sabato 17 settembre 2016

Con il costume da bagno abbiamo sbagliato


di  Brigitte Vasallo







Il tormentone estivo sono notizie che appaiono, sovra-dimensionate in momenti di scarsa attività giornalistica nei quali non c’è bisogno di riempire giornali e riviste. Notizie che scompaiono come una tempesta, a fine estate, quando i "gravi" problemi ritornano a riempire le pagine.
Quest’anno il tormentone è stato particolarmente velenoso dato che ha messo al centro delle battute internazionali i corpi e le vite delle compagne musulmane che usano fare il bagno con un indumento intero, chiamato impropriamente “burkini”.
Dal momento del divieto di usare questo indumento da parte di alcuni sindaci conservatori francesi e la conseguente espulsione dallo spazio pubblico di alcune donne, il rumore assordante ha assaltato la scena.
A ciascuno di noi fanno male certe cose: a me fa male il femminismo. E, nello Stato spagnolo, gran parte di femminismi sono rimasti impigliati nell’alimentare il tormentone con dibattiti fuori luogo, invece di collegarsi con le compagne aggredite. Siamo state così preoccupate nel tastare il polso al “problema”, che lo abbiamo perso di vista completamente e il dibattito femminista per la maggior parte non si è centrato sulla aggressione né sulle libertà ma sullo abbigliamento. La sempre eterna ossessione per il velo. Perché c’è costato tanto, in generale, denunciare l'aggressione senza ma e senza se e senza dubbi? Perché abbiamo speso molte ore ad analizzare le aggredite e i loro corpi? Cercherò di spiegare il motivo per cui il dibattito è parte dell'aggressione stessa.
La responsabilità della propria ignoranza
Chiariamo fin dall'inizio: il cosiddetto burkini è un hijab; è un indumento che usano sulla spiaggia, le compagne che portano il velo nelle strade. Tutte le analisi intelligenti e iper-ventilate, equiparando il nome commerciale burkini con il burqa o con un niqab sono analisi semplicemente ridicole. Si sa che agitare le acque favorisce i pescatori, così ciascuno ha usato la tecnica del caos concettuale come meglio poteva. E noi femministe che spesso abbiamo rivendicato che gli uomini si formino nel femminismo, che tante volte abbiamo affermato che non è nostra responsabilità educarli, ci siamo perse in cose così semplici come distinguere un hijab, burka e niqab, con tutto il peso politico che tali denominazioni comportano e con tutta la confusione generata dalla nostra ignoranza. Non possiamo sapere tutto, certamente. Non possiamo però, opinare su cose, che non abbiamo neppure guardato su un dizionario.
Perché non possiamo opinare!
Lo ribadisco: in un contesto di disuguaglianza e di violenza, noi non- musulmane non dobbiamo continuare a mettere in discussione le strategie delle musulmane per sopravvivere a questa disuguaglianza e violenza. Nessuno ci sta chiedendo la nostra opinione ma stiamo solo esercitando il nostro potere per esigere che le altre si giustifichino di fronte e a noi, che ci chiedano il permesso, per così poter scegliere, decretare, se glielo concediamo o no.
Eppure, noi siamo le prime a esigere che gli uomini rivedano i loro privilegi, prima di discutere sulle strategie delle donne. Come ci suona quando davanti a una aggressione machista, alcuni uomini iniziano a discutere sui vestiti delle donne, se la gonna era corta o, al contrario, se così “truccata”, è normale essere aggredita?
Dire che non dovremmo mettere in discussione o dibattere sul velo o sul niqab non è una questione di raffinatezza attivista, come direbbe Itziar Ziga. Al contrario, i dibattiti fanno parte della violenza razzista che esercitiamo e, in questo caso particolare, penso che sia stata la vera e propria aggressione, di là dall’intervento effettivo della polizia sulle spiagge. Le discussioni sulle reti sociali, assordanti, hanno dimostrato ancora una volta chi pensiamo sia il soggetto e chi l’oggetto, quali voci non abbiano nessun valore, quali donne non riconosciamo come donne ma come mere sagome inerti di uomini manipolatori. Se il femminismo ci ha insegnato che le donne siamo soggetti della nostra vita e non solo appendici, non capisco allora cosa ci abbia insegnato.
Il problema non è il velo: è il razzismo.
Uso il termine “islamofobia di genere” perché è stato coniato e sviluppato dalla femminista musulmana Jasmin Zine, tra le altre. Un termine, quindi, che nasce dalla comunità identificata e che molte donne musulmane stanno utilizzando per auto-identificare la loro oppressione. Con questo termine si punta alla intersezione tra la islamofobia e il machismo. La intersezionalità, più nominata che applicata, nasce dal pensiero collettivo femminista nero e lesbico Combahee River Collective per analizzare come le oppressioni non si sommino, semplicemente, ma interagiscono tra di loro. Cioè: l’islamofobia di genere non è da un lato machismo e dall’altro, islamofobia ma un asse di discriminazione e violenza specifica, derivante da un incrocio tra i due. Non si può analizzare, quindi, la situazione delle donne musulmane in Europa, puntando solo sul machismo (o una forma di machismo), perché sono anche in una situazione di violenza razzista (l’islamofobia è una forma di razzismo, come hanno sviluppato ampiamente da persone come Ángeles Ramirez o Ramón Grosfoguel).
Noi femministe bianche non soltanto siamo donne ma siamo anche bianche. Come dice Lucas Platero, tutte le identità sono intersezionali, in modo che quando analizziamo l'hijab (o il costume da bagno per tutto il corpo) non lo facciamo solamente come donne ma agisce nella analisi anche il fatto di essere bianche (e intendo in questo caso, la parola bianca come non –musulmana). Ed è a mio parere la parte essenziale, perché punta alla violenza che esercitiamo ma che potremmo fermare immediatamente. Ma che non fermiamo.
Lo sguardo sul hijab dei femminismi bianchi ha parallelismi con la lotta per l’aborto negli Stati Uniti negli anni '70, una lotta guidata dalle bianche, che ebbe poco impatto sulle donne nere e portoricane, secondo quanto racconta Angela Davis in Donne, Razza, Classe e che erano tuttavia, quelle che subivano di più gli aborti illegali e, di conseguenza, sarebbero dovuto essere quelle più interessate alla legalizzazione. La questione era radicata nel fatto che il femminismo bianco era focalizzato sul diritto all’aborto mentre le donne nere e portoricane, che provenivano da una storia di schiavitù e di sterilizzazione forzata, non rivendicavano il diritto ad abortire ma al controllo delle nascite, cosa che includeva la resistenza e la resistenza a pratiche eugenetiche.
Nei femminismi egemonici ci riempiamo la bocca con le libertà ma facciamo acqua al primo costume che incrociamo. Perché continuiamo a essere ancorate nella universalizzazione della sua esperienza e, un’ esperienza universale del femminismo bianco, è la nudità come pratica di libertà di fronte a un ambiente che ci imponeva di vestirci.
Però, cosa succede quando questa nudità diventa imposizione? E inoltre, cosa accade quando questa imposizione comporta una restrizione identitaria? Nel documentario di Al Nisa, alcune compagne lesbiche e musulmane spiegano che l'hijab è per loro una forma molto importante di visibilità, come passeggiare mano nella mano con la propria ragazza.
Non possiamo discutere sulle decisioni da soggettività ed esperienze diverse dalle nostre. Tranne quando parte della oppressione su queste soggettività, la costruisce precisamente i nostri pregiudizi. Se qualcosa ci può unire, è il diritto al proprio corpo e che ognuno lo definisca nel contesto che gli è più appropriato alla sua soggettività e alle sue esperienze. Difendere però la libertà come pratica e non difendere un oggetto contenitore di questa pratica di libertà è complicato. Poiché il risultato della pratica non sempre piace. Quindi preferiamo sacrificare la libertà, anche se mascheriamo questo sacrificio e finiamo con il nominarlo libertà. E, di fatto, lo è. Però la nostra. Solo la nostra.
In questi “altri” corpi interagiscono oppressioni che noi bianche non viviamo. Come spiega Jasmin Zine, nell’era post 11 settembre “ la islamofobia di genere ha rivitalizzato sia la retorica e le rappresentazioni di donne ritardate, oppresse e politicamente immature che hanno bisogno di essere liberate e riscattate attraverso degli interventi imperialisti come anche i pregiudizi dello estremismo religioso e i discorsi puritani che legittimano narrative limitanti della femminilità islamica e ostacola i diritti umani e le libertà di queste donne”. Così davanti a un caso eclatante di islamofobia di genere come è stata la espulsione di alcune donne musulmane dalle spiagge, le analisi del femminismo bianco si concentrano ossessivamente sulla denuncia del “patriarcato musulmano” e non sulla polizia bianca, rappresentando le donne musulmane come vittime che non capiscono sicuramente la propria situazione. Queste analisi che mettono a tacere il fatto che le musulmane in Europa sono sotto la violenza razzista non si situano in un luogo contrario al patriarcato che pretendono di denunciare ma sono parte della stessa oppressione intersezionale.
Così il tormentone di questa estate è stato un eccessivo esercizio di purplewashing: uomini chiaramente machisti e anche donne femministe usando una presunta preoccupazione per le donne hanno legittimato la esclusione e la disumanizzazione di quelle stesse donne. Gli articoli che abbiamo visto circolare questa estate, utilizzando contro le musulmane le analisi delle femministe arabe laiche decontestualizzate - dando per scontato che non le conoscono e ci sarebbe da mostrargliele o assumendo che quelle femministe non sono compagne di lotta – sono parte dell’infantilizzazione razzista e machista.Non aggiunte ma incrociate.
Contro il divieto... ma
C'è una linea discorsiva che riaffiora ogni volta che il gruppo di donne musulmane in Europa ricevono un'aggressione, come lo sono le leggi restrittive dirette contro di loro. Il discorso consiste nel demonizzarle, trasformarle in minaccia latente e, infine, fare in modo che le aggredite siano potenziali aggressori contro quelle che le vogliono proteggere.
La prima parte di questo discorso usa la comparazione con l’Arabia Saudita, Iran o Afghanistan. La cosa interessante di questo movimento dialettico è che compara a soggetti subalterni in Europa, donne e razzializzati, in quanto musulmane (e non parliamo ella questione di classe o di posizione amministrativa a non essere omogenee nella comunità) e, lungi dal comparare la loro situazione con altri soggetti subalterni in Arabia Saudita, Iran o Afghanistan, le compariamo con il potere esistente in questi luoghi. Vale a dire, ai nostri occhi, sotto lo sguardo dell’Occidente, come direbbe Mohanty, le musulmane in Europa, non sono esse stesse musulmane sotto i regimi teocratici, ma diventano come per magia legislatori uomini, che ostentano il potere. La creatrice (australiana) del burkini avrebbe posto il nome commerciale in modo simpatico. Non ha tenuto conto, però della ignoranza europea, capace di confondere un burqa afghano con questo pezzo di lycra dai colori vivaci, che è un incubo per qualsiasi estremista religioso che si rispetti. E, di conseguenza, abbiamo la demonizzazione consumata: le compagne che scendono verso la spiaggia con il corrispondente costume sono state chiamate wahhabite, salafite, terroriste e non so che altro. Anche da persone che hanno detto che non hanno problemi con il velo: ma che questo era troppo. Con il costume da bagno abbiamo toppato. Abbiamo concesso il “permesso” per il velo ma non la libertà sul proprio corpo.
Una volta che i termini wahabita e salafita sono circolati, come sfacciati sinonimi di musulmano e musulmana sono suonati tutti gli allarmi e le compagne espulse dallo spazio pubblico sono diventate una minaccia latente, che nonostante la bruttezza di quelle immagini della polizia che le denuda a Cannes, devono essere controllate dallo Stato, perché rappresentano una minaccia per le libertà di tutte (e lo stato patriarcale, a quanto pare, è improvvisamente il garante della libertà). E di nuovo al punto di partenza.
La lotta per le libertà in Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Francia o Germania sono la stessa lotta, con obiettivi contestuali diversi. La libertà è abortire o tenere i figli? Dipende poi da se ti obbligano o tenerli o ti sterilizzano perché tu non li abbia. La libertà è velarsi o denudarsi? Perché di nuovo, la libertà è poter prendere le proprie decisioni, in un senso o in un altro. E quello che facciamo dai femminismi è creare spazi di resistenza ai poteri dove le possibilità di scelta si vadano ampliando.
Questa forma di disumanizzazione, secondo la quale le musulmane smettono di essere persone per diventare oggetto di analisi, di legislazione, di dibattito sulle reti e di opinione, congelate nel tempo, nella speranza che “noi” riusciamo a capire la questione, e così concediamo loro lo status di umanità o no, è la struttura base del razzismo, fissata da Frantz Fanon già negli anni ’50.
Poco importa che questa volta il razzismo è nascosto sotto lo slogan "tutte le religioni sono uguali". La frase in sé non ha consistenza alcuna. Che cosa hanno in comune lo zoroastrismo e il culto yoruba? Una frase del genere risponde solo alla universalizzazione della singola esperienza, che è caratteristica dello etnocentrismo e della colonialità, così come del razzismo culturalista, che definisce la cultura Occidentale non come una deriva culturale particolare, tra le molte altre, bensì come la migliore. E tra movimenti di resistenza europei (femminismi, comunismi, l'anarchismi, ecc) l’ateismo è costitutivo e centrale. Un ateismo che non ha saputo distinguere tra le istituzioni del potere religioso, la filosofia e la spiritualità delle persone e che finisce con lo uguagliare il vescovo Cañizares con Malcom X o con Muhammad Ali, la teologia della liberazione cristiana con Daesh. Sono tutti uguali? Così, con il pretesto di combattere tutte le "religioni" ciò che è promosso è una lotta di civiltà nel più puro stile di Huntington, una versione contemporanea dei mori e dei cristiani. La dialettica della lotta contro il terrorismo di Bush, ha intrappolato anche e molto chiaramente, i movimenti che si credono anti-imperialisti. Se ci sono movimenti occidentali che considerano che la lotta contro quello che essi intendono per religione, sia una loro priorità vada da sé che debbano formarsi molto in religioni e molto in colonialismo e razzismo, per fare davvero una lotta pulita e giusta con le persone. E dovranno essere molto attenti alle articolazioni e ai privilegi che ci segnalano costantemente, mentre stiamo guardando dall’altro lato.
Sopra il femminismo islamico
In questo spazio tanto infinitamente scomodo e così attraversato dalla violenza, che è la intersezione tra la islamofobia e le letture patriarcali e colonialiste dello Islam, si situano una serie di movimenti: i femminismi islamici, la prospettiva de coloniale, l’islam queer…
Ho sempre rifiutato di parlare, scrivere o insegnare sopra di essi, poiché è parte del privilegio bianco usurpare tranquillamente il lavoro dei /delle compagni /compagne: per il razzismo è sempre più credibile ascoltare una atea che puntare alla conoscenza data. Lo spazio per spiegare il suo lavoro è per le persone che stanno producendo conoscenza.
Il mio spazio, se è qualcosa, è combattere la islamofobia tra persone che come me, sono state costruite in essa. Tuttavia, a forza di non parlare si è generata una bufala, che ho necessità per una volta di chiarire. Il movimento femminista islamico non è un movimento univoco né uniforme. In realtà, dobbiamo chiamarlo al plurale: femminismi islamici. Ed è un movimento che si verifica in tutto il mondo (l'Islam non è un paese): ci sono femministe islamiche europee, americane dal nord al sud, arabe, indonesiane, sudafricane, nigeriane. E le loro opinioni sul hijab sono molteplici. I femminismi islamici hanno le loro mistiche della femminilità, è chiaro, però è qualcosa che abbiamo anche nel femminismo bianco e nessuno lo considera invalidante. Questa dicotomia secondo la quale le femministe laiche arabi sono contro l'hijab e femministe islamiche sono favorevoli è falsa e interessata: femministe islamiche come Amina Wadud, Asma Barlas, Leila Ahmed o Azzizah Al Hibri, non lo considerano una prerogativa religiosa. Nel documentario The Noble Struggle di Amina Wadud, questa spiega, mentre la pettinano in un salone di bellezza, che le sue antenate, portate come schiave in America, non potevano scegliere come vestirsi e sono state spesso costrette a comparire nude. Cosicché per una nera statunitense coprirsi era per lei una rivendicazione. L'hijab, spiega, la rende riconoscibile come musulmana e ciò le piace ma le dà fastidio non essere riconosciuta come afroamericana. Così alterna: si copre in occasioni più ufficiali e si scopre durante la giornata. Nulla di più.
In Red Musulmanas, dove ho la fortuna di partecipare da anni, molte compagne non lo indossano e altre, sì. E questa questione non crea alcun problema. Però tutte sono a favore della libertà delle donne in tutti gli spazi dove questa libertà si vuole restringere.
Non “difendo” il femminismo islamico, l’islam queer o l’islam de coloniale: sono movimenti che non ne hanno bisogno e in quanto non sono musulmana, anche se imparo moltissimo da essi. Ciò che difendo è la loro possibilità di esserci e li considero necessari per tante altre persone. Ciò di cui c'è bisogno è la loro esistenza. Perché io penso femminista e credo che il femminismo sia un movimento che liberi, in qualsiasi luogo si iscriva, perché il femminismo mi ha dato la vita e mi ha fatto capire il mondo; perché mi ha insegnato ad articolarmi e mi ha insegnato il desiderio di articolarmi con altre donne, femministe o no, con altre persone femminista, donne o no. Perché mi ha fatto capire le mie ferite e anche le ferite altrui a partire dalle mie. E perché ho bisogno di un mondo dove sia possibile essere differenti e dove la differenza non sia un conflitto ma un luogo di scoperta, di apprendimento e di gioia.
Nel femminismo egemonico siamo molto più preoccupati per il relativismo culturale che per il razzismo. Abituate al privilegio di opinare su tutto e a opinare dalla universalità, ci sembra che stare zitte sia una dimostrazione di debolezza e codardia. Ma è una trappola. Se c'è qualche viltà, è quello di nasconderci in questo privilegio per infantilizzare, umiliare, giustificare violenze ed escludere le altre. È urgente lasciare discorsi inutili, mentre le compagne stanno soffrendo una aggressione razzista e machista e schierarci a loro favore, perché esse ne hanno bisogno.
Perché contrapporsi al proprio privilegio non ha nulla di relativismo: è ciò che io chiamo una pratica femminista di primo ordine.

