lunedì 16 gennaio 2017

I fiori del deserto che studiano, lottano e resistono.

Isabel Lourenço




Leila ha 20 anni,una ragazza apparentemente fragile, dolce e con un’energia inesauribile.
E’ una studente sahraui, studia inglese in una università del Marocco come tanti altri studenti sahraui dei territori occupati che non hanno altra scelta che studiare nelle università ubicate in Marocco, lontani dalle loro famiglie e le loro case e alla mercé della discriminazione dei professori del regime dell’occupazione.

La famiglia di Leila, come molte altre, ha prigionieri politici, desaparecidos e morti saharawi la cui unica colpa è di rivendicare i loro ancestrali diritti alla loro terra e patria.
Ho conosciuto questa ragazza tre anni fa, quando ho fatto la traduttrice per la prima volta durante il processo di un prigioniero politico saharawi.  Ricordo quanto fosse spaventata ma ha deciso con risoluto coraggio e nonostante tutte le difficoltà di superare le sue paure e di assolvere il suo compito.
Attivista sahraui lotta e resiste senza violenza. Lei vuole il suo paese libero dagli occupanti illegali e non ha dubbi che la vittoria sarà del popolo Sahraui.

L’ho incontrata nuovamente diverse volte e sempre con la stessa determinazione, una determinazione che non diminuisce nonostante la feroce repressione dell'occupante.
Leila vive in una famiglia di donne, il padre è morto, la madre non si è risposata e ha una sola sorella. Le difficoltà sono molte, ma la madre incoraggia le sue figlie e il resto della famiglia.
Le giovani saharawi sono incoraggiate dalle loro famiglie a studiare e in nessun momento sono viste come un peso o come membro meno valido della società sahraui. Al contrario, questi fiori del deserto con i loro melfas (abito tradizionale) colorati e i loro magici sorrisi, sono guerriere, donne forti che hanno la capacità di decidere e combattere, organizzare e guidare, molte di loro sono simboli della resistenza dentro e fuori i territori occupati.

La questione dell’autodeterminazione è essenziale – mi dice Leila – è l’unica soluzione ed è una giusta soluzione per il nostro popolo, e noi non smetteremo mai di lottare per il nostro paese.
Le ho raccontato che avevo una studente portoghese che scriverà una tesi nella quale sostiene che i sahraui sono più radicalizzati, che le donne sahraui, oggi, sono meno indipendenti, che non sono motivate a uscire da casa e studiare per ottenere il diploma e rappresentare il loro paese.
Guardo intorno alla stanza piena di donne sahraui che ridono, risate di incredulità e stupore. Esse sono uno degli esempi viventi che tutte queste sono menzogne e mi dice: Guardaci qui e guarda i campi dei rifugiati, le mie amiche studiano, guidano, organizzano, chi afferma queste cose non ci conosce e l’unica cosa che fa è diffondere bugie.

Parliamo del mondo, delle guerre, degli attacchi, Leila come tutti gli saharawi non sono contenti della manipolazione della loro religione, “l’Islam non è nulla di tutto questo, noi vogliamo la pace e condanniamo questi attacchi”, mi ripetono tutti gli studenti saharawi con cui ho parlato.
Uno delle giovani saharawi nella stanza, una giornalista, è malata, i suoi compagni cercano di incoraggiarla e le danno un rimedio fatto in casa. Questa solidarietà, il rispetto e l'affetto tra i Sahrawi sono qualcosa di unico.  Il rispetto degli uomini sahraui alle donne, non per imposizione o standard ma per cultura e tradizione è degno di essere citato più e più volte.
Sai quando una di noi è aggredita dalle autorità dell’occupazione è la stessa cosa che se attaccassero 100 uomini. E’ un crimine. Aggredire o insultare una donna è impensabile per la nostra società. Un uomo che maltratta una donna è condannato all’ostracismo da tutti. Mi dice Leila.

Ritorniamo a parlare delle difficoltà di studiare essendo sahraui nei territori occupati.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.

Le chiedo dei 144 studenti saharawi in attesa di giudizio da più di un anno nel carcere di Marrakech. "Sono stati arrestati dopo le manifestazioni, hanno avuto sfortuna è la nostra vita. Nessuno parla di noi, perché non facciamo notizia?”.
Il giorno prima la ragazza era andata a visitare il prigionieri Gdeim Izik nel carcere di El Arhat mi ha detto con un luccichio negli occhi: "Come faccio a lamentarmi per così poco. Erano emozionati e sorridenti, che coraggiosi! Mi hanno trasmesso tanta forza e sono un esempio della nostra lotta. Sono innocenti sui quali pesa una pena di 20 anni all’ergastolo, però sorridono!”.

Guardo questa giovane, che in qualsiasi momento può essere arrestata e torturata, una giovane donna che ha affrontato il Tribunale di Sale, un intero giorno, nella manifestazione a sostegno di Gdeim Izik con molti altri giovani, le loro famiglie e amici e vedo la forza, l’incredibile forza, che possiede chi ha ragione, chi difende la giustizia, chi difende la pace.

(traduzione di Lia Di Peri)


http://porunsaharalibre.org

martedì 3 gennaio 2017

Il femminismo rivoluzionario comunista: Alessandra Kollontaj (I)

In occasione del centenario della rivoluzione bolscevica (ottobre 1917- 2017) ho deciso di rendere visibile un movimento femminista che è stato volutamente occultato dalla storia prima e dalla maggior parte dei femminismi occidentali: il femminismo di classe o socialista.
Eppure nella Russia sovietica il contributo delle donne alla rivoluzione è stato enorme e,lo stesso Lenin - se pure tardivamente - riconoscerà questo contributo, dichiarando che furono proprio le donne a sca
tenare il processo rivoluzionario, la testimonianza delle tante donne parte attiva di questa rivoluzione, non solo militanti ma anche dirigenti è una minima parte della immensa bibliografia rivoluzionaria ma è stata intenzionalmente nascosta e lasciata fuori dalla storia dei femminismi.


"È tempo di disfarsi dell'ipocrisia del pensiero borghese. È tempo di confessare con franchezza che l'amore è non soltanto un fattore imperioso della natura, una forza biologica, ma è anche un fattore sociale. L'amore è un'emozione profondamente sociale nella sua essenza. In tutti gli stadi della evoluzione dell'umanità (sotto forme e aspetti diversi certo), l'amore è apparso come parte integrante della cultura spirituale della società. La borghesia stessa, che parlava dell'amore come di un «affare privato», salvava di fatto le sue norme morali per incanalare l'amore nella direzione che meglio serviva i suoi interessi di classe. A maggior ragione l'ideologia della classe operaia deve tener conto dell'importanza dell'emozione d'amore in quanto fattore che può essere utilizzato (al pari di qualsiasi altro fenomeno psico-sociologico) per il bene della collettività. Che l'amore non sia affatto un fenomeno «privato», una semplice storia tra due «cuori» che si amano, che racchiuda in sé un "principio di coesione" prezioso per la collettività è dimostrato dal fatto che l'umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare «come» e «quando» l'amore doveva considerarsi «legittimo» (rispondente cioè agli interessi della collettività del momento), e quando invece doveva considerarsi «colpevole», criminale (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società)."
 Aleksandra Kollontaj, Eros alato.

lunedì 10 ottobre 2016

Afrofemministe: Sappiamo emanciparci da sole.

Questa lotta intersezionale contro il sessismo, il machismo, il capitalismo incomincia a diventare forte nei paesi europei con una grande popolazione nera come la Francia. Le promotrici sostengono la loro ascendenza africana, optano per la lotta non-mista e si rifiutano di essere tutelate dal femminismo bianco.


 di Andrea Olea



"Il femminismo come quello delle Femen non cerca l'abolizione del patriarcato né di altri sistemi di dominio. Il suo scopo è quello elevare le donne bianche di classe media e alta allo stesso livello degli uomini bianchi, rafforzando la divisione razziale e sociale. La sua liberazione femminista è imperialista, occidentale e colonialista.”. Sono parole di Fania Noel, militante del collettivo afrofemminista francese Mwasi.
Noël, diretta e polemica è una delle leader più visibili in Francia di un movimento, l’Afrofemminismo, che cerca di superare la supposta universalità promosso dalla tradizionale corrente femminista, puntando alla lotta intersezionale contro la discriminazione di genere ma anche di razza, religione o classe sociale.
"L’ afrofemminismo nasce da un incrocio di lotte", spiega con meno virulenza la giornalista senegalese Rokhaya Diallo, residente a Parigi . "Le donne negre si sono rese conto che dentro il movimento femminista, la maggioranza bianca privilegiata trascurava le problematiche delle sue sorelle di colore e che nel movimento antirazzista erano vittime del sessismo dei loro fratelli, quindi non erano in grado di fare sentire la loro voce in nessuno dei due spazi. Questa scoperta ha portato allo sviluppo di un femminismo specifico di donne “razzializzate” per la cura dei loro interessi senza dipendere dalla agenzia femminista o antirazzista globale".
Dopo anni, guardando con un misto di ammirazione e di invidia agli Stati Uniti, in Europa ha cominciato a prendere forma un nuovo femminismo nero, più de-complessato e irriverente, che si avvicina alle sue radici africane e abbonda nei problemi della colonizzazione e della migrazione. Blogs, Youtube, Twitter… Internet sta permettendo la visibilità a un movimento che attinge alla teoria nata dalle esperienze di discriminazione di tutti i giorni. E la Francia, uno dei paesi europei con la più grande popolazione nera di origine africana, registra questa nuova ondata del femminismo afro - europeo.
 No, non ci liberano noi ci facciamo carico.

"Ci sono donne a favore del velo come ci sono neri a favore della schiavitù”. "Colonizzazione? La Francia non è responsabile di aver voluto condividere la sua cultura con i popoli dell'Africa, dell'Asia o dell'America. " Queste sono alcune perle lanciate nel 2016 da membri della classe politica francese. Su Twitter o Youtube, attiviste come Mrs. Roots, Naya, La Copine Doudou o Haitiano Molotov, colpiscono senza pietà e con una corrosiva ironia gli autori di quelle uscite dal tono razzista,
mentre tessono alleanze con altre femministe nere.
In assenza di una Accademia dove teorizzare, le afrofeministe francesi si incontrano sulle reti sociali. E’stato proprio su Internet che è nato nel 2014, il collettivo Mwasi (donna in lingua lingala). Combattive e viscerali, eccessivamente radicali per alcuni, le Mwasi usano la lotta non mista come primo strumento di auto-emancipazione e moltiplicano le loro azioni di denuncia sia sul virtuale sia nelle strade: dai forum, ai dibattiti e manifestazioni, attraverso azioni di sostegno delle donne migranti. Fortemente politicizzate, si dichiarano anti-capitaliste, anti-imperialiste pro-velo e pro-legalizzazione della prostituzione, ciò che nel paesaggio femminista francese per lo più opposto al lavoro sessuale e allo abbigliamento islamico, è una dichiarazione di principi.

