martedì 20 giugno 2017

A letto con il nemico

di Andrea Momoitio*




Leda and the Swan | Pintura erotica attribuida a Francois Boucher | 1703 – 1770


In questi giorni sta girando molto sulle reti sociali un articolo di Pilar Aguilar pubblicato dalla rivista Tribuna Feminista, che ha come titolo “ Addolcire il patriarcato chiamandolo eteropatriarcato?” in cui la compagna critica l’uso del termine etero - patriarcato in quanto, a suo avviso, con il suo utilizzo si “ignorano, diluiscono e si sfocano i volti della selvaggia sottomissione che il patriarcato pratica sulle donne”.
Lei allude nel suo argomentare che, le oppressioni sofferte dalle donne e dalle bambine di tutto il mondo vanno ben oltre, che non si hanno “ solamente nella sfera sessuale e non solo ci obbligano a essere etero-sessuali”. Questo è innegabile, ma per me ci sono due argomenti che mi fanno scontrare con l’impianto di Aguilar. Da un lato, il femminismo deve imparare ad adattarsi a ogni contesto. Le comunicatrici femministe sanno (sappiamo) che non sempre è utile parlare di “patriarcato”, perché un requisito indispensabile per la comunicazione è saper adattare il messaggio alle persone che devono riceverlo. Il pensiero femminista come ogni ideologia con la quale vogliamo influenzare il pensiero della società, deve sapersi adattare ai diversi contesti nella sua lingua. Naturalmente non possiamo predicare come Butler. Questo, tuttavia, non può essere la ragione per cui il femminismo continui a dimenticare come l'eterosessualità influenza direttamente le violenze che noi donne subiamo. Una cosa è che non sempre sia utile parlare di etero-patriarcato e, altra cosa, è non riconoscere che sia un termine più preciso e completo.
In secondo luogo, e questo è per me il punto principale, parliamo di etero-patriarcato, perché l’etero-sessualità è lo strumento principale che il patriarcato possiede per perpetuarsi. Brucia, ovviamente, perché significa che, forse, dobbiamo additare gli uomini della nostra cerchia come i colpevoli delle violenze che subiamo, però, l’etero-patriarcato s’incarna in mio padre, in mio fratello e in tutti i vostri mariti. Questi sono nell’ingranaggio, nel meccanismo. Possono esserlo, anche perché,li vogliamo.
Se non siamo riusciti a rovesciare il patriarcato, è anche perché si basa sui legami più intimi. Si tratta di una struttura sociale, ovvio, ma i suoi pilastri si stabiliscono in casa. Se fossero solamente disuguaglianze a livello politico, economico e sociale, saremmo più vicini a rovesciarlo. Se continua a rimanere impiantato nella nostra vita, è perché questa disuguaglianza nasce e scorre nella nostra vita più personale. E siamo fottute, molto fottute, perché quelli che ci uccidono, ci aggrediscono, ci ignorano o ci rendono invisibili, sono gli uomini del nostro ambiente più vicino. Alcune scopano con il nemico. Le disuguaglianze salariali rimangono essendo pane quotidiano perché, con la premessa dell’etero-sessualità, il salario della donna resta il salario secondario.
Continuiamo a non stare in prima linea nellapolitica e negli affari, perché sotto la logica eterosessuale non siamo educate a fare carriera ma a formare le famiglie; migliaia di donne sono ancora vittime di ablazione per preservare una purezza che, culturalmente, le vuole, destinate a loro; il dibattito sulla maternità surrogata è sul tavolo, perché uno dei principali mandati del patriarcato, che s’incarna particolarmente nell’eterosessualità, è ancora formare una famiglia. L’autonomia delle donne e la nostra liberazione è incompatibile con l’eterosessualità. Solo quando siamo completamente indipendenti dagli uomini a livello emotivo, smetteranno di ammazzarci e non mi riferisco al raggiungimento di un’autonomia individuale ma come classe.
Il prefisso etero del patriarcato non solo prova ciò ma rende palpabile che l'eterosessualità è uno dei motivi principali per cui il sistema patriarcale rimane indenne. Indenne perché c’è un carceriere in ogni casa, un carceriere per ogni donna. Trovo incredibile che dal movimento femminista in cui abbiamo sempre detto che ciò che non si nomina non esiste, ora si neghi l’importanza di sfumare questo concetto, di puntare non soltanto il sistema ma anche gli strumenti che lo sostentano. Parlare di etero-patriarcato sottolinea la struttura e lo strumento.

E’ un concetto, inoltre, poliedrico che facilita il fatto che si possa parlare delle oppressioni che subiamo. Oppressioni che sono mediate dalla logica eterosessuale.
La lesbofobia è una brutta bestia perché le lesbiche hanno osato mettere in discussione lo strumento con cui il patriarcato pretende di sottometterci. Sottolineare che è importante parlare di etero patriarcato, dimostra che un certo settore del femminismo continua a non riconoscere i contributi del femminismo lesbico e il valore sovversivo e politico di non scoparsi il nemico e, soprattutto, portare il pensiero femminista a tutte le aree della nostra vita, senza sfumature, dalla più pura rabbia e radicalità.

Froci, frocie e trans, da diversi punti di vista e in diversi momenti storici abbiamo messo in dubbio le nostre identità e desideri per seguire, articolandolo, il pensiero femminista. Abbiamo assunto che il nostro modo di scopare e la maniera in cui ci siamo istruite socialmente, risponde a una tema che trascende il mero orientamento sessuale. E’ tempo, compagne eterosessuali, che facciate lo stesso.
La eterosessualità è anche un regime politico.

*giornalista, collaboratrice della rivista Pikara Magazine.

(traduzione di Lia Di Peri)

andrea momoitio



giovedì 18 maggio 2017

L' etica animale. Una questione femminista?

Angélica Velasco Sesma 








La filosofa Angélica Velasco Sesma pubblica La etica animale. Una questione femminista?  
in Colección Feminismos de Ediciones Cátedra.
Pubblichiamo l’introduzione a questo saggio antispecista, che solleva la necessità di comprendere la dominazione degli altri animali dalla prospettiva di genere e la critica al sistema patriarcale. Mercoledì 17 maggio si terrà una tavola rotonda su questo libro di rappresentanti politici che sarà moderata dallo storico e scienziato Ricardo Campos e dalla filosofa eco - femminista Alicia H. Puleo.


L'etica è una delle discipline della filosofia con maggiore coinvolgimento nella nostra vita quotidiana e della società nel suo complesso. Costituisce anche una delle aree di ricerca di più intensa oggi produzione filosofica. Uno dei suoi risultati innovativi è l’Etica Ambientale, legata alla nascita di nuove conoscenze scientifiche, così come la percezione di fenomeni d’inquinamento, perdita di biodiversità, desertificazione, ecc. Da alcuni rami dell’Etica Ambientale, si è sostenuto che ciò che è moralmente rilevante sono le totalità: le specie, gli eco-sistemi, la bio-sfera.
In queste teorie, i singoli soggetti perdono di significato morale.


Viceversa, le etiche atomistiche sostengono che sono proprio gli individui importanti. Nel caso di posizioni sensocentriche, la considerazione morale si estende a tutti i singoli animali. Certamente, come giustificare che non è moralmente rilevante nuocere a un individuo in grado di sentire dolore? È sufficiente fare appello alle nostre capacità cognitive più elevate per legittimare lo sfruttamento degli animali e per escluderli dalla cerchia della considerazione morale? Un carattere moralmente ammirevole può essere basato sul dominio del non umano? Questi sono alcuni dei temi affrontati dalla cosiddetta etica animale e alla quale mi si avvicinerà lungo queste pagine.

Nell'approcciare dall’Etica la questione del nostro rapporto con gli animali, ci allontaniamo dalle correnti egemoniche che hanno considerato questo tema una questione irrilevante. Escludere dalla cerchia della considerazione morale esseri senzienti che possono essere colpiti dalle nostre azioni, non sembra soddisfare le esigenze di un'etica veramente universalistica. Allo stesso modo assumere l’appartenenza all’umanità come criterio per legittimare l'assenza di considerazione morale rispetto al resto degli animali presuppone il mantenimento della struttura gerarchica di pensiero che vede la differenza come inferiorità e l’inferiorità come motivo di dominio.

