venerdì 6 dicembre 2013

6 dicembre 1989: Il massacro de l'Ecole polytechnique a Montréal,


Libia: Il governo filo-Nato instaura la Sharia e compromette i diritti delle donne.

Il " governo provvisorio ", istituito dalle potenze imperialiste che hanno finanziato e partecipato al rovesciamento e alla morte del leader libico Muammar Al Gheddafi, ha approvato lo scorso mercoledì, la revisione delle leggi e dei regolamenti nazionali, per conformarli alla Sharia o legge islamica, secondo un documento del Ministero della Giustizia.

In questo modo il governo libico ha approvato la conversione della Sharia a fondamento di tutta la legislazione e istituzioni statali.
La legge islamica è la fonte della legislazione in Libia ", ha dichiarato l’Esecutivo dopo il voto. “ Tutte le istituzioni dovranno rispettare questa decisione” - ha aggiunto.
Adesso, una speciale commissione esaminerà tutte le leggi esistenti nel paese per vedere se sia conformi alla Sharia.
Si tratta di un arretramento in tema di diritti delle donne e della laicità della società libica, una decisione del Dipartimento di Giustizia che è destinata a soddisfare le rivendicazioni dei gruppi salafiti.
Prima della guerra imperialista della NATO, la Libia era un luogo particolare in Africa per il gran tenore di vita della sua gente e la libertà delle donne.  Queste potevano liberamente andare, dove volevano, non necessariamente dovevano restare chiuse in casa o  essere sempre accompagnate da un familiare. Non avevano alcun motivo di essere completamente coperte.  La copertura del volto degli uomini e delle donne era una mera necessità per proteggersi dalle intemperie del clima o dal sole rovente.
Le donne, allo stesso modo, potevano frequentare l’Università, guadagnare lo stesso stipendio degli uomini e, ovviamente, guidare. Questo non è normale in qualche altro paese arabo sia per la mancanza di mezzi, ma, soprattutto, per il divieto a esse imposto per motivi religiosi.  Questa libertà permetteva di scegliere anche con chi sposarsi. Questo non era né è usuale in altri paesi arabi, dove i matrimoni combinati, di solito tra anziani e bambine, sono la norma: Giordania, Yemen, Arabia ... la lista è lunga.
Prima dell’'assassinio di Gheddafi e l'instaurazione di un governo fantoccio affine agli interessi imperialisti, in Libia, i diritti delle donne erano difesi. Con l'avvento al potere degli estremisti islamici, con forti legami con Al Qaeda, la situazione è molto diversa. Già nel settembre 2011, il leader del Consiglio nazionale di transizione (organizzazione finanziata dall'Occidente e dalle monarchie arabe in opposizione alla Libia), Mustafa  Abdel Jalil, dichiarò: "La Libia diventerà uno Stato retto dalla legge islamica”.

Queste riforme confermano quanto a suo tempo denunciato dai gruppi di solidarietà internazionalista e antimperialista di tutto il mondo, che avevano avvertito sulle gravi conseguenze che avrebbe avuto la caduta di Gheddafi, sia nelle questioni concernenti la stabilità nella regione, che per i Diritti Umani.


LibreRed

giovedì 21 novembre 2013

A chi appartiene il corpo delle donne?

Amparo Ariño Verdú, dottora in filosofia, presso l'Università di Valencia.