"La visione del femminismo bianco tende a dimenticare la realtà di altri continenti, di altre culture, di altre classi e di altre religioni, ha detto Aminata Coulibaly-M'Bengue, francese di 21 anni di origine senegalese.  "La mia famiglia è musulmana e anche se non siamo praticanti, le costanti critiche sullo uso del velo, mi disturbano profondamente. Sento che viviamo una doppia ma anche tripla oppressione: come donne, come nere, come musulmane”. 
Aminata Coulibaly-M’Bengue, militante femminista e anti-razzista

Le afro - femministe esigono riparazione e memoria sul passato schiavista e colonialista della Francia e che sia studiato nelle scuole “ allo stesso modo in cui si studia il collaborazionismo durante il periodo nazista." Esse criticano anche il neocolonialismo francese in Africa. Stéphanie, femminista ivoriana, di 25 anni, che vive da dieci nel Hexagon, si esprime con durezza: "E 'una vergogna come si comporta la Francia in Africa, come se si trattasse del cortile di casa sua. Interviene in Mali, nella Repubblica Centroafricana, ci dice come le cose devono essere fatte e noi lo compriamo. La Françafrique ancora ci lega a una sorta di schiavitù mentale, ” afferma.
Dalle roccaforti del passato coloniale francese, conoscono bene il resto delle loro vittime, soprattutto, le discendenti della emigrazione dal Maghreb, la rivolta contro la discriminazione, il razzismo e la xenofobia, onnipresente nella vita quotidiana della Repubblica. Forse, una delle forze dell’afrofemminismo francese risiede nella alleanza con il femminismo islamico, entrambi inseriti nel femminismo postcoloniale, così come nel movimento anti-razzista. Anche in questo si cominciano a distinguersi attiviste con il nome di donna.
Nel mese di luglio, la morte a Parigi, di un ragazzo negro di 24, Adama Traoré, in custodia della polizia, ha dato forza al movimento Black Lives Matters in Francia. Di fronte alle manifestazioni a favore della verità e della giustizia, si trovava una delle sorelle del ragazzo morto, Assa Traoré.  E due donne, la mwasi Fania Nöel e Sihame Assbaghe, altra famosa militante antirazzista di origine magrebina sono state le organizzatrici nel mese di agosto del primo "campo decoloniale" in Francia, uno spazio diretto e limitato a persone razzializzate, quelle “che hanno sofferto il razzismo di Stato sulla propria pelle”. L’evento ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro sui Media e tra la classe politica francese, accusando le sue promotrici di comunitarismo, segregazionismo e razzismo anti-bianco.
Questo evento ha posto in primo piano, la questione della lotta non mista, molto presente nell’afro-femminismo e difeso a tutti i costi da parte del Mwasi. Il loro grido di battaglia è “ No, non ci liberano, noi ce ne facciamo carico ”.
"Questo non è un movimento segregazionista. Semplicemente è necessario creare spazi non misti in un luogo e tempo limitati, spazi di parentesi in cui non c'è timore di sottoporsi agli occhi di chi è parte del gruppo oppressore”, sostiene Rokhaya Diallo.
Invisibilizzate
 Le intervistate concordano: il razzismo istituzionale, rimane una triste realtà in Francia.
"In questo paese non ci sono statistiche ufficiali di tipo etnico. C'è una sorta di bisogno di dire 'siamo tutti uguali ". Anche se non lo siamo”, denuncia Aminata. Nessuna esagerazione: la parola 'razza' è stata cancellata dalla Costituzione nel 2013, come se cancellarla servisse a distruggere la discriminazione quotidiana in base al colore della pelle.
Nel caso particolare delle donne nere, le afrofemministe sottolineano la loro invisibilità assoluta in tutti i settori – sociale, economica e politica – della vita quotidiana della Repubblica. "Se si guarda ai politici, alla Assemblea Nazionale francese, ti rendi conto che non ti rappresenta per niente. Quante donne nere ci sono? Nessuna.  C’è stata Christiane Taubira (ex ministra di Giustizia) e oggi neppure questo “*- dichiara esasperata Aminata. "Per quanto riguarda i media, i film, le serie ... si trova una totale assenza di donne nere, e quando ci sono appaiono rappresentate solo da luoghi comuni”.
Contro questi stereotipi si rivolta una delle voci più autorevoli del panorama afrofemminista francese, la ex attrice e regista Amandine Gay: “ Nella mia carriera di attrice ho quasi sempre interpretato clandestine, tossicodipendenti, prostitute, spogliarelliste, donne che entrano ed escono dalla prigione. Qui, se sei negra, in un film è una parte storica obbligatoria”, ha recentemente denunciato.
Gay, autrice del vibrante documentario Ouvrir La voix, che affronta l'esperienza delle Afroeuropee, si scagliava contro l'immagine che offrono determinate produzioni audiovisive come il film Bande de Filles, Céline Sciamma (uscito in Spagna nel 2015 come Girlhood) perché, nonostante abbia dato risalto – cosa rara – come protagoniste alle donne nere, appaiono tutti gli stereotipi della Niafou, soprannome peggiorativo dato alle ragazze negre delle banlieue (quartieri a basso reddito, generalmente problematici, delle periferie francesi): volgari, sboccate, violente, in costantemente legate alla delinquenza . "Ancora una volta, le donne nere della banlieue secondo la visione ...di una regista bianca", ha riassunto.
Questa ricorrente rappresentazione simbolica delle donne nere come elemento esotico, selvaggio, senza parola, è alla unanimità criticata dalle afro - femministe. “ Esiste in Europa una specie di fantasma della donna nera, che viene da epoca coloniale", dice Stephanie. “ Ci erotizzano, ci considerano solamente esseri sensuali e sessuali. Ci disumanizzano”.
Inoltre, lamentano che il peggio arriva quando questo disprezzo della maggioranza bianca privilegiata diventa paternalismo. Aminata, studentessa di Scienze Politiche alla Sorbona, si ribella: "Odio quando si rivolgono a me perché donna nera e mi dicono ‘tu non sei come le altre donne nere, tu sei civilizzata', come se fosse un complimento."
Rohaya Diallo si sofferma in questa cosiddetta politica della rispettabilità: "Per essere accettata e degna di rispetto, per non subire razzismo, devi essere registrata in tutti i codici dominanti. Questo passa per agire, parlare o andare vestita e pettinata in un certo modo: come le bianche ".


La estetica come arma di potenziamento.

Per ribellarsi a questa stigmatizzazione, fin dai suoi inizi, l’afro-femminismo ha impiegato la estetica come forma di riappropriazione di una identità che è stata sistematicamente ignorata.  "I capelli sono importanti per essere parte della donna negra che si vuole sempre cancellare. Oggi la maggior parte di noi porta il suo capello afro stirato o nascosto sotto le extension. Siamo nati in un mondo che non vede quei tratti come estetica accettabile ed è per questo una lotta così importante come il colore della pelle ", ha detto la giornalista, autrice di un libro intitolato" Afro " nel quale ritrae 120 francesi neri e nere o meticci con il loro capello al naturale.
 Rokhaya Diallo, giornalista e militante afrofemminista
Questo tentativo di rivalutare l'estetica africana è evidente nella blogosfera e Youtube, dove cominciano a emergere numerose pagine di moda e bellezza focalizzate su donne nere.  Alcune di successo come Fatou Diaye, autrice del blog Black Beauty Bag, in collaborazione con L'Oreal apparsa spesso nelle riviste di moda. Diallo si entusiasma: “E’ importante che persone come Diaye iscriva nel paesaggio pubblico donne nere, non complessate circa il loro fisico e forme".
[…]


Guardare alle radici africane

L’afro-femminismo si apre la strada in Europa e cerca la propria identità di fronte alla corrente statunitense, comprendendo che la gran parte della sua popolazione nera è di origine africana, discendente di schiavi o figlia e nipote di immigrati, con la quale ha una vicinanza più immediata sia geografica sia sentimentale, con il continente dei loro genitori, nonni e antenati.
[…]
“Vogliamo riappropriarci di tutti i termini dispregiativi: negra (il termine è molto offensivo di fronte al neutro nero o black), Niafou, ecc. Non voglio che mi distinguano da altre donne negre, che non parlano bene il francese, che non vanno vestite come me, non voglio che mi dicano ‘tu sei migliore delle altre’, non voglio non essere solidale con le altre donne negre perché sono immigrate o di classe popolare ", afferma Diallo Rokhaya.

Dalla ricerca di propri referenti si è discusso ai primi di settembre e in occasione della conferenza 'Black Feminism, and The Politics of Women of Color’, presso l'Università di Edimburgo, in Scozia, dove le partecipanti provenienti da Regno Unito, Irlanda, Olanda e Francia, hanno discusso temi quali la migrazione, lo spostamento, la discriminazione o la violenza fisica e simbolica contro le donne nere in una prospettiva europea. Nello stesso periodo in Brasile, la celebrazione del Forum Internazionale di AWID (Associazione per i diritti della donna e lo Sviluppo) ha avuto come preludio un forum su femminismi nero, che ha permesso di sottolineare nella sua diversità, con partecipanti provenienti da Europa, Africa, Stati Uniti, America Latina e nei Caraibi.

“"Nonostante le somiglianze, le nostre realtà europee non sono quelle delle afroamericane.
In realtà, ci sforziamo di concepire un afrofemminismo locale,che non ci impedisca di essere solidali con le lotte sviluppate dalle nostre sorelle della diaspora nera in tutto il mondo ", ha spiegato sul sito della AWID, un'altra mwasi, Sharone Omankoy.



