mercoledì 25 gennaio 2012

Uomo, femminista ed islamico

Intervista ad  * Abdennur Prado, direttore del Congresso Internazionale del Femminismo Islamico.

di Lucia El Asri

 Lucia El Asri : Può un uomo mussulmano essere femminista e perché?


Abdennur Prado : Il femminismo è la lotta contro la discriminazione di genere,per la giustizia nei rapporti tra i sessi e contro il patriarcato ( l'ordine che sostiene che le capacità delle donne sono limitate e che devono stabilirsi ruoli differenti per l'uomo e per la donna, dato che quest'ultima sarebbe più dotata per la maternità e la cura della casa). In questo senso non vedo nessun impedimento per nessuno ( sia ateo o credente, uomo o donna di qualsiasi razza o nazione) per essere femminista.

Inoltre, considero che l'islam sia essenzialmente anti-patriarcale, perché nega il fondamnto stesso del patriarcato: l'equiparazione di Dio al padre.
Dal punto di vista islamico, Allah trascende la dualità maschile-femminile. Il Corano afferma l'origine egualitaria di uomini e donne a partire da una sola nafs o anima e la piena autonomia morale delle donne, come rappresentanti di Allah sulla terra. Così un uomo mussulmano non solo può, ma deve essere femminista.


Ci sono persone che considerano l'Islam una religione sessista che opprime le donne,cosa ne pensa?

Ci sono molti motivi perché queste persone abbiano questa convinzione. In primo luogo,il fatto che la religione è stata storicamente legata al patriarcato. In secondo luogo,le realtà sociologiche di molti paesi di popolazione mussulmana, nei quali c'è un testardo sessismo, che si manifesta legalmente e nei costumi.
In terzo luogo,l'esistenza di discorsi fortemente patriarcali in molte istituzioni mussulmane. Infine, il bombardamento di immagini negative sulle donne mussulmane realizzate dal mondo accademico e dai mass-media.

Quindi, non li biasimo. Ciò che è deplorevole è la pigrizia intellettuale di coloro che rifiutano di prendere in considerazione il lavoro delle mussulmane che lottano per l'uguaglianza di genere, sia come attiviste, che al livello teologico.
Se si prendessero la briga di ascoltarle,si renderebbero conto che il femminismo islamico ha fondamenta molto solide, sia nella visione del mondo che di etica coranica e che esso è una risposta all'interno del maschilismo imperante. Purtroppo, esistono intellettuali laici occidentali che danno per buona la visione  dell'islam patriarcale, come se fosse la sola ortodossia indiscussa. In questo senso, questi intellettuali si comportano esattamente come i fondamentalisti.


Dal punto di vista maschile, come vede il coinvolgimento della donna nell'Islam? Bisogna assumere questo coinvolgimento come imposizione? Si può fare in libertà?

Un principio base dell'antropologia coranica è il califfato: ogni essere umano è un/una potenziale califfo/ffa di Dio sulla terra. La parola califfato allude alla responsabilità individuale di fronte a Dio,la società e la creazione nel suo complesso. Si riferisce ad uomini e donne senza distinzione. Il califfato presuppone la libertà individuale e la autonomia morale ed esclude il cieco perseguimento di una morale codificata.Il Corano dice : "non c'è imposizione nell'Islam".  Per questo non credo che ci sia un coinvolgimento nell'islam distinto per uomini e donne. Il differente coinvolgimento attiene a ciascun individuo a seconda delle circostanze, priorità e capacità personali.
Comunque, non sono sicuro che il mio punto di vista sia unicamente maschile. Piuttosto cerco di vedere le cose come essere umano che ha integrato tanto il maschile che il femminile, considerando le differenze biologiche solo secondarie.

Attualmente, ci sono molti uomini coinvolti nel femminismo islamico?

No, non abbastanza. Cercare di coinvolgere gli uomini mussulmani in questa lotta è un compito che atende al femminismo islamico. Una sfida molto grande dato che il femminismo è presentato nel mondo mussulmano come un'ideologia occidentale che attenta alla loro identità culturale e religiosa. Da qui l'urgente necessità di dimostrare le radici coraniche della lotta per l'uguaglianza di genere.

Che pensa dell'uso dell'hijab?

Lo considero un diritto di quelle che lo vogliono portare. Francamente però non riesco a capire il perché si dia tanta importanza a questo tema. L'unica spiegazione che mi dò è l'esistenza di un'agenda politica occulta, che mira a distogliere l'attenzione dai veri problemi che interessano le donne mussulmane. Un'agenda, certamente condivisa dagli islamofobi e wahabiti, con il loro puritanesimo e la loro ossessione per le manifestazioni sterne della religiosità. Tutta questo distorce ed esagera il tema, in modo che la libertà delle donne mussulmane venga rimandata


Che ne pensa della volontà di limitare l'uso del velo nei luoghi pubblici in alcuni paesi occidentali?

Io sono contro ogni divieto o imposizione che limita le libertà individuali senza una seria ragione. Se il divieto viene motivato dall'argomento che l'hijab sia discriminatorio nei confronti delle donne, questo dovrebbe essere dimostrato sulla base delle fonti coraniche... il che è impossibile. Inoltre, significa trattare le donne mussulmane con assoluto disprezzo nei confronti del suo processo decisionale, con un atteggiamento paternalistico. Salta agli occhi  che una parte significativa del movimento femminista ha rinunciato ai suoi principi, cercando di imporsi in uno Stato repressivo attraverso leggi che restringono le libertà individuali e impongano l'ortodossia femminista. Anche in questo caso, non c'è molta differenza tra questo atteggiamento e quello dei fondamentalisti mussulmani,che cercano di imporre l'hijab con la forza.