Mi concentrerò sull’alienazione del corpo che subiscono le donne per il solo fatto di essere tali. Sarà quindi una situazione specificamente femminile. Da questo punto di vista, mi domando: a chi appartiene il corpo delle donne? Appartiene a esse come soggetti? Appartiene ai loro partner? Appartiene alle loro famiglie, alla società? Sono esse realmente soggetti e soggetti di diritto o sono solo oggetti e oggetti- per - gli altri?
Da più di un secolo ci sono stati progressi, è innegabile, nella condizione giuridica delle donne in Occidente, anche se con abbastanza ritardi e dal futuro incerto. Eppure sembra, anche se non esplicitamente, che il corpo continui a non appartenere alle donne.
Nel pensiero dominante, la donna è stata identificata con il suo corpo e, quindi, con la corporeità, mercificandola. Essere donna è essere il proprio corpo e corpo sessuato. “ Tota mulier in utero” scrisse Tommaso d’Aquino, il filosofo che cristianizzò Aristotele. Del pensiero aristotelico - tomista (più tomista che aristotelico) la Chiesa cattolica nutre molti dei suoi dogmi e cerca di dare loro una patina di pensiero razionale. E il corpo di cui parla d’Aquino, è semplice «cosa», un mero oggetto. Le cose però non sono persone, non sono soggetti. Le cose non hanno diritti. I diritti delle donne, quindi, anche se sono formalmente riconosciuti, di fatto, non sono rispettati.
Questa concezione della donna come corpo-cosa, oggetto e non soggetto, cosa e non persona, sarebbe la causa ultima della violenza contro le donne. E sarebbe implicita nella giustificazione degli omicidi, stupri e degli abusi delle donne che tanto frequentemente fanno notizia. Ci sono moltissimi fatti che supportano questa concezione della donna come oggetto e non come soggetto, come persona. La verità è che questa concezione della donna, non sempre è esplicita, almeno nella cultura occidentale, nonostante sia presente nel dogma e credenze religiose, compresi nei codici sociali di certe culture. Consideriamo alcune di queste situazioni.
La rappresentazione della donna nella pubblicità
L’oggettivazione della donna nella pubblicità è abbastanza evidente. Utilizza l’immagine del corpo della donna come richiamo pubblicitario. Un'immagine modellata secondo il modello del gusto maschile, del suo desiderio: donna giovane, dai lineamenti aggraziati, a volte, perfetti, che combina snellezza ed esuberanza. Un’immagine potenziata spesso artificialmente con le tecniche del “foto shop”, che è una meta irraggiungibile per la donna reale, ma che cerca di imporle un canone di bellezza. Come le è imposto di avere e mantenere, a qualsiasi costo,
compresa la chirurgia chiamata " estetica ", un aspetto giovane.
Il corpo di una donna che, di fatto, non le appartiene deve essere una cosa malleabile che si adatta l'immagine che le è imposta, l'immagine che dovrebbe avere. E’ l’uomo che definisce come, chi e cosa è una donna: donna è quella che risveglia il desiderio maschio eterosessuale. Come denunciava Simon de Beauvoir nel Secondo Sesso, anche se in forma variabile, questa immagine è legata alla sottomissione, dai minuscoli piedi con le ossa frantumate dell’antica Cina, all’ingrassamento forzato favorito dall’immobilità nell’harem. O l’esagerata e obbligatoria magrezza della cultura occidentale in epoca attuale (e in altre) che ha spinto molte adolescenti e donne all’anoressia. E se anche il canone di bellezza femminile può variare, ciò che non cambia è la sua imposizione. Questo modello favorisce generalmente la limitazione dei movimenti. Così i corsetti metallici per conquistare 40 centimetri di giro vita nelle epoche passate, che accorciavano il respiro o i tacchi a spillo abbinati alla gonna a “tubo” in epoca più recente. Fino alle differenti calzature per bambino e bambina: per il primo, innanzitutto la comodità e robustezza, che assicurano di poter correre, saltare… alle bambine s’impongono l’estetica delicata (vedi ballerine) senza lacci, con il collo del piede scollato, che rendono difficile la corsa e la velocità di movimenti caratteristica dell’infanzia.
La donna è una cosa poiché deve essere oggetto sessuale.
 La donna è l'oggetto del desiderio, la cosa desiderata per il maschio eterosessuale. La desidera per godere sessualmente di lei. Per assicurarsi questo godimento stabilisce un diritto di possesso, il cosiddetto diritto coniugale e lo garantisce con il sostegno dell’istituzione matrimoniale.
L’accesso alla donna come cosa sessualmente desiderata, può anche essere raggiunta dal maschio, tramite le transizioni commerciali, quali la prostituzione. In questa situazione è possibile utilizzare la donna – prostituta come esplicita serva sessuale, come un oggetto comprato o affittato al fine di raggiungere il piacere. La situazione di umiliazione nella quale si trova la donna prostituta, la totale mercificazione del suo corpo, come ubbidiente strumento di piacere e la conseguente disumanizzazione della relazione, non sono estranei al raggiungimento del fine che il cliente/compratore persegue. Come cose, perché disumanizzate le donne, sono vendute e comprate. Si traffica con esse come fosse merce. Si sfruttano economicamente, spesso sono gli altri, di solito gli uomini, chi traggono profitto da questo commercio e i clienti che utilizzano questo servizio non ignorano queste circostanze. La prostituzione però si giustifica e si pretende che sia inevitabile (legislazioni su di essa, a parte), perché le necessità sessuali maschili sono considerate non solo rispettabili ma sacre.
Il corpo delle donne, per antonomasia, è lo strumento utilizzabile e utilizzato per generare nuove vite. Il modo di utilizzare il corpo delle donne, è per eccellenza, la maternità imposta.  E’ il modo tradizionale di sottomissione della donna. Obbligata alla gestazione, a partorire e a creare i figli “ che Dio manda”. Poiché la religione e mi riferisco qui soprattutto ai tre monoteismi, legifera sul ruolo della donna nella procreazione condannando l’uso del contraccettivo, sacralizzando la sottomissione della donna, non solo ai disegni di una presunta divinità, ma a quelli del suo padrone e signore in questo mondo: il marito. Patriarcato su patriarcato. Nella stessa direzione va il divieto del diritto all’interruzione della gravidanza. La donna non ha il diritto di scegliere: il suo corpo non le appartiene.
Come ci ricorda Toni  Martinez (La Marea 12 novembre), l’arcivescovo di Granada, Javier Martinez, che sostiene la pubblicazione del libro “ Sposati e sii sottomessa”, già noto per le sue dichiarazioni contro l’aborto e che è arrivato a sostenere che se una donna abortisce, un uomo può abusare di lei “ l’aborto dà agli uomini, la licenza assoluta, senza limiti, di abusare del corpo della donna”.

