venerdì 15 agosto 2014

L'embrismo: un mito prodotto dalle paure machiste

di Vanessa Rivera della Fuente *







Nella mitologia greca, la Gorgone era uno spietato mostro femminile. Il suo potere era così grande, che chiunque provasse a guardarla rimaneva pietrificato. Le gorgoni sono rappresentate, a volte, con ali dorate, artigli di bronzo e zanne di cinghiale e i capelli intrecciati con serpenti.
Terrificante vero? La stessa percezione che hanno le persone del mito moderno legato allo sviluppo del femminismo: l’embrista. Essendo un mito “appropriato” nessuno l’ha mai vista, però tutti e tutte ne hanno paura. E’ la somma di tutte le paure del patriarcato e delle stesse donne rispetto alle altre.
Tuttavia, se analizziamo la questione, né l’embrista, né la femminista estremista e neppure la nazi-femminista esistono come esseri diabolici che si aggirano cercando di pietrificare gli uomini con lo sguardo o sterminarli nella camera a gas. Sono leggende metropolitane appartenenti alla mitologia patriarcale, riversata nel caldo dell’inerte ignoranza.

Definendo l’embrismo.

Digitando su Google il termine “embrismo”, la maggior parte delle definizioni sono abbastanza laconiche catalogandolo come il contrario del machismo. Seguendo la definizione, l’embrismo sarebbe il contrario del machismo, quindi, per sapere che cosa sia l’embrismo, bisogna vedere cosa sia il machismo.
Il machismo, espressione che deriva dalla parola “ macho” è definito dal Dizionario come "l’atteggiamento arrogante degli uomini verso le donne". Il machismo comprende l’insieme dei comportamenti, atteggiamenti, convinzioni, pratiche sociali e credenze volte a giustificare e promuovere le condotte percepite tradizionalmente come eterosessualmente maschili e discriminatorie contro le donne.
Se l’embrismo è l’opposto del machismo, esso sarebbe quindi, “ l’insieme di atteggiamenti e credenze destinate a giustificare e promuovere il mantenimento di comportamenti percepite come eterosessualmente femminili e anche discriminatori contro gli uomini”. Non è strano tutto ciò? Per essere un movimento così potente che soggioga e opprime gli uomini e li violenta in casa, nei campi e li giudica, il suo sviluppo teorico è molto semplicistico e, coincidenza, si definisce come un riflesso del machismo, così come il femminile è stato definito da sempre, come l’immagine speculare del maschile.
Il machismo è l’insieme d’idee, comportamenti e atteggiamenti socializzati, ampiamente appresi, con un forte rinforzo culturale, pertanto accettati e normalizzati. Il machismo, quindi, conta su un sistema che consente la sua riproduzione. Dov’è il sistema culturale, la pratica sociale, l’ossatura della tradizione, la struttura d’appoggio che permette la riproduzione del presunto embrismo? Chi dice che “ le donne sono così, è normale, è la loro natura”, quando esprimono comportamenti che le fanno guadagnare l’etichetta di embriste?
Come dichiara Beatriz Gimeno: “ C’è un movimento, un’ideologia, un pensiero, una teoria, dei testi,  che sostenga che gli uomini debbano essere sottomessi alla disuguaglianza, nella quale viviamo noi donne? Che dovrebbero essere spogliati dei loro diritti economici o politici, che debbano guadagnare meno, che si meritano di essere oggetto di violenza da parte delle donne, che debbano essere reclusi nelle loro case, lasciare il mondo lavorativo e lo spazio pubblico?”.
In quale posto esiste un sistema di dominio destinato a soggiogare gli uomini, appoggiato dalle leggi, finanziato dalla Banca mondiale, controllando il potere politico e i mass-media per mercificare gli uomini e violentarli per essere tali? L’embrismo, presumibilmente, contribuisce a mantenere un comportamento eterosessulmente femminile. Tutte le volte, che si qualifica sempre qualcuna embrista si fa perché quella donna ha mostrato comportamenti legati al maschile: violenza, aggressività, senso competitivo, ambizione di potere, ecc. L’evidente contraddizione conferma l’impronta machista del concetto. Quale sistema, ideologia, teoria, difende il mantenimento di comportamenti eterosessuali femminili? Quale sistema è nella posizione privilegiata di definire ciò che è femminile o no, ciò che è maschile o no e chi è embrista o no?
E’ penoso che dobbiamo continuare a farci del male le une con le altre con etichette inventate dal patriarcato. Come se non fossero già abbastanza le definizioni canoniche di santa, madre, vergine, strega, folle e puttana. Adesso, c’è questa moda di dire “ Io sono femminista e voglio l’uguaglianza, non come queste embriste/nazi-femministe” Il che equivale a dire “ Io sono una signora, non come queste donne sciolte, là fuori”.  Cioè “ Le altre sono quelle più cattive”. Questo patriarcato introietta l’elevata purezza. Rileva la parola “altre”, perché questo tipo di elaborazioni sono quelle che ci mantengono in una situazione di alterità che ci impedisce di costruire il “ noi”.
Perché analizzare il concetto di embrismo? Perché noi donne siamo state educate storicamente a diffidare del nostro potere, a squalificare il potere delle altre donne, per confrontarci solamente con l’approvazione maschile. L’embrismo è un’invenzione machista, affinché le donne rifiutino l’emancipazione delle altre, quando non compiacciono il patriarcato. Ci fanno credere che è male ribellarsi di fronte alla discriminazione di genere e che ci siano donne ribelli buone e donne ribelli cattive, secondo il grado di approvazione che concede il sistema patriarcale.
L’ embrismo è utilizzato per rafforzare la socializzazione negativa delle donne. Abbiamo imparato che solo sotto la protezione e la guida dell’autorità maschile, siamo sicure che dobbiamo diffidare delle altre donne, perché come diceva mia nonna, sono ruba-mariti, perché tradiscono, perché le donne sono volubili e solo sottomettendoci che arriviamo a bilanciare, controllo e tranquillità. Le embriste, allora, sono un pericolo per il sistema, perché non cercano la sua approvazione e mettono a rischio la socializzazione negativa, che permette di dividere e controllare le donne.
Le donne non hanno sorellanza con le loro pari o competono senza scrupoli per il potere, hanno una logica patriarcale nel modo di vedere il mondo, però non sono embriste. Sono riproduttrici del machismo, così come quelle che accusano di embrismo. Pertanto, il discutibile in questo caso è il patriarcato e i suoi modelli di naturalizzazione delle relazioni umane disuguali, non certo il femminismo.
Delegittimare i processi di autonomia delle altre donne è esercitare violenza simbolica, con uno stereotipo che demonizza la consapevolezza del potere delle donne, come comportamento aggressivo estremo. Chiamare embrista le altre donne è essere d’accordo che il patriarcato abbia ancora il diritto di definire e dirci quale femminismo accettare, quali siano i processi emancipatori più legittimi o no, quali donne siano brave e quali siano cattive dentro i movimenti e no. Implica che sia giusto escludere mediante etichette e stereotipi quelle donne il cui cammino verso la liberazione sembra più minaccioso rispetto a quello delle altre.
L’embrista se davvero esistesse, non sarebbe giammai un pericolo per le donne che cercano autonomia, ma per il sistema oppressivo, per gli oppressori e riproduttori e riproduttrici.
L’embrismo è il mito inventato dal machismo per non ammettere la sua paura delle donne senza paura.