traduzione di Lia Di Peri


domenica 28 agosto 2016

Epistemicidio: Così la modernità sopprime forme marginali di conoscenza.




Andy Philipps Zeballos






Non è un concetto facile da definire. Per spiegare di cosa si tratti e quale conseguenza l’epistemicidio abbia dovremmo iniziare cercando di spiegare cosa significa 'episteme'. Esso indica l’insieme delle conoscenze costruite sotto un paradigma metodologico che condizionano i modi di comprendere e interpretare il mondo in un determinato spazio-tempo. Inoltre, l’episteme tende a differenziarsi dalle credenze e opinioni.
Adesso, forse, il concetto di “epistemicidio”, può diventare un po’ più facile da capire. E’ la liquidazione di alcune forme dell’apprendere, creare e trasmettere, conoscenze – saperi comunitari, ancestrali o proprie di certe culture di vera natura in particolare dopo la nascita e l'uso del metodo scientifico come unico valido delle classi dominanti, trasformandosi quella in una sorta di garante della obiettività che ci protegge dalla soggettività dell'irrazionale.

Per Boaventura de Sousa Santos si tratta semplicemente della distruzione dei saperi propri dei popoli causata dal colonialismo europeo e nordamericano (europei sfollati).
Questa liquidazione può essere realizzata in diversi modi: la più evidente, forse, è l'annientamento fisico degli esseri umani di una certa comunità o cultura; poi ci sarà l’assimilazione culturale, l’imposizione - ricatto con cui lo Stato fornirà alcuni servizi, se queste comunità abbandoneranno determinate pratiche per altre (“ se frequenti una scuola in cui si parla la lingua ufficiale di Stato, ti daremo cibo in cambio"). Questa pratica è anche legata alle politiche di "sbiancamento" che si attuavano soprattutto nei paesi del Sud America. Un altro modo è lo sfollamento dei popoli e il conseguente "sradicamento". È per questo che alcuni studiosi come Boaventura de Sousa Santos sostiene che non è possibile la giustizia sociale globale senza giustizia cognitiva globale, e che la conoscenza scientifica della modernità sia un grande epistemicidio nello aver costretto alla marginalità le conoscenze altre. Egli differenzia cinque modi di produzione della delegittimazione razionale e dalle scienze sociali:

 La monocultura del sapere e del rigore che scredita le conoscenze alternative.
 La monocultura del tempo lineare e l'idea che la storia abbia il significato di progresso, di sviluppo al quale devono aspirare gli altri popoli non europei.
La monocultura della naturalizzazione delle differenze che occultano le gerarchie.
La monocultura della scala dominante dove il globale è egemonico e il particolare locale non conta.
La monocultura della produttività capitalista che si applica sia al lavoro sia alla natura ed elimina un’altra logica produttiva.
Occorre ricordare che non deve confondersi episteme né epistemicidio con l'epistemologia, che è comunemente definita come la branca della filosofia che studia il metodo scientifico.

L’epistemicidio andino

In un'intervista alla filosofa boliviana Silvia Rivera Cusicanqui si afferma che gli studenti universitari che provengono da zone rurali la trasmissione della cultura e della conoscenza avviene principalmente in maniera orle e attraverso mamme e nonne. Un modo di apprendimento e di valutazione più efficace per loro è quando si realizzano le dinamiche di classe e, gli esami orali, dove invece di scrivere e leggere in silenzio, si ascolta e si legge a voce alta. Gli studenti hanno risultati migliori, in generale, con gli esami orali invece di quelli scritti.

Questo ha a che fare non solo con il modo in cui è stata trasmessa la conoscenza (racconti, miti, storie, aneddoti, ecc), generazione dopo generazione, ma con una cultura "verbale", che può essere materializzata in canti e musica. Un buon esempio può essere visto nel film “Il seno impaurito” (La Teta asustada”) ", dove la protagonista conosce la (terribile) storia di sua madre attraverso canti armoniosi e tranquilli che le cantava in lingua quechua.
Quindi, una volta raggiunto questo punto è molto complicato non notare che il modo occidentale di creare conoscenza (scienza / metodo scientifico), anche se dominante, è uno tra il mare di possibilità e modi che ci sono per conoscere, osservare e trasmette il sapere: sapere non occidentale.  Insieme con il genocidio avvenuto sia direttamente (omicidi e torture sistematiche) e indirettamente (diffusione di malattie infettive) dopo la "conquista dell'America", l'evangelizzazione forzata o il divieto dei riti/pratiche pagane (come ad esempio parlare in lingue non romanze) tra gli altri nel Indio- America Latina si è commesso e si continua a commettere da parte degli stati-nazione ereditati dall'ultima fase di riorganizzazione della elite vicereale, uno dei maggiori epistemicidi di tutti i tempi. Questo, per esempio, è stato ben illustrato dagli incroci o dallo sbiancamento, una politica ufficiale in alcuni paesi della America “ Latina” fondata sullo oblio facendo credere che la idea della memoria minacci la pace mentale del meticcio, che non vuole più essere un indio. Queste ferite non si sono rimarginate nella memoria delle popolazioni indigene e persino un neo-conservatore come S. Huntington riconosce che "L'Occidente non ha vinto la guerra per la superiorità delle sue idee o valori o la religione, ma dalla superiorità nella capacità di applicare la violenza più organizzata ".
La ristretta gamma di epistemi è conseguenza anche della assenza di risposte sia nella dimensione filosofica sia tecnica.. Oggi, nessuno può negare la profonda e sorprendente conoscenza che i Maya possedevano degli astri e la misurazione (un esempio è la significativa influenza nella modificazione dal calendario giuliano a quello gregoriano) o la conoscenza che avevano gli Inca dell’architettura e agricoltura. Anche oggi, in un momento in cui si cercano forme alternative di coesistenza tra gli esseri umani e il pianeta terra, non sono per nulla disprezzabili alcune delle lezioni che i popoli indigeni hanno condiviso e, tuttora, condividono sui diversi modi di coesistenza con l’ambiente, facendo conoscere a tutti noi che la vita umana è compatibile (e anche armonizzabile) con la "Pachamama".
Il successo del sistema mondiale moderno/coloniale, come sostiene Ramon Grosfoguel, nel suo libro “La decolonizzazione della economia politica e gli studi postcoloniali “ consiste nel "far sì che soggetti socialmente ubicati nel lato oppresso della differenza coloniale, possano pensare in modo sistematico come quelli che chi si trova in una posizione dominante. Le prospettive epistemiche subalterne sono la conoscenza che proviene dal basso e produce una prospettiva critica del sapere egemonico nelle relazioni di potere coinvolte ".

