martedì 18 aprile 2017

Cinque segnali che la vostra intersezionalità è razzismo mascherato.

Hari Ziyad *




 Che cosa significa liberazione per te?

Quando ero più giovane, ero molto consapevole del fatto che alcune persone erano trattate in modo diverso secondo come erano percepite. 
Le persone di razza nera, soprattutto,le donne nere e omosessuali non potevano andare in qualsiasi luogo pubblico senza sentire la minaccia di dover subire qualsiasi violenza contro di loro. Molte persone di altre minoranze etniche vivevano realtà violente simili.
Nel frattempo i bianchi, soprattutto, l’uomo bianco etero, non devono preoccuparsi di essere seguiti quando entrano in un negozio, essere costantemente confusi con un criminale o essere trattati come tale.
Io invidiavo tutto questo. Avrei voluto avere la libertà di muovermi per il mondo come loro. Ho pensato che essere liberi, era camminare senza precauzioni e cura che ero obbligato a prendere.
La liberazione divenne sinonimo di bianchezza.
Questo pensiero si notava in modo ovvio per aver assunto la pelle più chiara come la migliore, però anche con altre reazioni, che erano meno evidenti.

Facevo commenti sprezzanti verso i quartieri negri considerati “ ghetti” (essendo io stesso un bambino del ghetto). Avevo anche la sensazione che, per raggiungere il successo, avrei dovuto allontanarmi dalla mia città, andando il più lontano possibile. In realtà, avrei voluto allontanarmi dalla negritudine senza rendermi conto che l’avevo in me.
Come ogni analisi esaustiva della politica della rispettabilità, dimostrerà i neri non possono scappare dal colore della loro pelle. Al fine di ottenere "rispettabilità", a volte pensiamo di poter vincere cercando di vestire, agire o parlare in un certo modo.
Siamo trattati, però in modo inumano sia con abiti su misura sia con la felpa, con una o quaranta  lauree.
Sono arrivato a capire che la rispettabilità non era una soluzione per me, ma ci ho messo un po’ di più per capire le implicazioni di questa realtà.
Il mio desiderio di trovare la libertà in un cammino dell’uomo bianco, non era solo impossibile ma anche dannosa per me e le altre persone negre.

Tu volevi questo tipo di libertà?

I bianchi non sono visti come tipi sospetti nonostante che il sospetto sia giustificato. Ciò significa che i bianchi non sono identificati con la violenza, l'immigrazione clandestina o la criminalità. Danno a loro sempre il beneficio del dubbio a scapito delle altre persone di altri gruppi etnici.
Dentro la bianchezza, essere “libero” significa occupare spazio senza tenere conto di chi è sottomesso o sta sotto di te. Questo tipo di ideale di libertà è sempre l'ultima istanza razzista e i negri finiscono sempre per perdere.
I giovani senza tetto, sono per lo più, un problema negro. Il controllo delle armi è stato storicamente uno strumento usato contro le comunità negre e non c'è motivo di ritenere che sarebbe stato qualcosa di diverso oggi.

Di solito queste pratiche razziste si mascherano di attivismo intersezionale e può essere difficile distinguerle dalla vera intersezionalità.
Ciò significa che il razzismo potrebbe essere presente in qualsiasi dei modi con cui si pratica la intersezionalità.
Tuttavia, si può riconoscere ed evitare quando questo accada. Dobbiamo essere attenti a scoprire alcuni segnali in rosso che ho scoperto nel corso degli anni:

1.   Quando si rilevano le similitudini e si ignorano le differenze.
“ In ultima analisi siamo tutti uguali!”

Probabilmente avete sentito o avete detto, alcune volte, questa frase dentro il mondo dell’attivismo.
Si pensa che il modo migliore di unire le forze sia quello di trovare il collegamento con altre persone, che non riconoscono immediatamente il loro allineamento verso queste idee. Questo è parte del motivo per cui creiamo i termini ombrello LGBTQIIA + e parliamo tanto di "solidarietà".
Sebbene la ricerca di punti in comune sia importante, non dobbiamo negare la verità che le persone sono molto diverse. E molte di queste differenze sono di progettazione.
"Invece di emergere da un punto di vista scientifico, il concetto di 'razza', è formato dai valori storici, sociali, culturali e politici", scrive Teresa J. Guess. Nella costruzione sociale del bianco, il razzismo è deliberazione “ pertanto il concetto di razza si basa su una costruzione sociale e non scientifica nelle credenze obsolete sulla superiorità e di inferiorità intrinseca dei gruppi fondati sulla distinzione razziale”.
I neri sono sempre stati lontani da ciò che piace, da ciò che è buono nel mondo della supremazia bianca. Questo è il motivo per cui si celebra quando una persona bianca fa rap, però si demonizza quando lo fa un nero. La stessa cosa assume valore differente secondo la loro provenienza.
Quando, ignoriamo in ragioni della “comunità”, che le persone si spostano in tutto il mondo in modo diverso, quello che stiamo anche facendo è ignorare le esigenze di chi è diverso per il bene di chi è più uguale. Maggioranze e minoranze.
Questo avvantaggia le persone di colore che sono più vicine ai concetti bianchi di umanità e non fa nulla per gli altri. Sotto il bianco, "tutti gli altri" sono di solito i neri, i poveri e le donne della classe operaia, trans, disabili, persone queer, ecc.
Le differenze sono solo il problema quando l'omogeneità è l'obiettivo. Pensate a questo: Perché tutti devono essere uguali per essere trattati con dignità?

