sabato 22 ottobre 2011
giovedì 20 ottobre 2011
A Muammar Gheddafi, 7 giugno 1942 - 20 ottobre 2011
da Vincenza Perilli
Ci è appena giunta notizia dell'uccisione (avvenuta a Sirte, sua città
natale) di Muammar Gheddafi. In questi anni non gli abbiamo certo fatto
sconti, pur ricordando quello che comunque è stato, ha fatto, ha rappresentato. Ora la sua morte - atto finale di una guerra neocoloniale feroce e ipocrita che un'altra ne ricorda -, così come il compiacimento meschino di chi in tempi utili gli baciava la mano, ci fa vomitare.
Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano
Come sottolinea Nicola Labanca1,
è negli elenchi stradali italiani che permane il ricordo – altrove
rimosso – delle imprese coloniali dell'Italia unita: una piazza Adua, un
corso Tripoli o una via Mogadiscio, sono frequenti nella toponomastica
non immemore delle nostre città. Più difficile sembra, invece, trovare
qualcuno/a capace di spiegarcene il senso. Ai più sfugge, ad esempio, il
legame tra una “via Libia” - che a Bologna costeggia un quartiere
familiarmente detto “della Cirenaica”2 – e i ripetuti tentativi di “conquista” di queste terre da parte dell'Italia liberale prima e di quella fascista poi.
Chi
ricorda la spietata rappresaglia italiana all'indomani della sconfitta
subita a Sciara Sciat (villaggio alle porte di Tripoli) ad opera dei
ribelli libici nel 1911, la “caccia all'arabo” che si scatenò tra le vie
della capitale con impiccagioni collettive nella centrale Piazza del
Pane e deportazioni di massa verso l'Italia che
durarono almeno fino al 1916? Qui (nelle prigioni delle Isole Tremiti,
di Favignana, di Gaeta, di Ponza, di Ustica...) coloro che non erano
morti nella traversata, morirono in gran numero per le condizioni
inumane di prigionia, le malattie non curate, il lavoro forzato e i
maltrattamenti. A tutt'oggi, scrive Angelo Del Boca, “ci sono famiglie
in Libia che vorrebbero almeno sapere dove sono sepolti i loro cari”3.
E
chi ricorda – ancora –, durante la “riconquista” della Libia negli anni
30, le rappresaglie, le distruzioni sistematiche, le deportazioni di
massa di civili (che causarono 60 000 morti nella sola Cirenaica, anche
bambini/e), l'impiccagione, tra gli altri, il 16 settembre 1931 – in
spregio ad ogni convenzione internazionale – di Omar el Mukhtar, uno dei capi della resistenza locale?
I
responsabili di questi ed altri crimini dell'impresa coloniale italiana
non hanno mai pagato. E credo non si possa più tollerare che a pagare
siano – ancor oggi – le vittime, con un prezzo che si chiama oblio,
cancellazione, rimozione. Si chiama mito degli “italiani, brava gente”.
Un mito secondo
il quale il colonialismo italiano è stato, a confronto di altri
colonialismi coevi, buono, umano e tollerante. Un colonialismo, come
scrive efficacemente Paola Tabet, “all'acqua di rose”4.
Un mito talmente persistente che neanche i puntuali studi storiografici
– a partire dall'opera pioniera di Del Boca alle importanti ricerche
degli ultimi decenni di giovani storici e storiche5
– , sono riusciti realmente a scalfire. Più facile, o forse comodo,
introiettare un mito che è insieme tranquillizzante e autoassolutorio
piuttosto che farsi carico della consapevolezza di questo ingombrante
passato che getterebbe, certo, una luce troppo inquietante sul presente6.
Questo mito è frutto di un
lungo processo di rimozione, perseguito tra l'altro con tenacia già
all'indomani della firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio
1947 che privava per sempre l'Italia delle colonie, quando lo stato
italiano anziché avviare un dibattito sul colonialismo, cercò di
occultare e distorcere con ogni mezzo la realtà. Ne è un esempio la
pubblicazione in cinquanta volumi, a cura del ministero degli Affari
Esteri, dell'opera L'Italia in Africa.
Spacciata come una sintesi e un bilancio delle presenza italiana nelle
colonie, si rivela invece come una colossale mistificazione atta a
esaltare i meriti della colonizzazione italiana.7
Indubbiamente
rispetto ad altri colonialismi coevi, il colonialismo italiano presenta
alcune “diversità”. Anzitutto l'Italia era stata unificata da appena un
ventennio quando – fra il 1882 e il 1885 – fece le sue prime esperienze
coloniali, che ebbero la loro fase culminante in anni in cui altre
imprese coloniali dovevano già fare i conti con il processo di
decolonizzazione. Fu anche un'esperienza circoscritta nel tempo, poco
più di 60 anni : dal 1982 in Eritrea, dal 1889 in Somalia, dal 1911 in
Libia e dal 1935 in Etiopia e tutte potevano dirsi concluse nel 1943,
come anche il “protettorato”in Albania e le colonie nelle Isole Sporadi
meridionali (dette impropriamente Isole Egee), storia coloniale tra le
più dimenticate8.
Inoltre, rispetto ai ben più vasti imperi di altre potenze – si pensi
all'Inghilterra o alla Francia – le colonie italiane erano anche
circoscritte geograficamente, e più “povere”, quindi economicamente meno
vantaggiose. Infine, fin dalle origini, il colonialismo italiano si
caratterizzò per un'assoluta ignoranza del territorio e delle
popolazioni che vi abitavano considerate barbare, inette e militarmente
incapaci, sottovalutando di conseguenza anche le loro capacità di
resistenza. Queste le ragioni che portarono, ad esempio, alla celebre
sconfitta di Adua, quando l'esercito guidato dall'imperatore Menelik II e
dall'imperatrice Taitù Zeetiopia Berean – figura mitica di donna
guerriera, che anticipa altre celebri resistenti come Kebedech Seyoum9 –
infligge agli italiani quella che è unanimemente considerata la più
grande sconfitta mai subita dai colonizzatori “bianchi” in Africa,
intaccando per sempre “i reticolati del più vasto campo di
concentramento della terra”10 Ma
queste diversità non hanno determinato una minore “brutalità”
dell'impresa coloniale italiana, come il mito degli italiani brava gente
vorrebbe farci credere.
Semmai
l'Italia, giunta in ritardo sullo scacchiere coloniale, poteva vantare
su una lunga tradizione di “razzismo interno”, che trovò il suo culmine
nella cosiddetta “guerra al brigantaggio”, che come ci ricorda Del Boca
“ fu anche 'una guerra coloniale', che anticipò, per le inaudite
violenze e il disprezzo per gli avversari, quelle combattute in seguito
in Africa. Non fu forse il generale d'armata Enrico Cialdini,
luogotenente di re Vittorio Emanuele II a Napoli, a dichiarare: 'Questa è
Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono
latte e miele'?”11.
Latte
e miele che non impedirono certo i massacri e le deportazioni, gli
inferni delle carceri eritree – e tra queste la famigerata Nocra – , il
lavoro forzato in Somalia – chiamato dai Somali “schiavismo bianco” –, i
campi di concentramento in Libia, l'uso massiccio di gas come fosgene e
iprite – già vietati dalla Convenzione di Ginevra – per piegare la
resistenza etiopica, la strage, tra le altre, di Debrà Libanòs o la
feroce rappresaglia che si scatenò per le vie di Addis Abeba in seguito
all'attentato, il 19 febbraio 1937 al viceré d'Etiopia maresciallo
Rodolfo Graziani12.
Senza dimenticare la politica di segregazione razziale e di “difesa del
prestigio della razza” imposta dal regime fascista in Africa a partire
dal 36, con la proibizione assoluta di rapporti sessuali interrazziali
nella cosiddetta colonia per maschi”13. Un aspetto questo essenziale per un'analisi delle articolazioni – anche odierne – del sessismo e del razzismo.
L'immagine della donna “indigena”, esotica, disponibile e voluttuosa era stato uno dei cliché
massicciamente diffusi nei primi anni della conquista coloniale
italiana – anche attraverso una serie di cartoline che ebbero larga
diffusione -, funzionando come una sorta di “richiamo erotico” per i
colonizzatori, secondo la sovrapposizione simbolica della conquista
sessuale con quella coloniale già collaudata in altri contesti
nazionali. Per i primi quarant'anni il cosiddetto madamato viene
largamente tollerato mentre la presenza delle donne “bianche” in colonia
è generalmente scoraggiata . Ma a partire dalla proclamazione
dell'Impero le “unioni miste” (sia nella forma del madamato che del
matrimonio) cominceranno ad essere osteggiate fino ad essere proibite
del tutto con il decreto dell'aprile 1937 e mentre la prostituzione
subisce un'impennata la presenza delle donne “bianche” in colonia – come
mogli, anche potenziali dei “cittadini bianchi” - comincia ad essere
incoraggiata fortemente. In questo modo si realizza da una parte
“l'ufficializzazione della percezione delle donne native come
prostitute”14 e
dall'altra la celebrazione ulteriore della donna “bianca” come moglie e
madre. Del resto queste ultime sono le uniche a poter accedere allo
statuto di “donna”, le altre sono “femmine”, come scrive un ex colono
italiano nelle sue memorie: “Femmine ce ne sono in colonia, nere
esuberanti e generose; mancano le donne, le quali non possono essere che
bianche”15
1Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2002, p. 7
2La
Cirenaica, insieme alla Tripolitania, è stata una delle regioni
libiche che ha maggiormente subito l'invasione coloniale italiana.
3Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, p. 115.
4Paola Tabet, La pelle giusta, Einaudi, Torino 1997, p. VII.
5Impossibile
fornire nel contesto di questo breve articolo, una bibliografia
esaustiva. Mi limiterò a segnalare alcuni testi di Angelo del Boca, tra
i quali i quattro volumi de Gli italiani in Africa orientale editi da Laterza (Dall'unità alla marcia su Roma, 1976; La conquista dell'impero, 1979; La caduta dell'Impero, 1981; Nostalgia delle colonie, 1984) e L'Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Laterza, Bari 1992; i testi di Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973 e “L'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia. 1935-1936”, in Rivista di storia contemporanea, n. 1, 1988, p. 74-109; il volume di Nicola Labanca, In marcia verso Adua,
Einaudi, Torino 1993. Per quanto riguarda la lettura delle vicende
coloniali italiane in una prospettiva di genere, ricordo il saggio di
Gabriella Campassi, “Il madamato in A.O: relazioni tra italiani e indigene come forma di aggressione coloniale”, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, XII (1987) e i volumi di Giulia Barrera, Dangerous liaisons. Colonial Concubinage in Eritrea, 1890-1941, Evanstone (Illinois), Northwestern University 1996 e Barbara Sòrgoni, Parole e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interraziali nella colonia Eritrea (1890-1941), Liguori, Napoli 1998. Vorrei inoltre ricordare, a quasi tre anni dalla morte, Riccardo Bonavita con
il suo saggio “Lo sguardo dall'alto. Le forme della razzizzazione nei
romanzi coloniali e nella narrativa esotica”, in Centro Furio Jesi (a
cura di), La menzogna della razza, Grafis, Bologna 1994.
6Mi
sembra di poter cogliere un sintomo di questa rimozione anche nel
linguaggio cosiddetto “critico” o “militante”, dove la tendenza –
oramai consolidata – all'uso di metafore o immagini che rinviano al
passato per descrivere o contestare il presente, solo in rare eccezioni
trova nell'impresa coloniale italiana un utile serbatoio dal quale
attingere. I recenti “rastrellamenti” di migranti sui mezzi pubblici in
diverse città italiane come anche l'odioso atto di razzismo di un
capotreno contro una passeggera migrante, hanno evocato il
segregazionismo nell'America razzista del secolo scorso o l'aphartheid
sudafricano, ma non la politica di segregazione razziale imposta
dall'Italia fascista a partire dal 36 nelle sue colonie africane.
7Cfr. Angelo Del Boca, “Gli studi storici e il colonialismo italiano”, prefazione a Enrico Castelli ( a cura di), Immagini&colonie, Centro documentazione del museo etnografico Tamburo Parlante, Montone 1998, pp. 7-8.
8Nicholas Doumanis (1997), Una faccia, una razza. Le colonie italiane nell'Egeo, Bologna, Il Mulino, 2003
9A
Kebedech Seyoum, splendida combattente durante l'occupazione fascista
dell'Etiopia, Gabriella Ghermandi dedica una delle sue “storie” nel
bellissimo Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2007.
10Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. Dall'unità alla marcia su Roma, op. cit., p. 701.
11Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, op. cit., p. 57.
12Tre
giorni di vera e propria “caccia all'uomo”(uomini, donne, bambini/e)
che provocò, a seconda delle fonti, da un minimo di 1400 a un massimo
di 30 mila morti.
13Giulietta Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, Verona 2007.
14 Barbara Sòrgoni, Parole e corpi, op. cit., p. 244.
mercoledì 19 ottobre 2011
L'attivismo del femminismo islamico. Ultima Parte.
da Margot Badran
Continuo in questa descrizione dell'esperienza spagnola commentando un incidente che ha richiamato l'attenzione,tanto al livello locale che globale, relativo alla violenza di genere nel nome dell'Islam e dei suoi derivati: Chi ha l'autorità e l'autenticita? o in altre parole, quale Islam e in quale contesto politico e sociale?
Questi temi sono al centro della preoccupazione femminista islamica transnazionale.
Prima di continuare, vorrei accennare brevemente agli sforzi delle femministe laiche e islamiche per lottare contro la violenza di genere. Nel sud del Mediterraneo, la egiziana Nawal al-Saadawi, medico e femminista, scrisse nel 1972 un libro intitolato al-wa al-Jins mar'a ( la donna e il genere) che creò un grande scandalo e le costò la perdita del lavoro. l'autora affronta la questione della violenza di genere nell'ambito della famiglia,con particolare attenzione ai casi che aveva seguito come medico. Al Saadawi afferma categoricamente in questo libro che l'islam si oppone a questa violenza, ma che tuttavia non fornisce nessun argomento religioso specifico che condanni questa pratica 28.
Tre decenni più tardi, le teoriche del femminismo islamico, specialmente Riffat Hassan, Amina Wadud e Asma Barlas, insieme ad altre hanno fornito gli argomenti mediante il loro tafsir del Corano. Concentrandosi sulla violenza di genere di tutti i giorni,la violenza domestica, queste autore esaminano gli stessi versi che gli uomini hanno utilizzato per giustificare il maltrattamento della moglie.Come previsto arrivarono ad una conclusione completamente opposta.
L'organizzazione malese Sisters in Islam ha portato questo messaggio ad un pubblico più vasto attraverso un libro scritto in modo semplice e facile da capire intitolato E' permesso nell'Islam colpire la moglie? 29. L'episodio accaduto in Spagna ha portato alla luce una serie di questioni e la conseguente opposizione, quando Mohamed Kamal Mustafa pubblicò il libro La donna nell'Islam, dove nel capitolo " Questioni dubbiose" afferma che picchiare la moglie è consentito nel Corano 30. Questa affermazione nel suo lobro che ha venduto tremila copie, causò una risposta da diversi settori, incluse le organizzazioni mussulmane An-Nisá, l' Asociación Cultural Inshal-lâh e l' Asociación Baraka. La Federazione Spagnola dell'Entità Religiose Islamiche (FEERI) gli chiese una correzione, che egli rifiutò sostenendo che era una delle poche persone in Spagna qualificate per elaborare una fatwa o pronunciamenti religiosi ( Mustafa è docente in Studi Religiosi presso l'Università di al-Azhar ). Inoltre ha anche accusato di eresia chiunque lo criticasse.
Vaie organizzazioni mussulmane e di difesa dei diritti umani portarono il caso fino in tribunale, accusandolo di incitare alla violenza di genere. A sua difesa l'imam dichiarò che aveva agito in base alla sua religione e che il Corano permette di picchiare la moglie. Egli aveva semplicemente trascritto questo sacro permesso. Nella sua dichiarazione ha cercato di apparire affabile con la donna,assicurando che raccomandava che bisogna picchiarla dolcemente e come mezzo di disciplina, in modo che la donna sia obbedienete al marito.
Il tribunale ha chiesto di chiarire la posizione dell'Islam in questa materia. I testimoni, tra le quali Khadija Candela, presidente di An-Nisa, Mariam Cabezas, presidente di Inshal-lâh e Medhi Inshala Flores, segretario della FEERI, portarono solidi argomenti contro l'approvazione islamica della violenza domestica basandosi sulle loro letture del Corano e hadith (detti del Profeta Muhammad). Il manifesto redatto alla terza conferenza dei musulmani, svoltosi a Cordoba nel 2002, che garantiva che gli abusi fisici e psicologici erano stati proibiti dall'Islam, è stato uno dei documenti depositati presso il tribunale. Era chiaro che c'era un altro modo, ben documentato, per capire l'Islam e la sua posizione in materia. Il giudice concluse che Mustafa Kamal aveva fornito la sua opinione personale e che non si trattava di una posizione conclusiva dell'Islam, né della sua dottrina, come aveva assicurato l'accusato. Sulla base del codice penale e sull'articolo 15 della Costituzione, che vieta trattamenti inumani e degradanti, l'imam fu condannato.
Per i mussulmani progressisti, il giudizio è stato considerato una vittoria per la giustizia di genere e i diritti umani. L'incidente è anche servito perché molti spagnoli ribadiscono la loro convinzione che l'Islam sia una religione maschilista e ha tirato fuori antiche paure e stereotipi e considerevoli umiliazioni per l'islam e i mussulmani. La realtà del femminismo islamico è molto difficle da accettare per la maggior parte delle occidentali, tra queste le cosiddette liberali,così come per i mussulmani conservatori,quantunque ovviamente, differiscano nei motivi.
Questo caso ha evidenziato una serie di elementi critici. Oppone l'interpretazione della religione ( attraverso la lettura del Corano, l'hadith e il fiqh o giurisprudenza) ad una dottrina chiara e indiscutibile. Ha anche causato una ri-articolazione dell'interpretazione elaborata in forma lucida dell'esegesi del femminismo islamico come Barlas e Wadud, che dimostrano che il Corano non permette la violenza fisica,né psichica nei confronti di qualsiasi essere umano. La loro interpretazione rileva che i più alti principi dell'uguaglianza e dignità di ogni essere umano scritti nel Corano prevalgono su alcuni passaggi che potrebbero suggerire il contrario. Le tre religioni abramiche possono essere lette in maniera da giustificare il patriarcato o, al contrario, in modo egualitario, come hanno dimostrato le teologie della liberazione cristiana ed ebrea.
Se l'Islam deve rispondere a un tempo e luogo particolare,come le altre religioni,mentre deve restare coerente con i suoi obiettivi,deve essere letto in modo che abbia senso nel contesto sociale del momento. Molte pratiche, comuni nelle società patriarcali sono oggi intollerabili, molte delle quali vietate dalla legge.Il verdetto nel caso dell'imam di Fuengirola mostra come un'interpretazione illuminata dell'islam,insieme alla legge spagnola,possono fornire giustizia e prevenire la violenza di genere.
La questione dell'autoritità è diventata l'epicentro. Mustafa aveva citato le sue credenziali dell'Università di al- Azhar e il suo status di 'alim ( singolare di ulema) o di esperto religioso con autorità.Aveva affermato che era una delle poche persone nel paese autorizzato a parlare di Islam. Ma nell'Islam non esiste un clero istituzionalizzato e tutti i credenti sono invitati attraverso la ijtihad o sforzo intellettuale a leggere il Corano e arrivare a capirlo.E' stato grazie a questo disconoscimento dell'autorità dell'imam che altri mussulmani hanno testimoniato nel processo.
Come già accennato,negli ultimi decenni sono sorte nel mondo mussulmano persone che non sono specialiste in scienze religiose, ma che provengono da varie discipline ( scienze sociali,medicina, ingegneria, scienze naturali...) che sono riuscite ad interpretare con cura il Corano e più fonti religiose i cui risultati sono diventati autorità accettate. Alcune di queste persone, uomini e donne,hanno anche ricevuto un'istruzione di più alto livello nelle scienze religiose. Nel paese di Mustafa, l'Egitto, le donne sono professore di scienze religiose all'Università di al-Azhar, la stessa istituzione che dato il dottorato alimam di Fuengirola.
L'apologia al maltrattamento delle donne dovrebbe essere letto nel contesto della lettura patriarcale dell'Islam. Se un marito picchia la moglie è per sottometterla alla sua autorità. Come dice il Corano - entrambi i coniugi - chiamati zawj o partner sono amici e potettori reciproci. In Marocco, uno dei paesi d'origine della maggior parte dei migranti in Spagna, il Codice Penale (Mudawwana) basato sulla sharia fu riformato nel 2004 per assicurare che entrambi i coniugi fossero egualmente capifamiglia.. Ampliò anche le possibilità della donna di divorziare (così come è stato fatto nel 2002 in Egitto).
Se una moglie è "testarda" probabilmente riguarda un problema nella coppia. Nel Corano e nelle leggi fondate su di esso, applicabili nel Mediterraneo meridionale è possibile che la moglie possa chiedere di annullare il matrimonio. Che un marito forzi l'obbedienza della moglie mediante violenza o con la minaccia di abusarla, sfida i codici penali e quelli islamici e le letture della sharia che le supportano.
Le leggi marocchine basate sulle letture dell'islam, per esempio, si allontanano dal punto di vista di Mustafa. Tuttavia è vero che continuamente nascono pronunciamenti a favore del maltrattamento della moglie in nome dell'Islam, fatti normalmente da ulema conservatori dei paesi a maggioranza mussulmana e che circolano nei mezzi di comunicazione mondiali. Tra questi si trova Yusuf al-Qaradawi (anch'egli originario dell'Egitto ed istruito ad al-Azhar). Fondatore del Consiglio europeo per la Fatwa e l'Indagine, con sede a Dublino,attualmente residente nel Qatar. Le interpretazioni di al-Qaradawi sono promosse attraverso il suo sito web Islamonline e nel suo libro The lawful and the prohibited: The future civilization, pubblicato nel 1984 e tuttavia ancora frequentemente citato.
Questo tipo di opinioni sono state perpetuate da Mustafa nel suo libro pubblicato in Spagna, che a loro volta, sono le opinioni della maggioranza conservatrice delle società mussulmane, sia nei loro luoghi di origine,sia nei paesi dove sono emigrati. Il femminismo islamico, distrugge questa struttura, senza denigrare l'islam.
Pertanto considero i suoi principi e la loro attuazione il percorso che devono seguire le mussulmane.
Abdennur Prado rileva che il caso dell'imam di Fuengirola ha segnato una svolta nel femminismo islamico in Spagna. I mussulmani sono stati capaci di fare un passo avanti ed affermare la loro posizione aperta ed inequivocabile su ciò che pensavano circa la violenza contro la donna in nome dell'Islam. Le donne mussulmane non hanno nulla da perdere se rendono pubblica la loro posizione. Ma gli uomini mussulmani, che continuano ancorati alla cultura patriarcale, se la rifiutano, devono adottare una ferma posizione.
Conclusioni
Nella considerazione di come il femminismo islamico contribuirà alla creazione di una cultura nel nuovo Mediterraneo, mi sono concentrata sulla Spagna, dato che ha ospitato il Congresso Internazionale del Femminismo Islamico ed è un posto dove il femminismo cresce tra le nuove mussulmane, che in passato fu il centro di una civilizzazione islamica brillante dove fiorìil pluralismo culturale.
Esistono due forme di islam he concorrono in Spagna: la patriarcale conservatrice, rappresentata per esempiodall'imam di Fuengirola; un islam progressista introdotto da alcuni dei "nuovi" mussulmani.
A sua volta,ciascuna di queste correnti si è rafforzata all'esterno. Abbiamo visto come la promozione di un pensiero inaccettabile, che legittima la violenza contro la donnanel nome dell'islam viene sempre più contrastato con successo da un islam illuminato, promosso soprattutto dalle donne, insieme all'apparato legale dello Stato. L'Islam e la libertà religiosa devono essere rispettati, ma non gli atteggiamenti inaccettabili in nome di questa.
Inoltre il processo all'imam ha messo in discussione gli stereotipi sui mussulmani, quando è stato dimostrato che i principi dell'Islam difendono l'uguaglianza di genere - e non permette il maltrattamento delle donne, un fatto che viene spesso identificato con l'islam nella sua percezione negativa. Attraverso l'esposizione degli ideali islamici e la lotta contro la sua distorsione,l'islam nei paesi del nord del Mediterraneo potrà svolgere un ruolo nella c reazione di una nuova cultura molto più pluralista.