 * El quinto poder

traduzione di Lia Di Peri




lunedì 21 luglio 2014

Le figlie rubate del Messico

Jennifer Clement




Lupita ha trent'anni e lavora come lavandaia in diverse case di Città del Messico. Ricorda ancora la prima volta che vide come portarono via una bambina dalla sua città. “Era molto carina” – dice. “ Era lentigginosa". "Aveva 11 anni”.
A quel tempo, Lupita aveva 20 anni. Cinque uomini arrivarono con i loro veicoli in un piccolo quartiere vicino a Dos Bocas, appena fuori il porto di Veracruz.  “ Quando uscirono dal furgoncino, tutto quello che potemmo vedere, furono le mitragliatrici che impugnavano. Volevano sapere, dove era la più bella, la bambina con le lentiggini”. Tutti sapevamo chi fosse. Se la portarono. Lei aveva ancora la sua bambola sottobraccio, quando la caricarono in un furgone come un sacco di mele. Questo è successo più di 12 anni fa. Non abbiamo più saputo nulla di lei”.
Il nome della bambina era Ruth, racconta Lupita. “ E’ stata la prima che hanno rubato. Poi udimmo che questo era successo anche in altre città” aggiunge. Gli uomini che vagavano per i villaggi, lavoravano per i cartelli della droga locali, sequestrando bambine, che diventano vittime della Tratta a scopo di prostituzione. “ Non avevano nelle nostre comunità, nessun luogo dove potersi nascondere”, spiega Lupita. “ Così scavavamo buche nella terra e se sentivamo che i narcos erano vicini, dicevamo alle bambine che entrassero nel buco, che stessero in silenzio, per qualche ora, fino a quando gli uomini si allontanassero”. Ricorda come una madre lasciò carta e penna in un buco per la figlia. “ Questo funzionò per un po’ fino a quando anche i narcos hanno cominciato a trovare le buche”, continua.  Lupita andò via dalla comunità, dirigendosi a Città del Messico in cerca di lavoro.
Negli elenchi preparati dalle agenzie governative e dalle Ong, sulle bambine scomparse in Messico, si possono leggere cose come queste:

Karen Juarez Fuentes, 10 anni. Sesso femminile. Scomparsa mentre andava a scuola ad Acapulco. Pelle bruna. Capelli castani. Occhi marrone.

Morena-Ixel Rivas, 13anni.  Sesso femminile. Scomparsa in Xalapa. Un metro e mezzo di altezza.  Peso, 50 chili.  Bruna. Viso ovale. Lacerato il lobo dell’orecchio sinistro.

Rosa Mendoza-Jimenez, 14 anni.  Sesso femminile. Scomparsa. Magra. Pelle scura. Capelli castani scuri. Non ci sono altri dati.

Le liste si sommano e continuano. Secondo le cifre ufficiali, i rapimenti sono aumentati nel paese del 31% rispetto allo scorso anno. Queste statistiche si riferiscono alle vittime che sono stati rapite in cambio di un riscatto, poiché la gente è più propensa a denunciare il reato quando è richiesto il denaro.
Tuttavia, c’è un altro tipo di violenza che non si denuncia. Quando una bambina è oggetto di “furto”. Così è chiamato questo tipo di sequestro; la catturano in strada, quando si dirige a scuola, quando esce dal cinema, ma anche nella propria casa. Nessuna richiesta di riscatto per lei. Quello che i delinquenti vogliono è il suo corpo. I cartelli della droga sanno che mentre possono vendere un sacchetto di droga solamente una volta, possono invece prostituire una bambina più volte in un solo giorno.

Per ingannare i trafficanti, le famiglie stanno ricorrendo a misure estreme. Alcune donne si nascondono in rifugi e case segrete e mascherano le facciate degli edifici perché somiglino a vetrine di un negozio.  Molte famiglie di contadini poveri hanno nelle loro capanne nascondigli segreti, dove occultare le sorelle e le figlie dalle costanti incursioni dei trafficanti. Una donna che vende collane di perline sulla spiaggia di Acapulco mi racconta di come i suoi genitori siano riusciti ad allargare un piccolo angolo, che esisteva tra la parete e il frigorifero di casa, dove avevano pensato di nasconderla, qualora i trafficanti avessero battuto la zona con i loro enormi SUV o moto. “ Ci sono state sparatorie e rapimenti, per tutto il tempo”- dichiara.  “ Non viviamo più là. Nessuno può vivere in questo paese”- finisce.
Un altro modo che hanno le donne di evitare l’attenzione dei narcos è di essere poco attraenti. Più volte ho udito madri che spiegano perché non permettano alle loro figlie di acconciarsi, truccarsi o profumarsi. Alcune aree rurali che ho conosciute durante manifestazioni e proteste a Città del Messico, deformano le loro figlie tagliandole i capelli o travestendole da maschietto.

“ Avevo detto a mi figlia, di non uscire molto”- mi racconta Sarita, di Chilpancingo, una grande città nello Stato di Guerrero “ mi ha ignorata”. Le lacrime rotolano giù per le guance di Sarita e le pulisce come se volesse cacciarle indietro. “ Abbiamo combattuto tutto il tempo, perché non si truccasse le labbra” “ Non so se sia scappata da casa volontariamente con un uomo o se l’hanno rubata". Non lo so. Andò a scuola una mattina e non è più tornata”, dice singhiozzando.

In una città del sud del paese, visito un convento del XVII secolo, dove si è stabilito uno dei pochi gruppi esistenti nel paese, che lavora in segreto per aiutare le donne a uscire da situazioni pericolose. Qui, le suore, quasi tutte settantacinquenni, tengono nascoste 20 donne con i loro figli scappate dai mariti e fidanzati.
Domando alle religiose, cosa succederebbe se qualcuno di questi uomini apparisse alla porta, con la loro banda, imbracciando fucili d'assalto AK-47. Mi rispondono senza esitazione che, tutte insieme, con i loro corpi formerebbero un muro e che morirebbero per le donne e i bambini che proteggono.
Nel monastero c'è una ragazza abbastanza sottile con i capelli castani, deve avere circa 18 anni, non di più. Il suo nome è Maria e vive lì da più di un anno. Il marito la stuprò, la prima volta, a una festa. “Rimase a guardarmi e, allora, capì che ero perduta”, racconta Maria. “ Mi nascosi in bagno per tutta la notte, mentre lui restò in piedi dietro la porta per ore e ore… Una donna non può dire di no. Infine, lasciai il bagno e lui era lì. Mi ha violentata per diversi giorni”.

Maria spiega come riuscì a scivolare attraverso una finestra mentre l'uomo dormiva e tornare a casa dalla famiglia. “ Quando mia madre mi vide entrare dalla porta, ho pensato che venisse ad abbracciarmi, invece ha preso il telefono e ha chiamato l’uomo per rivelargli dove mi trovavo. Mi ha detto che non voleva morire per causa mia. Quando, lui venne a prendermi mi picchiò selvaggiamente. Mesi dopo, una notte, mi portò nel bosco, perché lo aiutassi a disfarsi di un barile di acido cloridrico, dove era stato sciolto un corpo umano. Voleva essere sicuro che fossi sua complice”.

Non ci sono cifre esatte sul numero di donne e ragazze rubate e vittime della tratta in Messico. Nelle zone rurali, pochi confidano nella polizia, poiché spesso sono in combutta con le mafie locali, per questo molti casi di sparizione non sono registrati.
Una cosa su cui tutti concordano, organismi governativi e Ong, è che i casi di lavoro forzato, schiavitù per debiti e traffico sessuale, stanno crescendo a ritmi allarmanti. Il Governo si è impegnato a trovare metodi più efficaci contro la violenza (lo scontro diretto con i cartelli della droga, ha provocato la morte di 70.000 negli ultimi sei anni), ma deve ancora presentare un piano, qualunque sia, in questa direzione.
Lo scorso novembre, il presidente Enrique Peña Prieto ha accompagnato Rosario Robles, Ministro dello Sviluppo Sociale, in occasione dell'apertura di un centro per donne nella remota e poverissima comunità di Tlapa de Comonfort (Guerrero). “ In Messico, nel XXI secolo la peggiore espressione di discriminazione contro le donne è la violenza” ha affermato Rombles. "In questo moderno Messico ci sono tuttavia Stati dove il castigo è maggiore per aver rubato una mucca, che per aver rubato una donna”.

