mercoledì 15 marzo 2017

Guatemala: la casta delle bambine infiammabili

Chi ha lanciato il fosforo? Chi ha messo la serratura nella stanza? Perché tra le sopravvissute ci sono almeno nove ragazze incinte? Chi ha sentito le urla ed è rimasto fermo mentre le bambine bruciavano? Sono le domande che stanno emergendo nonostante l'opacità della Presidenza del Guatemala. Le indagini avanzano e ci sono già tre funzionari detenuti con l’accusa di omicidio colposo. C’è però un’altra scomoda domanda: perché queste bambine sono state portate in questo posto?  Perché non sono state ascoltate le loro denunce?
Perché esse erano parte dell’invisibile, le usa e getta, le infiammabili.


E 'in primo piano. Il suo volto si gira verso la telecamera, è una maschera pietrificata con la bocca semiaperta. E’ l’urlo. Dietro di lei, sullo sfondo della foto, c'è un mucchio di torsi, teste, braccia, gambe, piedi. Corpi contorti che si coprono gli uni con gli altri, che sono stati fermati, mentre cercavano di fuggire dal fuoco. Non si arriva a vedere nessuna porta vicina. Sembrerebbe che le bambine si sono ammucchiate: sconfitte. Alcune sono sopravvissute, molte sono morte negli ospedali. In cinque giorni il numero ha raggiunto 40. Questo non è il numero definitivo.





E’ stato il fuoco scoppiato l’8 marzo, che ha portato finalmente a mettere in discussione seriamente, con fermezza, il sistema di protezione delle bambine in Guatemala. E 'questo stesso fuoco che (finalmente?) ha suscitato l'indignazione di un settore del paese e ha spinto le organizzazioni legate alla infanzia ad alzare ancora di più la voce. La Hogar Virgen de la Asunción era una bomba a orologeria in attesa della scintilla.

Dal 2013 ci sono state denunce e pubblicazioni sulla stampa sulla protezione dei bambini sotto custodia dello stato (si accusavano gli incaricati della casa di maltrattamenti, di somministrare cibo avariato, di abusi sessuali, di tratta). Lanciavano avvisi ma tutto continuava ugualmente. Perché? Perché questi bambini non interessavano ai governi in carica o alla società che leggeva le note. Perché in Guatemala non si fa molto sforzo per occultare la precarietà, la esclusione, lo abbandono, la situazione in cui centinaia, migliaia, milioni di persone vivono, non solo chi abita in quelle case.
Non c'è bisogno di nascondere la vergogna in un paese che si rifiuta di vedere se stesso.

Ora c’è stupore e indignazione per il macabro fuoco e per le dichiarazioni di ciò che stava succedendo in questo spazio creato per proteggere le bambine in situazioni di vulnerabilità: piccoli abbandonati, alcuni orfani, bambini in fuga da case con madri  che non era in grado di nutrirle, bambini maltrattati, bambine violentate dai loro padri, bambini e adolescenti senza opportunità, facili prede delle fameliche bande. E,allora,i giudici ordinavano allo Stato di proteggerli. E il sistema li trascinava, li versava, li ammassava: più di 700 bambini in uno spazio con una capacità di 400 (non ci sono cifre esatte). Un bilancio miserabile, con personale insufficiente, amministratori senza esperienza e alti funzionari assunti per pagare qualche favore. La casa di accoglienza era un luogo più pericoloso che la strada o delle famiglie, dove le avevano abusate, perché da lì non si poteva fuggire.
Il 7 marzo i bambini sono insorti, alcuni hanno tentato di fuggire e un gruppo di adolescenti sono state chiuse in una stanza.Finora le dichiarazioni ufficiali dicono le stesse ragazze abbiano acceso il fuoco, sembra che per diversi minuti la polizia e i controllori abbiano ignorato le loro urla di aiuto.
L’edificio statale è stato chiuso e a velocità vertiginosa, i minori sono stati ritornati alle famiglie o sono stati trasferiti in altre strutture statali e private; le ragazze che sono sopravvissute, resistono negli ospedali o altri corpi aspettano di essere identificati all’obitorio. Ci sono tre funzionari detenuti, nonostante che, finora il Presidente Jimmy Morales, abbia fatto tutto il possibile per scaricare la responsabilità alle famiglie e manovrato per distogliere l’attenzione della cittadinanza.
Perché se qualche credito si può dare al presidente del Guatemala, è la sua capacità di dire ciò che una parte dei guatemaltechi vogliono sentire. Prima del suo arrivo alla Presidenza faceva ridere con le sue battute più crudeli; poi, in campagna elettorale, sapeva modulare la sua voce come fosse un pastore evangelico, appellarsi al nazionalismo più becero e cavalcare l'onda dell’”anti-politica”. Ora il suo discorso dopo l’incendio si è concentrato nel deviare l’attenzione dalla responsabilità del Governo e dal Ministero del Welfare sotto il suo comando.  Morales punta ad altre istituzioni come la Magistratura o l’Ufficio dei Diritti Umani e dichiara che quelle giovani erano in “conflitto con la legge”. Il presidente fa appello così al subconscio collettivo della legge del taglione, della pena di morte, dei “cattivi”, che possono e devono ardere e sulle loro famiglie che “non le curavano”; criminalizza, responsabilizza, fa che lo sguardo dei “bravi ragazzi” sia di rimprovero e accusatore delle famiglie che organizzano i funerali.  Jimmy Morales rispolvera la vecchia strategia della costruzione del nemico, di distruggere l'altro: ci sono morti che possono essere giustificate, ci sono persone colpevoli della loro stessa morte. Quelle ragazze indisciplinate e le loro negligenti famiglie se la sono cercata.

