Uno studio dell'Universidad Complutense de Madrid
Mediante il dialogo tra le geo-politiche critiche femministe, la teoria queer e il pensiero decoloniale analizziamo le finzioni politiche della mascolinità e femminilità come artefatti violenti, manipolatori e creatrici di disuguaglianze.
Le tecnologie della razza, del sesso e del corpo,modellano gli individui nella diseguaglianza e violenza, legittimando le gerarchie spaziali che potenziano l'egemonia occidentale e le forme di circolazione del sapere-potere. Siamo interessati ai processi politici e discorsivi attraverso cui si sono costruiti i corpi e le identità posizionate nel femminile e come agiscono generando violenza nei confronti dei soggetti non uomini (donne , omosessuali , disabili , prostitute, ecc.). Per questo, prestiamo attenzione agli apparati bio-politici che danno avvio a tecnologie e dispositivi soma-politici addomesticanti, frenano e disciplinano la vita delle popolazioni con l'obbiettivo di costruire corpi nazionali docili, forti e riproduttivi a partire dalle finzioni politiche identitarie. Allo stesso modo della genealogia affrontiamo la costruzione dell'artefatto "femminile", la creazione dell'identità omosessuale e le differenti forme di violenza, dal consolidamento degli Stati-nazione europei e le forme dell'imperialismo decimonono.
Testo Completo
revistas.ucm.es
sabato 21 dicembre 2013
domenica 8 dicembre 2013
Anche gli uomini hanno un genere
Octavio Salazar,professore di Diritto Costituzionale dell'Università di Codova e autore di Masculinidades y ciudadanía. Los hombres también tenemos género (Dykinson, Madrid, 2013).
Tuttavia, ancora oggi molti e molte, continuano a stupirsi che mi definisca un uomo femminista, un’affermazione che, anche in questi tempi di arretramento democratico, dichiaro con forza ogni volta che posso. Nonostante sia presupposto fondamentale per l’uguaglianza tra uomini e donne e un requisito imprescindibile in democrazia. Di conseguenza, ogni democratico, uomo o donna dovrebbe essere femminista, perché individuo impegnato a raggiungere l'obiettivo a che il sesso non sia un ostacolo all'accesso a beni e al godimento dei diritti, dalla convinzione che il femminismo non è l'opposto del machismo e che la lotta non è contro gli uomini ma contro l'ordine sociale e culturale che rappresenta il patriarcato.
(la traduzione è mia).
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| La lección de esgrima”, Fernando Bayona |
Tuttavia, ancora oggi molti e molte, continuano a stupirsi che mi definisca un uomo femminista, un’affermazione che, anche in questi tempi di arretramento democratico, dichiaro con forza ogni volta che posso. Nonostante sia presupposto fondamentale per l’uguaglianza tra uomini e donne e un requisito imprescindibile in democrazia. Di conseguenza, ogni democratico, uomo o donna dovrebbe essere femminista, perché individuo impegnato a raggiungere l'obiettivo a che il sesso non sia un ostacolo all'accesso a beni e al godimento dei diritti, dalla convinzione che il femminismo non è l'opposto del machismo e che la lotta non è contro gli uomini ma contro l'ordine sociale e culturale che rappresenta il patriarcato.
A differenza delle donne, che hanno sempre messo in
discussione il loro posto nella società e il Patto sociale che le ha
storicamente discriminate, gli uomini non hanno sentito la necessità di
guardarsi allo specchio, tanto meno analizzare criticamente una struttura che ci
beneficia. Come ha bene affermato Stuart Mill, siamo stati educati nella "
pedagogia del privilegio " e, quindi, ci siamo limitati a esercitare il
potere in strutture binarie basate sulla supremazia del maschile sul femminile.
E, tutto questo, con il sostegno garantista degli ordinamenti giuridici e
dall'identificazione dell’universale con il maschile. Con questa diseguale
distribuzione di posizione si configurano gli Stati contemporanei, la teoria
dei diritti umani e le stesse democrazie che per decenni hanno escluso le donne
dalla piena cittadinanza.
Così come ha ben analizzato il femminismo, il contratto sociale è stato preceduto da un " contratto di sesso" attraverso il quale si è consacrato il privato come luogo di sottomissione delle donne, mentre nello spazio pubblico noi (uomini) esercitiamo pienamente i diritti come cittadini.
Così come ha ben analizzato il femminismo, il contratto sociale è stato preceduto da un " contratto di sesso" attraverso il quale si è consacrato il privato come luogo di sottomissione delle donne, mentre nello spazio pubblico noi (uomini) esercitiamo pienamente i diritti come cittadini.
Parallelamente si sono consolidati due mondi, il
maschile e il femminile, gerarchicamente organizzati, ai quali corrispondono valori,
abitudini e atteggiamenti creati da quest’opposizione. In questo contesto, noi
uomini, siamo sempre stati socializzati ad agire come somministratori e per
monopolizzare la sfera pubblica. Ci hanno educato all’esercizio del potere, al
successo professionale, all’individualità competitiva, che ha portato a sua
volta allo sviluppo di alcune capacità e alla rinuncia di altre. Ci hanno cioè socializzato
in valori e abilità che contribuiva a raggiungere e mantenere il nostro ruolo
di eroi, mentre negavamo le capacità considerate femminili. La mascolinità
patriarcale, dunque, è stata costruita su una dichiarazione - che riguarda
l'esercizio del potere e, quindi, anche il suo utilizzo in caso di violenza e
su una negazione – essere uomini è prima di tutto " non essere una donna .