* Presidente del Consiglio Islamico Catalano e Direttore del Congresso Internazionale sul Femminismo Islamico. E' autore dei libri 'Le sfide dell'Islam nel ventunesimo secolo', 'Islam e anarchismo mistico', 'Il linguaggio politico del Corano', 'Il ritorno delll'Islam' in Catalogna',  'Prima delll'Islam e L'Islam', 'l'Islam democratico', e di  numerosi articoli su giornali e riviste. Impegnato nel dialogo interreligioso e dei diritti civili dei musulmani in Spagna. Ha tenuto oltre 100 conferenze dal 2002.

Nurain magazine

(traduzione di Lia Di Peri)

martedì 24 gennaio 2012

Vittime della lesbofobia

da María Jesús Méndez 

L'ultima volta che Marisol ascoltò una battuta omofoba si mise a ridere. Stava prendendo un caffé con i suoi colleghi di lavoro e usando il sorriso come una maschera accompagnò la battuta di "finocchi" che fece uno di essi.

Marisol cerca di apparire eterosessuale. Con le infermiere dell'ospedale dove lavora parla di culi maschili, dei " fighi" medici di cardiologia o del buono attore di qualche serie televisiva. A volte si inventa fidanzati  che non sono mai considerati in grado di accompagnarla a qualche cena occasionale o compleanni da festeggiare con i colleghi.

Ogni mattina, quando Marisol torna a casa dopo i turni notturni in ospedale e va dalla sua compagna che sta dormendo, si sente in colpa. Si infila nel letto e l'abbraccia da dietro. Raramente le capita di mentire sulla sua vita. E anche raramente con facilità.

La sua famiglia ed i suoi amici sanno da tempo che è lesbica. Ma da quando ha iniziato a lavorare in ospedale lo ha nascosto. Una conoscente le disse che alla Direzione non piaceva avere personale sanitario omosessuale e che negli ultimi tempi alcuni gay e lesbiche sono stati respinti per diversi motivi che nascondevano la vera ragione: il loro orientamento sessuale.

Marisol vive in Cile,paese che lo scorso novembre ha approvato una legge contro la discriminazione. 

A miglia di distanza a Madrid abita Agneseche, giorno per giorno, sul posto di lavoro, si rifugia nelle stesse bugie di Marisol.

" Mi hanno consigliato di tacere che sono lesbica, perché essere maestra e stare con i bambini piccoli avrebbe potuto pregiudicarmi. E cominci ad ignorare, nascondere e mentire. Al punto che quando vuoi uscire da tutto questo ti rendi conto che è troppo grande e che sarebbe ridicolo smentire" ha dichiarato Agnese.

Lesbofobia

Così si chiama la discriminazione omofoba e sessista contro le lesbiche. Anche se di solito proviene da una istituzione o da una persona, esiste anche la lesbofobia interiorizzata, che è la discriminazione che sente una lesbica rispetto a se stessa e verso quelle con le quali condivide l'orientamento sessuale.

La lesbofobia che uccide

Il 2011 ha lasciato un record di varie ferite. Diversi episodi di lesbofobia sono accaduti nel mondo.

A luglio, cinque lesbiche furono picchiate ed insultate da un gruppo di ragazzi che volevano rimorchiarle.Incapaci di sopportare il rifiuto a causa dell'orientamento sessuale delle ragazze, i giovani le insultarono gridando: puttane... e a colpirle in una stazione della metropolitana di Washington.

Alla stessa data, a Jaén,un altro uomo aggredì una donna lesbica. In questo caso era un padre che colpì con un bastone in strada, la figlia di 19 anni,perché non accettava il suo orientamento sessuale. La giovane riportò diverse ferite sul braccio e sulla schiena ed una bruciatura al piede perdendo una scarpa, mentre cercava di s-fuggire ai colpi del padre


Tre mesi dopo,una coppia di lesbiche adolescenti che si baciava nella piazza del Ducato di Charleville-Mezieres, città francese, fu presa a pugni da un gruppo di ragazzi che, mentre le insultava le prendeva a calci sul marciapiede. Giorni dopo, per protesta venne organizzata una manifestazione di bacio LGBT sul posto.


Nel mese di dicembre,Kristen Cooper, una universitaria del Texas, fu pestata da due uomini. Il motivo? Lo stesso di quello di prima: il suo essere lesbica. Fu brutalmente aggredita ed insultata dopo una festa di amici. alla quale aveva partecipato.

" Nelle aggressioni di lesbofobia - rileva la sociologa e ricercatrice Margarita Castaños - è evidente la paura e la confusione di chi non accetta la differenza, di chi teme la differenza  e che le cose non siano così come sono radicate nella sua testa. Questa paura si manifesta sotto forma di cieca ira. Sono mentalità pochissimo flessibili ed empatiche".

Quando la lesbofobia va oltre fino a far rischiare la vita di una donna lesbica, è ri-conosciuta come crimine di odio, concetto che comprende quei delitti il cui motore è l'intolleranza razziale, etnica,di identità di genere,dell'orientamento sessuale, di religione,nazionalità e appartenenza politica.

Odio

L'odio fu quello che spinse ad aprile, José Avilés a suonare al campanello della casa di Norma Hurtado, di 24 anni, compagna della figlia di 18 anni, con un fucile di caccia carico. Non gli piaceva che sua figlia fosse lesbica. E ancor meno che avesse una relazione. Non appena Norma gli aprì la porta,la uccise insieme alla madre di 57 anni.

" Ti dimostreremo che sei una donna"

A dicembre, l'organizzazione Human Righ Watch ha pubblicato il suo rapporto di 93 pagine intitolato: " Ti dimostreremo che sei una donna. Violenza e discriminazione contro lesbiche e trans-gender nere". Attraverso 120 interviste, il rapporto sottolinea l'alto livello di violenza alla quale sono sottoposte le lesbiche nelle diverse regioni del Sud Africa.

" Camminavo di ritorno dal club. Quattro uomini mi hanno violentata. Ho gridato. Mi hanno detto: Vogliamo solo dimostrarti che sei una donna. Hanno pensato che fosse colpa mia. Hanno pensato che qualche volta li ho provocati nel dire apertamente che ero lesbica. Questo è quanto. Essi credono che le donne dovrebbe [solo]stare con gli uomini".
E' la testimonianza di Puleng, 23 anni, che si racconta nel rapporto. Questi atti rimangono spesso impuniti, perché la polizia non risponde in modo efficiente. secondo gli intervistati, la polizia è solita reagire con burle e molestie di fronte a queste denunce.