Il suo discorso è caduto come semi in un terreno fertile. Il Guatemala è un territorio di polvere da sparo e lo Stato è un mostro di cartone che serve per arricchire e proteggere alcuni e per schiacciare e ignorare altri. Uno Stato collassato i cui governanti non sono in grado di prevenire e considerano le carceri, i centri psichiatrici, le case per anziani, i rifugi per bambini, le ultime fogne della società.

Il 7 dicembre di ogni anno si celebra in Guatemala “ la bruciatura del diavolo”, si escono da casa tutti i rifiuti accumulati durante l’anno e la sera si fa un grande falò, dove ardono i brutti ricordi e ciò che non serve. Il fuoco, l'elemento mitico della morte e della purificazione.
Gli incendi hanno lasciato cicatrici nella storia nazionale: quello che ha bruciato queste bambine non è il primo.
Nel 1960, bruciò l’ospedale psichiatrico, dove morirono più di 150 persone, tra malati, criminali e indigenti; nel 1980 l'incendio presso l'Ambasciata di Spagna, nel quale morirono 37 persone carbonizzate, 22 contadini, 8 diplomatici e cinque studenti, e per molti anni si è speculato che furono gli stessi contadini a immolarsi. I fuochi delle guerre che hanno incendiato chiese, scuole, ranch con persone all'interno. Di questi fuochi rimangono i carboni inceneriti, tizzoni che nessuno si preoccupa di spegnere, in attesa di un nuovo accesso di rabbia o di uno stupido e brutale tentativo di spegnerli con la forza, la benzina o con la serratura.

Il comune denominatore di questi incendi è che alcuni in Guatemala hanno giustificato e continuano a giustificare la tragedia. Questi incendi sono collegati, perché ci sono ancora guatemaltechi che pensano che ci siano quelli che meritano di morire tra le fiamme; sono collegati perché lo Stato ha un ruolo da protagonista (per negligenza o per averlo acceso) e hanno in comune che in molti casi le persone uccise erano una parte della popolazione considera l’"altra": i malati, gli agricoltori, le ragazze povere ...

#FueElEstado dice l’hastag nelle reti sociali ed esce qualcuno in difesa di questi enti acefali e gelatinosi. Il fumo oscura la vera responsabilità dei funzionari che hanno assunto incarichi grazie al clientelismo e pagamenti in campagna elettorale; il calore impedisce di vedere che dietro il Presidente (i presidenti della storia) è il capitale finanziario che gioca a scacchi con i governanti e alleati corrotti per fare affari.
Sembra impossibile riconoscere che queste ragazze bruciate, come le loro madri e nonne sono nate con le carte segnate del destino, in un circolo vizioso di povertà, di abusi, di violenza, nella impossibilità di uscire dal baratro.

Per alcuni in Guatemala parlare di disuguaglianza, di esclusione, razzismo, di machismo è eresia.
E 'più comodo guardare in silenzio di fronte ai dibattiti sui cambiamenti strutturali del sistema, come le proposte di riforma nel settore della giustizia in fase di stallo al Congresso – della riforma fiscale stagnante a infinitum. E’ più comodo stare in silenzio piuttosto che parlare di educazione sessuale e riproduttiva -in cui i gruppi religiosi e conservatori si incaricano di mettere ostacoli a qualsiasi politica a essa collegata. Esigere che lo Stato garantisca la salute e l’istruzione, punti fondamentali – per questi gruppi è una utopia, mentre per altri è uno slogan comunista. La realtà è che, per alcuni, questo silenzio funziona relativamente bene, tranne quando vi è una tragedia, tranne quando si appiccica il fuoco. Gli incendi, però, si mitigano.