“.
Non sorprende che il dizionario della RAE (Real Accademia
Spagnola) mantenga come uno dei significati della femminilità: “ la condizione
anormale di un uomo nel quale si presentano una o più caratteristiche femminili”.
Da qui l’omofobia intesa in senso lato come un rifiuto del femminile e in senso
stretto come negazione delle opzioni non eterosessuali, che compongono la
definizione di virilità che ha agito su di noi come un “imperativo categorico”.
In definitiva, grazie al patriarcato, anche gli uomini
hanno genere, cioè “ facciamo” secondo le regole sociali e culturali, che
determina il nostro posto nella società e la nostra identità. Siamo addestrati
a svolgere il ruolo previsto per noi e che è legato alle posizioni di
privilegio che nei secoli ci hanno fatto diventare soggetti attivi di fronte ad
alcune donne sottomesse nel privato e condizionate dal loro ruolo di curatrici.
Non solo siamo stati costretti ad assumere come maschere inalienabili l’aggressività,
la competitività, l’ossessione per la prestazione o la forza fisica, ma allo
stesso tempo, abbiamo rinunciato alle virtù e capacità legate alle emozioni, ai
lavori di cura, al mondo femminile che non ha avuto valorizzazione socio-economica
e culturale.
Quest’onnipotenza ha anche sviluppato le sue patologie,
che ci hanno tenuto in molti casi appigliati a un giogo. Prigionieri nel
carcere della mascolinità egemonica che ha preteso che dimostrassimo costantemente
la nostra mascolinità e nascondere sotto mille scudi la nostra umana
vulnerabilità.
È urgente, quindi, che gli uomini comincino a
guardarsi dentro e analizzare criticamente il nostro posto in un patto sociale
che ci ha fatto vincitori, ma paradossalmente ci ha anche condannati a
rinunciare a tutto ciò che non si adattava al prototipo di quello che Joaquín
Herrera denominò ” predatore patriarcale”. E’ necessario che ci ricollochiamo
nel privato, che rivendichiamo ed esercitiamo i nostri diritti-doveri di
corresponsabilità in ambito familiare, che assumiamo i valori e le capacità che
durante i secoli abbiamo rifiutato perché negavano la nostra mascolinità e,
naturalmente, intestarci insieme alle nostre compagne, le lotte ancora pendenti
per l’uguaglianza. Un impegno che è particolarmente necessario di fronte alla
crisi dello Stato Sociale e la reazione patriarcale che inizia a svilupparsi: due
fattori che non soltanto rallentano l’agenda femminista, ma che mettono in
pericolo i diritti che crediamo definitivi.
La conquista della democrazia paritaria implica necessariamente la revisione della mascolinità patriarcale da un processo di trasformazione socio-culturale nel quale noi uomini dobbiamo assumere un ruolo protagonista. Senza di questo i risultati saranno puntuali e fragili, in modo che si continuerà prorogando un mandato che resta impegnato a mettere più ostacoli alle donne nell’esercizio dei loro diritti, che negli ultimi tempi sta sviluppando meccanismi sempre più sottili di dominio.
La conquista della democrazia paritaria implica necessariamente la revisione della mascolinità patriarcale da un processo di trasformazione socio-culturale nel quale noi uomini dobbiamo assumere un ruolo protagonista. Senza di questo i risultati saranno puntuali e fragili, in modo che si continuerà prorogando un mandato che resta impegnato a mettere più ostacoli alle donne nell’esercizio dei loro diritti, che negli ultimi tempi sta sviluppando meccanismi sempre più sottili di dominio.
La revisione (della mascolinità) deve a sua volta
influenzare l’armonizzazione tra pubblico e privato, nonché la ridefinizione
della razionalità pubblica fatta a immagine e somiglianza degli uomini. In
questi tempi di crisi politica ed economica è più opportuno che mai stabilire
altri modi di esercitare il potere, di organizzare la convivenza e la gestione
dei conflitti. C’è bisogno di trovare come aveva già dichiarato Virginia Woolf
nelle sue Tree ghinee, “ nuovi metodi e nuove parole”. Una sfida che richiede
il superamento della soggettività patriarcale, la scommessa di mascolinità
eterogenee e dissidenti e la configurazione di una cittadinanza capace di
superare i binarismi pubblico/privato, ragione/emozione, produzione/riproduzione,
cultura/natura, eterosessualità/diversità affettivo - sessuale, che per secoli
sono serviti a mantenere sottomesse le donne e in posizioni di privilegio gli
uomini.
Sebbene anche, e ciò lo abbia scoperto nel scoprirmi
davanti allo specchio – questa maschilità imposta ci ha condannati – senza saperlo
– a perderci tutto quello che l’ordine culturale dominante capiva entrasse in
contraddizione con la dimostrazione pubblica della nostra virilità.
Da qui, il duplice impegno che come uomo democratico assumo come irrinunciabile, che comincia dal gettare la maschera di genere che mi avvelena e continua con la militanza femminista, che parte dalla convinzione che la democrazia è paritaria o non è.
blogs.elpais.
Da qui, il duplice impegno che come uomo democratico assumo come irrinunciabile, che comincia dal gettare la maschera di genere che mi avvelena e continua con la militanza femminista, che parte dalla convinzione che la democrazia è paritaria o non è.
blogs.elpais.
(la traduzione è mia).
venerdì 6 dicembre 2013
Libia: Il governo filo-Nato instaura la Sharia e compromette i diritti delle donne.
