Visualizzazione post con etichetta Femminicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Femminicidio. Mostra tutti i post

mercoledì 1 ottobre 2014

La giovane che non sapeva suonare il pianoforte ( e che fu assassinata da un femminicida).

Dahlia de la Cerda



Sandra ogni mattina si alzava presto, prendeva il caffè e aiutava nei lavori di casa. E’ disoccupata, ma essere disoccupata non vuol dire non essere impegnata. Tutti i giorni Sandra sbrigava i lavori domestici, sebbene siano sottovalutati dal sistema etero-patriarcale, sono lavori non meno degni che essere un bravo sportivo o avere un eccellente rendimento scolastico.
La giovane era diplomata e si era preparata per l’ammissione all’Università, ma non era stata ammessa, nonostante che il Governo avesse dichiarato che nessuna giovane che volesse accedere a un’istruzione superiore sarebbe stata fuori per mancanza di risorse. Sandra non ebbe accesso alle politiche pubbliche d’istruzione e cominciò a cercare lavoro mentre tentava, nuovamente, all’Università di Biologia, Economia aziendale, Storia o Medicina? A chi interessano i sogni di una ragazza che non era un genio nella Fisica né aveva un brillante futuro in Germania? Sandra non sapeva suonare il pianoforte, però aveva sogni, né più né meno validi dei nostri o del femminicida, che l’ha ammazzata il 27 luglio 2013. Sandra che voleva essere una modella, sognava di sfilare sulle passerelle e posare per riviste di moda. Qualche settimana prima, Javier, un ragazzo che aveva conosciuto su Facebook, le aveva promesso un lavoro come aiutante in campo. Sandra non immaginava che questo giovane le avrebbe strappato i suoi sogni, la sua vita e il suo futuro, uccidendola vigliaccamente.

Quel pomeriggio del 27 luglio Sandra uscì da casa a Ixtapaluca nello Stato del Messico. Ixtapaluca è uno dei luoghi più pericolosi per le donne in Messico. La macchina femminicida, i Governi negligenti e la misoginia istituzionalizzata hanno creato le condizioni per cui migliaia di donne muoiono per mano dei figli sani del patriarcato, che considera sua proprietà. Sandra, come ogni guerriera, usciva tutti i giorni da casa, per affrontare la macchina femminicida.
La giovane che non parlava tedesco, ma che aveva dei sogni, prese la metro e durante il tragitto pensò al promettente futuro che la attendeva nel mondo della moda, sognò di potersi pagare un’università privata. L’orologio segnava le 16:00 quando Sandra arrivò alla stazione di Tlatelolco, Javier la aspettava, si abbracciarono come se si conoscessero da una vita. Andarono al cinema e, dopo, a casa di Javier.
La voce di Sandra fu spenta ore dopo l’ingresso in quell’appartamento del decimo piano. Il suo corpo fu smembrato e buttato via come spazzatura. Non abbiamo la sua testimonianza, le sue mete non sono state raggiunte e i suoi sogni non si sono realizzati, perché un machista ferito nell’ego ha deciso di strangolarla a morte.
Javier racconta di aver fatto sesso consenziente, i periti affermano che vi fu stupro. Javier dichiara che dopo il rapporto sessuale, hanno parlato delle loro vite. Il giovane che sapeva suonare il pianoforte, cercò di impressionarla, prospettandole che si sarebbe recato in Germania e che fosse un genio della Fisica.
 QQQueste cose non interessavano la ragazza; lei valutava le conversazioni divertenti, i buoni momenti e non i meriti accademici.  Essere un genio in Fisica ti rende, per caso una persona migliore? Sandra, una giovane allegra e ironica, scherzò sulle arie di grandezza di Javier, un ragazzo sopravvalutato, un ragazzo gonfiato dagli applausi delle sue amiche ed ex fidanzate. Questo fece infuriare Javier. “ Com’è possibile che rida di me?” avrà pensato - Come si permette di burlarsi delle mie medaglie? Sono uno studente modello! Sono un eroe! Chi si crede di essere questa qui?”. Non era frustrazione e non era dolore: era l’ego ferito di un macho, lo stesso ego ferito che usano gli stupratori per giustificare i loro crimini, quando una ragazza dice di no. Nel patriarcato, noi donne, ci siamo per applaudire gli uomini, per ammirarli, per dirgli di sì. E che cosa succede se non vogliamo? E se ci appaiono presuntuosi e ignoranti? Se la loro conversazione è noiosa e vanagloriosa? Se non ci interessano? Allora, ci ammazzano.