In mezzo al caos amministrativo, quasi una settimana dopo l'incendio, alcuni genitori continuano a vagare disperati tra gli ospedali, gli obitori e la segreteria - ora ghigliottinata- in cerca delle loro figlie. Un comando di volontari (per lo più donne) ordina e accompagna le famiglie abbandonate, perse tra la burocrazia e l’angoscia, perché le istituzioni fanno poco. Il corpo delle bambine sono riportate alle loro genti e quartieri di origine, si organizzano collette per pagare i funerali, si lanciano campagne per comprare le cose più elementari, appellandosi alla bontà e alla carità di tutti. Poco alla volta, i volti dei bambini e i nomi delle bambine bruciate, non occuperanno i titoli dei giornali.

Rimarrà nella storia, la foto delle bambine carbonizzate, come quella dell’incendio del reparto psichiatrico e della ambasciata. Forse, questa volta, ci sarà giustizia, alcuni ingranaggi si muovono, come quella della Procura. Ma conoscendo la storia, c'è poca speranza che, questa volta, sapremo vedere che nascosti dietro la pila dei corpi carbonizzati, ci sono migliaia di bambine in una fila infernale. C'è una casta destinato all'oblio. Perché ignoriamo i segnali di fumo.
Perché ci rifiutiamo di vedere le ragazze e le donne più vulnerabili, le indigene, gli altri, anche se ci bruciano le ciglia. Siamo stati incapaci di guardare negli occhi queste bambine.
Con essa, con la foto, la senza nome, nessuno potrà incrociare il suo sguardo: le sue cornee sono esplose con il fuoco.


(traduzione di Lia Di Peri)

Revista Factum.

giovedì 9 marzo 2017

I malati non sono lottatori.




E’ diventata una moda trasformare i malati in gladiatori. Una specie di atleti olimpionici dai quali si pretende che lottino per curarsi. Questa moda che è pura ideologia neo-liberista portata nel mondo della salute, è trasferita alla filosofia da mercatino di Paulo Coelho riguardo alla malattia. Si vede che il mondo imprenditoriale non riesce a dare di più che questa filosofia che vede la vita divisa tra vincitori e vinti. Paolo Raez non era un combattente perché era un paziente, una vittima arbitraria di qualcosa di ingiusto come soffrire di leucemia.

Trasformandolo in lottatore cade su di lui tutta la responsabilità di guarire, nascondendo che per curarsi da una malattia nulla è più efficace dell’investimento pubblico nella ricerca medica e nella qualità del sistema pubblico sanitario. E, come se non fosse sufficiente, quando la persona ammalata muore, la perversione consiste nel dire che non si è curato che, nel linguaggio neo-liberista, vuole dire che non ha lottato abbastanza: il responsabile di aver perso la battaglia diventa il malato. Una perversione mostruosa.

Una malattia come la leucemia è arbitraria, nessuno la sceglie, è disgraziatamente aleatoria. Pertanto, nessuno sceglie di combattere la leucemia o qualsiasi altra malattia. Gli ammalati sono dei pazienti, vittime che soffrono e il successo della guarigione dipende da una diagnosi tempestiva, da un buon trattamento, dall’investimento del denaro pubblico nella ricerca e che siano attenzionati da una buona equipe medica.

Questo sistema ossessionato dal trasformare tutto in successo/fallimento che converte gli imprenditori in una sorta di eroi che lottano per uscire dalla disoccupazione da soli, senza dire che la cosa più importante perché un imprenditore abbia successo è il denaro di partenza che gli prestano i suoi famigliari per iniziare, così ora si lancia anche l’idea di isolare la malattia e a convincere che lottare è sufficiente per guarire. Ugualmente se si vive in Senegal o in Svezia, che si lotti in una baracca o in uno chalet della Moraleja, che si abbia accesso alla salute pubblica di qualità o che chiedano la carta di credito se si entra in un ospedale.

Nessuna questione importante si risolve combattendo in solitudine né citando frasi celebri di Paulo Coelho. Nessuno esce indenne da un cancro combattendo come un atleta olimpico. Nessuno diventa un imprenditore di successo solo possedendo una buona idea di business. Nessuno ottiene i suoi obiettivi soli sognandoli. Nessuno lascia l'esclusione sociale solo ridendo alla vita. Nulla assolutamente nulla si risolve con una frase zuccherosa.
Questo è sufficiente per trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita in un fatto individuale, dipendendo solo da noi stessi. Nessuno si fa da se stesso che è la tipica frase di assenza di solidarietà dell’individualismo e la mancanza di empatia. Ci realizziamo gli uni con gli altri in salute e nella malattia. Invece di richiedere alle persone malate di lottare, sarebbe più utile che lottassimo noi per loro, per noi stessi e per tutti e che almeno smettessimo di votare opzioni politiche che tagliano in modo criminale la ricerca scientifica e il sistema di salute pubblica.