 L'intervista è stata realizzata dopo le dimissioni di Christianne Taubira che si è opposta al progetto da parte del governo francese di ritirare la nazionalità francese agli accusati di terrorismo e prima di essere nominata come ministra Ericka Bareigts. 



traduzione di Lia Di Peri


sabato 17 settembre 2016

Con il costume da bagno abbiamo sbagliato


di  Brigitte Vasallo







Il tormentone estivo sono notizie che appaiono, sovra-dimensionate in momenti di scarsa attività giornalistica nei quali non c’è bisogno di riempire giornali e riviste. Notizie che scompaiono come una tempesta, a fine estate, quando i "gravi" problemi ritornano a riempire le pagine.
Quest’anno il tormentone è stato particolarmente velenoso dato che ha messo al centro delle battute internazionali i corpi e le vite delle compagne musulmane che usano fare il bagno con un indumento intero, chiamato impropriamente “burkini”.
Dal momento del divieto di usare questo indumento da parte di alcuni sindaci conservatori francesi e la conseguente espulsione dallo spazio pubblico di alcune donne, il rumore assordante ha assaltato la scena.
A ciascuno di noi fanno male certe cose: a me fa male il femminismo. E, nello Stato spagnolo, gran parte di femminismi sono rimasti impigliati nell’alimentare il tormentone con dibattiti fuori luogo, invece di collegarsi con le compagne aggredite. Siamo state così preoccupate nel tastare il polso al “problema”, che lo abbiamo perso di vista completamente e il dibattito femminista per la maggior parte non si è centrato sulla aggressione né sulle libertà ma sullo abbigliamento. La sempre eterna ossessione per il velo. Perché c’è costato tanto, in generale, denunciare l'aggressione senza ma e senza se e senza dubbi? Perché abbiamo speso molte ore ad analizzare le aggredite e i loro corpi? Cercherò di spiegare il motivo per cui il dibattito è parte dell'aggressione stessa.
La responsabilità della propria ignoranza
Chiariamo fin dall'inizio: il cosiddetto burkini è un hijab; è un indumento che usano sulla spiaggia, le compagne che portano il velo nelle strade. Tutte le analisi intelligenti e iper-ventilate, equiparando il nome commerciale burkini con il burqa o con un niqab sono analisi semplicemente ridicole. Si sa che agitare le acque favorisce i pescatori, così ciascuno ha usato la tecnica del caos concettuale come meglio poteva. E noi femministe che spesso abbiamo rivendicato che gli uomini si formino nel femminismo, che tante volte abbiamo affermato che non è nostra responsabilità educarli, ci siamo perse in cose così semplici come distinguere un hijab, burka e niqab, con tutto il peso politico che tali denominazioni comportano e con tutta la confusione generata dalla nostra ignoranza. Non possiamo sapere tutto, certamente. Non possiamo però, opinare su cose, che non abbiamo neppure guardato su un dizionario.
Perché non possiamo opinare!
Lo ribadisco: in un contesto di disuguaglianza e di violenza, noi non- musulmane non dobbiamo continuare a mettere in discussione le strategie delle musulmane per sopravvivere a questa disuguaglianza e violenza. Nessuno ci sta chiedendo la nostra opinione ma stiamo solo esercitando il nostro potere per esigere che le altre si giustifichino di fronte e a noi, che ci chiedano il permesso, per così poter scegliere, decretare, se glielo concediamo o no.
Eppure, noi siamo le prime a esigere che gli uomini rivedano i loro privilegi, prima di discutere sulle strategie delle donne. Come ci suona quando davanti a una aggressione machista, alcuni uomini iniziano a discutere sui vestiti delle donne, se la gonna era corta o, al contrario, se così “truccata”, è normale essere aggredita?
Dire che non dovremmo mettere in discussione o dibattere sul velo o sul niqab non è una questione di raffinatezza attivista, come direbbe Itziar Ziga. Al contrario, i dibattiti fanno parte della violenza razzista che esercitiamo e, in questo caso particolare, penso che sia stata la vera e propria aggressione, di là dall’intervento effettivo della polizia sulle spiagge. Le discussioni sulle reti sociali, assordanti, hanno dimostrato ancora una volta chi pensiamo sia il soggetto e chi l’oggetto, quali voci non abbiano nessun valore, quali donne non riconosciamo come donne ma come mere sagome inerti di uomini manipolatori. Se il femminismo ci ha insegnato che le donne siamo soggetti della nostra vita e non solo appendici, non capisco allora cosa ci abbia insegnato.
Il problema non è il velo: è il razzismo.
Uso il termine “islamofobia di genere” perché è stato coniato e sviluppato dalla femminista musulmana Jasmin Zine, tra le altre. Un termine, quindi, che nasce dalla comunità identificata e che molte donne musulmane stanno utilizzando per auto-identificare la loro oppressione. Con questo termine si punta alla intersezione tra la islamofobia e il machismo. La intersezionalità, più nominata che applicata, nasce dal pensiero collettivo femminista nero e lesbico Combahee River Collective per analizzare come le oppressioni non si sommino, semplicemente, ma interagiscono tra di loro. Cioè: l’islamofobia di genere non è da un lato machismo e dall’altro, islamofobia ma un asse di discriminazione e violenza specifica, derivante da un incrocio tra i due. Non si può analizzare, quindi, la situazione delle donne musulmane in Europa, puntando solo sul machismo (o una forma di machismo), perché sono anche in una situazione di violenza razzista (l’islamofobia è una forma di razzismo, come hanno sviluppato ampiamente da persone come Ángeles Ramirez o Ramón Grosfoguel).
Noi femministe bianche non soltanto siamo donne ma siamo anche bianche. Come dice Lucas Platero, tutte le identità sono intersezionali, in modo che quando analizziamo l'hijab (o il costume da bagno per tutto il corpo) non lo facciamo solamente come donne ma agisce nella analisi anche il fatto di essere bianche (e intendo in questo caso, la parola bianca come non –musulmana). Ed è a mio parere la parte essenziale, perché punta alla violenza che esercitiamo ma che potremmo fermare immediatamente. Ma che non fermiamo.
Lo sguardo sul hijab dei femminismi bianchi ha parallelismi con la lotta per l’aborto negli Stati Uniti negli anni '70, una lotta guidata dalle bianche, che ebbe poco impatto sulle donne nere e portoricane, secondo quanto racconta Angela Davis in Donne, Razza, Classe e che erano tuttavia, quelle che subivano di più gli aborti illegali e, di conseguenza, sarebbero dovuto essere quelle più interessate alla legalizzazione. La questione era radicata nel fatto che il femminismo bianco era focalizzato sul diritto all’aborto mentre le donne nere e portoricane, che provenivano da una storia di schiavitù e di sterilizzazione forzata, non rivendicavano il diritto ad abortire ma al controllo delle nascite, cosa che includeva la resistenza e la resistenza a pratiche eugenetiche.
Nei femminismi egemonici ci riempiamo la bocca con le libertà ma facciamo acqua al primo costume che incrociamo. Perché continuiamo a essere ancorate nella universalizzazione della sua esperienza e, un’ esperienza universale del femminismo bianco, è la nudità come pratica di libertà di fronte a un ambiente che ci imponeva di vestirci.
Però, cosa succede quando questa nudità diventa imposizione? E inoltre, cosa accade quando questa imposizione comporta una restrizione identitaria? Nel documentario di Al Nisa, alcune compagne lesbiche e musulmane spiegano che l'hijab è per loro una forma molto importante di visibilità, come passeggiare mano nella mano con la propria ragazza.
Non possiamo discutere sulle decisioni da soggettività ed esperienze diverse dalle nostre. Tranne quando parte della oppressione su queste soggettività, la costruisce precisamente i nostri pregiudizi. Se qualcosa ci può unire, è il diritto al proprio corpo e che ognuno lo definisca nel contesto che gli è più appropriato alla sua soggettività e alle sue esperienze. Difendere però la libertà come pratica e non difendere un oggetto contenitore di questa pratica di libertà è complicato. Poiché il risultato della pratica non sempre piace. Quindi preferiamo sacrificare la libertà, anche se mascheriamo questo sacrificio e finiamo con il nominarlo libertà. E, di fatto, lo è. Però la nostra. Solo la nostra.
In questi “altri” corpi interagiscono oppressioni che noi bianche non viviamo. Come spiega Jasmin Zine, nell’era post 11 settembre “ la islamofobia di genere ha rivitalizzato sia la retorica e le rappresentazioni di donne ritardate, oppresse e politicamente immature che hanno bisogno di essere liberate e riscattate attraverso degli interventi imperialisti come anche i pregiudizi dello estremismo religioso e i discorsi puritani che legittimano narrative limitanti della femminilità islamica e ostacola i diritti umani e le libertà di queste donne”. Così davanti a un caso eclatante di islamofobia di genere come è stata la espulsione di alcune donne musulmane dalle spiagge, le analisi del femminismo bianco si concentrano ossessivamente sulla denuncia del “patriarcato musulmano” e non sulla polizia bianca, rappresentando le donne musulmane come vittime che non capiscono sicuramente la propria situazione. Queste analisi che mettono a tacere il fatto che le musulmane in Europa sono sotto la violenza razzista non si situano in un luogo contrario al patriarcato che pretendono di denunciare ma sono parte della stessa oppressione intersezionale.
Così il tormentone di questa estate è stato un eccessivo esercizio di purplewashing: uomini chiaramente machisti e anche donne femministe usando una presunta preoccupazione per le donne hanno legittimato la esclusione e la disumanizzazione di quelle stesse donne. Gli articoli che abbiamo visto circolare questa estate, utilizzando contro le musulmane le analisi delle femministe arabe laiche decontestualizzate - dando per scontato che non le conoscono e ci sarebbe da mostrargliele o assumendo che quelle femministe non sono compagne di lotta – sono parte dell’infantilizzazione razzista e machista.Non aggiunte ma incrociate.
Contro il divieto... ma
C'è una linea discorsiva che riaffiora ogni volta che il gruppo di donne musulmane in Europa ricevono un'aggressione, come lo sono le leggi restrittive dirette contro di loro. Il discorso consiste nel demonizzarle, trasformarle in minaccia latente e, infine, fare in modo che le aggredite siano potenziali aggressori contro quelle che le vogliono proteggere.
La prima parte di questo discorso usa la comparazione con l’Arabia Saudita, Iran o Afghanistan. La cosa interessante di questo movimento dialettico è che compara a soggetti subalterni in Europa, donne e razzializzati, in quanto musulmane (e non parliamo ella questione di classe o di posizione amministrativa a non essere omogenee nella comunità) e, lungi dal comparare la loro situazione con altri soggetti subalterni in Arabia Saudita, Iran o Afghanistan, le compariamo con il potere esistente in questi luoghi. Vale a dire, ai nostri occhi, sotto lo sguardo dell’Occidente, come direbbe Mohanty, le musulmane in Europa, non sono esse stesse musulmane sotto i regimi teocratici, ma diventano come per magia legislatori uomini, che ostentano il potere. La creatrice (australiana) del burkini avrebbe posto il nome commerciale in modo simpatico. Non ha tenuto conto, però della ignoranza europea, capace di confondere un burqa afghano con questo pezzo di lycra dai colori vivaci, che è un incubo per qualsiasi estremista religioso che si rispetti. E, di conseguenza, abbiamo la demonizzazione consumata: le compagne che scendono verso la spiaggia con il corrispondente costume sono state chiamate wahhabite, salafite, terroriste e non so che altro. Anche da persone che hanno detto che non hanno problemi con il velo: ma che questo era troppo. Con il costume da bagno abbiamo toppato. Abbiamo concesso il “permesso” per il velo ma non la libertà sul proprio corpo.
Una volta che i termini wahabita e salafita sono circolati, come sfacciati sinonimi di musulmano e musulmana sono suonati tutti gli allarmi e le compagne espulse dallo spazio pubblico sono diventate una minaccia latente, che nonostante la bruttezza di quelle immagini della polizia che le denuda a Cannes, devono essere controllate dallo Stato, perché rappresentano una minaccia per le libertà di tutte (e lo stato patriarcale, a quanto pare, è improvvisamente il garante della libertà). E di nuovo al punto di partenza.
La lotta per le libertà in Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Francia o Germania sono la stessa lotta, con obiettivi contestuali diversi. La libertà è abortire o tenere i figli? Dipende poi da se ti obbligano o tenerli o ti sterilizzano perché tu non li abbia. La libertà è velarsi o denudarsi? Perché di nuovo, la libertà è poter prendere le proprie decisioni, in un senso o in un altro. E quello che facciamo dai femminismi è creare spazi di resistenza ai poteri dove le possibilità di scelta si vadano ampliando.
Questa forma di disumanizzazione, secondo la quale le musulmane smettono di essere persone per diventare oggetto di analisi, di legislazione, di dibattito sulle reti e di opinione, congelate nel tempo, nella speranza che “noi” riusciamo a capire la questione, e così concediamo loro lo status di umanità o no, è la struttura base del razzismo, fissata da Frantz Fanon già negli anni ’50.
Poco importa che questa volta il razzismo è nascosto sotto lo slogan "tutte le religioni sono uguali". La frase in sé non ha consistenza alcuna. Che cosa hanno in comune lo zoroastrismo e il culto yoruba? Una frase del genere risponde solo alla universalizzazione della singola esperienza, che è caratteristica dello etnocentrismo e della colonialità, così come del razzismo culturalista, che definisce la cultura Occidentale non come una deriva culturale particolare, tra le molte altre, bensì come la migliore. E tra movimenti di resistenza europei (femminismi, comunismi, l'anarchismi, ecc) l’ateismo è costitutivo e centrale. Un ateismo che non ha saputo distinguere tra le istituzioni del potere religioso, la filosofia e la spiritualità delle persone e che finisce con lo uguagliare il vescovo Cañizares con Malcom X o con Muhammad Ali, la teologia della liberazione cristiana con Daesh. Sono tutti uguali? Così, con il pretesto di combattere tutte le "religioni" ciò che è promosso è una lotta di civiltà nel più puro stile di Huntington, una versione contemporanea dei mori e dei cristiani. La dialettica della lotta contro il terrorismo di Bush, ha intrappolato anche e molto chiaramente, i movimenti che si credono anti-imperialisti. Se ci sono movimenti occidentali che considerano che la lotta contro quello che essi intendono per religione, sia una loro priorità vada da sé che debbano formarsi molto in religioni e molto in colonialismo e razzismo, per fare davvero una lotta pulita e giusta con le persone. E dovranno essere molto attenti alle articolazioni e ai privilegi che ci segnalano costantemente, mentre stiamo guardando dall’altro lato.
Sopra il femminismo islamico
In questo spazio tanto infinitamente scomodo e così attraversato dalla violenza, che è la intersezione tra la islamofobia e le letture patriarcali e colonialiste dello Islam, si situano una serie di movimenti: i femminismi islamici, la prospettiva de coloniale, l’islam queer…
Ho sempre rifiutato di parlare, scrivere o insegnare sopra di essi, poiché è parte del privilegio bianco usurpare tranquillamente il lavoro dei /delle compagni /compagne: per il razzismo è sempre più credibile ascoltare una atea che puntare alla conoscenza data. Lo spazio per spiegare il suo lavoro è per le persone che stanno producendo conoscenza.
Il mio spazio, se è qualcosa, è combattere la islamofobia tra persone che come me, sono state costruite in essa. Tuttavia, a forza di non parlare si è generata una bufala, che ho necessità per una volta di chiarire. Il movimento femminista islamico non è un movimento univoco né uniforme. In realtà, dobbiamo chiamarlo al plurale: femminismi islamici. Ed è un movimento che si verifica in tutto il mondo (l'Islam non è un paese): ci sono femministe islamiche europee, americane dal nord al sud, arabe, indonesiane, sudafricane, nigeriane. E le loro opinioni sul hijab sono molteplici. I femminismi islamici hanno le loro mistiche della femminilità, è chiaro, però è qualcosa che abbiamo anche nel femminismo bianco e nessuno lo considera invalidante. Questa dicotomia secondo la quale le femministe laiche arabi sono contro l'hijab e femministe islamiche sono favorevoli è falsa e interessata: femministe islamiche come Amina Wadud, Asma Barlas, Leila Ahmed o Azzizah Al Hibri, non lo considerano una prerogativa religiosa. Nel documentario The Noble Struggle di Amina Wadud, questa spiega, mentre la pettinano in un salone di bellezza, che le sue antenate, portate come schiave in America, non potevano scegliere come vestirsi e sono state spesso costrette a comparire nude. Cosicché per una nera statunitense coprirsi era per lei una rivendicazione. L'hijab, spiega, la rende riconoscibile come musulmana e ciò le piace ma le dà fastidio non essere riconosciuta come afroamericana. Così alterna: si copre in occasioni più ufficiali e si scopre durante la giornata. Nulla di più.
In Red Musulmanas, dove ho la fortuna di partecipare da anni, molte compagne non lo indossano e altre, sì. E questa questione non crea alcun problema. Però tutte sono a favore della libertà delle donne in tutti gli spazi dove questa libertà si vuole restringere.
Non “difendo” il femminismo islamico, l’islam queer o l’islam de coloniale: sono movimenti che non ne hanno bisogno e in quanto non sono musulmana, anche se imparo moltissimo da essi. Ciò che difendo è la loro possibilità di esserci e li considero necessari per tante altre persone. Ciò di cui c'è bisogno è la loro esistenza. Perché io penso femminista e credo che il femminismo sia un movimento che liberi, in qualsiasi luogo si iscriva, perché il femminismo mi ha dato la vita e mi ha fatto capire il mondo; perché mi ha insegnato ad articolarmi e mi ha insegnato il desiderio di articolarmi con altre donne, femministe o no, con altre persone femminista, donne o no. Perché mi ha fatto capire le mie ferite e anche le ferite altrui a partire dalle mie. E perché ho bisogno di un mondo dove sia possibile essere differenti e dove la differenza non sia un conflitto ma un luogo di scoperta, di apprendimento e di gioia.
Nel femminismo egemonico siamo molto più preoccupati per il relativismo culturale che per il razzismo. Abituate al privilegio di opinare su tutto e a opinare dalla universalità, ci sembra che stare zitte sia una dimostrazione di debolezza e codardia. Ma è una trappola. Se c'è qualche viltà, è quello di nasconderci in questo privilegio per infantilizzare, umiliare, giustificare violenze ed escludere le altre. È urgente lasciare discorsi inutili, mentre le compagne stanno soffrendo una aggressione razzista e machista e schierarci a loro favore, perché esse ne hanno bisogno.
Perché contrapporsi al proprio privilegio non ha nulla di relativismo: è ciò che io chiamo una pratica femminista di primo ordine.