Nel frattempo, le famiglie continuano a chiedere giustizia con tutti i mezzi disponibili. Nella cattedrale di Xalapa, Veracruz, hanno organizzato lo scorso anno, proteste nella Giornata Internazionale della Donna. Una delle azioni è stato quella di mettere sui gradini della Cattedrale le scarpe delle scomparse con scritto i loro nomi. Accanto a un paio di sandali, 35 di piede, si poteva leggere” ce l’avete levata in vita, la rivogliamo in vita”.

“ Abbiamo smesso di portare le nostre figlie al mercato” mi dice una madre. “ Era troppo pericoloso. Lasci  un attimo la mano di tua figlia per prendere una papaya e, in un secondo, lei svanisce”. “ E’ successo a mia cugina. Si sono portati via la figlia. Ha sentito un movimento, una spinta ed è caduta a terra. L’hanno allontanata con uno spintone e hanno afferrato la bambina. Non aveva più di sette anni. Quando mia cugina ha parlato con la polizia, che si presume, dovrebbe tutelarci, un agente le disse che solo a un idiota potrebbe succedere che si portino via la figlia così”. “ Puoi averne un’altra, sei ancora giovane”.

 Nel carcere femminile di Città del Messico, Santa Marta Acatitla, le carcerate vanno vestite con uno di questi due colori: quelle già condannate di celeste, quelle in attesa di giudizio di beige. Il penitenziario si trova di fronte a quello degli uomini e i prigionieri si vedono attraverso le fessure delle pareti di cemento. Intravedono un pezzo di pelle, l’ombra di un volto, un bacio che vola attraverso un cortile di cemento e filo spinato. Agitano fazzoletti per salutarsi.

L'artista Luis Manuel Serrano organizza da oltre dieci anni, seminari di collage in carcere, aiutando le donne a raccontare le loro storie sulla base d’immagini ritagliate dalle riviste e incollarle su grandi pezzi di cartone. Serrano, spiega che la tecnica permette di esprimersi senza bisogno di  specifiche conoscenze. Le opere narrano una straordinaria quantità di racconti di donne che furono rubate e, successivamente, usate o vendute come prostitute e infine incarcerate per questo.
Racconta Serrano che il collage più spaventoso che avesse mai visto era di una giovane donna chiamata Marcela. Questa donna era di Tijuana e stava camminando dalla scuola alla fermata dell’autobus per tornare a casa, quando fu catturata e gettata dentro una macchina. Aveva 14 anni. Divenne una “ paradità” (prostituta di strada, letteralmente, colei che sta in piedi), in una rinomata zona di Tijuana, chiamata Callejón de Coahuila, dove le donne aspettano i clienti appoggiate alle pareti.

 “ Eravamo tutte piccoline”, raccontò a Serrano. “ Come lo sapevamo?” “ Bastava che ci guardassimo le une con le altre, minuscole, minuscoli seni”. Serrano mi spiega che il collage di quella donna era in bianco e nero ed era pieno di teschi. “ E’ stata l’unica volta che uno di questi lavori, mi ha messo paura”, conclude.

Quasi tutte le donne che hanno la possibilità di parlare in carcere testimoniano che la vita qui è migliore di quanto non fosse fuori. Prova di ciò è che le autorità carcerarie non rivelano alle internate quando usciranno.  (…) Serrano mi dice che le donne rimesse in libertà, spesso commettono reati per rientrare in carcere. "Qui, per la prima volta nella loro vita, molti si sentono sicure e assistite."


“L’attività principale in carcere è di farsi belle. A volte sembra quasi il maggiore salone di bellezza in Messico” aggiunge. “ Lì dentro senti l’odore della lacca, quello del solvente per le unghie e profumi; le prigioniere passano la maggior parte del tempo laccandosi le unghie, tingendosi i capelli con ogni tipo di colore e mettendosi ciglia finte.  Un paio di anni fa, alcuni membri del personale furono licenziati per avere organizzato una festa di botox in infermeria. Forse, essere belle in carcere, sembra abbastanza sicuro per le donne”.

El Mundo.es

( traduzione Lia Di Peri)

domenica 13 luglio 2014

Federici: Femminismo tra fuochi e fornelli.

Silvia Federici (1942, Parma) parla e sorride con calma. Ha le mani rugose e la lingua tagliente. E’ l’autrice di Calibano e la strega, corpo e accumulazione primitiva, il libro che incorpora nella caccia alle streghe, l’analisi marxista della transizione dalla società feudale al sistema capitalista.  Joana García Grenzner l’ha intervistata quando, a Barcellona, ha presentato questo libro. Oggi, Federici è la femminista più nota.



Com’è stata la visita a Zugarramurdi?


 Visitare la zona mi ha molto emozionata. E’ l’unico posto dei Paesi Baschi, secondo le mie ricerche, in cui gli uomini erano organizzati contro le streghe. Nel 1609 hanno iniziato a imprigionare, torturare e uccidere molte donne. Le cacciavano con gli strumenti che usavano i marinai per la caccia alle balene. Mi ha molto turbato vedere come stanno facendo affari vendendo un’immagine delle streghe che non corrisponde alla realtà. Stanno diffondendo una falsa immagine che degrada e le ridicolizza: donne grasse, con un naso grosso e vecchio. Mantengono l’immagine che crearono di esse i loro cacciatori.

Che cosa proponi?

Mi piacerebbe vedere una mobilitazione di donne nella quale si dicesse: Basta guadagnare denaro sulla nostra pelle”. Nei posti della zona avrebbero dovuto esserci dei cartelli che spiegassero cosa fosse realmente accaduto. E’ tempo di rivelare la storia di sangue, tortura, violenza e persecuzione.

 Il femminismo è smobilitato?


Il femminismo è oggi un fenomeno molto complesso. Da un lato c’è un nuovo movimento che sta sorgendo dalle più giovani, perché continuano ad avere la vita più difficile che degli uomini. Tutte le aspettative, una carriera, lavoro fuori di casa, divisione dei compiti, non si sono realizzate o si sono realizzate in modo limitato. Dall’altro lato, c’è un gran decadimento del femminismo, che è cominciato negli anni ’70 con le Nazioni Unite. L’ONU ha invaso il territorio femminista se n’è appropriato distorcendolo: ha ridefinito la sua agenda e ha distrutto tutto il suo potenziale sovversivo mantenendo solo una prospettiva neo-liberale.

Che cosa sarebbe questa prospettiva?

Quella che afferma che, la liberazione delle donne, passa per la sua carriera professionale e le pari opportunità. Sono rivendicazioni capitaliste e neo- liberiste. L’ONU ha creato un femminismo globale in cui le donne fanno parte di conferenze e Ong internazionali. Attaccano il lavoro non pagato, svalutando la riproduzione ed evitando di criticare come il capitalismo ha usato il corpo delle donne. Hanno creato un femminismo molto conciliante con l’agenda neo-liberista.  Dobbiamo riappropriarci delle politiche femministe.


 Il movimento femminista è morto?

Credo che oggi non esista un movimento femminista come movimento sociale di massa. Esiste un femminismo culturale, ma non un femminismo come forza politica e sociale. C’è una politica femminista che si trova in ogni movimento sociale, perché tutti hanno dovuto parlare con il femminismo. Non siamo nella stessa situazione di trent’anni fa. C’è molta più parità e noi donne abbiamo più autonomia rispetto agli uomini, però non rispetto al capitale. Non c’è una forza capace di contrastare il capitalismo. Alcune giovani donne hanno ripreso forme di comportamento che noi avevamo rifiutato e credo che ciò dimostri che stiamo andando verso una regressione.