A mio avviso, ciò che sta affermando l’arcivescovo è che la donna non è in assoluto padrona del suo corpo. Di modo che se decidesse di interrompere la gravidanza merita di subire gli abusi che vogliano infliggerle gli uomini, affinché capisca che il suo corpo non le appartiene. Così che la partner (fidanzata, moglie, amante compresa), la donna è proprietà del maschio, una tra le tante proprietà. Può esibirla, vantarsene con altri maschi, della sua bellezza il cui uso e godimento è scontato che gli appartiene in modo esclusivo. Ostenta il corpo della “sua” donna e, nel caso, dei gioielli e vestiti costosi con i quali la decora, così come ostenta un’auto costosa o qualunque altra proprietà, che mostra agli altri, come segno di potenza. Perché, in quanto merce, la sua donna possa essere considerata una proprietà aggiuntiva.
Questa concezione della donna come cosa e non come una persona, come un oggetto e non come soggetto potrebbe anche essere la fonte di un atteggiamento cosiddetto “passivo” della società, dove manca una risposta proporzionata, con onorevoli eccezioni, alla gravità dei fatti da parte delle autorità: polizia, giudici. Il trattamento che, a volte, ricevono le donne che denunciano le aggressioni, è vessatorio, diffidente nei confronti della sua testimonianza o si dice che qualcosa avrà fatto la donna, che “giustifica” l’aggressione subita. Non c’è un reale rifiuto sociale dell’aggressore, non è isolato. In molti casi, non è allontanato abbastanza dalla vittima. Mentre in caso di femminicido, si applaude al passaggio della bara e, a volte, si osserva il minuto di silenzio.
E’ proprio in questa concezione della donna come proprietà, che troviamo la vera radice giustificativa della violenza contro la donna, gli abusi, le violazioni, i femminicidi per mano dei partner, degli ex partner, compresi i pretendenti rifiutati.  In altri tempi, luoghi e culture, anche da parte dei padri, fratelli e di qualunque altro maschio, che considera danneggiato il suo ‘onore’ per il comportamento della donna della sua famiglia.
(…) L’esistenza della donna è pericolosa, fa peccare e, se è il caso, fa delinquere l’uomo. La donna, il suo corpo, è quindi, un oggetto pericolosamente peccaminoso. Se attrae il maschio, la colpa è solo sua. Da qui, l’imposizione di nascondere il corpo con indumenti specifici: velo, burqa, capo coperto, “modestia” nel vestire, che è comune alle tre religioni del libro. E non solo. La donna che è stata vittima di una violenza, inclusi i casi nei quali è stata considerata bottino di guerra e violentata dal nemico, è considerata colpevole di causare il disonore della sua famiglia. Può essere condannata a morte, come se avesse commesso adulterio.
Volontari o meno, che siano, se ha  rapporti sessuali fuori dal matrimonio, la donna sta commettendo un reato. Perché, ripeto per l’ennesima volta, il corpo non è suo. Si potrebbe sostenere che queste punizioni e queste situazioni si danno in culture apparentemente distinte dalla nostra, però, in realtà, ciò che subiste è un concetto universale: la donna è oggetto e non soggetto di diritto, per questo, il suo corpo non le appartiene e non le è riconosciuta la libertà di decidere di esso. Non sulla sua sessualità, né sul suo aspetto, né sulle sue azioni.
Mentre scrivevo quest’articolo (14 novembre 2013), in Spagna, sono state uccise dall’inizio dell’anno, sessantadue donne, per crimini di genere.