2    Tu vuoi che tutti siano trattati allo stesso modo.
Il concetto di uguaglianza è allettante.

Tuttavia, come già detto, la "uguaglianza" che vogliamo è di solito uno standard di come sono trattate le persone bianche. Nell’essere trattato in questo modo, si produce sempre un trattamento a detrimento degli altri, soprattutto, verso i neri e le altre minoranze.  
Pertanto quando cerchiamo “ uguaglianza di trattamento “o di essere trattati come “ esseri umani”, vorremmo essere trattati come uomini bianchi eterosessuali, con i quali cerchiamo di stare sopra gli altri gruppi.
Ciò è stato dimostrato su come siano stati affrontati i problemi connessi con l'AIDS. Solo quando il viso dell’HIV era diventato bianco, non fu più un problema della sola comunità omosessuale.
Anche adesso, quando i tassi di HIV rimangono a proporzioni epidemiche nelle comunità nere, con il 50% degli uomini gay neri, che si preveda contraggano il virus nella loro vita, il problema si affronta in un modo che impedisce l'accesso ai più vulnerabili tra i neri.
Possiamo veramente dire che stiamo creando un mondo che è meglio per tutti se la nostra visione di "uguaglianza" si lascia alle spalle le persone più vulnerabili?
La “uguaglianza” non distribuisce le risorse, dove sono più necessarie, e dove più c’è bisogno è spesso la comunità nera.
La vera giustizia e la liberazione non è solo trattare tutti allo stesso modo. Invece, è riconoscere che persone differenti hanno esigenze diverse, così da poter dare alle persone emarginate il tipo di sostegno che vada bene per loro.

3.  Il vostro obiettivo è di ottenere Empatia.
Gran parte del nostro lavoro è fatto con il proposito implicito o dichiarato di ottenere che altri siano testimoni di ciò che di brutto passano le persone emarginate.
Per quanto riguarda l’empatia, ciò che si richiede però è che uno sia capace di connettersi con la persona che sta visualizzando.
Quando si tratta di ottenere che gli altri “ sentano il nostro dolore”, questo di solito significa che tale dolore è presentato in modo grottesco e offensivo, insegnando massacri e carestie in ciclo continuo - spesso i neri sono morti e affamati - più e più volte. Ma questo modo di agire si basa sul fatto  che tutti gli esseri umani possiamo sensibilizzarci del dolore di altri esseri umani. Il problema è che molti pensano che i neri non siano esseri umani, o almeno non siano esseri umani con lo stesso valore che essi hanno.
In altre parole, questo tipo di empatia mai sarà sufficiente e mentre tu ti puoi sentire migliore per aver fatto qualcosa di buono, noi neri continueremo a soffrire per quello che siamo e per quello che non vorremmo essere.
L’empatia avvantaggia sempre coloro che sono in condizioni migliori per identificarsi con coloro che deve aiutare.

4   Se non ti piace la gente che pensa non stiamo avanzando.

Dovuto, al fatto che il presunto progresso, quasi sempre, avvantaggia le persone più vicine al potere, i più lontani probabilmente non avranno nessun vantaggio.
Sotto la supremazia bianca, i più lontani sono quelli di pelle più scura (i poveri, gli omosessuali, le donne disabili e quelle nere) e non c’è nulla da festeggiare.
Ad esempio, è bene celebrare vittorie come il matrimonio tra omosessuali ma se non si riconosce che alcuni di noi non hanno accesso ai benefici dell'istituzione del matrimonio, nonostante il livellamento di questa barriera legale, è chiaro che non stai solidarizzando con le persone che sono sempre lasciate fuori.
Naturalmente, questa prospettiva mette un freno alla celebrazione. Impedisce, però di essere compiacenti e di conformarsi ai progressi che, in realtà, non affrontano la radice del problema. Se sei infastidito quando le persone che stanno ancora lottando indicano chiaramente questo fatto, tu non stai solidarizzando con loro.

5.  Si è più preoccupati che le persone emarginate guadagnano 'diritti', piuttosto che accedano a questi diritti una volta ottenuti.