Speriamo che non sia troppo tardi

Non siamo i primi a lamentare questo tragico evento, la perdita di ricchezza intellettuale, culturale ed epistemica.
In letteratura questa idea della scomparsa della alterità, l'imposizione del pensiero Unico e la egemonia culturale dell'occidente nei cinque continenti angosciava lo stesso Levi-Strauss, che scriveva durante il suo viaggio per le foreste occidentali del Brasile: " quanto minori erano le possibilità delle culture umane di comunicare tra di loro, meno capaci erano i loro emissari di percepire la ricchezza e il significato di questa diversità. " (Tristi Tropici, 1955).
Anche se forse dove meglio è catturato questo senso di vuoto e di apatia è la scena successiva di "Cent'anni di solitudine", quando uno dei figli illegittimi del colonnello Buendia chiede alla bisnonna Úrsula se la storia che raccontano gli anziani sugli ‘esotici’ oggetti portati dagli zingari (soprattutto Melquiades) a Macondo fosse vera oppure no:

"Stupito, chiese a Ursula se tutto questo fosse vero, e lei rispose di sì, che molto tempo prima gli zingari portarono a Macondo meravigliose lampade e tappeti volanti.
Quello che accade – sospirò - è che il mondo va finendo poco a poco e non arrivano più queste cose”.


traduzione di Lia Di Peri

unitedexplanations.

giovedì 25 agosto 2016

L'amicizia e la biografia semplificata che offre Facebook sono false versioni.

Intervista a Vicente Serrano, filosofo e saggista cileno. 





Vicente Serrano, filosofo e saggista cileno, vincitore del Premio Anagrama de Ensayo per la sua opera La herida de Spinoza. Felicidad y política en la vida posmoderna (La ferita di Spinoza. Felicità e politica nella vita post-moderna), ha recentemente pubblicato un libro sul ruolo delle reti sociali, volutamente intitolato Frodebook. Ciò che la rete sociale fa con le nostre vite (Plaza y Valdés Editores). Il protagonismo acquisito dai social network, in breve tempo, obbliga a riflettere sul ruolo che esse svolgono nella nostra vita quotidiana .1 Di fronte agli innegabili vantaggi offerti da molti ordini della nostra esistenza, essi contengono anche rischi indubbi per le possibilità che apre per il controllo e manipolazione delle persone, in particolare delle più giovani. Tutto questo, però, è risaputo, così come l'ambiente virtuale è diventato un macchinario sofisticato di appropriazione del nostro tempo e attenzione, allontanando il pensiero in gran parte calmo, profondo e concentrato. Tuttavia, in Frodebook, Vicente Serrano va oltre e ci avverte che dietro l'apparente innocenza e ingenuità di questi dispositive incontriamo un artefatto che potrebbe essere chiamato, biopolitico, poiché è in grado di incidere sulla nostra intimità, affettività e identità personale, trasformandole profondamente.

Santiago Álvarez Cantalapiedra (SAC): 1.500 milioni di utenti di Facebook,qual è la chiave  del  successo di questa rete? Come si caratterizza e si distingue dalle altre reti sociali? Quale particolare elemento la definisce che noi non dovremmo ignorare?

Vicente Serrano (VS):  Le cifre che lei cita è superiore al numero di seguaci della maggior parte delle religioni.  E’ superata solo dal cristianesimo, se uniamo le diverse chiese che lo compongono, di cui la Chiesa cattolica ha 1.400 milioni di fedeli in Facebook. Naturalmente, questo social network è uno strumento di comunicazione nell'era digitale e di capitalismo globalizzato, però questo dato comparativo rivela la chiave del suo successo, proprio perché, come le religioni, influenza la vita emotiva nel campo dei sentimenti e, inoltre, stabilisce una comunità. Ciò la differenzia da altre reti in cui la dimensione emozionale è meno marcata. Come ho detto, però, questo è un fatto in un momento di mutazione del capitalismo globale e questa comunità alla quale gli affetti si rivolgono è a sua volta un grande strumento che permette alla pubblicità di accedere a quella dimensione di intimità che è la stessa sulla quale operano le religioni. Questo incrocio tra la pubblicità, l'affettività e la sensazione di libertà, spiega questo successo. Nel libro uso il termine "grande fabbrica di affettività”perché, in effetti, tramite Facebook la vita affettiva si trasforma in ricchezza, una ricchezza che viene prodotta dal tempo e dalla vita emotiva degli utenti.

SAC: Se il valore dell’amicizia è quello che mette al centro questo social network, di quale tipo di amicizia stiamo parlando?


 VS: Ovviamente non è  il concetto di amicizia nel senso stretto del legame emotivo disinteressato che è sempre stato considerato uno degli elementi più preziosi della vita umana. Prima sapevamo tutti che avevamo amici, conoscenti, colleghi, vicini di casa, ecc, e all'interno degli amici c’erano gradi, il più vicino e il più intimo, mai per definizione potevano essere molti, perché l’amicizia è qualcosa di delicato e molto prezioso, difficile da curare e richiede tempo. Nel caso di Facebook è un'amicizia nel senso più lato, che spinge alla accumulazione degli amici. E anche se ammette vari gradi, la verità è che in Facebook l’idea di amicizia  si applica ugualmente a tutti ed è stato verso quegli elementi positivi,falsamente positivi, definiti dalla pubblicità, motivo per cui questa ultima non ammetterà il  “Non mi piace”.
Nel suo concetto di amicizia vi ricade tutto: dagli interessi professionali  fino alle vere amicizie reali, attraverso l'elemento di promozione e propaganda che lo trasforma nello strumento pubblicitario  di cui parlavo. Così, l’amicizia corre il rischio di confondersi in un semplice specchio legato ad una tendenza narcisistica della società. Se questo è un problema, in generale, diventa più preoccupante in determinate fasce di età. I più giovani, già nativi digitali, corrono il rischio di non conoscere un altro concetto di amicizia da quella promossa  in Facebook. E che io la considero una distorsione molto pericolosa.
SAC: Lei nota nel suo libro che, gli utenti nel pubblicare la propria biografia, si aspettano soprattutto approvazione. Affermare ciò che ci piace, come forma di individualità e cercare in essa, il riconoscimento altro è poco più di una necessità che sperimentiamo costantemente come esseri umani. Non è Facebook, apparentemente,un efficace  strumento di soddisfacimento di questa necessità umana?

VS:  Nei dodici anni di vita di Facebook è apparso chiaro che costituisce un formidabile e indubbio modo di comunicazione, una vetrina in cui l’approvazione mediante il “Mi piace” ha acquisito un peso determinante nel senso della rete.  E 'ovvio che gli esseri umani hanno bisogno ella approvazione degli altri ma questo si articola dalle nostre azioni ed è altrettanto ovvio che non tutti sono ugualmente degne di approvazione. Il problema è quando l'approvazione diventa fine a se stessa. E’ qui che la vita si trasforma in pubblicità ma lo scopo della pubblicità è vendere un prodotto, non interagire con gli amici. Nella misura in cui l'utente interiorizza questo modello, l'identità virtuale che si costruisce tende al narcisismo e allo esibizionismo riflettendosi sullo schermo attraverso l’approvazione. Naturalmente stiamo parlando di una tendenza dominante. Non tutti gli utenti sono collegati allo stesso modo, ma penso alla maggior parte.

SAC: Quali altri aspetti comporta Facebook?

VS: Oltre alla distorsione dell’amicizia e della biografia trasformate entrambe in un modello accumulativo proprio dell’attività imprenditoriale,penso che, l’altro aspetto più interessante, sia il fatto che l’utente è produttore di ricchezza anche se, spesso,inconsapevole. Non è certo un lavoratore d’uso perché non percepisce un salario. In realtà gli viene detto che riceve un servizio gratuito e per sempre. L’utente, però, investe il suo tempo e fornisce la privacy per produrre ricchezza per gli altri.
SAC: Dov'è la frode?

VS: La frode – in senso non giuridico -  sta proprio nel produrre  sotto l’apparenza di un servizio che dicono gratis e che lo sarà per sempre. La promessa di libertà e di comunicazione, certamente molto reale, porta per così dire una piccola lettera,che sono i termini di un contratto con il quale cedi l’uso della tua vita privata,per produrre con essa. Ugualmente mi appare fraudolenta l’incidenza sulla amicizia e la biografia che si articola da questo dispositivo. L’amicizia e la biografia semplificate che il social network offre sono versioni false di ciò che è la nostra biografia e di ciò che sono le relazioni di amicizia mediate entrambe da una struttura che le sottomette al moto accumulatore.
SAC: Non è un esempio di ciò che il capitalismo ci offre continuamente?

VS: Senza dubbio. E in molti modi. Da una parte, mediante questo contratto, l’utente si trasforma in produttore inconsapevole che porta la sua vita affettiva nel processo produttivo.
Il capitalismo si fa affettivo nel senso letterale, il che fa emergere una nuova merce e un nuovo rapporto di produzione propria dell'era digitale e della informazione. Da altra parte, però,questa identità articolata mediante la costante tensione verso le adesioni, converte l’affettività e la propria biografia in una sorta di un'attività aziendale che tratta di se stessi. Uso nel mio libro un’altra metafora, che è il conto corrente. L’account di Facebook ha la stessa struttura, solo che si deposita senza denaro ma con i sentimenti e gli eventi della vita di ciascuno. Ma come per il conto corrente decisiva è la tendenza cumulativa che definisce il capitalismo e,che ora,tende a farsi interiorità.
SAC: Potrebbe estendere un po' la sua affermazione che siamo di fronte ad un dispositivo biopolitico?

VS: Ha molto a che fare con quel internalizzazione e con la produzione. Il termine bio-politica è stato utilizzato da Foucault per definire un modo di intendere il potere che non è quello di fare morire e lasciar vivere, come nel caso del sovrano classico che decide sulla morte e lascia vivere il resto. Foucault lo rovescia e parla di lasciare morire e fare vivere,cioè,di produrre vita. Ci sono state interpretazioni di ciò che egli intendeva dire con questo, autori che lo hanno interpretato soprattutto in chiave biologicista, come Giorgio Agamben e Roberto Esposito. Ma la verità è che Foucault lo ha legato al liberalismo economico. In uno dei suoi corsi finali negli anni ’80 del secolo scorso dal titolo "La nascita della biopolitica", parlava della tendenza del liberalismo di fare diventare ognuno imprenditore di se stesso.
La mia lettura è che Facebook esprime questo in modo chiaro mediante la “produzione” di queste biografie distorte di coloro sopra citati. La produzione di vita intesa come produzione di biografie e segnate da questo principio accumulativo interiorizzato come ho citato prima. E’ un modo di “governare” milioni di vite ma che passa inosservato in quanto tale,che è vissuto come un’applicazione di libertà. Questa situazione è ciò che Foucault chiamava la ironia del dispositivo, che nel dominarci ci fa credere che siamo più liberi. Egli lo ha applicato a metà degli anni ’70 del secolo scorso al discorso sulla sessualità ma penso che sia perfettamente estendibile al discorso sulle nuove forme di comunicazione che noi chiamiamo social network, in particolare Facebook.
SAC: Siamo destinati a vivere l'affettività mediata da queste nuove realtà? Cosa si può fare: affidare tutto alla scelta della persona concentrandosi sulla sua educazione sentimentale o è legittimo pensare che, data la natura e gli effetti di questi dispositivi, abbiamo bisogno di regolare consapevolmente questa " macchina degli affetti"?

VS: E 'chiaro che non si può tornare indietro con le tecnologie e con tutto quello che presuppone la rivoluzione digitale. C’è da pensare, però, che questo è solo un nuovo salto nel complesso processo della modernità. In altre opere, come in Sognando Mostri o La ferita Spinoza, ho sostenuto che il mondo moderno ha installato in modo crescente un certo ordine affettivo, dando la priorità a una gerarchia di affetti connessi all'accumulazione,alla inquietudine, alla volontà di potere,alla ansia costante che corrisponde allo sguardo moderno.
[…] Io non credo che il problema siano le macchine, perché dai dispositivi è possibile articolare altri tipi di affetti, come evidenziato da più artisti digitali. Si consideri per esempio un artista come Bill Viola, che dalle nuove tecnologie recupera l'universo delle passioni ...
 La questione è di sapere che sotto e dietro ogni macchina e ogni clic è presente un affetto e saperlo riconoscere. Ciò che ha impiantato Frodebook è proprio il modo in cui questa dimensione passa inosservata e, che questa rete in particolare, ha posto una struttura e un ordine affettivo come dispositivo biopolitico. L'obiettivo del mio libro è quello di portarlo alla luce.