                                                                                         





sabato 16 novembre 2013

Tra spose sottomesse e puttane

Beatriz Gimeno








Vorrei dire all’Arcivescovo di Granada di superare le sue ossessioni, persino il Papa l’ha detto.
E’ chiaro che agli uomini della chiesa cattolica piacciono le donne sottomesse, anche se ho paura che le loro menti complesse le immaginino potenti e dominatrici, una ragione che gli ha permesso di provare molto piacere nel bruciarle.
La letteratura ecclesiastica a riguardo non lascia dubbi. Cominciamo da San Paolo, il primo ossessionato con la sottomissione delle donne. Continuiamo con il medievale Malleus Maleficarum, quest’ottimo manuale di tortura, che è servito alla chiesa per bruciare e torturare migliaia di donne in un giudizio sado-sessuale nel quale si contavano gli orgasmi che esse avevano avuto con i vari demoni e nel quale si narravano in dettaglio le varie posizioni e piaceri e che alla fine, in ogni caso, esse – partecipanti non consenzienti alle orge – erano punite con il fuoco, per il maggiore reato che, consisteva nel “raffreddare” il pene, il peggio, lo sappiamo.
Il Maleficarum funzionò per un paio di secoli fino a quando fu modernizzato nel XVII da qualcuno dei tanti libri che il religioso Ludovico Sinistrari dedicò con dovizia di particolari, alla ricerca della presenza del demonio che, guarda caso, si nasconde nei genitali delle donne. Sinistrari illustra su come scavare con attenzione, lenta e fermamente questi genitali nei quali si troverà il segno demoniaco se sapranno cercare bene. Non crediamo per nulla che questa ricerca fosse piacevole per esse, giacché era fatta con ferri roventi e pinze varie. Inoltre, la fine è nota: le bruciavano. Il brutto di queste relazioni tra donne e demoni così complete e variegate -al cui confronto il Kamasutra impallidisce – è che finivano sempre con una donna bruciata. Migliaia di donne bruciate per secoli sono il risultato dell’ossessione della Chiesa per la sottomissione femminile e il pene freddo.
Dopo un certo tempo, la Chiesa smise di bruciare le donne e si adattò alle confessioni, delle quali esistono ottimi manuali molto espliciti. Chiedere alle parrocchiane, la quantità e qualità dei toccamenti o i dettagli precisi dei loro sogni bagnati, che sono, naturalmente, i sogni dei sacerdoti stessi, è un classico cinematografico e letterario ben conosciuto. La cosa buona è che alla fine non si bruciava nessuno, bastava solo un’avemaria. Un progresso non c'è dubbio.

Gli uomini, quindi, ci vogliono sottomesse, ma ci immaginano potenti, cosa che li riempie di paura. In più, le sottomesse sono alla fine molto noiose. Così che, per combattere la noia che gli procurano le sottomesse e le sposate, gli uomini si possono rivolgere sempre alle altre donne, a quelle che immaginano trasgressive e divertenti: le puttane. A queste è stato dedicato il manifesto dei 343 imbecilli. 
Di là dall’ovvio, cioè, di là dal problema della prostituzione, il manifesto fa riferimento con il suo finto titolo a due lotte storiche per i diritti umani. Il titolo di questo manifesto idiota fa riferimento a quell’altro che negli anni ’80 pubblicò SOS Racisme con lo slogan “Non toccare il mio amico!" “ nel quale si denunciavano la repressione contro i migranti illegali e il razzismo. Si presuppone inoltre che vogliano burlarsi del manifesto femminista, che 343 intellettuali francesi firmarono nel 1971 dichiarando di avere abortito, quando ciò era ancora illegale. Quella fu una manifestazione responsabile e impegnata nella lotta per un diritto umano fondamentale delle donne, il diritto all’aborto. Appare chiaro che la lotta per i diritti umani dà sui nervi a questi idioti, che vedono minacciati i loro privilegi di signorini di classe alta, con lavori coni quali si guadagna molta grana.
Il manifesto degli imbecilli non è un manifesto a favore delle prostitute. Vedesi la differenza tra “ Non toccate le puttane “ e “ Non toccate la mia puttana”. Personalmente avrei firmato un manifesto che avesse avuto come titolo la prima frase. L’avrei diretto alle autorità che hanno deciso di combattere, non la prostituzione, ma la sua visibilità. E, a tal fine, si dedicano a multare donne che fanno quello che possono per sfuggire alla povertà, mentre i magnaccia, i prostituenti, non solo non sono multati, ma gli sono offerti tutti i tipi di facilitazioni, perché facciano i loro “affari”. Questa è un’altra storia.
“ Non toccare la mia puttana”, non dice nulla più di questo: non toccate ciò che è mio, non toccate il mio diritto. Il diritto degli uomini, naturalmente, ad avere una puttana. Ed esse? Anche a loro piace dice il testo del manifesto. Certo, che deve piacere: piacere di essere puttane, piacere di essere sottomesse, perché su questo immaginario che ci piace, gli uomini hanno costruito l’unica mascolinità che conoscono, che non è capace di godere di una donna libera e uguale a loro.
Dovranno però abituarsi.

