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venerdì 13 novembre 2015

Legalizzare la prostituzione per compiacere il prostitutore.

Ana Cuervo Pollán







La prostituzione è sempre stata una questione controversa. Recentemente, il dibattito si è ravvivato da quando Ciudadanos (il partito arancione, neo-liberista, omofobo e xenofobo, che si rifiuta di condannare il regime di Franco e la violenza contro le donne) si è espresso a favore della regolamentazione della prostituzione. Da un lato c'è la corrente regolametarista formata, nel  migliore dei casi, da persone di buona volontà che credono che legalizzando la prostituzione, le prostitute godranno di più diritti lavorativi.

Purtroppo, questo è confutabile. In paesi come la Germania e l'Olanda essa è legalizzata: le prostitute sono ancora controllate dalla mafia, i loro diritti sono sistematicamente ridotti, le loro giornate estenuanti; le autorità, come sempre, guardano dall’altro lato.  Mentre nel peggiore e più numeroso dei casi, i prosseneti vedrebbero dall’oggi al domani, la loro attività criminale diventare un affare legale e riconosciuto socialmente. I prostitutori saranno anche molto orgogliosi che il loro diritto di disporre del corpo delle donne per il loro piacere diverrà un diritto riconosciuto e legalizzato: pertanto, normalizzato.
Dall’altro lato abbiamo il femminismo abolizionista. Da questa posizione, noi crediamo che la prostituzione sia una forma di violenza machista. La pensiamo così, perché quest’attività comporta porre il corpo al servizio della volontà degli uomini che si credono in diritto di avere sempre una donna disposta a soddisfare le loro necessità sessuali senza fiatare.
Noi abolizioniste siamo state infamate fino all’inverosimile: ci considerano le custodi di una sessualità tradizionale che stigmatizza le donne che godono liberamente del loro corpo. Questo è falso e facilmente smontabile. Il femminismo abolizionista, mette in discussione una sessualità etero - normativa e coito-centrica che parte dall’assunto che le donne ci sono per soddisfare sessualmente gli uomini. Al contrario, il femminismo abolizionista difende le relazioni sessuali ugualitarie, libere, consensuali, reciproche e piacevoli. (ovvero, tutto quello che non entra nella testa di un puttaniere). Difendiamo il concetto che noi donne siamo padrone dei nostri corpi e godiamo di essi, come, quando e con chi desideriamo farlo. O di stare da sole. Pertanto, non v’è alcun motivo razionale per dipingere le abolizioniste come  quelle che difendono una sessualità ristretta, puritana o normativa. Piuttosto il contrario. E' la prostituzione che silenzia, ammutolisce, usa e subordina le donne ai suoi desideri, fantasie, gusti e bisogni sessuali, per servire i prostitutori e i loro desideri. Lo affermano le prostitute “ I prostitutori vengono a fare con noi, ciò che le loro donne non sopportano”. Noi abolizioniste siamo anche accusate di non ascoltare le donne prostituite, di ammutolirle, di infantilizzarle. Tuttavia, noi traiamo le conclusioni dalle loro testimonianze, dai dati che la realtà ci lancia. La maggior parte di loro sono vittime di tratta, circa il 90% e, in più, vivono situazioni di vulnerabilità (povertà, minacce ...). Questo non lo dicono solo quelle che vogliono l’eliminazione della prostituzione: lo dicono loro. E' sorellanza e non paternalismo ciò che esercita l’abolizionismo: è riconoscerle eguali e da uguali rivendichiamo la loro libertà. E lottiamo consapevoli che siamo compagne della stessa lotta: la lotta contro l’oppressione del patriarcato.
Lotto e lotterò per l’abolizione della prostituzione.  Il patriarcato e il capitalismo riproducono questa brutale forma di violenza contro le donne; il primo teorizza le donne come oggetto per la soddisfazione dell’uomo. Il capitalismo dice che ogni oggetto (e persona) è in grado di essere acquistato e sfruttato al fine di trarne profitto. Perché sono una femminista, voglio che le donne godano della loro sessualità libera, reciproca senza costrizione: che nessuno le compri o le venda per compiacere un macho.
Perché sono anticapitalista, credo che non tutto si compri e si venda; che le persone sono fini e non mezzi da cui trarre profitto, strumenti con i quali battere cassa. Per questo dico che il sesso e il piacere sono l'esatto contrario della realtà della prostituzione. Chiedo il perseguimento di cliente (come maltrattatore) e delle mafie (per tratta delle donne) e una vita pacifica e libera per tutte le prostituite, che credo meritino di non essere costrette a qualunque situazione indesiderabile.
Il problema non sono le prostitute, sono i puttanieri.