"Quando sei una lesbica(...) non puoi andare dalla polizia. Una lesbica più grande di me che fu violentata. Il suo caso non fu preso sul serio. Qualcuno mi vuole violentare perché sono lesbica. Mi viene voglia di chiudermi dentro (...) La mia amica sta da sola, lo sanno tutti. Chiaro che [gli uomini del quartiere] stanno progettando qualcosa. Solo che il giorno non è ancora arrivato" Questa è una parte della testimonianza di Nombeko,18 anni.

Discriminazione, insulti, abusi, percosse, stupri e omicidi. Armi che utilizza la lesbofobia per punire alle dissidenti dell'eterosessualità obbligatoria. Ferire una donna e in quella ferita,ferire il lesbismo.

" Non esistono - conclude la sociologa Margarita Castaños - ricette magiche per lottare contro la lesbofobia. E' una questione di tolleranza e flessibilità di fronte alla differenza. Ciò si raggiunge attraverso l'educazione durante l'infanzia, anche con messaggi positivi delle istituzioni che hanno il controllo e sono referenti del pensiero.  Anche la normalizzazione è un fattore importante. Poter vedere e già incorporare in qualcosa di quotidiano e normale.Ciò che dovrebbe essere condannabile è l'omofobia. Io sono ottimista. Le cose stanno cambiando. E' una questione di tempo. Molto o poco, dipende dal paese. Tempo, visibilità, educazione e forza. Molta forza".


Mirales

(traduzione di Lia Di Peri)

sabato 14 gennaio 2012

Discriminate ed invisibili : la salute lavorativa delle donne in Europa

L'Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e l'Istituto Sindacale Europeo ( ETUI) concordano nell'incorporare la prospettiva di genere nelle ricerche sanitarie sul lavoro, nelle valutazioni dei rischi e nelle politiche preventive. L'ETUI rileva inoltre l'esistenza di un modello discriminatorio nel riconoscimento delle malattie professionali.

L'occupazione femminile nell'Unione Europea è arrivata nel 2010 al 58% delle donne tra i 15 e i 64 anni contro il 70% tra gli uomini - secondo Eurostat. Siamo di fronte ad un meracato del lavoro chiaramente discriminatorio. La segregazione lavorativa per settori è un fatto: nel 2008 il 61% delle donne lavorava in sei settori (sanità, pubblica amministrazione, commercio al dettaglio,servizi alle imprese,istruzione e alberghi-ristorazione). la discriminazione salariale-guadagnare meno svolgendo lo stesso lavoro degli uomini- colpisce il 18% di queste donne. E la divisione dei compiti domestici  è altrettanto discriminatoria: in tutti i paesi europei, le donne dedicano più tempo al lavoro domestico non retribuito.Il pregiudizio di genere nel lavoro domestico è così importante che anche se gli uomini lavorano più ore fuori casa, se sommiamo il lavoro retribuito e quello non retribuito, le donne europee lavorano in media,30 minuti in più al giorno, rispetto agli uomini.

Esposizione a rischi

Ma in quali condizioni lavorano le donne e come sono colpite nella salute? La risposta non è facile, dato che né le valutazioni dei rischi né le statistiche ufficiali incorporano un'analisi  differenziata per sesso;tuttavia ci sono dei dati per affermare che esistono esposizioni che necessitano un trattamento differenziato.
Per esempio, quando EU-OSHA esamina gli infortuni sul lavoro con una prospettiva di genere, osserva che seguono modelli differenti: mentre negli uomini gli infortuni sono più numerosi, ma diminuiscono con l'età, nelle donne si mantengono stabili nelle differenti fasce di età. EU-OSHA raccoglie uno studio esplorativo di Eurostat che rileva che gli infortuni più comuni tra le donne sono gli scivoloni, le inciampate e cadute (29%) e si rammarica che Eurostat non calcola gli infortuni lavorativi verificatisi nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nel settore salute, perché in questi settori si concentra più del 45% delle donne occupate in Europa.
In quanto all'esposizione a rischi  ergonomici, sia l'EU-OSHA che l'ETUI sollevano la necessità di incorporare nuovi criteri di valutazione, che permettano di riflettere problematiche tipicamente femminili come l'esposizione a vibrazioni nell'industria manufatturiera che colpisce il 30% delle donne occupate, la realizzazione di movimenti ripetitivi o del sollevamento di persone (attività di cura e di assistenza sanitaria). Per esempio, nel caso del sollevamento di carichi, molto più uomini ( 43%) che donne ( 25%) debbono spostare carichi pesanti nel lavoro. Tuttavia, quando si tratta di sollevare o spostare persone, la prevalenza del rischio è molto più elevata nelle donne (11%) che negli uomini ( 5,8%).
La diseguale distribuzione per sesso delle malattie professionaliriconosciute,incluse nel rapporto dell'ETUI,indica la necessità di politiche di prevenzione con una prospettiva di genere.Per esempio,il tunnel carpiano è fondamentalmente una lesione femminile: il 67% delle persone che ne soffrono sono donne,la tendinite del gomito e la tenosinovite della mano e del polso - un'infiammazione del tendine e del tessuto che lo ricopre - sono inoltre prevalenti più nelle donne che negli uomini.

Nell'esposizione al rumore, secondo l'EU-OSHA,si dovrebbero rivedere i criteri di valutazione. Anche se l'esposizione al rumore nell'industria colpisce massicciamente gli uomini,in occupazioni come l'insegnamento, la ristorazione, i call center o i reparti del pronto soccorso,le donne sono esposte ad elevati livelli i rumore che provocano ronzio alle orecchie e disturbi nella voce per la necessità di aumentarla. Livelli di rumore medio ed alto sono legati alle malattie circolatorie e allo stress lavorativo.