(traduzione di Lia Di Peri)



mercoledì 22 febbraio 2017

La schiavitù dei Rom, la “grande vergogna” della Romania.


di Marine Leduc
 
Tutti gli anni, il 20 febbraio, la Romania celebra l’abolizione dalla schiavitù dei Rom. Solo che in questi cinque secoli della storia del paese, essi non sono ancora inclusi nei programmi scolastici.  Questo 20 febbraio  2017, una pièce teatrale sulla schiavitù creata dall’attrice rom Alina Șerban è stata rappresentata al Teatro Nazionale di Bucarest. Una prima nel paese.






Quando la storia è stata dimenticata, l’arte la tira fuori dai cassetti. Con lo spettacolo «Marea Rușine» ("La Grande Vergogna"), ricompaiono sulla scena 500 anni di schiavitù Rom. Magda, una giovane dottoranda rom, decide di scrivere una tesi sull’argomento ma deve far fronte alle critiche dei parenti e alle sue domande interiori: Che cos’è essere una donna rom oggi in Romania e in Europa? Com’è che un tale passato è stato ignorato?

«Magda: Io propongo di descrivere le principali caratteristiche della schiavitù dei Rom in Romania.
Professore: Vi chiedo di nuovo, perché è così importante questo problema?
Magda: perché c'è ancora poca ricerca su questo argomento ed io posso contribuire a sviluppare questo settore di studio.
Professore: La tesi che lei propone è troppo militante. Dovete decidere se volete essere un’accademica o un’attivista. »



Attraverso questo personaggio, l'attrice rom Alina Șerban, intende riportare il passato nel presente e interrogare l’identità e la storia dei Rom rumeni. Secondo lei, è fondamentale conoscere il passato per meglio capire la situazione attuale.  "Tutti i discorsi sui Rom si costruiscono al presente ma non ci si chiede mai il motivo per cui esiste una tale situazione. Perché non hanno avuto la stessa opportunità degli altri? E 'importante che la Romania e il resto d'Europa capisca che gli antenati dei Rom romeni erano schiavi, e le conseguenze sono ancora oggi visibili. La Grande Vergogna non è soltanto questo passato schiavista. La Grande Vergogna è la dimenticanza di questo passato.”.

Chi scrive la storia?

La prima parte della pièce è dedicata allo sviluppo della tesi di Magda e al dialogo con il fratello - prete ortodosso – il suo piccolo amico e i suoi professori. Nella seconda parte, la giovane donna e gli altri personaggi interpretano la difesa sotto forma di declamazione e ripercorrono la storia della schiavitù dei Rom fino alla sua abolizione. Alla fine, le immagini del XXI secolo rivelano le case dei Rom distrutte e i loro abitanti espulsi.
Queste situazioni, Alina le ha personalmente sperimentate. Da adolescente, la sua famiglia è stata evacuata dallo “spazio rom” in cui abitavano. Lei ha beneficiato allora di un aiuto sociale alla infanzia che le ha permesso di vivere in un appartamento con altre giovani della sua età. Dopo il diploma entra alla UNATC, l’accademia di teatro e cinema di Bucarest. Nel 2010, la consacrazione: Alina ottiene una borsa di studio a New York e, dopo, alla Royal Academy di Londra. “ Mi sono resa conto a quel punto di avere chance per essere europea, racconta.  Non potevo lavorare, all’epoca, per i rumeni, non avendo il diritto ma a differenza del mio amico somalo, ho avuto un buon passaporto. Ho potuto studiare e vivere altrove. E’ liberatorio.
Durante il suo soggiorno a New York, ha fatto amicizia con gli afro-americani che le hanno parlato dei loro antenati, della schiavitù e del “privilegio bianco”.  Per loro era normale parlare di questo. Hanno messo in parole i miei pensieri, parole che non avevano espresso fino ad allora – spiega. I Rom rumeni non hanno ancora acquisito questo tipo di discorso, nonostante abbiano una storia simile. Sorge allora una domanda: chi scrive la Storia?”.
Lei si informa sui suoi antenati, sulla generazione di rom Spoitori e vuole recuperare la loro storia, la sua storia. Alla immagine degli afro-americani, Alina, vuole far parte degli artisti rom che rammentano alla Romania il suo passato schiavista e che diedero voce al gruppo etnico più discriminato dell’ Europa.