Pensatori come, François Poulain de la Barre o John Stuart Mill, hanno affermato che la disuguaglianza tra i sessi è il pregiudizio più universale. Quest'ultimo filosofo ha sostenuto che, in più, è il pregiudizio più interessato di tutti perché cerca il potere per metà dell'umanità.
Che cosa potremmo dire, allora, del pregiudizio di specie o specismo che concede la sovranità assoluta a una specie su tutte le altre?  Lo specismo è stato respinto come un pregiudizio illegittimo, poiché sostiene che il criterio della moralità sia l’appartenenza alla specie umana.  Come ha ricordato la filosofa Celia Amorós, i pregiudizi non sono innocenti ma sono associati agli interessi di chi si colloca in una posizione di dominio.
Applicando questa riflessione alla questione degli animali, siamo in grado di stabilire che negare loro la rilevanza morale non è qualcosa casuale ma un modo per garantire che qualsiasi interesse umano, sia vitale o banale, ha un'importanza assoluta, quando è in conflitto con gli interessi degli animali. Chiamo ideologia della subordinazione/dominio/sfruttamento degli animali l’insieme di credenze che stabilisce che gli esseri umani hanno il diritto di soddisfare tutte le loro necessità a spese dello sfruttamento degli animali. Gli argomenti dell’antropocentrismo estremo determinano la priorità generale dei problemi umani, affermando che,solo quando questi saranno stati risolti, sarà legittimo affrontare i problemi del nostro rapporto con gli animali. E 'facile vedere che questo argomento implica un rinvio sine die della questione degli animali nello stesso modo che il marxismo, rinvia sine die la causa delle donne al trionfo del socialismo.
A livello internazionale, la difesa degli animali è stata guidata, in modo schiacciante, dalle donne. Anche all'interno della produzione teorica, molte pensatrici hanno centrato i loro sforzi intellettuali a sostegno del trattamento rispettoso nei loro confronti. Tuttavia, paradossalmente, sono gli uomini che ricevono maggiore riconoscimento nell’ambito dell’Etica Animale.
Questo libro affronta la questione dell’Etica Animale come questione femminista, partendo dalle connessioni tra il dominio di genere e di specie. L’animalizzazione e la naturalizzazione delle donne hanno permesso di giustificare il loro assoggettamento agli uomini. Esse sono state considerate come le più vicine alla natura. Esiste però, davvero, un legame privilegiato tra le donne e la natura? Dall'antropologia si è ipotizzata l’universalità della subordinazione femminile a seguito di una presunta maggiore vicinanza delle donne alla natura. Sia le donne come i lavori di mantenimento della vita, tradizionalmente svolte da esse conterebbero, quindi, in misura minore rispetto agli uomini e alle attività in ambito pubblico. La donna sarebbe l’intermediaria tra la cultura e la natura. Quest’ultima è stata considerata inferiore alla prima in pratica in ogni società conosciuta. La naturalizzazione delle donne e la sottovalutazione della natura sono state elementi costanti nella storia dell'Occidente. E l'idea delle nature differenti e complementari dei sessi è stata un argomento ricorrente per legittimare la società patriarcale. 

Per verificare l'ipotesi che l’Etica Animale è una questione femminista, nel primo capitolo, vi presento le teorie più influenti per potere, poi, esaminare il suo pregiudizio androcentrico.
A seguito di un controllo di alcune delle posizioni che certi filosofi di fama hanno mantenuto sulla cosiddetta questione degli animali, analizzo gli argomenti che si sono dati dall’utilitarismo per giustificare l’ampliamento della cerchia di considerazione morale di là dalla nostra specie.

Nel suo classico Liberazione Animale, Peter Singer, punta sulla stessa linea di Jeremy Bentham, per applicare il principio dell’uguale considerazione d’interessi anche agli animali perché sostiene che l'unica frontiera legittima nella considerazione morale è la capacità di soffrire e di godere. Una volta sviluppati gli approcci di Singer, mi concentro sulle critiche che queste proposte utilitariste hanno ricevuto da parte di Gary Francione, così come dal Progetto Grande Scimmia come un tentativo di concedere il diritto alla vita, all'integrità fisica e la libertà alle grandi scimmie antropoidi.  In seguito, analizzo la proposta deontologica di Tom Regan, che intende concedere diritti agli animali in base al loro status di soggetti-di-una- vita. Termino il capitolo con un approccio alle altre prospettive di etica animale, come quelle di Peter Carruthers, Mark Rowlands o Martha Nussbaum.

Tuttavia, i cosiddetti teorici dei diritti degli animali, Peter Singer e Tom Regan, hanno mantenuto la polarizzazione androcentrica dell’Etica che considera le emozioni come inferiori alla ragione  in modo che quest'ultima debba dominare la prima. Hanno cercato di basare le loro proposte sulla capacità razionale e nei principi universali . Pertanto, nel secondo capitolo, presento l’Etica, della cura come uno sviluppo femminista dell’Etica che integra questi elementi.

Negli anni ottanta del XX secolo, come reazione alla classificazione dei livelli di pensiero morale da Lawrence Kohlberg all'Università di Harvard, si intraprese un esame critico della gerarchizzazione tradizionale dell’Etica che denigrava l’empatia e altre attitudini e virtù necessarie per prendersi cura degli altri. Queste virtù erano davvero forme morali inferiori? La ricerca pionieristica appartiene allo stesso ambiente accademico di Kohlberg. Nel titolo del lavoro di Carol Gilligan – in Different Voice si parlava di "un'altra voce" proveniente da diverse esperienze derivate probabilmente  dalle forme di organizzazione dei lavori di uomini e donne nella storia.
 
Si è iniziato così a pensare  che le classificazioni della Filosofia Morale si appoggiavano esclusivamente sull’esperienza dell’ambito pubblico, escludendo o sottovalutando le virtù connesse con le pratiche delle donne in ambito domestico, alla cura dei famigliari a carico: bambini, malati e anziani. La cura può essere universalizzata in modo che venga riconosciuta come una virtù sia per gli uomini sia per le donne. Con sfumature diverse, tutte le teorie raggruppate sotto il nome di Ethics of Care rilevano l'apprezzamento della situazione e del carattere personale e concreto dell’etica come relazione.
Siamo tutti interdipendenti sostengono,apprezzamento che mantiene la somiglianza con l'idea di complessità degli ecosistemi e che alcuni pensatori hanno applicato alla loro difesa degli animali.
Il superamento del pregiudizio androcentrico  si tradurrà in una trasformazione dell’Etica in cui le emozioni,le virtù della cura e l’attenzione al contesto e alle relazioni appaiono come elementi legittimi della moralità, elementi che saranno indispensabili nel caso dell’Etica Animale. Sarà necessario, includere, quindi, emozioni e sentimenti come componenti essenziali dell’Etica, poiché permettono di spiegare la motivazione morale.
L’enfasi che le teorie egemoniche hanno posto nella Ragione e il tentativo di eliminare le emozioni considerandole elementi negativi, dimentica che gli umani,
non sono solo esseri razionali ma che l’emotività è una parte costitutiva di essi. È pertanto necessario superare la svalutazione delle emozioni e raggiungere teorie nelle quali la capacità razionale e quella emotiva si vivano egualmente necessarie.
Quindi, è possibile e auspicabile un’Etica Animale rigorosamente basata su principi universali che non considerano la nostra risposta emotiva allo sfruttamento degli animali?


E’ sufficiente un’Etica Animale che si proponga di analizzare i nostri comportamenti con i non-umani dal punto di vista morale, ma che non prenda in considerazione i comportamenti di genere che sottendono al dominio degli animali? Basterà  proporre un'estensione dell’etica  in modo che i nostri atteggiamenti morali riguardano anche il mondo non umano, ma non si avvicinano a eliminare la disuguaglianza di genere? Sono necessari i valori di cura per l’Etica Animale o bastano i principi universali della giustizia? E’ auspicabile un’Etica Animale non sessista ma fortemente androcentrica?  Quale  trasformazione sociale, culturale e personale potrebbe essere raggiunto basandosi  su tali teorie di polarizzazione androcentrica?  
E, ugualmente, una teoria femminista che non analizzi in modo approfondito il nostro rapporto con la natura e con gli individui non umani sarà una teoria completa e in grado di soddisfare le esigenze che richiedono la situazione attuale e la evoluzione morale? Può il femminismo avere successo se si dimentica la subordinazione e sfruttamento in cui si trovano migliaia di milioni di animali non umani come risultato del nostro atteggiamento di dominio? E 'possibile smetterla con un tipo di oppressione se non si va alla radice stessa dell’oppressione?  Che tipo di persone siamo se non concentriamo i nostri sforzi per farla finita con una classe d’ingiustizia ma restiamo indifferenti per le altre? E 'possibile raggiungere un pensiero critico ed egualitario senza occuparsi della interconnessione tra le diverse forme di oppressione? Femminismo ed Etica Animale devono necessariamente integrarsi?

Anche, se parto dalla convinzione che, ogni movimento deve affrontare seriamente i suoi obiettivi specifici, se non si raggiunge una più ampia visione dell’oppressione, si rimane particelle isolate senza raggiungere una comprensione globale dei problemi che permetta di affrontarli in modo soddisfacente. E’ stato proprio l’eco-femminismo che ha mostrato che i diversi sistemi di dominio sono collegati a livello concettuale. In conformità a questa constatazione, è facile capire che si tratti di un imperativo morale e di una necessità pratica analizzare queste connessioni in modo olistico e cercare di superarli attraverso un lavoro congiunto e globale.
Nel modo in cui è stata concettualizzata e si concettualizzano l'umanità, la natura, le donne e gli animali traspare un particolare modo di percepire e comprendere la realtà. Una visione arrogante del mondo, dell’essere umano e della filosofia limita la possibilità di trasformazione politica ed evoluzione morale. Viceversa, nozioni egualitarie e rispettose, dualismi che non si presentano in forma gerarchica permettono di sviluppare un pensiero in cui la differenza non serva come pretesto per il dominio. Questo è ciò che ha preteso l’eco-femminismo: fornire teorie etiche e politiche emancipatrici impegnate con l'uguaglianza e il rispetto per la natura. Così, una volta affrontato la questione dell'etica della cura, passo, nel secondo capitolo, ad analizzare le idee fondamentali di questa corrente femminista che capisce i problemi ecologici e il nostro modo di interagire con la natura come qualcosa che può essere affrontato dalla prospettiva di genere.