Leonoticias.com

(traduzione di Lia Di Peri)


domenica 13 settembre 2015

Perché gli uomini vanno a puttane?

Octavio Salazar, docente di Diritto Costituzionale presso l'Università di Cordova.





La presentazione nel tempio, Fernando Bayona
Lo scorso 10 marzo sono stati presentati presso la Facoltà di Giurisprudenza, Economia e Commercio dell’Università di Cordova, i risultati della ricerca dal titolo Mascolinità e consumo della prostituzione in Andalusia, realizzata da un gruppo di sociologi della Fondazione Iniciativa Social su incarico del Centro  Studi Andalusi. Lo studio ha raccolto le opinioni di 40 uomini andalusi tra i 18 e i 70 anni, consumatori di prostituzione, che sono stati raggruppati in cinque categorie: proprietari terrieri, operai, dipendenti urbani, giovani metropolitani e omosessuali urbani. Tra i risultati, si osserva che tutti i partecipanti ai gruppi di discussione, a prescindere dalla loro origine sociale, sono d'accordo sulla necessità sessuale come innata alla condizione maschile. Di conseguenza, essi ritengono che pagare per il sesso è un atto sociale che non dovrebbe rifiutarsi, anche se c’è accordo nel rifiuto sia della tratta sia degli abusi sui minori. In tutti i casi, il consumo di sesso a pagamento è spesso legato alla celebrazione del tempo libero in gruppo. Vale a dire, con la celebrazione di feste di uomini nella quale sono essenziali la dimostrazione e l’esaltazione della virilità. L'importanza di questo studio, di là dagli argomenti che può offrire il complesso dibattito sulla regolamentazione o, se del caso, l'abolizione della prostituzione, risiede nel rilevare le cause strutturali che continuano ad alimentare una determinata comprensione della sessualità caratterizzata dalle relazioni di genere o, che è lo stesso, dalle relazioni di potere tra uomini e donne che il patriarcato continua a impostare. V’è quindi, una chiara linea di continuità tra la costante oggettivazione sessualizzazione del corpo delle donne, tanto presente nella nostra cultura e il corrispettivo consumo di sesso a pagamento, come espressione di virilità, che continua a rispondere agli imperativi categorici dell’uomo considerato soggetto attivo e indiscusso titolare del potere e dell’autorità. Tuttavia, il salto di qualità che si è verificato negli ultimi decenni, come si è ben rilevato nella tavola rotonda seguita alla presentazione dello studio e alla quale sono intervenut* la docente Rosa Cobo Bedía, il sociologo co-autore del rapporto Hilario Sáez, è il collegamento di queste pratiche con l’industria del tempo libero e del divertimento globalizzato, sostenuto dagli eccessi del capitalismo neo-liberista.