eldiario.es/zonacritica

mercoledì 6 novembre 2013

Le puttane sono proprietà degli uomini

Lidia Falcón




Trecento quarantatré intellettuali francesi, la crème de la crème dell'intellighenzia francese, hanno pubblicato un manifesto contro l'abolizione della prostituzione perché sostengono il loro diritto a possedere "la loro puttana ", e garantire che nessuna legge possa vietargli, il loro desiderio e piacere.
Considerato che, più di cento anni fa, si è tenuta la I Convenzione Internazionale contro la Tratta delle Bianche, approvata ipocritamente, da tutte le nazioni rappresentanti, tra le quali naturalmente (e ipocritamente) anche la Francia e che tutti i dirigenti politici e intellettuali dei paesi interessati – ipocritamente – appoggiarono; che la prostituzione, in quanto tale, a parte il rapimento, il traffico e l'abuso che accompagnano tale infame commercio è stata considerata dalle Nazioni Unite come un altra schiavitù, è davvero sorprendente il cinismo esibito da questi grandi uomini della Francia post – rivoluzionaria e colta, nel definire se stessi puttanieri e protettori rivendicando la proprietà della “loro puttana”.

Altri commentatori hanno insistito sulla tragedia della tratta di donne e ragazze, il cui commercio si esercita in tutto il mondo, e le terribili condizioni in cui le vittime sono esposte, vendute, date in prestito, picchiate e uccise, all'occasione.
Situazioni che non credo nessuno conosca e tanto meno questi illustri appartenenti al Parnaso francese, firmatari del manifesto, la cui intelligenza e cultura è sì brillante da abbagliare i semplici e incolti mortali.  Non mi soffermerò, quindi, su quest’argomento.

Perché la vera radice dell’ideologia e atteggiamento del patriarcato, dei quali i firmatari sono i rappresentanti più importanti, è che non gli interessa per nulla degli episodi di schiavitù, che comportano tanta sofferenza alle vittime. Le fondamenta dell’ideologia patriarcale sono costruite sullo sfruttamento e utilizzazione delle donne per il piacere degli uomini.  Quando tali illustri rappresentanti osano proclamare pubblicamente che non consentiranno che siano disturbati nel possesso delle “loro puttane”, stanno confermando uno dei più sacri principi del machismo: sono uomo e pertanto ho il diritto di disporre della donna come mi piace. Posso appropriarmi di una che mi serva in casa e mi fabbrichi figli, posso comprare un’altra donna, affinché soddisfi le mie fantasie sessuali, posso venderla per ottenere benefici dai servizi forniti ad altri uomini e (ovviamente) le disprezzo tutte.
L’uso strumentale della difesa del diritto delle prostitute a scegliere il “mestiere”, che serve a questi uomini per il loro diritto a una soddisfazione genitale venale, non nascondono altro che le convinzioni di cui sopra, che sono mascherate e truccate con le più moderne e accettate pretese: quella della libertà.
Nessuno di loro però si pone quale tipo di libertà, ha la donna che deve accettare l’utilizzazione del proprio corpo da parte di venti uomini il giorno, in cambio di denaro, la maggior parte del quale va agli sfruttatori.
Nessuno di loro, che sono tanto colti, tanto intelligenti, tanto pensatori, si chiede quanta libertà esiste nella coercizione della povertà. Perché, in realtà, la libertà delle prostitute è, ciò che meno gli interessa. Come non gli è mai interessato al patriarcato, ben dimostrato negli antichi e moderni testi di letteratura, di filosofia e di dottrina religiosa.
In questo manifesto, i firmatari cercano solo la loro libertà: quella di scegliere le loro vittime e farle oggetto dei loro istinti più volgari, senza che alcun gendarme della morale o della legge possa interromperli. Chiaro che de Sade dicesse la stesa cosa ed era francese ed è stato considerato dagli intellettuali eccelsi come un esempio di ribellione. Non so se questi signori ora vogliono emulare le gesta del Marchese che uccise prostitute gettandole dalla finestra, però ne ratificano le affermazioni ideologiche. Infine e alla fine, nei suoi scritti anche Sade osa difendere il piacere delle donne al rapimento, alla legatura, imbavagliamento, alle frustate, ai colpi, e alla continua violazione. Tutto ciò condito con lunghi discorsi moralisti contro la morale che condanna tali pratiche.