Utilizzando l'esempio di unico paese, mi chiedo come il femminismo islamico contribuirà a creare una cultura pan-mediterranea. Nel nord l'esperienza spagnola ci dà una via. Considero che questa versione dell'islam sia la via perseguibile verso la civile convivenza dei mussulmani come cittadini nei nuovi paesi, che permette di godere della loro libertà religiosa nel contesto del loro nuovo ambiente ( senza nascondere i problemi specifici di ciascun luogo). I mussulmani convertiti del nord Mediterraneo sono in una posizione particolare per aiutare a costruire questi ponti,come stanno già succedendo tra alcuni mussulmani ed altri,mentre che progettano e vivono un islam coerente per entrambi.
Nel sud, il femminismo islamico (insieme a quello secolare) vive in un contesto di regimi autoritari e repressivi e in società dove l'islamismo patriarcale guadagna terreno politico. Tuttavia, poco a poco contibuisce a geneare una società più democratica ed egualitaria.Cio si riflette in particolar modo sulle riforme del diritto di famiglia basato sulla sharia, così come sull'ingresso delle donne nelle professioni religiose di alto livello, dove si possono creare nuovi modi di comprensione dell'Islam.
L'islam del Mediterraneo consiste in maggioranza di comunità tradizionali nel sud e di nuove minoranze nel nord che influenzano il modo di essere mussulmano, il modo e il percorso del cambiamento.
Mediante lo scambio del pensiero femminista islamico e delle lezioni apprese dall'attivismo, si sta creando un nuovo islam su entrambe le sponde, a sua volta parti del nuovo Mediterraneo.
Note:
Questi temi sono al centro della preoccupazione femminista islamica transnazionale.
Prima di continuare, vorrei accennare brevemente agli sforzi delle femministe laiche e islamiche per lottare contro la violenza di genere. Nel sud del Mediterraneo, la egiziana Nawal al-Saadawi, medico e femminista, scrisse nel 1972 un libro intitolato al-wa al-Jins mar'a ( la donna e il genere) che creò un grande scandalo e le costò la perdita del lavoro. l'autora affronta la questione della violenza di genere nell'ambito della famiglia,con particolare attenzione ai casi che aveva seguito come medico. Al Saadawi afferma categoricamente in questo libro che l'islam si oppone a questa violenza, ma che tuttavia non fornisce nessun argomento religioso specifico che condanni questa pratica 28.
Tre decenni più tardi, le teoriche del femminismo islamico, specialmente Riffat Hassan, Amina Wadud e Asma Barlas, insieme ad altre hanno fornito gli argomenti mediante il loro tafsir del Corano. Concentrandosi sulla violenza di genere di tutti i giorni,la violenza domestica, queste autore esaminano gli stessi versi che gli uomini hanno utilizzato per giustificare il maltrattamento della moglie.Come previsto arrivarono ad una conclusione completamente opposta.
L'organizzazione malese Sisters in Islam ha portato questo messaggio ad un pubblico più vasto attraverso un libro scritto in modo semplice e facile da capire intitolato E' permesso nell'Islam colpire la moglie? 29. L'episodio accaduto in Spagna ha portato alla luce una serie di questioni e la conseguente opposizione, quando Mohamed Kamal Mustafa pubblicò il libro La donna nell'Islam, dove nel capitolo " Questioni dubbiose" afferma che picchiare la moglie è consentito nel Corano 30. Questa affermazione nel suo lobro che ha venduto tremila copie, causò una risposta da diversi settori, incluse le organizzazioni mussulmane An-Nisá, l' Asociación Cultural Inshal-lâh e l' Asociación Baraka. La Federazione Spagnola dell'Entità Religiose Islamiche (FEERI) gli chiese una correzione, che egli rifiutò sostenendo che era una delle poche persone in Spagna qualificate per elaborare una fatwa o pronunciamenti religiosi ( Mustafa è docente in Studi Religiosi presso l'Università di al-Azhar ). Inoltre ha anche accusato di eresia chiunque lo criticasse.
Vaie organizzazioni mussulmane e di difesa dei diritti umani portarono il caso fino in tribunale, accusandolo di incitare alla violenza di genere. A sua difesa l'imam dichiarò che aveva agito in base alla sua religione e che il Corano permette di picchiare la moglie. Egli aveva semplicemente trascritto questo sacro permesso. Nella sua dichiarazione ha cercato di apparire affabile con la donna,assicurando che raccomandava che bisogna picchiarla dolcemente e come mezzo di disciplina, in modo che la donna sia obbedienete al marito.
Il tribunale ha chiesto di chiarire la posizione dell'Islam in questa materia. I testimoni, tra le quali Khadija Candela, presidente di An-Nisa, Mariam Cabezas, presidente di Inshal-lâh e Medhi Inshala Flores, segretario della FEERI, portarono solidi argomenti contro l'approvazione islamica della violenza domestica basandosi sulle loro letture del Corano e hadith (detti del Profeta Muhammad). Il manifesto redatto alla terza conferenza dei musulmani, svoltosi a Cordoba nel 2002, che garantiva che gli abusi fisici e psicologici erano stati proibiti dall'Islam, è stato uno dei documenti depositati presso il tribunale. Era chiaro che c'era un altro modo, ben documentato, per capire l'Islam e la sua posizione in materia. Il giudice concluse che Mustafa Kamal aveva fornito la sua opinione personale e che non si trattava di una posizione conclusiva dell'Islam, né della sua dottrina, come aveva assicurato l'accusato. Sulla base del codice penale e sull'articolo 15 della Costituzione, che vieta trattamenti inumani e degradanti, l'imam fu condannato.
Per i mussulmani progressisti, il giudizio è stato considerato una vittoria per la giustizia di genere e i diritti umani. L'incidente è anche servito perché molti spagnoli ribadiscono la loro convinzione che l'Islam sia una religione maschilista e ha tirato fuori antiche paure e stereotipi e considerevoli umiliazioni per l'islam e i mussulmani. La realtà del femminismo islamico è molto difficle da accettare per la maggior parte delle occidentali, tra queste le cosiddette liberali,così come per i mussulmani conservatori,quantunque ovviamente, differiscano nei motivi.
Questo caso ha evidenziato una serie di elementi critici. Oppone l'interpretazione della religione ( attraverso la lettura del Corano, l'hadith e il fiqh o giurisprudenza) ad una dottrina chiara e indiscutibile. Ha anche causato una ri-articolazione dell'interpretazione elaborata in forma lucida dell'esegesi del femminismo islamico come Barlas e Wadud, che dimostrano che il Corano non permette la violenza fisica,né psichica nei confronti di qualsiasi essere umano. La loro interpretazione rileva che i più alti principi dell'uguaglianza e dignità di ogni essere umano scritti nel Corano prevalgono su alcuni passaggi che potrebbero suggerire il contrario. Le tre religioni abramiche possono essere lette in maniera da giustificare il patriarcato o, al contrario, in modo egualitario, come hanno dimostrato le teologie della liberazione cristiana ed ebrea.
Se l'Islam deve rispondere a un tempo e luogo particolare,come le altre religioni,mentre deve restare coerente con i suoi obiettivi,deve essere letto in modo che abbia senso nel contesto sociale del momento. Molte pratiche, comuni nelle società patriarcali sono oggi intollerabili, molte delle quali vietate dalla legge.Il verdetto nel caso dell'imam di Fuengirola mostra come un'interpretazione illuminata dell'islam,insieme alla legge spagnola,possono fornire giustizia e prevenire la violenza di genere.
La questione dell'autoritità è diventata l'epicentro. Mustafa aveva citato le sue credenziali dell'Università di al- Azhar e il suo status di 'alim ( singolare di ulema) o di esperto religioso con autorità.Aveva affermato che era una delle poche persone nel paese autorizzato a parlare di Islam. Ma nell'Islam non esiste un clero istituzionalizzato e tutti i credenti sono invitati attraverso la ijtihad o sforzo intellettuale a leggere il Corano e arrivare a capirlo.E' stato grazie a questo disconoscimento dell'autorità dell'imam che altri mussulmani hanno testimoniato nel processo.
Come già accennato,negli ultimi decenni sono sorte nel mondo mussulmano persone che non sono specialiste in scienze religiose, ma che provengono da varie discipline ( scienze sociali,medicina, ingegneria, scienze naturali...) che sono riuscite ad interpretare con cura il Corano e più fonti religiose i cui risultati sono diventati autorità accettate. Alcune di queste persone, uomini e donne,hanno anche ricevuto un'istruzione di più alto livello nelle scienze religiose. Nel paese di Mustafa, l'Egitto, le donne sono professore di scienze religiose all'Università di al-Azhar, la stessa istituzione che dato il dottorato alimam di Fuengirola.
L'apologia al maltrattamento delle donne dovrebbe essere letto nel contesto della lettura patriarcale dell'Islam. Se un marito picchia la moglie è per sottometterla alla sua autorità. Come dice il Corano - entrambi i coniugi - chiamati zawj o partner sono amici e potettori reciproci. In Marocco, uno dei paesi d'origine della maggior parte dei migranti in Spagna, il Codice Penale (Mudawwana) basato sulla sharia fu riformato nel 2004 per assicurare che entrambi i coniugi fossero egualmente capifamiglia.. Ampliò anche le possibilità della donna di divorziare (così come è stato fatto nel 2002 in Egitto).
Se una moglie è "testarda" probabilmente riguarda un problema nella coppia. Nel Corano e nelle leggi fondate su di esso, applicabili nel Mediterraneo meridionale è possibile che la moglie possa chiedere di annullare il matrimonio. Che un marito forzi l'obbedienza della moglie mediante violenza o con la minaccia di abusarla, sfida i codici penali e quelli islamici e le letture della sharia che le supportano.
Le leggi marocchine basate sulle letture dell'islam, per esempio, si allontanano dal punto di vista di Mustafa. Tuttavia è vero che continuamente nascono pronunciamenti a favore del maltrattamento della moglie in nome dell'Islam, fatti normalmente da ulema conservatori dei paesi a maggioranza mussulmana e che circolano nei mezzi di comunicazione mondiali. Tra questi si trova Yusuf al-Qaradawi (anch'egli originario dell'Egitto ed istruito ad al-Azhar). Fondatore del Consiglio europeo per la Fatwa e l'Indagine, con sede a Dublino,attualmente residente nel Qatar. Le interpretazioni di al-Qaradawi sono promosse attraverso il suo sito web Islamonline e nel suo libro The lawful and the prohibited: The future civilization, pubblicato nel 1984 e tuttavia ancora frequentemente citato.
Questo tipo di opinioni sono state perpetuate da Mustafa nel suo libro pubblicato in Spagna, che a loro volta, sono le opinioni della maggioranza conservatrice delle società mussulmane, sia nei loro luoghi di origine,sia nei paesi dove sono emigrati. Il femminismo islamico, distrugge questa struttura, senza denigrare l'islam.
Pertanto considero i suoi principi e la loro attuazione il percorso che devono seguire le mussulmane.
Abdennur Prado rileva che il caso dell'imam di Fuengirola ha segnato una svolta nel femminismo islamico in Spagna. I mussulmani sono stati capaci di fare un passo avanti ed affermare la loro posizione aperta ed inequivocabile su ciò che pensavano circa la violenza contro la donna in nome dell'Islam. Le donne mussulmane non hanno nulla da perdere se rendono pubblica la loro posizione. Ma gli uomini mussulmani, che continuano ancorati alla cultura patriarcale, se la rifiutano, devono adottare una ferma posizione.
Conclusioni
Nella considerazione di come il femminismo islamico contribuirà alla creazione di una cultura nel nuovo Mediterraneo, mi sono concentrata sulla Spagna, dato che ha ospitato il Congresso Internazionale del Femminismo Islamico ed è un posto dove il femminismo cresce tra le nuove mussulmane, che in passato fu il centro di una civilizzazione islamica brillante dove fiorìil pluralismo culturale.
Esistono due forme di islam he concorrono in Spagna: la patriarcale conservatrice, rappresentata per esempiodall'imam di Fuengirola; un islam progressista introdotto da alcuni dei "nuovi" mussulmani.
A sua volta,ciascuna di queste correnti si è rafforzata all'esterno. Abbiamo visto come la promozione di un pensiero inaccettabile, che legittima la violenza contro la donnanel nome dell'islam viene sempre più contrastato con successo da un islam illuminato, promosso soprattutto dalle donne, insieme all'apparato legale dello Stato. L'Islam e la libertà religiosa devono essere rispettati, ma non gli atteggiamenti inaccettabili in nome di questa.