In primo luogo, conosceremo le ragioni per cui molte femministe hanno iniziato a preoccuparsi per le questioni ambientali dando luogo all’eco-femminismo come teoria e pratica. Come vedremo, anche se le teorie eco-femministe sono diverse, tutte coincidono nel sottolineare che esistono più collegamenti tra il femminismo e l'ambientalismo e che una corretta comprensione di questi collegamenti è essenziale per raggiungere l'Etica Ambientale, una teoria femminista e un movimento ambientalista di successo. Mi occuperò quindi delle analisi di queste connessioni. Verificheremo, quindi la necessità di sottolineare che il dominio della natura e di dominio delle donne sono collegati e che qualsiasi Etica Ambientale che non si occupi di questa realtà genererà spiegazioni e programmi d'azione inadeguati e incompleti. Intraprenderò lo studio del cosiddetto eco -femminismo classico, in cui si accetta che le donne abbiano per essenza un legame speciale con la natura e si difende la necessità di rivalorizzarla. La natura sarà pertanto superiore alla cultura e la soluzione alla crisi ambientale passerebbero per un recupero dei principi femminili di cura, amicizia e amore, superando i valori maschili di violenza e di dominio. Questo essenzialismo delle ecofemministe classiche è stato giustamente criticato e respinto sia dal femminismo sia dall’eco-femminismo. Con quest’approccio ai principi essenzialisti comprenderemo la necessità di affrontare il legame tra genere e ambiente dal punto di vista costruttivo, che non accetti l'esistenza di una sorta di amabile essenza femminile e l’altra maschile violenta.

Poi,uno studio della filosofia di Karen Warren e di Val Plumwood, ci fornirà validi elementi per sviluppare proposte etiche impegnate con la sostenibilità e l'uguaglianza. Trovo particolarmente rilevante l’idea di Warren della necessità di trasformare il nostro atteggiamento verso la natura,da arrogante alla percezione affettiva del mondo non umano e il suo concetto di logica del dominio. Tuttavia, il suo rifiuto dei principi e dei diritti rappresenta un rischio effettivo per la  tutela dei non-umani. L'eco-femminismo critico elaborato da Alicia Puleo supera le debolezze di alcune teorie eco-femministe. Questa proposta è ora essenziale, perché la sua difesa dell’uguaglianza, il pensiero critico, l'antropocentrismo moderato, la eco-giustizia, l’empatia e la compassione, tra gli altri fattori, non porta al rifiuto dei diritti e dei principi universali di giustizia, ma concilia in modo intelligente ragione ed emozione, giustizia e cura.

La crisi ecologica e di civiltà in cui viviamo ci impone di ripensare il nostro rapporto con la natura e capire la nostra dipendenza da essa. Concepire i nostri corpi come naturali e riconoscere la nostra animalità favorirà un modo più rispettoso di rapportarci sia con la natura sia con gli animali. Questo riconoscimento è essenziale per raggiungere una cultura di uguaglianza e rispetto.
La ri-concettualizzazione di concetti come “natura” o “essere umano” che può insorgere a seguito della rivalutazione dei nostri aspetti corporei ed emotivi, così come delle qualità tradizionalmente considerate femminili, è un passo imprescindibile per costruire le basi di una società pacifica, giusta ed ecologica.
La posta in gioco è la definizione stessa di essere umano: decideremo tra un soggetto che mantiene il dominio sia sulle persone sia sulla natura e gli animali che basa la sua esistenza sullo sfruttamento dei più deboli, e un altro soggetto che accetta la sua interconnessione con il mondo naturale e lavora  per costruire rapporti di rispetto con tutte e tutto ciò che lo circonda.

Dalla prospettiva dell’eco-femminismo si è ampiamente analizzato il modo di interagire con gli animali e le implicazioni etiche di questo rapporto.  I capitoli terzo e quarto sono dedicati a queste riflessioni e argomentazioni. Le teoriche eco-femministe hanno criticato il dualismo gerarchizzato ragione / emozione che persistono nel pensiero dei filosofi animalisti prima citati e hanno sviluppato teorie non androcentriche alternative e / o complementari.
Deborah Slicer, Carol Adams, Alicia Puleo, Val Plumwood o Vandana Shiva sono alcune di esse.
Noi verificheremo qui che le differenze tra le posture atomistiche e olistiche, dando luogo a differenze di opinione in molti casi difficili da risolvere, generando in ogni caso, interessanti dibattiti che arricchiscono l'Etica Animale.


Dopo aver esposto queste idee,  che evidenziano la necessità di includere la prospettiva di genere anche in questo campo dell'Etica, esamino i rischi di voler basare l’Etica Animale esclusivamente sui valori della cura come da alcuni sostenuto. Noi verificheremo che, nonostante l’importanza dell’Etica della cura, una difesa esclusiva di questi valori e un rifiuto dei principi universali di giustizia e di diritti, porta a teorie non in grado di garantire la difesa dei non-umani.Infine, l'analisi del dibattito sulla prostituzione mi aiuta a sviluppare le mie idee sulla subordinazione, dominio e sfruttamento degli animali, sostenendo che se il personale è politico, se lo è la sessualità, il rapporto con il nostro corpo e il tema della prostituzione, politica è anche il nostro rapporto con gli animali.
L'oggettivazione delle donne e degli animali e la concezione dei loro corpi come semplici merci sono un segno evidente che, anche in relazione al corpo stesso, vi siano rapporti di potere.
Ana de Miguel ha giustamente sostenuto che nella questione della prostituzione è in gioco il concetto stesso di essere umano. L'ideologia della prostituzione, che sancisce il diritto di tutti gli uomini a soddisfare le loro necessità sessuali, legittima una pratica nella quale prevalgono le relazioni di disuguaglianza, una pratica che rafforza l'idea che le donne sono pezzi di carne e contribuisce a costruire un mondo più ingiusto.
Partendo da queste argomentazioni sostengo che, nella questione degli animali, sono in gioco il concetto di umano e il mondo nel quale vorremmo vivere. Nello stesso modo in cui il prostitutore mostra un carattere riprovevole nello ignorare le circostanze e i sentimenti delle prostitute, anteponendo in modo egoististico i suoi desideri sessuali, il consumatore di prodotti di origine animale elude la sua responsabilità nel proseguimento della sofferenza e del dominio. Concludo, pertanto, che la difesa degli animali è una questione femminista, che dovrebbe essere affrontata con la serietà che richiede un problema così rilevante.
L'ecofemminismo ha scelto di scoprire la logica del dominio che collega i diversi sistemi di oppressione e di collegare le lotte femministe con quelle ambientaliste. Come ha affermato Karen Warren, è una questione femminista tutto ciò che aiuti a capire l’oppressione delle donne. Pertanto, non solo le questioni ambientali, ma anche la questione degli animali è necessariamente una questione femminista. Lo sfruttamento degli animali è una scuola di desensibilizzazione morale. Una personalità moralmente ammirevole è necessariamente lontana dai comportamenti di dominazione e s’impegna a rispettare tutti gli individui, umani e non umani. Questa personalità richiede necessariamente il rifiuto di ogni forma di sfruttamento e un impegno in direzione della cura applicato sia agli umani, sia alla natura sia agli animali.Una società nella quale realmente si rispettino i principi democratici di uguaglianza, libertà, fratellanza/sorellanza così come la pace, la giustizia e la sostenibilità, richiede cittadini e cittadine impegnat* con questi principi e i valori della cura. Questo impegno deve essere un impegno sentito, vivo. Come ha ben sostenuto John Stuart Mill, una democrazia autentica richiede un cambiamento radicale nella natura umana. Questa idea è pienamente in vigore nel XXI secolo. Qualsiasi trasformazione politica deve essere accompagnata da un'evoluzione morale degli individui. Si tratta di un fenomeno di retro-alimentazione. E i nostri atteggiamenti etici devono estendersi anche alla natura e agli individui non umani. 

Nel nostro atteggiamento verso gli animali traspare un particolare modo di essere. Infatti, nel nostro comportamento con i più deboli dimostriamo il nostro impegno morale e livello di coinvolgimento con i valori della cura, giustizia e rispetto. La visione androcentrica del mondo legata al distacco emotivo, la competitività, la violenza e l'oppressione è mantenuta quando non ci si occupi della sofferenza dei non umani. Pertanto, è fondamentale superare questa visione androcentrica e ampliare la cerchia della considerazione morale, includendo tutti quelli che sono colpiti dalle nostre azioni. La (r) evoluzione morale che esige il momento attuale comprende la critica al sessismo, all'androcentrismo,  all'antropocentrismo estremo e all’arrogante visione del mondo non umano.

Come ho voluto dimostrare in queste pagine, un progetto etico veramente emancipatore deve affrontare tutte le forme di dominio e cercare di superarle. I diversi sistemi di oppressione sono collegati concettualmente attraverso la logica del dominio. Come mantenere, quindi, che una proposta etica è veramente universalista e liberatoria, se non si capisce questa connessione? Come considerare un carattere virtuoso se le sue pratiche sono fondate sul dominio dei più deboli? Come raggiungere un mondo basato su principi democratici di libertà, uguaglianza, fratellanza / sorellanza, solidarietà e sostenibilità, senza prendere in considerazione la nostra interconnessione, interdipendenza, con la natura e gli animali? Come raggiungere un’Etica Animale soddisfacente se non s’incorpora una prospettiva di genere?
Queste sono le domande che guidano questo libro e cercherò di rispondere da quelle pagine.