In questa brutta riedizione delle dottrine sadiche – i seguiti non sono mai migliori – in uno stile più volgare e borghese e meno strepitoso e aristocratico, con disposizione dei mezzi di comunicazione più potenti della storia umana, gli intellettuali francesi ci stanno dicendo “ Anche se siamo nel XXI secolo, non dimenticate che continuiamo a essere maschi, che vogliamo le donne per soddisfare i nostri istinti sessuali, che ciò che difendiamo non è la libertà delle prostitute, ma la nostra di godere con chi e come ci piace! E quindi abbiamo il diritto, anche se siamo brutti, vecchi e mal costruito, di possedere la nostra cagna ”.

I diritti delle prostitute non sono la loro preoccupazione.
In realtà, la questione trascendente dei diritti e libertà delle donne è, che tipo di sessualità domina questi uomini che rivendicano e si vantano di soddisfare la più profonda e bella pulsione umana con la schiavizzazione di una donna,
che per la maggior parte del tempo li odia e che si sottomette solamente per sopravvivere.
In verità, penso che, dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, dall'Abolizione della Schiavitù, del 1848, dai Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione Contro la Discriminazione della Donna del 1978, sia stata abolita l’ideologia che un essere umano debba appartenere a un altro.

Quanto sono antichi questi signori!

Lidia Falcón, avvocata, filosofa,giornalista spagnola.


blogs.publico.es

domenica 3 novembre 2013

Andate " bastardi" tutti al Bois de Boulogne

Annette Lévy-Willard, giornalista di LIBÉRATION 






Il manifesto dei 343 bastardi 
(con riferimento alla lettera aperta firmata nel 1971, da 343 donne a favore dell’aborto) sottotitolato “ Non toccate la mia puttana” sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista francese, Causeur, a sostegno della non penalizzazione della prostituzione Tra i 343 uomini francesi che hanno firmato questo manifesto vi sono tra gli altri lo scrittore Frédéric Beigbeder, il giornalista Eric Zemmour, il drammaturgo Nicolas Bedos e l’avvocato di Dominique Strauss-Kahn, Richard Malka.
La parola d’ordine che difende nel manifesto, questo gruppo di ‘intellettuali’ francesi è”non toccate la mia puttana” rivendicando il diritto inalienabile di andare a prostitute, senza che nessuno li disturbi.
Il documento ha suscitato un’enorme polemica e la rabbia del governo di François Hollande . “ Le 343 puttane chiedevano di disporre del proprio corpo, i 343 stronzi chiedono di disporre del corpo delle altre. Non meritano ulteriore commento “, ha dichiarato la portavoce dell’Esecutivo, Najat Vallaud-Belkacem e ministra dei Diritti delle Donne. Non è stata l’unica.
“E ' completamente fuori dal contesto il riferimento al manifesto delle 343 " ha rimproverato Morgane Merteuil, portavoce del Sindacato del lavoro sessuale. Questi 343 firmatari non sono per niente sovversivi. Sappiamo che la maggior parte utilizza i servizi delle prostitute e hanno sempre il loro tornaconto”.
La femminista militante Anne Zelensky, che firmò il manifesto del 1971, ha denunciato “ un perverso gioco di destrezza in cui la libertà è messa al servizio della difesa della schiavitù . " “ Siamo seri, non è un piacere aprire le gambe alla domanda, più volte il giorno”.
Annette Lévy-Willard,  ha scritto  su Liberation, un articolo in risposta al documento:
Io adoro gli uomini moderni, così chic, quelli che hanno il coraggio di bagnarsi, di stare in prima linea, che non hanno paura di essere in prima pagina, e sotto gli occhi innamorati delle telecamere – è un’arte – che non temono di attaccare la vaghezza del politicamente corretto, di aprirsi un varco tra le orde femministe.