Nel tuo lavoro, tu hai parlato del femminismo come una “rivoluzione incompiuta”. Il femminismo ha creato coscienza ma è fallito in quanto all’incidenza?

Sì. Il movimento femminista non è stato in grado di contrastare il processo di globalizzazione, che è stato riempito di continui attacchi al lavoro riproduttivo a tutti i livelli. Non è stato capace di opporsi ai tagli sociali, non è stato in grado di cambiare l’organizzazione del lavoro. Oggi, le ore lavorative sono di più che nel passato. Dieci ore! La conciliazione familiare è impossibile. Assistiamo a una grande crisi sul terreno della cura e le donne non hanno più il tempo per riposare, per leggere, né per partecipare a una riunione politica o a una manifestazione. Non hanno tempo per se stesse. Viviamo in continua ansia per la sopravvivenza. Le donne negli Stati Uniti consumano una gran quantità di antidepressivi. Sono vite piene di ansia, preoccupazioni e lavoro, lavoro, lavoro.

In che cosa ha sbagliato il femminismo?

Negli anni '70, quando abbiamo dovuto prendere decisioni strategiche, sia negli Stati Uniti sia in Europa, il movimento femminista abbandonò completamente il terreno della riproduzione e s’impegnò, quasi esclusivamente, sul lavoro fuori di casa L'obiettivo era di conquistare l'uguaglianza attraverso il terreno lavorativo. Gli uomini però erano oppressi in questo settore e raggiungere l’uguaglianza in fastidi e oppressioni non fu una strategia. Entrarono nel mondo lavorativo che era stato dominato dagli uomini, ma non videro che era il momento di attaccare il lavoro salariato. C’è stata una mancata visione del contesto sociale ed economico in cui si stava combattendo. Abbiamo combattuto con armi che non funzionavano.
A quel tempo, io lavoravo in un’organizzazione chiamata “'Campagna Internazionale per salari per i lavori domestici”. Pensavamo che senza la lotta per il lavoro riproduttivo non avremmo ottenuto nulla. Per cambiare la situazione delle donne, c’è da cambiare tre tipi di relazioni: donne- Stato, donne-uomini e donne – capitale. Il lavoro riproduttivo è qui una priorità. E’ il problema centrale, perché i ruoli che il capitalismo ha disegnato per le donne iniziano da qui: il capitalismo ha creato la divisione internazionale sessuale del lavoro. Dobbiamo partire da qui. Il movimento femminista non ha preso questa strada ed è una delle ragioni per le quali non ha potuto provocare grandi cambiamenti.

Nasce da qui la tua idea di “Rivoluzione zero”?

Sì, la Rivoluzione zero è quella che ancora non si è fatta, perché non si è preso in considerazione il problema della perdita di valore del lavoro riproduttivo.


 Stiamo vivendo una guerra contro le donne?
Sì, sì, sì, sì. Il capitalismo e la globalizzazione attaccano i mezzi di riproduzione: espropriazione delle terre, tagli nello Stato sociale, precarizzazione del lavoro e della vita. E’ una strategia classica del capitalismo, che Marx chiamava “ accumulazione originaria”: se vuoi aumentare i tuoi benefici e imporre una certa disciplina devi separare gli uomini e le donne dai mezzi di riproduzione. Se non hanno come riprodursi, dipendono da te. Accettano qualsiasi condizione. E chi sono i primi soggetti sociali impegnati nella riproduzione? Le donne.
Non puoi attaccare la riproduzione della forza lavoro senza attaccare le donne. La violenza contro le donne è parte del processo. In America Latina e in Africa, per esempio, dove le donne erano impegnate nell’ agricoltura di sussistenza, che stanno facendo le istituzioni internazionali? Strappare quella terra, privatizzarla.

Non credi sia pericoloso concentrare tutta la critica sul capitalismo? Le donne non sono libere dalla violenza negli altri sistemi.

Non ci sono altri sistemi, a parte il capitalismo, né a Cuba, né in Venezuela. Scherziamo? L’idea che il capitalismo sia solamente un sistema economico è un pregiudizio capitalista. E’ un sistema culturale e sociale. Non c’è economia, senza relazioni sociali, culturali o politiche. Oggi, tutti e tutte viviamo in un sistema capitalista. Ci sono paesi che distribuiscono la ricchezza meglio di altri, però non esistono paesi fuori dall’economia di mercato.
Non serve dire che vogliamo una società che non sia capitalista, perché potremmo costruire un sistema ancora peggio. Ciò che io voglio è creare una società non gerarchizzata, che non si basi sullo sfruttamento del lavoro di altre persone.

 Però, il patriarcato non è un sistema autonomo?

Personalmente, non lo credo. Il patriarcato da sempre ha fatto parte dei sistemi che si appropriavano del lavoro umano. Il corpo delle donne è una fonte di ricchezza, che ha nei figli e nelle figlie la manodopera. Siamo nella logica dello sfruttamento lavorativo. Il patriarcato non comincia con gli uomini che dominano le donne, ma con un sistema di lavoro che opprime gli uomini e che si basa nel controllo della sua principale fonte di ricchezza. Vi rendete  conto della ricchezza che presuppone il corpo delle donne? Immaginate se le donne decidessero di non avere più figli e figlie! Immaginate cosa succederebbe?

Il lesbismo potrebbe essere una soluzione?
Le lesbiche, oggi, hanno figli.

Non lascerai fuori dalle tue analisi le lesbiche?

Ho scritto molto su capitalismo e sessualità, sulla disciplina della sessualità che il capitalismo ha imposto. Negli anni ’70 parlavamo di una grande contraddizione nel capitalismo. La divisione del lavoro era allora, una divisione omosessuale: gli uomini lavoravano con gli uomini e le donne con le donne. L’eterosessualità esisteva soltanto nel matrimonio. Era difficile poi comprendersi dentro il matrimonio. La famiglia non è mai stato un luogo di serenità.
D’altra parte negli anni ’60 e ’70 io avevo chiaro che il lesbismo aveva un valore di rottura per molte ragioni. Il capitalismo dà il comando agli uomini, li trasforma in emissari del sistema in casa e in una relazione lesbica ciò non accade. Inoltre, il lesbismo presuppone una grande valorizzazione delle donne, in uno spazio di tranquillità, di liberazione da tantissime pressioni. Adesso, però, ho capito che ciò non basta, perché in una società eterosessuale, le relazioni lesbiche riproducono la logica etero patriarcale.
Credo, anche se non ne sono sicura, che questa capacità di rottura che il lesbismo una volta possedeva oggi, sia meno forte. Proprio il capitalismo ha ristrutturato la sua idea di famiglia per integrare le coppie omosessuali. Da qui, l’approvazione del matrimonio gay in tanti luoghi.
Ovviamente, il capitalismo ha bisogno di organizzare le case intorno al lavoro riproduttivo.

In questo contesto di crisi, nel quale si sono imposte come moda le torte e tortine, non si sta celebrando il lavoro riproduttivo?

C’è un gran dibattito, ora negli Stati Uniti, su questo. E’ un tipo di valorizzazione del lavoro a livello psicologico, però non c’è nessuna rottura a livello politico. E’ tutto il contrario. E’ una valvola di sicurezza. Non è un cambiamento, né rompe con il sistema. Significa soltanto che se hai tempo e soldi, puoi farti le tue torte in casa [ride].

Ma non è pericoloso che passi questo messaggio?

Il nostro discorso di valorizzazione del lavoro riproduttivo non ha nulla a che fare con le torte in casa. Dobbiamo lottare contro la deforestazione e il disboscamento; lottare perché non siano contaminati i fiumi e i mari; mettere la ricchezza prodotta a servizio delle donne. Si tratta di cambiare la logica del sistema. Produrre per la vita, non per il mercato.  Nessun bignè.