(traduzione di Lia Di Peri)


Eldiario.es

domenica 14 maggio 2017

Madri nella trappola dell'amore romantico

Beatriz Gimeno





Se nulla si valuta di più in una donna quanto quella di essere una buona madre, poche cose sono così disprezzate come quella di essere una cattiva madre. L'ambivalenza che tutte le culture presentano davanti alla maternità, ha a che fare con il fatto che tutte esse amano e hanno paura delle madri allo stesso modo. Tutte le culture riservano il meglio per le madri che incarnano la madre patriarcale e il peggiore per quelle che sono percepite come incontrollabili. Il ruolo materno è antropologicamente ambiguo. Da una parte, la capacità di essere datrice di vita è anche associata con la vicinanza alla morte: chi dà la vita può toglierla. In secondo luogo, il figlio maschio in tutte le culture, per diventare parte della società degli adulti, deve non soltanto abbandonare la madre ma, in più, disprezzarla poiché tutte le mascolinità egemoniche si costruiscono contro le donne, in contrapposizione a quello che sono e a quello che gli uomini sono stati in alcuni momenti: fragili e dipendenti. La madre ricorda quello che gli uomini furono e tutte le culture lottano per cancellare: passivi, vulnerabili, dipendenti.


Tutte le culture sono disposte intorno a questo polo di amore e paura della madre, allo stesso tempo, dipendenza e disprezzo; e le due immagini della buona/cattiva madre che conosciamo, rispondono a questa costruzione. La buona madre è quella patriarcale, che non rappresenta nessun pericolo e non genera angoscia ma, al contrario, offre amore incondizionato.
La cattiva madre è quella anti-patriarcale, non sottomessa alle regole, non si adatta, non assume in sé quelle caratteristiche che ogni società prescrive e il suo peggior peccato è di non volere abbastanza per la sua prole o, che è lo stesso, voler bene a se stessa in modo uguale o anche di più. La cattiva madre non è disprezzata ma è quella che genera panico, è una strega, in grado di liberare le forze più oscure. Bisogna dominarla per dominare la natura (femminina) e imporre la cultura così da non  riconoscersi in questo ruolo che è uno dei pochi ruoli permessi alle donne in cui vi è una chiara ricompensa emotiva; uno dei pochi posti che le fanno sentire superiori agli uomini, facendo qualcosa che essi non possono fare. Inoltre, è un ambito di potere.

La funzione della madre è insostituibile nell’allevamento della prole e quest’allevamento, seppure faticoso che sia, produce soddisfazione e compensazioni a tutte le restrizioni e le disuguaglianze che accompagnano la vita delle donne sin dal suo inizio. Le donne private di tutto, sono condannate a cercare questo spazio di riconoscimento materno e saranno sempre madri, lo siano veramente o no, perché il ruolo materno si può eseguire in molti modi. Saranno madri dei loro figli e delle loro figlie; saranno madri dei loro pazienti se sono infermiere o assistenti professionali; saranno le madri degli alunni e delle alunne se sono insegnanti e saranno madri anche dei loro partner (la “madre-sposa” nelle parole di Marcela Lagarde). Le caratteristiche dell’amore materno saranno presenti in quasi tutti i rapporti sociali che le donne intraprenderanno. L’Amore sarà la cosa più importante per loro, dare amore sarà la loro vocazione. Così le donne saranno le grandi donatrici di amore e anche se si presume che quest’amore non aspetta contropartita, esse la aspettano egualmente, nonostante non si mostri né se ne abbia consapevolezza.  Le donne, che sono sempre al servizio degli altri, attendono un cambiamento della loro consegna, essere almeno amate e, quindi, non incontrare l’amore o perderlo dà loro un enorme dolore e angoscia, una totale perdita di senso. Le donne ameranno in modo apparentemente generoso ma in fondo aspettano di ricevere una contropartita e come l'amore che danno non ha misura così, se non ricevono la stessa quantità, sentiranno frustrazione, dolore, angoscia, sentimenti di colpa e ostilità allo stesso tempo.
Questa è la trappola d'amore per tutte le donne.

Nel corso della storia occidentale, contrariamente a quanto comunemente si pensa, le donne non sono state necessariamente queste madri dedite al sacrificio che conosciamo ora. La maternità ha una storia del tutto sconosciuta e che ci giunge velata dall’anacronismo. La storia della maternità è piuttosto la storia della resistenza delle donne a doverlo essere a discapito di se stesse. Non è l’oggetto di quest’articolo, però le donne hanno lottato sempre per non lasciarsi intrappolare in una maternità che le consumava. Durante la maggior parte della storia, le donne hanno combattuto contro un ideale materno che tentavano di imporre; un ideale di perfezione che spesso interiorizzavano e da cui giudicano, spesso con senso di colpa, la propria maternità. C’è l’ideale e c’è la potente immagine della buona madre, però non esiste né è mai esistito un vero e proprio spazio in cui poter parlare, esprimere, rendere visibile, tutto il dolore, la rabbia, la frustrazione, l'esperienza della maternità, un’esperienza che quasi mai è stata scelta, anche ora, poiché non c’è alcun discorso né rappresentazione anti-maternità, come ho scritto in altre occasioni. Uno spazio vero contro le rappresentazioni maternali occorrerebbe crearlo per avere davvero la capacità di scelta.


Le donne sono ancora le madri, e vogliono esserlo. Desiderano essere madri perché è difficile immaginare un altro modo di essere donna, perché questo spazio potenzia personalmente e perché guarisce in parte la ferita che le donne tentano sempre di riempire con l’amore. Abbiamo bisogno di amare e di essere amate, ciò ci permette di auto-realizzarci. Essere madri presuppone generare qualcuno da amare e che ci amerà sempre; è un amore che immaginiamo sicuro, un amore che dipende interamente da noi, non come l'amore romantico, così insicuro.
Quando ho iniziato a lavorare su rappresentazioni e argomenti anti materni e mi sono resa conto che questi spazi non esistono in questa cultura, ho costatato anche il rafforzamento dell’espansione di un nuovo tipo di amore materno legato ai cambiamenti sociali delle donne che stiamo vivendo. Sappiamo che fin dagli anni ’70 ma soprattutto a partire dagli anni '80, il lavoro materno nei paesi ricchi dà un giro di vite e si trasforma in ciò che Sharon Hays ha chiamato " maternità intensiva" e che, per inciso, contrariamente a quanto talvolta si sostiene, è un tipo di maternità che si è cercato di imporre solo in quei periodi storici, in cui è possibile notare un rafforzamento dei ruoli tradizionali delle donne: nel Rinascimento europeo e nei secoli XVIII e XIX, come risposta alle prime rivendicazioni femministe e alla Prima Ondata di femminismo (in ogni caso, non così intensiva come ora).

Negli anni ’80 nasce la maternità intensiva come un modo per capire il lavoro materno, che è contrario alla pratica della maternità com’era stata diffusa dalle femministe dagli anni ’60. Quella che è arrivata con la seconda ondata femminista era una maternità che metteva in discussione le caratteristiche tradizionali della buona madre, soprattutto imposte fin dal XIX secolo, come manifestazione della maternità borghese. Ciò che il femminismo metteva in discussione era lo zoccolo duro ideologico di questa maternità: il sacrificio, la dedizione, la disponibilità assoluta, ecc., caratteristiche tutte della buona maternità contemporanea e che sono anche le caratteristiche dell’amore offerto dalle donne. Il femminismo ha cercato di offrire alle donne un sogno egualitario. I decenni successivi sono stati di lotta ideologica. Negli anni ’80 arriva il neoliberismo e con lui, la re-ideologizzazione della maternità.