 Il giovane che sapeva suonare il piano aveva anche la forza sufficiente per buttare a  terra Sandra con un solo colpo. Javier non solo era un ottimo musicista e studente eccezionale, ma  anche un ottimo sportivo, il che significa che i suoi pugni sono considerati in alcuni contesti legali come arma bianca. Sandra si alzò e forse nel tentativo di difendersi gli ha graffiato il viso, gridandogli arrabbiata che non avrebbe permesso a nessun uomo di trattarla in quel modo. Javier la afferrò per il collo e strinse forte. La promessa della chimica, il quasi di madrelingua tedesca e che non ha un profilo da femminicida – perché dalle nostre letture classiste e razziste, immaginiamo che il femminicida sia brutto, povero e stupido, ha stretto il collo per cinque minuti, poteva lasciarla in qualsiasi momento, cacciarla via dalla sua casa, ma non l’ha fatto: ha stretto forte il collo fino a ucciderla. Come chi, avendo ucciso poco prima una zanzara, cioè senza rimorso alcuno, Javier va a dormire. Il mattino dopo, alzatosi, si prepara a smembrare il cadavere.  Il ragazzo che nel 2006 viaggiò in Germania, rimanendo abbagliato, si è caricato cinquanta chili – fare attività sportiva ha indubbiamente i suoi vantaggi – non voleva però che crimine fosse scoperto ed era impossibile togliere il corpo di Sandra dal suo appartamento senza destare sospetti. Dopo averci pensato un momento, andò in cucina, impugnò un coltello e squartò il corpo di Sandra. I resti della ragazza che voleva essere una modella e andare all’università, furono insacchettati e sparsi in posti strategici, rendendo impossibile la sua scoperta.
Javier fuggì. Per un anno ha vissuto sotto il nome di Carlos. Ha mantenuto la comunicazione con la sua famiglia ed è stato finalmente catturato nel luglio di quest'anno. Nella sua dichiarazione, Javier ha colpevolizzato Sandra di ciò che è accaduto, ha dichiarato che non ricorda che cosa sia successo, perché era fuori di sé.  Non è raro che un giovane, che ha sempre usato un linguaggio corretto, che si è sempre espresso in termini tecnici, faccia appello a un’emozione incontrollabile e avocare la pazzia per attenuare la punizione. E 'probabile che questo genio del patriarcato abbia chiaro che un in un sistema di giustizia che ha creato le istituzioni che permettono la violenza contro le donne, agiti sistematicamente la colpevolizzazione della vittima, deviando l’attenzione dal vero problema: la violenza femminicida esercitata sul corpo di Sandra. La violenza femminicida che ha strappato i sogni di una giovane che voleva diventare una modella.
Il ragazzo che salì sul podio per ricevere la medaglia di bronzo, ha detto che per la gran parte della sua vita ha subito il bullismo, perdendo per questo il controllo di fronte alla burla di Sandra. Javier, però, non ha antecedenti di violenza, il che implica che non era un giovane predisposto alla perdita di controllo, al contrario, le persone lo conoscono come un ragazzo educato e tranquillo. Perché come  Carlos, il nome assunto durante la latitanza non si è mai messo nei guai? Perché non ha mai reagito al bullismo? Perché Javier, non ha alcun problema con l’autocontrollo; Javier è un delinquente che in un esercizio di potere ha ammazzato Sandra Camacho; è un figlio sano del patriarcato. Javier ha ucciso Sandra perché è un femminicida.
Le dichiarazioni di Javier hanno provocato l’empatia degli egemonici mass media, che lo ritraggono come una povera vittima delle circostanze, un giovane che aveva davanti a sé un brillante futuro ma che ha avuto la sfortuna di incontrare una ragazza povera, ignorante, senza aspettative.
Ci raccontano che il pianista non voleva ucciderla, però lei, stronza e senza cuore, non gli ha lasciato scelta.  Viceversa, Sandra è narrata dall’alterità, dalla precarietà, dallo squallore. L’interiorizzata misoginia impedisce di capire che, presentare Javier dalla fragilità, giustificando i suoi atti è colpevolizzare Sandra.
I valori patriarcali e capitalistici, come l’ossessione per il denaro, l’eccessiva ricerca di eccellere e la sopravvalutazione dei meriti accademici fondati sui numeri e l’accumulo delle conoscenze ci porta a credere che, il crimine sia meno crimine se commesso da un genio della fisica. Il disprezzo per chi non è conforme alle qualità socialmente ritenute degne di applausi, ci fa percepire che esistano morti meno compassionevoli di altre. La morte di Sandra non è compassionevole né per il patriarcato né per il capitalismo, perché era una giovane donna che sopravviveva dalla periferia, che lottava dalla precarietà, una giovane espulsa dal sistema educativo e dall’offerta lavorativa, mentre al contempo, il suo femminicidio è ridimensionato perché lui era produttivo, studioso e predominante.
Sandra non ha fottuto la vita a Javier: Javier ha fottuto la vita a Sandra. Il futuro di Javier non fu stroncato, Javier ha stroncato i sogni della giovane che voleva entrare all’università. La vita non ha ribaltato le valutazioni al giovane pianista, il giovane pianista ha rovesciato quelle di Sandra.  Noi donne non siamo responsabili per le violenze che si esercitano sui nostri corpi, però i pianisti, i geni della fisica, i grandi sportivi, i presidenti, i Governi, i mezzi di comunicazione femminicida, sì, sono responsabili di continuare ad alimentare la macchina femminicida.