In termini di esposizione ai rischi psico-sociali,i rapporti provenienti da diversi paesi situano le donne come un gruppo particolarmente esposto. Per esempio, uno studio realizzato in Germania ha dimostrato che le donne sono più esposte (67,4%)degli uomini (59,2%) ad alte esigenze psicologiche come quello di fare due lavori contemporaneamente. D'altra parte, un recente rapporto dell'ISTAS, con un campione rappresentativo della popolazione attiva impiegata in Spagna,dimostra che le donne sono in una situazione peggiore rispetto agli uomini -tra i 7 e i 5 punti percentuali di differenza - nell'esposizione alle alte esigenze cognitive (attività complesse) e basse possibilità di sviluppo. Lo stesso lavoro ha dimostrato un pregiudizio di genere in quanto alla necessità di nascondere le emozioni: il 44% delle donne sono costrette a nascondere le proprie emozioni sul lavoro rispetto al 36,7% degli uomini.

EU- OSHA ritiene che l'esposizione delle donne a sostanze pericolose continua ad essere uno dei campi che richiedono uno sforzo maggiore di visibilità dei rischi: " Sappiamo che le donne sono la maggioranza  nei settori che sono in contatto  con sostanze infettive e chimiche nocive per la salute,ma queste esposizioni sono state spesso trascurate".
Il rapporto EU-OSHA raccoglie una tabella completa che collega  sostanze pericolose  con settori, circostanze di esposizione e attività. Ci sono settori dove la maggior parte dei lavoratori sono donne, che sono particolarmente esposte a rischi chimici come l'industria del lavaggio,tintoria,industria ortoprotesica, arti grafiche, laboratori, parrucchierie, sanità o manifattura tessile. Esistono anche studi che indicano che la metabolizzazione delle sostanze chimiche sia differente negli uomini e nelle donne e quest'ultime siano più colpite a basse dosi di esposizione.

Meno segnalazioni e minor riconoscimento.

Sul riconoscimento delle malattie professionali continua una visione chiaramente maschile, viene constatato tanto dal rapporto dell'EU-OSHA quanto dalla ricerca realizzata dall'ETUI dei diversi paesi. Nel 2007, tra le malattie lavorative riconosciute in Europa, un 38% colpivano la donna e un 62% l'uomo,il che sugnifica che c'è una differenza tra i sessi di 24 punti percentuali secondo l'Eurostat. Si tratta di un problema di segnalazioni o di riconoscimento? Dal rapporto dell'ETUI si evince che si tratta di entrambi le cose, ma con diversi modelli nei differenti paesi.

Davanti all'impossibilità di disporre di dati aggregati per l'Europa che permettano di comparare segnalazioni e riconoscimento delle malattie professionali, la relazione di Daniela Tieves per l'ETUI ricorre alle nalisi dei diversi paesi.

In Germania, per esempio,si osservano grandi differenze tra le malattie professionali segnalate per gli uomini e le malattie professionali segnalate per le donne, sempre a favore degli uomini. In Danimarca succede il contrario: le donne segnalano più malattie che gli uomini. Tuttavia,in entrambi i paesi le malattie segnalate dagli uomini sono più riconosciute rispetto a quelle segnalate dalle donne.

Tra i paesi presi in esame vi è uno solo che riconosce in egual misura le malattie segnalate dagli uomini e quelle segnalate dalle donne, ed è l'Italia, dove ad entrambi i sessi viene riconosciuta circa il 30% delle malattie segnalate, ma in questo caso le differenze nella segnalazione sono più notevoli: gli uomini segnalano tre volte più delle donne.

Un'analisi più dettagliata di queste differenze suggerisce che il problema del riconoscimento ha a che fare con il tipo di malattie che si segnalano: per esempio, le perdite dell'udito, segnalate più dagli uomini vengono riconosciute di più che le malattie della pelle segnalate dalle donne.
Secondo ETUI,ciò che sta accadendoè che il sistema di riconoscimento e compensazione delle malattie è stato concepito in un epoca nella quale la partecipazione dei sessi nel mercato del lavoro era molto diseguale e si tratta di un sistema malfunzionante per entrambi i sessi - si riconoscono molto meno malattie di quelle segnalate - ma in misura maggiore per le donne.

amecopress.net

(traduzione di Lia Di Peri)







venerdì 13 gennaio 2012

" E' il momento ideale per il femminismo islamico"

Garazi Mugertza

Intervista a Asma Lambaret

 Asma Lamrabet è nata a Rabat ( Marocco) dove risiede attualmente e lavora presso l'Ospedale universitario Ibn Sina. Medico ematologa è autora di diversi libri e articoli ed è una rappresentante di spicco del femminismo islamico. Inoltre è anche presidente del GIERFI ( Gruppo Internazionale di Studio e Riflessione sulla Donna nell'Islam) e direttora del Centro Studi Femminili nell'Islam.


In piena rivoluzione araba, Asma Lambaret ha girato vari luoghi per parlare sul femminismo islamico,un movimento sempre più esteso tra le donne mussulmane. Nell'intervista concessa alla rivista GARA, smantella il discorso dell'Occidente sulle donne e l'Islam.

 - Su quali concezioni si basa il femminismo islamico?
Il femminismo islamico è il femminismo come lo conosciamo nel resto del mondo, con principi universali, che rivendicano libertà, emancipazione e dignità per la donna. E' islamico perché si riferisce ad uno dei principi propri della nostra cultura in relazione al messaggio spirituale che contiene l'Islam. A questo proposito vorrei chiarire due cose. La gente quando sente i termini femminismo e islam insieme,rimane imbarazzata e si chiede il perché del femminismo e l'islam, dal momento che l'islam è visto come una religione discriminatoria nei confronti della donna. Ciò che voglio chiarire è che quando parliamo di religione,parliamo di un sistema, di un'ideologia religiosa e di un'istituzione religiosa, però dentro tutte le religioni c'è un messaggio spirituale. Ciò che ha portato alla discriminazione della donna sono le istituzioni religiose e il sistema religioso, non il messaggio. Noi vogliamo rivendicare i diritti a partire da questo messaggio spirituale e lottare contro le istituzioni religiose, che sono quelle che hanno fatto una lettura patriarcale del messaggio spirituale.