Inoltre il processo all'imam ha messo in discussione gli stereotipi sui mussulmani, quando è stato dimostrato che i principi dell'Islam difendono l'uguaglianza di genere - e non permette il maltrattamento delle donne, un fatto che viene spesso identificato con l'islam nella sua percezione negativa. Attraverso l'esposizione degli ideali islamici e la lotta contro la sua distorsione,l'islam nei paesi del nord del Mediterraneo potrà svolgere un ruolo nella c reazione di una nuova cultura molto più pluralista.
Utilizzando l'esempio di unico paese, mi chiedo come il femminismo islamico contribuirà a creare una cultura pan-mediterranea. Nel nord l'esperienza spagnola ci dà una via. Considero che questa versione dell'islam sia la via perseguibile verso la civile convivenza dei mussulmani come cittadini nei nuovi paesi, che permette di godere della loro libertà religiosa nel contesto del loro nuovo ambiente ( senza nascondere i problemi specifici di ciascun luogo). I mussulmani convertiti del nord Mediterraneo sono in una posizione particolare per aiutare a costruire questi ponti,come stanno già succedendo tra alcuni mussulmani ed altri,mentre che progettano e vivono un islam coerente per entrambi.
Nel sud, il femminismo islamico (insieme a quello secolare) vive in un contesto di regimi autoritari e repressivi e in società dove l'islamismo patriarcale guadagna terreno politico. Tuttavia, poco a poco contibuisce a geneare una società più democratica ed egualitaria.Cio si riflette in particolar modo sulle riforme del diritto di famiglia basato sulla sharia, così come sull'ingresso delle donne nelle professioni religiose di alto livello, dove si possono creare nuovi modi di comprensione dell'Islam.
L'islam del Mediterraneo consiste in maggioranza di comunità tradizionali nel sud e di nuove minoranze nel nord che influenzano il modo di essere mussulmano, il modo e il percorso del cambiamento.
Mediante lo scambio del pensiero femminista islamico e delle lezioni apprese dall'attivismo, si sta creando un nuovo islam su entrambe le sponde, a sua volta parti del nuovo Mediterraneo.
Note:
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
martedì 18 ottobre 2011
Guatemala, il femminicidio taciuto
Più di centomila donne sono state violentate durante i 36 anni di
conflitto in Guatemala. Quelle aggressioni hanno segnato un presente nel
quale la violenza di genere si è naturalizzata.
Il Guatemala continua ad essere un territorio ostile per una donna: 685 morte nel 2010; Centoventi solamente quest'anno.
I dati delle violenze e torture superano qualunque altro angolo del Sud America. Anche la stessa Cidad Juarez. Questa statistica è una sequenza del periodo più nero del conflitto vissuto da questo paese per trentasei anni (1960 - 1996),quando più di centomila donne furono violentate e torturate in seguito al programma di sterminio dell'etnia maya.
Tutto ciò ha naturalizzato una cultura dell'impunità della violenza contro la donna, per la quale c'è solamente l'1% di possibilità che il suo caso riceva giustizia. In questo contesto, una causa istruita dalla Corte nazionale spagnola è diventata l'unica possibilità di cambiare il destino delle donne guatemalteche.
La guerra interna tra il Governo e la guerriglia ha causato più di 200.000 morti in gran parte indigene di origine Maya. Lo stupro, la mutilazione, la schiavitù sessuale, il feticidio ( l'uccisione dei feti) sono stati usati come mezzi per sterminare le comunità maya: distruggere la donna è stato lo strumento per annientare il popolo.
Un piano organizzato perfettamente, per il quale l'esercito fu accuratamente addestrato, secondo i dettagliati rapporti della Commissione per il Chiarimento Storico del Guatemala.
Una di queste vittime è stata Tersa Sic: " Quando incontrai i soldati mi presero con la forza, mi portarono vicino ad un fiume e mi violentarono. Erano più di cinquanta. Quel giorno sono state violentate più donne del villaggio. Hanno bruciato tutto.Mi hanno legata e sono riuscita a salvarmi grazie all'aiuto di mia figlia di cinque anni. Cercai aiuto. Avevo fame e paura, però nessuno ci trovava".
La Corte Nazionale spagnola dichiarò ammissibile nel 1999, il reclamo presentato dalla Fondazione Rigoberta Menchu, nel quale si accusava per la prima volta,l'ex capo di Stato Rios Montt e altri sette ufficiali, di terrorismo,genocidio e uso sitematico della tortura.
Cinque anni dopo,la Corte emana un atto di accusa nei confronti di otto generali, ma le autorità guatemalteche rifiutarono la loro estradizione. Per le autorità, gli stupri di massa avvenuti durante il conflitto erano da considerarsi " semplici danni collaterali".
"Qualche giorno dopo - continua raccontare Teresa Sic - mi portarono con la forza al distaccamento militare di El Chol,dove mi violentarono tantissimi soldati, per quindici giorni di fila, dove mi lasciavano dormire soltanto per brevissimo tempo. (...) Ci hanno dato da bere,sangue di toro e carne cruda da mangiare".
Nel dipartimento di Quiché, al nord della capitale del Guatemala,i verdi campi di semina e i suoi colorati mercati nascondono uno di macabri segreti della storia del paese. Questa è la zona dove la violenza durante il conflitto fu estrema soprattutto negli anni Ottanta. Le donne sopravvissute al genocidio hanno deciso di rompere il silenzio, guardare in faccia il governo e accusare i colpevoli. " Abbiamo bisogno di chiarire i fatti -dice Feliciana - e che lo Stato riconosca la verità, questo è il mio più grande desiderio. Siamo senza parole, la violenza sessuale durante il conflitto armato sembra che non sia esistita".
Le donne parlano del rifiuto che devono affrontare nelle loro comunità, per dire la verità. " Ci additano, ci insultano,fino a ridere di noi coloro che ci hanno violentate - afferma Maria Castro che non riesce a evitare di crollare, quando racconta che,dopo la sua testimonianza davanti all'Alta Corte, nel 2008, suo figlio fu assassinato.
Patricia Yoj, un'avvocata di etnia maya che lavora alle denunce, dichiara che " il rappresentante del Programma Nazionale di Risarcimento ( piano statale che si occupa della riparazione alle vittime del conflitto) disse che non credeva agli stupri e questo è stato pubblicato nei media. E' umiliante"
Il rifiuto da perte dei loro mariti è la cosa più difficile per queste donne che hanno sofferto le peggiori torture. Maria Castro non vuole ricordare, ma sa che farlo può salvare molte vite: " I soldati mi tesero un'imboscata, presero pure mia figlia, lei aveva paura, piangeva urlava, ma i soldati spararono al mio carro e mi buttarono giù. Ricordo che erano tre coloro che mi violentarono, ma non so in quanti lo fecero perché ci fu un momento nel quale sono svenuta. Quando mi svegliai li vidi raccogliere le loro armi in fretta e andare verso un altro posto. Mia figlia mi ha aiutata portando il fratellino, però piangeva molto, aveva visto tutto". Il suo racconto si interrompe, i suoi occhi si riempiono di lacrime, quando riprende a raccontare ciò che successe dopo, il rifiuto del marito che le diceva che era rimasta viva perché aveva permesso ai soldati di abusarla.
Maria Toj non si separa dalla nipote:è il suo tesoro più prezioso, è l'unica che la tiene in vita. Sua nipote e la sua lotta affinché le riconoscano ciò che ha subito : " hanno torturato me e mio figlio. Mi hanno bruciato tutto,mi hanno lasciata senza niente, solamente con mio marito morto e il mio dolore". I criminali vagano soddisfatti per le strade, compreso il convivere nello stesso villaggio e la cosa peggiore è che le situazioni di violenza si susseguono ancora tutti i giorni. Maria Toj racconta come una settimana fa " ad una donna le tagliarono i seni, la torturarono, la violentarono e dopo la bruciarono viva, proprio qui accanto".
La Spagna darà voce a queste donne.
Il giudice Pedraz ha ammesso l'estensione del reclamo del 1999 nel quale viene contemplato come crimine internazionale, la violenza di genere in Guatemala durante il conflitto armato. L'estensione presentata dalle ONG Women's Link attraverso l'avvocata Almudena Bernabeu, l'unica donna spagnola che lavora sui casi di Giustizia Universale presso l'Alta Corte e negli Stati Uniti (nel Centro di Giustizia e Responsabilità)include per la prima volta l'orrore al quale furono sottoposte queste donne.
Perito della causa sarà Patricia Sellers, la prima donna che ottenne di dichiarare lo stupro come arma di guerra nei tribunali internazionali speciali dell'ex Jugoslavia e Ruanda.
" Quando si viola un essere umano lo si trasforma in un morto vivente, le si ruba la sua preziosa intimità e si uccide il suo futuro. Se si vuole annientare un popolo questo è il modo migliore per farlo. La tortura sessuale è la più distruttiva delle armi", ha dichiarato Maria Sellers.
Questo processo - spiega Almudena Bernabeu - aprirà un dibattito, perché la mancanza di giustizia è ciò che fa aumentare la violenza di genere.
Paloma Soria l'avvocata dell'Ong, Women's Link, afferma che " la società guatemalteca equipara la violenza sessuale e la tortura alle donne al furto di bestiame, all'incendio del campo di grano. E' necessario cambiare ciò e che le donne non siano più invisibili di fronte alla società"
I dati delle violenze e torture superano qualunque altro angolo del Sud America. Anche la stessa Cidad Juarez. Questa statistica è una sequenza del periodo più nero del conflitto vissuto da questo paese per trentasei anni (1960 - 1996),quando più di centomila donne furono violentate e torturate in seguito al programma di sterminio dell'etnia maya.
Tutto ciò ha naturalizzato una cultura dell'impunità della violenza contro la donna, per la quale c'è solamente l'1% di possibilità che il suo caso riceva giustizia. In questo contesto, una causa istruita dalla Corte nazionale spagnola è diventata l'unica possibilità di cambiare il destino delle donne guatemalteche.
La guerra interna tra il Governo e la guerriglia ha causato più di 200.000 morti in gran parte indigene di origine Maya. Lo stupro, la mutilazione, la schiavitù sessuale, il feticidio ( l'uccisione dei feti) sono stati usati come mezzi per sterminare le comunità maya: distruggere la donna è stato lo strumento per annientare il popolo.
Un piano organizzato perfettamente, per il quale l'esercito fu accuratamente addestrato, secondo i dettagliati rapporti della Commissione per il Chiarimento Storico del Guatemala.
Una di queste vittime è stata Tersa Sic: " Quando incontrai i soldati mi presero con la forza, mi portarono vicino ad un fiume e mi violentarono. Erano più di cinquanta. Quel giorno sono state violentate più donne del villaggio. Hanno bruciato tutto.Mi hanno legata e sono riuscita a salvarmi grazie all'aiuto di mia figlia di cinque anni. Cercai aiuto. Avevo fame e paura, però nessuno ci trovava".
La Corte Nazionale spagnola dichiarò ammissibile nel 1999, il reclamo presentato dalla Fondazione Rigoberta Menchu, nel quale si accusava per la prima volta,l'ex capo di Stato Rios Montt e altri sette ufficiali, di terrorismo,genocidio e uso sitematico della tortura.
Cinque anni dopo,la Corte emana un atto di accusa nei confronti di otto generali, ma le autorità guatemalteche rifiutarono la loro estradizione. Per le autorità, gli stupri di massa avvenuti durante il conflitto erano da considerarsi " semplici danni collaterali".
"Qualche giorno dopo - continua raccontare Teresa Sic - mi portarono con la forza al distaccamento militare di El Chol,dove mi violentarono tantissimi soldati, per quindici giorni di fila, dove mi lasciavano dormire soltanto per brevissimo tempo. (...) Ci hanno dato da bere,sangue di toro e carne cruda da mangiare".
Nel dipartimento di Quiché, al nord della capitale del Guatemala,i verdi campi di semina e i suoi colorati mercati nascondono uno di macabri segreti della storia del paese. Questa è la zona dove la violenza durante il conflitto fu estrema soprattutto negli anni Ottanta. Le donne sopravvissute al genocidio hanno deciso di rompere il silenzio, guardare in faccia il governo e accusare i colpevoli. " Abbiamo bisogno di chiarire i fatti -dice Feliciana - e che lo Stato riconosca la verità, questo è il mio più grande desiderio. Siamo senza parole, la violenza sessuale durante il conflitto armato sembra che non sia esistita".