traduzione di Lia Di Peri


domenica 28 agosto 2016

Epistemicidio: Così la modernità sopprime forme marginali di conoscenza.




Andy Philipps Zeballos






Non è un concetto facile da definire. Per spiegare di cosa si tratti e quale conseguenza l’epistemicidio abbia dovremmo iniziare cercando di spiegare cosa significa 'episteme'. Esso indica l’insieme delle conoscenze costruite sotto un paradigma metodologico che condizionano i modi di comprendere e interpretare il mondo in un determinato spazio-tempo. Inoltre, l’episteme tende a differenziarsi dalle credenze e opinioni.
Adesso, forse, il concetto di “epistemicidio”, può diventare un po’ più facile da capire. E’ la liquidazione di alcune forme dell’apprendere, creare e trasmettere, conoscenze – saperi comunitari, ancestrali o proprie di certe culture di vera natura in particolare dopo la nascita e l'uso del metodo scientifico come unico valido delle classi dominanti, trasformandosi quella in una sorta di garante della obiettività che ci protegge dalla soggettività dell'irrazionale.

Per Boaventura de Sousa Santos si tratta semplicemente della distruzione dei saperi propri dei popoli causata dal colonialismo europeo e nordamericano (europei sfollati).
Questa liquidazione può essere realizzata in diversi modi: la più evidente, forse, è l'annientamento fisico degli esseri umani di una certa comunità o cultura; poi ci sarà l’assimilazione culturale, l’imposizione - ricatto con cui lo Stato fornirà alcuni servizi, se queste comunità abbandoneranno determinate pratiche per altre (“ se frequenti una scuola in cui si parla la lingua ufficiale di Stato, ti daremo cibo in cambio"). Questa pratica è anche legata alle politiche di "sbiancamento" che si attuavano soprattutto nei paesi del Sud America. Un altro modo è lo sfollamento dei popoli e il conseguente "sradicamento". È per questo che alcuni studiosi come Boaventura de Sousa Santos sostiene che non è possibile la giustizia sociale globale senza giustizia cognitiva globale, e che la conoscenza scientifica della modernità sia un grande epistemicidio nello aver costretto alla marginalità le conoscenze altre. Egli differenzia cinque modi di produzione della delegittimazione razionale e dalle scienze sociali:

 La monocultura del sapere e del rigore che scredita le conoscenze alternative.
 La monocultura del tempo lineare e l'idea che la storia abbia il significato di progresso, di sviluppo al quale devono aspirare gli altri popoli non europei.
La monocultura della naturalizzazione delle differenze che occultano le gerarchie.
La monocultura della scala dominante dove il globale è egemonico e il particolare locale non conta.
La monocultura della produttività capitalista che si applica sia al lavoro sia alla natura ed elimina un’altra logica produttiva.
Occorre ricordare che non deve confondersi episteme né epistemicidio con l'epistemologia, che è comunemente definita come la branca della filosofia che studia il metodo scientifico.

