazione nel mio campo visivo, che deve essere bollata con l'offesa. Fu necessario sospettare del “queer”, come si sospetta di un corpo che per la sua semplice presenza offusca i confini tra le categorie precedentemente divise dalla razionalità e dal decoro. Nella società vittoriana che difendeva i valori dell'eterosessualità come asse della famiglia borghese e base della riproduzione della nazione e della specie, "queer" è servita per nominare anche i corpi che sfuggivano all'istituzione eterosessuale e alle sue regole. La minaccia veniva in questo caso, da quei corpi che per il tipo di rapporto e produzione del piacere mettevano in discussione le differenze tra maschile e femminile, ma anche tra l'organico e l'inorganico,l'animale e l'umano. Erano “queer”gli invertiti, il gay e la lesbica, il travestito, il feticista, il sadomaso e lo zoofilo. L'insulto "queer" non aveva un contenuto specifico : riuniva tutti i segni dell'abietto. Ma la parola in realtà serviva per tracciare un limite all'orizzonte democratico: colui che chiamava un altro " queer"stava comodamente seduto in un sofà immaginario della sfera pubblica in un tranquillo scambio comunicativo con i suoi euguali eterosessuali, mentre confinava il “queer al di là dei confini dell'umano. Spostato al di fuori dello spazio sociale il “queer” era condannato al silenzio ed alla vergogna.
Ma la storia politica del pregiudizio è anche la storia del cambiamento dei suoi usi,dei suoi utenti e dei contesti del discorso. In poco meno di due secoli la parola "queer" è cambiata completamente nell'uso, utente e contesto.
Si dovrà aspettare fino alla metà degli anni'80 del secolo scorso, quando spinti dalla crisi dell'AIDS, una serie di microgruppi decideranno di riappropriarsi dell'ingiuria "queer"per farne un luogo di azione politica e di resistenza alla normalizzazione. Gli attivisti di gruppi come Act Up (di lotta contro l'AIDS),Radical Furies o Lesbian Avangers decisero di torcere il collo all'ingiuria "queer" e trasformarla in un progetto di critica sociale e di intervento culturale. Ciò che stava cambiando era il soggetto dell'enunciazione: non era più il signorino etero che chiamava l'altro " frocio,adesso, il finocchio, la lesbica e il trans si autonominavano "queer"annunciando una deliberata rottura con la norma. L'intuizione era presente dalle rivolte omosessuali degli anni'70. Guy Hocquenghem, per esempio,aveva smascherato già il carattere storico e costruito dell'omosessualità :"La società capitalistica fabbrica l'omosessuale come produce il proletario,stimolando in ogni momento il proprio limite.L'omosessualità è una costruzione del mondo normale. "
Non si trattava più di chiedere tolleranza e tenere un basso profilo per avere accesso alle istituzioni eterosessuali del matrimonio e della famiglia, ma di affermare il carattere politico ( se non di polizia) delle nozioni di omosessualità ed eterosessualità sfidando la sua validità a delimitare il campo del sociale.
Con questa svolta, la parola "queer" cessò di essere un'offesa per diventare un segno di resistenza alla normalizzazione, cessò di essere uno strumento di repressione sociale per diventare un indice rivoluzionario.