A mio parere, il successo dell’ideologia della maternità intensiva (intensiva in termini di tempo, sforzo e sacrificio) ha a che fare con molti fattori impossibili da analizzare qui, ma ha anche molto a che fare con il femminismo della Seconda Ondata che, con i suoi indubbi successi, non significò per molte donne la fine della discriminazione. La libertà senza uguaglianza può diventare un pesante fardello. Se è vero che il femminismo della Seconda Ondata è riuscito a cambiare il mondo in gran parte, è anche vero che è possibile che la vita di molte donne non sia più facile o almeno non tanto quanto avremmo voluto.
Il bisogno, non solo il desiderio di incorporarsi a un mercato del lavoro, sessualmente discriminato è stata un’esperienza non molto soddisfacente come ci si poteva aspettare: divario salariale, bassi stipendi, precarietà, tetto di cristallo, questo è ciò che attendeva le donne nel mercato del lavoro e, inoltre, non si è prodotto il necessario cambiamento nella sfera privata come una vera e propria condivisione del lavoro riproduttivo con gli uomini. In queste condizioni e con l'avanzata ideologica del neoliberismo, era prevedibile che, a un certo punto, si verificasse un ripiegamento su questi spazi mistificati, soprattutto, quello della maternità, che sono più in linea con le aspettative culturali delle donne e che offrono maggiori soddisfazioni soggettive. Sorgono, allora, nuovi modi di vivere la maternità, della quale voglio sottolineare in questo lavoro una di quelle che mi appare molto interessante per le sue numerose implicazioni. E' la maternità romanizzata, che è collegata con l’amore romantico. Credo che sia possibile pensare che negli ultimi anni è apparso un modo di vivere la maternità che potrebbero essere vista come una sostituta dell'amore romantico.
Sappiamo che, soprattutto da quando alcuni anni, l’amore romantico si trova al centro della battaglia femminista. Non sono poche le autrici che lo considerano responsabile di gran parte della costruzione diseguale delle relazioni, così come della costruzione di soggettività femminili passive e dipendenti. Questo essere per l’Altro, questo porre tutte le speranze nell’arrivo del principe azzurro, vivere l’oggetto amoroso come piena auto-realizzazione e darsi a quest’amore totalmente sopra i propri desideri,le proprie ambizioni personali,il sacrificio che quest’amore esige e che tante volte chiede: in definitiva la rinuncia a se stessa, è stata denunciata come una delle principali fonti di oppressione.
Nonostante che l’amore romantico è lungi dallo scomparire e continua a essere molto importante (basti vedere le rappresentazioni culturali dello stesso o le costruzioni soggettive delle adolescenti) la verità è che, socialmente, è cambiato. Sottoposto a critiche e pressioni, è diventato più instabile e fragile e ha subito cambiamenti. Sono scomparsi o sono stati modificate molte delle sue importanti caratteristiche, come l’obbligatorietà della monogamia femminile che è stata sostituita dalle monogamie successive; è scomparsa anche la valorizzazione della verginità e della passività femminile e, soprattutto, molte donne non sono più disposte a consegnarsi completamente all'amore, a soffrire per amore, o almeno non sono disposte a sacrificare tutti i loro interessi all’amore romantico. V'è una crescente svalutazione sociale di questo sacrificio.
Inoltre, anche se fino a poco tempo una parte fondamentale dell'identità femminile, com’è la maternità,dipendeva interamente dall’amore eterosessuale, dal matrimonio, questo è cambiato radicalmente e la maternità è sempre più staccata dall'amore eterosessuale: madri lesbiche, madri single, madri adottive, per fecondazione artificiale, ecc. Ci sono stati cambiamenti fondamentali nel nostro modo di vivere la maternità che hanno a che fare con l'individuazione e la re-privatizzazione della vita propria del neo-liberismo. La maternità contemporanea è esaltata per se stessa, vale a dire, non è vincolata, come prima, al matrimonio, alla coppia né certamente all’amore eterosessuale.
Per la prima volta nella storia, la maternità appare staccata dalla coppia in modo volontario e consapevole. Se essere madre, è un desiderio, deve essere un desiderio individuale che non dovrebbe essere subordinato a nulla eccetto, come qualsiasi desiderio, al denaro. La maternità appare ora strettamente legata al consumo. Non solo per tutti gli oggetti di consumo che appaiono legati al bebè e che lo trasformano in un bersaglio di tutti i tipi di pubblicità, ma la maternità sembra essere correlata al potere d'acquisto in un mondo  in cui essere madre si situa più in là e si complica: adozioni, uteri in affitto, costosissimi processi di riproduzione assistita, cliniche, intermediari, agenzie… tutto questo ha aperto quello che giustamente chiamano «mercato riproduttivo».

In questo momento essere una madre, o almeno la madre di più di un bambino,dipende dal potere di acquisto della famiglia. Se in passato avere molti figli era cosa da poveri, ora è il contrario, solo i ricchi possono permetterselo. In ogni caso, questa maternità è ora più rara, più desiderata, più costosa e richiede più sacrificio.
La mia tesi è che i valori dell’amore romantico, chiavi importanti nella configurazione della soggettività femminile, si sono spostati alla maternità romantizzata per, modalità gattopardiana,  continuare a svolgere la stessa funzione.  Dalla coppia uomo – donna siamo passati alla coppia madre-figlio. La cosa importante è preservare la centralità dell’Amore nella vita delle donne e continuare a costruire soggetti (femmina) disposti ad arrendersi all’Amore. Poiché il femminismo ha messo in discussione (giustamente) la consegna delle donne agli uomini, si è prodotto un rinforzo dall’altro lato, molto più incontrastato (per nulla contrastato in verità, perché la messa in discussione dell’amore materno, è un tabù). L’amore materno è ora l’amore femminile per eccellenza, è "la necessità della necessità dell’altro, che deve essere continuamente riconfermata".
Come ho già detto in precedenza, questo tipo di maternità non è del tutto nuova. La diade madre-figlio nasce nel XII secolo, come modello della coppia formata dalla vergine Maria e il bambino; è una coppia che si basta da sola, nella quale il padre non esiste e la madre esiste solo in relazione al figlio. Questa stessa coppia è formulata in modo simile all’attuale, nel XVIII secolo, però in nessuno dei due casi può dirsi che abbia socialmente successo e continua a essere un ideale esemplare che poche madri scelgono e che molte meno possono svolgere.
La situazione attuale in cui, veramente, possiamo dire che molte madri si innamorino dei loro bambini e costruiscono la loro identità intorno a quel rapporto, non è ancora avvenuta; questa identità materna, in tutti i casi, è costruita tra gli stessi membri con i quali si costruisce l’amore romantico. Non era mai successo che i sentimenti espressi e vissuti dalle madri per i loro bambini si riportano a quelli espressi nella coppia. La maternità romantizzata è passata a occupare un posto molto positivo nell'immaginario culturale ed è diventato uno spazio libero da ogni possibilità di critica. Di fronte alla contingenza dell’amore romantico, l’amore materno offre l’enorme vantaggio di essere “scientifico e naturale”. Le madri si innamorano del proprio neonato a causa degli ormoni. Chi avrebbe mai pensato che dopo tanti anni di lotta alla naturalizzazione del sessismo,  c'è questa regressione quasi indiscussa e protetta dalla giustificazione universale, che è il richiamo alla natura. La storia nascosta dell’abbandono dei neonati e dell’infanticidio (massiccio in determinati momenti storici) non ha scoraggiato i sostenitori della determinazione ormonale del comportamento femminile.
La complementarietà tra uomo e donna, che è l’idea di fondo dell’amore romantico, è adesso sostituita dal legame madre-figlio, senza il quale le donne non sono complete. E’ necessario un altro che ci completi e l'amore romantico ci ha abituati abbondantemente al mito della metà della mela sostituito adesso dal neonato o dal figlio/figlia con molti vantaggi rispetto delle coppie di amore. Ad esempio, la incondizionalità. Le femministe hanno denunciato che l’amore di coppia non poteva essere incondizionato ma l'amore materno, tuttavia, ha il vantaggio di poterlo essere. In un mondo privato di certezze e in cui non c’è nulla di duraturo tanto meno l'amore, perché sappiamo che ha una data di scadenza, la maternità fornisce l'illusione di un amore che non ha altro scopo che la vita stessa. Inoltre, di fronte a un amore fortemente messo in discussione, appare un amore indiscusso rivestito delle caratteristiche che prima attribuivamo all’amore romantico: sacrificio, non sottoposto a condizione,durata, complementarietà.
Perché la maternità intensiva è accompagnata dal mandato femminile del sacrificio, necessaria in tutto l'amore che valga la pena. Se non sei disposta a soffrire allora, ami di meno. La possibilità di voler essere una madre e, ciò nonostante, voler scappare dal sacrificio conduce direttamente alla maternità perversa. La vecchia idea che senza dolore non c’è amore, sventola sotto la nuova rivendicazione del parto senza anestesia, dell’accettazione dell’allattamento doloroso, così come la messa a disposizione del neonato 24 ore il giorno. La disponibilità al sacrificio e al dolore sono sempre stati gli ingredienti in amore che caratterizzano le donne e tale disposizione è stata ora trovata nel nuovo amore materno: un fertile terreno.
E’ importante notare che l’amore che si offre a un figlio o a una figlia ha una base etica che l'amore romantico non ha. Il neonato ha bisogno, infatti, che lo amino e lo curino; e questo amore e questa cura è un suo diritto ed è, allo stesso tempo, un obbligo degli adulti. Ma anche se ammettiamo questo, ciò che critichiamo è il passaggio della maternità degli anni ’60 e ’70 che, senza trascurare il benessere dei bambini ha avuto come uno dei suoi obiettivi di “ svezzare” le madri; costruire maternità confortevoli, ugualitarie, che non si trasformassero in maternità legate nuovamente all’etica del sacrificio ma alla libertà. Sebbene la maternità può significare in alcuni casi sacrificarsi, questo sacrificio è finito con il diventare non qualcosa che può accadere, purtroppo, ma un valore in se stesso, senza il quale la maternità perde di significato. L’agire di questa etica del sacrificio significa che cercare la propria -soddisfazione (senza trascurare il bambino), si trasforma in qualcosa di criticabile. Per questo – perché nell’amore materno l’etica del sacrificio è completamente installata, questo amore materno è necessariamente presentato come l'amore puro, senza ambivalenza alcuna. E 'la quintessenza dell'amore-rinuncia, perché, a differenza dell’amore romantico, qui la rinuncia, tutta la rinuncia, sembra essere pienamente giustificata portando più rassegnazione, più sacrificio, maggiore valore sociale e più autostima soggettiva. La madre migliore si crea quanto più dura è la maternità e, viceversa, l'espressione della volontà consapevole di non voler soffrire, per esempio, o di soffrire il meno possibile, di solito è accolta con sospetto dai/dalle professionist* , dagli/dalle espert*, famiglia compresa. Affermare che si vuole vivere una maternità lontana dal sacrificio il più possibile è segno di una maternità almeno dubbia.
Consegna assoluta, rinuncia stessa, etica del sacrificio il dolore incluso, dipendenza reciproca, il bambino diventa amante e marito. L’amore - rinuncia sempre con felicità, aiuta a costruire il suo opposto, la cattiva madre, che è quella che fugge dal sacrificio che si prende cura di se stessa e, pertanto, è egoista. Ed essere egoista è la cosa peggiore che può essere una madre.
E' interessante riflettere su cosa presuppone il preoccuparsi del proprio benessere, qualcosa che noi intendiamo come una rivendicazione del femminismo e della critica all’amore romantico, non sia tuttavia, nemmeno un'opzione quando parliamo di maternità.
Nulla di ciò che ho detto qui, sono mie elucubrazioni e ci sono prove che v'è una forte tendenza sociale, a mostrare la coppia madre/figlio (immaginiamo sempre un maschio), come una coppia romantica. Nella pubblicità, per esempio,sono sempre più frequenti gli annunci nei quali in modo abbastanza chiaro vi è l’equiparazione della coppia madre/figlio, con la coppia romantica. Recentemente abbiamo potuto vedere un annuncio della Neslé in una serie dal titolo "Mamma, benvenuta alla tua nuova vita", in cui chiaramente si parlava del neonato come un fidanzato / marito. In questo annuncio, una voce femminile ripeteva le parole rituali di un matrimonio per celebrare la consegna della madre a questo impegno : "Io ti prendo, figlio mio, come mio amore, io ci sarò ogni volta che hai bisogno di me, il mio amore durerà per sempre ...”. E continuava con una serie di obblighi emotivi e materiali che sembravano una promessa di matrimonio. La pubblicità degli alimenti per l’infanzia o di oggetti per bambini usano in modo permanente le caratteristiche dell'amore romantico per riferirsi alla relazione madre-figlio / figlia.
In sintesi, penso che una parte importante delle caratteristiche dell'amore romantico si sono spostate alla maternità romantizzata , con il vantaggio rispetto a quello che, in questo caso, non c’è spazio per possibili critiche. Sempre più spesso, piuttosto che meno, le caratteristiche che culturalmente definiscono la femminilità e, soprattutto, la femminilità in relazione all'amore romantico, sembrano essersi trasportate nello spazio della maternità con il risultato che, in realtà, le donne sono ancora legate all'Amore con la lettera maiuscola e, inoltre, a un amore legato al sacrificio, all’abnegazione, con la disponibilità e non con l’autonomia che è necessaria in termini di uguaglianza.