L’epistemicidio andino

In un'intervista alla filosofa boliviana Silvia Rivera Cusicanqui si afferma che gli studenti universitari che provengono da zone rurali la trasmissione della cultura e della conoscenza avviene principalmente in maniera orle e attraverso mamme e nonne. Un modo di apprendimento e di valutazione più efficace per loro è quando si realizzano le dinamiche di classe e, gli esami orali, dove invece di scrivere e leggere in silenzio, si ascolta e si legge a voce alta. Gli studenti hanno risultati migliori, in generale, con gli esami orali invece di quelli scritti.

Questo ha a che fare non solo con il modo in cui è stata trasmessa la conoscenza (racconti, miti, storie, aneddoti, ecc), generazione dopo generazione, ma con una cultura "verbale", che può essere materializzata in canti e musica. Un buon esempio può essere visto nel film “Il seno impaurito” (La Teta asustada”) ", dove la protagonista conosce la (terribile) storia di sua madre attraverso canti armoniosi e tranquilli che le cantava in lingua quechua.
Quindi, una volta raggiunto questo punto è molto complicato non notare che il modo occidentale di creare conoscenza (scienza / metodo scientifico), anche se dominante, è uno tra il mare di possibilità e modi che ci sono per conoscere, osservare e trasmette il sapere: sapere non occidentale.  Insieme con il genocidio avvenuto sia direttamente (omicidi e torture sistematiche) e indirettamente (diffusione di malattie infettive) dopo la "conquista dell'America", l'evangelizzazione forzata o il divieto dei riti/pratiche pagane (come ad esempio parlare in lingue non romanze) tra gli altri nel Indio- America Latina si è commesso e si continua a commettere da parte degli stati-nazione ereditati dall'ultima fase di riorganizzazione della elite vicereale, uno dei maggiori epistemicidi di tutti i tempi. Questo, per esempio, è stato ben illustrato dagli incroci o dallo sbiancamento, una politica ufficiale in alcuni paesi della America “ Latina” fondata sullo oblio facendo credere che la idea della memoria minacci la pace mentale del meticcio, che non vuole più essere un indio. Queste ferite non si sono rimarginate nella memoria delle popolazioni indigene e persino un neo-conservatore come S. Huntington riconosce che "L'Occidente non ha vinto la guerra per la superiorità delle sue idee o valori o la religione, ma dalla superiorità nella capacità di applicare la violenza più organizzata ".
La ristretta gamma di epistemi è conseguenza anche della assenza di risposte sia nella dimensione filosofica sia tecnica.. Oggi, nessuno può negare la profonda e sorprendente conoscenza che i Maya possedevano degli astri e la misurazione (un esempio è la significativa influenza nella modificazione dal calendario giuliano a quello gregoriano) o la conoscenza che avevano gli Inca dell’architettura e agricoltura. Anche oggi, in un momento in cui si cercano forme alternative di coesistenza tra gli esseri umani e il pianeta terra, non sono per nulla disprezzabili alcune delle lezioni che i popoli indigeni hanno condiviso e, tuttora, condividono sui diversi modi di coesistenza con l’ambiente, facendo conoscere a tutti noi che la vita umana è compatibile (e anche armonizzabile) con la "Pachamama".
Il successo del sistema mondiale moderno/coloniale, come sostiene Ramon Grosfoguel, nel suo libro “La decolonizzazione della economia politica e gli studi postcoloniali “ consiste nel "far sì che soggetti socialmente ubicati nel lato oppresso della differenza coloniale, possano pensare in modo sistematico come quelli che chi si trova in una posizione dominante. Le prospettive epistemiche subalterne sono la conoscenza che proviene dal basso e produce una prospettiva critica del sapere egemonico nelle relazioni di potere coinvolte ".

Speriamo che non sia troppo tardi

Non siamo i primi a lamentare questo tragico evento, la perdita di ricchezza intellettuale, culturale ed epistemica.
In letteratura questa idea della scomparsa della alterità, l'imposizione del pensiero Unico e la egemonia culturale dell'occidente nei cinque continenti angosciava lo stesso Levi-Strauss, che scriveva durante il suo viaggio per le foreste occidentali del Brasile: " quanto minori erano le possibilità delle culture umane di comunicare tra di loro, meno capaci erano i loro emissari di percepire la ricchezza e il significato di questa diversità. " (Tristi Tropici, 1955).
Anche se forse dove meglio è catturato questo senso di vuoto e di apatia è la scena successiva di "Cent'anni di solitudine", quando uno dei figli illegittimi del colonnello Buendia chiede alla bisnonna Úrsula se la storia che raccontano gli anziani sugli ‘esotici’ oggetti portati dagli zingari (soprattutto Melquiades) a Macondo fosse vera oppure no:

"Stupito, chiese a Ursula se tutto questo fosse vero, e lei rispose di sì, che molto tempo prima gli zingari portarono a Macondo meravigliose lampade e tappeti volanti.
Quello che accade – sospirò - è che il mondo va finendo poco a poco e non arrivano più queste cose”.


traduzione di Lia Di Peri

unitedexplanations.

giovedì 25 agosto 2016

L'amicizia e la biografia semplificata che offre Facebook sono false versioni.

Intervista a Vicente Serrano, filosofo e saggista cileno. 





Vicente Serrano, filosofo e saggista cileno, vincitore del Premio Anagrama de Ensayo per la sua opera La herida de Spinoza. Felicidad y política en la vida posmoderna (La ferita di Spinoza. Felicità e politica nella vita post-moderna), ha recentemente pubblicato un libro sul ruolo delle reti sociali, volutamente intitolato Frodebook. Ciò che la rete sociale fa con le nostre vite (Plaza y Valdés Editores). Il protagonismo acquisito dai social network, in breve tempo, obbliga a riflettere sul ruolo che esse svolgono nella nostra vita quotidiana .1 Di fronte agli innegabili vantaggi offerti da molti ordini della nostra esistenza, essi contengono anche rischi indubbi per le possibilità che apre per il controllo e manipolazione delle persone, in particolare delle più giovani. Tutto questo, però, è risaputo, così come l'ambiente virtuale è diventato un macchinario sofisticato di appropriazione del nostro tempo e attenzione, allontanando il pensiero in gran parte calmo, profondo e concentrato. Tuttavia, in Frodebook, Vicente Serrano va oltre e ci avverte che dietro l'apparente innocenza e ingenuità di questi dispositive incontriamo un artefatto che potrebbe essere chiamato, biopolitico, poiché è in grado di incidere sulla nostra intimità, affettività e identità personale, trasformandole profondamente.

Santiago Álvarez Cantalapiedra (SAC): 1.500 milioni di utenti di Facebook,qual è la chiave  del  successo di questa rete? Come si caratterizza e si distingue dalle altre reti sociali? Quale particolare elemento la definisce che noi non dovremmo ignorare?

Vicente Serrano (VS):  Le cifre che lei cita è superiore al numero di seguaci della maggior parte delle religioni.  E’ superata solo dal cristianesimo, se uniamo le diverse chiese che lo compongono, di cui la Chiesa cattolica ha 1.400 milioni di fedeli in Facebook. Naturalmente, questo social network è uno strumento di comunicazione nell'era digitale e di capitalismo globalizzato, però questo dato comparativo rivela la chiave del suo successo, proprio perché, come le religioni, influenza la vita emotiva nel campo dei sentimenti e, inoltre, stabilisce una comunità. Ciò la differenzia da altre reti in cui la dimensione emozionale è meno marcata. Come ho detto, però, questo è un fatto in un momento di mutazione del capitalismo globale e questa comunità alla quale gli affetti si rivolgono è a sua volta un grande strumento che permette alla pubblicità di accedere a quella dimensione di intimità che è la stessa sulla quale operano le religioni. Questo incrocio tra la pubblicità, l'affettività e la sensazione di libertà, spiega questo successo. Nel libro uso il termine "grande fabbrica di affettività”perché, in effetti, tramite Facebook la vita affettiva si trasforma in ricchezza, una ricchezza che viene prodotta dal tempo e dalla vita emotiva degli utenti.

SAC: Se il valore dell’amicizia è quello che mette al centro questo social network, di quale tipo di amicizia stiamo parlando?


 VS: Ovviamente non è  il concetto di amicizia nel senso stretto del legame emotivo disinteressato che è sempre stato considerato uno degli elementi più preziosi della vita umana. Prima sapevamo tutti che avevamo amici, conoscenti, colleghi, vicini di casa, ecc, e all'interno degli amici c’erano gradi, il più vicino e il più intimo, mai per definizione potevano essere molti, perché l’amicizia è qualcosa di delicato e molto prezioso, difficile da curare e richiede tempo. Nel caso di Facebook è un'amicizia nel senso più lato, che spinge alla accumulazione degli amici. E anche se ammette vari gradi, la verità è che in Facebook l’idea di amicizia  si applica ugualmente a tutti ed è stato verso quegli elementi positivi,falsamente positivi, definiti dalla pubblicità, motivo per cui questa ultima non ammetterà il  “Non mi piace”.
Nel suo concetto di amicizia vi ricade tutto: dagli interessi professionali  fino alle vere amicizie reali, attraverso l'elemento di promozione e propaganda che lo trasforma nello strumento pubblicitario  di cui parlavo. Così, l’amicizia corre il rischio di confondersi in un semplice specchio legato ad una tendenza narcisistica della società. Se questo è un problema, in generale, diventa più preoccupante in determinate fasce di età. I più giovani, già nativi digitali, corrono il rischio di non conoscere un altro concetto di amicizia da quella promossa  in Facebook. E che io la considero una distorsione molto pericolosa.
SAC: Lei nota nel suo libro che, gli utenti nel pubblicare la propria biografia, si aspettano soprattutto approvazione. Affermare ciò che ci piace, come forma di individualità e cercare in essa, il riconoscimento altro è poco più di una necessità che sperimentiamo costantemente come esseri umani. Non è Facebook, apparentemente,un efficace  strumento di soddisfacimento di questa necessità umana?

VS:  Nei dodici anni di vita di Facebook è apparso chiaro che costituisce un formidabile e indubbio modo di comunicazione, una vetrina in cui l’approvazione mediante il “Mi piace” ha acquisito un peso determinante nel senso della rete.  E 'ovvio che gli esseri umani hanno bisogno ella approvazione degli altri ma questo si articola dalle nostre azioni ed è altrettanto ovvio che non tutti sono ugualmente degne di approvazione. Il problema è quando l'approvazione diventa fine a se stessa. E’ qui che la vita si trasforma in pubblicità ma lo scopo della pubblicità è vendere un prodotto, non interagire con gli amici. Nella misura in cui l'utente interiorizza questo modello, l'identità virtuale che si costruisce tende al narcisismo e allo esibizionismo riflettendosi sullo schermo attraverso l’approvazione. Naturalmente stiamo parlando di una tendenza dominante. Non tutti gli utenti sono collegati allo stesso modo, ma penso alla maggior parte.