Il movimento "queer" è post-omosessuale e post-gay. Non si definisce più né rispetto alla nozione medica di omosessualità né si conforma alla riduzione dell'identità gay ad uno stile di vita accessibile alla società di consumo neo-liberale. Si tratta pertanto di un movimento post-identitario: "queer non è un'identità multiculturale, ma una posizione critica attenta ai processi di esclusione e di emarginazione generate da ogni finzione identitaria. Il movimento "queer"non è un movimento di omosessuali né di gay, ma di dissidenti di genere e sessuale che resistono contro le regole imposte dalla società eterosessuale dominante, attento anche ai processi di normalizzazione e di esclusione interni alla cultura gay: marginalizzazione delle lesbiche, dei corpi transessuali e transgender, dei migranti, dei /delle lavoratori/trici sessuali. Perché per torcere il collo al pregiudizio è necessario qualcosa di più che essere stato oggetto dello stesso. Il bla-bla di un finocchio conservatore non è più "queer" del bla-bla di un etero-conservatore. Sorry. Essere checca non basta per essere "queer", bisogna sottoporre la propria identità a critica.Quando si parla di teoria "queer" per fare riferimento ai testi di Judith Butler, Teresa de Lauretis, Eva K. Sedgwick e Michael Warner si parla di un progetto critico ereditato dalla tradizione femminista e anticoloniale che mira all'analisi e decostruzione dei processi storici e culturali che hanno portato all'invenzione del corpo bianco eterosessuale come finzione dominante in Occidente e all'esclusione delle differenze fuori dal campo della rappresentanza politica. Forse la chiave per il successo del "queer"di fronte alla difficoltà di pubblicare o produrre discorsi o rappresentazioni che provengono dalla cultura frocia, lesbica, transessuale, anticoloniale,postporn e del lavoro sessuale risiede purtroppo nella sua disconnessione dai contesti di oppressione politica a cui la parola "queer" si riferisce in inglese. Se si considera che l'efficacia politica del termine "queer" deriva proprio dall'essere la riappropriazione di un'ingiuria e di un uso dissidente di fronte al linguaggio dominante, si dovrà accettare che questa dislocazione non viene agita quando si introduce in altre lingue. Sfuggiamo al brutale movimento di decontestualizzazione, ma ci priviamo anche della forza politica di questo gesto. Questo forse spiega perché molti dei nuovi fans che vogliono identificarsi come "queer"non sono però disposti ad identificarsi come "transessuali", "sadomasochisti" "tarati" o "lesbiche". Sarà necessario in ogni caso ridefinire i contesti d'uso, modificare gli utenti e in particolare mobilitare i linguaggi politici che ci hanno costruito come abietti... in caso contrario la teoria "queer" sarà semplicemente 'parole, parole,parole...
parole de queer
(traduzione di Lia Di Peri)
martedì 29 gennaio 2013
Cosa si gioca la Francia nel Mali?
di Luis Zhu.
La spettacolare presa degli ostaggi dell'impianto di gas algerino può aver contribuito forse a rafforzare l'immagine distorta del terrorismo nell'immaginario collettivo. Tuttavia ha contribuito anche una delle chiave del conflitto: le risorse naturali in Nord Africa.
Come tutte le invasioni occidentali nel continente,dietro la magniloquenza di parole come "civiltà", "progresso" o "pace",ci sono solamente interessi economici.
Nel caso della Francia,le società di punta sono molto ben posizionate in settori chiave dell'economia malese. La multinazionale Orange ontrolla il settore della telefonia, la Dagris ha una posizione privilegiata in seguito alla privatizzazione del monopolio statale Società Mali per lo Sviluppo del Tessile ( contribuiva 15% del PIL) e Bouygues domina il settore elettrico e una parte importante delle attività di estrazione dell'oro - il Mali è il terzo produttore di oro in Africa. Tra l'altro, la ONG Human Rights Watch riferisce che nelle miniere del Mali si lavora con manodopera infantile,fino a 40.000 bambini e in condizioni estremamente precarie, senza che la Francia abbia mosso un dito per porvi rimedio.
Trattamento a parte merita il caso di Areva, gigante statale per la produzione di uranio. La compagnia francese sfrutta due grandi giacimenti nel nord del Niger-vicino di casa del Mali- da cui trae il 30% dell'uranio consumato Francia.Il paese gallico è anche il paese più dipendente dal nucleare: il 70% dell'energia elettrica proviene da questa fonte. Le ricerche indicano che nel nord del Mali, vicino al confine con il Niger, vi sono consistenti giacimenti di uranio.
Nel 2007 una rivolta Tuareg fu utilizzata dal governo del Niger per porre fine al monopolio francese dell'uranio - accusando l'Areva di stare dietro la rivolta. Non c'è da stupirsi che la ribellione tuareg nel gennaio 2012, nella quale presero il nord del Mali e che ha innescato i successivi eventi ha portato l'occasione di rimediare all'errore fatto allora. Adesso, la Francia interviene direttamente perché vuole garantirsi un' influenza dopo il conflitto.
A Hollande interessa parlare di un concetto monolitico di "terroristi", con riferimento alle varie milizie in lotta per nord del Mali, ma è certo che la composizione etnica è molto complessa - a causa dei confini artificiali del colonialismo, anche se la maggior parte sono musulmani con diverse interpretazioni dell'Islam. Qui, la "guerra al terrore" è figlia naturale del colonialismo e dell'imperialismo.
Il conflitto in Mali sarà lungo - ora con la Francia e, poi,insieme ad alcuni paesi africani- ma non finirà bene. In primo luogo devasterà un paese già impoverito dopo la crisi del debito degli anni '80 e i piani di austerità neoliberisti dell'FMI e della Banca Mondiale che ha moltiplicato il debito del paese.
In secondo luogo, andrà ad alimentare l'odio verso i paesi occidentali,che può incentivare nuovi attacchi contro la popolazione civile.