E se la torta la fa un’altra?


 Il movimento femminista ha fatto un grosso errore, non lottando per il salario domestico. Che succede adesso?  Che questa carica di lavoro lo assume un’altra donna. Molte, migranti. La ristrutturazione del lavoro domestico si fonda su una grande ingiustizia: donne che lasciano le loro famiglie e vanno lontane dalle loro case a curare le famiglie di altre donne. E’ vero, anche che ci sono donne che possono farsi carico delle loro famiglie senza aiuto. Odio essere moralista in questo senso, perché a volte non c’è altra scelta, però dobbiamo avere una strategia politica, che ci porti a un cambiamento di paradigma in cui uomini e donne decidano come riprodursi senza logica di potere.


traduzione di Lia Di Peri.

domenica 22 giugno 2014

Prostituzione. L’istituzione più antica del Patriarcato.

La prima edizione del Dizionario Ideologico Femminista di Victoria Sau risale al 1981. Tuttavia, ancora oggi, è la definizione più completa della prostituzione.


Victoria Sau: Diccionario ideológico feminista (1981), (2000) Barcelona, Ed. Icaria









Prostituzione. Istituzione maschile patriarcale secondo la quale un numero imprecisato di donne, non arrivano mai a essere distribuite a gruppi specifici di uomini dal collettivo maschile, al fine di non essere in balia di uno soltanto, ma di tutti quelli che vogliono accedere a esse, la quale è di solito mediata da una semplice compensazione economica. Una volta resa possibile e creata l’istituzione per gli uomini, l’evoluzione della stessa e le sue forme sono molteplici. Le prostitute sono a volte chiamate “ donne libere”, nel senso che non hanno un padrone unico (marito), ma viceversa sono esposte al trattamento autoritario e patriarcale di tutti o di alcuni uomini. Legalmente, come ogni donna non sposata, non può avere figli, ma, di fatto, è inevitabile che a volte li abbia, anche se, senza nessun riconoscimento sociale (*).
Storicamente, pare che fu Giustiniano a dare per primo la definizione di prostituzione, che può essere ancora valida oggi, secondo il corrente dizionario maschile: “ Donne che si danno agli uomini per denaro e non per piacere” (Dallayrac: Dossier prostituzione).
La maggior parte degli studiosi sul tema della prostituzione tende a cadere nei seguenti errori:

     Dicono che la prostituzione sia stata istituita dalle donne stesse.
-      -  Considerano le origini della prostituzione – sacra prostituzione – come non prostituzione, ma          come elevazione al rango di sacerdotesse dell’amore.
-      -  Pensano che la prostituzione fosse ignominiosa solo dalla sua regolamentazione nella Grecia         del V secolo.

Questi autori non chiariscono, perché essi stessi non riescono a “spiegarselo”, l’inarrestabile declino nel tempo dalla condizione di sacerdotessa a quella più volgare di meretrice.
La sacra prostituzione consisteva nell’obbligo di consegnarsi a qualsiasi straniero, che la richiedesse dalla balconata e la scegliesse lanciandole una moneta. L'atto sessuale si svolgeva all'interno del tempio e il denaro era per il culto della dea o un dio. La prostituzione sacra fiorì in Babilonia circa 2000 anni prima della nostra era, ma si diffuse tra le altre nazioni, in Egitto, Fenicia e Grecia. In India esiste ancora oggi.

Occorre in primo luogo, porre in discussione lo status di sacerdotessa che, se vista oggi, appare di maggior grado della prostituta attuale, ma era, in realtà, una condizione che esprimeva tutta la decadenza della donna. In un mondo già patriarcale le dee della fertilità erano “determinate” per la stessa e anche circondate da templi di divinità di chiara preminenza maschile, serviti anche da donne. L’impossibilità per la prostituta di rifiutarsi a un uomo indica come fosse coartata la sua libertà di scelta. In più, le sacerdotesse arrivarono a scomparire dai templi, compresi quelli dedicati alle dee femminili che furono sostituite da uomini. La legge volle allora che fossero le donne in età da marito, quelle che prima di contrarre matrimonio, si prostituissero un giorno sui gradini del tempio, come necessaria condizione per essere di un solo uomo e così potersi legittimamente negare agli altri. Ci sono autori che vedono in questo, un rito di fertilità, poiché sia Ischtar come Milita e Afrodite del periodo greco classico sono divinità che proteggono il travaglio. Alcuni vi vedono un rito di deflorazione a carico di un uomo che non è il marito dovuto alla mitica paura di quell’atto. L’”ospitalità sessuale” inoltre, che è ancora praticata in molti luoghi in tutto il mondo, anche tra i Lapponi, potrebbe essere la base dell’obbligo di consegnarsi a un “estraneo” e risponderebbe al diritto conservato nel contratto sociale maschile, secondo il quale ogni uomo può avere accesso alla donna in un determinato momento (che sarebbe giustificato da motivi di spostamento), nonostante i limiti, la privatizzazione delle donne che il gruppo maschile autentica col nome di matrimonio. Georges Devereux, etnologo e psicanalista, rileva tuttavia, una differenza importante tra le prostitute sacre che lavorano nel tempio di una dea ("donne sante") e quelle che lo fanno nel tempio di un dio (deva dasi). Temporaneamente o permanentemente, le prime servono una dea vergine, che ha numerosi amanti, che incarna nei suoi rapporti sessuali con uomini reali. L’uomo è in una posizione d’inferiorità rispetto alla dea e alla sua rappresentante umana. Il pericolo, afferma Devereux, è nei "capricci crudeli della dea", i cui giovani amanti morivano sempre presto e spesso tragicamente.
Quest’autore trova delle somiglianze tra le prostitute prestigiose della società pre-ellenica e le “ sante donne” del Medio Oriente, tra cui Corinto nella Grecia continentale. Le prime erano agli occhi dei greci delle “selvagge”, non inserite nel nuovo ordine, che dovevano essere domate e quest’addomesticamento era precisamente la deflorazione. Inoltre, per approfondire la struttura psicologica della prostituzione sacra (rituale) in Medio Oriente Devereux ci porta al conflitto che deriva dall’atto della deflorazione di una vergine, come già osservato in precedenza. Ciò che è sicuro è che l’appellativo di vergine, non comprendeva la verginità anatomica di una Grande Dea (single) che arriverà dopo. Vergine era dunque pari a libera, non sottomessa al matrimonio, a prescindere dagli amanti che la dea aveva avuto. La prostituzione andrà degenerando dentro la stessa istituzione maschile con la conseguente perdita di prestigio della prostituta. “ E’ possibile che il nuovo sistema patriarcale non abbia potuto tollerare né la donna single, libera rispetto al suo corpo e, giocando un ruolo importante, sia nel culto delle dee vergini (e della fertilità), come nell’ambito del rituale agrario, la sradicherà totalmente dalla pietà degli agricoltori conquistati. Il compromesso sembra essere stato una consacrazione completa - e quindi strettamente limitata della promiscuità arcaica, da cui derivò la “santa donna”, sacerdotessa di dee vergini dei popoli conquistati ai margini della società secolare che fece del matrimonio una struttura sociale fondamentale (Femme et mythe).

Che la prostituzione non sia un’istituzione femminile, bensì maschile lo dimostra il fatto stesso che in Grecia si reclutavano le schiave importate a questo scopo, che avevano bordello in una cella dove esercitavano il  loro forzato lavoro . Dallayrac afferma che a causa di ciò esse avrebbero goduto di una maggiore considerazione di una semplice schiava domestica, ma il Dizionario Enciclopedico Ispano chiarisce che: “ In ogni cella del bordello viveva la prostituta schiava acquistata da Leno e sfruttata fino a quando, inservibile, era nuovamente rivenduta”.