I progressi non dovrebbe mai essere l'obiettivo finale, dovremmo fare in modo che l'obiettivo principale sia lo smantellamento del sistema che alimenta le ingiustizie.  Affinché ciò accada, non possiamo fermarci sui “diritti guadagnati”, dobbiamo fare in modo, in primo luogo, che non ci siano barriere per godere di questi diritti.
Queste barriere sono create dal sistema che permette che solamente alcuni possano godere pienamente di tali diritti: la supremazia bianca. Se il vostro attivismo ha come priorità la concessione dei diritti senza tenere conto che non si cambia il sistema, questi diritti avvantaggeranno soltanto un settore della popolazione, lasciando la parte più nera, la parte più povera, senza l'accesso a essi: non sarà mai un vero attivismo.
Rinunciare e fermare questo potere è il compito più difficile e scoraggiante, però il più necessario.
Io non dovrei dimostrare che posso essere “uguale a un uomo bianco” o chiedere la sua empatia o festeggiare piccole vittorie che fanno male alla mia comunità, più che aiutarla, solo per ottenere il suo sostegno e la sua solidarietà.
Si deve lavorare in profondità per affrontare le ingiustizie in un modo che elevi i più vulnerabili tra noi. Non ci dovremmo accontentare di meno.
Non preferireste un mondo che smantelli completamente i sistemi nocivi a un sistema che semplicemente aiuti i più privilegiati a navigare in tutta sicurezza?
E 'tempo di guardare di là dal concetto limitato di "libertà" che è stato presentato. I neri hanno lottato per molti anni, quindi, ci sono altre opzioni disponibili.
La libertà deve essere un concetto che include non solo le marginalità ma le marginalità degli emarginati. Qualsiasi altra cosa sarà sempre, in ultima analisi, razzista.

Hari Ziyad è un giornalista che contribuisce a everydayfeminism.com e uno scrittore che vive a Brooklyn. E’ capo redattore di RaceBaitR, uno spazio dedicato a immaginare e lavorare per un mondo al di fuori della supremazia bianca cis-eteropatriarcale e capitalista.


(traduzione di Lia Di Peri)

Afrofeminas.

giovedì 13 aprile 2017

Sull'uso del femminismo da parte del colonialismo e le conseguenze sul femminismo islamico


" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.

mercoledì 15 marzo 2017

Guatemala: la casta delle bambine infiammabili

Chi ha lanciato il fosforo? Chi ha messo la serratura nella stanza? Perché tra le sopravvissute ci sono almeno nove ragazze incinte? Chi ha sentito le urla ed è rimasto fermo mentre le bambine bruciavano? Sono le domande che stanno emergendo nonostante l'opacità della Presidenza del Guatemala. Le indagini avanzano e ci sono già tre funzionari detenuti con l’accusa di omicidio colposo. C’è però un’altra scomoda domanda: perché queste bambine sono state portate in questo posto?  Perché non sono state ascoltate le loro denunce?
Perché esse erano parte dell’invisibile, le usa e getta, le infiammabili.


E 'in primo piano. Il suo volto si gira verso la telecamera, è una maschera pietrificata con la bocca semiaperta. E’ l’urlo. Dietro di lei, sullo sfondo della foto, c'è un mucchio di torsi, teste, braccia, gambe, piedi. Corpi contorti che si coprono gli uni con gli altri, che sono stati fermati, mentre cercavano di fuggire dal fuoco. Non si arriva a vedere nessuna porta vicina. Sembrerebbe che le bambine si sono ammucchiate: sconfitte. Alcune sono sopravvissute, molte sono morte negli ospedali. In cinque giorni il numero ha raggiunto 40. Questo non è il numero definitivo.





E’ stato il fuoco scoppiato l’8 marzo, che ha portato finalmente a mettere in discussione seriamente, con fermezza, il sistema di protezione delle bambine in Guatemala. E 'questo stesso fuoco che (finalmente?) ha suscitato l'indignazione di un settore del paese e ha spinto le organizzazioni legate alla infanzia ad alzare ancora di più la voce. La Hogar Virgen de la Asunción era una bomba a orologeria in attesa della scintilla.

Dal 2013 ci sono state denunce e pubblicazioni sulla stampa sulla protezione dei bambini sotto custodia dello stato (si accusavano gli incaricati della casa di maltrattamenti, di somministrare cibo avariato, di abusi sessuali, di tratta). Lanciavano avvisi ma tutto continuava ugualmente. Perché? Perché questi bambini non interessavano ai governi in carica o alla società che leggeva le note. Perché in Guatemala non si fa molto sforzo per occultare la precarietà, la esclusione, lo abbandono, la situazione in cui centinaia, migliaia, milioni di persone vivono, non solo chi abita in quelle case.
Non c'è bisogno di nascondere la vergogna in un paese che si rifiuta di vedere se stesso.