(traduzione di Lia Di Peri)



lunedì 8 maggio 2017

Per le fessure omofobe dell’omonazionalismo.

Brigitte Vasallo




Eliad Cohen è un produttore, attore, modello e imprenditore gay israeliano ingaggiato dal programma Supervivientes di Tele5, nella edizione 2017.  La sua presentazione è stata chiara e completa: dopo tre anni nell'esercito israeliano (sic) è abituato a superare la fame e il freddo e vuole normalizzare l'immagine "gay" lontano da ogni eccentricità. Qualcosa di simile a quello che ha affermato il presidente del Cogam, Jesús Grande, secondo il quale: “L’Orgoglio gay è qualcosa che andrà oltre l'immagine della checca pazza, sopra una carrozza”.


Dell’omonazionalismo, concetto coniato da Jasbir Puar en 2007, circolano diverse definizioni: è una struttura tra il nazionalismo bellico – imperialista e l’omo-normativismo (questi gay “normali” che non sono froci pazzi e, conseguentemente, si arruolano nell’esercito come qualsiasi uomo, molto uomo) ed è anche un movimento di cooptazione da parte di questa nazione bellica dei diritti LGBT in favore delle politiche coloniali e razziste. Un esempio è il modo in cui i giornali di estrema destra spagnola, come Libertad Digital, La Razón, non esitano a pubblicare articoli e editoriali accusando paesi come l'Arabia Saudita o l'Iran di omofobia e difendendo, di conseguenza, la politica bellica dell’estrema destra e accusando partiti, come Podemos, di complicità con l’omofobia, per aver criticato gli interventi militari in Medio Oriente. In effetti, è la trappola (interessata) del linguaggio in queste ultime settimane, come indica Dani Ahmed, di chiamare "campi di concentramento per gli omosessuali”, i centri di internamento in Cecenia e “Centri di internamento per Stranieri”, CIE, quando i campi di concentramento sono in Spagna.

La Cecenia ha subito due decenni di attacco genocida da parte della Russia, di fronte alla quale eravamo tutti indifferenti, comunità LGBT compresa, che mai abbiamo pensato che quelle uccisioni fossero anche queer. Anna Politkovskaya è stata uccisa per la sua posizione contro Putin e contro la guerra e per essere stata la giornalista che ha scritto del terrore in Cecenia. Tra le persone uccise oggi in Siria, Iraq o Yemen ci sono anche persone queer, che non stanno ricevendo la nostra solidarietà.

Propongo di aggiungere a queste definizioni, l’analisi dell’omonazionalismo come un'alleanza tra il razzismo insito nella Nazione Guerrafondaia Colonialista e l'omofobia / transfobia, un parametro essenziale che si sta perdendo ma che in realtà è inerente alla Nazione Guerrafondaia.

Come ha ben dimostrato Ochy Curiel, questa Nazione Guerrafondaia è essenzialmente eterosessuale. L’omofobia correlata all’omonazionalismo, tuttavia, non appare più nel tradizionale discorso omofobo / transfobo ma attraverso un discorso che lo è in modo uguale ma sotto le forme dell’omo-normatività.
La omonormatività parte da un divario di accettazione all'interno della Nazione Bellica Coloniale: ti lasciamo appartenere, ti concediamo la possibilità all’esistenza, però in cambio, devi essere buono, devi essere "normale”.  Questo "essere buono" comprende abbandonare carri ed eccentricità.
Il nuovo cittadino gay, la nuova cittadina lesbica e trans, normalizzerà una cittadinanza esemplare, per farsi perdonare questa anomalia del loro desiderio e identità.

Negli Stati Uniti si è combattuta una battaglia legale intorno al matrimonio tra persone dello stesso sesso che ci dà molte delle chiavi di intendere il fenomeno dell’omonazionalismo. La stessa notte in cui Barack Obama vinceva le sue prime elezioni, un referendum noto come Proposition 8, smantellava nello Stato della California il diritto di matrimonio per persone dello stesso sesso. Questo referendum è stato portato in giudizio davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La comunità LGBT ebbe come rappresentante legale, Ted Olson, un avvocato di George Bush. Com’è possibile che un avvocato ultra-conservatore si elevasse a difensore del matrimonio dei e delle reiette della Nazione? Lo spiega lui stesso: “Il matrimonio è un valore conservatore. Due persone che si amano, che vogliono vivere insieme in una relazione stabile, che vogliono formare una famiglia, un quartiere e la nostra economia, dobbiamo far in modo che si uniscano in matrimonio”.

Il diritto di esistenza, quindi, non è incondizionato. Gli eterosessuali possono salire sui carri ed essere stravaganti fino alla nausea ma non i gay. Le eterosessuali possono avere amanti di una notte, mentre noi lesbiche dobbiamo amarci tutta la vita per dimostrare che il “nostro” amore è valido. Le persone cis possono essere contro il lavoro o, semplicemente, essere orgogliosamente pigre.  Attenzione, però, con le persone trans: devono contribuire docilmente alla economia per dimostrare il loro diritto di essere, semplicemente. 


Questo accordo tra la Nazione Bellica Coloniale e le periferie sesso-affettive è una promessa di protezione: alla fine possiamo dormire sonni tranquilli. Perché se vi comporterete bene, sarete dei “nostri”. Allo stesso tempo, questo “essere dei nostri” genera il suo binario opposto. Gli altri.

La macchina omonazionalista promuove quindi l'immagine delle persone gay, lesbiche e transessuali accettabili, lancia allo stesso tempo un messaggio inevitabile per i/le inaccettabili.  Giovani, belli (normativamente), magri, bianchi, di classe media (quando non alta), con caratteristiche molto normative come la loro prestanza, consumistici e spensierati. Spoliticizzati e spiumati.
Il gay accettabile è un ragazzo sano abbastanza macho, per non mettere a rischio la mascolinità egemonica. La lesbica accettabile è una ragazza carina e innocua che può servire il desiderio maschile eterosessuale. La persona trans accettabile è la persona con passing. La persona bisessuale accettabile è quella che si decide per l’una o per l’altra cosa e la smette di rompere le scatole. Tutti secolari e accoppiati a due a due, niente crussing né di lattice né di altre cose strane. Nulla di eccentrico. Niente piume.  E, ovviamente, nessuna classe, nessuna razza, nessuna situazione amministrativa. Niente di niente.

Questo movimento è utilizzato per costruire l'alterità. “Noi” (che siamo bianchi, ricchi, con caratteristiche normative, consumistiche, nazionali) siamo gayfriendly e il “nostro” opposto (che è razzializzato, che è povero, maldestro, che non consuma né produce, straniero/estraneo) è omofobo. E non solo omofobo ma chiaramente eterosessuale. Perché l'immaginario della persona queer razzializzata, musulmana, straniera, crip, povera (impoverita), migrante, semplicemente, scompare. Forse, la loro unica possibilità di esistenza di fronte alla Nazione sarà passare dalla biglietteria per pagare il prezzo della accettazione: se rinunci all’Islam, ti accettiamo come gay. Se non si mette sul tavolo la razza, ti accettiamo come lesbica.  Se possiamo redimerti ed esibirti per i nostri spettacoli, ti accetteremo come trans. Se possiamo usarti per generare razzismo e/o xenofobia, ti applaudiremo, anche se ti renderai visibile come bisessuale. Tutto ciò, sempre dalla prospettiva di vittima salvata: persone orgogliosamente queer od orgogliosamente musulmane, non interessa a nessuno.