Alla domanda del perché femminismo islamico e non semplicemente femminismo, devo sottolineare che esistono diverse correnti femministe. Non venitemi a dire che il femminismo occidentale è un femminismo monolitico, che c'è  un solo  femminismo, unico, perché non è vero. Dentro il femminismo ci sono differen ti modelli e anche principi universali che tutti condividiamo. Bisogna saper distinguere tra modelli e principi. I principi universali sono la lotta per l'emancipazione della donna, per la dignità e per l'uguaglianza. Ecco perché come esiste il femminismo radicale, il femminismo degli Stati Uniti o il femminismo nero, esiste anche il femminismo islamico. L'Islam e la donna mussulmana sono così stereotipati, che è difficile capire come una donna mussulmana rivendichi i suoi diritti a partire dalla sua tra virgolette, religione.

- Come nasce il femminismo islamico?
Come movimento è relativamente nuovo e plurale, non c'è un unico femminismo islamico, in quanto esistono diverse correnti. Così, per esempio, vi sono correnti femministe islamiche che non vogliono chioamarlo " femminismo" perché ha una connotazione negativa occidentale. Quando sono in Europa, dichiaro che rivendico il mio femminismo, perché so che la gente capisce questo, ma quando sono nel mondo arabo lo dico in altro modo per non scontrarsi o traumatizzare. E' una questione di concetto,non di principi e ciò deve essere rispettato.
Questo movimento è nato negli anni '90, ma non è un movimento nato in una sola parte del mondo. E' nato in Egitto, ma anche in Iran, Marocco, Tunisia, senza dimenticare i paesi più grandi del mondo mussulmano: Indonesia e Malesia, dove c'è un movimento molto importante del femminismo islamico. Ha anche preso corpo nelle comunità islamiche di altri paesi come, per esempio,  negli Stati Uniti, dove le donne hanno  istruzione superiore.
Sebbene è nato negli anni '90, non ha fatto nulla: è la continuazione del femminismo nazionalista che ebbe molta importanza tra gli anni '40 e '50 nel quale le donne combatterono fianco a fianco con gli uomini per la decolonizzazione. ma dopo l'indipendenza, furono emarginate e il femminismo nazionalista rimase assente. negli anni '50 nacque il femminismo laico che non aveva nulla a che fare con la religione, perché era l'epoca del marxismo e della sinistra radicale. Il femminismo laico non diede frutti perché il popolo arabo è un popolo che fonda le sue radici nell'islam, che costituisce una memoria, una storia, una secolare esperienza che la gente non vuole abbandonare. La generazione più giovane che ha continuato e avuto accesso allo studio dell'islam, ha visto che tutto quello che dicevano le femministe laiche non era del tutto vero,che la lettura che le istituzioni hanno fatto dei testi sacri,tutti controllati dagli uomini sono responsabili della marginalizzazione della donna.

Qual è la situazione attuale?
Le donne hanno cominciato a rileggere i testi sacri e si sono resi conto che  è presente un messaggio spirituale, che, contrariamente a quanto si dice, è liberatorio e liberato le donne. E 'liberatorio ed emancipatorio. Ecco perché ora le donne hanno argomenti religiosi per contrastare i mullah e imam che sostengono il contrario.


 - Cosa pensa il movimento femminista islamico della sharia ?
Quando si parla della sharia, la gente  si spaventa e pensa a un codice penale per tagliare le mani e lapidare le donne. Ma la Sharia non esiste nel testo sacro. Il Corano parla della sharia come regola, come guida. Letteralmente, la sharia parola significa "via". Il messaggio spirituale del Corano dice: "Ti offro una via ." La via è un percorso, un'etica da seguire e non c'è nulla nel Corano che si  chiami sharia che si riferisca alla punizione corporale. Solo il 3% del Corano parla esclusivamente di punizione, ma deve essere letto bene. Nel Corano appaiono solo taglio della mano del ladro e frustare l'uomo o la donna sorpresa in adulterio, la lapidazione non esiste è  pre-islamica, una tradizione giudaica. Ma, come ho detto, è necessario leggere bene, poiché per tagliare la mano del ladro dovremmo essere in una società ideale in cui non ci siano poveri che hanno  bisogno di rubare. Cioè, è una metafora piuttosto che una punizione vera e propria. Inoltre, tenete a mente che prima esistevano solo punizioni corporali, senza prigioni o qualcosa di simile, e questo versetto dovrebbe essere analizzato tenendo conto di questa situazione. In breve, lo scopo di questo versetto è che laddove c'è giustizia, non ci sono poveri che abbisognano di rubare. Per quanto riguarda la flagellazione, la cosa importante è dire che  per frustare l'uomo o la donna  c'è bisogno di quattro testimoni che hanno assistito all'atto sessuale. Cosa significa questo? Che è impossibile dimostrare l'adulterio. Questo, nel Corano,ha svolto una funzione  pedagogia per educare il popolo arabo, che era un popolo  primario-tribale a rispettare l'intimità altrui. Però si è fatta lettura patriarcale  e le  istituzioni hanno deciso che in tutto il Coranosia questa il 3%. Ciò deriva dalla cultura wahabita, che è un'ideologia dell'Arabia Saudita. Tutta ideologia estremista radicale religiosa proviene da questo paese. L'imam e i mullah parlano dell'Islam e il popolo arabo musulmano, che è di solito molto analfabeta, credono a quello che dicono perché quelli  hanno i mezzi e il denaro per diffondere il loro messaggio: sono come il papa. Questo è il grande problema. Naturalmente, non riconoscono il femminismo islamico e ci accusano di essere traditrici e occidentaliste.


 - Come le rivolte arabe interessano il movimento?