Le donne parlano del rifiuto che devono affrontare nelle loro comunità, per dire la verità. " Ci additano, ci insultano,fino a ridere di noi coloro che ci hanno violentate - afferma Maria Castro che non riesce a evitare di crollare, quando racconta che,dopo la sua testimonianza davanti all'Alta Corte, nel 2008, suo figlio fu assassinato.
Patricia Yoj, un'avvocata di etnia maya che lavora alle denunce, dichiara che " il rappresentante del Programma Nazionale di Risarcimento ( piano statale che si occupa della riparazione alle vittime del conflitto) disse che non credeva agli stupri e questo è stato pubblicato nei media. E' umiliante"
Il rifiuto da perte dei loro mariti è la cosa più difficile per queste donne che hanno sofferto le peggiori torture. Maria Castro non vuole ricordare, ma sa che farlo può salvare molte vite: " I soldati mi tesero un'imboscata, presero pure mia figlia, lei aveva paura, piangeva urlava, ma i soldati spararono al mio carro e mi buttarono giù. Ricordo che erano tre coloro che mi violentarono, ma non so in quanti lo fecero perché ci fu un momento nel quale sono svenuta. Quando mi svegliai li vidi raccogliere le loro armi in fretta e andare verso un altro posto. Mia figlia mi ha aiutata portando il fratellino, però piangeva molto, aveva visto tutto". Il suo racconto si interrompe, i suoi occhi si riempiono di lacrime, quando riprende a raccontare ciò che successe dopo, il rifiuto del marito che le diceva che era rimasta viva perché aveva permesso ai soldati di abusarla.
Maria Toj non si separa dalla nipote:è il suo tesoro più prezioso, è l'unica che la tiene in vita. Sua nipote e la sua lotta affinché le riconoscano ciò che ha subito : " hanno torturato me e mio figlio. Mi hanno bruciato tutto,mi hanno lasciata senza niente, solamente con mio marito morto e il mio dolore". I criminali vagano soddisfatti per le strade, compreso il convivere nello stesso villaggio e la cosa peggiore è che le situazioni di violenza si susseguono ancora tutti i giorni. Maria Toj racconta come una settimana fa " ad una donna le tagliarono i seni, la torturarono, la violentarono e dopo la bruciarono viva, proprio qui accanto".
La Spagna darà voce a queste donne.
Il giudice Pedraz ha ammesso l'estensione del reclamo del 1999 nel quale viene contemplato come crimine internazionale, la violenza di genere in Guatemala durante il conflitto armato. L'estensione presentata dalle ONG Women's Link attraverso l'avvocata Almudena Bernabeu, l'unica donna spagnola che lavora sui casi di Giustizia Universale presso l'Alta Corte e negli Stati Uniti (nel Centro di Giustizia e Responsabilità)include per la prima volta l'orrore al quale furono sottoposte queste donne.
Perito della causa sarà Patricia Sellers, la prima donna che ottenne di dichiarare lo stupro come arma di guerra nei tribunali internazionali speciali dell'ex Jugoslavia e Ruanda.
" Quando si viola un essere umano lo si trasforma in un morto vivente, le si ruba la sua preziosa intimità e si uccide il suo futuro. Se si vuole annientare un popolo questo è il modo migliore per farlo. La tortura sessuale è la più distruttiva delle armi", ha dichiarato Maria Sellers.
Questo processo - spiega Almudena Bernabeu - aprirà un dibattito, perché la mancanza di giustizia è ciò che fa aumentare la violenza di genere.
Paloma Soria l'avvocata dell'Ong, Women's Link, afferma che " la società guatemalteca equipara la violenza sessuale e la tortura alle donne al furto di bestiame, all'incendio del campo di grano. E' necessario cambiare ciò e che le donne non siano più invisibili di fronte alla società"
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
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Genocidio in Guatemala, ammessi i crimini di genere
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domenica 16 ottobre 2011
Cinquant'anni fa, il massacro dei lavoratori algerini.
Il 17 ottobre del 1961, a Parigi, mentre proseguiva la guerra in
Algeria,centinaia di lavoratori algerini furono massacrati dalla polizia
francese su ordine del prefetto Maurice Papon, al quale il governo
aveva dato carta bianca per agire contro la manifestazione algerina
prevista per quel giorno.
Dodici giorni prima, il prefetto di polizia aveva vietato agli algerini di circolare per le strade di Parigi e nella provincia parigina dalle 20,30 alle 5,30 del mattino e ordinato che i locali che vendevano bibite dovevano chiudere alle 19,00. Aveva anche proibito di uscire in gruppo, anche piccolo,ma soltanto uno alla volta.
Per rispondere a questo coprifuoco l'FLN, indisse una manifestazione pacifica a Parigi per il 17 ottobre. Alle porte di Parigi, all'arrivo degli autobus dalla periferia,i poliziotti erano pronti a riceverli. Gli algerini furono picchiati selvaggiamente con i calci dei fucili e manganellati in testa, sui denti, sugli occhi, sul ventre. Ovunque i manifestanti si concentravano per sfilare, senza un'arma, né bastoni i poliziotti li attendevano per colpirli selvaggiamente, molestarli e aprire il fuoco sui gruppi che si andavano via via formando. In una notte, più di diecimila algerini furono arrestati, ammassati nei furgoni della polizia e visto che non erano sufficienti, negli autobus requisiti alla Rete municipale come diciannove anni prima, per la retata del Velodromo d'inverno di sinistra memoria.
Nel Palazzo dello Sport, nel Parc des Expositions, nello stadio Coubertin,a Vicennes,i lavoratori algerini furono ricoverati per diversi giorni in spaventose condizioni igienico- sanitarie, rmanendo sempre bersaglio della violenza della polizia.
Alcuni furono giustiziati, strangolati, impiccati nei boschi parigini, altri non sopravvissero alle ferite e nei giorni seguenti, decine di cadaveri furono trovati nella Senna alcuni con le mani e i piedi legati.
Il governo il giorno dopo dava un bilancio ufficiale di due morti tra i manifestanti e di due feriti da arma da fuoco tra le forze dell'ordine!
Non si sa con esattezza quanto siano stati i lavoratori algerini brutalmente assassinati, certamente più di duecento.
Nell'autunno del 1961, la guerra d'indipendenza durava già da sette anni, da quando il primo novembre 1954,i nazionalisti algerini scatenarono la lotta armata contro il colonialismo francese. La guerra aveva già causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte algerino. Ma già nel mese di ottobre del '61 i due campi sapevano che l'indipendenza algerina era soltanto una questione di mesi. Le negoziazioni ufficiali erano state aperte tra il governo francese e quello provvisorio della Repubblica algerina ( GPRA)
Il massacro occultato.
La guerra coloniale e le sue atrocità tuttavia continuavano. Il governo francese voleva restare in una posizione di forza per proteggere gli interessi dei suoi capitalisti nella futura Algeria indipendente. L'FLN dal canto suo doveva dimostrare di essere capace di molbilitare gli algerini,anche in Francia e questo fu uno degli obiettivi della manifestazione del 17 ottobre. La guerra fece irruzione in Francia con la brutale repressione della polizia di Papon.
Centocinquantamila lavoratori algerini vivevano a Parigi e dintorni, per lo più uomini le cui famiglie erano in Algeria. Vivevano in baracche, molti in una sola stanza, spesso isolati dalla popolazione e dai lavoratori francesi.
(...)
Dopo il 17 ottobre, l'FLN invitò la sinistra francese ad organizzare il 1° novembre, una manifestazione di protesta contro la repressione ed esigere la fine della guerra. Nessuno rispose. Si dovette aspettare l'8 febbraio 1962 per vedere convocata una manifestazione, in risposta all'attentato dell'OAS, dove la sinistra dovette affrontare lo scoppio della violenza della polizia, che causò otto morti nella metrò di Charonne.
Cinquant'anni dopo, i crimini della polizia francese di quel 17 ottobre sono tuttora occultati dal silenzio dello Stato.
E' necessario che non siano dimenticati.
Un gruppo di associazioni e di partiti politici ha convocato una manifestazione per ricordare quel 17 ottobre e chiedere " che le più alte autorità della Repubblica riconoscano il massacro commesso dalla polizia parigina il 17 ottobre del 1961 e nei giorni seguenti, come crimine di Stato.
Lutte ouvrière appoggia questa manifestazione.
Lutte ouvriere
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
Dodici giorni prima, il prefetto di polizia aveva vietato agli algerini di circolare per le strade di Parigi e nella provincia parigina dalle 20,30 alle 5,30 del mattino e ordinato che i locali che vendevano bibite dovevano chiudere alle 19,00. Aveva anche proibito di uscire in gruppo, anche piccolo,ma soltanto uno alla volta.
Per rispondere a questo coprifuoco l'FLN, indisse una manifestazione pacifica a Parigi per il 17 ottobre. Alle porte di Parigi, all'arrivo degli autobus dalla periferia,i poliziotti erano pronti a riceverli. Gli algerini furono picchiati selvaggiamente con i calci dei fucili e manganellati in testa, sui denti, sugli occhi, sul ventre. Ovunque i manifestanti si concentravano per sfilare, senza un'arma, né bastoni i poliziotti li attendevano per colpirli selvaggiamente, molestarli e aprire il fuoco sui gruppi che si andavano via via formando. In una notte, più di diecimila algerini furono arrestati, ammassati nei furgoni della polizia e visto che non erano sufficienti, negli autobus requisiti alla Rete municipale come diciannove anni prima, per la retata del Velodromo d'inverno di sinistra memoria.
Nel Palazzo dello Sport, nel Parc des Expositions, nello stadio Coubertin,a Vicennes,i lavoratori algerini furono ricoverati per diversi giorni in spaventose condizioni igienico- sanitarie, rmanendo sempre bersaglio della violenza della polizia.
Alcuni furono giustiziati, strangolati, impiccati nei boschi parigini, altri non sopravvissero alle ferite e nei giorni seguenti, decine di cadaveri furono trovati nella Senna alcuni con le mani e i piedi legati.
Il governo il giorno dopo dava un bilancio ufficiale di due morti tra i manifestanti e di due feriti da arma da fuoco tra le forze dell'ordine!
Non si sa con esattezza quanto siano stati i lavoratori algerini brutalmente assassinati, certamente più di duecento.
Nell'autunno del 1961, la guerra d'indipendenza durava già da sette anni, da quando il primo novembre 1954,i nazionalisti algerini scatenarono la lotta armata contro il colonialismo francese. La guerra aveva già causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte algerino. Ma già nel mese di ottobre del '61 i due campi sapevano che l'indipendenza algerina era soltanto una questione di mesi. Le negoziazioni ufficiali erano state aperte tra il governo francese e quello provvisorio della Repubblica algerina ( GPRA)
Il massacro occultato.
La guerra coloniale e le sue atrocità tuttavia continuavano. Il governo francese voleva restare in una posizione di forza per proteggere gli interessi dei suoi capitalisti nella futura Algeria indipendente. L'FLN dal canto suo doveva dimostrare di essere capace di molbilitare gli algerini,anche in Francia e questo fu uno degli obiettivi della manifestazione del 17 ottobre. La guerra fece irruzione in Francia con la brutale repressione della polizia di Papon.
Centocinquantamila lavoratori algerini vivevano a Parigi e dintorni, per lo più uomini le cui famiglie erano in Algeria. Vivevano in baracche, molti in una sola stanza, spesso isolati dalla popolazione e dai lavoratori francesi.
(...)
Dopo il 17 ottobre, l'FLN invitò la sinistra francese ad organizzare il 1° novembre, una manifestazione di protesta contro la repressione ed esigere la fine della guerra. Nessuno rispose. Si dovette aspettare l'8 febbraio 1962 per vedere convocata una manifestazione, in risposta all'attentato dell'OAS, dove la sinistra dovette affrontare lo scoppio della violenza della polizia, che causò otto morti nella metrò di Charonne.
Cinquant'anni dopo, i crimini della polizia francese di quel 17 ottobre sono tuttora occultati dal silenzio dello Stato.
E' necessario che non siano dimenticati.
Un gruppo di associazioni e di partiti politici ha convocato una manifestazione per ricordare quel 17 ottobre e chiedere " che le più alte autorità della Repubblica riconoscano il massacro commesso dalla polizia parigina il 17 ottobre del 1961 e nei giorni seguenti, come crimine di Stato.