La prostituzione sarebbe diventata la prova più evidente della stretta connessione tra patriarcato e il capitalismo, che è stata rafforzata negli ultimi anni dalle letture neo-machiste del primo e neo-liberiste del secondo. Una somma che provoca ovviamente un drammatico aumento della vulnerabilità delle donne e, come tutte le statistiche, mostrano una più che evidente femminilizzazione della povertà. La visione cumulativa del piacere, che con tanta insistenza rilevano i mezzi di comunicazione e, soprattutto, i messaggi pubblicitari, si allea con una concezione della mascolinità che continua rispondendo agli schemi dl macho dominante che provoca, tra le altre conseguenze, che i ragazzi e le ragazze più giovani, riproducano modelli terribilmente machisti nelle loro relazioni affettive, e in particolare nella loro concezione della sessualità. Se a questo si aggiunge la scarsa, se non assente, educazione che i nostri figlie e figlie, ricevono in materia, il risultato non è altro che la conquista dello spazio dalla logica predatoria della pornografia, e il superamento dei criteri etici della deregolamentazione, tipica del mercato selvaggio. Così, e come ha ben detto Rosa Cobo, nella prostituzione convergono i perversi effetti di tre sistemi di dominio: il patriarcale, il capitalista neo-liberista e il razziale culturale. La loro combinazione prolunga la etero - designazione delle donne in virtù delle pratiche di dominio e oppressione degli uomini, mentre si naturalizza l’andare a puttane come si fa con la disuguaglianza.
Il peso economico dei macro-bordelli, dell’industria pornografica o degli annunci di contatti che in molti casi sono diventati i salvatori di alcuni giornali in fallimento, rafforza e riproduce gerarchie di genere. Cioè, si mantiene e sottolinea la forza di una mascolinità detentrice del potere, mentre s’intensifica la negazione dell'autonomia delle donne e la sua svalutazione in un ordine sociale ed economico in cui restano le più vulnerabili tra i vulnerabili. Di conseguenza, non stiamo parlando di un mestiere, il più antico del mondo con le parole del patriarca, ma di una conseguenza alla quale sono costrette molte donne che non sono ovviamente libere perché vivono in un contesto di sottomissione, mentre continua una pratica sociale attraverso la quale molti uomini – uno su quattro – secondo il citato rapporto, riaffermano la loro virilità e mantengono la fantasia dell’asse binario controllo/sottomissione per la quale non occorre altro passaporto che il denaro.
Pertanto, e di là dalla complessità giuridica e politica che comporta una possibile regolamentazione di questa pratica, credo che la prostituzione, come molte altre espressioni di ordine culturale e politico basato sul predominio maschile, non possano essere affrontate senza tener conto delle cause strutturali che le provocano e le alimentano. Cause che, ribadisco, hanno molto a che vedere con i sistemi di dominio che si alimentano a vicenda, patriarcato e capitalismo, e nelle quali noi uomini godiamo di una posizione privilegiata. Solo da questo sguardo di genere e tenendo conto della prospettiva liberatrice ed emancipatrice del femminismo, sarà possibile trovare vie d’uscita per alcuni vicoli ciechi in cui molti milioni di donne nel mondo sono costrette a rinunciare alla loro autonomia e dignità. Pertanto, la domanda che dovremmo cominciare a considerare, oltre a non rinunciare alla solidarietà per le donne che sono costrette a prostituirsi, sarebbe non solo per queste donne ma anche e, soprattutto, perché ci sono ancora tanti uomini disposti a usare i loro corpi come se fossero una merce di più.

lashoras

( traduzione di Lia Di Peri)

domenica 12 ottobre 2014

Che cosa fare con la prostituzione?

Rosa Cobo Bedia*


Che cosa fare con la prostituzione?






Il dibattito politico sulla prostituzione appare intermittente nei Media, di solito legati alle notizie che suggeriscono l'inevitabilità della sua legalizzazione. L’ultima in ordine di tempo è l'incorporazione di quest’attività, nel PIL. L'argomento che sembra avere più peso in questa discussione è la spiegazione che la legittimità della prostituzione debba essere cercata nel libero consenso delle donne prostituite. Mi concentrerò, quindi, esclusivamente su quest’aspetto del dibattito.
Tuttavia, occorre porre due questioni, prima di approcciare il dibattito: la prima è che dobbiamo distinguere nella prostituzione, il gruppo concreto delle donne prostituite in modo da poter contestare criticamente questa istituzione e, al contempo, agire politiche pubbliche per le donne prostituite. Il secondo elemento è la naturalizzazione della prostituzione, nonostante tutto ciò che questa implica: il carattere non politico del commercio sessuale.