SAC: Quali altri aspetti comporta Facebook?

VS: Oltre alla distorsione dell’amicizia e della biografia trasformate entrambe in un modello accumulativo proprio dell’attività imprenditoriale,penso che, l’altro aspetto più interessante, sia il fatto che l’utente è produttore di ricchezza anche se, spesso,inconsapevole. Non è certo un lavoratore d’uso perché non percepisce un salario. In realtà gli viene detto che riceve un servizio gratuito e per sempre. L’utente, però, investe il suo tempo e fornisce la privacy per produrre ricchezza per gli altri.
SAC: Dov'è la frode?

VS: La frode – in senso non giuridico -  sta proprio nel produrre  sotto l’apparenza di un servizio che dicono gratis e che lo sarà per sempre. La promessa di libertà e di comunicazione, certamente molto reale, porta per così dire una piccola lettera,che sono i termini di un contratto con il quale cedi l’uso della tua vita privata,per produrre con essa. Ugualmente mi appare fraudolenta l’incidenza sulla amicizia e la biografia che si articola da questo dispositivo. L’amicizia e la biografia semplificate che il social network offre sono versioni false di ciò che è la nostra biografia e di ciò che sono le relazioni di amicizia mediate entrambe da una struttura che le sottomette al moto accumulatore.
SAC: Non è un esempio di ciò che il capitalismo ci offre continuamente?

VS: Senza dubbio. E in molti modi. Da una parte, mediante questo contratto, l’utente si trasforma in produttore inconsapevole che porta la sua vita affettiva nel processo produttivo.
Il capitalismo si fa affettivo nel senso letterale, il che fa emergere una nuova merce e un nuovo rapporto di produzione propria dell'era digitale e della informazione. Da altra parte, però,questa identità articolata mediante la costante tensione verso le adesioni, converte l’affettività e la propria biografia in una sorta di un'attività aziendale che tratta di se stessi. Uso nel mio libro un’altra metafora, che è il conto corrente. L’account di Facebook ha la stessa struttura, solo che si deposita senza denaro ma con i sentimenti e gli eventi della vita di ciascuno. Ma come per il conto corrente decisiva è la tendenza cumulativa che definisce il capitalismo e,che ora,tende a farsi interiorità.
SAC: Potrebbe estendere un po' la sua affermazione che siamo di fronte ad un dispositivo biopolitico?

VS: Ha molto a che fare con quel internalizzazione e con la produzione. Il termine bio-politica è stato utilizzato da Foucault per definire un modo di intendere il potere che non è quello di fare morire e lasciar vivere, come nel caso del sovrano classico che decide sulla morte e lascia vivere il resto. Foucault lo rovescia e parla di lasciare morire e fare vivere,cioè,di produrre vita. Ci sono state interpretazioni di ciò che egli intendeva dire con questo, autori che lo hanno interpretato soprattutto in chiave biologicista, come Giorgio Agamben e Roberto Esposito. Ma la verità è che Foucault lo ha legato al liberalismo economico. In uno dei suoi corsi finali negli anni ’80 del secolo scorso dal titolo "La nascita della biopolitica", parlava della tendenza del liberalismo di fare diventare ognuno imprenditore di se stesso.
La mia lettura è che Facebook esprime questo in modo chiaro mediante la “produzione” di queste biografie distorte di coloro sopra citati. La produzione di vita intesa come produzione di biografie e segnate da questo principio accumulativo interiorizzato come ho citato prima. E’ un modo di “governare” milioni di vite ma che passa inosservato in quanto tale,che è vissuto come un’applicazione di libertà. Questa situazione è ciò che Foucault chiamava la ironia del dispositivo, che nel dominarci ci fa credere che siamo più liberi. Egli lo ha applicato a metà degli anni ’70 del secolo scorso al discorso sulla sessualità ma penso che sia perfettamente estendibile al discorso sulle nuove forme di comunicazione che noi chiamiamo social network, in particolare Facebook.
SAC: Siamo destinati a vivere l'affettività mediata da queste nuove realtà? Cosa si può fare: affidare tutto alla scelta della persona concentrandosi sulla sua educazione sentimentale o è legittimo pensare che, data la natura e gli effetti di questi dispositivi, abbiamo bisogno di regolare consapevolmente questa " macchina degli affetti"?

VS: E 'chiaro che non si può tornare indietro con le tecnologie e con tutto quello che presuppone la rivoluzione digitale. C’è da pensare, però, che questo è solo un nuovo salto nel complesso processo della modernità. In altre opere, come in Sognando Mostri o La ferita Spinoza, ho sostenuto che il mondo moderno ha installato in modo crescente un certo ordine affettivo, dando la priorità a una gerarchia di affetti connessi all'accumulazione,alla inquietudine, alla volontà di potere,alla ansia costante che corrisponde allo sguardo moderno.
[…] Io non credo che il problema siano le macchine, perché dai dispositivi è possibile articolare altri tipi di affetti, come evidenziato da più artisti digitali. Si consideri per esempio un artista come Bill Viola, che dalle nuove tecnologie recupera l'universo delle passioni ...
 La questione è di sapere che sotto e dietro ogni macchina e ogni clic è presente un affetto e saperlo riconoscere. Ciò che ha impiantato Frodebook è proprio il modo in cui questa dimensione passa inosservata e, che questa rete in particolare, ha posto una struttura e un ordine affettivo come dispositivo biopolitico. L'obiettivo del mio libro è quello di portarlo alla luce.

SAC: I social network evolvono, cambiano e passano di moda, lo abbiamo visto con Twitter Come crede che si evolverà Facebook? Quale futuro si aspetta? Quale futuro vorrebbe?
VS: C’è stato chi ha annunciato la fine di Facebook. E 'difficile fare previsioni, ma è ovvio che ogni volta c’è sempre più reticenza a raccogliere determinati contenuti, soprattutto quelli più intimi e affettivi. Facebook va mostrando sempre di più il suo volto più commerciale e professionale. Se si conferma questa tendenza siamo al principio della fine, perché la sua forza è stata l’impatto sulla affettività che, a sua volta, ha alimentato la dimensione pubblicitaria. Ora, il territorio conquistato da Facebook- questa integrazione della sfera affettiva nella pubblicità – lo erediteranno altri dispositivi non ho alcun dubbio. Come non ho dubbi che il pensiero critico e la ricerca estetica ed etica continueranno a combattere per ri-pensare la nostra relazione con le macchine e con noi stessi, come abbiamo fatto nel corso della storia.

Intervista elaborata da Santiago Álvarez Cantalapiedra direttore di FUHEM Ecosocial
Traduzione di Lia Di Peri


martedì 23 agosto 2016

Il mito dell’istinto materno e il suo rapporto con il controllo sociale delle donne.

Stefanía Molina







Lo scopo di questo lavoro è di rispondere alla seguente domanda: come interviene il mito dell’istinto materno nel controllo sociale delle donne?  Su questa domanda cercheranno di rispondere diversi autori /autrici che si confronteranno da differenti opinioni e prospettive.
Il pensiero occidentale ha costruito determinati fenomeni sociali come essenze, questo ostacola la possibilità di mettere in discussione le pratiche e i criteri riguardo al genere, alle identità, alle sessualità, etc. La concezione di essenza in una certa misura, rassicura, produce la fantasia di un'esistenza per/alla costruzione dei ruoli e delle parti che i soggetti [1] abitano.
In questo senso, il mito dell'istinto materno consegue (e si inserisce) nelle problematiche attuali come l’aborto, la scelta della non maternità, la maternità sovversiva [2], etc. Se naturalmente le donne nascono con questo istinto, sanno già quale sia il loro destino. Le donne che scelgono la maternità, immediatamente saranno sotto esame, il loro lavoro sarà controllato, e occorrerà essere una buona madre: un paradosso.
È interessante notare che la donna reale è direttamente associata con la maternità. L’espediente del mito si può vedere in quelle donne che decidono di interrompere la gravidanza, uccidono i figli appena nati, ecc. Tutte queste azioni appaiono, tipizzate come criminologiche o anti-giuridiche. Per questo legittimare la scelta della non-maternità è una sfida necessaria.
Il controllo sul corpo e la soggettività delle donne avvengono all'interno di un sistema patriarcale (termine re-significato da Kate Millet)[3].  Diverse istituzioni sociali e tecnologie di potere si incaricano di fabbricare corpi e menti disciplinate. La prima cosa che si associa al pensare in termini di esseri umani è la rappresentazione montata a categorie come donna/uomo. E’ ciò che chiamiamo umanità, facilmente riducibile a una logica binaria prevalente fin dai tempi antichi, che si può vedere riflessa nel discorso sociale che stabilisce l'idea delle buone madri, contrapposte alle cattive madri. Queste ultime, non conformi alle aspettative di genere, così come alla propria realtà.

La maternità come una costruzione culturale. Il genere.