Amnesia generale

Molti storici hanno anche comparato la schiavitù dei Rom a quella degli afro-americani negli Stati Uniti. Se le condizioni e i contesti sono diversi, alcune somiglianze sono degne di nota. Dal 14esimo al 19esimo secolo, i principati di Valacchia e Moldavia praticano la schiavitù dei Rom. Questo sistema sarà istituzionalizzato e codificato con un Drept Tigan, una sorta di "codice nero". L'abolizione della schiavitù sarà dichiarata nel 1864. Da allora, le memorie ricordano il periodo, tuttora, ancora sconosciuto. La parola "zingaro", allora soprannome dei Rom, è diventato il termine usato per designare tutti gli schiavi. Come la parola “nigger”, questa parola peggiorativa in Romania è ancora usata per riferirsi ai Rom. Tutti gli schiavi non erano necessariamente Rom ma tutti i Rom - ad eccezione degli affrancati o di chi era fuggiti - erano schiavi, proprietà del Principe, dei monasteri o dei boiardi, i famosi aristocratici ortodossi dell'Europa dell'est.
Oggi, la scala della schiavitù sembra minimizzata. Anche la lingua romena parla di una forma di asservimento (robie) come una forma di schiavitù (sclavie). La Storia in sé non include nessun equivoco. Quando Mihail Kogalniceanu, futuro primo ministro della Romania, cercando di avvisare i suoi vicini nel 1837, fa luce su una parte di ombra dell’epoca: "Gli europei organizzano società filantropiche per l'abolizione della schiavitù in America mentre sul loro continente 400.000 zingari sono tenuti in schiavitù ".
I libri di testo rumeni non contengono paragrafo sulla schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Solo poche righe parlare della riduzione in schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Tuttavia, i principali proprietari di schiavi, rappresentati dalla Chiesa e lo Stato, a poco a poco si assumono le loro responsabilità. Nel 2011, il 20 febbraio (data della prima abrogazione nel 1856, ndr) è dichiarato "giorno della commemorazione della liberazione Rom”.  Il 19 febbraio  2016, l'ex primo ministro Dacian Ciolos ha riconosciuto ufficialmente la schiavitù e la situazione marginale dei Rom. Il giorno dopo, una targa è affissa al Monastero Tismana, uno dei primi ad avere posseduto degli schiavi.
Non conoscere il passato non permette di osservare le conseguenze. Dei ricercatori attestano dei luoghi occupati dai Rom, risalente al periodo della schiavitù, come il quartiere Simileasca a Buzau. Nel suo saggio rom the Gypsies to the African-America, la docente di letteratura Mihaela Mudure, scrive che il periodo post – abolizione è stato fatale: “Gli schiavi formavano una nicchia economica ma non avevano nessuna personalità politica e giuridica. Gli schiavi liberati possedevano una personalità politica e giuridica, ma si trovarono gettati alla periferia della vita economica moderna”.  Lei spiega anche che a differenza degli afroamericani, i Rom non hanno avuto i mezzi per far conoscere la loro cultura e la loro storia. Fino ad oggi.

Senza arte non c’è memoria


Il problema è tornato al centro del dibattito pubblico nel 2015, quando esce il film Aferim, diretto da Radu Jude.  Premiato a Berlino, questo western rumeno si svolge nei primi anni del XIX secolo e mette in scena due poliziotti alla ricerca di uno schiavo che è scappato. Per molti spettatori, la rivelazione di questo passato è l'effetto di uno schiaffo. Secondo Alina, "il dialogo inizia, " ma i progressi sono ancora rischiosi .
[...] Alina non si abbatte. Per lei non è una questione di posare come vittima.“ O ci rifiutiamo o vittimizziamo i Rom. Bisogna far passare altre cose. E 'stata una necessità per me parlare di storie dolorose, ma per creare qualcosa di positivo per provocare il cambiamento. E il teatro e l'arte in generale, devono essere capaci di creare questo cambiamento.”
“Qualche anno fa non avrei avuto il coraggio di fare un tale progetto:" Come donna e rom non avevo l’abitudine di occupare spazio. Alcune persone lo fanno facilmente; esse affermano che è quello che vogliono e lo ottengono. Voglio dimostrare ora che ho anche il diritto di avere il mio posto. " Ed evitare che 500 anni di schiavitù siano rifiutati o dimenticati”.



 (traduzione di Lia Di Peri)

CafeBabel.

venerdì 10 febbraio 2017

Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.

 Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.






Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy  mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a favore dello affitto dei ventri delle donne  per soddisfare i desideri di quei genitori che vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare  correttivi e controlli, perché questa pratica che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista  Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.

Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come spiegazione  di un problema che colpisce migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto  di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo  - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo. Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi, la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna che gesta e partorisce.

No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come fabbrica di bambini. 
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle  persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato  scarpe. E’ anche questo infame.

Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare i desideri di una manciata di uomini ricchi.

Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi, sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.

Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo:  sesso e ventre riproduttore.

E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi nuovi uomini e donne della conoscenza  della comunità umana da cui provengono. Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi può pagarlo.

E ora, nei momenti decisivi di questa immediato  Congresso in cui dirigenti e militanti di Podemos, che deve definire e risolvere  che tipo di formazione politica sarà, quali scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da loro e in che modo possiamo confidare a che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano, se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.

Note

Íñigo Errejón politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos

traduzione di Lia Di Peri


http://blogs.publico.es/lidia-falcon

martedì 31 gennaio 2017

Loca del coño * e musulmana





Non ho mai amato le etichette perché limitano i miei sguardi.
Il linguaggio ha molta carica politica che una semplice parola è sufficiente per castrare un sano dialogo, fondamentalmente perché una delle parti ha già predefinito nella sua mente un'idea monolitica che non sempre corrisponde alla definizione che l'altra persona ha di se stessa. Dire “ sono musulmana” può essere una prigionia del pensiero, perché parte da una idea costruita dalla colonialità. Dedico, quindi, questa mia prima pubblicazione alla mia presentazione.
Sono una pazza per la fica e di condizione musulmana (sì, ho scritto condizione e non identità).
Mi piace iniziare la mia presentazione dicendo che “sono una eusko-mora*, sovversiva, anarco-femminista, islamica”. Sono musulmana per convinzione, nata in una famiglia, "cattolica romana".
Con orgoglio mi definisco figlia dell’emigrazione galiziana a Parigi, nata in un momento storico in cui questo paese chiamato Spagna era sommerso in un processo privo di libertà e di poco pane per sfamare tante bocche affamate. Mi piace ricordarlo, perché penso sia importante non dimenticare la nostra memoria storica e per comprendere che le migrazioni sono parte della nostra tradizione. E’ bene che assumiamo che come noi siamo andati alla ricerca di prosperità e sicurezza, altre persone fanno lo stesso adesso che dichiarano che siamo una democrazia sviluppata.
Sono stata educata sotto i parametri binari, dove la eteronormatività era "normale". Ho sviluppato durante la adolescenza una evidente contraddizione sociale volendo veder realizzato il mio sogno di “essere un bambino”, non tanto per desiderio di identità ma per l’ansia di godere dei privilegi che a essi erano riconosciuti.
A quattro anni presi coscienza dei loro privilegi, quando ho desiderato possedere la macchina rossa a pedali, che ammiravo ogni giorno nella vetrina del negozio di giocattoli mentre andavo nel parco. La risposta era sempre la stessa: "Le macchine sono per i maschietti."
E’ così che è cominciato il mio desiderio di essere un bambino per possedere la macchina rossa, giocare a calcio, a rugby o, anche, non dovere indossare gli scomodi vestiti che mi impedivano di giocare in libertà. Anche se nonostante ciò finivano per essere usati come paracadute, mentre tiravo la cima di un albero, slogandomi anche qualche caviglia. Volevo essere un bambino per potermi sedere come più mi piaceva, correre e urlare quanto volessi, giocare alla Playmobil o avere la mia collezione di Transformer.
A occhi alieni è ciò che la nostra società ha comunemente descritto come un maschiaccio.
Anche se sono nata all'estero, dopo la morte di Francisco Franco, dovetti ritornare e adattarmi alla nuova realtà.
 Sono passata dal vivere in uno Stato laico a uno a-confessionale, con chiari favoritismi verso la Chiesa cattolica, un fatto che continua da quattro decenni dopo la rottura di un monotelismo religioso imposto con la forza nel corso degli ultimi cinque secoli, tranne nelle due repubbliche.
A sei anni ho preso coscienza del mio ateismo, quando ho detto nell’ora di religione che se Gesù era figlio di Dio e, quindi, Dio ero io, essendo allora figlia di Dio, potevo essere benissimo io Dio.
Ho ancora nei miei occhi lo stupore della insegnante, una affettuosa suora, che in quel momento, mostrò tutta la sua rabbia di fronte a una simile dichiarazione. Trentacinque anni dopo, sostengo ancora la stessa idea.
Io non credo alla costruzione che la nostra società fa di Dio né credo nel suo concetto di religioni e neppure nelle strutture verticali in cui le donne sono state espulse dalla leadership spirituale. Tendo a rifiutare le definizioni che, terze persone, fuori dall’Islam, fanno sulla mia condizione di musulmana come se fosse verità inconfutabile, razionale e da libera postura colonialista. Perché condizione? Perché, come ho capito la condizione musulmana è lo stato naturale degli esseri viventi, non solo degli animali umani.
Dal mio modo di intenderlo, l’Islam, non è una religione né monoteista né Allah è chiamato Dio. Non mi identifico con il concetto di “credente”, così come lo vivo, non c'è scelta di credere o non credere in Allah. Allah lo sento o non lo sento. Sì, lo so. Non ha nulla a che fare con la costruzione di parole che ha limitato il pensiero della nostra società. Forse, perché, durante questi ultimi cinque secoli, chi si è appropriato del diritto all'interpretazione e alla epistemologia dell'Islam, sono stati uomini bianchi eterosessuali non musulmani.
Per questo credo in un femminismo decoloniale e alla necessità che noi, le protagoniste, recuperiamo il nostro legittimo diritto di definire noi stesse, senza interferenze, senza aggiunte né cariche soggettive che arrivino da una prospettiva teologica antropocentrica, lontana dalla cosmologia islamica.
A noi tocca decostruire, decolonizzare lo sguardo e imparare a fare della diversità un potente strumento di sinergie per porre fine a questa piaga violenta chiamato sistema patriarcale.
Ti unisci alla mia jihad di genere?
P.S. Essere musulmana non è sinonimo di araba. Quando mi inviti a casa tua, non è necessario che mi prepari un cus-cus, per farmi contenta, perché se anche mi piace, continuo a decantare una frittata di patate o di verdure bollite. Non è neppure necessario che mi offri un tè alla menta, che è molto ricco ma preferisco un succo naturale di frutta di stagione.
Per quanto riguarda la musica, mi rendo conto che si desideri deliziarmi con ritmi del Maghreb ma, a essere sincera, mi piace di più il rock e il metal.