SAC: I social network evolvono, cambiano e passano di moda, lo abbiamo visto con Twitter Come crede che si evolverà Facebook? Quale futuro si aspetta? Quale futuro vorrebbe?
VS: C’è stato chi ha annunciato la fine di Facebook. E 'difficile fare previsioni, ma è ovvio che ogni volta c’è sempre più reticenza a raccogliere determinati contenuti, soprattutto quelli più intimi e affettivi. Facebook va mostrando sempre di più il suo volto più commerciale e professionale. Se si conferma questa tendenza siamo al principio della fine, perché la sua forza è stata l’impatto sulla affettività che, a sua volta, ha alimentato la dimensione pubblicitaria. Ora, il territorio conquistato da Facebook- questa integrazione della sfera affettiva nella pubblicità – lo erediteranno altri dispositivi non ho alcun dubbio. Come non ho dubbi che il pensiero critico e la ricerca estetica ed etica continueranno a combattere per ri-pensare la nostra relazione con le macchine e con noi stessi, come abbiamo fatto nel corso della storia.

Intervista elaborata da Santiago Álvarez Cantalapiedra direttore di FUHEM Ecosocial
Traduzione di Lia Di Peri


martedì 23 agosto 2016

Il mito dell’istinto materno e il suo rapporto con il controllo sociale delle donne.

Stefanía Molina







Lo scopo di questo lavoro è di rispondere alla seguente domanda: come interviene il mito dell’istinto materno nel controllo sociale delle donne?  Su questa domanda cercheranno di rispondere diversi autori /autrici che si confronteranno da differenti opinioni e prospettive.
Il pensiero occidentale ha costruito determinati fenomeni sociali come essenze, questo ostacola la possibilità di mettere in discussione le pratiche e i criteri riguardo al genere, alle identità, alle sessualità, etc. La concezione di essenza in una certa misura, rassicura, produce la fantasia di un'esistenza per/alla costruzione dei ruoli e delle parti che i soggetti [1] abitano.
In questo senso, il mito dell'istinto materno consegue (e si inserisce) nelle problematiche attuali come l’aborto, la scelta della non maternità, la maternità sovversiva [2], etc. Se naturalmente le donne nascono con questo istinto, sanno già quale sia il loro destino. Le donne che scelgono la maternità, immediatamente saranno sotto esame, il loro lavoro sarà controllato, e occorrerà essere una buona madre: un paradosso.
È interessante notare che la donna reale è direttamente associata con la maternità. L’espediente del mito si può vedere in quelle donne che decidono di interrompere la gravidanza, uccidono i figli appena nati, ecc. Tutte queste azioni appaiono, tipizzate come criminologiche o anti-giuridiche. Per questo legittimare la scelta della non-maternità è una sfida necessaria.
Il controllo sul corpo e la soggettività delle donne avvengono all'interno di un sistema patriarcale (termine re-significato da Kate Millet)[3].  Diverse istituzioni sociali e tecnologie di potere si incaricano di fabbricare corpi e menti disciplinate. La prima cosa che si associa al pensare in termini di esseri umani è la rappresentazione montata a categorie come donna/uomo. E’ ciò che chiamiamo umanità, facilmente riducibile a una logica binaria prevalente fin dai tempi antichi, che si può vedere riflessa nel discorso sociale che stabilisce l'idea delle buone madri, contrapposte alle cattive madri. Queste ultime, non conformi alle aspettative di genere, così come alla propria realtà.

La maternità come una costruzione culturale. Il genere.

La maternità, come la concepiamo nel XXI secolo, mantiene l'ordine sociale eterosessuale e legittima la “essenza” femminile, che completa le donne. E’ una costruzione culturale multi - determinata che si organizza mediante le regole. Queste si stabiliscono in base alle esigenze dei gruppi sociali e si inquadrano sotto un determinato periodo della sua storia.
Pierre Bourdieu (citato da Scott 2008) afferma che "la divisione del mondo" implica,“ le differenze biologiche e in particolare quelle che si riferiscono alla divisione del lavoro di procreazione e di riproduzione”, opera come “ quelle che sono meglio fondate sulle illusioni collettive”.
Queste storie stabiliscono un controllo differenziale sulle risorse materiali e simboliche, il genere è coinvolto nella progettazione e nella costruzione del potere "è il campo primario entro il quale o attraverso il quale il potere è articolato" (Scott, 2008, p. 68). E 'anche una categoria che media tra la differenza biologica e le relazioni sociali basate sulle differenze percepite tra i sessi.
Il genere come categoria di analisi permette di conoscere complessi processi sociali, spiegando come si strutturano e si esprimano le aree del femminile e del maschile e quali siano i simboli e le caratteristiche che li definiscono e rappresentano come costruzioni culturali opposte e simmetriche. (Quezada 1996, p.21)
Il genere come categoria analitica appare nell'agenda nel ventesimo secolo. Il femminismo che assume questa categoria è stato chiamato della " seconda ondata". E’ emerso negli anni settanta in America Latina, e negli anni sessanta in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Nasce in un contesto di lotta politica e culturale a livello internazionale: ribellioni anticoloniali del Terzo Mondo, critica anti-psichiatria, rivolte studentesche, rivendicazioni in tema di etnia, etc.
Mojzuk (s.f) facendo esclusivo riferimento al femminismo e alla maternità, affermerà che:
Oggi, è difficile fare un bilancio preciso delle conseguenze delle rivolte femministe risalenti agli anni '60 e che seguono all’avanzata di Simone de Beauvoir in “Il secondo sesso”. Con Kate Millet, le teorie freudiane furono messe in discussione e le esperienze di vita delle donne smentirono ciò che la psicoanalisi promulgava come caratteristiche essenziali della personalità femminile: la passività, il masochismo, il narcisismo. Molte delle femministe di allora furono bollate come mere "rivendicatrici”, con il carattere deformato per la inadeguata socializzazione e con la loro vera natura femminile repressa (...) Né la abnegazione né il piacere, per il dolore potevano formare nel tempo la immagine della capacità materna (...) Una volta di più, si segnalavano le “ femministe rabbiose” o “virili represse” "(Badinter, 1981) incendiarie di questa digressione. (p.29)
Si fa riferimento alle opere teatrali scritte da Federico García Lorca: “La casa de Bernarda Alba” (1936) y “Yerma” (1934), come esempi che sebbene siano prodotti da un artista in particolare, riflettono le esperienze di diverse donne in relazione alla maternità. Il contesto in cui queste storie si svolgono, è la Spagna, in un momento in cui la società era violenta e il ruolo delle donne secondario. La protagonista della prima opera menzionata , Bernarda (che interpreta il personaggio di una vedova), è un esempio interessante per affrontare la questione della maternità, proprio perché sfida l'istinto materno, la tenerezza naturale delle madri che è apparentemente storica. Yerma da parte sua, è una donna che finisce per essere la nemica di se stessa : il sentimento che la invade è l’angoscia.  Il mandato sociale è che ogni donna sposata dovrebbe essere una madre. Col passare del tempo si sentirà "cattiva" per non raggiungere il suo destino naturale, si sente “secca” ", una parola che allude alla sterilità.
Le donne oggi devono esortarsi a generare autonomia, capire l'importanza delle loro scelte e che sono piacevoli. A questo proposito, le due donne presenti nelle opere di Lorca, sono infestati dai fantasmi della maternità (…) Non si tratta sulle buone o cattive madri ma della mancanza di decisione di queste donne sulle loro vite.

Sviluppo della storia delle donne e della maternità.
Come è noto, la storia rappresenta una visione e il pensiero di coloro che l’hanno scritto , i maschi della classe media che appartengono a popoli dominanti eretti sul modello androcentrico, referente degli spazi pubblici, mentre le donne quelli privati,fermate al margine di tutto il “testo”.
Escluse, messe a tacere, invisibili, le donne sono state ignorate nel settore domestico e privato; anche in campo economico, sociale, politico e culturale. La maggior parte delle volte, immaginate, descritte o raccontate in modo parziale e in generale attraverso un intermediario perché il registro diretto ero subordinato al loro accesso alla scrittura. (Guardia 2005, p.13).
Il ventesimo secolo passa attraverso diversi scenari. I cambiamenti prodotti a livello demografico promuovono l'emergere di politiche nataliste, la maternità è vista come un obbligo, un dovere biologico, le donne sono invitate a partorire e si creano misure repressive che condannano l'aborto e la contraccezione. In relazione agli ultimi decenni del XX secolo, Lagarde (2013) dirà che:
Le trasformazioni del XX secolo rinforzarono per milioni di donne in tutto il mondo, un sincretismo di genere : prendersi cura degli altri in modo tradizionale e, allo stesso tempo, raggiungere il loro sviluppo individuale per unirsi al mondo moderno, attraverso il successo e la concorrenza.
 Il risultato sono milioni di donne tradizionali-moderne. Donne intrappolate in un rapporto impari tra la cura e lo sviluppo. (p. 2).
Il modello (sistema) sesso/genere (concetto coniato da Gayle Rubin) si è incaricato di produrre corpi e soggetti i cui destini parrebbero, essere definiti ontologicamente secondo la etnia, la età, il sesso, la classe sociale, etc. Chiaramente sono state disegnate le categorie sociali per ottenere sottilmente il controllo dei corpi (e le menti). Non si può non tenere in conto la violenza storica e politica con cui si è esercitato il potere, sempre da una logica androcentrica .
Lagarde (2013) in questo senso, dirà che : "Curare è attualmente il verbo più necessario di fronte al neo-liberismo patriarcale e alla globalizzazione iniqua.
” (p.2).
La cultura patriarcale che costruisce il sincretismo di genere fomenta nelle donne la soddisfazione del dovere di curare trasformato nel dover essere a-storico naturale delle donne e, pertanto, proprio desiderio e, allo stesso tempo, la necessità sociale ed economica di partecipare in processi educativi, lavorativi e politici, per sopravvivere nelle società a capitalismo selvaggio. (Lagarde, 2013, p.2)

Le madri responsabili del futuro dell'umanità
Il sistema sesso/genere ha designato le donne al campo della riproduzione biologica. Lo schema sociale e culturale dà alle donne – madri , grandi responsabilità. Il dispositivo [4] che controlla socialmente le madri è lo stesso che vigila l’umanità nel suo insieme. Per controllo sociale si intende:
La capacità del gruppo sociale di ottenere che i propri membri seguano determinati comportamenti e per sanzionare i comportamenti proibiti. Il controllo sociale è l’espressione più diretta del potere del gruppo sui propri membri. Potere e controllo sociale sono termini che si complimentano, perché chi ha il potere sociale, esercita il controllo e viceversa, chi esercita il controllo è colui che ha il potere.  (Robles 1997, p.165)
Il controllo sociale agisce come correttore delle deviazioni che si verificano e come giocatore dello status quo. A questo proposito, Silvana Darré (2013) affermerà che:
Costantemente si rafforza l’idea che la madre è l’unica responsabile delle qualità della sua prole e, per estensione, anche responsabile del futuro della umanità (sia dalla idea della nazione, del futuro della razza, dal canone della salute fisica e mentale, della felicità delle nuove generazioni o dell’ordine sociale in generale). " (P.13)
L'essere umano alla nascita ha bisogno di un altro che lo accudisca, che lo protegga. E’ evidente che un neonato non può crescere né svilupparsi da solo, in principio è assolutamente dipendente. Le madri sono socialmente designate per adempiere a queste funzioni di cura, stabilendo con esse (dall'inizio) una dose importante di colpa: sono responsabili di un individuo piccolo e vulnerabile e questo può generare una carica eccezionale per queste donne. Lagarde (2013) afferma che:
La formula alienante associa alle donne curatrici un’altra chiave politica: la disattenzione per raggiungere la cura.  Cioè, l'uso del tempo principale delle donne, le loro migliori energie vitali siano emotive, erotiche,intellettuali o spirituali e gli investimenti delle loro attività e risorse, i cui destinatari principali sono gli altri. Ecco perché le donne sviluppano una soggettività attenta ai bisogni degli altri, da qui la famosa solidarietà femminile e la abnegazione delle donne.
(p. 2)
Lo ideale del perfetto allevamento, che le tecnologie mediche vendono, così come le riviste, i media e la società nel suo complesso, rendono il problema ancora più colpevolizzante per le donne-madri. Raggiungere questo ideale è praticamente impossibile, per il semplice fatto che trattiamo di esseri umani. Pertanto, le madri si scontrano con una serie di frustrazioni che devono passare per appropriarsi del loro ruolo materno e vedersi come esseri che possono sbagliare, anche se implica una elaborazione del lutto (reazioni affettive di fronte a una perdita) per un ideale.
Dai discorsi popolari e medico-scientifici si trasmettono alle donne- madri determinate prescrizioni, anche prima della nascita dei loro figli. Si prescrive alle madri di stare attente e al servizio del neonato per tutte le 24 ore il giorno (almeno per i primi tre mesi di vita), si inculca l’esclusivo allattamento fino ai sei mesi, come minimo (OMS raccomanda l'allattamento al seno fino a due anni), e in riferimento a questo, "Knibielhler (1993) sostiene che le società occidentali non hanno avuto una risposta chiara circa la natura della madre che allatta; se si tratta di una femmina (appello all'istinto) o di una madre (cultura / affetto) "(Darre 2013, p.80).
Attualmente, tutti i sintomi, risultati e successi che i bambini presentano in vari campi, sono analizzati in relazione al legame con la madre. Tutto questo dà il segnale che le madri appaiono le uniche responsabili del loro futuro e, quindi, del futuro di tutta la umanità. Possono fallire il resto dei collegamenti del piccolo individui ma se c'è una madre "competente", è sufficiente. Come accennato in precedenza, i neonati e i bambini devono essere curati per sopravvivere e stabilire una vita sana, il problema sta nel fatto che siano esclusivamente le madri, le affidatarie di tanto rilevante lavoro, di formazione dei cittadini.