La prostituzione è una complessa realtà sociale, sia per il crescente numero di attori e processi coinvolti intorno a questa istituzione patriarcale sia per i significati ideologici che derivano ​​dalla sua esistenza. Infatti, la prostituzione è oggi un'azienda globale legata all’economia criminale, e nella quale intervengono molti attori, che beneficiano di tale attività. Tanto che nel 2010, secondo le statistiche, la prostituzione ha generato 0,35% del PIL. Non si può negare che l’affare prostituzione si è moltiplicato nel contesto delle politiche economiche neoliberiste. Probabilmente, l’interesse collettore degli Stati patriarcali è all'origine di questa proposta. Tuttavia, i principali attori in primo luogo, sono le donne che esercitano la prostituzione e gli uomini che utilizzano i servizi di queste donne. Nell'immaginario collettivo la prostituzione è associata con l'immagine della puttana. Eppure, non c'è donna prostituita senza un uomo prostitutore. Perché il prostitutore è invisibile nell'immaginario della prostituzione? Dobbiamo riflettere sulle ragioni per cui la figura del richiedente è stata zittita, come se si trattasse di un elemento del tutto secondario in quest’opera da teatro, perché questo fatto è un chiaro indicatore del permissivismo sociale che esiste verso questi uomini. Per questo è necessario re-significare l’immaginario della prostituzione e mettere i prostitutori al loro giusto posto, vale a dire, come beneficiari e responsabili di questa pratica sociale. Dobbiamo anche far notare che, la prostituzione non è un’istituzione innocua, ma come tutte le altre, non può essere separata dalle relazioni di potere che strutturano una società.
Inoltre, questa realtà sociale non può essere intesa senza prendere in considerazione la notevole disparità economica tra la popolazione prostituita e la popolazione richiedente poiché questa disuguaglianza è essenziale per calibrare il grado di accordo che esiste in questi rapporti. Oltre il 90% delle donne prostituite, sono migranti e il traffico illegale di donne per l'industria del sesso è in aumento come una fonte di reddito per i maschi. Tuttavia, le donne occupano la quasi totalità del settore, fino al punto di diventare un gruppo maggioritario nella migrazione orientata alla ricerca di lavoro. Saskia Sassen sottolinea che la nuova economia capitalistica con le sue politiche neoliberiste favorisce l'emergere di una nuova classe di servitù. Donne emigranti, comprese le donne che si prostituiscono, formano il duro nucleo di queste nuove schiavitù. In effetti, le donne prostituite appartengono ai settori sociali più poveri e con estreme necessità economiche che cercano di migliorare la loro situazione mediante l'ottenimento di denaro facile che la prostituzione può fornire. Inoltre, per alcune donne migranti irregolari la prostituzione è vista come una delle poche uscite economiche disponibili.

La questione, quindi, ruota attorno al grado di consenso delle donne prostituite nel commercio del sesso. Qui si può già sottolineare che la libertà e il consenso delle donne che arrivano alla prostituzione sono ridotti, perché sono limitati dalla povertà, dalla mancanza di risorse culturali, dalla mancanza di autonomia e nella maggior parte dei casi dall’abuso sessuale nell’infanzia. E se ciò non bastasse, queste realtà sociali si formano all'interno delle società patriarcali, dove gli uomini hanno una posizione di dominio sulle donne.
Un contratto firmato da entrambe le parti in cui uno di esse è dominata dalle necessità, non è un contratto legittimo. Non può darsi libertà contrattuale assoluta nei sistemi sociali fondati sul dominio, perché la necessità e lo svantaggio sociale, inficiano il consenso. Pertanto, si deve rilevare che l’illimitata libertà contrattuale è parte del nucleo ideologico, più duro del liberalismo e la messa in discussione di questa libertà assoluta è uno dei tratti distintivi del pensiero critico. Le analisi che tentano di giustificare la prostituzione, come un contratto legittimo si basano su argomentazioni tipiche del neoliberismo, per la cui ideologia i contratti non dovrebbero avere limiti. Coloro che difendono la legittimità del contratto basandosi sulla volontà dell'individuo, dimenticano che libertà e volontà non sempre coincidono. Legittimare la prostituzione con quest’argomento è sottrarsi al pensiero critico.

Se si considera la prostituzione, una forma inaccettabile di vita, risultato del sistema di egemonia maschile, che viola i diritti umani delle donne per trasformare il loro corpo in una merce e in un oggetto per il piacere sessuale di altri, allora, si finirà in direzione dell’impossibilità della sua legalizzazione. In altre parole, legalizzare la prostituzione è inviare alla società il messaggio che lo sfruttamento sessuale delle donne è eticamente accettabile. E questo contribuisce a installare nell'immaginario collettivo l'idea che gli uomini hanno un diritto naturale di accedere sessualmente al corpo delle donne.


* Docente di Sociologia di Genere nella Universidad de A Coruña

eldiario.es



(traduzione di Lia Di Peri)

venerdì 31 gennaio 2014

L'industria della vagina. L'economia politica della commercializzazione del sesso.