Israele, tornando al nostro primo ospite, il Sopravvissuto Eliad Cohen, è l'esempio paradigmatico di come si ponga questo pensiero nella politica reale. Il paese si pubblicizza da alcuni anni, come un paradiso della comunità LGBT, in quella strategia chiamata pinkwashing. Tel Aviv è stata dichiarata come la destinazione più "gay-friendly" nel 2011. Il rappresentante di Israele in Eurovision l'anno scorso è stato Hovi Star, apertamente gay. Ha cantato il tema ‘Made of stars’ e le stelle del videoclip erano droni.

Gli stessi droni israeliani, che hanno ucciso a Gaza. Né più né meno. Almeno di non credere che la omosessualità sia un vizio bianco borghese a Gaza c’è una comunità queer sotto il fuoco di quegli stessi droni gayfriendly. Così come l'Europa o gli Stati Uniti, Israele è gay-friendly (e uso il generico maschile con tutta la mia malavoglia) solo per i gay che ti interessano. Quelli che sono utili a giustificare la violenza. Questi sono accettabili. Questi che - ovviamente - non sono palestinesi resistenti sono utilizzabili a fini propagandistici.

L’analisi del pinkwashing non può essere ridotta ad Israele. In Francia, il Fronte Nazionale non soltanto ha come vice-presidente un gay dichiarato ma Matthieu Chartraire, Mister Gay per chi non lo sapesse, si vanta della sua tessera di socio fascista che, dice, di aver ricevuto "come regalo di Natale."
Nello Stato spagnolo, il gotha del Partito Popolare ha partecipato al matrimonio (gay) di Javier Maroto, ex sindaco di Gasteiz ben noto per la sua islamofobia con foto di famiglia incluse nella stampa nazionale, mentre che, il governo centrale, rifiutava la riproduzione assistita a "donne senza partner uomo” attraverso il decreto ministeriale 2026/2014.



La popolazione LGBT è razzista?

L’omonazionalismo si infiltra attraverso tutte le fessure. E tuttavia, l'analisi e la resistenza hanno bisogno di fine pennellata. Perché nella sua denuncia di razzismo si versa LGTBfobia a fiotti.
Le comunità che hanno resistito alla etero-normatività sono comunità a rischio in tutto il mondo: questo è un fatto. Nello stesso modo in cui il machismo è trasversale e, allo stesso tempo, dobbiamo analizzarlo contestualmente, così è lo stesso per la LGBTfobia. E in effetti, la identità LGBT è coloniale e colonizzatrice (l’identità non le pratiche né i desideri) ma non lo è più né meno della identità eterosessuale altrettanto coloniale e colonizzatrice.

D'altra parte, l’omonazionalismo indica come un diritto di esistenza sia strumentalizzato a favore del razzismo, la xenofobia e la islamofobia. Tradurre questa idea con lo associare la comunità LGBT razzista è anche questa omofobia. Tra di noi, comunità LGBT ci sono ci sono tanti razzisti come tra gli eterosessuali. E, poiché, siamo una minoranza quantitativa e qualitativa, il problema non siamo noi. Forse, noi siamo la trappola, lo strumento.

Così come, non si possono capire le violenze di genere di una comunità minacciata dal razzismo (e cercare di capire senza prestare attenzione alla ferita del razzismo è razzista in sé) lo stesso non si può capire le violenze razziali in una comunità afflitta da LGBTfobia (e cercare di capire senza prestare attenzione alle ferite della LGBTfobia è LGBTfobico in sé). Noi siamo una comunità più vulnerabile alla paura rispetto ad altri, e così piena di merda come qualsiasi altra comunità. Questa non è una scusa: è una necessaria costatazione per affermare che non si comprendere l’omonazionalismo senza occuparsi della omofobia. E non si può capire senza decentrarsi dal quadro omonazionalista che identifica la comunità queer con una rappresentazione interessata: le persone che non rientrano nella etero-normatività non sono soltanto Eliad Cohen e i suoi amici piume-omofobi.

L’omonazionalismo in sé è quello che ha creato il sequestro delle nostre identità in favore di questi (omofobi). Affermiamolo come paradigma di una comunità che non è nemmeno comunità, che riunisce un universo di persone attraversate da molto più del solo orientamento sessuale e con enormi disuguaglianze e differenze che alimenta la LGBTfobia da un lato, e il razzismo dall’altro.


Allo stesso modo che i razzializzati eterosessuali non sono omofobi di per sé ma come conseguenza della razzializzazione, gli omosessuali, le persone queer e trans bianchi neppure sono razzisti di per sé come conseguenza dell’ orientamento sessuale e identità di genere. In ogni caso, è la eterosessualità che crea l’omofobo com’è la bianchezza crea il razzista. Anche la nostra costruzione identitaria è però attraversata da molte violenze specifiche. Credere nel determinismo biologico o nella impossibilità di resistere a una costruzione sociale che ci vuole razzisti e/o omofobi è estremamente pericoloso. Perché allora non c'è soluzione, nessuna agenzia, e in fondo nessuno è colpevole né responsabile di nulla: tutti siamo ciò che ci tocca essere. Noi persone queer, però, abbiamo un vantaggio che è quello della nostra esperienza di non essere ciò che ci tocca essere. Abbiamo esperienza nel tradire le nostre famiglie, la nostra genetica, la nostra istruzione. Come non possiamo tradire la nostra razza, anche se la razza è offerta come privilegio della bianchezza, se abbiamo già tradito tutti i possibili privilegi?
Già trenta anni fa, Gloria Anzaldúa, scriveva nel suo impescindible 'Borderlands / La Frontera':

"Come lesbica non ho razza, la mia gente mi disprezza; ma sono tutte le razze, perché il mio essere queer è in tutte loro.”

L'idea del queer come spazio al di là della razza è stato un cattivo affare come l'idea del omosessuale come uno spazio al di là di genere. Nella prima, la bianchezza egemonica se lo è mangiato tutto, nella seconda, la mascolinità egemonica ha travolto tutto. Affinché questi spazi siano possibili, è necessario articolare davvero la razza, il sesso e la classe. Quest’ultima, rilevo, mascherata da discorsi indecifrabili e piroette intellettuali che disattivano e disprezzano gli attivismi che non hanno accesso a tutto questo armamentario.

Un accesso che l’Accademia blocca attraverso il linguaggio stesso e soffocanti eccellenze per i suoi congressi e pubblicazioni e che riproduciamo nelle assemblee attraverso il vittimismo degli accenti e il campo minato della comunicazione. Il privilegio dell’accesso dovrebbe comportare l'obbligo di tradurre la teoria in lingua e le realtà quotidiane e la pazienza di ripeterla e condividerla tutte le volte che sia necessario, nonostante che possa essere faticoso. Perché l'unico modo di articolarli è guardarli in faccia, capire le violenze, come interagiscono, si intersecano e assumerle.

La diversità è un problema solo per il fascismo, che ci vuole identiche ed egemoniche. La differenza però, parafrasando M’Bembe, è la condizione fondamentale degli esseri umani. In tutti i gruppi abita la differenza e in questa stessa differenza abitano le armi di un sistema che è violento di per se stesso e ci mette in luoghi sociali non solo diversi ma anche disuguali.

L’analisi dell’omonazionalismo deve capire tutte le disuguaglianze operative. E la resistenza all’omonazionalismo è possibile soltanto attraverso la comprensione e la denuncia sia del sistema etero normativo come del pensiero razziale e la brutalità di entrambi che, lungi dall'essere esclusivi, sono parte integrante.



(traduzione di Lia Di Peri)


Pikara magazine.



martedì 18 aprile 2017

Cinque segnali che la vostra intersezionalità è razzismo mascherato.

Hari Ziyad *




 Che cosa significa liberazione per te?

Quando ero più giovane, ero molto consapevole del fatto che alcune persone erano trattate in modo diverso secondo come erano percepite. 
Le persone di razza nera, soprattutto,le donne nere e omosessuali non potevano andare in qualsiasi luogo pubblico senza sentire la minaccia di dover subire qualsiasi violenza contro di loro. Molte persone di altre minoranze etniche vivevano realtà violente simili.
Nel frattempo i bianchi, soprattutto, l’uomo bianco etero, non devono preoccuparsi di essere seguiti quando entrano in un negozio, essere costantemente confusi con un criminale o essere trattati come tale.
Io invidiavo tutto questo. Avrei voluto avere la libertà di muovermi per il mondo come loro. Ho pensato che essere liberi, era camminare senza precauzioni e cura che ero obbligato a prendere.
La liberazione divenne sinonimo di bianchezza.
Questo pensiero si notava in modo ovvio per aver assunto la pelle più chiara come la migliore, però anche con altre reazioni, che erano meno evidenti.

Facevo commenti sprezzanti verso i quartieri negri considerati “ ghetti” (essendo io stesso un bambino del ghetto). Avevo anche la sensazione che, per raggiungere il successo, avrei dovuto allontanarmi dalla mia città, andando il più lontano possibile. In realtà, avrei voluto allontanarmi dalla negritudine senza rendermi conto che l’avevo in me.
Come ogni analisi esaustiva della politica della rispettabilità, dimostrerà i neri non possono scappare dal colore della loro pelle. Al fine di ottenere "rispettabilità", a volte pensiamo di poter vincere cercando di vestire, agire o parlare in un certo modo.
Siamo trattati, però in modo inumano sia con abiti su misura sia con la felpa, con una o quaranta  lauree.
Sono arrivato a capire che la rispettabilità non era una soluzione per me, ma ci ho messo un po’ di più per capire le implicazioni di questa realtà.
Il mio desiderio di trovare la libertà in un cammino dell’uomo bianco, non era solo impossibile ma anche dannosa per me e le altre persone negre.