Il " governo provvisorio ", istituito dalle
potenze imperialiste che hanno finanziato e partecipato al rovesciamento e alla
morte del leader libico Muammar Al Gheddafi, ha approvato lo scorso mercoledì,
la revisione delle leggi e dei regolamenti nazionali, per conformarli alla Sharia o legge islamica, secondo un documento del Ministero della Giustizia.
In questo modo il governo libico ha approvato la conversione della Sharia a fondamento di tutta la legislazione e istituzioni statali.
In questo modo il governo libico ha approvato la conversione della Sharia a fondamento di tutta la legislazione e istituzioni statali.
La legge islamica è la fonte della legislazione in Libia
", ha dichiarato l’Esecutivo dopo il voto. “ Tutte le istituzioni dovranno
rispettare questa decisione” - ha aggiunto.
Adesso, una speciale commissione esaminerà tutte le leggi
esistenti nel paese per vedere se sia conformi alla Sharia.
Si tratta di un arretramento in tema di diritti delle donne e della laicità della società libica, una decisione del Dipartimento di Giustizia che è destinata a soddisfare le rivendicazioni dei gruppi salafiti.
Si tratta di un arretramento in tema di diritti delle donne e della laicità della società libica, una decisione del Dipartimento di Giustizia che è destinata a soddisfare le rivendicazioni dei gruppi salafiti.
Prima della guerra imperialista della NATO, la Libia era un
luogo particolare in Africa per il gran tenore di vita della sua gente e la
libertà delle donne. Queste potevano
liberamente andare, dove volevano, non necessariamente dovevano restare chiuse
in casa o essere sempre accompagnate da un familiare. Non avevano alcun motivo
di essere completamente coperte. La
copertura del volto degli uomini e delle donne era una mera necessità per
proteggersi dalle intemperie del clima o dal sole rovente.
Le donne, allo stesso modo, potevano frequentare l’Università,
guadagnare lo stesso stipendio degli uomini e, ovviamente, guidare. Questo non
è normale in qualche altro paese arabo sia per la mancanza di mezzi, ma,
soprattutto, per il divieto a esse imposto per motivi religiosi. Questa libertà permetteva di scegliere anche
con chi sposarsi. Questo non era né è usuale in altri paesi arabi, dove i
matrimoni combinati, di solito tra anziani e bambine, sono la norma: Giordania,
Yemen, Arabia ... la lista è lunga.
Prima dell’'assassinio di Gheddafi e l'instaurazione di un
governo fantoccio affine agli interessi imperialisti, in Libia, i diritti delle
donne erano difesi. Con l'avvento al potere degli estremisti islamici, con
forti legami con Al Qaeda, la situazione è molto diversa. Già nel settembre
2011, il leader del Consiglio nazionale di transizione (organizzazione
finanziata dall'Occidente e dalle monarchie arabe in opposizione alla Libia),
Mustafa Abdel Jalil, dichiarò: "La
Libia diventerà uno Stato retto dalla legge islamica”.
Queste riforme confermano quanto a suo tempo denunciato dai
gruppi di solidarietà internazionalista e antimperialista di tutto il mondo, che
avevano avvertito sulle gravi conseguenze che avrebbe avuto la caduta di
Gheddafi, sia nelle questioni concernenti la stabilità nella regione, che per i
Diritti Umani.
LibreRed
LibreRed
giovedì 21 novembre 2013
A chi appartiene il corpo delle donne?
Amparo Ariño Verdú, dottora in filosofia, presso l'Università di Valencia.
Mi concentrerò sull’alienazione del corpo che subiscono le
donne per il solo fatto di essere tali. Sarà quindi una situazione
specificamente femminile. Da questo punto di vista, mi domando: a chi
appartiene il corpo delle donne? Appartiene a esse come soggetti? Appartiene ai
loro partner? Appartiene alle loro famiglie, alla società? Sono esse realmente
soggetti e soggetti di diritto o sono solo oggetti e oggetti- per - gli altri?
Da più di un secolo ci sono stati progressi, è innegabile,
nella condizione giuridica delle donne in Occidente, anche se con abbastanza
ritardi e dal futuro incerto. Eppure sembra, anche se non esplicitamente, che
il corpo continui a non appartenere alle donne.
Nel pensiero dominante, la donna è stata identificata con il suo corpo e, quindi, con la corporeità, mercificandola. Essere donna è essere il proprio corpo e corpo sessuato. “ Tota mulier in utero” scrisse Tommaso d’Aquino, il filosofo che cristianizzò Aristotele. Del pensiero aristotelico - tomista (più tomista che aristotelico) la Chiesa cattolica nutre molti dei suoi dogmi e cerca di dare loro una patina di pensiero razionale. E il corpo di cui parla d’Aquino, è semplice «cosa», un mero oggetto. Le cose però non sono persone, non sono soggetti. Le cose non hanno diritti. I diritti delle donne, quindi, anche se sono formalmente riconosciuti, di fatto, non sono rispettati.
Nel pensiero dominante, la donna è stata identificata con il suo corpo e, quindi, con la corporeità, mercificandola. Essere donna è essere il proprio corpo e corpo sessuato. “ Tota mulier in utero” scrisse Tommaso d’Aquino, il filosofo che cristianizzò Aristotele. Del pensiero aristotelico - tomista (più tomista che aristotelico) la Chiesa cattolica nutre molti dei suoi dogmi e cerca di dare loro una patina di pensiero razionale. E il corpo di cui parla d’Aquino, è semplice «cosa», un mero oggetto. Le cose però non sono persone, non sono soggetti. Le cose non hanno diritti. I diritti delle donne, quindi, anche se sono formalmente riconosciuti, di fatto, non sono rispettati.