"L'industri della vagina" di " di Sheila Jeffreys, ha un approccio dalla prospettiva di genere in tutti i settori del sesso in cui la donna è sfruttata, tra questi, la pornografia, principale promotrice e creatrice della domanda di prostituzione e la tratta, rompendo con l’immaginario delle stelle porno milionarie e felici.


Prologo

Nei primi anni novanta, la scrittrice inglese, laureata in scienze politiche, Sheila Jeffreys, emigrò in Australia, dove ebbe modo di costatare l'enorme crescita del commercio globale del sesso. Decise allora di iniziare un’indagine in grado di disarmare con validi e solidi argomenti, ciò che lei intendeva per “ipocrisia liberale”. L’industria della vagina esplora come il commercio del sesso, l’affare in piccola scala, furtivo e disprezzato si era trasformato in una grande industria, produttiva e legittimata come tale.

Trascriviamo di seguito la sua provocatoria introduzione convinte, che dobbiamo ripensare a questioni così controverse inquadrando le riflessioni nella fase attuale dell’etero-capitalismo globalizzato. Anticipiamo che l'autrice non affronta nel libro aspetti collegati alla prostituzione, alla quale sono sottoposti il gruppo di travestiti, ma si capisce che il libro ci aiuta a costruire nuovi registri di sensibilità per modellare le nostre percezioni, contribuendo a innovative problematiche per le teorie e pratiche femministe.
Introduzione: Dal prossenitismo al mercato redditizio.

Alla fine del XX secolo la prostituzione è diventata una fiorente industria del mercato globale, immensamente redditizia. Kate Millet scrisse nel 1970 che la prostituzione era “paradigmatica della base stessa della condizione femminile" che ha ridotto le donne a “fica”.

Prostituzione: " pratica culturale dannosa . " La più importante è la nuova ideologia e pratica economica di questi tempi neoliberisti, in cui la tolleranza della “libertà sessuale” converge con l'ideologia del libero mercato per ricostruire la prostituzione come "lavoro" legittimo, che funge da base per l’industria del sesso, sia a livello nazionale sia internazionale.
La prostituzione si è industrializzata e globalizzata alla fine del XX secolo e l’inizio del XXI: questo crescente settore del mercato deve essere inteso come la commercializzazione della subordinazione delle donne. Fino agli anni '70 vi era consenso tra i governi nazionali e il diritto internazionale in materia di prostituzione, la quale non doveva essere legalizzata né organizzata dallo Stato. La prostituzione era identificata nella Convenzione del 1949 contro la Tratta di persone, come incompatibile con la dignità umana e si segnalava come illegale reggente dei bordelli. Era lo spirito dell’epoca.
Questo carattere è cambiato con il neo-liberismo degli anni ’80, dando via a un processo attraverso il quale i prosseneti si sono trasformati in rispettabili uomini d’affari che potevano far parte del Rotary Club. L’attività dei bordelli fu legalizzata e diventò un settore di mercato in paesi come l'Australia, Olanda, Germania, Nuova Zelanda: lo spogliarello divenne moneta corrente nel settore "tempo libero" o " intrattenimento" e la pornografia tornò sufficientemente rispettabile per le aziende come la General Motors che incluse canali porno tra le loro imprese.
 Lo sfruttamento sessuale è una pratica con cui una o più persone riceve gratificazione sessuale o guadagno finanziario o miglioramenti attraverso l'abuso della sessualità di una persona e attraverso la revoca dei loro diritti umani alla dignità, uguaglianza, autonomia e benessere fisico e mentale. Comprende pratiche come lo stupro, anche se l’interesse economico è il mezzo principale di potere utilizzato per ottenere accesso sessuale alle giovani e donne. La forza bruta, il sequestro e l’inganno possono anche essere praticati.