A Roma, le prostitute erano reclutate tra la popolazione carceraria femminile, così da non comportare spese di gestione. Senza, comunque, dimenticare che il pater familias aveva il potere di vendere o affittare la moglie e le figlie alla prostituzione. Le prostitute non schiave potevano arrivare, tuttavia, a grandi estremi di povertà come indicato dalla più bassa delle tariffe applicate, soprattutto dalle più insignificanti che esercitavano vicino ai cimiteri. Erano private di quasi tutti i diritti ed erano costrette a indossare la toga infamante che, in altre epoche, fu sostituita dall’obbligo di tingersi i capelli con lo zafferano o altri segni infamanti. Nei templi dell’India, almeno fino al 1926, le bambine andavano a servizio da un sacerdote per apprendere più tardi all’età di 5 anni, la “professione”.

Nel cristianesimo, la posizione della Chiesa è di obbrobrio per le prostitute, ma di tolleranza se non di riconoscimento della prostituzione. Padri della Chiesa come Sant'Agostino e San Tommaso la considerano necessaria, in quanto grazie a essa si potrà conservare l’onestà delle donne sposate e la verginità delle nubili. Questa doppia morale che impregna tutta la fase feudale è mantenuta dalla borghesia e dal capitalismo quando arrivano al potere. Il pensiero socialista sarà il primo a interpretarla come l’inverso del matrimonio, poiché l’una e l’altro si spiegano a vicenda. Le condizioni sociali abiette proprie dell’era industriale, favoriscono l’aumento della prostituzione che si è evoluta dato che, non è necessario più puntare il dito o decretare per legge che le donne devono essere prostitute, come nell’antichità: basta che l’istituzione sia attiva e le condizioni sociali facciano da sé lo stesso, il che permette di mantenere la coscienza “ pulita”, perché sono le donne che, volontariamente, scelgono quest’opzione. Così afferma Tardieu nel Dizionario enciclopedico ispanico, sopra citato “"Dopo queste cause, così numerosi e così tristi, è un’idea confortante che la società non incoraggi nessuno a questo mondo di depravazione, le cadute sono, con qualche eccezione, volontarie”.
Nel Nuovo Mondo la prima casa femminile è stata aperta nel 1526 a Puerto Rico: “…. Per l’onestà della città e delle donne sposate di questa e per evitare altri danni e inconvenienti, sorge il bisogno che si apra in questa città, una casa di donne pubbliche (O'Sullivan, N.: Las mujeres de los conquis­tadores). Il testo parla da sé.
Adesso i metodi indiretti del patriarcato per indurre le donne alla prostituzione sia essa regolamentata o no, sono più sottili che mai, però possiamo indicarne i principali:

 - la commercializzazione del corpo della donna attraverso tutti i mezzi possibili da parte dei mass media, al servizio dell’industria capitalistica che trae profitto esentasse con la vendita di vari prodotti che contribuiscono a creare il contesto necessario per il rapporto cliente-prostituta
- la mancanza di una pari opportunità tra i sessi, che lascia le donne in una posizione debole e incerta e dipendenti dagli uomini
 - l’istituzione stessa che permette a qualunque donna, per il solo fatto di esserlo, in qualsiasi momento, di essere prostituita o di darsi alla prostituzione.
Quest’ultimo punto, il più importante, fa sì che il problema riguardi ugualmente tutte le donne.


Il mestiere più vecchio del mondo. Espressione machista e sessista con la quale si vuole far intendere che la prostituzione è stata, è e sarà, o - che è lo stesso – è innata alla condizione della donna, immodificabile.
Prostituzione maschile. Non è simmetrica in nessun caso a quella femminile, occorre studiarla nel contesto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

* Diosa, Matrimonio, Sexualidad, Trata de blancas, Virgini­dad, Zorra.






BIBLIOGRAFIA. — Boix, F. y Fullat, O.: Breve estudio sobre la prostitu­ción. — Chacel, R.: Saturnal. — Choisy, M.: Psicoanálisis de la prostitución. — Dayllerac, D.: Dossier prostitution. — Gorbin, A.: Les filies de noce. — Her- vas, R.: Historia de la prostitución. — Jaget, C.: Una vida de puta. — Mayo, K.:Mother India. — Millet, K.: La prostitution. — Navarro Fdez., A., Dr.: La prostitución en la villa de Madrid. — Rodríguez Solís, E.: Historia de la prostitución en España y América. — Sacotte, M.: La Prostitución — Scanlon, G.: «La prostitución», cap. 2, 1.a parte de La polémica feminista en España. La Prostitución - See more at: http://www.feminicidio.net/documento/la-instituci%C3%B3n-masculina-patriarcal-m%C3%A1s-antigua#sthash.aCzXllyl.dpuf




(traduz.di Lia Di Peri)






venerdì 30 maggio 2014

Il tuo spirito libertario mi violenta: Lettera al mio Macho progressista preferito.


Vanessa Rivera de la Fuente






Ti ho trovato su Facebook – il tuo avamposto di battaglia - difendendo i diritti delle donne e… Zac, ti sei rivolto a me indignato. Mi hai chiesto, con l’arroganza del saggio, unico depositario della Libertà: “Qual è l’argomento teologico per cui usi l’hijab (velo islamico)?" devi spiegarlo al mio ombelico occidentale, universalista, omnicomprensivo libertario. Perché ti vesti così? "A me non piace.”
Ok, macho progressista: Come va? Che ovaie! A me non interessano le opinioni teologiche, né culturali di altri machi come te, su come devo o non devo vestirmi. Sulla mia vita io non ti devo alcuna spiegazione.
Dimmi perché dovrei farlo? A quanto pare ciò che manca è che io debba giustificare il mio guardaroba. Piuttosto, dalla tua presunta superiorità di genere e culturale, spiegami tu, perché le donne si sottopongono alla chirurgia plastica e s’iniettano il Botox da rimanere così tirate? Perché non si è approfondita la storia delle colonizzazioni e la predazione brutale sull’eco-sistema e i corpi delle donne e tutto ciò che n’è conseguito? Perché non parliamo della responsabilità della tua società “ civile e progressista” nello sfruttamento lavorativo e traffico sessuale di quelle donne che vuoi salvare dal loro abbigliamento? Perché non sei ugualmente indignato per la diminuzione dei diritti riproduttivi delle donne nel mondo sviluppato al quale ti fregi di appartenere?

Il Patriarcato esiste solo in direzione delle donne mussulmane e degli uomini dalla pelle scura e barbuta?Tutta l’oppressione femminile si spiega con un pezzo di stoffa di 70X150 centimetri? Da dove viene quest’aria di superiorità e la convinzione che tu non faccia parte di tutto questo?
Ah già. Ora mi tiri fuori l’argomento che, in alcuni paesi mussulmani, le donne sono punite per non indossare l’hijab. E 'vero. E ti dico di più. Sono punite se guidano, se scrivono sui blogs, se sono dissidenti politiche e se difendono i diritti umani. Io penso che sia terribile costringere le donne a usare un vestiario che non vogliono, che le nostre opinioni siano censurate o sia delegittimato il nostro attivismo, che ci obblighino a fare sesso o ad avere figli che non vogliamo o a ricevere una retribuzione iniqua. Mi spaventa l’idea di finire in prigione per aver praticato un aborto terapeutico in Cile o per ballare sui tetti in Iran.
Quello che la tua superbia non ti permette di vedere, è che in tutti questi casi, non è l’apparenza delle donne, né la loro fede, né la loro razza o cultura, ma l’obbligo che pesa su di noi di dover essere in un modo o nell’altro, di compiacere i maschi dell’uno e dell’altro lato, te compreso. Il problema non siamo noi e le nostre scelte, ma voi e le vostre imposizioni. Il problema è il Patriarcato.
Il tuo spirito libertario mi violenta. Il tuo progressismo è così egemonico e androcentrico quanto l’islam dogmatico. Tu vuoi comandare sulla mia libertà, sul mio corpo tanto quanto l’islamista, tanto quanto il politico pro-vita, tanto quanto il femminicida.
Anche se la tua opposizione al mio modo di vestire, non è paragonabile a quella di ricevere 40 pugnalate per gelosia, è comunque parte dello stesso modo di concepire la donna come soggetto minorato e turbato, debole e passivo, incapace di decidere, senza forza di resistenza, bisognoso di protezione, per antonomasia. Tu vuoi annullare la mia voce tanto quanto il clerico che mi proibisce di parlare nella moschea. Tu sei parte del problema.