La maternità, come la concepiamo nel XXI secolo, mantiene l'ordine sociale eterosessuale e legittima la “essenza” femminile, che completa le donne. E’ una costruzione culturale multi - determinata che si organizza mediante le regole. Queste si stabiliscono in base alle esigenze dei gruppi sociali e si inquadrano sotto un determinato periodo della sua storia.
Pierre Bourdieu (citato da Scott 2008) afferma che "la divisione del mondo" implica,“ le differenze biologiche e in particolare quelle che si riferiscono alla divisione del lavoro di procreazione e di riproduzione”, opera come “ quelle che sono meglio fondate sulle illusioni collettive”.
Queste storie stabiliscono un controllo differenziale sulle risorse materiali e simboliche, il genere è coinvolto nella progettazione e nella costruzione del potere "è il campo primario entro il quale o attraverso il quale il potere è articolato" (Scott, 2008, p. 68). E 'anche una categoria che media tra la differenza biologica e le relazioni sociali basate sulle differenze percepite tra i sessi.
Il genere come categoria di analisi permette di conoscere complessi processi sociali, spiegando come si strutturano e si esprimano le aree del femminile e del maschile e quali siano i simboli e le caratteristiche che li definiscono e rappresentano come costruzioni culturali opposte e simmetriche. (Quezada 1996, p.21)
Il genere come categoria analitica appare nell'agenda nel ventesimo secolo. Il femminismo che assume questa categoria è stato chiamato della " seconda ondata". E’ emerso negli anni settanta in America Latina, e negli anni sessanta in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Nasce in un contesto di lotta politica e culturale a livello internazionale: ribellioni anticoloniali del Terzo Mondo, critica anti-psichiatria, rivolte studentesche, rivendicazioni in tema di etnia, etc.
Mojzuk (s.f) facendo esclusivo riferimento al femminismo e alla maternità, affermerà che:
Oggi, è difficile fare un bilancio preciso delle conseguenze delle rivolte femministe risalenti agli anni '60 e che seguono all’avanzata di Simone de Beauvoir in “Il secondo sesso”. Con Kate Millet, le teorie freudiane furono messe in discussione e le esperienze di vita delle donne smentirono ciò che la psicoanalisi promulgava come caratteristiche essenziali della personalità femminile: la passività, il masochismo, il narcisismo. Molte delle femministe di allora furono bollate come mere "rivendicatrici”, con il carattere deformato per la inadeguata socializzazione e con la loro vera natura femminile repressa (...) Né la abnegazione né il piacere, per il dolore potevano formare nel tempo la immagine della capacità materna (...) Una volta di più, si segnalavano le “ femministe rabbiose” o “virili represse” "(Badinter, 1981) incendiarie di questa digressione. (p.29)
Si fa riferimento alle opere teatrali scritte da Federico García Lorca: “La casa de Bernarda Alba” (1936) y “Yerma” (1934), come esempi che sebbene siano prodotti da un artista in particolare, riflettono le esperienze di diverse donne in relazione alla maternità. Il contesto in cui queste storie si svolgono, è la Spagna, in un momento in cui la società era violenta e il ruolo delle donne secondario. La protagonista della prima opera menzionata , Bernarda (che interpreta il personaggio di una vedova), è un esempio interessante per affrontare la questione della maternità, proprio perché sfida l'istinto materno, la tenerezza naturale delle madri che è apparentemente storica. Yerma da parte sua, è una donna che finisce per essere la nemica di se stessa : il sentimento che la invade è l’angoscia.  Il mandato sociale è che ogni donna sposata dovrebbe essere una madre. Col passare del tempo si sentirà "cattiva" per non raggiungere il suo destino naturale, si sente “secca” ", una parola che allude alla sterilità.
Le donne oggi devono esortarsi a generare autonomia, capire l'importanza delle loro scelte e che sono piacevoli. A questo proposito, le due donne presenti nelle opere di Lorca, sono infestati dai fantasmi della maternità (…) Non si tratta sulle buone o cattive madri ma della mancanza di decisione di queste donne sulle loro vite.

Sviluppo della storia delle donne e della maternità.
Come è noto, la storia rappresenta una visione e il pensiero di coloro che l’hanno scritto , i maschi della classe media che appartengono a popoli dominanti eretti sul modello androcentrico, referente degli spazi pubblici, mentre le donne quelli privati,fermate al margine di tutto il “testo”.
Escluse, messe a tacere, invisibili, le donne sono state ignorate nel settore domestico e privato; anche in campo economico, sociale, politico e culturale. La maggior parte delle volte, immaginate, descritte o raccontate in modo parziale e in generale attraverso un intermediario perché il registro diretto ero subordinato al loro accesso alla scrittura. (Guardia 2005, p.13).
Il ventesimo secolo passa attraverso diversi scenari. I cambiamenti prodotti a livello demografico promuovono l'emergere di politiche nataliste, la maternità è vista come un obbligo, un dovere biologico, le donne sono invitate a partorire e si creano misure repressive che condannano l'aborto e la contraccezione. In relazione agli ultimi decenni del XX secolo, Lagarde (2013) dirà che:
Le trasformazioni del XX secolo rinforzarono per milioni di donne in tutto il mondo, un sincretismo di genere : prendersi cura degli altri in modo tradizionale e, allo stesso tempo, raggiungere il loro sviluppo individuale per unirsi al mondo moderno, attraverso il successo e la concorrenza.
 Il risultato sono milioni di donne tradizionali-moderne. Donne intrappolate in un rapporto impari tra la cura e lo sviluppo. (p. 2).
Il modello (sistema) sesso/genere (concetto coniato da Gayle Rubin) si è incaricato di produrre corpi e soggetti i cui destini parrebbero, essere definiti ontologicamente secondo la etnia, la età, il sesso, la classe sociale, etc. Chiaramente sono state disegnate le categorie sociali per ottenere sottilmente il controllo dei corpi (e le menti). Non si può non tenere in conto la violenza storica e politica con cui si è esercitato il potere, sempre da una logica androcentrica .
Lagarde (2013) in questo senso, dirà che : "Curare è attualmente il verbo più necessario di fronte al neo-liberismo patriarcale e alla globalizzazione iniqua.
” (p.2).
La cultura patriarcale che costruisce il sincretismo di genere fomenta nelle donne la soddisfazione del dovere di curare trasformato nel dover essere a-storico naturale delle donne e, pertanto, proprio desiderio e, allo stesso tempo, la necessità sociale ed economica di partecipare in processi educativi, lavorativi e politici, per sopravvivere nelle società a capitalismo selvaggio. (Lagarde, 2013, p.2)

Le madri responsabili del futuro dell'umanità
Il sistema sesso/genere ha designato le donne al campo della riproduzione biologica. Lo schema sociale e culturale dà alle donne – madri , grandi responsabilità. Il dispositivo [4] che controlla socialmente le madri è lo stesso che vigila l’umanità nel suo insieme. Per controllo sociale si intende:
La capacità del gruppo sociale di ottenere che i propri membri seguano determinati comportamenti e per sanzionare i comportamenti proibiti. Il controllo sociale è l’espressione più diretta del potere del gruppo sui propri membri. Potere e controllo sociale sono termini che si complimentano, perché chi ha il potere sociale, esercita il controllo e viceversa, chi esercita il controllo è colui che ha il potere.  (Robles 1997, p.165)
Il controllo sociale agisce come correttore delle deviazioni che si verificano e come giocatore dello status quo. A questo proposito, Silvana Darré (2013) affermerà che:
Costantemente si rafforza l’idea che la madre è l’unica responsabile delle qualità della sua prole e, per estensione, anche responsabile del futuro della umanità (sia dalla idea della nazione, del futuro della razza, dal canone della salute fisica e mentale, della felicità delle nuove generazioni o dell’ordine sociale in generale). " (P.13)
L'essere umano alla nascita ha bisogno di un altro che lo accudisca, che lo protegga. E’ evidente che un neonato non può crescere né svilupparsi da solo, in principio è assolutamente dipendente. Le madri sono socialmente designate per adempiere a queste funzioni di cura, stabilendo con esse (dall'inizio) una dose importante di colpa: sono responsabili di un individuo piccolo e vulnerabile e questo può generare una carica eccezionale per queste donne. Lagarde (2013) afferma che:
La formula alienante associa alle donne curatrici un’altra chiave politica: la disattenzione per raggiungere la cura.  Cioè, l'uso del tempo principale delle donne, le loro migliori energie vitali siano emotive, erotiche,intellettuali o spirituali e gli investimenti delle loro attività e risorse, i cui destinatari principali sono gli altri. Ecco perché le donne sviluppano una soggettività attenta ai bisogni degli altri, da qui la famosa solidarietà femminile e la abnegazione delle donne.
(p. 2)
Lo ideale del perfetto allevamento, che le tecnologie mediche vendono, così come le riviste, i media e la società nel suo complesso, rendono il problema ancora più colpevolizzante per le donne-madri. Raggiungere questo ideale è praticamente impossibile, per il semplice fatto che trattiamo di esseri umani. Pertanto, le madri si scontrano con una serie di frustrazioni che devono passare per appropriarsi del loro ruolo materno e vedersi come esseri che possono sbagliare, anche se implica una elaborazione del lutto (reazioni affettive di fronte a una perdita) per un ideale.
Dai discorsi popolari e medico-scientifici si trasmettono alle donne- madri determinate prescrizioni, anche prima della nascita dei loro figli. Si prescrive alle madri di stare attente e al servizio del neonato per tutte le 24 ore il giorno (almeno per i primi tre mesi di vita), si inculca l’esclusivo allattamento fino ai sei mesi, come minimo (OMS raccomanda l'allattamento al seno fino a due anni), e in riferimento a questo, "Knibielhler (1993) sostiene che le società occidentali non hanno avuto una risposta chiara circa la natura della madre che allatta; se si tratta di una femmina (appello all'istinto) o di una madre (cultura / affetto) "(Darre 2013, p.80).
Attualmente, tutti i sintomi, risultati e successi che i bambini presentano in vari campi, sono analizzati in relazione al legame con la madre. Tutto questo dà il segnale che le madri appaiono le uniche responsabili del loro futuro e, quindi, del futuro di tutta la umanità. Possono fallire il resto dei collegamenti del piccolo individui ma se c'è una madre "competente", è sufficiente. Come accennato in precedenza, i neonati e i bambini devono essere curati per sopravvivere e stabilire una vita sana, il problema sta nel fatto che siano esclusivamente le madri, le affidatarie di tanto rilevante lavoro, di formazione dei cittadini.


La madre onnipotente

“ Di mamma ce n’è una sola”, “ La mia vecchia è la più grande che ci sia al mondo”, “Io per mia madre darei la vita”, “Mia madre ha lasciato tutto per me”, “Mia madre è un esempio di donna che si è sempre sacrificata per tutti”, “Ho la miglior mamma del mondo”, " Di là dalle nostre differenze, lei è mia madre "-" Una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli ", “L’amore di una madre è l’unico davvero incondizionato”, “ A me solo mia madre mi comanda”, “ Mia madre mi ha rovinato la vita”.
Queste frasi sono rappresentative del nostro immaginario sociale e mostrano il luogo di onnipotenza nel quale sono confinate le madri. Si potrebbe pensare e convalidare da qui, la seguente logica di pensiero: a maggior potere maggiore vulnerabilità.
La figura della donna-madre è quasi come qualsiasi farmaco: cura e veleno allo stesso tempo. Cura se la dose è sopportabile, è veleno se supera i limiti di tollerabilità …(Muñoz, 2009, p.7)
Diversi discorsi istituzionali sono responsabili di mantenere viva la nozione della madre onnipotente: la psicoanalisi è una di questi. In alcune delle sue teorie, in particolare nella più ortodossa, ha una marcata tendenza a incolpare le madri della salute, malattia, felicità e infelicità dei suoi figli.
Parafrasando Maud Mannoni, la istituzione psicoanalitica ha prodotto con il significante maternità lo stesso effetto della istituzione psichiatrica con la diagnosi : un abuso di potere basato sulla perversione della conoscenza il cui impatto non si è fermato soltanto nel pensiero degli psicoanalisti ma si è tradotto nei modi del trattamento della soggettività e istruzione delle donne in tante possibili madri . (Muñoz, 2009, p.3)

Discorsi sulla buona e sulla cattiva madre.