La madre onnipotente

“ Di mamma ce n’è una sola”, “ La mia vecchia è la più grande che ci sia al mondo”, “Io per mia madre darei la vita”, “Mia madre ha lasciato tutto per me”, “Mia madre è un esempio di donna che si è sempre sacrificata per tutti”, “Ho la miglior mamma del mondo”, " Di là dalle nostre differenze, lei è mia madre "-" Una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli ", “L’amore di una madre è l’unico davvero incondizionato”, “ A me solo mia madre mi comanda”, “ Mia madre mi ha rovinato la vita”.
Queste frasi sono rappresentative del nostro immaginario sociale e mostrano il luogo di onnipotenza nel quale sono confinate le madri. Si potrebbe pensare e convalidare da qui, la seguente logica di pensiero: a maggior potere maggiore vulnerabilità.
La figura della donna-madre è quasi come qualsiasi farmaco: cura e veleno allo stesso tempo. Cura se la dose è sopportabile, è veleno se supera i limiti di tollerabilità …(Muñoz, 2009, p.7)
Diversi discorsi istituzionali sono responsabili di mantenere viva la nozione della madre onnipotente: la psicoanalisi è una di questi. In alcune delle sue teorie, in particolare nella più ortodossa, ha una marcata tendenza a incolpare le madri della salute, malattia, felicità e infelicità dei suoi figli.
Parafrasando Maud Mannoni, la istituzione psicoanalitica ha prodotto con il significante maternità lo stesso effetto della istituzione psichiatrica con la diagnosi : un abuso di potere basato sulla perversione della conoscenza il cui impatto non si è fermato soltanto nel pensiero degli psicoanalisti ma si è tradotto nei modi del trattamento della soggettività e istruzione delle donne in tante possibili madri . (Muñoz, 2009, p.3)

Discorsi sulla buona e sulla cattiva madre.

Come si può dimostrare, la nostra cultura è attraversata da un pensiero binario che divide,scinde, discrimina e assegna differenti giudizi di valori alle polarità che fabbrica. Così come afferma Héritier (1996): "Dobbiamo considerare le opposizioni binarie come segni culturali e non come portatori di un senso universale. Il significato sta nella esistenza stessa di queste opposizioni, e non il suo contenuto; tale è il linguaggio sociale e del potere "(p.221). L'armatura simbolica del pensiero filosofico e medico greco, che secoli dopo è ancora viva, si può visualizzare con gli esempi di Aristotele, Anassimandro e Ippocrate.
Le voci del sapere hanno perpetuato il ruolo delle donne, attraverso una logica binaria ed escludente. Non basta mettere bambini al mondo, bisogna sapere come fare, essere cioè, una buona madre. Il discorso delle madri negligente, quelle ad esempio, che trascurano i loro figli, li rifiutano, li abbandonano , denota la custodia su tale lavoro. Come si può vedere,mantenere fedeli le guardiane della infanzia non è una cosa semplice, soprattutto perché coinvolge il controllo delle donne come madri. Come esprime Teresa de Lauretis (2000) poiché il genere appare come onnipresente e l’analisi che questo promuove, non è più possibile tornare all'innocenza della biologia o della natura.
Per pensare il valore dato al corpo femminile, si propone di fare riferimento a un dibattito in corso in queste latitudini: la depenalizzazione dell'aborto (in Uruguay l'aborto è stato depenalizzato prima delle dodici settimane di gestazione). E’ prevedibile che in questi assunti filtrino dogma religiosi, le teorie biologiciste (scientifica - egemonica) , etc. Così come dirà Wittig (1978): "Non vi è nulla di astratto nel potere che hanno le scienze e le teorie, il potere di agire in modo materiale e concreto sui  i nostri corpi e le menti, anche se il discorso che le produce sia astratto ” (p.1). Il corpo gestante è della donna e questa è la sua proprietà, quindi deve essere chi ha l'ultima parola (e la prima).

La legittimità della scelta di non essere madre.
Diverse storie sono associate alla maternità, per essere donna. Il corpo chiamato femminile ha significato storicamente un utero da fecondare. Un corpo e una soggettività al servizio dell’altro. E 'noto che molte donne oggi non vogliono avere figli. La maternità non è concepita da loro come un piano di vitale importanza. Si tratta di una questione complessa, le donne stesse generalmente ritengono che uno dei suoi obblighi primari è quello di essere madri.
Inoltre, la maternità obbligatoria produce estrema vulnerabilità nelle donne in relazione ai successi personali,come soggetti desideranti e in grado di produrre (di là di riprodur - si) in ambiti lavorativi, educativi, etc.
Parlare della maternità volontaria è mettere in discussione tutti gli essenzialismi di genere costruiti dalle società patriarcali, che attribuiscono, in particolare, alle donne una capacità “innata” per impegnarsi nella cura degli altri, trascurando la cura per se stesse. Al contrario, ora sappiamo che il desiderio è un costrutto socio-culturale mediato dalla cultura, che agisce in modo specifico sui singoli individui e collettivi umani; vale a dire che, mentre migliaia di uomini disprezzano la funzione nutritizia che comporta la paternità, migliaia di donne sono costretti a sopportare una responsabilità sproporzionata nella cura per le creature che impedisce loro il riconoscimento e l'emergere di altre identità distinte dall’essere madri (Programa Feminista La Corriente, 2011, p.60).
La maternità sovversiva nell’occhio del ciclone
Per maternità  sovversiva(ve) si intende la maternità single per scelta e le maternità lesbiche: maternità che si discostano dai rapporti di dipendenza con gli uomini.
Il conflitto che immediatamente si genera sia nelle maternità lesbiche sia nelle maternità da sole per scelta,è che non sia coinvolto un uomo nella composizione famigliare e si stabilisce da qui, anche una doppia morale, da un lato gli uomini sono essenziali nelle famiglie e, dall’altro,sono giustificati se si distaccano dalla cura dei propri figli.
Se il lesbismo stesso si mostra in varie occasioni invisibile, più complesso è pensare alle maternità lesbiche. Attualmente ci sono diversi metodi di riproduzione assistita, che vengono utilizzati come risorse per procreare. Chiaramente, questi sono "sotto il fuoco", perché interpellano in una certa misura l'ordine della natura, del biologicamente atteso. Dipenderà da chi lo utilizza e con quali bisogni. E 'giustificabile che lo faccia una coppia eterosessuale quando non è possibile la gestazione per diversi motivi; ma se coloro che le usano sono coppie lesbiche sarà differente, così come lo sarebbe se lo facessero le donne che scelgano di sperimentare una maternità in solitudine.
Conclusioni
Il mito dell'istinto materno interviene in modo significativo nel controllo sociale delle donne, producendo soggettività. Le rappresentazioni sociali sulla maternità sono attraversate da istituzioni diverse, come lo Stato, la Chiesa, gli operatori sanitari, gli agenti giuridici.
Mentre questo mito si mantiene vivo, rimane intatta la subordinazione delle donne, negando così loro un'identità al di fuori del ruolo materno. Questo mito impone che ogni donna debba, ha bisogno e desidera essere madre. La maternità mantiene l'ordine sociale – eterosessuale e legittima l’essenza femminile, che completa le donne. La maternità oggi, per molte donne, sembra essere sopra di tutto. In molti casi, ancora associata alla completezza, alla realizzazione personale. Molte donne vedono in un bambino la possibilità di colmare il vuoto, di soddisfare la insoddisfazione. L’ideale del figlio come sinonimo di completezza. Un figlio come il passaporto per  il titolo di brava donna, completa, integrale. E feconda.  (Winocur, 2012, p.49).
I fenomeni della esperienza umana possono comprendersi come socio-storici e culturali, a seconda delle impostazioni e contesti. Sorge così un complesso dilemma perché, abbracciando gli affetti come elementi costitutivi della esperienza, si produce la impossibilità di mettere in discussione ciò che è già stabilito, generando la illusione di un ordine naturale. Non si desidera né si ama in modo indiscriminato. I sentimenti umani sono condizionati dalla cultura :gli individui  sono permeati dal pensiero dominante, e spesso questo è invisibile. I sentimenti vissuti dai soggetti sono intesi come a-storici, a-sociali ed esclusivamente individuale. La maternità, in questo senso, è concepita separatamente dal contesto socio-storico-culturale.
Si pensa che l'amore materno (come fatto istintivo), si manifesti in tutte le donne sin dalla infanzia. Le bambine giocano a essere madri, impiantano atteggiamenti di cura,etc. Per citare un esempio, Suzie, uno dei principali personaggi del cartone animato popolarmente conosciuta "Mafalda" (del disegnatore Quino) viene mostrata come una ragazza che fin da bambina riproduce lo stereotipo della donna tradizionale, desidera sposarsi con un borghese, impegnarsi in faccende domestiche e avere molti figli: uno dei suoi preferiti passatempi è giocare a fare la mamma con Mafalda.
Le donne – madri parrebbero essere le uniche responsabili della umanità, stabilendosi da qui, il nuovo controllo sulle donne. Da loro dipende la felicità – infelicità dei suoi figli,così come la loro salute – malattia, perciò è necessario essere una buona madre, affinché l’ingranaggio della macchina sociale continui a funzionare. Per il sistema patriarcale è redditizio individuare (e produrre) un colpevole, che sia  paradossalmente – allo stesso tempo una vittima. Questo è il posto che in modo inconvertibile è assegnato alle donne. Le donne che non soddisfano una maternità "ottimale" saranno condannati per non essere riuscite a compiere la loro essenziale missione. Non è un dettaglio minore che la formazione di cittadini restano esclusivamente nelle mani delle donne, mentre dovrebbe essere la società nel suo insieme a partecipare ai processi di costruzione della cittadinanza.
Il femminismo ha contribuito notevolmente nella decostruzione del concetto che circola a livello patriarcale della maternità, anche se non è possibile singolarizzare questo movimento (poiché le visioni sulla maternità sono diverse) e sono da sottolineare i suoi notevoli contributi.
Da un lato, quelle posizioni femministe che disarticolano il concetto della brava madre mettendo in discussione l’istinto materno e la maternità come il principale asse della identità femminile. Tuttavia, alcune femministe ricostruiscono il concetto della maternità come una qualità tipica delle donne e un potenziale del femminile.  Tubert (citata da González de Chaves, 1993) afferma che:

 "la teoria femminista, rivelando il carattere costruito della maternità, mostra che l'immaginario sociale sulla stessa è configurato con varie rappresentazioni che identificano la maternità con la femminilità fornendo un ideale comune per tutte le donne "(s.p)
Un altro aspetto è la difficoltà devono affrontare le donne al momento della decisione di abortire o no, che denota l'installazione esistente del mito dell'istinto materno nelle loro soggettività e il controllo sociale che questo comporta. Una delle principali sfide affrontate dalle donne è di prendere decisioni sui loro corpi e le loro vite, slegandosi dal presunto destino biologico.
Far sì che la maternità significhi un possibile divenire per le donne e non un punto di partenza per essere completamente donna è un progetto di emancipazione. Ciò richiede superare la paura di uguaglianza che paralizza molte donne, assumere la nostra parte di male che apre le porte al potere reale  e sbarazzarsi della mistica del potere materno. " (Mojzuk, s.f, p.6).
D’altra parte, è l'eterosessualità che garantisce la riproduzione umana, mentre il mito dell'istinto materno condanna le donne a essere intrappolati in una delle loro principali prigioni. A questo proposito,le maternità lesbiche o la maternità single per scelta, possono presentarsi  come linee interessanti di analisi, poiché la loro indipendenza dagli uomini sembrano produrre madri "artificiali". È vero che la donna reale è associata con la madre, ma la vera madre è legata indissolubilmente all'eterosessualità, alla dipendenza con un uomo; un altro fondamento che dà il modello che la nozione di istinto materno possiede troppo prescrizioni per essere davvero naturale, accrescendo così i sospetti. Ed è in questo senso che tali maternità sono accusate di essere sovversive.
“ Si è costruita una ideologia della maternità che si compone di un insieme di strategie e pratiche discorsive che, nel definire la femminilità, la costruiscono e la limitano , in modo che la donna scompare dopo la sua funzione materna che viene impostata come ideale ". Garay



traduzione di Lia Di Peri



giovedì 30 giugno 2016

Il feroce porno

La misoginia come spettacolo

Gabriel Núñez Hervás 


Nel porno del XXI secolo, il sesso è solo un alibi per la violenza [1].