Tu volevi questo tipo di libertà?

I bianchi non sono visti come tipi sospetti nonostante che il sospetto sia giustificato. Ciò significa che i bianchi non sono identificati con la violenza, l'immigrazione clandestina o la criminalità. Danno a loro sempre il beneficio del dubbio a scapito delle altre persone di altri gruppi etnici.
Dentro la bianchezza, essere “libero” significa occupare spazio senza tenere conto di chi è sottomesso o sta sotto di te. Questo tipo di ideale di libertà è sempre l'ultima istanza razzista e i negri finiscono sempre per perdere.
I giovani senza tetto, sono per lo più, un problema negro. Il controllo delle armi è stato storicamente uno strumento usato contro le comunità negre e non c'è motivo di ritenere che sarebbe stato qualcosa di diverso oggi.

Di solito queste pratiche razziste si mascherano di attivismo intersezionale e può essere difficile distinguerle dalla vera intersezionalità.
Ciò significa che il razzismo potrebbe essere presente in qualsiasi dei modi con cui si pratica la intersezionalità.
Tuttavia, si può riconoscere ed evitare quando questo accada. Dobbiamo essere attenti a scoprire alcuni segnali in rosso che ho scoperto nel corso degli anni:

1.   Quando si rilevano le similitudini e si ignorano le differenze.
“ In ultima analisi siamo tutti uguali!”

Probabilmente avete sentito o avete detto, alcune volte, questa frase dentro il mondo dell’attivismo.
Si pensa che il modo migliore di unire le forze sia quello di trovare il collegamento con altre persone, che non riconoscono immediatamente il loro allineamento verso queste idee. Questo è parte del motivo per cui creiamo i termini ombrello LGBTQIIA + e parliamo tanto di "solidarietà".
Sebbene la ricerca di punti in comune sia importante, non dobbiamo negare la verità che le persone sono molto diverse. E molte di queste differenze sono di progettazione.
"Invece di emergere da un punto di vista scientifico, il concetto di 'razza', è formato dai valori storici, sociali, culturali e politici", scrive Teresa J. Guess. Nella costruzione sociale del bianco, il razzismo è deliberazione “ pertanto il concetto di razza si basa su una costruzione sociale e non scientifica nelle credenze obsolete sulla superiorità e di inferiorità intrinseca dei gruppi fondati sulla distinzione razziale”.
I neri sono sempre stati lontani da ciò che piace, da ciò che è buono nel mondo della supremazia bianca. Questo è il motivo per cui si celebra quando una persona bianca fa rap, però si demonizza quando lo fa un nero. La stessa cosa assume valore differente secondo la loro provenienza.
Quando, ignoriamo in ragioni della “comunità”, che le persone si spostano in tutto il mondo in modo diverso, quello che stiamo anche facendo è ignorare le esigenze di chi è diverso per il bene di chi è più uguale. Maggioranze e minoranze.
Questo avvantaggia le persone di colore che sono più vicine ai concetti bianchi di umanità e non fa nulla per gli altri. Sotto il bianco, "tutti gli altri" sono di solito i neri, i poveri e le donne della classe operaia, trans, disabili, persone queer, ecc.
Le differenze sono solo il problema quando l'omogeneità è l'obiettivo. Pensate a questo: Perché tutti devono essere uguali per essere trattati con dignità?

2    Tu vuoi che tutti siano trattati allo stesso modo.
Il concetto di uguaglianza è allettante.

Tuttavia, come già detto, la "uguaglianza" che vogliamo è di solito uno standard di come sono trattate le persone bianche. Nell’essere trattato in questo modo, si produce sempre un trattamento a detrimento degli altri, soprattutto, verso i neri e le altre minoranze.  
Pertanto quando cerchiamo “ uguaglianza di trattamento “o di essere trattati come “ esseri umani”, vorremmo essere trattati come uomini bianchi eterosessuali, con i quali cerchiamo di stare sopra gli altri gruppi.
Ciò è stato dimostrato su come siano stati affrontati i problemi connessi con l'AIDS. Solo quando il viso dell’HIV era diventato bianco, non fu più un problema della sola comunità omosessuale.
Anche adesso, quando i tassi di HIV rimangono a proporzioni epidemiche nelle comunità nere, con il 50% degli uomini gay neri, che si preveda contraggano il virus nella loro vita, il problema si affronta in un modo che impedisce l'accesso ai più vulnerabili tra i neri.
Possiamo veramente dire che stiamo creando un mondo che è meglio per tutti se la nostra visione di "uguaglianza" si lascia alle spalle le persone più vulnerabili?
La “uguaglianza” non distribuisce le risorse, dove sono più necessarie, e dove più c’è bisogno è spesso la comunità nera.
La vera giustizia e la liberazione non è solo trattare tutti allo stesso modo. Invece, è riconoscere che persone differenti hanno esigenze diverse, così da poter dare alle persone emarginate il tipo di sostegno che vada bene per loro.

3.  Il vostro obiettivo è di ottenere Empatia.
Gran parte del nostro lavoro è fatto con il proposito implicito o dichiarato di ottenere che altri siano testimoni di ciò che di brutto passano le persone emarginate.
Per quanto riguarda l’empatia, ciò che si richiede però è che uno sia capace di connettersi con la persona che sta visualizzando.
Quando si tratta di ottenere che gli altri “ sentano il nostro dolore”, questo di solito significa che tale dolore è presentato in modo grottesco e offensivo, insegnando massacri e carestie in ciclo continuo - spesso i neri sono morti e affamati - più e più volte. Ma questo modo di agire si basa sul fatto  che tutti gli esseri umani possiamo sensibilizzarci del dolore di altri esseri umani. Il problema è che molti pensano che i neri non siano esseri umani, o almeno non siano esseri umani con lo stesso valore che essi hanno.
In altre parole, questo tipo di empatia mai sarà sufficiente e mentre tu ti puoi sentire migliore per aver fatto qualcosa di buono, noi neri continueremo a soffrire per quello che siamo e per quello che non vorremmo essere.
L’empatia avvantaggia sempre coloro che sono in condizioni migliori per identificarsi con coloro che deve aiutare.

4   Se non ti piace la gente che pensa non stiamo avanzando.

Dovuto, al fatto che il presunto progresso, quasi sempre, avvantaggia le persone più vicine al potere, i più lontani probabilmente non avranno nessun vantaggio.
Sotto la supremazia bianca, i più lontani sono quelli di pelle più scura (i poveri, gli omosessuali, le donne disabili e quelle nere) e non c’è nulla da festeggiare.
Ad esempio, è bene celebrare vittorie come il matrimonio tra omosessuali ma se non si riconosce che alcuni di noi non hanno accesso ai benefici dell'istituzione del matrimonio, nonostante il livellamento di questa barriera legale, è chiaro che non stai solidarizzando con le persone che sono sempre lasciate fuori.
Naturalmente, questa prospettiva mette un freno alla celebrazione. Impedisce, però di essere compiacenti e di conformarsi ai progressi che, in realtà, non affrontano la radice del problema. Se sei infastidito quando le persone che stanno ancora lottando indicano chiaramente questo fatto, tu non stai solidarizzando con loro.

5.  Si è più preoccupati che le persone emarginate guadagnano 'diritti', piuttosto che accedano a questi diritti una volta ottenuti.

I progressi non dovrebbe mai essere l'obiettivo finale, dovremmo fare in modo che l'obiettivo principale sia lo smantellamento del sistema che alimenta le ingiustizie.  Affinché ciò accada, non possiamo fermarci sui “diritti guadagnati”, dobbiamo fare in modo, in primo luogo, che non ci siano barriere per godere di questi diritti.
Queste barriere sono create dal sistema che permette che solamente alcuni possano godere pienamente di tali diritti: la supremazia bianca. Se il vostro attivismo ha come priorità la concessione dei diritti senza tenere conto che non si cambia il sistema, questi diritti avvantaggeranno soltanto un settore della popolazione, lasciando la parte più nera, la parte più povera, senza l'accesso a essi: non sarà mai un vero attivismo.
Rinunciare e fermare questo potere è il compito più difficile e scoraggiante, però il più necessario.
Io non dovrei dimostrare che posso essere “uguale a un uomo bianco” o chiedere la sua empatia o festeggiare piccole vittorie che fanno male alla mia comunità, più che aiutarla, solo per ottenere il suo sostegno e la sua solidarietà.
Si deve lavorare in profondità per affrontare le ingiustizie in un modo che elevi i più vulnerabili tra noi. Non ci dovremmo accontentare di meno.
Non preferireste un mondo che smantelli completamente i sistemi nocivi a un sistema che semplicemente aiuti i più privilegiati a navigare in tutta sicurezza?
E 'tempo di guardare di là dal concetto limitato di "libertà" che è stato presentato. I neri hanno lottato per molti anni, quindi, ci sono altre opzioni disponibili.
La libertà deve essere un concetto che include non solo le marginalità ma le marginalità degli emarginati. Qualsiasi altra cosa sarà sempre, in ultima analisi, razzista.

Hari Ziyad è un giornalista che contribuisce a everydayfeminism.com e uno scrittore che vive a Brooklyn. E’ capo redattore di RaceBaitR, uno spazio dedicato a immaginare e lavorare per un mondo al di fuori della supremazia bianca cis-eteropatriarcale e capitalista.


(traduzione di Lia Di Peri)

Afrofeminas.