lunedì 16 gennaio 2017

I fiori del deserto che studiano, lottano e resistono.

Isabel Lourenço




Leila ha 20 anni,una ragazza apparentemente fragile, dolce e con un’energia inesauribile.
E’ una studente sahraui, studia inglese in una università del Marocco come tanti altri studenti sahraui dei territori occupati che non hanno altra scelta che studiare nelle università ubicate in Marocco, lontani dalle loro famiglie e le loro case e alla mercé della discriminazione dei professori del regime dell’occupazione.

La famiglia di Leila, come molte altre, ha prigionieri politici, desaparecidos e morti saharawi la cui unica colpa è di rivendicare i loro ancestrali diritti alla loro terra e patria.
Ho conosciuto questa ragazza tre anni fa, quando ho fatto la traduttrice per la prima volta durante il processo di un prigioniero politico saharawi.  Ricordo quanto fosse spaventata ma ha deciso con risoluto coraggio e nonostante tutte le difficoltà di superare le sue paure e di assolvere il suo compito.
Attivista sahraui lotta e resiste senza violenza. Lei vuole il suo paese libero dagli occupanti illegali e non ha dubbi che la vittoria sarà del popolo Sahraui.

L’ho incontrata nuovamente diverse volte e sempre con la stessa determinazione, una determinazione che non diminuisce nonostante la feroce repressione dell'occupante.
Leila vive in una famiglia di donne, il padre è morto, la madre non si è risposata e ha una sola sorella. Le difficoltà sono molte, ma la madre incoraggia le sue figlie e il resto della famiglia.
Le giovani saharawi sono incoraggiate dalle loro famiglie a studiare e in nessun momento sono viste come un peso o come membro meno valido della società sahraui. Al contrario, questi fiori del deserto con i loro melfas (abito tradizionale) colorati e i loro magici sorrisi, sono guerriere, donne forti che hanno la capacità di decidere e combattere, organizzare e guidare, molte di loro sono simboli della resistenza dentro e fuori i territori occupati.

La questione dell’autodeterminazione è essenziale – mi dice Leila – è l’unica soluzione ed è una giusta soluzione per il nostro popolo, e noi non smetteremo mai di lottare per il nostro paese.
Le ho raccontato che avevo una studente portoghese che scriverà una tesi nella quale sostiene che i sahraui sono più radicalizzati, che le donne sahraui, oggi, sono meno indipendenti, che non sono motivate a uscire da casa e studiare per ottenere il diploma e rappresentare il loro paese.
Guardo intorno alla stanza piena di donne sahraui che ridono, risate di incredulità e stupore. Esse sono uno degli esempi viventi che tutte queste sono menzogne e mi dice: Guardaci qui e guarda i campi dei rifugiati, le mie amiche studiano, guidano, organizzano, chi afferma queste cose non ci conosce e l’unica cosa che fa è diffondere bugie.