Riparato dietro un arsenale di argomenti fallaci, vittimista fino al parossismo, la pornografia espande il suo campo di battaglia, mentre riduce la condizione umana delle donne e polverizza la sua dignità [2].

Spinto da una insaziabile ansia di offrire “sempre di più”, il porno è diventato una macchina universale di propaganda misogina. La debolezza dei suoi detrattori (e la capacità del mondo porno di squalificarli) ha portato a una situazione paradossale, in cui il porno è presentato e accettato come sostenitore e fautore del sesso, quando il sesso, come abbiamo detto, non è altro che un alibi per esercitare (senza penalità) e promulgare (tra gli applausi) un modello machista brutale ed estremo. Questo discorso contro il porno, contro la aberrante evoluzione che ha subito la rappresentazione ed esibizione di scene sessuali, contro la proposta di un sistema unico di relazioni sessuali basato (e con compiacenza) sul comportamento violento e atteggiamento sprezzante contro le donne, è una riflessione disordinata e confusa, agitata e dolorosa, che si scontra, soprattutto, con il silenzio che la società mantiene su questo argomento.

PROLOGO ('Blow Job')

La prima volta che sono andato a vedere un film porno (Educating Mandy)
con alcuni amici, mi sono reso conto che, in effetti, “avrebbe potuto ferire la mia sensibilità”: com’era possibile trattare così le donne? Come si poteva essere così rozzi e machista? E, soprattutto, come si poteva piantare una cosa così, filmarla ed esporla? Com’era possibile? Come poteva avere un pubblico? Lasciai la sala scioccato... e anche tremendamente eccitato. Di ritorno a casa, dissi convinto che mai più sarei andato a vedere simili barbarie, un approccio condiviso anche dai miei compagni di avventura, ma poche settimane dopo, tutti ci agganciammo irrimediabilmente al porno.

Visto oggi, quel film sembra una sciocchezza in confronto con le brutalità solite che caratterizzano la produzione pornografica corrente. Dal principio alla fine, in quelle eiaculazioni, ci sono dei tizi disgustosi e maleducati, che trattano con disprezzo e senza rispetto diverse ragazze giovani e bellissime. Se fosse stato girato oggi, Traci Lords, Christy Canyon e compagne, oltre a tutti i tipi di insulti, avrebbero preso diversi sputacchi in bocca e sugli occhi, molti colpi, le avrebbero aperto il culo fino allo estremo e sarebbero state costrette a vomitare dopo essere state soffocate dai cazzi dei loro colleghi di cast, che sarebbero finiti con il fare pipì su di esse. Alla fine, tutto normale. Sì, normale: questo è ciò che accade nella stragrande maggioranza del porno del XXI secolo, annunciando ed emettendo tutti i giorni Digital Plus e televisioni locali, ricevendo premi e applausi, creando star dello spettacolo come Rocco Siffredi e Nacho Vidal.
Questo è il porno che è imposto sui nostri schermi, nelle nostre case, nelle nostre coscienze.



INTRODUZIONE

La pornografia è diventata un tabù, non inconfessabile ma intoccabile. Nessuno ne parla contro, qualcosa di veramente sospetto, né segnali di preoccupazione o di protesta di fronte alla evidenza che la pornografia è uno strumento universale e molto efficace di misoginia, un apparato reazionario e fascista che ha ridotto, reso caricaturale e sequestrato il sesso, uno strumento che pubblicizza e vende un modello basato sul disprezzo per le donne. E’ qualcosa di evidente, palpabile ma nessuno alza la voce contro questa arma di distruzione machista [3]. Eppure, si continua a considerare la pornografia come vincolata alla libertà sessuale per quanto si mostri e dimostri essere un meccanismo di disuguaglianza, discriminazione e aggressione.
La pornografia del XXI secolo ha seguito un processo di espansione, legittimazione, normalizzazione e radicalizzazione. Si è verificata la pornificazione della società: la pornografia è entrata massicciamente nelle case attraverso la televisione e in particolare Internet ed è penetrata con forza nelle coscienze e nei costumi. Il porno si normalizza (diventa normale) e contemporaneamente normalizza (impone regole) un modello di relazioni sessuali fondato sulla celebrazione della sottomissione della donna, la sua riduzione a oggetto di piacere e fonte di soddisfazione sessuale.
La pornografia è immune alle critiche, grazie alla sua capacità di inserire questeultime (e così squalificarle) insieme a compagni di viaggio così indesiderabili come gli estremisti di destra e i fondamentalisti religiosi. Anche insieme alle femministe il cui indispensabile lavoro è stato ridicolizzato brutalmente e costantemente. Tuttavia le teorie e gli argomenti delle femministe degli anni Settanta [4] sono più rilevanti e sono necessarie adesso più che mai. La pornografia è oggi un paradiso fiscale della criminalità del sesso e alimenta direttamente gravi problemi sociali come la violenza domestica, la prostituzione, il traffico, la pedofilia e la deplorevole educazione sessuale di intere generazioni. Se la pornografia pone chi la critica con i fanatici religiosi e politici, i suoi difensori si collocano a lato dei torturatori, stupratori, carnefici e filo-nazisti del sesso.
Questa è la pornografia del XXI secolo[5]. Questo è il porno, questo modo così familiare e amichevole di nominare la pornografia. Il porno ha sequestrato valori come la libertà sessuale, la diversità sessuale fino alla libertà di espressione. Il sequestro opera in due modi: proclamarsi come un campione fondamentale di questi valori, per poi ritirarli dallo spazio pubblico. Questo lavoro, apparentemente contraddittorio ha tuttavia, una spiegazione molto coerente: il porno elimina quei valori, perché, in realtà, vanno contro la sua essenza (reazionaria, riduttrice e assolutista) anche se li incarna demagogicamente per ragioni di legittimità e di marketing. La truffa, ovviamente, è efficace e così si costata quotidianamente nella propaganda che il porno fa di se stesso e nel grande e crescente progetto acritico, che il suo messaggio ha nella società.  Ciò che ha sequestrato il porno si può dire, infine, è lo stesso sesso, sostituendo la sua ricchezza con una normativa rigida e unidirezionale di intendere le relazioni sessuali.
Il mondo allora è già pornografico. La vita è pornografica. Il sesso è porno. Solo porno. Il porno non è più una rappresentazione dell'atto sessuale. E’ l’atto sessuale. E per atto sessuale si intende qualsiasi cosa che produca piacere all’uomo. All’uomo. Qualunque cosa. Tutto ciò che eccita l'uomo (l’uomo) è pornografico e come tale, acquisisce il visto concesso dal sesso e impedisce la possibilità di essere analizzato e criticato.
Nella deformata celebrazione della libertà di espressione e nel manipolato desiderio della libertà sessuale, si commettono costanti reati che compongono una propaganda universale circa il modo di intendere (e praticare) sesso.  Si commettono delitti che sono registrati, si esibiscono e sono venduti con questo alibi sessuale, con questa patente da corso di sesso, con questa protezione garantita dalla immunità della pornografia.

RADICALIZZAZIONE ('SESSO ESTREMO')