La Critica

tradotto da Lia Di Peri


mercoledì 4 settembre 2013

La grandezza dell'infamia

Mario R. Fenández



                                                                       





Poche settimane fa è stato pubblicato per un breve periodo, una notizia che mostra la dimensione del genocidio, organizzato dalle classi dominanti canadesi, contro gli aborigeni o delle Prime Nazioni, come loro si definiscono.

 Ian Mosby uno studente di storia nutrizionale, dell'Università di Guelph, in provincia di Ontario, ha scoperto che i/le bambin* della tribù Mi’kmaq del Convitto Shubenacadie (provincia della Nuova Scozia o Shubenacadie Indian Residential School) furono sottoposti tra il 1942-1952 a un esperimento, che consisteva nel negare ai bambini di quella Scuola, la vitamina C e le cure mediche, nel caso in cui questa mancanza - artificialmente e volutamente creata - fosse stato scoperta per non " rovinare " l'esperimento.
Queste sperimentazioni furono compiuti da scienziati del governo federale di quel tempo e applicati in sei degli 80 collegi per i bambini aborigeni canadesi che esistevano tra il 1840 e il 1996. Queste scuole erano strumenti di genocidio culturale e umano, per esse passarono più di 15.000 piccoli indifesi, gestite dalla presunta “ carità religiosa” per lo più cattolica e anglicana. Queste scuole sono state utilizzate per tutti i tipi di abusi di potere nei confronti dei bambini aborigeni inermi, sottoposti a terribili violenze fisiche, sessuali, psicologiche, sterilizzazioni, uccisioni e, come adesso sappiamo a una sperimentazione genocida.

L’esperimento nutrizionale è solo una parte di tutti questi abusi e non può davvero sorprenderci, però aiuta a visibilizzare l’entità del crimine che subirono gli aborigeni canadesi da bambini. Il documento scoperto da Mosby datato 1954, del Dipartimento Nazionale Salute e Benessere firmato dagli scienziati G.F. Ogilvie y L.B. Pett, era intitolato “ Uno studio a lungo termine della supplementazione di acido ascorbico " sui bambini del Convitto di Shubenacadie.  I due ricercatori documentano specificatamente le mancanze di vitamina C, che causarono alla metà dei piccoli partecipanti infermità susseguenti come la gengivite o parandotite.  A un’altra metà di bambini fu dato un supplemento di vitamina C. Lo studio proseguì per quattro anni.
Mosby rileva come la corrispondenza tra i due ricercatori e le autorità in altre scuole provi che gli scienziati volevano assicurarsi che i bambini non ricevessero alcun trattamento medico e che non si interferisse nelle loro diete, per esempio, con un supplemento a beneficio dei bambini.
L’esperimento non chiarì nulla, non vi furono risultati, semplicemente i bambini soffrirono le conseguenze della privazione di vitamina C e pagarono per questa mancanza.
Gli esperimenti con gli esseri umani, inevitabilmente ci ricordano la Fondazione Rockefeller e il suo progetto di Eugenetica, attuato nella Germania nazista sui prigionieri nei campi di concentramento. Sembrava che ci fossimo lasciati il passato alle spalle, che quegli errori non si ripetessero, che esistessero parametri etici di condotta scientifica da attuare.  La scienza e la tecnologia, però, non sempre funzionano eticamente. Gli esempi di sperimentazione con gli esseri umani abbondano, specialmente con le popolazioni povere; molti poveri sono utilizzati per esperimenti medici apertamente e apparentemente legali. Negli Stati Uniti, chi non può permettersi l'assicurazione sanitaria, molte volte, accetta di sottoporsi a farmaci sperimentali delle società farmaceutiche perché sono gratis e riceve qualche cura, piuttosto che niente.


Il figlio di Pett Lionel, uno degli scienziati responsabili dell'esperimento con i bambini aborigeni, intervistato dalla Toronto Star circa la condotta di suo padre, ha difeso la sua reputazione, affermando che suo padre ” stava solo cercando di fare un buon lavoro” nel comprendere gli effetti delle vitamine e dei minerali, garantendo ai canadesi una migliore salute in tempi di grande difficoltà come la guerra e il post-guerra, anche usando bambini e bambine aborigeni, in sostanza prigionieri nei Convitti. Bambini che essendo minorenni non potevano rifiutare il loro consenso, bambini i cui genitori, non avrebbe acconsentito se fossero stati informati: adulti e bambini di una società che non li considerava uguali sulla loro terra.