Questa concezione
della donna come corpo-cosa, oggetto e non soggetto, cosa e non persona,
sarebbe la causa ultima della violenza contro le donne. E sarebbe implicita
nella giustificazione degli omicidi, stupri e degli abusi delle donne che tanto
frequentemente fanno notizia. Ci sono moltissimi fatti che supportano questa
concezione della donna come oggetto e non come soggetto, come persona. La
verità è che questa concezione della donna, non sempre è esplicita, almeno
nella cultura occidentale, nonostante sia presente nel dogma e credenze
religiose, compresi nei codici sociali di certe culture. Consideriamo alcune di
queste situazioni.
La rappresentazione della donna nella
pubblicità
L’oggettivazione della donna nella pubblicità è abbastanza evidente. Utilizza l’immagine del corpo della donna come richiamo pubblicitario. Un'immagine modellata secondo il modello del gusto maschile, del suo desiderio: donna giovane, dai lineamenti aggraziati, a volte, perfetti, che combina snellezza ed esuberanza. Un’immagine potenziata spesso artificialmente con le tecniche del “foto shop”, che è una meta irraggiungibile per la donna reale, ma che cerca di imporle un canone di bellezza. Come le è imposto di avere e mantenere, a qualsiasi costo, compresa la chirurgia chiamata " estetica ", un aspetto giovane.
L’oggettivazione della donna nella pubblicità è abbastanza evidente. Utilizza l’immagine del corpo della donna come richiamo pubblicitario. Un'immagine modellata secondo il modello del gusto maschile, del suo desiderio: donna giovane, dai lineamenti aggraziati, a volte, perfetti, che combina snellezza ed esuberanza. Un’immagine potenziata spesso artificialmente con le tecniche del “foto shop”, che è una meta irraggiungibile per la donna reale, ma che cerca di imporle un canone di bellezza. Come le è imposto di avere e mantenere, a qualsiasi costo, compresa la chirurgia chiamata " estetica ", un aspetto giovane.
Il corpo di una donna
che, di fatto, non le appartiene deve essere una cosa malleabile che si adatta
l'immagine che le è imposta, l'immagine che dovrebbe avere. E’ l’uomo che
definisce come, chi e cosa è una donna: donna è quella che risveglia il
desiderio maschio eterosessuale. Come denunciava Simon de Beauvoir nel Secondo
Sesso, anche se in forma variabile, questa immagine è legata alla
sottomissione, dai minuscoli piedi con le ossa frantumate dell’antica Cina, all’ingrassamento
forzato favorito dall’immobilità nell’harem. O l’esagerata e obbligatoria
magrezza della cultura occidentale in epoca attuale (e in altre) che ha spinto
molte adolescenti e donne all’anoressia. E se anche il canone di bellezza
femminile può variare, ciò che non cambia è la sua imposizione. Questo modello
favorisce generalmente la limitazione dei movimenti. Così i corsetti metallici
per conquistare 40 centimetri
di giro vita nelle epoche passate, che
accorciavano il respiro o i tacchi a spillo abbinati alla gonna a “tubo” in epoca
più recente. Fino alle differenti calzature per bambino e bambina: per il
primo, innanzitutto la comodità e robustezza, che assicurano di poter correre,
saltare… alle bambine s’impongono l’estetica delicata (vedi ballerine) senza
lacci, con il collo del piede scollato, che rendono difficile la corsa e la
velocità di movimenti caratteristica dell’infanzia.
La donna è una cosa poiché deve essere oggetto sessuale. La donna è l'oggetto del desiderio, la cosa desiderata per il maschio eterosessuale. La desidera per godere sessualmente di lei. Per assicurarsi questo godimento stabilisce un diritto di possesso, il cosiddetto diritto coniugale e lo garantisce con il sostegno dell’istituzione matrimoniale.
La donna è una cosa poiché deve essere oggetto sessuale. La donna è l'oggetto del desiderio, la cosa desiderata per il maschio eterosessuale. La desidera per godere sessualmente di lei. Per assicurarsi questo godimento stabilisce un diritto di possesso, il cosiddetto diritto coniugale e lo garantisce con il sostegno dell’istituzione matrimoniale.
L’accesso alla donna
come cosa sessualmente desiderata, può anche essere raggiunta dal maschio,
tramite le transizioni commerciali, quali la prostituzione. In questa
situazione è possibile utilizzare la donna – prostituta come esplicita serva
sessuale, come un oggetto comprato o affittato al fine di raggiungere il
piacere. La situazione di umiliazione nella quale si trova la donna prostituta,
la totale mercificazione del suo corpo, come ubbidiente strumento di piacere e
la conseguente disumanizzazione della relazione, non sono estranei al
raggiungimento del fine che il cliente/compratore persegue. Come cose, perché
disumanizzate le donne, sono vendute e comprate. Si traffica con esse come
fosse merce. Si sfruttano economicamente, spesso sono gli altri, di solito gli
uomini, chi traggono profitto da questo commercio e i clienti che utilizzano
questo servizio non ignorano queste circostanze. La prostituzione però si
giustifica e si pretende che sia inevitabile (legislazioni su di essa, a
parte), perché le necessità sessuali maschili sono considerate non solo rispettabili
ma sacre.