L’industrializzazione si riferisce ai modi in cui le forme tradizionali di organizzazione della prostituzione sono state modificate dalle forze sociali ed economiche, con l'obiettivo di acquisire una scala più ampia, la concentrazione, la standardizzazione e l'integrazione nella sfera corporativa. La prostituzione finisce di essere una forma di abuso alle donne, illegale, esercitata su piccola scala, soprattutto a livello locale e socialmente disprezzata, per diventare un settore redditizio e legale, tollerata nei paesi in cui è illegale.
In Daulatdia, una città portuale del Bangladesh creata venti anni fa, 1.600 donne sono sessualmente utilizzate da 3.000 uomini il giorno.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che l’industria del sesso è tra il 2 e il 14%nelle Filippine, Malesia, Thailandia e Indonesia. Il governo coreano ha stimato nel 2002 che un milione di donne erano coinvolte nella prostituzione in un dato momento in quel paese. Si calcola che l’industria rappresenta il 4,4 % del prodotto interno lordo, più della silvicoltura, pesca e agricoltura combinata (4,1 %).
L’industria del sesso in Olanda, che ha legalizzato la prostituzione nel 2001, rappresentava in quello stesso anno il 5% del PIL. Dall'altra parte dei Paesi Bassi, dove si è legalizzata i guadagni, superano un trilione di dollari.
In Cina la prostituzione era stata proibita dal maoismo. Dal 1978 l’industria della prostituzione ha avuto un boom alla pari con l'economia di mercato. Si calcola tra 200.00/300.00 le donne prostituite a Pechino e circa 20 milioni in tutta la Cina. Essa costituisce l’8% dell'economia cinese ed è valutata intorno a 700 miliardi di dollari.
La globalizzazione dell’industria del sesso sostiene la prostituzione nell'economia internazionale in tanti modi. La tratta delle donne è diventata qualcosa di prezioso per le economie nazionali, per esempio, a causa del denaro che queste donne mandano nei loro paesi di origine. Governi come quello filippino incoraggia il traffico per autorizzare queste donne prima che lascino il paese. Nel 2004 le filippine, che si trovavano in Giappone, hanno inviato 258 milioni dollari nel loro paese. Ottantamila filippine entrarono in Giappone nel 2004 con un visto per sei mesi destinate al settore dello spettacolo: il 90 % lavorava nell'industria del sesso.
L’industria del sesso non produce profitti solo per i proprietari di bordelli, degli strip club o per le innovative e rispettabili imprese della pornografia. Molti attori se ne beneficiano finanziariamente, il che aiuta a rafforzare la prostituzione all'interno delle economie nazionali. Alberghi e compagnie aeree beneficiano del turismo sessuale e gli affari del turismo sessuale. Ai tassisti che spostano i clienti, l’industria del sesso dà una mazzetta. Le aziende che pubblicizzano bevande. La sicurezza personale e gli amministratori dei club, costumisti e truccatori delle spogliarelliste. L’aumento del 12 % dei profitti di Chivas Regal società che vende whisky, prodotto nel 2004, è stato attribuito alla sua associazione con i bordelli in Thailandia. Tutti i proventi derivanti dalla vendita di corpi femminili sul mercato, anche se le donne hanno ricevuto solo una piccola percentuale.
La globalizzazione dell'industria del sesso significa che i corpi non sono più confinati nei limiti della nazione. Il traffico, il turismo sessuale e il business delle mogli comprate per posta hanno garantito che la grave diseguaglianza delle donne può essere trasferita di là dai confini nazionali, in modo che le donne dei paesi poveri possano essere comprate per lo scopo sessuale di uomini dei paesi ricchi.
Il XX secolo ha visto il fatto che i paesi ricchi prostituiscono le donne dei paesi poveri come una nuova forma di colonialismo sessuale. Così, gli uomini possono compensare la perdita delle loro posizioni sociali nei paesi in cui le donne hanno aperto determinati canali verso l’uguaglianza ottenendo subordinazione femminile come qualcosa che può essere consumata in paesi poveri o importata. La catena di fornitura è stata interiorizzata attraverso la tratta delle donne su larga scala, dai paesi poveri provenienti dai diversi continenti, verso destinazioni che comprendono i vicini paesi ricchi, per esempio, dalla Corea del Nord, alla Cina destinazioni per il turismo sessuale come la Germania e l’Olanda.
Le tecnologie che permettono di fornire un corpo femminile a un acquirente sono cambiate e si sono sviluppate. Tuttavia, la vagina e altri parti del corpo femminile che compongono la materia prima della prostituzione rimangono come “ antica tecnologia”, insensibile al cambiamento. La vagina diventa il centro di una struttura organizzata su scala industriale, mentre ancora continua a essere legata a una serie di problemi inevitabilmente associati a questo uso particolare all'interno del corpo femminile: dolore, sanguinamento, gravidanza, malattie sessualmente trasmissibili e danni psicologici derivanti dall'uso del corpo femminile come strumento per il piacere dell'uomo.