Ancora oggi gli esperimenti continuano: settimane fa la famiglia di Brian Sinclair ha intentato una causa davanti  alla Corte di giustizia per la violazione dei diritti fondamentali di Sinclair, aborigeno, che morì nel settembre 2008, nel pronto soccorso dell'ospedale “Health Sciences Centre” della città di Winnipeg, in Canada, per un’infezione che poteva essere curata in mezz’ora con una prescrizione di antibiotici.  Sinclair ha aspettato trentaquattro ore in ospedale in sala Emergenza, insieme con altri 150 pazienti in attesa, ma lui è morto aspettando. Il filmato della sala d’attesa dell’ospedale, ci mostra Sinclair, nella sedia a rotelle, dopo aver perso entrambe le gambe per congelamento nel 2007, in una notte d’inverno, dormendo sui gradini di una chiesa, aspettando pazientemente che lo accogliessero.

I Nativi canadesi sono oggi, il 4,3% della popolazione -1 milione 400 mila persone che soffrono il doppio della mortalità infantile rispetto al resto della popolazione, cinque volte di più di diabete e sei volte di più di Epatite C, che il resto dei canadesi. Dei 30.000 bambini sotto cura del governo canadese, la metà sono nativi, questo dovuto in gran parte al livello dell’impoverimento delle riserve e della popolazione aborigene nelle città.  Dalla fine degli anni '60 a oggi, contando solo i casi segnalati ci sono 582 donne native scomparse o assassinate. Il 90 per cento delle 70 donne native scomparse o assassinate nella provincia dell'Ontario erano madri.

Tutti i nativi canadesi soffrono discriminazioni e oppressioni, ma non tutti sono intrappolati: un numero indicativo di aborigeni canadesi, cresce, sviluppa e acquista strumenti educativi e occupazionali che consentano loro di andare avanti e vedere il futuro con speranza.  Speranza che trasmettono ai loro figli e alle loro figlie che, a loro volta, sentono la capacità di andare più in là dei loro genitori. E lo fanno.

(...)
Il trattamento dei bambini e bambine nativ*  prigionieri nelle Scuole non fu che una strategia  per cancellare la loro  cultura e le loro storie, per implementargli  con forza il concetto occidentale del mondo e della vita.  Tutto ciò fu vissuto dagli oratori e adoratori  di Dio, come un valido compito , “altruista” e degno di attuazione. Tutti noi  rappresentanti in qualche modo dell’occidente, dei suoi valori e dis-valori, della sua immorale moralità, non abbiamo che chiedere scusa con onestà e umiltà, per i crimini dei nostri antenati , perché di questi abbiamo beneficiato.

  Dobbiamo allargare  la nostra umiltà e condizione di pentimento a tutti i popoli poveri del mondo che ci guardano con occhi terrorizzati per le infamità che in nome della nostra “civiltà” possiamo ancora compiere.


Rebelion

(traduzione libera di Lia Di Peri)

mercoledì 5 giugno 2013

Bisogna dirlo che la vittima è una prostituta ed africana?

di June Fernandez


                        





Un maestro di arti marziali ha ridotto in coma una sex worker migrante a Bilbao. June Fernández afferma la necessità che il giornalismo precisi in che modo i rapporti di potere intervengono nelle aggressioni sessiste.


Un uomo ha picchiato una donna a Bilbao lasciandola in coma. Inoltre, la polizia ha anche trovato i resti del corpo di un'altra donna nella palestra da lui diretta. La stampa racconta anche che l'uomo ha confessato di aver ucciso la scorsa settimana un'altra donna. Due giornali hanno trattato il caso in modo diverso, El Correo e Naiz richiamano entrambi l'attenzione sul fatto he l'aggressore è un maestro di arti marziali. Tuttavia, mentre El Correo ha dettagliato che la donna in coma è una prostituta di origine africana, Naiz ha scelto di ignorare entrambi i dati. Ho la sensazione che l'ha fatto non perché non li conoscesse, ma perché probabilmente chi ha scritto il pezzo, ha considerato che l'unico dato rilevante, che spiega l'aggressione, è che la vittima fosse una donna.
Un mio amico mi ha esposto la sua preoccupazione circa i dati pubblicati (che la donna fosse una prostituta e africana)spostando l'attenzione dalla natura di aggressione machista, favorendo di fatto il sensazionalismo. Gli ho risposto che ero favorevole a quei dati, come un modo per inquadrarli in una determinata relazione di potere. Ho anche detto che,contrariamente alla tendenza di ridurre la violenza di genere agli omicidi di donne nel contesto di coppia, mi sembrava positivo parlare di violenza machista in altri contesti.