Lutte ouvrière appoggia questa manifestazione.
Lutte ouvriere
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
venerdì 14 ottobre 2011
Il femminismo islamico. Parte terza.
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Il femminismo islamico nel sud e nord Mediterraneo
Quando termina il secolo che vide l'ascesa del femminismo secolare, appare il femminismo islamico. Entrambi rappresentavano una sfida, ma anche un'estensione del femminismo laico di stampo nazionale e facevano presagire un universalismo differente. Il nuovo discorso del femminismo islamico apparve nei primi anni Novanta in aree molto diversi,come l'Iran,Egitto,Malesia, Sud Africa e Stati Uniti sotto i seguenti contesti:
in uno Stato islamico, la Repubblica Islamica dell'Iran posteriore a Khomenini,quando si aprì un piccolo spazio;
nella diffusione dei movimenti islamici africani ed asiatici;
nel Sud-Africa, post apartheid, quando le attiviste si concentrarono nella critica al conservatorismo della società mussulmana;
nell'ambito dei convertiti e della prima generazione degli immigrati del Nord America ed Europa.
Nelle società mussulmane laiche, il femminismo islamico si è scontrato con il discorso reazionario degli islamisti, in quanto considera l'islam come una religione ugualitaria in tema di genere e di giustizia sociale. In questi contesti, il femminismo islamico si confronta con lo Stato secolare, autorità religiose, movimenti islamisti della società conservatrice, che insieme ostacolano i diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere in nome di quello stesso Islam che le islamiste assicurano essere garante di tali diritti.
Le condizioni differiscono da uno Stato all'altro,con l'Algeria da un lato ( essendo uno dei terreni più pericolosi per il femminismo islamico,data la violenza islamista locale) ed Egitto dall'altro ( dove storicamente c'è un'apertura ed una chiusura costante dello spazio per un discorso alternativo, a seconda del ruolo dello Stato in un determinato momento)16.
Nella sempre più crescente comunità mussulmana dell'Occidente,le mussulmane già immigrate che risiedono in un nuovo ambiente o trasformato, che vivono in una relazione diversa con la società d'origine, chiedono di trovare forme di comprensione dell'Islam secondo le loro necessità spirituali e sociali.
Gli ostacoli sono particolarmente difficili per le giovani.Se non vogliono soccombere alle pratiche sessiste imposte in nome della religione, molte della quali importate dalla società d'origine,necessitano di un approccio all'Islam secondo la loro nuova vita e circostanze.
Nel ventesimo secolo, i discorsi sull'uguaglianza di genere in Europa e negli Stati Uniti,la rottura con la diseguaglianza patriarcale, sono stati elaborati da un linguaggio laico all'interno dei paradigmi dell'illuminismo, democrazia e dei diritti umani. ( Molte mussulmane trovano questi discorsi coerenti anche con il messaggio ugualitario dell'Islam). Le femministe occidentali (non mussulmane) sono state per la maggior parte laiche e la religione non ha giocato un ruolo significativo nelle loro vite. In ogni caso, durante la seconda ondata femminista,negli anni sessanta, settanta e ottanta, alcune intellettuali cristiane ed ebree riesaminarono i testi religiosi e la storia per contrastare le letture misogine che sviliscono la donna.
Agli inizi del XX secolo, nelle società mussulmane dell'Africa e del'Asia,la donna ha dovuto ricorrere alla giustificazione religiosa per aprire la strada ad un nuovo agire per ottenere libertà di movimento e autonomia personale. Ha anche utilizzato il discorso religioso per aprire spazi nella società civile e nelle istituzioni statali, mescolato insieme al discorso nazionalista e in favore della democrazia e dei diritti umani. Nelle società mussulmane ( di Stato, maggioritario o comunità di minoranza), il discorso femminista islamico o religioso è diretto a tutta la società. Esso ha così più impatto tra tutte le classi rispetto a quello laico che comprendeva principalmente la privilegiata classe urbana.
Sinceramente io sono convinta che il femminismo islamico possa contribuire alla realizzazione di una cultura più pluralista e ricca nel nuovo Mediterraneo. Questo movimento presuppone un'articolazione di diversi ideali,al centro dei quali si trova la giustizia sociale e la totale uguaglianza di tutti gli esseri umani, espressa in un linguaggio religioso in armonia con la vita laica e mondana di tutti i giorni.
I discorsi e i linguaggi differenti possono contenere ideali simili e significativi per i diversi gruppi interni ad una comunità religiosa.
Su entrambi i lati del Mediterraneo, il femminismo islamico sta diventando uno dei molti elementi che chiedono l'applicazione dell'uguaglianza di genere. Al nord sta trovando un posto tra i femminismi europei. Al sud, cresce la sua connessione con il femminismo laico, per far fronte comune 17.
L'obiettivo principale molteplici discorsi è quello di raggiungere una società più pluralista,egualitaria e rispettosa delle differenze. Il femminismo islamico è importante per la costruzione di queso nuovo Mediterraneo, dato che rivendica un islam egualitario che appoggia il pluralismo e la cultura democratica. A questo proposito differisce enormemente dall'islam fondamentalista e misogino che si incastra perfettamente con la volontà islamofoba.
Perché quell'Islam reazionario degli imam (senza porli tutti allo stesso livello) del sud -mediterraneo ( ed oltre) è diventato l'unico del quale parla l'Europa e l'Occidente in generale? Perché il femminismo islamico è così sconosciuto o se arriva in Occidente lo si accoglie con derisione o come se fosse un surrogato?
Assistiamo ad un movimento che è passato dall'esorcizzare l'Islam a calunniarlo,dove l'argomento fondamentale per attaccarlo è il trattamento degradante che riceve "la donna" nell'Islam.
In questo senso non parlerò della strana coalizione tra islamisti patriarcali e i fanatici islamofobi nel loro ostruzionismo alla creazione di nuove culture nazionali in Occidente. Mi concentrerò invece sul come il femminismo islamico in entrambe le sponde del Mediterraneo ed oltre, con altri femminismi e movimenti progressisti,stanno contribuendo a creare culture trans-nazionali nel Mediterraneo. In effetti. è una tematica che stiamo ancora imparando ad esplorare.
In questo capitolo mi concentro sullo Stato spagnolo che recentemente ha svolto un ruolo significativo nel processo di consolidamento del femminismo islamico, perché illustra alla perfezione le vicissitudini globali e locali nella costruzione e pratica del femminismo islamico.
in uno Stato islamico, la Repubblica Islamica dell'Iran posteriore a Khomenini,quando si aprì un piccolo spazio;
nella diffusione dei movimenti islamici africani ed asiatici;
nel Sud-Africa, post apartheid, quando le attiviste si concentrarono nella critica al conservatorismo della società mussulmana;
nell'ambito dei convertiti e della prima generazione degli immigrati del Nord America ed Europa.
Nelle società mussulmane laiche, il femminismo islamico si è scontrato con il discorso reazionario degli islamisti, in quanto considera l'islam come una religione ugualitaria in tema di genere e di giustizia sociale. In questi contesti, il femminismo islamico si confronta con lo Stato secolare, autorità religiose, movimenti islamisti della società conservatrice, che insieme ostacolano i diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere in nome di quello stesso Islam che le islamiste assicurano essere garante di tali diritti.
Le condizioni differiscono da uno Stato all'altro,con l'Algeria da un lato ( essendo uno dei terreni più pericolosi per il femminismo islamico,data la violenza islamista locale) ed Egitto dall'altro ( dove storicamente c'è un'apertura ed una chiusura costante dello spazio per un discorso alternativo, a seconda del ruolo dello Stato in un determinato momento)16.
Nella sempre più crescente comunità mussulmana dell'Occidente,le mussulmane già immigrate che risiedono in un nuovo ambiente o trasformato, che vivono in una relazione diversa con la società d'origine, chiedono di trovare forme di comprensione dell'Islam secondo le loro necessità spirituali e sociali.
Gli ostacoli sono particolarmente difficili per le giovani.Se non vogliono soccombere alle pratiche sessiste imposte in nome della religione, molte della quali importate dalla società d'origine,necessitano di un approccio all'Islam secondo la loro nuova vita e circostanze.
Nel ventesimo secolo, i discorsi sull'uguaglianza di genere in Europa e negli Stati Uniti,la rottura con la diseguaglianza patriarcale, sono stati elaborati da un linguaggio laico all'interno dei paradigmi dell'illuminismo, democrazia e dei diritti umani. ( Molte mussulmane trovano questi discorsi coerenti anche con il messaggio ugualitario dell'Islam). Le femministe occidentali (non mussulmane) sono state per la maggior parte laiche e la religione non ha giocato un ruolo significativo nelle loro vite. In ogni caso, durante la seconda ondata femminista,negli anni sessanta, settanta e ottanta, alcune intellettuali cristiane ed ebree riesaminarono i testi religiosi e la storia per contrastare le letture misogine che sviliscono la donna.
Agli inizi del XX secolo, nelle società mussulmane dell'Africa e del'Asia,la donna ha dovuto ricorrere alla giustificazione religiosa per aprire la strada ad un nuovo agire per ottenere libertà di movimento e autonomia personale. Ha anche utilizzato il discorso religioso per aprire spazi nella società civile e nelle istituzioni statali, mescolato insieme al discorso nazionalista e in favore della democrazia e dei diritti umani. Nelle società mussulmane ( di Stato, maggioritario o comunità di minoranza), il discorso femminista islamico o religioso è diretto a tutta la società. Esso ha così più impatto tra tutte le classi rispetto a quello laico che comprendeva principalmente la privilegiata classe urbana.
Sinceramente io sono convinta che il femminismo islamico possa contribuire alla realizzazione di una cultura più pluralista e ricca nel nuovo Mediterraneo. Questo movimento presuppone un'articolazione di diversi ideali,al centro dei quali si trova la giustizia sociale e la totale uguaglianza di tutti gli esseri umani, espressa in un linguaggio religioso in armonia con la vita laica e mondana di tutti i giorni.
I discorsi e i linguaggi differenti possono contenere ideali simili e significativi per i diversi gruppi interni ad una comunità religiosa.
Su entrambi i lati del Mediterraneo, il femminismo islamico sta diventando uno dei molti elementi che chiedono l'applicazione dell'uguaglianza di genere. Al nord sta trovando un posto tra i femminismi europei. Al sud, cresce la sua connessione con il femminismo laico, per far fronte comune 17.
L'obiettivo principale molteplici discorsi è quello di raggiungere una società più pluralista,egualitaria e rispettosa delle differenze. Il femminismo islamico è importante per la costruzione di queso nuovo Mediterraneo, dato che rivendica un islam egualitario che appoggia il pluralismo e la cultura democratica. A questo proposito differisce enormemente dall'islam fondamentalista e misogino che si incastra perfettamente con la volontà islamofoba.
Perché quell'Islam reazionario degli imam (senza porli tutti allo stesso livello) del sud -mediterraneo ( ed oltre) è diventato l'unico del quale parla l'Europa e l'Occidente in generale? Perché il femminismo islamico è così sconosciuto o se arriva in Occidente lo si accoglie con derisione o come se fosse un surrogato?
Assistiamo ad un movimento che è passato dall'esorcizzare l'Islam a calunniarlo,dove l'argomento fondamentale per attaccarlo è il trattamento degradante che riceve "la donna" nell'Islam.
In questo senso non parlerò della strana coalizione tra islamisti patriarcali e i fanatici islamofobi nel loro ostruzionismo alla creazione di nuove culture nazionali in Occidente. Mi concentrerò invece sul come il femminismo islamico in entrambe le sponde del Mediterraneo ed oltre, con altri femminismi e movimenti progressisti,stanno contribuendo a creare culture trans-nazionali nel Mediterraneo. In effetti. è una tematica che stiamo ancora imparando ad esplorare.
In questo capitolo mi concentro sullo Stato spagnolo che recentemente ha svolto un ruolo significativo nel processo di consolidamento del femminismo islamico, perché illustra alla perfezione le vicissitudini globali e locali nella costruzione e pratica del femminismo islamico.
Il femminismo islamico e l'islam liberale apparvero in Spagna,negli anni Novanta,iniziato dai convertiti provenienti per la maggior parte dalla sinistra politica. Tra questi c'era Mansur Escudero,uno psicologo che divenne il presidente della Giunta Islamica e l'avvocata Jadicha Candela, che fondò l'Associazione An Nisá.