Ora c’è stupore e indignazione per il macabro fuoco e per le dichiarazioni di ciò che stava succedendo in questo spazio creato per proteggere le bambine in situazioni di vulnerabilità: piccoli abbandonati, alcuni orfani, bambini in fuga da case con madri  che non era in grado di nutrirle, bambini maltrattati, bambine violentate dai loro padri, bambini e adolescenti senza opportunità, facili prede delle fameliche bande. E,allora,i giudici ordinavano allo Stato di proteggerli. E il sistema li trascinava, li versava, li ammassava: più di 700 bambini in uno spazio con una capacità di 400 (non ci sono cifre esatte). Un bilancio miserabile, con personale insufficiente, amministratori senza esperienza e alti funzionari assunti per pagare qualche favore. La casa di accoglienza era un luogo più pericoloso che la strada o delle famiglie, dove le avevano abusate, perché da lì non si poteva fuggire.
Il 7 marzo i bambini sono insorti, alcuni hanno tentato di fuggire e un gruppo di adolescenti sono state chiuse in una stanza.Finora le dichiarazioni ufficiali dicono le stesse ragazze abbiano acceso il fuoco, sembra che per diversi minuti la polizia e i controllori abbiano ignorato le loro urla di aiuto.
L’edificio statale è stato chiuso e a velocità vertiginosa, i minori sono stati ritornati alle famiglie o sono stati trasferiti in altre strutture statali e private; le ragazze che sono sopravvissute, resistono negli ospedali o altri corpi aspettano di essere identificati all’obitorio. Ci sono tre funzionari detenuti, nonostante che, finora il Presidente Jimmy Morales, abbia fatto tutto il possibile per scaricare la responsabilità alle famiglie e manovrato per distogliere l’attenzione della cittadinanza.
Perché se qualche credito si può dare al presidente del Guatemala, è la sua capacità di dire ciò che una parte dei guatemaltechi vogliono sentire. Prima del suo arrivo alla Presidenza faceva ridere con le sue battute più crudeli; poi, in campagna elettorale, sapeva modulare la sua voce come fosse un pastore evangelico, appellarsi al nazionalismo più becero e cavalcare l'onda dell’”anti-politica”. Ora il suo discorso dopo l’incendio si è concentrato nel deviare l’attenzione dalla responsabilità del Governo e dal Ministero del Welfare sotto il suo comando.  Morales punta ad altre istituzioni come la Magistratura o l’Ufficio dei Diritti Umani e dichiara che quelle giovani erano in “conflitto con la legge”. Il presidente fa appello così al subconscio collettivo della legge del taglione, della pena di morte, dei “cattivi”, che possono e devono ardere e sulle loro famiglie che “non le curavano”; criminalizza, responsabilizza, fa che lo sguardo dei “bravi ragazzi” sia di rimprovero e accusatore delle famiglie che organizzano i funerali.  Jimmy Morales rispolvera la vecchia strategia della costruzione del nemico, di distruggere l'altro: ci sono morti che possono essere giustificate, ci sono persone colpevoli della loro stessa morte. Quelle ragazze indisciplinate e le loro negligenti famiglie se la sono cercata.

Il suo discorso è caduto come semi in un terreno fertile. Il Guatemala è un territorio di polvere da sparo e lo Stato è un mostro di cartone che serve per arricchire e proteggere alcuni e per schiacciare e ignorare altri. Uno Stato collassato i cui governanti non sono in grado di prevenire e considerano le carceri, i centri psichiatrici, le case per anziani, i rifugi per bambini, le ultime fogne della società.

Il 7 dicembre di ogni anno si celebra in Guatemala “ la bruciatura del diavolo”, si escono da casa tutti i rifiuti accumulati durante l’anno e la sera si fa un grande falò, dove ardono i brutti ricordi e ciò che non serve. Il fuoco, l'elemento mitico della morte e della purificazione.
Gli incendi hanno lasciato cicatrici nella storia nazionale: quello che ha bruciato queste bambine non è il primo.
Nel 1960, bruciò l’ospedale psichiatrico, dove morirono più di 150 persone, tra malati, criminali e indigenti; nel 1980 l'incendio presso l'Ambasciata di Spagna, nel quale morirono 37 persone carbonizzate, 22 contadini, 8 diplomatici e cinque studenti, e per molti anni si è speculato che furono gli stessi contadini a immolarsi. I fuochi delle guerre che hanno incendiato chiese, scuole, ranch con persone all'interno. Di questi fuochi rimangono i carboni inceneriti, tizzoni che nessuno si preoccupa di spegnere, in attesa di un nuovo accesso di rabbia o di uno stupido e brutale tentativo di spegnerli con la forza, la benzina o con la serratura.

Il comune denominatore di questi incendi è che alcuni in Guatemala hanno giustificato e continuano a giustificare la tragedia. Questi incendi sono collegati, perché ci sono ancora guatemaltechi che pensano che ci siano quelli che meritano di morire tra le fiamme; sono collegati perché lo Stato ha un ruolo da protagonista (per negligenza o per averlo acceso) e hanno in comune che in molti casi le persone uccise erano una parte della popolazione considera l’"altra": i malati, gli agricoltori, le ragazze povere ...

#FueElEstado dice l’hastag nelle reti sociali ed esce qualcuno in difesa di questi enti acefali e gelatinosi. Il fumo oscura la vera responsabilità dei funzionari che hanno assunto incarichi grazie al clientelismo e pagamenti in campagna elettorale; il calore impedisce di vedere che dietro il Presidente (i presidenti della storia) è il capitale finanziario che gioca a scacchi con i governanti e alleati corrotti per fare affari.
Sembra impossibile riconoscere che queste ragazze bruciate, come le loro madri e nonne sono nate con le carte segnate del destino, in un circolo vizioso di povertà, di abusi, di violenza, nella impossibilità di uscire dal baratro.

Per alcuni in Guatemala parlare di disuguaglianza, di esclusione, razzismo, di machismo è eresia.
E 'più comodo guardare in silenzio di fronte ai dibattiti sui cambiamenti strutturali del sistema, come le proposte di riforma nel settore della giustizia in fase di stallo al Congresso – della riforma fiscale stagnante a infinitum. E’ più comodo stare in silenzio piuttosto che parlare di educazione sessuale e riproduttiva -in cui i gruppi religiosi e conservatori si incaricano di mettere ostacoli a qualsiasi politica a essa collegata. Esigere che lo Stato garantisca la salute e l’istruzione, punti fondamentali – per questi gruppi è una utopia, mentre per altri è uno slogan comunista. La realtà è che, per alcuni, questo silenzio funziona relativamente bene, tranne quando vi è una tragedia, tranne quando si appiccica il fuoco. Gli incendi, però, si mitigano.