Il corpo delle donne,
per antonomasia, è lo strumento utilizzabile e utilizzato per generare nuove
vite. Il modo di utilizzare il corpo delle donne, è per eccellenza, la
maternità imposta. E’ il modo
tradizionale di sottomissione della donna. Obbligata alla gestazione, a
partorire e a creare i figli “ che Dio manda”. Poiché la religione e mi
riferisco qui soprattutto ai tre monoteismi, legifera sul ruolo della donna
nella procreazione condannando l’uso del contraccettivo, sacralizzando la
sottomissione della donna, non solo ai disegni di una presunta divinità, ma a
quelli del suo padrone e signore in questo mondo: il marito. Patriarcato su
patriarcato. Nella stessa direzione va il divieto del diritto all’interruzione
della gravidanza. La donna non ha il diritto di scegliere: il suo corpo non le
appartiene.
Come ci ricorda Toni Martinez (La Marea 12 novembre), l’arcivescovo
di Granada, Javier
Martinez, che sostiene la pubblicazione del libro “ Sposati e sii sottomessa”,
già noto per le sue dichiarazioni contro l’aborto e che è arrivato a sostenere
che se una donna abortisce, un uomo può abusare di lei “ l’aborto dà agli
uomini, la licenza assoluta, senza limiti, di abusare del corpo della donna”.
A mio avviso, ciò che sta
affermando l’arcivescovo è che la donna non è in assoluto padrona del suo
corpo. Di modo che se decidesse di interrompere la gravidanza merita di subire
gli abusi che vogliano infliggerle gli uomini, affinché capisca che il suo
corpo non le appartiene. Così che la partner (fidanzata, moglie, amante
compresa), la donna è proprietà del maschio, una tra le tante proprietà. Può
esibirla, vantarsene con altri maschi, della sua bellezza il cui uso e
godimento è scontato che gli appartiene in modo esclusivo. Ostenta il corpo
della “sua” donna e, nel caso, dei gioielli e vestiti costosi con i quali la
decora, così come ostenta un’auto costosa o qualunque altra proprietà, che
mostra agli altri, come segno di potenza. Perché, in quanto merce, la sua donna
possa essere considerata una proprietà aggiuntiva.
Questa concezione della donna come
cosa e non come una persona, come un oggetto e non come soggetto potrebbe anche
essere la fonte di un atteggiamento cosiddetto “passivo” della società, dove
manca una risposta proporzionata, con onorevoli eccezioni, alla gravità dei
fatti da parte delle autorità: polizia, giudici. Il trattamento che, a volte,
ricevono le donne che denunciano le aggressioni, è vessatorio, diffidente nei
confronti della sua testimonianza o si dice che qualcosa avrà fatto la donna,
che “giustifica” l’aggressione subita. Non c’è un reale rifiuto sociale
dell’aggressore, non è isolato. In molti casi, non è allontanato abbastanza
dalla vittima. Mentre in caso di femminicido, si applaude al passaggio della
bara e, a volte, si osserva il minuto di silenzio.
E’ proprio in questa concezione
della donna come proprietà, che troviamo la vera radice giustificativa della
violenza contro la donna, gli abusi, le violazioni, i femminicidi per mano dei
partner, degli ex partner, compresi i pretendenti rifiutati. In altri tempi, luoghi e culture, anche da
parte dei padri, fratelli e di qualunque altro maschio, che considera
danneggiato il suo ‘onore’ per il comportamento della donna della sua famiglia.
(…) L’esistenza della donna è
pericolosa, fa peccare e, se è il caso, fa delinquere l’uomo. La donna, il suo
corpo, è quindi, un oggetto pericolosamente peccaminoso. Se attrae il maschio,
la colpa è solo sua. Da qui, l’imposizione di nascondere il corpo con indumenti
specifici: velo, burqa, capo coperto, “modestia” nel vestire, che è comune alle
tre religioni del libro. E non solo. La donna che è stata vittima di una
violenza, inclusi i casi nei quali è stata considerata bottino di guerra e
violentata dal nemico, è considerata colpevole di causare il disonore della sua
famiglia. Può essere condannata a morte, come se avesse commesso adulterio.
Volontari o meno, che siano, se ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio, la
donna sta commettendo un reato. Perché, ripeto per l’ennesima volta, il corpo
non è suo. Si potrebbe sostenere che queste punizioni e queste situazioni si
danno in culture apparentemente distinte dalla nostra, però, in realtà, ciò che
subiste è un concetto universale: la donna è oggetto e non soggetto di diritto,
per questo, il suo corpo non le appartiene e non le è riconosciuta la libertà
di decidere di esso. Non sulla sua sessualità, né sul suo aspetto, né sulle sue
azioni.
Mentre scrivevo quest’articolo (14 novembre 2013), in Spagna, sono state uccise dall’inizio dell’anno, sessantadue donne, per crimini di genere.
Mentre scrivevo quest’articolo (14 novembre 2013), in Spagna, sono state uccise dall’inizio dell’anno, sessantadue donne, per crimini di genere.
sabato 16 novembre 2013
Tra spose sottomesse e puttane
Beatriz Gimeno

Vorrei dire all’Arcivescovo di Granada di superare le sue ossessioni, persino il Papa l’ha detto.
E’ chiaro che agli uomini della chiesa cattolica piacciono le donne sottomesse, anche se ho paura che le loro menti complesse le immaginino potenti e dominatrici, una ragione che gli ha permesso di provare molto piacere nel bruciarle.