Nella prima riunione delle donne mussulmane, organizzata a Barcellona nel 1999,Candela tenne un discorso intitolato "La rivoluzione egualitaria dell'Islam" dove articolò il messaggio coranico sulla fondamentale uguaglianza tra tutti gli esseri umani,chiamandola" la prima dichiarazione universale dei diritti umani e cittadini" 18.
Inoltre Candela denunciò la manipolazione di questa dottrina egualitaria mediante letture misogine da parte degli ulema conservatori. A questo proposito,mise in risalto l'opera della nota scrittora e sociologa marocchina Fátima Mernissi,la sua denuncia di questa misoginia coperta nell'Islam e come si stesse riproducendo in Occidente.
Consapevole della storia spagnola, Candela rileva che questa versione sessista venne utilizzata per screditare i mussulmani da parten dello stesso Occidente che aveva beneficiato della trasmissione del pensiero razionale sviluppato dagli andalusi. In tal modo, espresse ciò che è diventato un segno distintivo del femminismo islamico in Spagna: i riferimenti alle loro profonde radici storiche. Candela stessa si è posta tra quelli il cui approccio al Corano ed alte fonti religiose, fu elaborato dall'ijtihad o interpretazione intellettuale personale e lascia chiaramente intendere che non proviene da una formazione tradizionale nelle scienze religiose. Quindi, fa parte del gruppo di professionisti istruiti, che analizzano il Corano e altre fonti per conto loro e che stanno diventando nuove autorità o persone influenti,visto che le loro conclusioni rapidamente fanno eco tra i mussulmani.
Fa parte di questo nuovo gruppo Abdennur Prado,promotore del primo Congresso Internazionale del Femminismo Islamico (Barcellona, 2005).
Nella sua conferenza," Jihad di Genere", Prado mette in evidenza il messaggio ugualitario dell'Islam,rilevando che attualmente sta passando la convinzione che la discriminazione contro la donna sia insita nell'Islam, distorcendone il messaggio.
Prado è convinto che il femminismo islamico fornisca ai mussulmani immigrati, tanto donne che uomini, una via per l'integrazione nella società.
Sono le letture patriarcali dell'Islam e le sue attuazioni che confliggono con le leggi spagnole, non i principi islamici di pluralismo ed uguaglianza. La Giunta Islamica Catalana, il cui presidente è Prado si è posta il compito di promuovere questa interpretazione, soprattutto tra i nuovi mussulmani arrivati nello Stato spagnolo 19.
Non sarà nel breve periodo un compito facile,giacché alcuni immigrati per lo più poveri e senza istruzione,provenienti dalle aree rurali del Marocco,portano con sé pratiche culturali difficilmente separate dalla religione. In questo senso, il comportamento della donna (nei suoi semplici gesti quotidiani) è intimamente legato alle sue nozioni di moralità e di onore e gli uomini sentono il dovere di mantenere la loro autorità e disciplina su di esse.
Questo controllo può risultare più esagerato nel contesto dell'immigrazione e l'anomia della vita quotidiana in situazioni sconosciute e in territori non mussulmani.
Il femminismo islamico in Spagna è stato influenzato dal lavoro di due femministe marocchine.La prima, che abbiamo già citata è Fátima Mernissi, autora di un'estesa opera degli ultimi tre decenni,tra queste la sua nota critica ai hadith misogini nel suo influente libro " L'harem politico" 20. La maggior parte del suo lavoro è stato tradotto in spagnolo. Inoltre il portale virtuale WebIslam e la rivista Verde islam hanno pubblicato molti suoi articoli. Menissi è anche valutata tra le femministe laiche e i circoli progressisti spagnoli, arrivando ad ottenere il prestigioso Premio Principe delle Austurie nel 2004.
Più recentemente ha cominciato a emergere come femminista islamica Asma Lambaret, medico di professione, coinvolta anch'essa nell'interpretazione personale del Corano e dei testi religiosi. Ha pubblicato due libri,Musulmane tout simplement (2002) e Aïcha, épouse du prophète ou l'islam au féminin (2004) 21 che hanno richiamato l'attenzione delle femministe islamiche spagnole.
Nel primo Congresso Mondiale delle Mussulmane di lingua spagnola,tenutosi a Siviglia (2003) presentò una conferenza intitolata provocatoriamente " Femminismo islamico?"
Lambaret, come la Mernissi prima di lei è una delle voci del Mediterraneo meridionale( comprendendo anche l'islamista marocchina Nadia Yassine) che lamentano secoli di patriarcato che si è appropriato dell'Islam - che la femminista islamica egiziana Zainab Radwan chiama categoricamente " il patriarcato non islamico" - e la sua naturalizzazione nel tempo fino a considerare l'Islam egualitario come un'aberrazione. Le donne sono state assenti dal dibattito a causa di questo sessismo culturale.
Nel Congresso di Siviglia Lambaret ricordò " la fede passiva non è utile per la nostra emancipazione islamica" e continuando " Non abbiamo altra scelta se non quella di continuare a mobilitarci come mussulmane per recuperare i nostri diritti 22.
Come possiamo notare il femminismo islamico in Spagna si ispira a due fonti: la re-interpretazione progressista del Corano elaborata dai nuovi esegeti e la tradizione intellettuale di un passato islamico quando al Andalus (nome mussulmano della penisola Iberica) era il centro del pensiero in Europa 23. Come afferma Prado " il femminismo islamico nello Stato spagnolo è radicato in al Andalus, ispirazione e referente simbolico, segno della nostra peculiarità" 24.
La luce del pensiero islamico in Spagna è stata eclissata da un periodo buio della storia, quando alla fine del XV secolo i mussulmani furono espulsi o messi a tacere e la sua religione vietata. Alcuni nuovi movimenti mussulmani ispanici, oggi, costruiscono un Islam liberale ed egualitario radicato nel suo illustre passato.
L'attivismo del femminismo islamico (ultima parte)
continua.webislam
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
mercoledì 12 ottobre 2011
Il femminismo islamico nel nuovo Mediterraneo. Parte seconda
La prima parte qui
********************
Ho posto il dibattito sul femminismo islamico contemporaneo, nel contesto della storia delle origini e apice del femminismo secolare,a sud del Mediterraneo,per mano dei mussulmani e cristiani. Queste femministe emersero in vari stati-nazione in tutto il ventesimo secolo, prima, durante e dopo l'occupazione coloniale e in un contesto di modernizzazione e di gestazione dei movimenti islamici riformisti 6.
Il femminismo che apparve per primo tra gli arabi del Mediterraneo( soprattutto nel sud-est) si chiamò "femminismo laico" per connotare la riflessione e una pratica create da donne di diverse comunità religiose. Questo femminismo aveva lo scopo di condividere il concetto di nazione-Stato laica di cittadini uguali, con uno spazio per la religione, ma senza che lo Stato fosse governata da essa. Le (prime) femministe laiche ( che si autodenominavano semplicemente femministe) si organizzarono per garantire che le nuove istituzioni statali fossero egualitarie del genere, sia in teoria, che nella pratica. Volevano anche riformare " le leggi religiose sullo stato personale"(tra questi i codici personali mussulmani e cristiani) elaborati dagli Stati. Queste femministe iniziarono come movimento locale( nazionale) sociale e politico 7.
Il suo era un discorso poliedrico,influenzato dal modernismo islamico,dal nazionalismo laico e dei diritti umani e fu istituito mediante lo svolgimento di intensive campagne e atti di quotidiano e gionaliero attivismo, che proseguirono per tutto il secolo.
Al contrario,continuando con la storia, il femminismo islamico emerse a livello mondiale come un discorso nuovo nel contesto religioso( fondato cioè su una nuova interpretazione del Corano) e subito acquistò la forma di un movimento sociale ampio, ben organizzato e coordinato.
I femminismi nacquero in pieno periodo coloniale e nel vortice dei movimenti di liberazione nazionale 8.
Dall'inizio del secolo scorso, le donne, di entrambe le sponde del Mediterraneo ( e dell"Oriente" e dell'"Occidente" per usare la terminologia corrente) formarono alleanze transnazionali nel momento stesso che si coinvolgevano nelle lotte autoctone. Furono le pecursore delle reti femministe transnazionali (analizzate fino ad oggi da Moghadam, come per esempio, la rete Women Living under Muslim Law s 9).
Le donne si aiutavano reciprocamente da entrambi i lati e difesero le loro posizioni nel contesto del colonialismo e lotta anticoloniale. Allo stesso modo, contribuirono a forgiare il femminismo, smentendo la teoria che esso fosse un'invenzione occidentale e, conseguentemente, che "il femminismo occidentale" e i femminismi, nelle società a maggioranza mussulmana fossero (fondamentalmente) antagonisti 10.
La storia del femminismo panmediterraneo del 1923, ha un prima e un dopo. Quell'anno, l'Alleanza Internazionale delle Donne (IAW) organizzò il suo IX Congresso A Roma. Dalle coste orientali e meridionali partecipò una delegazione proveniente dall'Egitto ( l'Unione Femminista Egizia) ed un'altra che rappresentava le donne ebree in Palestina ( l'Associazione Palestina per i Diritti di Uguaglianza delle donne Ebree). Nel ventesimo secolo, le reti femministe internazionali erano composte dalle congressiste nazionali, una per ciascun paese. In questo senso, la delegazione ebraica fu un'eccezione. Negli anni successivi,altre delegazioni dei paesi arabi si unirono alle congressiste dell'IAW,in particolare quelle della Libia, della Siria, della Palestina, tentando di costruire una comunità femminista più ampia in un mondo segnato dal colonialismo.
Le donne crearono una cultura femminista internazionale o per dirla con Rupp e Taylor " una comunità di movimenti sociali" dato che lavorarono per gli interessi comuni di genere in un contesto coloniale che ostacolava seriamente gli sforzi collettivi, in particolare riguardo alla Palestina. Le femministe di entrambi i lati del Mediterraneo utilizzarono lo spazio internazionale,nel momento in cui consolidavano le lotte locali e i loro specifici obiettivi. Nel mio studio su l'Unione Femminista Egizia e il suo impegno nazionale ed internazionale ho analizzato le similitudini, le divergenze e la direzione nei due sensi ( più che la dicotomia nord-sud od Oriente-Occidente, assunta frequentemente) del femminismo mondiale degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
Il mondo accademico ha cominciato solo di recente a prestare attenzione a questo fenomeno transnazionale,nel contesto mediterraneo, come ad esempio, la ricerca storica comparata del femminismo egiziano ed italiano realizzata da Lucia Sorbera 12.
In questi ambienti femministi internazionali, le occidentali - che erano più propense di altre ad accettare gli stereotipi orientalisti dell'islam e delle mussulmane - furono in grado di verificare per bocca delle stesse mussulmane, altre realtà, che diedero ad esse un'immagine diversa dalla maggioranza europea. Le attiviste femministe internazionali dell'Occidente furono introdotte in una prospettiva dell'islam inimmaginabile, per esempio, sui diritti della mussulmana di ereditare e controllare il patrimonio.
Le donne europee scoprirono anche che la mussulmana dopo il matrimonio conservava l'indipendenza legale completa ( compreso il nome) e che questo si applicava anche ai cristiani nei paesi arabi del Mediterraneo, in un periodo in cui la maggioranza delle europee aveva meno diritti nel matrimonio. Negli anni Trenta, le femministe francesi che lottavano per ottenere maggiori diritti sostenevano che " le mussulmane delle colonie" avevano più diritti di esse. Bisogna però segnalare che non si coinvolgevano nella lotta anticolonialista.
Le donne nelle società mussulmane,tuttavia, non godevano dell'attuazione di tutti i loro diritti. Erano messe alle strette o discriminate in nome della tradizione e della religione, oltre che vedere insieme agli uomini, come il colonialismo non riconosceva i loro diritti politici e sociali. Le femministe mussulmane del sud del mediterraneo,ebbero molteplici posizioni, lottando per i loro diritti e legittimando la loro causa in nome della religione, della nazione e degli ideali umanitari e democratici.
Queste stesse femministe arabe e mussulmane, quando emigravano utilizzavano anche un altro tipo di discorso a seconda del contesto. Le egiziane, ad esempio, si coinvolsero nelle campagne per ottenere il diritto di voto nel sud della Francia,evocando gli ideali della propaganda europea 13.