Sono combattenti, questi uomini, veri; d’altronde, dal loro manifesto dei “343 bastardi”, lo scrivono anche, non ci sono dubbi. “ Noi siamo uomini”, annunciano.
Perché non hanno precisato nel testo “ E abbiamo i coglioni”? Perché è di questo che si parla, della loro giusta lotta per mantenere un diritto (dell’uomo) fondamentale in tutte le società umane: il diritto di andare a puttane.
Quanto sono moderni, i nostri Beigbeder, Zemmour e Bedos (junior), essi sanno come si fa una buona campagna pubblicitaria: riprendi due manifesti storici “politicamente corretti” e li dirotti per provocare. So hip darling. Il più vecchio, il più dozzinale, è ovviamente il “Manifesto delle 343 troie”, pubblicato nel 1971. Quelle famose donne che dichiararono di aver abortito, quando ancora era un crimine nel vecchio codice francese, nella speranza di promuovere il diritto delle donne ai loro corpi, alla contraccezione all’aborto. Invece, di farsi macellare in qualche laboratorio clandestino.
Un colpo mediatico che stavolta, serve a qualcosa. Allora, bene, si ruba un’idea e la riconsegniamo da veri uomini moderni. Ragazzi così brillanti!
Un altro manifesto storico: dopo le donne, il razzismo. Si ruba l’idea stupidamente cattolica di “ Non toccate il mio amico”, et voilà, yes we got it ! 
Si fregano idee progressiste e si rivoltano come calzini reazionari per la difesa dei nostri coglioni minacciati. Questo manifesto sarà pubblicato, la prossima settimana nel mensile Causeur, “ Non toccate la mia puttana! Il manifesto dei 343 bastardi”, firmato dagli uomini moderni della Francia del XXI secolo, Frédéric Beigbeder, Eric Zemmour, Nicolas Bedos, Richard Malka (avvocato di DSK, che non ha firmato…).
L’inaudita audacia che caratterizza quest’avanguardia del pensiero è il risvegliare la Francia, prima che commetta l’irreparabile con una legge (peraltro discutibile) che penalizza il cliente. E’ una persecuzione! Lo sventurato non è in piedi al freddo, nudo, in tangenziale, sorvegliato dal pappone. E’ un drive-in, il cliente ferma, il suo macinino, abbassa il finestrino e comanda e oltre a pagare, che è già una sofferenza, dovrebbe correre il rischio di una multa e del carcere?
All’improvviso, mi domando perché questi uomini moderni, che io adoro, sembrano ritornare sui loro passi: è il mestiere più antico del mondo ... è dunque così la natura? Sin dai tempi antichi
Ok, le cose sono cambiate, esse prendono la pillola, hanno il diritto di voto, lo stupro è un crimine, ma… lasciamole il mestiere più antico del mondo. Per favore! 
Queste storie femministe, di pillole e preservativo, ci rompono (è il caso di dire), dichiarano negli articoli o, meglio, davanti alle telecamere, sperando di colpirle, lasciateci godere senza intralci - ancora una volta, la parola d'ordine della liberazione sessuale per tutti, rubata. Siamo in una democrazia, dicono, proteggiamo la nostra libertà. Nostra fraternità. Nostra uguaglianza.
Io sono a favore. 
Ragazzi siate coraggiosi, difendete valorosamente i nostri valori di libertà e di uguaglianza a rischio della vostra salute. Voi avete la libertà di andare questa sera al bois de Boulogne, lavorare su un piano di parità, con tutte le ragazze (e non solo) andate con loro, le vostre amiche puttane, fate uno o più pompini ai camionisti, che vi regaleranno qualche biglietto come semplice scambio commerciale. 
Just do it.