Penso che sia il momento ideale per il femminismo islamico. Sono molto contenta perché abbiamo visto le donne che non erano riconosciute, che avevano trascorso anni di lavoro per la rivoluzione. Il fatto che il premio Nobel è stato dato ad una  rivoluzionaria yemenita, giornalista, sconosciuta, povera, madre di tre figli ... che è scesa in strada a parlare in un microfono, chiamando gli uomini e le donne a combattere.

Sono molto felice di dare dei premi a giovani donne come lei che ne hanno bisogno (...) O in Egitto, quando la prima donna ha scritto in un blog chiamando uomini e donne a uscire in strada continuando a farlo tutti i giorni.

Sono felice di vedere queste donne che escono. E ci sono milioni di donne come esse. Sono ottimista sulla rivoluzione araba perché sono uomini e donne che non hanno nessuna ideologia. Si tratta di un movimento spontaneo il cui unico obiettivo è la libertà, l'onore e la dignità. Questi sono i tre slogan che abbiamo visto in tutti i paesi.

- E la tendenza islamista alle elezioni, dopo le rivolte?

Il problema è che quando i giovani hanno vinto, arrivano le elezioni e la maggior parte dei partiti  che si presentano sono stabiliti dallo Stato despota. Gli unici che erano lì, che avevano una qualche verginità politica, perché sono sempre stati all'opposizione od oppressi  sono gli islamisti e così la gente non aveva scelta, non volendo votare sempre per gli stessi ha votato per gli islamisti. Questa è una ragione, ma non l'unica, perché non dobbiamo dimenticare che l'Islam è ancora un riferimento indispensabile. La domanda è: quale sarà il progetto di questi partiti islamici. Non credo che abbiano  un particolare progetto sociale,hanno fatto opposizione per opposizione, ma non hanno un discorso moralizzatore,non  hanno un progetto di riforma, porre le  fondamenta reali della democrazia. Posso sbagliarmi, il futuro lo dirà.

"Il velo è una questione tra Dio e me"

 - In Occidente si tende a mostrare il velo come un esempio di oppressione della donna nella religione islamica. Qual è la sua opinione su questa valutazione?

Il velo non è culturale, o politico o ideologico, né significa una sottomissione agli uomini. E 'una convinzione personale che è legata alla fede. Il velo è menzionato nel Corano una sola  volta e in modo sottile, come una semplice raccomandazione nel comportamento etico di decenza e si riferisce a uomini e donne. Il problema è che un discorso islamico sessista e patriarcale  ha fatto di questo unico versetto il principio fondamentale di come deve essere una musulmana. Io come persona indipendente, libera e musulmana ho il diritto di decidere quello che voglio indossare e tutti devono avere questo diritto. Il velo è qualcosa tra Dio e me. Ma l'Occidente vive questa molto male e non è stato in grado di comprendere tutte queste diversità. Il divieto del velo va contro il diritto della donna sul loro corpo. Io critico allo stesso modo coloro che usano il corpo nudo della donna per la pubblicità, che i radicali musulmani che vogliono che  la donna vada coperta da cima a fondo e lasciarla invisibile.

 - Quali sono le priorità della vostra lotta?

La nostra lotta è focalizzata verso il raggiungimento della parità tra uomini e donne in tutte le sfere della vita politica, sociale e legale. Ci sono stati personali un po 'ovunque nel mondo arabo musulmano nei la donna è ancora minorenne, a livello legale con contraddizioni enormi. Per esempio, in Arabia Saudita, una  donna può essere direttora di una società finanziaria, ha tutti i media che vuole, ma, tuttavia, non ha permesso di viaggiare senza il marito, e se non ha marito non può viaggiare senza  suo figlio, anche se è minore di 14 anni. Né ha il diritto di guidare. D'altra parte, le riforme attuate in Tunisia sono molto positive quantunque non sufficienti se a sua volta non si riforma l'istruzione, perché il popolo la interpreta come antislamica. Bisogna cambiare  le mentalità e l'educazione.

(traduzione di Lia Di Peri)


giovedì 12 gennaio 2012

Simone, 104 anni di femminismo

da Marianny Sánchez

" Non si nasce donna,lo si diventa" dichiarò nel 1949 nella sua opera più importante : Il secondo sesso. Precursora del cosiddetto femminismo della seconda ondata, la filosofa francese Simone de Beauvoir aveva compreso giovanissima  la necessità di liberarsi dei conservatori valori borghesi perché l'autonomia delle donne si realizzasse.

A 104 anni dalla sua nascita - il 9 gennaio 1908 - l'impegno politico e di genere che ha guidato sia il suo lavoro che la sua vita, continua. Ancora oggi la sottile efficacia del sistema patriarcale rappresenta un ostacolo per la pari oppoertunità tra i sessi.

Le cifre lo dimostrano. Secondo i dati forniti dall'Organizzazione delle Naxzioni Unite, il 70% fri poveri del mondo sono donne e i due terzi dell'analfabetismo mondiale ha il nome di donna.

Allo stesso modo, le donne rappresentano un terzo della forza lavoro del pianeta,e rappresentano i quattro quinti del lavoro informale.Tuttavia, solo il 10% accedono ai conti (economici)globali  e meno dell'1% alle poprietà

Fedele seguace del patrimonio filosofico di Friedrich Engels, l'opera della Beauvoir ritorna e allo stesso tempo denuncia i limiti  di una delle idee esposte da questo  rivoluzionario tedesco: " La prima e fondamentale forma di lotta di classe è l'antagonismo tra i generi"
Lo scopo di dimostrare l'artificiosità di questo antagonismo tra uomini e donne per raggiugere la giustizia, fu il motivo che. per anni, alimentò la scrittura di uno dei saggi più importanti del XX secolo e testo fondante del femminismo contemporaneo, Il Secondo Sesso.

In esso, l'autora contrasta l'argomento dominante dell'epoca, secondo il quale, citando Sigmund Freud - la biologia è destino.