In mezzo al caos amministrativo, quasi una settimana dopo l'incendio, alcuni genitori continuano a vagare disperati tra gli ospedali, gli obitori e la segreteria - ora ghigliottinata- in cerca delle loro figlie. Un comando di volontari (per lo più donne) ordina e accompagna le famiglie abbandonate, perse tra la burocrazia e l’angoscia, perché le istituzioni fanno poco. Il corpo delle bambine sono riportate alle loro genti e quartieri di origine, si organizzano collette per pagare i funerali, si lanciano campagne per comprare le cose più elementari, appellandosi alla bontà e alla carità di tutti. Poco alla volta, i volti dei bambini e i nomi delle bambine bruciate, non occuperanno i titoli dei giornali.

Rimarrà nella storia, la foto delle bambine carbonizzate, come quella dell’incendio del reparto psichiatrico e della ambasciata. Forse, questa volta, ci sarà giustizia, alcuni ingranaggi si muovono, come quella della Procura. Ma conoscendo la storia, c'è poca speranza che, questa volta, sapremo vedere che nascosti dietro la pila dei corpi carbonizzati, ci sono migliaia di bambine in una fila infernale. C'è una casta destinato all'oblio. Perché ignoriamo i segnali di fumo.
Perché ci rifiutiamo di vedere le ragazze e le donne più vulnerabili, le indigene, gli altri, anche se ci bruciano le ciglia. Siamo stati incapaci di guardare negli occhi queste bambine.
Con essa, con la foto, la senza nome, nessuno potrà incrociare il suo sguardo: le sue cornee sono esplose con il fuoco.


(traduzione di Lia Di Peri)

Revista Factum.

giovedì 9 marzo 2017

I malati non sono lottatori.




E’ diventata una moda trasformare i malati in gladiatori. Una specie di atleti olimpionici dai quali si pretende che lottino per curarsi. Questa moda che è pura ideologia neo-liberista portata nel mondo della salute, è trasferita alla filosofia da mercatino di Paulo Coelho riguardo alla malattia. Si vede che il mondo imprenditoriale non riesce a dare di più che questa filosofia che vede la vita divisa tra vincitori e vinti. Paolo Raez non era un combattente perché era un paziente, una vittima arbitraria di qualcosa di ingiusto come soffrire di leucemia.

Trasformandolo in lottatore cade su di lui tutta la responsabilità di guarire, nascondendo che per curarsi da una malattia nulla è più efficace dell’investimento pubblico nella ricerca medica e nella qualità del sistema pubblico sanitario. E, come se non fosse sufficiente, quando la persona ammalata muore, la perversione consiste nel dire che non si è curato che, nel linguaggio neo-liberista, vuole dire che non ha lottato abbastanza: il responsabile di aver perso la battaglia diventa il malato. Una perversione mostruosa.

Una malattia come la leucemia è arbitraria, nessuno la sceglie, è disgraziatamente aleatoria. Pertanto, nessuno sceglie di combattere la leucemia o qualsiasi altra malattia. Gli ammalati sono dei pazienti, vittime che soffrono e il successo della guarigione dipende da una diagnosi tempestiva, da un buon trattamento, dall’investimento del denaro pubblico nella ricerca e che siano attenzionati da una buona equipe medica.

Questo sistema ossessionato dal trasformare tutto in successo/fallimento che converte gli imprenditori in una sorta di eroi che lottano per uscire dalla disoccupazione da soli, senza dire che la cosa più importante perché un imprenditore abbia successo è il denaro di partenza che gli prestano i suoi famigliari per iniziare, così ora si lancia anche l’idea di isolare la malattia e a convincere che lottare è sufficiente per guarire. Ugualmente se si vive in Senegal o in Svezia, che si lotti in una baracca o in uno chalet della Moraleja, che si abbia accesso alla salute pubblica di qualità o che chiedano la carta di credito se si entra in un ospedale.

Nessuna questione importante si risolve combattendo in solitudine né citando frasi celebri di Paulo Coelho. Nessuno esce indenne da un cancro combattendo come un atleta olimpico. Nessuno diventa un imprenditore di successo solo possedendo una buona idea di business. Nessuno ottiene i suoi obiettivi soli sognandoli. Nessuno lascia l'esclusione sociale solo ridendo alla vita. Nulla assolutamente nulla si risolve con una frase zuccherosa.
Questo è sufficiente per trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita in un fatto individuale, dipendendo solo da noi stessi. Nessuno si fa da se stesso che è la tipica frase di assenza di solidarietà dell’individualismo e la mancanza di empatia. Ci realizziamo gli uni con gli altri in salute e nella malattia. Invece di richiedere alle persone malate di lottare, sarebbe più utile che lottassimo noi per loro, per noi stessi e per tutti e che almeno smettessimo di votare opzioni politiche che tagliano in modo criminale la ricerca scientifica e il sistema di salute pubblica.