http://www.liberation.fr/societe/2013/10/30/allez-les-salauds-tous-au-bois-de-boulogne_943475


Qui, la risposta ( in francese) di 
Nicole Muchnik,la prima "salope" firmataria dell'originario manifesto delle 343 salopes del 1971.
http://tempsreel.nouvelobs.com/societe/20131031.OBS3572/la-premiere-salope-repond-aux-343-salauds.html



venerdì 1 novembre 2013

La prostituzione e gli uomini.


Enrique Javier Diez




La prostituzione non è il “mestiere” più antico del mondo, lo sfruttamento, la schiavitù e la violenza di genere sono le forme più antiche, che gli uomini hanno inventato per sottomettere e mantenere le donne alla nostra disposizione sessuale.
Quando si parla di prostituzione, si occulta, si protegge e si minimizza il ruolo dei clienti. Tuttavia è essenziale comprendere il punto di partenza di questa situazione: “Se non esistesse la domanda, non vi sarebbe l’offerta”. Ossia, siamo noi uomini, come classe, che manteniamo e perpetuiamo la sottomissione a questa violenza di genere, sostenendo questo "mestiere" e favorendo la socializzazione delle nuove generazioni all’" uso ".
La prostituzione si giustifica, in quanto, realtà sociale “inevitabile”, naturale e immutabile. Gli uomini di destra preferiscono che rimanga nascosta, per conservare la loro doppia morale. Quelli di sinistra, vogliono la sua legalizzazione, rivendicando la difesa dei diritti delle lavoratrici e “ per liberare il resto degli esseri umani dal giogo della morale retrograda". Entrambi gli approcci aggirano i meccanismi che stanno alla base del potere patriarcale.
Gli studi che si dedicano al tema, solitamente, ignorano questi meccanismi e agli stessi prostituenti è difficile accettare di rappresentarsi come tali. Questo rifiuto di affrontare un esame critico degli utenti della prostituzione, che sono il più importante anello del sistema di prostituzione, non è altro che una difesa tacita delle pratiche e privilegi sessuali maschili. Perciò è molto importante analizzare le ragioni che spieghino perché in una società più aperta e libera come quella spagnola dopo la fase della dittatura franchista, ci sono ancora molti uomini e giovani che si rivolgono a relazioni di prostituzione con donne o altri uomini.
Perché gli uomini si rivolgono alla prostituzione?
Maggior parte degli studi di approfondimento e di ricerca sul tema arriva a una medesima conclusione: " Un numero crescente di uomini cerca le prostitute più per dominare, che per godere sessualmente. Nelle relazioni sociali e personali sperimentano una perdita di potere e di mascolinità tradizionale e non riescono a creare rapporti di reciproco rispetto con le donne con le quali si relazionano. Sono questi gli uomini che cercano la compagnia delle prostitute, perché quello che cercano in realtà è un’esperienza di dominio e di controllo totale” [1].
Sembra come se una grande parte dell'umanità, gli uomini che si rivolgono alla prostituzione, abbia un serio problema con la propria sessualità, non essendo in grado di stabilire un rapporto di parità con le donne (più della metà del genere umano) convinti che debbano stare a loro servizio. Come se ogni volta che le donne ottengono sempre maggiori quote di uguaglianza e di diritti, questi uomini non fossero capaci di adattarsi a un rapporto di uguaglianza e ricorressero, sempre più spesso, a relazioni commerciali, con le quali pagando, ottengono di essere al centro dell’attenzione, tornando alla fase infantile d’intenso egocentrismo e di una relazione, che non comporta nessun “carico” di responsabilità, di cura, di attenzione, rispetto o equivalenza.
Una seconda importante conclusione degli studi nazionali è che la Spagna è uno dei paesi dove il “consumo” della prostituzione è il meno screditato. (…) Sembra, infatti, che ci sia un consenso sociale, non tacito ma esplicito, nel mantenere costanti strategie e forme per “alleviare” la responsabilità di coloro che iniziano, mantengono e rafforzano questa pratica.

Educare all’uguaglianza in un mondo dove la prostituzione è una professione.

Questo consenso sociale influisce nel processo di socializzazione dei bambini e dei giovani nell'uso della sessualità prostituzionale. Se a ciò aggiungiamo l’ordinamento della prostituzione come professione, creeremo delle aspettative di socializzazione, dove le ragazze imparano che la prostituzione possa essere una possibile nicchia lavorativa e i bambini apprendono che le loro compagne possono essere comprate per soddisfare i loro desideri sessuali.
I bambini che si “socializzano” in un contesto dove la prostituzione è regolata come professione, per cui è approvata socialmente ed è promossa e pubblicizzata – in una società di consumi è essenziale – impareranno che le donne sono o possono essere “oggetti” a loro disposizione, che i loro corpi e la loro sessualità si può comprare, che non sono limiti al loro uso, che possono usare anche la violenza o la forza su di esse, perché disporranno di spazi, dove avranno tutti i diritti se potranno pagarli. Per questo è profondamente contraddittorio parlare e difendere l’uguaglianza tra uomini e donne nel processo educativo dei bambini e bambine e sostenere contemporaneamente la regolamentazione della prostituzione.
Conclusione

Se vogliamo costruire realmente una società egualitaria, dobbiamo concentrarci sui mezzi di sradicamento della domanda, attraverso la denuncia, il perseguimento e la punibilità del cliente e del magnaccia. La Svezia penalizza gli uomini che comprano donne o bambini per il commercio sessuale, con la reclusione fino a sei mesi o con un’ammenda, perché definisce il crimine come " violenza retribuita ". In nessun caso si dirige contro le donne, né pretende la loro punibilità o sanzione, perché la prostituzione è considerata un aspetto della violenza maschile contro le donne, i bambini e le bambine.
Il cambiamento passa attraverso un sistema economico equo e sostenibile che integri l’uguaglianza per entrambi i sessi, per combattere le mafie e non promuovere i modelli Eurovegas. Per trasformare la mentalità di questi uomini, non solo con le multe, ma con l’educazione e sensibilizzazione nei media: affinché i diritti delle donne, smettano di essere considerati diritti di seconda classe e siano parte dei diritti umani.
Si dice che la prostituzione è sempre esistita. Anche le guerre, le torture, la schiavitù infantile. Ciò però non è prova di legittimità né di validità. Abbiamo il dovere di immaginare un mondo senza prostituzione, così come abbiamo imparato a immaginare un mondo senza schiavitù, senza apartheid, senza violenza di genere, senza infanticidio, né mutilazioni genitali femminili.
Non possiamo rinunciare all’utopia di trasformare la società e di educare alla uguaglianza.

* Enrique Javier Díez Gutiérrez è Professore di Scienza della Formazione dell'Università di León . Specialista in organizzazione educativa sta ora sviluppando il suo insegnamento e ricerca nel campo dell’istruzione interculturale, di genere della politica educativa.

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