Per chiarire le idee ho aperto il dibattito sulla mia bacheca di Facebook. Pubblico con il loro consenso alcune opinioni che riassumono per grandi linee ciò che espongo in questo articolo:

Ander Izaguirre: Si, il fatto di essere migrante e prostituta presuppone una maggiore possibilità di essere aggredita, di essere più vulnerabile,quindi, bisogna spiegarlo. Dobbiamo richiamare l'attenzione su questo fatto.
Carmen Romero Bachiller: Credo che la questione sia di chiarire ciò che è invisibile. Perché si dice che sia una prostituta e nera e non si dice che il maestro di arti marziali ha nazionalità spagnola ed è bianco? Il fatto che la vittima è identificata come prostituta e  nera la disumanizza in qualche modo e attenua il suo status di vittima? Di contro,come si costruisce la "umanità"del professore di arti marziali? Forse, potrebbe influenzare la categorizzazione, ma assumendocene la responsabilità, cioè,  il modo in cui il fatto che sia nera e prostituta si interseca con il fatto di essere donna e con il minor valore datole da una società razzista e sessista.
Joana Garcia Grenzner: In questo caso sia le origini che la professione sono rilevanti,perché spiegano la loro maggiore vulnerabilità alla violenza machista: per le  barriere della legge sull'immigrazione, da un lato, per la stigmatizzazione e impotenza che vivono molte prostitute.  E questi fattori dovrebbero essere affrontati in qualche modo nel testo. Altra cosa sarebbe stata nel caso che l'aggressore fosse stato migrante, perché si sarebbe implicitamente relazionato il suo status di migrante con la predisposizione al machismo. come generalmente si fa passare...

Come scrive Ander, il ruolo del giornalismo è quello di spiegare al pubblico ciò che sta accadendo e perché. Pertanto, non si tratta solo di informare sui crimini machisti, ma di portare dati e riflessioni che consentano alle persone di capire perché la violenza contro le donne è un poblema sociale - strutturale. Un elemento chiave per spiegare la violenza sono i rapporti di potere. Spesso si raffigurano gli aggressori come esseri con impulsi incontrollabili che uccidono o violentano in un momento di raptus. Ma, come dice un altro commento, se la violenza non ha nulla a che vedere con questi rapporti di potere,il maestro Shaolin avrebbe potuto prendersela con qualunque cliente che non aveva pagato la retta mensile della palestra.E 'una coincidenza che, per quello che ne sappiamo - abbia scelto come vittime le donne, che in più sono migranti ed esercitano una professione che è stigmatizzata? Come dice Carmen, la verità è che le vite di queste donne, in una società sessista, classista e razzista, sono meno rilevanti, valgono meno.

Nello stesso modo in cui importa che le vittime fossero donne, migranti, nere e prostitute,importa che l'aggressore sia uomo, autoctono, bianco e imprenditore. Nello stesso modo per cui  tutte le donne siamo a rischio della violenza machista, ma elementi come le origini o il colore della pelle significano maggiore vulnerabilità ed impotenza; dobbiamo ricordare che non esiste un profilo dell'aggressore (contro il pregiudizio che si tratti di  migranti tossici o pazzi), però  una certa posizione sociale può accentuare  il disprezzo nei confronti di persone che considera inferiori e li porrà in una condizione vantaggiosa nel procedimento giudiziario.

Che significa tutto ciò?  Che media come El Correo non ci spiegano queste cose, ma che la messa a fuoco -  come è successo  nel caso di Diego Yllanes, assassino di Nagore Laffage o nel caso dell'atleta Pistorius, si riduce a " com'è possibile che un uomo perbene si riveli essere un assassino". Quando ci poniamo questa domanda dimenticando il machismo (rinforzato dal razzismo o dal classismo), le risposte spesso portano a rafforzare i pregiudizi e persino a giustificare l'aggressore. Nel caso di Yllanes, ci viene detto che Nagore minacciava di distruggere la sua carriera e il povero psichiatra era spaventato e ha reagito facendola fuori. Nei talk show si parlò che Pistorius talvolta era complessato per la sua disabilità. Quando i media non riescono a trovare una spiegazione così peregrina escono il jolly:  l'infermità mentale o la psicopatia, così come nel caso di Jose Bretón," il mostro delle Quemadillas”

L'articolo de El Correo inizia con questa frase: " Nulla sembrava indicare che Juan Carlos Aguilar potesse essere qualcosa di più, che un rispettato  maestro shaolín”. E conclude: Ora dobbiamo trovare il motivo che ha portato questo monaco guerriero, che dichiarò qualche tempo prima di praticare la castità, ad ammanettare una prostituta in una palestra, nella quale a quanto pare conservava resti umani. Risulta chiaro  che, a un certo punto,egli ha  deviato dal sentiero radioso del monaco guerriero ".