Si può parlare di radicalizzazione porno quando nel giugno del 1978, la rivista Hustler pubblicò la sua famosa copertina di una donna schiacciata da un tritacarne [6]? Purtroppo, la risposta è sì. Non solo perché questa idea è stata ripresa e moltiplicata per decine di web porno (Meatholes sarebbe l'esempio più vicino), ma perché il suo messaggio è passato dallo scherzo alla realtà, dal montaggio al fatto, dalla finzione alla esecuzione.
Il porno si costruisce e radicalizza sulla prova che le donne sono ancora in una situazione di inferiorità universale [7] ed è, per definizione, abusivo, imbroglione e minaccioso. La descrizione che fa il documentarista Stephen Walker del suo incontro con il magnate Max Hardcore è davvero raccapricciante, e definisce  perfettamente come guadagnano in business. [8]
La radicalizzazione del porno abbonda nel suo approccio come caccia,tortura e punizione...  In ultima analisi,si fa una sola ossessiva domanda : che cosa si può fare di più a questa tizia? O, che è lo stesso : come si può degradare e umiliare di più una puttana? Il disgusto generato dalle proprie limitazioni della rappresentazione sessuale , segue solamente questa via compulsiva: più e più forte, più e più duro,più e più estremo. Potrebbero prendere in considerazioni altri modi, ma no: la corsa, la lotta, la ossessione è avanzare nella distruzione della donna e si celebrano e applaudono (e sono redditizi) alla idea di trattare le donne come orinatoi (Human Toilets), farle vomitare (Gag On My Cock), schiaffeggiarle (Slapp Happy), eiaculare dentro i loro occhi (Pink In The Eye), asfissiarle, sputarle, scorreggiare nelle loro bocche e innumerevoli forme di abuso che sono pubblicizzate e offerte come audaci innovative o anche divertenti.
Non c'è posto per una buona vicenda o affetto o semplicemente umanità, si postula la complicità misogina e il cameratismo macho, si adorano gli attributi virili e si distruggono quelli femminili e il linguaggio è così limitato come lo insulto. La pornografia ha più violenza che sesso. In più, se una scena di sesso non contiene una certa quantità di violenza (verbale, fisica, attitudinale ...), difficilmente sarà considerata pornografica.
Da molto tempo e sempre di più il porno non è la rappresentazione di scene di sesso, ma la registrazione e l'esposizione pubblica di tali atti e tanto più crudi e violento sono, più sono apprezzati.  Non c'è più posto per la rappresentazione, così che il porno si fa generico e più vicino alle registrazioni casarecce e alle percosse, umiliazioni e atti criminali registrati sul cellulare per la posteriore esibizione (sul cellulare ma soprattutto, su Internet , spazio libero, senza legge, amorale, come principale schermata)[9].
Il porno crea, ri-crea e trasforma lo spettatore attraverso la distruzione dell'oggetto sessuale. La legge della pornografia crea e trasforma (l'uomo,lo spettatore) mentre distrugge (la donna, l'oggetto). La formula ideale richiede che l’oggetto distrutto sia bello, ma se si deve scegliere tra bellezza e distruzione, il porno favorisce la seconda: è preferibile che l'oggetto sia meno bello sempre che sia più distrutto [10].
La radicalizzazione del porno influisce anche sullo stato delle sue protagoniste. Per molti anni si fece credere alla bufala che le vere star fossero le donne; si celebravano quelle donne che capivano il loro ruolo rispetto all’uomo: fare tutto ciò che piacesse a lui e quando piaceva (sempre). Il trucco passò tra le attrici e tra gli spettatori più confortevoli, perché, in effetti, erano le stelle dello spettacolo: guadagnavano di più, avevano fan club, assistevano a premiazioni, feste e festival, uscivano sulle copertine dei video e delle riviste. Questa farsa sembra che non abbia più bisogno di nascondersi. Ora le stelle del business sono gli attori, quelli più aggressivi, che non hanno limiti nel degradare le loro colleghe attrici. Essi hanno ora nomi e sono i grandi capoccia. Non si cercano più film di Zara Whites o Ginger Lynn, ma di Rocco Siffredi, Roberto Malone, Christophe Clark, Nacho Vidal, Max Hardcore... loro sono quelli che sanno come si devono trattare le tipe.  Ci sono sempre meno attrici il cui nome (artistico o reale) appaia nelle produzioni. La maggior parte si rivolge a un nome noto, senza che quasi mai si identifichi un viso. Perché, cosa importa, sono solo tipe, sono solo puttane, ce ne sono a milioni; tuttavia, gli insegnanti di sesso, i veri maestri come Rocco e compari si contano sulle dita di una mano. Molte delle attrici di oggi provengono dai paesi dell'Europa dell’Est. In questi si trovano ottime materie prime e la migliore delle disposizioni, visti i consueti meccanismi di sottosviluppo, di apertura del libero mercato e la urgente necessità economica. Esse sono , le molte, Tanya, Ursula, Veronika e chi se ne frega , per fortuna ci sono migliaia di ragazze alle quali offrire un biglietto alla fama, all’Europa, al capitalismo e, subito dopo, sputarle e romperle il culo. Ogni giorno migliaia di ragazze cercano e trovano l'unico modo che hanno di sognare con le offerte e le imposizioni di qualche magnaccia, ruffiani,schiavisti o produttori di pornografia, che incrociano sulla loro strada. Ciò che differenzia queste quattro specie nominate è che solo gli ultimi sono legali. O, per meglio dire, a-legali, perché agiscono ai margini della legalità e sanno che esiste un mercato legale che comprerà a prezzi eccellenti i loro prodotti e che un vastissimo, rilassato e civile pubblico mai si chiederà cosa sia accaduto nelle rispettive vite di quelle migliaia di donne con le quali si fecero una sega, mentre guardavano come le pestavano, insultavano e degradavano un pugno di uomini civili, ricchi e famosi. E poi cosa importa, come dicono gli stessi attori: non erano altro che puttane. Già, a chi può interessare ciò che accade a una puttana. Perché questo è il processo che, da anni, si segue nella stragrande maggioranza dei film porno, questo è il messaggio costante e ridondante, per quanto ripugnante e irrazionale.  Tutte queste tipe sono puttane. Alcune lo sanno e si comportano da puttane
e, pertanto, sono trattate come puttane, cioè, senza rispetto o considerazione, e da una posizione superiore, fisica, morale e sociale. Altre non lo sanno e hanno bisogno di un uomo che glielo faccia sapere. Quando si verifica la rivelazione, la donna che si riconosce già come puttana ringrazia l’uomo per il suo insegnamento e si comporta come tale e, pertanto merita di essere trattata come tale: una puttana. Niente di più. Infine, ci sono le più reticenti, le più capricciose, le più ottuse, quelle che non sanno che nel fondo sono puttane, come tutte le altre, ma che resistono all’uomo che vuole dimostrarglielo. A queste bisogna solo obbligarle. Sono ricattate, minacciate o aggredite fino a che non ammettano di essere puttane. A questo punto possono essere trattate come meritano: Il guanto nero, andato in onda qualche anno fa, sul Canale Satellitare è un premiato film di Christophe Clark, che terminava con un branco di tipi che sputavano su una ragazza dell’est, apostrofandola: “Non sei niente, ti faremo un sacco di male, non sei niente, sei una merda, sei una puttana, sei una troia, non sei niente”. Tali valutazioni sono sempre più frequenti, accompagnate da ordini, percosse, frustate e sputi.
Una delle nuove richieste di vendita di film porno sono le salivazioni. Non basta più eiaculare come un rubinetto, occorre far credere che il porno si fermi alla metafora, si sputi in faccia direttamente o si orini sul volto della ragazza dopo lo sperma e gli sputi o metterla a odorare merda di maiale, come nel celeberrimo, Rocco il perverso o metterle la testa nel water (metafora e realtà) e tirare ripetute volte la catenella (come quando nel water c’è merda).
I titoli del porno sono molto rivelatori e non sfuggono, tanto meno a questo inarrestabile processo di radicalizzazione. La oggettivazione della donna è iniziata con termini come bionde, rosse, mulatte o tettone, fino a considerazioni di carattere immediato: puttane, troie, scrofe, scrofette, troiette. La stessa evoluzione hanno subito i verbi : da sedotte e incantate si è passati a molestate, perseguitate, intrappolate, per finire con lacerate,trapanate, stuprate o spappolate. Una puttana è materiale di scherno, scherzo, insulto, di vendetta[11] e umiliazione. Perché, dopo tutto una puttana è niente. Se una va fuori dal mercato e accede ad altri ambiti (cinema, televisione) è ridicolizzata, condannato, stigmatizzata e non si prede occasione di ricordarle il suo passato.
La radicalizzazione del porno invade, naturalmente, il regno delle fantasie. Se si è così ingenui da credere che nulla di ciò che mostra il porno è reale, che tutto è finzione o, semplicemente, che non si possa dimostrare che lo è, sorgono nuove domande: E 'questa l'unica fantasia possibile? Cosa c'è dietro un pubblico ogni volta in aumento, che legittima questa fantasia e questo modello come qualcosa di valido e plausibile? È il sesso che offre il porno è l’unico possibile, l'unica fantasia sessuale valida, il sesso ideale?
Infine, l’umorismo porno, così celebrato e diffuso, pone la donna in un ruolo che hanno subito prima di altri gruppi discriminati (neri, omosessuali, disabili): è derisa, ingannata, motivo di risata dell’uomo. Continuando con l’inganno sono molto significative in questa direzione le pagine dedicate ai colloqui di lavoro. A volti reali a volte fittizi riflettono l'esperienza di giovani ragazze che cercano lavoro e si trovano in una chiara posizione di inferiorità davanti al boss che le deve scegliere : il risultato, naturalmente, è che devono accedere alle prescrizioni richiesti dal capo. Questa "fantasia"non si ferma sempre alla sola rappresentazione: quando il lavoro che si deve ottenere ha relazione con il sesso (foto erotiche, per esempio, spogliarelliste, cameriere in topless) la finzione diventa realtà e il comportamento della richiedente è nuovamente legittimata ancora una volta, perché è ovvio che queste ragazze sono puttane , così che si potrà già fare con loro ciò che si vuole. I siti web raccolgono centinaia di esempi in cui questi casting registrati con telecamere nascoste mostrano giovani che arrivano in città per cercare un lavoro e si ritrovano picchiate, stuprate e ricattate. Ciò che dovrebbe costituire prova del crimine diventa un'arma contro la vittima. Il problema, oltre a enormi profitti,è motivo di risate. Gli autori si vantano dei loro trofei e della innocenza delle ingannate, buttate fuori a pedata dagli uffici, accoppiate con giovinastri ridendo di esse. Questo schema cresce in brutalità se la vittima è un attrice porno, una donna che si presenta a un casting porno deve essere preparata al peggio, perché ancora una volta la sua condizione (attrice porno) legittima di essere trattata come tale. Sono frequenti commenti di questo tipo: “ Questa fottuta puttana, pensa che sia venuta per fare un paio di pippe e una doppia penetrazione e invece guarda quello che ha trovato”. Quello “che ha trovato” di solito è un catalogo infinito di brutali stupri,
abusi, torture, pestaggi e insulti. L'ultimo passo di questa scala macabra sono ovviamente le prostitute. Se la protagonista di una scena è una prostituta,c’è via libera. Se si contatta una prostituta per scopare, la si scopa, le si fa ciò che si vuole (non uno: i tipi del porno sono grandi codardi e spesso agiscono in branco), la si registra (ovviamente senza il suo consenso, che bisogno c’è del consenso di una puttana?) poi la si strapazza e la si minaccia, “perché è una puttana”. Il web è pieno di questi esempi: forse il metodo più brutale e diffuso è quello di raccogliere una prostituta sulla strada, farla salire su un furgone, violentarla e filmarla, mentre il furgone si allontana dalla città. A lavoro terminato, la tirano fuori dal furgone sulle spalle, ridendo e in trionfo.

Qualche bugia ('FETISH')

"Il porno difende la libertà sessuale". Questa libertà sessuale è quindi intesa come la libertà dell'uomo di soddisfare tutte le sue fantasie sessuali. L'uomo è libero di disporre delle donne a suo piacimento e capriccio. La donna, nel porno (non solo nel porno)
non ha la libertà, ha degli obblighi, riceve ordini, deve soddisfare tutte le richieste dell’uomo. L'uomo è libero, assoluto e capriccioso. La donna è una schiava.

"Il porno difende la diversità sessuale." Contro l'accusa di ridurre la donna a un oggetto (con prestazioni e caratteristiche standard), il porno proclama il suo desiderio di varietà. E sì, è vero, il porno è molto vario: non c’è davvero, nessun capriccio o perversione che l'uomo voglia vedere (perché vorrebbe con tanto interesse e tanta crudeltà vedere queste cose?) che non sia riportata nella inesauribile offerta pornografica. Cioè, la varietà è stata posta al servizio del cliente – uomo, allora in assoluto il porno è un riflesso della diversità sessuale in generale, ma di una parte esclusiva della popolazione: gli uomini. In generale il porno offre tizie buone disposte a fare tutto ciò che il maschio desidera (di qualsiasi tipo: ben dotato, muscoloso, magro, impotente, grasso, peloso, storpio, drogato ... qui non contano tanto gli attributi). Così come ci sono uomini che preferiscono le grasse, le pelose, le incinte,le rapate, le cinesi, le negre, quelle dalla clitoride gigante, dalle tette di tutte le misure, ecc., il porno offre di tutto e di più. E se il cliente vuole gli uomini il porno glieli offre pure (anche se porno gay è molto più delicato, in generale). Un chiaro esempio del trucco della diversità sessuale del porno lo incontriamo nel bestialismo.  Questa categoria non offre prodotti in cui uomini e ragazzi penetrano capre, pecore e galline. Ciò che offre la zoofilia porno sono donne esposte all’azione sessuale di animali: donne scopate da cani e cavalli, donne che devono succhiarlo ad asini e maiali, donne terrorizzate da ratti, topi e serpenti, che attraversano i loro corpi, donne penetrate dalle anguille. La donna è obbligata al rischio ed esposta come qualcosa di meno di un animale,
meno di un cane, meno che un puledro, meno di un maiale (qualsiasi spettacolo basato sul trattare gli animali come si trattano le donne sarebbe oggetto di immediata denuncia). Di solito, le donne costrette a tali brutalità mostrano chiaramente le caratteristiche della eroina e la miseria sui loro volti e corpi. Sono puttane. Sono puttane con clienti a quattro zampe. Un altro esempio illustrativo è il sadomasochismo. Sono quasi sempre le donne che appaiono legate, bruciate, torturate, picchiate e abusate. La varietà è una altra delle grandi menzogne ​​del porno.

“ Il porno si situa nel regno della fantasia”. Il porno realizza anche uno strano e perverso viaggio avanti e indietro, dalla realtà alla fantasia : si basa sulla fantasia per legittimare le sue rappresentazioni, le quali non sono più tali, perché sono invece realtà. Il reale è condizione sine qua, non per l'attuazione e l'efficacia delle condizioni della fantasia. La fantasia dello spettatore deve depositarsi su eventi reali, filmati, esibiti e contemplati. La verità è che nel porno nulla è fantasia, tutto è reale, se dieci tipi eiaculano in bocca a una ragazza,le dieci eiaculazioni sono reali, la ragazza le ingoia, vomita, le entrano negli occhi e, tutto, è reale.


"Il porno svolge un importante lavoro educativo." Spesso si loda la funzione pedagogica del porno: insegna come bisogna farlo. Quello che insegna davvero il porno è come trattare le donne: bisogna insultarle, disprezzarle, umiliarle, punirle, spaventarle, frustarle, aggredirle, soffocarle, distruggerle e vincerle. La seduzione è, naturalmente, qualcosa passata di moda. Eppure, è nella seduzione il principio giustificante di molti comportamenti (o insegnamenti) successivi. Sedurre è qualcosa di simile a ingannare: le donne bisogna sedurle, cioè, ingannarle. Una volta ingannate, si può fare con loro ciò che si vuole. Lo inganno è una trappola e la donna è la preda che ci casca. Una volta preda,il cacciatore è il suo padrone. In qualche modo l’abilità nel cacciarla legittima l’utilizzazione successiva: si può addomesticarla, mangiarla o tagliarle la testa ed esibirla come trofeo nel soggiorno. In questo senso è comune per gli attori porno più brutali essere indicati come "cavalieri" [12], una rozza maschera che non solo risponde ad un punto di vista antiquato, ma nasconde anche lo stratagemma del cacciatore: la galanteria come esca affinché si sposti l’attenzione della vittima. Chiaramente, molte volte, il porno salta questi ostacoli e va direttamente al punto: la violenta e basta. E se resiste, meglio: il piacere della resistenza è continuamente espresso nel porno. Così, un sito web dice: "Che cosa c’è di meglio di una tizia che vuole succhiarti il cazzo? Una che non vuole succhiartelo e deve farlo a forza.” La pedagogia non è limitata alla stanza da letto: fuori da essa si insegna come trattarle: impartendole ordini. Perché alle donne c’è da insegnare come devono comportarsi: sempre obbedienti, sempre sottomesse, sempre accomodanti, disposte a tutto,necessariamente predisposta ai rapporti lesbici per la soddisfazione del macho, spettatore e padrone, grata e sorridente se la sputano, grata e sorridente se la insudiciano, grata e sorridente se le danno due cazzi. Impura, docile. Vinta. Inerte.