(traduzione di Lia Di Peri)



mercoledì 22 febbraio 2017

La schiavitù dei Rom, la “grande vergogna” della Romania.


di Marine Leduc
 
Tutti gli anni, il 20 febbraio, la Romania celebra l’abolizione dalla schiavitù dei Rom. Solo che in questi cinque secoli della storia del paese, essi non sono ancora inclusi nei programmi scolastici.  Questo 20 febbraio  2017, una pièce teatrale sulla schiavitù creata dall’attrice rom Alina Șerban è stata rappresentata al Teatro Nazionale di Bucarest. Una prima nel paese.






Quando la storia è stata dimenticata, l’arte la tira fuori dai cassetti. Con lo spettacolo «Marea Rușine» ("La Grande Vergogna"), ricompaiono sulla scena 500 anni di schiavitù Rom. Magda, una giovane dottoranda rom, decide di scrivere una tesi sull’argomento ma deve far fronte alle critiche dei parenti e alle sue domande interiori: Che cos’è essere una donna rom oggi in Romania e in Europa? Com’è che un tale passato è stato ignorato?

«Magda: Io propongo di descrivere le principali caratteristiche della schiavitù dei Rom in Romania.
Professore: Vi chiedo di nuovo, perché è così importante questo problema?
Magda: perché c'è ancora poca ricerca su questo argomento ed io posso contribuire a sviluppare questo settore di studio.
Professore: La tesi che lei propone è troppo militante. Dovete decidere se volete essere un’accademica o un’attivista. »



Attraverso questo personaggio, l'attrice rom Alina Șerban, intende riportare il passato nel presente e interrogare l’identità e la storia dei Rom rumeni. Secondo lei, è fondamentale conoscere il passato per meglio capire la situazione attuale.  "Tutti i discorsi sui Rom si costruiscono al presente ma non ci si chiede mai il motivo per cui esiste una tale situazione. Perché non hanno avuto la stessa opportunità degli altri? E 'importante che la Romania e il resto d'Europa capisca che gli antenati dei Rom romeni erano schiavi, e le conseguenze sono ancora oggi visibili. La Grande Vergogna non è soltanto questo passato schiavista. La Grande Vergogna è la dimenticanza di questo passato.”.

Chi scrive la storia?

La prima parte della pièce è dedicata allo sviluppo della tesi di Magda e al dialogo con il fratello - prete ortodosso – il suo piccolo amico e i suoi professori. Nella seconda parte, la giovane donna e gli altri personaggi interpretano la difesa sotto forma di declamazione e ripercorrono la storia della schiavitù dei Rom fino alla sua abolizione. Alla fine, le immagini del XXI secolo rivelano le case dei Rom distrutte e i loro abitanti espulsi.
Queste situazioni, Alina le ha personalmente sperimentate. Da adolescente, la sua famiglia è stata evacuata dallo “spazio rom” in cui abitavano. Lei ha beneficiato allora di un aiuto sociale alla infanzia che le ha permesso di vivere in un appartamento con altre giovani della sua età. Dopo il diploma entra alla UNATC, l’accademia di teatro e cinema di Bucarest. Nel 2010, la consacrazione: Alina ottiene una borsa di studio a New York e, dopo, alla Royal Academy di Londra. “ Mi sono resa conto a quel punto di avere chance per essere europea, racconta.  Non potevo lavorare, all’epoca, per i rumeni, non avendo il diritto ma a differenza del mio amico somalo, ho avuto un buon passaporto. Ho potuto studiare e vivere altrove. E’ liberatorio.
Durante il suo soggiorno a New York, ha fatto amicizia con gli afro-americani che le hanno parlato dei loro antenati, della schiavitù e del “privilegio bianco”.  Per loro era normale parlare di questo. Hanno messo in parole i miei pensieri, parole che non avevano espresso fino ad allora – spiega. I Rom rumeni non hanno ancora acquisito questo tipo di discorso, nonostante abbiano una storia simile. Sorge allora una domanda: chi scrive la Storia?”.
Lei si informa sui suoi antenati, sulla generazione di rom Spoitori e vuole recuperare la loro storia, la sua storia. Alla immagine degli afro-americani, Alina, vuole far parte degli artisti rom che rammentano alla Romania il suo passato schiavista e che diedero voce al gruppo etnico più discriminato dell’ Europa.