Non ti parlo con rispetto. Tu mi manchi di rispetto ogni volta che mi parli come se fossi incapace di capire la realtà e c’è bisogno del tuo catechismo, che impoverisce la mia visione, la mia esperienza e i miei obiettivi riguardo a me stessa e alla realtà che vivo. No. Non ti parlo con rispetto, perché il rispetto si dà tra uguali, non a qualcuno che mi considera inferiore. Gli uguali non mettono in discussione le decisioni degli altri con spirito poliziesco: le analizzano insieme.
Dimmi: Che cosa stai facendo in concreto per riaffermare il nostro diritto a vestirci come vogliamo, senza che pesino gli argomenti maschili di convalida nell’essere a favore o contro? Se non parlare dal tuo ombelico, che ti detta che la tua salvezza bianca, atea, bionda ed europea, è la soluzione ai problemi intersezionali… Che cosa stai facendo di là del negare il nostro diritto all’identità, resistenza e smantellamento delle strutture di oppressione che ci hanno imposto come vivere e perfino come essere liberi? Ciò che noi donne facciamo o non facciamo con i nostri corpi, vita e credenze, finirà di essere un problema politico, e sarà una questione personale, quando tu e i machismi di ogni tipo, siano essi mussulmani, cattolici, atei, marxisti, trotzkisti o anarco-socialisti, si zittiranno e lasceranno risolvere alle donne, poiché soggetti: le uniche legittimamente autorizzate a esprimerci sulle nostre realtà e a decidere si di esse.
Da lungo tempo le donne del “terzo mondo”, mussulmane, nere, latine, migranti o lavoratrici domestiche del tuo quartiere, hanno imparato a far uscire la voce e parlare per noi. Tu e la tua vanità sono parte del sistema che ci opprime. Lo sappiamo. Non ci inganni. Tu sei un figlio sano del Patriarcato, tiranneggi noi donne che non pensiamo, né viviamo come tu, pensi dovremmo, sotto una falsa bandiera di rispetto e libertà, usando la violenza con la tua arroganza, che non libera nessuno, se non il tuo virile orgoglio. Sei un figlio di tuo padre. (Le puttane non hanno nulla a che vedere).
Ti senti offeso se uso la parola “ Fica”? Ti senti insultato dalle immagini della sessualità femminile? Come stiamo a misoginia? Ah, se dico fica, sono maleducata? Vedi, questa è una classica strategia machista di delegittimazione. Attaccare la forma di fronte all’incapacità di riuscire a contro-battere. Chiaro, sono una donna e dire parolacce è poco “femminile”.
Che libertario che sei, macho progressista, accurato quando usi gli estremismi del libertinaggio dei tuoi sessismi e stereotipi.


Vanessa Rivera de la Fuente


(traduz. Lia Di Peri)

lunedì 26 maggio 2014

L'inganno del lavoro retribuito come chiave di liberazione delle donne

Ana Requena Aguilar



Silvia Federici (Italia , 1942) è una pensatrice e attivista femminista, un’intellettuale di riferimento per le sue analisi sul capitalismo, il lavoro retribuito e riproduttivo, sempre dalla prospettiva di genere.  Docente all’Hofstra  University di New York , Federici fu una delle promotrici delle campagne negli anni ’70, che chiedevano il salario per il lavoro domestico.
Il lavoro domestico non è un lavoro di amore, occorre de-naturalizzarlo”.  La scrittrice è in tour in Spagna, riempiendo librerie e sale di gente venuta ad ascoltarla. Il suo ultimo libro pubblicato in spagnolo è "Rivoluzione al punto zero. Lavori di casa, riproduzione e lotte femministe ", edito da Traficantes de Sueños.




-          Questa crisi economica è anche crisi dell’uguaglianza?

Sì. E’ crisi di uguaglianza e minaccia soprattutto le donne. Ci sono molte conseguenze delle crisi che colpiscono le donne particolarmente intense. Da un lato , i tagli ai servizi pubblici , la sanità , l'istruzione , la cura , l'assistenza all'infanzia ... che porta nelle case tantissimo lavoro domestico, che continua a essere svolto in gran  parte dalle donne. La maggior parte delle donne lavora fuori di casa, ma segue a incaricarsi di questo lavoro assorbendo anche quella parte di attività che una volta erano pubbliche. Dall’altro lato, la crisi dell’occupazione e del salario genera nuove tensioni tra uomini e donne. Il fatto che le donne abbiano più autonomia ha creato tensioni e un aumento della violenza maschile, visibile in ogni angolo del mondo.

-          Attualmente  a che punto siamo?

Siamo in un periodo in cui si sta sviluppando un nuovo tipo di patriarcato nel quale le donne non sono solo casalinghe, ma dentro del quale i valori e le strutture sociali tradizionali non sono cambiate. Per esempio, oggi molte donne lavorano fuori di casa , spesso in condizioni precarie , ma  che è una piccola fonte di maggiore autonomia. Tuttavia , le condizioni di lavoro salariato non sono cambiate , ciò comporta l’adattamento a un regime che è stato costruito, pensato, in direzione del lavoro tradizionale maschile: le ore di lavoro non sono flessibili, i centri di lavoro non hanno incluso luoghi per la cura, come gli asili nido e non si è pensato a forme in cui uomini  e donne possano conciliare produzione e riproduzione. E’ un nuovo patriarcato nel quale le donne devono essere due cose: contemporaneamente produttrici e ri-produttrici, una spirale che finisce col consumare tutta la vita delle donne.

-          In pratica, Lei sostiene che si è identificata l’emancipazione delle donne con l’accesso al lavoro retribuito e ciò le appare come sbagliato. E’ così?

E’ un inganno di cui oggi ci rendiamo conto. L’idea che il lavoro retribuito potesse liberare le donne , non si è realizzata. Il femminismo degli anni ’70 non poteva immaginare che le donne stavano entrando nel mondo lavorativo, nel momento in cui, questo stava diventando in un terreno di crisi. E, comunque in generale, il lavoro retribuito non ha mai liberato nessuno. L’idea della liberazione è di raggiungere uguali opportunità con gli uomini, ma si è basata su un malinteso fondamentale del ruolo del lavoro salariato sotto il capitalismo.  Allo stesso tempo, noi vediamo che molte donne hanno ottenuto più autonomia, attraverso il lavoro retribuito, ma attenzione, più autonomia rispetto agli uomini, non rispetto al capitale. E’ qualcosa che ha permesso di vivere per conto proprio alle donne o di trovare lavoro, se il partner non l’aveva. In qualche modo questo ha cambiato le dinamiche nelle case, ma in generale non ha cambiato i rapporti tra uomini e donne.  E , quel che è più importante, non ha cambiato i rapporti tra donne e capitalismo, perché ora le donne hanno due lavori e ancora meno tempo per lottare, partecipare in movimenti sociali e politici.