Come si può dimostrare, la nostra cultura è attraversata da un pensiero binario che divide,scinde, discrimina e assegna differenti giudizi di valori alle polarità che fabbrica. Così come afferma Héritier (1996): "Dobbiamo considerare le opposizioni binarie come segni culturali e non come portatori di un senso universale. Il significato sta nella esistenza stessa di queste opposizioni, e non il suo contenuto; tale è il linguaggio sociale e del potere "(p.221). L'armatura simbolica del pensiero filosofico e medico greco, che secoli dopo è ancora viva, si può visualizzare con gli esempi di Aristotele, Anassimandro e Ippocrate.
Le voci del sapere hanno perpetuato il ruolo delle donne, attraverso una logica binaria ed escludente. Non basta mettere bambini al mondo, bisogna sapere come fare, essere cioè, una buona madre. Il discorso delle madri negligente, quelle ad esempio, che trascurano i loro figli, li rifiutano, li abbandonano , denota la custodia su tale lavoro. Come si può vedere,mantenere fedeli le guardiane della infanzia non è una cosa semplice, soprattutto perché coinvolge il controllo delle donne come madri. Come esprime Teresa de Lauretis (2000) poiché il genere appare come onnipresente e l’analisi che questo promuove, non è più possibile tornare all'innocenza della biologia o della natura.
Per pensare il valore dato al corpo femminile, si propone di fare riferimento a un dibattito in corso in queste latitudini: la depenalizzazione dell'aborto (in Uruguay l'aborto è stato depenalizzato prima delle dodici settimane di gestazione). E’ prevedibile che in questi assunti filtrino dogma religiosi, le teorie biologiciste (scientifica - egemonica) , etc. Così come dirà Wittig (1978): "Non vi è nulla di astratto nel potere che hanno le scienze e le teorie, il potere di agire in modo materiale e concreto sui  i nostri corpi e le menti, anche se il discorso che le produce sia astratto ” (p.1). Il corpo gestante è della donna e questa è la sua proprietà, quindi deve essere chi ha l'ultima parola (e la prima).

La legittimità della scelta di non essere madre.
Diverse storie sono associate alla maternità, per essere donna. Il corpo chiamato femminile ha significato storicamente un utero da fecondare. Un corpo e una soggettività al servizio dell’altro. E 'noto che molte donne oggi non vogliono avere figli. La maternità non è concepita da loro come un piano di vitale importanza. Si tratta di una questione complessa, le donne stesse generalmente ritengono che uno dei suoi obblighi primari è quello di essere madri.
Inoltre, la maternità obbligatoria produce estrema vulnerabilità nelle donne in relazione ai successi personali,come soggetti desideranti e in grado di produrre (di là di riprodur - si) in ambiti lavorativi, educativi, etc.
Parlare della maternità volontaria è mettere in discussione tutti gli essenzialismi di genere costruiti dalle società patriarcali, che attribuiscono, in particolare, alle donne una capacità “innata” per impegnarsi nella cura degli altri, trascurando la cura per se stesse. Al contrario, ora sappiamo che il desiderio è un costrutto socio-culturale mediato dalla cultura, che agisce in modo specifico sui singoli individui e collettivi umani; vale a dire che, mentre migliaia di uomini disprezzano la funzione nutritizia che comporta la paternità, migliaia di donne sono costretti a sopportare una responsabilità sproporzionata nella cura per le creature che impedisce loro il riconoscimento e l'emergere di altre identità distinte dall’essere madri (Programa Feminista La Corriente, 2011, p.60).
La maternità sovversiva nell’occhio del ciclone
Per maternità  sovversiva(ve) si intende la maternità single per scelta e le maternità lesbiche: maternità che si discostano dai rapporti di dipendenza con gli uomini.
Il conflitto che immediatamente si genera sia nelle maternità lesbiche sia nelle maternità da sole per scelta,è che non sia coinvolto un uomo nella composizione famigliare e si stabilisce da qui, anche una doppia morale, da un lato gli uomini sono essenziali nelle famiglie e, dall’altro,sono giustificati se si distaccano dalla cura dei propri figli.
Se il lesbismo stesso si mostra in varie occasioni invisibile, più complesso è pensare alle maternità lesbiche. Attualmente ci sono diversi metodi di riproduzione assistita, che vengono utilizzati come risorse per procreare. Chiaramente, questi sono "sotto il fuoco", perché interpellano in una certa misura l'ordine della natura, del biologicamente atteso. Dipenderà da chi lo utilizza e con quali bisogni. E 'giustificabile che lo faccia una coppia eterosessuale quando non è possibile la gestazione per diversi motivi; ma se coloro che le usano sono coppie lesbiche sarà differente, così come lo sarebbe se lo facessero le donne che scelgano di sperimentare una maternità in solitudine.
Conclusioni
Il mito dell'istinto materno interviene in modo significativo nel controllo sociale delle donne, producendo soggettività. Le rappresentazioni sociali sulla maternità sono attraversate da istituzioni diverse, come lo Stato, la Chiesa, gli operatori sanitari, gli agenti giuridici.
Mentre questo mito si mantiene vivo, rimane intatta la subordinazione delle donne, negando così loro un'identità al di fuori del ruolo materno. Questo mito impone che ogni donna debba, ha bisogno e desidera essere madre. La maternità mantiene l'ordine sociale – eterosessuale e legittima l’essenza femminile, che completa le donne. La maternità oggi, per molte donne, sembra essere sopra di tutto. In molti casi, ancora associata alla completezza, alla realizzazione personale. Molte donne vedono in un bambino la possibilità di colmare il vuoto, di soddisfare la insoddisfazione. L’ideale del figlio come sinonimo di completezza. Un figlio come il passaporto per  il titolo di brava donna, completa, integrale. E feconda.  (Winocur, 2012, p.49).
I fenomeni della esperienza umana possono comprendersi come socio-storici e culturali, a seconda delle impostazioni e contesti. Sorge così un complesso dilemma perché, abbracciando gli affetti come elementi costitutivi della esperienza, si produce la impossibilità di mettere in discussione ciò che è già stabilito, generando la illusione di un ordine naturale. Non si desidera né si ama in modo indiscriminato. I sentimenti umani sono condizionati dalla cultura :gli individui  sono permeati dal pensiero dominante, e spesso questo è invisibile. I sentimenti vissuti dai soggetti sono intesi come a-storici, a-sociali ed esclusivamente individuale. La maternità, in questo senso, è concepita separatamente dal contesto socio-storico-culturale.
Si pensa che l'amore materno (come fatto istintivo), si manifesti in tutte le donne sin dalla infanzia. Le bambine giocano a essere madri, impiantano atteggiamenti di cura,etc. Per citare un esempio, Suzie, uno dei principali personaggi del cartone animato popolarmente conosciuta "Mafalda" (del disegnatore Quino) viene mostrata come una ragazza che fin da bambina riproduce lo stereotipo della donna tradizionale, desidera sposarsi con un borghese, impegnarsi in faccende domestiche e avere molti figli: uno dei suoi preferiti passatempi è giocare a fare la mamma con Mafalda.
Le donne – madri parrebbero essere le uniche responsabili della umanità, stabilendosi da qui, il nuovo controllo sulle donne. Da loro dipende la felicità – infelicità dei suoi figli,così come la loro salute – malattia, perciò è necessario essere una buona madre, affinché l’ingranaggio della macchina sociale continui a funzionare. Per il sistema patriarcale è redditizio individuare (e produrre) un colpevole, che sia  paradossalmente – allo stesso tempo una vittima. Questo è il posto che in modo inconvertibile è assegnato alle donne. Le donne che non soddisfano una maternità "ottimale" saranno condannati per non essere riuscite a compiere la loro essenziale missione. Non è un dettaglio minore che la formazione di cittadini restano esclusivamente nelle mani delle donne, mentre dovrebbe essere la società nel suo insieme a partecipare ai processi di costruzione della cittadinanza.
Il femminismo ha contribuito notevolmente nella decostruzione del concetto che circola a livello patriarcale della maternità, anche se non è possibile singolarizzare questo movimento (poiché le visioni sulla maternità sono diverse) e sono da sottolineare i suoi notevoli contributi.
Da un lato, quelle posizioni femministe che disarticolano il concetto della brava madre mettendo in discussione l’istinto materno e la maternità come il principale asse della identità femminile. Tuttavia, alcune femministe ricostruiscono il concetto della maternità come una qualità tipica delle donne e un potenziale del femminile.  Tubert (citata da González de Chaves, 1993) afferma che:

 "la teoria femminista, rivelando il carattere costruito della maternità, mostra che l'immaginario sociale sulla stessa è configurato con varie rappresentazioni che identificano la maternità con la femminilità fornendo un ideale comune per tutte le donne "(s.p)
Un altro aspetto è la difficoltà devono affrontare le donne al momento della decisione di abortire o no, che denota l'installazione esistente del mito dell'istinto materno nelle loro soggettività e il controllo sociale che questo comporta. Una delle principali sfide affrontate dalle donne è di prendere decisioni sui loro corpi e le loro vite, slegandosi dal presunto destino biologico.
Far sì che la maternità significhi un possibile divenire per le donne e non un punto di partenza per essere completamente donna è un progetto di emancipazione. Ciò richiede superare la paura di uguaglianza che paralizza molte donne, assumere la nostra parte di male che apre le porte al potere reale  e sbarazzarsi della mistica del potere materno. " (Mojzuk, s.f, p.6).
D’altra parte, è l'eterosessualità che garantisce la riproduzione umana, mentre il mito dell'istinto materno condanna le donne a essere intrappolati in una delle loro principali prigioni. A questo proposito,le maternità lesbiche o la maternità single per scelta, possono presentarsi  come linee interessanti di analisi, poiché la loro indipendenza dagli uomini sembrano produrre madri "artificiali". È vero che la donna reale è associata con la madre, ma la vera madre è legata indissolubilmente all'eterosessualità, alla dipendenza con un uomo; un altro fondamento che dà il modello che la nozione di istinto materno possiede troppo prescrizioni per essere davvero naturale, accrescendo così i sospetti. Ed è in questo senso che tali maternità sono accusate di essere sovversive.
“ Si è costruita una ideologia della maternità che si compone di un insieme di strategie e pratiche discorsive che, nel definire la femminilità, la costruiscono e la limitano , in modo che la donna scompare dopo la sua funzione materna che viene impostata come ideale ". Garay



traduzione di Lia Di Peri