Con precisione investigativa e argomentativa, la Beauvoir distrugge ogni concetto di immanenza biologica che determina la femminilità o la mascolinità.  
E' l'esperienza vissuta,il patrimonio storico - afferma - che struttura le conoscenze degli uomini e delle donne e, quindi, il differente modo di sperimentare il mondo.
Il sesso - come concetto latente di genere - non è per l'autora il marchio differenziale che la natura inscrive nei corpi mediante la genitalità: è l'insieme delle caratteristiche economiche, politiche, sociali e argomentative che attraversano l'esistenza delle donne - e deifferentemente - degli uomini - la cui interiorizzazione le relega ad occupare il secondo posto del tessuto sociale.

" (...) Ciò che esiste concretamente non è il corpo - oggetto descritto dagli scienziati, ma il corpo vissuto per il soggetto. La femmina è una donna nella misura in cui si vive come tale" afferma la filosofa.
La sottomissione delle donne da parte degli uomini costituisce, poi,un fenomeno non naturale e non quantitativo che è stato giustificato come conseguenza della razionalizzazione delle differenze fisiologiche tra i sessi.

Che cos'è una donna? e inoltre, è davvero inferiore la donna? sono due delle domande alle quali aspira dare risposte Simone de Beavoir nella sua opera. Per questo ricorre ad Hegel e al suo concetto dinamico dell'essere " è fatto così come lo vediamo manifestarsi" Così in quanto dinamico e storico, l'essere è malleabile e mutevole secondo le possibilità esistenziali che offre la realtà.

Il presunto carattere di sesso inferiore della donna non si deve allora al suo essere, ma alla limitazione delle possibilità imposte dal sistema ideologico, sociale, economico e politico dominante, che frena la sua capacità di trascendenza, la tiene prigioniera.

Al momento della pubblicazione del saggio, la lotta femminista aveva perso molto della sua forza. Il periodo tra le due guerre mondiali aveva significato il declino del femminismo: era in un certo senso morto di successo, avendo conquistato il  diritto al voto e l'istruzione superiore, molte donne avevano abbandonato la militanza o più semplicemente avevano sottomesso la causa femminsta ad una battaglia riformista del sistema economico. Ritornava allora alla domesticità obbligatoria, propria del nazismo, i cui danni si replicavano anche dopo la caduta del regime.

Il Secondo sesso ossigenò il femminismo del dopoguerra,offrendo con un discorso di rigorosità analitica, filosofica, e scientifica, che ha permesso, partendo da lì di costruire la Teoria di Genere, ramo accademico che ha reso possibile non solo la messa in discussione delle iniquità tra uomini e donne, ma anche il disegno di politiche pubbliche con l'integrazione di genere e l'applicazione delle cosiddette " azioni positive",  misure elaborate dagli Stati per garantire la partecipazione delle donne agli spazi di potere e governabilità.

La militanza politica di sinistra con la quale si impegnò Simone de Beauvoir non fu che un conseguenza logica del suo impegno come intelletuale e rappresentante di un femminismo che non era arrivato ad dichiararsi fino al 1962.

Mantenne  sempre comunicazione costante con i movimenti socialisti e comunisti internazionali ed sottolineò la necessità di superare il modo di produzione capitalista per liberare le donne dal giogo economico che le teneva legate agli uomini con rapporti dispotici.

Come militante riconobbe la necessità di rendere l'esplicito il disagio delle donne e aprire il dibattito sul sistema patriarcale nella sfera pubblica,non di elite illuminata, ma di massa. Per questo nel 1977 fondò e assunse la direzione della rivista Questions Féministe ( Questioni Femministe), pubblicazione pioniera in materia e una delle più importanti ancora oggi.

Nella sua veste di romanziera è stata sempre presente una critica alla società borghese e una messa in discussione dell'idea egemonica della femminilità. L'ospite, I Mandarini, Tutti gli uomini sono mortali, La donna spezzata sono alcuni dei titoli che sottolineano questa tematica.

Come saggista ha pubblicato anche i testi " Il pensiero politico di destra, L'esistenzialismo e la morale del popolo, Per una morale dell'ambiguità, La vecchiaia, ecc.

Il pensiero della Beauvoir ha alimentato le elaborazioni teoriche di autore significative come Monique Wittig e, più recentemente, di Judith Buttler.

Simone de Beauvoir morì a Parigi, il 14 aprile del 1986. Sulla  sua tomba si trovano lettere delle femministe di tutto il mondo che la riconoscono come mentore e guida nella lotta al sistema capitalista e patriarcale, che iscrive  ancora oggi a lettere di fuoco, la sua sceneggiatura sui corpi delle donne.


traduzione di Lia Di Peri


martedì 27 dicembre 2011

Si chiama FEMMINICIDIO

 non "delitto passionale".






LUTTO PER STEFANIA: COMPAGNA, VITTIMA DEL SESSISMO

 http://www.officinarebelde.org/spip.php?article638

 

 

 







Daniel Rey Piuma : Il fotografo della morte

Le 130 scarne fotografie sui " voli della morte" e i documenti dei servizi segreti dell'Uruguay consegnati pochi giorni fa dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani al giudice federale argentino, Jorge Torres, non sono solo un caso. Il materiale trovato dal segretario della Commissione,Santiago Canton, esiste perché trent'anni fa il marinaio Daniel Rey Piuma disertò e denunciò al mondo la verità sui corpi "apparsi" lungo la costa uruguayana.

Daniel Rey Piuma è tuttora esule in Olanda. Solo sette volte è tornato nel suo paese da quell'ottobre del 1980, quando, con centinaia di negativi cuciti dentro i vestiti attraversò la frontiera con il Brasile e lasciò una madre, una famiglia, una vita. La sua testimonianza fu pubblicata in un libro ' Un marinaio accusa', che commosse le organizzazioni internazionali dei diritti umani con la sua documentata denuncia su ciò che era accaduto nel Rio della Plata.