-          Lei è anche molto critica con organismi internazionali come il Fondo Monetario , la Banca Mondiale o l’Onu. Alcuni di loro pubblicano rapporti incoraggiando la partecipazione femminile al mercato lavorativo, mentre al contempo, tagliano risorse che pregiudicano l’uguaglianza e la vita delle donne.
-           
Sì, questo è fondamentale. E’ sbagliato non vedere il tipo di pianificazione capitalistica che si è sviluppata dentro il progetto di globalizzazione. C’è stato un massiccio intervento nelle agende e nelle politiche femministe con l’obiettivo di usare il femminismo per promuovere il neo-liberismo e per contrastare il potenziale sovversivo che aveva il movimento delle donne in termini, per esempio, di lotta contro la divisione sessuale del lavoro e contro tutti i meccanismi di sfruttamento.  Da un lato , il lavoro delle Nazioni Unite è stato quello di ridefinire l'agenda femminista e ciò è stato molto efficace. Attraverso diverse conferenze mondiali , presenta se stessa come la portavoce delle donne nel mondo e ciò che è o non è femminismo. Dall’altro lato, il suo obiettivo era di “educare” i governi del mondo, per far cambiare qualcosa nella legislazione del lavoro, per permettere l’ingresso delle donne al lavoro salariato.

-          Come uscire allora, da questa trappola? Perché, ad esempio, lei è contraria all’entrata delle donne negli Eserciti?
-           
No alle donne nell’Esercito in qualsiasi modo. Bisogna tenere conto che anche gli uomini sono sfruttati. Perciò, se ci limitiamo a dire semplicemente che vogliamo l’uguaglianza con gli uomini, stiamo dicendo allora che vogliamo avere lo stesso sfruttamento che hanno gli uomini.  La parità è un termine che blocca il femminismo : ovviamente in senso generale non possiamo essere contro l’uguaglianza , però in un altro senso dire solamente che lottiamo per l’uguaglianza è dire che vogliamo lo sfruttamento capitalista che subiscono gli uomini.  Io penso che possiamo fare meglio di questo, perché dobbiamo aspirare a trasformare l’intero modello, perché anche gli uomini non hanno una situazione ideale, anche gli uomini devono liberarsi. Perché oggetti di un processo di sfruttamento. Perciò, no alle donne nell’esercito, perché no alla guerra, no alla partecipazione a qualsiasi organizzazione che ci impegna a uccidere altre donne, altri uomini , in altri paesi con lo scopo di controllare le risorse del mondo. La lotta femminista dovrebbe dire in questo senso, che gli uomini dovrebbero essere uguali alle donne , che non ci siano uomini negli eserciti, cioè, no agli eserciti e no alle guerre.

-          E come uscire dalla trappola del lavoro retribuito?

Questo è diverso, perché in molti casi il lavoro retribuito è l’unico modo in cui possiamo essere autonome e non siamo nelle condizioni di poter dire di no al lavoro. La questione è di considerare il lavoro come una strategia di autonomia , non come grande strategia per liberarci. Per esempio, negli Stati Uniti il problema del lavoro riproduttivo non è preso in considerazione e  anche quando le donne lottano per liberarsi dal carico del lavoro di cura, ciò è inteso come un modo per dedicare più tempo al lavoro fuori di casa. Il capitalismo svaluta la riproduzione e ciò significa che svaluta le nostre vite per continuare a svalutare la produzione dei lavoratori. E’ una questione fondamentale che non viene presa in considerazione.  Non si tratta, quindi, di dire di no al lavoro retribuito, ma di dire che il lavoro retribuito non è la formula magica per liberare le donne. Le donne non sono fuori dalla classe lavoratrice, la lotta femminista deve essere pienamente integrata con la lotta del lavoro.

-          Quali lotte, quindi, bisogna adottare per ottenere questa liberazione?

Il lavoro che la maggior parte delle donne fanno nel mondo , che è il lavoro riproduttivo e domestico, è ignorato. Questo lavoro , però è la base del capitalismo, perché è la forma, con la quale si  riproducono i lavoratori. Il lavoro di cura non è un lavoro di amore : è un lavoro di produzione dei lavoratori per il capitale ed è un tema centrale. Se non c’è riproduzione, non c’è produzione. Il lavoro che fanno le donne in casa è l’inizio di tutto: se le donne si fermano, tutto si ferma; se il lavoro domestico si ferma, tutto il resto si ferma. Per questo il capitalismo per sopravvivere deve costantemente svalutare questo lavoro. Perché questo lavoro non è pagato se conserva le nostre vite? La prospettiva dalla quale provengo ha visto che se il capitalismo dovesse pagare per questo lavoro, non potrebbe continuare ad accumulare i beni. Se non ci occupiamo di questo problema , non produrremo nessun cambiamento a nessun livello.

-          Lei difende il salario per il lavoro domestico?

Sì. Molte femministe ci accusano di istituzionalizzare le donne in casa, perché lo intendono come un modo di bloccare le donne dentro la casa, ma è il contrario, è il modo in cui possiamo liberarci . Perché se questo lavoro è considerato tale, anche gli uomini potranno farlo. Lo stipendio sarebbe per il lavoro, non per le donne.

-          Sì , ma ancora oggi sono per lo più donne che fanno questo lavoro , questa è ancora la tendenza , anche se ci sono stati cambiamenti , che cosa farà cambiare questa inerzia ?

La tendenza è questa perché la mancanza del salario ha naturalizzato lo sfruttamento. V’immaginate se gli uomini facessero un lavoro industriale gratuito per due anni, perché è considerato un lavoro proprio degli uomini ? Sarebbe totalmente naturalizzato così come il lavoro domestico, che è legato alla femminilità e al fatto che è considerato un lavoro delle donne. In una società conformata per le relazioni monetarie, la mancanza di stipendio ha trasformato una forma di sfruttamento in attività naturale, perciò diciamo che è importante denaturalizzarla.

-          Ed è il salario è il modo?

-           
Sì, perché è il primo passo da fare. Non dobbiamo, però, guardare il salario come un fine, ma come un mezzo, uno strumento per iniziare la rivendicazione.  Chiedere un salario ha già il potere di rivelare un’intera area di sfruttamento, di portare alla luce che questo è un lavoro vero e proprio,che è essenziale al capitalismo, il quale ha accumulato ricchezza attraverso di esso.


 -Non si corre il rischio di perpetuare la divisione sessuale del lavoro?

Al contrario è un modo per abbatterla. Si può dimostrare che la divisione sessuale del lavoro è costruita sulla differenza tra salario - non salario.


-          Tuttavia, in molti paesi come la Spagna, il lavoro domestico è già riconosciuto come tale (non con tutti i diritti) ma ancora il lavoro continua a essere nella maggior parte femminile , cioè, nonostante sia remunerato, non ha fatto sì che gli uomini  s’integrassero in quest’occupazione. Perché pensa allora che pagare per i lavori in casa gli uomini s’inserirebbero in questo settore?
-           
In una situazione in cui il lavoro domestico non è riconosciuto come lavoro e milioni di donne lo fanno gratis in tutto il mondo, le donne che lo fanno per denaro si trovano in una posizione debole , incapace di negoziare condizioni migliori. Io mi auguro che si costruisca un nuovo movimento femminista di donne che fanno lavoro domestico pagato a quelle che lo fanno senza essere pagate. Iniziare una lotta su ciò che è questo lavoro, esigere nuove risorse al servizio di questo lavoro e proporre nuove forme di organizzazione.

Questo lavoro è possibile separando le une dalle altre e, manca, l’unione, nuove forme di collaborazione che ci permettano di unire le nostre forze per contrastare questa svalutazione del lavoro domestico. La connessione tra donne e il lavoro domestico è molto forte e non sarà facile, ma credo che si potranno ottenere delle cose. La rivendicazione del salario per il lavoro domestico è stata molto liberatoria perché tante donne hanno potuto comprendere così che ciò che facevano era lavoro, sfruttamento e non qualcosa di naturale.




(traduz. Lia Di Peri)