La letteratura ecclesiastica a riguardo non lascia dubbi. Cominciamo da San Paolo, il primo ossessionato con la sottomissione delle donne. Continuiamo con il medievale Malleus Maleficarum, quest’ottimo manuale di tortura, che è servito alla chiesa per bruciare e torturare migliaia di donne in un giudizio sado-sessuale nel quale si contavano gli orgasmi che esse avevano avuto con i vari demoni e nel quale si narravano in dettaglio le varie posizioni e piaceri e che alla fine, in ogni caso, esse – partecipanti non consenzienti alle orge – erano punite con il fuoco, per il maggiore reato che, consisteva nel “raffreddare” il pene, il peggio, lo sappiamo.
Il Maleficarum funzionò per un paio di secoli fino a quando fu modernizzato nel XVII da qualcuno dei tanti libri che il religioso Ludovico Sinistrari dedicò con dovizia di particolari, alla ricerca della presenza del demonio che, guarda caso, si nasconde nei genitali delle donne. Sinistrari illustra su come scavare con attenzione, lenta e fermamente questi genitali nei quali si troverà il segno demoniaco se sapranno cercare bene. Non crediamo per nulla che questa ricerca fosse piacevole per esse, giacché era fatta con ferri roventi e pinze varie. Inoltre, la fine è nota: le bruciavano. Il brutto di queste relazioni tra donne e demoni così complete e variegate -al cui confronto il Kamasutra impallidisce – è che finivano sempre con una donna bruciata. Migliaia di donne bruciate per secoli sono il risultato dell’ossessione della Chiesa per la sottomissione femminile e il pene freddo.
Dopo un certo tempo, la Chiesa smise di bruciare le donne e si adattò alle confessioni, delle quali esistono ottimi manuali molto espliciti. Chiedere alle parrocchiane, la quantità e qualità dei toccamenti o i dettagli precisi dei loro sogni bagnati, che sono, naturalmente, i sogni dei sacerdoti stessi, è un classico cinematografico e letterario ben conosciuto. La cosa buona è che alla fine non si bruciava nessuno, bastava solo un’avemaria. Un progresso non c'è dubbio.
Gli uomini, quindi, ci vogliono sottomesse, ma ci immaginano potenti, cosa che li riempie di paura. In più, le sottomesse sono alla fine molto noiose. Così che, per combattere la noia che gli procurano le sottomesse e le sposate, gli uomini si possono rivolgere sempre alle altre donne, a quelle che immaginano trasgressive e divertenti: le puttane. A queste è stato dedicato il manifesto dei 343 imbecilli.
Di là dall’ovvio, cioè, di là dal problema della prostituzione, il manifesto fa riferimento con il suo finto titolo a due lotte storiche per i diritti umani. Il titolo di questo manifesto idiota fa riferimento a quell’altro che negli anni ’80 pubblicò SOS Racisme con lo slogan “Non toccare il mio amico!" “ nel quale si denunciavano la repressione contro i migranti illegali e il razzismo. Si presuppone inoltre che vogliano burlarsi del manifesto femminista, che 343 intellettuali francesi firmarono nel 1971 dichiarando di avere abortito, quando ciò era ancora illegale. Quella fu una manifestazione responsabile e impegnata nella lotta per un diritto umano fondamentale delle donne, il diritto all’aborto. Appare chiaro che la lotta per i diritti umani dà sui nervi a questi idioti, che vedono minacciati i loro privilegi di signorini di classe alta, con lavori coni quali si guadagna molta grana.
Il manifesto degli imbecilli non è un manifesto a favore delle prostitute. Vedesi la differenza tra “ Non toccate le puttane “ e “ Non toccate la mia puttana”. Personalmente avrei firmato un manifesto che avesse avuto come titolo la prima frase. L’avrei diretto alle autorità che hanno deciso di combattere, non la prostituzione, ma la sua visibilità. E, a tal fine, si dedicano a multare donne che fanno quello che possono per sfuggire alla povertà, mentre i magnaccia, i prostituenti, non solo non sono multati, ma gli sono offerti tutti i tipi di facilitazioni, perché facciano i loro “affari”. Questa è un’altra storia.
“ Non toccare la mia puttana”, non dice nulla più di questo: non toccate ciò che è mio, non toccate il mio diritto. Il diritto degli uomini, naturalmente, ad avere una puttana. Ed esse? Anche a loro piace dice il testo del manifesto. Certo, che deve piacere: piacere di essere puttane, piacere di essere sottomesse, perché su questo immaginario che ci piace, gli uomini hanno costruito l’unica mascolinità che conoscono, che non è capace di godere di una donna libera e uguale a loro.
Dovranno però abituarsi.
eldiario.es/zonacritica
E’ chiaro che agli uomini della chiesa cattolica piacciono le donne sottomesse, anche se ho paura che le loro menti complesse le immaginino potenti e dominatrici, una ragione che gli ha permesso di provare molto piacere nel bruciarle.
La letteratura ecclesiastica a riguardo non lascia dubbi. Cominciamo da San Paolo, il primo ossessionato con la sottomissione delle donne. Continuiamo con il medievale Malleus Maleficarum, quest’ottimo manuale di tortura, che è servito alla chiesa per bruciare e torturare migliaia di donne in un giudizio sado-sessuale nel quale si contavano gli orgasmi che esse avevano avuto con i vari demoni e nel quale si narravano in dettaglio le varie posizioni e piaceri e che alla fine, in ogni caso, esse – partecipanti non consenzienti alle orge – erano punite con il fuoco, per il maggiore reato che, consisteva nel “raffreddare” il pene, il peggio, lo sappiamo.