Nel 2007 Rey Piuma si recò a Montevideo per testimoniare davanti al giudice Luis Charles e alla procuratora Mirtha Guianze nel processo dei " terzi trasportati" che portò in prigione  il dittatore Gregorio Alvarez, il capitano della nave Juan Carlos Larcebeau ed  alla fuga di Jorge Triccoli. Nella sua testimonianza Rey Piuma spiegò  l'uso sistematico della tortura usata in Marina e indicò i nomi dei principali responsabili che per la maggior parte non sono stati ancora processati.

Rey Piuma aveva lavorato tra il 1977 e il 1980 presso la Direzione dell'Intelligence della Prefettura Nazionale Navale(Dipre) e aveva raccolto documenti e prove sulla verità di quei corpi che il mare aveva ridato e che le autorità della dittatura uruguayana ( che collaborava con quella argentina) presentava come persone di origine asiatica organizzatrici di un ammutinamento in pescherecci in oltremare.. un ammutinamento che, a quanto pare, si pèrotrasse per anni.

Nella sua denuncia, Rey Piuma, accusa gli ufficiali  più il personale subalterno.
Tutti questi potranno essere coinvolti prossimamente in un processo per tortura che presenteranno le vittime.


In contatto con l'Olanda

la voce di Rey piuma è angosciata. Ci siamo scambiati messaggi su Internet ed ha accettato di rendere pubblico ciò che ha provato quando i mass-media internazionali hanno mostrato le immagini della documentazione fornita dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) consegnata al giudice Torres di Buenos Aires.
Un pò di rabbia per l'ignoranza sull'origine di questo materiale, ma ancora più rabbia per il tempo trascorso, quando tutto era già stato archiviato in Uruguay... e un pò di speranza per coloro che hanno sofferto in tutti questi anni.

Da quanto tempo aspettavi questo momento?

Da tanto... dal settembre del 1977,sottraendo e copiando documenti, registrando le torture,conducendo una doppia vita tutto il giorno. Nell'ottobre del 1980 scappai dal paese. Ho trascorso tre mesi in Brasile cercando di sfuggire ai servizi segreti argentini, brasiliani, uruguayani. Sono arrivato in Olanda il 22 dicembre del 1980,invitato dalla corona olandese.

Nel gennaio del 1981 ho comprato la mia prima macchina da scrivere ed ho cominciato a battere il mio rapporto in una città chiamata Berg aan Zee, nel nord dell'Olanda. Nel marzo dello stesso anno ho lavorato  con Amnesty International, a Londra e con la Colarch a Bruxelles. attraverso incredibili e complicate trame ho presentato finalmente la mia relazione nel novembre del 1982 alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.

La tua denuncia ha avuto un grande impatto internazionale, poi...
Prima di quel momento avevo lavorato anche con il Sijau e con la lega dei giuristi democratici e altri. Il presidente della CIDH dichiarò nella sessione plenaria della Commissione, che il mio rapporto era la documentazione più completa e minuziosa finora ricevuta. Poi, alla fine della sessione, in una conferenza stampa, vennero dei teppisti armati che mi minacciarono di morte. Da allora, mi sono sempre guardato le spalle, così come un profugo, incluso soffrire di malattie.

Ho pensato, ingenuo come sono, che alla fine della dittatura, la macchina della giustizia si sarebbe messa in moto. Nel 1987, per intervento di Raul Sendic è stato pubblicato il mio libro. Non v'era altra intenzione che quella di stimolare affinché si indagasse sulle torture nella marina uruguayana e sull'origine di quei corpi trovati lungo le coste del nostro paese. Dopo una carriera professionale piena di successi - il direttore dello studio grafico più grande di Amsterdam, docente presso la Facoltà di Utrech- mi fece iniziare una terapia con vari psicologi che mi diagnosticarono un PTS ( Post Traumatic Stress Syndrome). Fino ad ora...
 

- Il tuo ritorno in Uruguay è stato quasi clandestino

In 34 anni sono stato in Uruguay solo sette volte, tre delle quali attraverso altri paesi e, ogni volta, che ritorno nel mio paese devo essere armato.

- Pochi anni fa hai viaggiato e testimoniato davanti alla giustizia uruguayana nella causa per la quale è ora in carcere Goyo Alvarez, adesso, il tuo rapporto davanti alla Commissione Interamericana è stato consegnato in mano alla giustizia argentina. Non erano questi gli obiettivi?

 
Tutto quello che sta succedendo in questo momento mi stordisce un pò. Mi dona un pò di speranza, ma allo stesso tempo mi acceca di rabbia e di impotenza. Nessuna delle lacrime versate da mia madre, tre giorni prima della mia partenza, baciandomi i piedi, perché non anadassi in esilio, vale la pena davanti all'apatia e indifferenza di coloro che, conoscendo questi documenti da molto tempo, non hanno mai fatto nulla. Io l'ho fatto per i nostri compagni, per mio zio scomparso, Carlo Arevalo e, perché no, per mia madre.


Cosa ti aspetti che accada adesso?

Spero che i compagni assassinati e le loro famiglie trovino pace.
Spero che non mi facciano visita con tanta frequenza, alcune notti, nella stanza degli ospiti dove mi rifuggio quando sono stanco di scaricare lo zaino e cerco di riposare.
Spero che dopo averli abbracciati e curati durante questi anni - come un padre con i suoi figli, come un fratello maggiore , come una madre gelosa e arrabbiata, li possa lasciare.
Spero che anch'essi mi liberino, affinché io possa per la prima volta nella mia vita,ballare. Non l'ho mai fatto, perché essi non potevano più farlo.
Spero di poter credere che, l'uomo, l'essere umano sia capace di amministrare la giustizia.
Spero che si possa insegnare ai bambini che la giustizia è possibile se noi tutti la vogliamo.
Spero che negli ultimi cinque secondi della ia vita - se sarò cosciente - sia ancora convinto che per tutto ciò che ho vissuto e perduto in questa causa  sia valsa la pena.


elmuertoquehabla.


(traduzione di Lia Di Peri)




denudata e con i seni bruciati dalla fiamma ossidrica