Parliamo del mondo, delle guerre, degli attacchi, Leila come tutti gli saharawi non sono contenti della manipolazione della loro religione, “l’Islam non è nulla di tutto questo, noi vogliamo la pace e condanniamo questi attacchi”, mi ripetono tutti gli studenti saharawi con cui ho parlato.
Uno delle giovani saharawi nella stanza, una giornalista, è malata, i suoi compagni cercano di incoraggiarla e le danno un rimedio fatto in casa. Questa solidarietà, il rispetto e l'affetto tra i Sahrawi sono qualcosa di unico.  Il rispetto degli uomini sahraui alle donne, non per imposizione o standard ma per cultura e tradizione è degno di essere citato più e più volte.
Sai quando una di noi è aggredita dalle autorità dell’occupazione è la stessa cosa che se attaccassero 100 uomini. E’ un crimine. Aggredire o insultare una donna è impensabile per la nostra società. Un uomo che maltratta una donna è condannato all’ostracismo da tutti. Mi dice Leila.

Ritorniamo a parlare delle difficoltà di studiare essendo sahraui nei territori occupati.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.

Le chiedo dei 144 studenti saharawi in attesa di giudizio da più di un anno nel carcere di Marrakech. "Sono stati arrestati dopo le manifestazioni, hanno avuto sfortuna è la nostra vita. Nessuno parla di noi, perché non facciamo notizia?”.
Il giorno prima la ragazza era andata a visitare il prigionieri Gdeim Izik nel carcere di El Arhat mi ha detto con un luccichio negli occhi: "Come faccio a lamentarmi per così poco. Erano emozionati e sorridenti, che coraggiosi! Mi hanno trasmesso tanta forza e sono un esempio della nostra lotta. Sono innocenti sui quali pesa una pena di 20 anni all’ergastolo, però sorridono!”.

Guardo questa giovane, che in qualsiasi momento può essere arrestata e torturata, una giovane donna che ha affrontato il Tribunale di Sale, un intero giorno, nella manifestazione a sostegno di Gdeim Izik con molti altri giovani, le loro famiglie e amici e vedo la forza, l’incredibile forza, che possiede chi ha ragione, chi difende la giustizia, chi difende la pace.

(traduzione di Lia Di Peri)


http://porunsaharalibre.org

martedì 3 gennaio 2017

Il femminismo rivoluzionario comunista: Alessandra Kollontaj (I)

In occasione del centenario della rivoluzione bolscevica (ottobre 1917- 2017) ho deciso di rendere visibile un movimento femminista che è stato volutamente occultato dalla storia prima e dalla maggior parte dei femminismi occidentali: il femminismo di classe o socialista.
Eppure nella Russia sovietica il contributo delle donne alla rivoluzione è stato enorme e,lo stesso Lenin - se pure tardivamente - riconoscerà questo contributo, dichiarando che furono proprio le donne a sca
tenare il processo rivoluzionario, la testimonianza delle tante donne parte attiva di questa rivoluzione, non solo militanti ma anche dirigenti è una minima parte della immensa bibliografia rivoluzionaria ma è stata intenzionalmente nascosta e lasciata fuori dalla storia dei femminismi.


"È tempo di disfarsi dell'ipocrisia del pensiero borghese. È tempo di confessare con franchezza che l'amore è non soltanto un fattore imperioso della natura, una forza biologica, ma è anche un fattore sociale. L'amore è un'emozione profondamente sociale nella sua essenza. In tutti gli stadi della evoluzione dell'umanità (sotto forme e aspetti diversi certo), l'amore è apparso come parte integrante della cultura spirituale della società. La borghesia stessa, che parlava dell'amore come di un «affare privato», salvava di fatto le sue norme morali per incanalare l'amore nella direzione che meglio serviva i suoi interessi di classe. A maggior ragione l'ideologia della classe operaia deve tener conto dell'importanza dell'emozione d'amore in quanto fattore che può essere utilizzato (al pari di qualsiasi altro fenomeno psico-sociologico) per il bene della collettività. Che l'amore non sia affatto un fenomeno «privato», una semplice storia tra due «cuori» che si amano, che racchiuda in sé un "principio di coesione" prezioso per la collettività è dimostrato dal fatto che l'umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare «come» e «quando» l'amore doveva considerarsi «legittimo» (rispondente cioè agli interessi della collettività del momento), e quando invece doveva considerarsi «colpevole», criminale (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società)."
 Aleksandra Kollontaj, Eros alato.