Negli anni Trenta e Quaranta,le mussulmane e le cristiane dei paesi arabi del sud del Mediterraneo si mobilitarono per consolidare una cultura femminista pan-araba. Fu una causa nazionalista - la situazione in Palestina - che portò le femministe di quella zona (vicina alle irachene)ad incontrarsi per la prima volta in una Conferenza pan-araba al Cairo, nel 1938. Il pretesto nazionalista permise a queste donne di spostarsi autonomamente senza la supervisione maschile. Sebbene la causa palestinese restasse l'obiettivo principale, esse difesero anche i loro interessi in quanto donne, dimostrando come entrambi le lotte contribuivano al bene comune più ampio. Quando finì la seconda guerra mondiale e i territori sotto mandato francese e britannico in Medio Oriente cominciarono ad essere smantellati e anche il potere coloniale in Iraq era al termine, le femministe arabe si riunirono nuovamente al Cairo (1944) per trovare strategie di costruzione nazionale dentro il contesto post coloniale.
In quella conferenza,le donne decisero di istituire l'Unione Femminista Araba, fondata un anno dopo.
Nei decenni degli anni Cinquanta e Sessanta e nel contesto dei regimi socialisti, le donne si mobilitarono per progetti di Stato e ottennero alcuni benefici come "cittadini" non come donne. Le organizzazioni femministe furono integrate o messe a tacere, come accadde all'Unione Femminista Egizia, chiusa dallo Stato nel 1956 ( nello stesso anno, l'Egitto concesse il diritto di voto alle donne,dopo cinque decenni di lotta femminista, che lo aveva reclamato).
Durante gli anni Settanta e soprattutto gli Ottanta apparve una seconda ondata del femminismo laico nel Mediterraneo meridionale, focalizzando la questione sessualità e della violenza di genere, tanto in ambito domestico (familiare) che in quello pubblico. Con l'ascesa dei movimenti islamisti dai primi anni Settanta, con un'ideologia retrograda sulle questioni di genere, emersero chiaramente i conflitti tra le femministe secolari e gli islamisti patriarcali,che definivano la laicità come non religiosa o direttamente anti-religiosa. Le femministe laiche reagirono per non perdere le loro conquiste 14.
Negli anni Novanta, una nuova ondata di femministe, in diverse parti del mondo mussulmano,cominciarono a sviluppare un discorso femminista più avanzato nel linguaggio religioso,molto più radicale dei discorsi laici fatti fino ad allora 15.
Il femminismo islamico è più radicale perché predica l'uguaglianza tra uomini e donne attraverso il continum pubblico-privato, laddove il femminismo secolare aveva accettato l'idea di complemetarietà o di equità nella sfera familiare o privata e dove ciascun sesso aveva i suoi ruoli complementari.
Inoltre è più radicale, dato che abbraccia materie dell'"ambito religioso" come l'accesso alla moschea ,le donne come imam e l'entrata delle donne nelle professioni religiose come il Mufti (che stabilisce una fatwa).
webislam
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
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Un patrimonio di attivismo femminista transnazionale in entrambi i lati del Mediterraneo.
da Margot Badran
Ho posto il dibattito sul femminismo islamico contemporaneo, nel contesto della storia delle origini e apice del femminismo secolare,a sud del Mediterraneo,per mano dei mussulmani e cristiani. Queste femministe emersero in vari stati-nazione in tutto il ventesimo secolo, prima, durante e dopo l'occupazione coloniale e in un contesto di modernizzazione e di gestazione dei movimenti islamici riformisti 6.
Il femminismo che apparve per primo tra gli arabi del Mediterraneo( soprattutto nel sud-est) si chiamò "femminismo laico" per connotare la riflessione e una pratica create da donne di diverse comunità religiose. Questo femminismo aveva lo scopo di condividere il concetto di nazione-Stato laica di cittadini uguali, con uno spazio per la religione, ma senza che lo Stato fosse governata da essa. Le (prime) femministe laiche ( che si autodenominavano semplicemente femministe) si organizzarono per garantire che le nuove istituzioni statali fossero egualitarie del genere, sia in teoria, che nella pratica. Volevano anche riformare " le leggi religiose sullo stato personale"(tra questi i codici personali mussulmani e cristiani) elaborati dagli Stati. Queste femministe iniziarono come movimento locale( nazionale) sociale e politico 7.
Il suo era un discorso poliedrico,influenzato dal modernismo islamico,dal nazionalismo laico e dei diritti umani e fu istituito mediante lo svolgimento di intensive campagne e atti di quotidiano e gionaliero attivismo, che proseguirono per tutto il secolo.
Al contrario,continuando con la storia, il femminismo islamico emerse a livello mondiale come un discorso nuovo nel contesto religioso( fondato cioè su una nuova interpretazione del Corano) e subito acquistò la forma di un movimento sociale ampio, ben organizzato e coordinato.
I femminismi nacquero in pieno periodo coloniale e nel vortice dei movimenti di liberazione nazionale 8.
Dall'inizio del secolo scorso, le donne, di entrambe le sponde del Mediterraneo ( e dell"Oriente" e dell'"Occidente" per usare la terminologia corrente) formarono alleanze transnazionali nel momento stesso che si coinvolgevano nelle lotte autoctone. Furono le pecursore delle reti femministe transnazionali (analizzate fino ad oggi da Moghadam, come per esempio, la rete Women Living under Muslim Law s 9).
Le donne si aiutavano reciprocamente da entrambi i lati e difesero le loro posizioni nel contesto del colonialismo e lotta anticoloniale. Allo stesso modo, contribuirono a forgiare il femminismo, smentendo la teoria che esso fosse un'invenzione occidentale e, conseguentemente, che "il femminismo occidentale" e i femminismi, nelle società a maggioranza mussulmana fossero (fondamentalmente) antagonisti 10.
La storia del femminismo panmediterraneo del 1923, ha un prima e un dopo. Quell'anno, l'Alleanza Internazionale delle Donne (IAW) organizzò il suo IX Congresso A Roma. Dalle coste orientali e meridionali partecipò una delegazione proveniente dall'Egitto ( l'Unione Femminista Egizia) ed un'altra che rappresentava le donne ebree in Palestina ( l'Associazione Palestina per i Diritti di Uguaglianza delle donne Ebree). Nel ventesimo secolo, le reti femministe internazionali erano composte dalle congressiste nazionali, una per ciascun paese. In questo senso, la delegazione ebraica fu un'eccezione. Negli anni successivi,altre delegazioni dei paesi arabi si unirono alle congressiste dell'IAW,in particolare quelle della Libia, della Siria, della Palestina, tentando di costruire una comunità femminista più ampia in un mondo segnato dal colonialismo.
Le donne crearono una cultura femminista internazionale o per dirla con Rupp e Taylor " una comunità di movimenti sociali" dato che lavorarono per gli interessi comuni di genere in un contesto coloniale che ostacolava seriamente gli sforzi collettivi, in particolare riguardo alla Palestina. Le femministe di entrambi i lati del Mediterraneo utilizzarono lo spazio internazionale,nel momento in cui consolidavano le lotte locali e i loro specifici obiettivi. Nel mio studio su l'Unione Femminista Egizia e il suo impegno nazionale ed internazionale ho analizzato le similitudini, le divergenze e la direzione nei due sensi ( più che la dicotomia nord-sud od Oriente-Occidente, assunta frequentemente) del femminismo mondiale degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
Il mondo accademico ha cominciato solo di recente a prestare attenzione a questo fenomeno transnazionale,nel contesto mediterraneo, come ad esempio, la ricerca storica comparata del femminismo egiziano ed italiano realizzata da Lucia Sorbera 12.
In questi ambienti femministi internazionali, le occidentali - che erano più propense di altre ad accettare gli stereotipi orientalisti dell'islam e delle mussulmane - furono in grado di verificare per bocca delle stesse mussulmane, altre realtà, che diedero ad esse un'immagine diversa dalla maggioranza europea. Le attiviste femministe internazionali dell'Occidente furono introdotte in una prospettiva dell'islam inimmaginabile, per esempio, sui diritti della mussulmana di ereditare e controllare il patrimonio.
Le donne europee scoprirono anche che la mussulmana dopo il matrimonio conservava l'indipendenza legale completa ( compreso il nome) e che questo si applicava anche ai cristiani nei paesi arabi del Mediterraneo, in un periodo in cui la maggioranza delle europee aveva meno diritti nel matrimonio. Negli anni Trenta, le femministe francesi che lottavano per ottenere maggiori diritti sostenevano che " le mussulmane delle colonie" avevano più diritti di esse. Bisogna però segnalare che non si coinvolgevano nella lotta anticolonialista.
Le donne nelle società mussulmane,tuttavia, non godevano dell'attuazione di tutti i loro diritti. Erano messe alle strette o discriminate in nome della tradizione e della religione, oltre che vedere insieme agli uomini, come il colonialismo non riconosceva i loro diritti politici e sociali. Le femministe mussulmane del sud del mediterraneo,ebbero molteplici posizioni, lottando per i loro diritti e legittimando la loro causa in nome della religione, della nazione e degli ideali umanitari e democratici.
Queste stesse femministe arabe e mussulmane, quando emigravano utilizzavano anche un altro tipo di discorso a seconda del contesto. Le egiziane, ad esempio, si coinvolsero nelle campagne per ottenere il diritto di voto nel sud della Francia,evocando gli ideali della propaganda europea 13.
Negli anni Trenta e Quaranta,le mussulmane e le cristiane dei paesi arabi del sud del Mediterraneo si mobilitarono per consolidare una cultura femminista pan-araba. Fu una causa nazionalista - la situazione in Palestina - che portò le femministe di quella zona (vicina alle irachene)ad incontrarsi per la prima volta in una Conferenza pan-araba al Cairo, nel 1938. Il pretesto nazionalista permise a queste donne di spostarsi autonomamente senza la supervisione maschile. Sebbene la causa palestinese restasse l'obiettivo principale, esse difesero anche i loro interessi in quanto donne, dimostrando come entrambi le lotte contribuivano al bene comune più ampio. Quando finì la seconda guerra mondiale e i territori sotto mandato francese e britannico in Medio Oriente cominciarono ad essere smantellati e anche il potere coloniale in Iraq era al termine, le femministe arabe si riunirono nuovamente al Cairo (1944) per trovare strategie di costruzione nazionale dentro il contesto post coloniale.
In quella conferenza,le donne decisero di istituire l'Unione Femminista Araba, fondata un anno dopo.
Nei decenni degli anni Cinquanta e Sessanta e nel contesto dei regimi socialisti, le donne si mobilitarono per progetti di Stato e ottennero alcuni benefici come "cittadini" non come donne. Le organizzazioni femministe furono integrate o messe a tacere, come accadde all'Unione Femminista Egizia, chiusa dallo Stato nel 1956 ( nello stesso anno, l'Egitto concesse il diritto di voto alle donne,dopo cinque decenni di lotta femminista, che lo aveva reclamato).
Durante gli anni Settanta e soprattutto gli Ottanta apparve una seconda ondata del femminismo laico nel Mediterraneo meridionale, focalizzando la questione sessualità e della violenza di genere, tanto in ambito domestico (familiare) che in quello pubblico. Con l'ascesa dei movimenti islamisti dai primi anni Settanta, con un'ideologia retrograda sulle questioni di genere, emersero chiaramente i conflitti tra le femministe secolari e gli islamisti patriarcali,che definivano la laicità come non religiosa o direttamente anti-religiosa. Le femministe laiche reagirono per non perdere le loro conquiste 14.
Negli anni Novanta, una nuova ondata di femministe, in diverse parti del mondo mussulmano,cominciarono a sviluppare un discorso femminista più avanzato nel linguaggio religioso,molto più radicale dei discorsi laici fatti fino ad allora 15.
Il femminismo islamico è più radicale perché predica l'uguaglianza tra uomini e donne attraverso il continum pubblico-privato, laddove il femminismo secolare aveva accettato l'idea di complemetarietà o di equità nella sfera familiare o privata e dove ciascun sesso aveva i suoi ruoli complementari.
Inoltre è più radicale, dato che abbraccia materie dell'"ambito religioso" come l'accesso alla moschea ,le donne come imam e l'entrata delle donne nelle professioni religiose come il Mufti (che stabilisce una fatwa).
Il femminismo islamico nel sud e nord del Mediterraneo
continua.
webislam
(traduzione di Lia Anita Di Peri Silviano)
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| Margot Badran |
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