E' essenziale che i/le giornalisti/ste rivedano i propri pregiudizi. Ho parlato da poco come attivista di SOS Razzismo, con una redattrice che mi ha chiesto, in linea con questo caso, della situazione delle donne migranti dedite alla prostituzione. Era molto interessata a parlare di mafie. A me sembra che oggi si debba parlare dei machisti autoctoni. Non è stata la mafia nigeriana a ridurre quella donna in fin di vita. Non sono sole le mafie le uniche responsabili che una donna nera, migrante e prostituta sia il facile bersaglio di aggressioni.

Oggi la violenza machista fa notizia.Questo è un notevole progresso. Ma l'unico modo affinché il pubblico capisca perché un omicidio di una donna per mano di un uomo è un fenomeno differente da quello di un uomo ucciso da una donna è quello di  relazionare i crimini machisti ad altre forme di diseguaglianza di genere,discriminazione e violenza sessista. Mostrare che sono le piccole aggressioni machiste quotidiane che passano inosservate,quando non addirittura normalizzate e favorite, che spiegano che viviamo in una società nella quale assistiamo ad uno stilicidio incessante di donne assassinate dagli uomini. Non mi meraviglia che si parli di "piaga"della violenza di genere,come se fosse una epidemia che abbiamo avuto la sfortuna di subire, ma della quale non conosciamo il motivo per cui è apparsa, né come si diffonde, né tanto  meno come sradicarla.
Nel compito  di spiegare la violenza machista è importante assumere una prospettiva intersezionale. La parola d'ordine secondo la quale l'unica cosa importante è che gli aggressori siano uomini e le vittime donne, non aiuta a comprendere i rapporti di potere che intervengono. Dire solo che era "una donna" invisibilizza le situazioni che vivono "le altre", quelle che vengono escluse dal soggetto singolare "donna": le nere, le migranti, le sex-workers, le lavoratrici domestiche,le anziani, le transessuali.
E se la paura di dire che la vittima esercitava la prostituzione ed era africana risiede nel fatto che possa essere percepita come una "delle altre" e, pertanto, provocare meno empatia, indignazione, mobilitazione sociale,allora abbiamo un'altra sfida : fare un giornalismo che denunci l'esistenza di cittadine di prima e seconda categoria(e anche le persone alle quali viene negato lo status di cittadin*). Che parli della realtà delle donne in situazioni di esclusione sociale, senza però che le si riduca a povere vittime, ma rappresentandole come soggetti di diritti. Un giornalismo che invece di impegnarsi ad umanizzare gli aggressori, dia volto e voce alla vittime.
... Quando le vittime della violenza saranno importanti così come altri tipi di vittime nel nostro paese, quando i giornali  prenderanno sul serio il loro ruolo nella costruzione di una società libera dal sessismo, così come si sono coinvolti contro il terrorismo, forse la fine della violenza machista sarà più vicina. 

pikara magazine.

(libera traduzione di Lia Di Peri)


domenica 26 maggio 2013

Femminicidio e femicidio: concettualizzazione ed appropriazione

di Rita Laura Segato*



   




Per poter iscrivere il reato di " femminicidio"nel lessico della legge sono necessari due requisiti.
Il primo è quello di identificare una dimensione generica e sistematica completa di questi crimini, e il secondo ,il compito di ridefinire la guerra dai nuovi scenari bellici che si moltiplicano nel mondo contemporaneo.
La prima dimensione risponde all'imperativo della sistematicità e carattere generico che richiede la definizione del reato nel Diritto Penale Internazionale, per poter accogliere il concetto di "femminicidio" come " l'insieme di violenze rivolte specificatamente all'eliminazione delle donne, per la loro condizione di donne". Questo sarà possibile solo, come ho sostenuto in precedenza (Segato 2006 e 2007), se saremo in grado di:

1. accedere cognitivamente al fatto che sebbene il mezzo dell'aggressione è sessuale, la sua finalità non è di ordine sessuale, ma dello sterminio o eliminazione di una categoria o genere di persone;

2. fondare la sua "impersonalità" caratterizzando la sua dimensione soggettiva in termini di un'intenzione generica e non personalizzabile, sia in relazione ai motivi e personalità dell'aggressore sia in relazione alla sua vittima.
Dobbiamo cioè sviluppare una strategia retorica per convincere i giudici, i pubblici ministeri e la gente che i femminicidi sono un reato contro il genere.