Amnesia generale

Molti storici hanno anche comparato la schiavitù dei Rom a quella degli afro-americani negli Stati Uniti. Se le condizioni e i contesti sono diversi, alcune somiglianze sono degne di nota. Dal 14esimo al 19esimo secolo, i principati di Valacchia e Moldavia praticano la schiavitù dei Rom. Questo sistema sarà istituzionalizzato e codificato con un Drept Tigan, una sorta di "codice nero". L'abolizione della schiavitù sarà dichiarata nel 1864. Da allora, le memorie ricordano il periodo, tuttora, ancora sconosciuto. La parola "zingaro", allora soprannome dei Rom, è diventato il termine usato per designare tutti gli schiavi. Come la parola “nigger”, questa parola peggiorativa in Romania è ancora usata per riferirsi ai Rom. Tutti gli schiavi non erano necessariamente Rom ma tutti i Rom - ad eccezione degli affrancati o di chi era fuggiti - erano schiavi, proprietà del Principe, dei monasteri o dei boiardi, i famosi aristocratici ortodossi dell'Europa dell'est.
Oggi, la scala della schiavitù sembra minimizzata. Anche la lingua romena parla di una forma di asservimento (robie) come una forma di schiavitù (sclavie). La Storia in sé non include nessun equivoco. Quando Mihail Kogalniceanu, futuro primo ministro della Romania, cercando di avvisare i suoi vicini nel 1837, fa luce su una parte di ombra dell’epoca: "Gli europei organizzano società filantropiche per l'abolizione della schiavitù in America mentre sul loro continente 400.000 zingari sono tenuti in schiavitù ".
I libri di testo rumeni non contengono paragrafo sulla schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Solo poche righe parlare della riduzione in schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Tuttavia, i principali proprietari di schiavi, rappresentati dalla Chiesa e lo Stato, a poco a poco si assumono le loro responsabilità. Nel 2011, il 20 febbraio (data della prima abrogazione nel 1856, ndr) è dichiarato "giorno della commemorazione della liberazione Rom”.  Il 19 febbraio  2016, l'ex primo ministro Dacian Ciolos ha riconosciuto ufficialmente la schiavitù e la situazione marginale dei Rom. Il giorno dopo, una targa è affissa al Monastero Tismana, uno dei primi ad avere posseduto degli schiavi.
Non conoscere il passato non permette di osservare le conseguenze. Dei ricercatori attestano dei luoghi occupati dai Rom, risalente al periodo della schiavitù, come il quartiere Simileasca a Buzau. Nel suo saggio rom the Gypsies to the African-America, la docente di letteratura Mihaela Mudure, scrive che il periodo post – abolizione è stato fatale: “Gli schiavi formavano una nicchia economica ma non avevano nessuna personalità politica e giuridica. Gli schiavi liberati possedevano una personalità politica e giuridica, ma si trovarono gettati alla periferia della vita economica moderna”.  Lei spiega anche che a differenza degli afroamericani, i Rom non hanno avuto i mezzi per far conoscere la loro cultura e la loro storia. Fino ad oggi.

Senza arte non c’è memoria


Il problema è tornato al centro del dibattito pubblico nel 2015, quando esce il film Aferim, diretto da Radu Jude.  Premiato a Berlino, questo western rumeno si svolge nei primi anni del XIX secolo e mette in scena due poliziotti alla ricerca di uno schiavo che è scappato. Per molti spettatori, la rivelazione di questo passato è l'effetto di uno schiaffo. Secondo Alina, "il dialogo inizia, " ma i progressi sono ancora rischiosi .
[...] Alina non si abbatte. Per lei non è una questione di posare come vittima.“ O ci rifiutiamo o vittimizziamo i Rom. Bisogna far passare altre cose. E 'stata una necessità per me parlare di storie dolorose, ma per creare qualcosa di positivo per provocare il cambiamento. E il teatro e l'arte in generale, devono essere capaci di creare questo cambiamento.”
“Qualche anno fa non avrei avuto il coraggio di fare un tale progetto:" Come donna e rom non avevo l’abitudine di occupare spazio. Alcune persone lo fanno facilmente; esse affermano che è quello che vogliono e lo ottengono. Voglio dimostrare ora che ho anche il diritto di avere il mio posto. " Ed evitare che 500 anni di schiavitù siano rifiutati o dimenticati”.



 (traduzione di Lia Di Peri)

CafeBabel.

venerdì 10 febbraio 2017

Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.

 Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.






Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy  mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a favore dello affitto dei ventri delle donne  per soddisfare i desideri di quei genitori che vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare  correttivi e controlli, perché questa pratica che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista  Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.

Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come spiegazione  di un problema che colpisce migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto  di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo  - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo. Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi, la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna che gesta e partorisce.

No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come fabbrica di bambini. 
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle  persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato  scarpe. E’ anche questo infame.

Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare i desideri di una manciata di uomini ricchi.

Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi, sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.

Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo:  sesso e ventre riproduttore.

E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi nuovi uomini e donne della conoscenza  della comunità umana da cui provengono. Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi può pagarlo.

E ora, nei momenti decisivi di questa immediato  Congresso in cui dirigenti e militanti di Podemos, che deve definire e risolvere  che tipo di formazione politica sarà, quali scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da loro e in che modo possiamo confidare a che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano, se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.