Il Maleficarum funzionò per un paio di secoli fino a quando fu modernizzato nel XVII da qualcuno dei tanti libri che il religioso Ludovico Sinistrari dedicò con dovizia di particolari, alla ricerca della presenza del demonio che, guarda caso, si nasconde nei genitali delle donne. Sinistrari illustra su come scavare con attenzione, lenta e fermamente questi genitali nei quali si troverà il segno demoniaco se sapranno cercare bene. Non crediamo per nulla che questa ricerca fosse piacevole per esse, giacché era fatta con ferri roventi e pinze varie. Inoltre, la fine è nota: le bruciavano. Il brutto di queste relazioni tra donne e demoni così complete e variegate -al cui confronto il Kamasutra impallidisce – è che finivano sempre con una donna bruciata. Migliaia di donne bruciate per secoli sono il risultato dell’ossessione della Chiesa per la sottomissione femminile e il pene freddo.
Dopo un certo tempo, la Chiesa smise di bruciare le donne e si adattò alle confessioni, delle quali esistono ottimi manuali molto espliciti. Chiedere alle parrocchiane, la quantità e qualità dei toccamenti o i dettagli precisi dei loro sogni bagnati, che sono, naturalmente, i sogni dei sacerdoti stessi, è un classico cinematografico e letterario ben conosciuto. La cosa buona è che alla fine non si bruciava nessuno, bastava solo un’avemaria. Un progresso non c'è dubbio.
Gli uomini, quindi, ci vogliono sottomesse, ma ci immaginano potenti, cosa che li riempie di paura. In più, le sottomesse sono alla fine molto noiose. Così che, per combattere la noia che gli procurano le sottomesse e le sposate, gli uomini si possono rivolgere sempre alle altre donne, a quelle che immaginano trasgressive e divertenti: le puttane. A queste è stato dedicato il manifesto dei 343 imbecilli.
Di là dall’ovvio, cioè, di là dal problema della prostituzione, il manifesto fa riferimento con il suo finto titolo a due lotte storiche per i diritti umani. Il titolo di questo manifesto idiota fa riferimento a quell’altro che negli anni ’80 pubblicò SOS Racisme con lo slogan “Non toccare il mio amico!" “ nel quale si denunciavano la repressione contro i migranti illegali e il razzismo. Si presuppone inoltre che vogliano burlarsi del manifesto femminista, che 343 intellettuali francesi firmarono nel 1971 dichiarando di avere abortito, quando ciò era ancora illegale. Quella fu una manifestazione responsabile e impegnata nella lotta per un diritto umano fondamentale delle donne, il diritto all’aborto. Appare chiaro che la lotta per i diritti umani dà sui nervi a questi idioti, che vedono minacciati i loro privilegi di signorini di classe alta, con lavori coni quali si guadagna molta grana.
Il manifesto degli imbecilli non è un manifesto a favore delle prostitute. Vedesi la differenza tra “ Non toccate le puttane “ e “ Non toccate la mia puttana”. Personalmente avrei firmato un manifesto che avesse avuto come titolo la prima frase. L’avrei diretto alle autorità che hanno deciso di combattere, non la prostituzione, ma la sua visibilità. E, a tal fine, si dedicano a multare donne che fanno quello che possono per sfuggire alla povertà, mentre i magnaccia, i prostituenti, non solo non sono multati, ma gli sono offerti tutti i tipi di facilitazioni, perché facciano i loro “affari”. Questa è un’altra storia.
“ Non toccare la mia puttana”, non dice nulla più di questo: non toccate ciò che è mio, non toccate il mio diritto. Il diritto degli uomini, naturalmente, ad avere una puttana. Ed esse? Anche a loro piace dice il testo del manifesto. Certo, che deve piacere: piacere di essere puttane, piacere di essere sottomesse, perché su questo immaginario che ci piace, gli uomini hanno costruito l’unica mascolinità che conoscono, che non è capace di godere di una donna libera e uguale a loro.
Dovranno però abituarsi.
eldiario.es/zonacritica
mercoledì 6 novembre 2013
Le puttane sono proprietà degli uomini
Lidia Falcón
Trecento quarantatré
intellettuali francesi, la crème de la crème dell'intellighenzia francese,
hanno pubblicato un manifesto contro l'abolizione della prostituzione perché
sostengono il loro diritto a possedere "la loro puttana ", e
garantire che nessuna legge possa vietargli, il loro desiderio e piacere.
Considerato che, più di cento
anni fa, si è tenuta la I Convenzione Internazionale contro la Tratta delle
Bianche, approvata ipocritamente, da tutte le nazioni rappresentanti, tra le
quali naturalmente (e ipocritamente) anche la Francia e che tutti i dirigenti
politici e intellettuali dei paesi interessati – ipocritamente – appoggiarono;
che la prostituzione, in quanto tale, a parte il rapimento, il
traffico e l'abuso che accompagnano tale infame commercio è stata considerata
dalle Nazioni Unite come un altra schiavitù, è davvero sorprendente il cinismo
esibito da questi grandi uomini della Francia post – rivoluzionaria e colta,
nel definire se stessi puttanieri e protettori rivendicando la proprietà della
“loro puttana”.
Altri commentatori hanno insistito sulla tragedia della tratta di donne e ragazze, il cui commercio si esercita in tutto il mondo, e le terribili condizioni in cui le vittime sono esposte, vendute, date in prestito, picchiate e uccise, all'occasione.