Un problema sorge, pertanto,come motivo per un dibattito tra le fila dei femminismi:  dobbiamo includere nella categoria femminicidio tutti gli omicidi di donne, sia domestici, sia seriali, sia quelli che ho denominato "pubblici" o dobbiamo selezionare specificamente i "pubblici"affinché la categorizzazione possa essere efficace?  Naturalmente è possibile sostenere che,tutti e ognuno dei crimini di genere hanno una dimensione di impersonalità e antagonismo generico che proviene dalla struttura del potere gerarchico e patriarcale.

Questa struttura che chiamiamo " relazioni di genere"è per se stessa, violenta-genica e potenzialmente genocida, per la supremazia della posizione maschile, l'unica che deve essere riprodotta e potenzialmente genocida per la posizione privilegiata del maschile, che esercita più dimensioni di dominio in forme intrecciate: sessuale, intellettuale,economica, bellica. Questo fa sì che la mascolinità come attributo,comprovata e ribadita ciclicamente (e, per garantire questo fine, quando la posizione di dominio appare minacciata da un comportamento che può nuocerle), sospende l'emozionalità individuale e l'affetto che può esistere in un rapporto tra un uomo e una donna nel vincolo "amoroso". Il ricorso all'aggressione, pertanto, anche in ambito domestico,implica la sospensione di qualunque altra dimensione personale del legame,per dar vita  al suo  mandato di dominio. Ed è questo che ci fa dubitare insieme a Katherine MacKinnon, che per il genere esistano " tempi di pace. 3

Tuttavia,a meno di sfoggiare una capacità retorica, finora sconosciuta, sarà difficile nel nostro lavoro convincere in questa direzione. D'altra parte,anche a volere includere questi crimini familiari nella categoria giuridica del "femminicidio"provandone il carattere impersonale e sistemico,dovrebbe essere chiesto - per raggiungere la necessaria efficacia investigativa -  protocolli dettagliati e in grado di acquisire informazioni differenziati per identificare gli  autori - tipo ( domestico-coniugale, sociopatici seriali e sistemici di tipo impersonale).
Pertanto,penso ad una più efficace selezione delle caratteristiche per tipificare il reato di femminicidio, che possa caratterizzarlo agli occhi del senso comune (patriarcale) dei giudici, procuratori e  il pubblico come un reato comune, sistematico, impersonale.

Il secondo elemento da prendere in considerazione sono i cambiamenti degli scenari bellici nel mondo di oggi. Una più accurata discriminazione  della categoria "femminicidio"come un particolare tipo di crimine di sterminio contro le donne diventa evidente nei cambiamenti delle pratiche belliche e delle conseguenze per i corpi delle donne. Occorre pertanto capire e rappresentare le rotture storiche nel campo dei conflitti.

Le nuove forme di guerra, descritti come non convenzionale, di terza o quarta generazione, informali, non contemplano né uniformi, né distintivi o bandiere, né territori di Stato definiti,né rituali e cerimonie di vittoria e sconfitta e queste ultime sono sempre provvisorie ed instabili. I gruppi che si scontrano  in questo nuovo tipo di guerra sono bande, fazioni, gruppi tribali, mafia e forze para-statali e statali di vario tipo.

Il diritto internazionale dovrà contemplare i crimini di guerra che questo di scontro bellico genera, in particolare le forme sistematiche di aggressione al corpo delle donne, che abitano le giurisdizioni in disputa. Ciò che accade in questo tipo di scenario non è l'annessione o l'occupazione dei corpi delle donne, come parte dei territori conquistati,ma la sua tortura e distruzione.
In queste guerre di bassi livelli di formalizzazione, sembra diffondersi un codice: l'affermazione della letalità delle fazioni in lotta in quello che ho chiamato "la scrittura sul corpo delle donne", 4  in forma generica e per la sua associazione con la giurisdizione nemica, come documento efficace dell'effimera vittora sulla morale dell'antagonista.
Perché sulle donne e attraverso le forme sessualizzate di aggressione? Perché è con la violenza esercitata per via sessuale che si afferma la distruzione morale del nemico,quando non può essere rappresentato dalla firma pubblica di un documento formale di resa.In questo contesto, il corpo femminile è il telaio o il supporto nel quale si scrive la sconfitta morale del nemico. È necessario ricordare e ribadire che questi  non sono crimini sessualmente motivati, come i media e le autorità insistono sempre per banalizzare le pratiche, ma crimini di guerra,di una guerra che deve essere urgentemente ridefinita.

Concludo ribadendo la convinzione che è necessario elevare la categoria del femminicidio al rango equivalente del "genocidio".5
Per questo si rende necessario fare uno sforzo per chiarire questa categoria. Precisarla significa assumere il requisito dell'impersonalità che ci consente di evidenziare giuridicamente l'intenzione di uno sterminio delle donne per il solo fatto di esserlo, come gruppo,come categoria, come genere di ordine sessuale.