SILENZIO E PAURA ('BONDAGE')
Criticare il porno sembrerebbe qualcosa di inconcepibile,perché si è diffusa l'idea che il porno piace, il porno è fresco, il porno è il migliore [13].  Il porno si è installato nella nostra società  e ha raggiunto la legittimità con una autorità sorprendente, anche tra coloro che non lo consumano. Chi sa davvero come sta la questione, cercherà la complicità dell’appassionato coglione che conduce inevitabilmente alla celebre "Sono tutte puttane". E’ sorprendente la resistenza degli ignoranti e la sfacciataggine degli intenditori. La sorpresa però svanisce se si tiene conto delle molte potenti strategie che ha seguito il porno per ottenere questa vittoria.
Quando il programma '21 giorni' sulla Cuatro, dedicò un reportage alla industria del porno e nonostante che in questo enunciato, non ci fosse nulla che indicasse che la presentatrice , Samanta Villar, interpretasse scene porno, la giornalista e il canale ricevettero una valanga di insulti e squalifiche per non essere “21 giorni  succhiando cazzi",come richiesto da molti commenti degli spettatori che si sentivano "delusi, ingannati e truffati." Se qualcosa si poteva criticare al programma  era la sua complicità con questa industria, il suo approccio e l'assoluta assenza di critica (al di là di un paio di volte, quando, Villar ha arricciato il naso). Proprio Villar dichiarava "La squadra ed io stessa volevamo dare una immagine del porno lontano dai temi di sordidezza, vizio o droghe.” Cioè, che si partisse da un pregiudizio positivo verso il genere. Qualcosa di sempre più comune e, allo stesso tempo, contro le solite idee della programmazione televisiva: è almeno curioso che quando in tutte le questioni cerchiamo di trovare il lato nascosto, nel porno si cerca di mostrare il lato positivo [14] .
Questa cautela, questa paura di disturbare la pornografia per dissentire dal discorso dominante (la pornografia piace) infine, è molto diffusa. Le teorie femministe sono ridicolizzate, anonimizzate e squalificate se sono contro il porno e ricevono consensi se sono a favore. I giornali cedono con piacere il loro spazio a opinioni così ridicole e dannose come quelle di Enrique Lynch [15] e Vicente Verdú [16], alfieri di questa estesa codardia e vergognosa società di uomini piagnoni che segnalano spaventati la perdita dei loro antichi privilegi.
Inoltre, al porno non interessa la coscienza, squalifica i penitenti, schernisce i pentiti [17] fino ad analisi brillanti come quelle di  Andrés Barba e Javier Montes ne “ La cerimonia del porno” mantengono una prudente e codarda tattica : sanno che addentrarsi in giudizi morali non vende, quindi la loro analisi semiologica e semiotica ovvia a tutto ciò che ci sta dietro, decodificando gli elementi estetici e simbolici delle esecuzioni, dimenticandosi volutamente del destino delle vittime.
Tutto questo costituisce un panorama di umanità positiva, in cui qualunque critica è sospetta , un ottimo terreno di coltura di ciò che potremmo chiamare reazionarismo inverso.

Normalizzazione ('PORNO CHIC')

Da Haro Tecglen [18] a Vicente Verdú,da Román Gubern a Salman Rushdie, da García Berlanga a Valentino Rossi[19], un nutrito elenco di scrittori, analisti e celebrità ha espresso la sua ammirazione e rispetto per il porno. La rivista Interviu pubblicò anni fa una vasta collezione di film porno accompagnato da alcune ristampe in cui, insieme ad alcuni dati tecnici, incluse dubbie analisi che abbondavano negli aspetti artistici del caso e nelle loro argomentazioni, colonne scritte da nomi celebri (attori e cantanti) in cui esponevano i loro punti di vista sul genere,
(tutti positivi se non giubilante), contribuendo così in modo ripetitivo a questa normalizzazione del porno,rafforzando l'impressione che il porno è divertente,sano (sano!), geniale e consacrando la sua introduzione nella vita di tutti i giorni. Qualcosa rafforzato anche dalla stragrande maggioranza dei media (alcuni più di altri: il lavoro del Gruppo Zeta e Prisa, incoraggiati dai vantaggi economici che lo sfruttamento di questo materiale ha fornito, è stato infaticabile), in cui la presenza di annunci di prostituzione non smette di crescere.  Così la griglia di Digital Plus si è andata riempiendo di spazi dedicati al porno e i loro incassi hanno visto crescere i canali dedicati al porno a scapito del cinema di prima visione,strategia comune a innumerevoli canali locali e generalisti. I film di Digital Plus comprendono sempre una sinossi recitata in termini “simpatici” con queste risorse puerili come la rima facile. Va bene tutto per rilassare il soggetto, per presentarlo come qualcosa di innocuo, e sembra che la cosa funzioni, che le persone si divertano con queste cose. L’emittente SER ha festeggiato 20 anni di porno di Plus in un tono davvero festaiolo e pieno di risate. Non so il motivo perché faccia così ridere il porno ma ho paura che siano risate nervose, almeno finiscono per sembrarlo. Anche se per Digital Plus rimane imbarazzante la questione di non mandare materiale porno durante la settimana santa (solo al botteghino).
 El País Semanal ha esaminato la questione in prima pagina, senza sollevare critiche, senza porre domande elementari e si è sforzato di offrire al grande pubblico una immagine sana, normale e appetibile della industria. L’unica denuncia è la pederastia, anche se si permettono e si celebrano i costanti riferimenti pedofili nei film per adulti,
dove il riferimento a bambini e adolescenti è travolgente, dove si sfrutta l’immagine e i comportamenti infantili, dove si applaudono le produzioni con giovani che hanno appena compiuto diciotto anni, dove si gioca con le ambiguità della età: il pene adolescente noto anche come  barely legal (a mala pena legale), attrici o modelle  porno molto giovani dall’aspetto quasi infantile.
Anche coloro che osano metterlo in dubbio finiscono per cadere nelle sue trappole. Nel suo ultimo romanzo, Snuff, Chuck Palahniuk perde una buona occasione per scuotere i miti del porno. Lo scrittore ha scelto lo squallore e l'escatologia, piuttosto che andare a fondo della questione, perdendo forza e tempo nel confezionare un inutile catalogo di titoli presumibilmente simpatici in cui si ricorre per l’ennesima volta alla parodia di film di successo [20]. Una delle protagoniste, la rappresentante di un attrice porno dice: "Non importa che una donna è una concubina o una damigella di redimere,non c’è qualcosa più gratificante di un oggetto per un uomo”. Quella che sembra una critica include l’accettazione che l’uomo abbia bisogno di fare ciò che vuole fare con le donne. Ha bisogno di sputarle, frustarle, umiliarle, insultarle.
Naturalmente i protagonisti del business difendono il loro sistema. Il produttore pornografico Larry Flynt afferma che la pornografia è vitale per la libertà e che una società libera e civile debba essere giudicata per la sua disponibilità ad accettare la pornografia.
Il noto Max Hardcore spiega che ha iniziato a fare porno, perché nella esistente pornografia non c’era quello che lui voleva che ci fosse e si diverte a raccontare come le ragazze che vengono a casa sua non hanno idea di che cosa ne sarà di loro.  La sorpresa, la menzogna,il ricatto, la minaccia sono le sue armi. "Il segreto è di polverizzare la loro volontà ridurle a pezzi e, quando sono così ridotte, schiacciarle ancora di più”, afferma tra le risate. Si potrebbe pensare che il caso di Max Hardcore rappresenti il peggio di questo business, in realtà ci sono colleghi che negano le loro pratiche perché sembrano estreme e perché danno una cattiva immagine del genere, ma la verità è che le loro prodezze bevono dal porno  tedesco e giapponese e hanno fatto scuola tra i produttori statunitensi ed europei. I loro modi e mezzi diventano sempre più comuni  nelle produzioni commerciali, vecchie star come Rocco o Vidal vanno oltre, per non essere da meno (gli sputi, il vomito, le frustate,gli insulti sono marchi in entrambi i casi) e grande parte del porno emergente si sente ispirata e legittimata da questi maestri.
Quando Rocco è intervistato sulla violenza dei suoi film [21] si difende così: "La violenza è semplicemente il mio modo di vivere la mia sessualità, e molte donne lo capiscono".
Alcune attrici riconoscono di essere state maltrattate e terrorizzate da quelli, però lo dicono a denti stretti, per non mettere a rischio la loro posizione e tendono a non dare importanza alla questione.
Neppure gli analisti sfuggono a questa normalizzazione. Gabriela Wiener è una scrittrice peruviana diventata famosa per “essere andata in Spagna, aver scopato Nacho Vidal e de-scriverlo”.  Il fatto non è esattamente vero: se a qualcuno preoccupa leggere la sua Sexografías, prova che tale affermazione è lontana dalla realtà : dopo aver definito tranquillamente (irresponsabilmente) Vidal come “"lo stupratore che ogni donna vorrebbe incontrare sul suo cammino quando è annoiata di fare l’amore”,Wiener racconta di un incontro nel quale Vidal le chiede di indicarli i peli pubici e si masturba schizzando sulle sue scarpe. Tale atto è qualificato da Wiener, incomprensibilmente, come la sua vendetta personale a nome di tutte le donne che hanno subito abusi da Vidal. Il pericolo delle sue tesi disperatamente provocatorie fu evidente in una tavola rotonda del primo festival Eñe chiamato "Pornófilos" quando Wiener rifiutò di psicanalizzare il suo debole per il porno, "Mi farebbe apparire come una nazista, scoprirei che sono razzista e questo non mi piace”. Infine, un critico sopra  ogni sospetto come Jordi Costa afferma: “ Pensare che i film classificati X sono altamente orientate a soddisfare le esigenze degli uomini umiliando un po' le donne è uno dei pregiudizi che di solito circondano il porno e con il quale dissento. Il porno deve essere visto come fantasia. È una finzione, per così dire, si svolge in un universo di passioni eccessive, che non sono rette dalle stesse regole morali della nostra vita. D'altra parte, ci sono molte donne che dirigono film porno e ciò che fanno, non può dirsi proprio amabile. Il porno più blando e paternalista spesso lo fanno gli uomini che credono che dietro ogni donna ci sia una Heidi che preferisca una carezza ad un morso appassionato ". E aggiunge: "Il porno piace perché è la sublimazione delle nostre fantasie più intime come un grande spettacolo."  Esatto: lo spettacolo di aggressione contro le donne [22].
L'ispirazione è uno dei grandi effetti di questa normalizzazione del porno. La televisione, il mondo del pop, i videoclip,  i film, la pubblicità [23]sono sempre più influenzati dalla  estetica ed etica pornografica.

Effetti e le conseguenze (‘CUMSHOTS & BUKKAKES’).

Possiamo trovare teorie circa gli effetti della pornografia completamente opposte. I suoi sostenitori lodano le sue "virtù pedagogiche" o insistono sulla impossibilità di collegare comportamenti o atti violenti alla pornografia, mentre i suoi detrattori ricordano che una delle motivazioni fondamentali del consumo di pornografia è di acquisire nuove idee e proposte per poi metterle in pratica.
Alcuni studiosi dimostrano che almeno la pornografia lascia l'impressione agli spettatori che il sesso irresponsabile non ha conseguenze negative.  Altri espongono numerosi cambiamenti nel comportamento sessuale dopo l'esposizione alla pornografia, includendo la banalizzazione dello stupro. Alcuni definiscono la pornografia come una squalifica della sessualità che interiorizza idee distruttive in associazione con la stessa. E 'qualcosa di molto vicino alla nostra tesi del sequestro del sesso.
Tuttavia, la cosa peggiore è che il porno è impunito. Chi voglia guadagnare una fortuna maltrattando le donne può farlo senza paura. Nessuno gli darà fastidio né lo criticherà: diventerà ricco e sarà applaudito. I fan di questo genere potranno affermarlo orgogliosamente. Si dichiarano misogini senza problema e saranno celebrati e ammirati.
Non si tratta di salvare il porno (da parte mia può andare a farsi fottere!) però si possono aumentare i suoi limiti. Né si tratta di ricorrere alla censura, inefficace e perché provocherebbe il solito fallace argomento della libertà di espressione. Si tratta di controllare come si crea il prodotto, di lottare contro l’esaltazione del terrorismo di genere. C'è un modo semplice per farlo: conformarsi ai diritti umani. Andrés Barba e Javier Montes ricordano nel loro citato saggio che Potter Stewart, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti ha posto le basi della giurisprudenza in questa materia, affermando che "non saprei definire la pornografia, ma sarei capace di riconoscerla”. Allo stesso modo, se qualcuno non sa come definire questi limiti, saprebbe però riconoscerli. E se  ha qualche dubbio, può risolverlo con un esercizio molto semplice: mettersi per un momento al posto di queste donne.
Capirà, allora, immediatamente quel che è il porno: semplicemente la celebrazione di un crimine.



traduzione di Lia Di Peri

NOTE


El estado mental