In terzo luogo, se Hollande consegue i suoi obiettivi, nulla andrà a beneficio della maggior parte della popolazione europea, africana e mondiale, solamente ad una minoranza, che sarà in grado di fare più affari sulla terra bruciata che avrà lasciato la guerra.
Perché in fondo, questa è una guerra imperialista in più. Cioè, in un contesto di crescente competizione economica in Africa - ricordiamo che la Cina si sta posizionando velocemente nell'est e centro Africa - le ex potenze coloniali, quando non hanno nessuno con cui negoziare, non esitano ad usare le armi per difendere i loro saccheggi delle risorse naturali e l'accesso ai mercati africani. Vale a dire, la guerra come continuazione della politica capitalista.
En lucha
(traduzione di Lia Di Peri)
La spettacolare presa degli ostaggi dell'impianto di gas algerino può aver contribuito forse a rafforzare l'immagine distorta del terrorismo nell'immaginario collettivo. Tuttavia ha contribuito anche una delle chiave del conflitto: le risorse naturali in Nord Africa.
Come tutte le invasioni occidentali nel continente,dietro la magniloquenza di parole come "civiltà", "progresso" o "pace",ci sono solamente interessi economici.
Nel caso della Francia,le società di punta sono molto ben posizionate in settori chiave dell'economia malese. La multinazionale Orange ontrolla il settore della telefonia, la Dagris ha una posizione privilegiata in seguito alla privatizzazione del monopolio statale Società Mali per lo Sviluppo del Tessile ( contribuiva 15% del PIL) e Bouygues domina il settore elettrico e una parte importante delle attività di estrazione dell'oro - il Mali è il terzo produttore di oro in Africa. Tra l'altro, la ONG Human Rights Watch riferisce che nelle miniere del Mali si lavora con manodopera infantile,fino a 40.000 bambini e in condizioni estremamente precarie, senza che la Francia abbia mosso un dito per porvi rimedio.
Trattamento a parte merita il caso di Areva, gigante statale per la produzione di uranio. La compagnia francese sfrutta due grandi giacimenti nel nord del Niger-vicino di casa del Mali- da cui trae il 30% dell'uranio consumato Francia.Il paese gallico è anche il paese più dipendente dal nucleare: il 70% dell'energia elettrica proviene da questa fonte. Le ricerche indicano che nel nord del Mali, vicino al confine con il Niger, vi sono consistenti giacimenti di uranio.
Nel 2007 una rivolta Tuareg fu utilizzata dal governo del Niger per porre fine al monopolio francese dell'uranio - accusando l'Areva di stare dietro la rivolta. Non c'è da stupirsi che la ribellione tuareg nel gennaio 2012, nella quale presero il nord del Mali e che ha innescato i successivi eventi ha portato l'occasione di rimediare all'errore fatto allora. Adesso, la Francia interviene direttamente perché vuole garantirsi un' influenza dopo il conflitto.
A Hollande interessa parlare di un concetto monolitico di "terroristi", con riferimento alle varie milizie in lotta per nord del Mali, ma è certo che la composizione etnica è molto complessa - a causa dei confini artificiali del colonialismo, anche se la maggior parte sono musulmani con diverse interpretazioni dell'Islam. Qui, la "guerra al terrore" è figlia naturale del colonialismo e dell'imperialismo.
Il conflitto in Mali sarà lungo - ora con la Francia e, poi,insieme ad alcuni paesi africani- ma non finirà bene. In primo luogo devasterà un paese già impoverito dopo la crisi del debito degli anni '80 e i piani di austerità neoliberisti dell'FMI e della Banca Mondiale che ha moltiplicato il debito del paese.
In secondo luogo, andrà ad alimentare l'odio verso i paesi occidentali,che può incentivare nuovi attacchi contro la popolazione civile.
In terzo luogo, se Hollande consegue i suoi obiettivi, nulla andrà a beneficio della maggior parte della popolazione europea, africana e mondiale, solamente ad una minoranza, che sarà in grado di fare più affari sulla terra bruciata che avrà lasciato la guerra.
Perché in fondo, questa è una guerra imperialista in più. Cioè, in un contesto di crescente competizione economica in Africa - ricordiamo che la Cina si sta posizionando velocemente nell'est e centro Africa - le ex potenze coloniali, quando non hanno nessuno con cui negoziare, non esitano ad usare le armi per difendere i loro saccheggi delle risorse naturali e l'accesso ai mercati africani. Vale a dire, la guerra come continuazione della politica capitalista.
En lucha
(traduzione di Lia Di Peri)
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