Note

Íñigo Errejón politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos

traduzione di Lia Di Peri


http://blogs.publico.es/lidia-falcon

martedì 31 gennaio 2017

Loca del coño * e musulmana





Non ho mai amato le etichette perché limitano i miei sguardi.
Il linguaggio ha molta carica politica che una semplice parola è sufficiente per castrare un sano dialogo, fondamentalmente perché una delle parti ha già predefinito nella sua mente un'idea monolitica che non sempre corrisponde alla definizione che l'altra persona ha di se stessa. Dire “ sono musulmana” può essere una prigionia del pensiero, perché parte da una idea costruita dalla colonialità. Dedico, quindi, questa mia prima pubblicazione alla mia presentazione.
Sono una pazza per la fica e di condizione musulmana (sì, ho scritto condizione e non identità).
Mi piace iniziare la mia presentazione dicendo che “sono una eusko-mora*, sovversiva, anarco-femminista, islamica”. Sono musulmana per convinzione, nata in una famiglia, "cattolica romana".
Con orgoglio mi definisco figlia dell’emigrazione galiziana a Parigi, nata in un momento storico in cui questo paese chiamato Spagna era sommerso in un processo privo di libertà e di poco pane per sfamare tante bocche affamate. Mi piace ricordarlo, perché penso sia importante non dimenticare la nostra memoria storica e per comprendere che le migrazioni sono parte della nostra tradizione. E’ bene che assumiamo che come noi siamo andati alla ricerca di prosperità e sicurezza, altre persone fanno lo stesso adesso che dichiarano che siamo una democrazia sviluppata.
Sono stata educata sotto i parametri binari, dove la eteronormatività era "normale". Ho sviluppato durante la adolescenza una evidente contraddizione sociale volendo veder realizzato il mio sogno di “essere un bambino”, non tanto per desiderio di identità ma per l’ansia di godere dei privilegi che a essi erano riconosciuti.
A quattro anni presi coscienza dei loro privilegi, quando ho desiderato possedere la macchina rossa a pedali, che ammiravo ogni giorno nella vetrina del negozio di giocattoli mentre andavo nel parco. La risposta era sempre la stessa: "Le macchine sono per i maschietti."
E’ così che è cominciato il mio desiderio di essere un bambino per possedere la macchina rossa, giocare a calcio, a rugby o, anche, non dovere indossare gli scomodi vestiti che mi impedivano di giocare in libertà. Anche se nonostante ciò finivano per essere usati come paracadute, mentre tiravo la cima di un albero, slogandomi anche qualche caviglia. Volevo essere un bambino per potermi sedere come più mi piaceva, correre e urlare quanto volessi, giocare alla Playmobil o avere la mia collezione di Transformer.
A occhi alieni è ciò che la nostra società ha comunemente descritto come un maschiaccio.
Anche se sono nata all'estero, dopo la morte di Francisco Franco, dovetti ritornare e adattarmi alla nuova realtà.
 Sono passata dal vivere in uno Stato laico a uno a-confessionale, con chiari favoritismi verso la Chiesa cattolica, un fatto che continua da quattro decenni dopo la rottura di un monotelismo religioso imposto con la forza nel corso degli ultimi cinque secoli, tranne nelle due repubbliche.
A sei anni ho preso coscienza del mio ateismo, quando ho detto nell’ora di religione che se Gesù era figlio di Dio e, quindi, Dio ero io, essendo allora figlia di Dio, potevo essere benissimo io Dio.
Ho ancora nei miei occhi lo stupore della insegnante, una affettuosa suora, che in quel momento, mostrò tutta la sua rabbia di fronte a una simile dichiarazione. Trentacinque anni dopo, sostengo ancora la stessa idea.
Io non credo alla costruzione che la nostra società fa di Dio né credo nel suo concetto di religioni e neppure nelle strutture verticali in cui le donne sono state espulse dalla leadership spirituale. Tendo a rifiutare le definizioni che, terze persone, fuori dall’Islam, fanno sulla mia condizione di musulmana come se fosse verità inconfutabile, razionale e da libera postura colonialista. Perché condizione? Perché, come ho capito la condizione musulmana è lo stato naturale degli esseri viventi, non solo degli animali umani.
Dal mio modo di intenderlo, l’Islam, non è una religione né monoteista né Allah è chiamato Dio. Non mi identifico con il concetto di “credente”, così come lo vivo, non c'è scelta di credere o non credere in Allah. Allah lo sento o non lo sento. Sì, lo so. Non ha nulla a che fare con la costruzione di parole che ha limitato il pensiero della nostra società. Forse, perché, durante questi ultimi cinque secoli, chi si è appropriato del diritto all'interpretazione e alla epistemologia dell'Islam, sono stati uomini bianchi eterosessuali non musulmani.
Per questo credo in un femminismo decoloniale e alla necessità che noi, le protagoniste, recuperiamo il nostro legittimo diritto di definire noi stesse, senza interferenze, senza aggiunte né cariche soggettive che arrivino da una prospettiva teologica antropocentrica, lontana dalla cosmologia islamica.
A noi tocca decostruire, decolonizzare lo sguardo e imparare a fare della diversità un potente strumento di sinergie per porre fine a questa piaga violenta chiamato sistema patriarcale.
Ti unisci alla mia jihad di genere?
P.S. Essere musulmana non è sinonimo di araba. Quando mi inviti a casa tua, non è necessario che mi prepari un cus-cus, per farmi contenta, perché se anche mi piace, continuo a decantare una frittata di patate o di verdure bollite. Non è neppure necessario che mi offri un tè alla menta, che è molto ricco ma preferisco un succo naturale di frutta di stagione.
Per quanto riguarda la musica, mi rendo conto che si desideri deliziarmi con ritmi del Maghreb ma, a essere sincera, mi piace di più il rock e il metal.