Questioni di linguaggio.

La prostituzione è comunemente indicata come " lavoro sessuale ", il che suggerisce che dovrebbe essere vista come una forma legittima di lavoro. Questa posizione è alla base delle richieste di normalizzazione e la legalizzazione della prostituzione. Come corollario di questa posizione, si definiscono gli uomini che comprano donne e consumano la prostituzione come " clienti ", il che normalizza le loro pratiche come se fosse una qualsiasi altra forma di consumo. Coloro che governano i bordelli sono i “fornitori di servizi”.
Il linguaggio è importante. L’uso della lingua commerciale riguardo alla prostituzione mette in ombra la natura nociva di questa pratica e facilita lo sviluppo commerciale del settore a livello mondiale . È necessario trattenere e sviluppare la lingua che mostra i danni di questa industria. Per questo bisogna dire “ donne prostituite” invece di “lavoratrici del sesso”, perché suggerisce che essi siano in qualche modo danneggiate e si fa riferimento al prostituente. Chiamare gli acquirenti “prostitutori” e ai terzi che ottengono benefici come “magnaccia” o “reclutatori” che espone un motivato disprezzo per la pratica di ottenere ricavi dalla sofferenza delle donne. Riferirsi allo Stati che legalizzano la prostituzione, come “ Stati prosseneti”.

La prostituzione come pratica culturale dannosa


Molte pubblicazioni accademiche delle femministe sulla prostituzione che fanno riferimento al sesso come area di lavoro, si basano sul presupposto che è possibile e anche auspicabile distinguere tra le varie forme all'interno dell'industria del sesso: tra prostituzione adulta e minorile, fra tratta e prostituzione, tra prostituzione libera e forzata, tra settori legali e illegali dell’industria, tra prostituzione occidentale e non occidentale. La produzione delle differenze legittimerebbe alcune forme di prostituzione, per criticarne alcune e non altre. Nel libro si cercano connessioni e interrelazioni al posto di differenze e considera il modo in cui tutti questi aspetti di sfruttamento sessuale sono interdipendenti e interessati a vicenda.
Coloro che, cercano di fare distinzioni, sottoscrivono generalmente l’idea che ci sia una sorta di prostituzione libera e rispettabile che coinvolge gli adulti e può essere vista come lavoro e quindi legalizzata, una forma di prostituzione che fa appello all’individuo razionale e capace di scegliere e si basa sul contratto e uguaglianza. La maggior parte della prostituzione non rientra in questo quadro, tuttavia è una finzione necessaria sottostante, la normalizzazione e legalizzazione del settore. Questo libro utilizza un approccio femminista radicale che considera la prostituzione come una pratica culturale dannosa, che ha origine nella subordinazione delle donne e costituisce una forma di violenza nei loro confronti. Non adotta una posizione normalizzante. Per questo termina con una considerazione dei modi in cui l'industria globalizzata della prostituzione potrebbe arretrare, in modo che l’antica speranza del femminismo a che la prostituzione abbia fine ritorni un obiettivo immaginabile e ragionevole per le politiche pubbliche femministe.
… La prostituzione si fonda sull’idea che le donne hanno il ruolo stereotipato di offrire il loro corpo per il piacere maschile. Nel caso dei prostitutori, questa posizione segue il ruolo stereotipato del patriarca che ha il diritto di utilizzare, per la propria soddisfazione, il corpo delle donne. La tradizione la giustifica con il detto di sempre: "E 'il mestiere più antico del mondo “. Anche la schiavitù è antica, però raramente è convalidata per la sua antichità. La storica Gerda Lerner affronta molto proficuamente i modi in cui la prostituzione nei bordelli di Medio Oriente ebbe origine in seguito alle guerre, cioè, come un modo per utilizzare l’eccedenza delle donne schiave.
Anche se molti valori e credenze del dominio maschile sono stato o sono in fase di cambiamento in molte società, l'idea che la prostituzione sia necessaria come forma di protezione per le donne non prostitute o perché gli uomini non possono controllarsi, sta guadagnando forza, più che perderla. Lo scambio di donne tra gli uomini per l'accesso sessuale e riproduttivo, e per ottenere lavoro libero, è il fondamento della subordinazione delle donne ed è profondamente radicato nelle culture patriarcali.

stop a la cultura del porno


(traduzione di Lia Di Peri)