Altri commentatori hanno insistito sulla tragedia della tratta di donne e ragazze, il cui commercio si esercita in tutto il mondo, e le terribili condizioni in cui le vittime sono esposte, vendute, date in prestito, picchiate e uccise, all'occasione.
Situazioni che non credo
nessuno conosca e tanto meno questi illustri appartenenti al Parnaso
francese, firmatari del manifesto, la cui intelligenza e cultura è sì brillante da abbagliare i semplici e incolti mortali. Non mi soffermerò, quindi, su quest’argomento.
Perché la vera radice
dell’ideologia e atteggiamento del patriarcato, dei quali i firmatari sono i
rappresentanti più importanti, è che non gli interessa per nulla degli episodi
di schiavitù, che comportano tanta sofferenza alle vittime. Le fondamenta dell’ideologia
patriarcale sono costruite sullo sfruttamento e utilizzazione delle donne
per il piacere degli uomini. Quando tali
illustri rappresentanti osano proclamare pubblicamente che non consentiranno
che siano disturbati nel possesso delle “loro puttane”, stanno confermando uno
dei più sacri principi del machismo: sono uomo e pertanto ho il diritto di
disporre della donna come mi piace. Posso appropriarmi di una che mi serva in
casa e mi fabbrichi figli, posso comprare un’altra donna, affinché soddisfi le
mie fantasie sessuali, posso venderla per ottenere benefici dai servizi forniti
ad altri uomini e (ovviamente) le disprezzo tutte.
L’uso strumentale della difesa
del diritto delle prostitute a scegliere il “mestiere”, che serve a questi
uomini per il loro diritto a una soddisfazione genitale venale, non nascondono
altro che le convinzioni di cui sopra, che sono mascherate e truccate con le
più moderne e accettate pretese: quella della libertà.
Nessuno di loro però si pone quale tipo di libertà, ha la donna che deve accettare l’utilizzazione del proprio corpo da parte di venti uomini il giorno, in cambio di denaro, la maggior parte del quale va agli sfruttatori.
Nessuno di loro però si pone quale tipo di libertà, ha la donna che deve accettare l’utilizzazione del proprio corpo da parte di venti uomini il giorno, in cambio di denaro, la maggior parte del quale va agli sfruttatori.
Nessuno di loro, che sono tanto
colti, tanto intelligenti, tanto pensatori, si chiede quanta libertà esiste
nella coercizione della povertà. Perché, in realtà, la libertà delle prostitute
è, ciò che meno gli interessa. Come non gli è mai interessato al patriarcato, ben
dimostrato negli antichi e moderni testi di letteratura, di filosofia e di
dottrina religiosa.
In questo manifesto, i
firmatari cercano solo la loro libertà: quella di scegliere le loro vittime e
farle oggetto dei loro istinti più volgari, senza che alcun gendarme della
morale o della legge possa interromperli. Chiaro che de Sade dicesse la stesa
cosa ed era francese ed è stato considerato dagli intellettuali eccelsi come un
esempio di ribellione. Non so se questi signori ora vogliono emulare le gesta
del Marchese che uccise prostitute gettandole dalla finestra, però ne
ratificano le affermazioni ideologiche. Infine e alla fine, nei suoi scritti
anche Sade osa difendere il piacere delle donne al rapimento, alla legatura,
imbavagliamento, alle frustate, ai colpi, e alla continua violazione. Tutto ciò
condito con lunghi discorsi moralisti contro la morale che condanna tali
pratiche.
In questa brutta riedizione
delle dottrine sadiche – i seguiti non sono mai migliori – in uno stile più
volgare e borghese e meno strepitoso e aristocratico, con disposizione dei mezzi
di comunicazione più potenti della storia umana, gli intellettuali francesi ci
stanno dicendo “ Anche se siamo nel XXI secolo, non dimenticate che continuiamo
a essere maschi, che vogliamo le donne per soddisfare i nostri istinti
sessuali, che ciò che difendiamo non è la libertà delle prostitute, ma la
nostra di godere con chi e come ci piace! E quindi abbiamo il diritto, anche se
siamo brutti, vecchi e mal costruito, di possedere la nostra cagna ”.
I diritti delle prostitute non sono la loro preoccupazione.
In realtà, la questione trascendente dei diritti e libertà delle donne è, che tipo di sessualità domina questi uomini che rivendicano e si vantano di soddisfare la più profonda e bella pulsione umana con la schiavizzazione di una donna, che per la maggior parte del tempo li odia e che si sottomette solamente per sopravvivere.
In verità, penso che, dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, dall'Abolizione della Schiavitù, del 1848, dai Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione Contro la Discriminazione della Donna del 1978, sia stata abolita l’ideologia che un essere umano debba appartenere a un altro.
Quanto sono antichi questi signori!
Lidia Falcón, avvocata, filosofa,giornalista spagnola.
blogs.publico.es
I diritti delle prostitute non sono la loro preoccupazione.
In realtà, la questione trascendente dei diritti e libertà delle donne è, che tipo di sessualità domina questi uomini che rivendicano e si vantano di soddisfare la più profonda e bella pulsione umana con la schiavizzazione di una donna, che per la maggior parte del tempo li odia e che si sottomette solamente per sopravvivere.
In verità, penso che, dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, dall'Abolizione della Schiavitù, del 1848, dai Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione Contro la Discriminazione della Donna del 1978, sia stata abolita l’ideologia che un essere umano debba appartenere a un altro.
Quanto sono antichi questi signori!
Lidia Falcón, avvocata, filosofa,giornalista spagnola.
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