* Docente del Consiglio Nazionale di Ricerca Scientifica e Tecnologica del Brasile


NOTE


(Libera traduzione di Lia Di Peri)


giovedì 29 novembre 2012

DE-scrivere il patriarcato: il mito della passività


La tematica della violenza contro le donne, che si tratti di stupro o di femminicidio, contiene in sé stessa il concetto di “vittima/carnefice”. Binomio classico dal punto di vista psicologico: dove c’è vittima c’è carnefice, e dove c’è carnefice, c’è vittima. Il gioco delle parti è conosciuto e chiaro. La povera, debole, indifesa donna che soccombe di fronte alla cieca violenza del carnefice, impersonificato da colui che avrebbe dovuto “difenderla” e “accudirla”.

Cerchiamo di analizzare questo rapporto, dal punto di vista psicologico, per capirne le implicazioni, e per tentare di trarne indicazioni utili al suo superamento.


La donna, nella società patriarcale, è vittima designata. Non ha diritti, perché non ha autonomia. Non ha autonomia, perché non possiede indipendenza economica e psicologica. Madre e moglie, questo deve essere, e SOLO in nome di questo, può, eventualmente, richiedere il rispetto. E, al massimo, può chiedere di essere “accudita”, “difesa”. Come persona non se ne parla, infatti la società patriarcale non prevede per la donna lo status di “persona”, al massimo di madre, rispettabile come tale, e moglie, un po’ meno rispettabile, poi c’è sempre l’alternativa della “puttana” ossia di quella che non è né madre né moglie, quella non ha diritto al rispetto.

Proviamo a ribaltare il concetto: la donna ha diritto al rispetto in quanto PERSONA,  persona con una sua propria individualità, un suo progetto di vita, una realtà personale che richiede il rispetto a prescindere. 

Questo fa paura. Il patriarcato non l’accetta, la donna non è persona, è moglie, e deve essere rispettata in quanto tale, è madre, e deve essere rispettata in quanto tale, ma non è PERSONA e in quanto tale non deve essere rispettata, per cui, se una donna non rispetta il suo ruolo, e pretende di essere persona, può, anzi deve essere violata, violentata, picchiata, uccisa
.
La donna non è passiva, è soggetto attivo della propria vita e della società. La donna non è specie protetta come i panda del wwf.

La donna è persona, è soggetto sociale e politico, e la violenza contro di lei è VIOLENZA POLITICA contro la sua individualità di persona.
Il patriarcato ha la capacità di inglobare e vanificare, attraverso la mistificazione, ogni legittima aspirazione delle donne. La donna come vittima, e l’autoidentificazione delle donne stesse come vittime, fa il gioco del patriarcato.
Siamo noi stesse a doverci allontanare dal concetto di noi stesse come vittime, come “anello debole” della società, e a reclamare il rispetto che ci è dovuto come persone.

Porre l'accento sul concetto di persona e non di vittima, consente di smascherare ed impedire tutte quelle politiche securitarie, sessiste e razziste, poste in essere in questi anni, dagli enti ed organismi statali (ronde, bus rosa, ecc..). 
Politiche pubbliche che, ancora una volta, delegittimano e squalificano le donne, le rinchiudono nel cerchio vizioso di esseri vulnerabili, di fatto, continuando a inferiorizzarle, discriminarle a svalutarle come soggetti e come cittadine. Inoltre, la violenza fisica, il femminicidio sono le forme più estreme della violenza di genere che subiscono le donne in casa, sul lavoro, in tutti gli ambiti e settori della loro vita quotidiana. La struttura patriarcale e capitalista con le sue politiche dei tagli alle risorse, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilità del mercato del lavoro, leggi razziste sull'immigrazione, intensifica la marginalizzazione delle donne creando e/o mantenendo una dipendenza economica e sociale, impedendo di liberarsi da situazioni di grave conflittualità relazionale. Essere riconosciute persone ci fa soggetti di diritti e non esseri vulnerabili, bisognose di tutori. Per questo contro il binomio carnefice-vittima diciamo basta ad un sistema che si fonda sulla diseguaglianza, sulla discriminazione, sullo sfruttamento; diciamo basta ad un maschilismo protezionista, che perpetua la violenza contro le donne, che sostenta le strutture sociali androcentriche. 
Noi donne non vogliamo più sbarre protettive che servono per il controllo dei nostri corpi e per il dominio patriarcale-capitalista.

La violenza contro la donna nasce dalla paura della liberazione della donna.

Ma è dalla liberazione dal bisogno, dai mandati e privilegi patriarcali, dall'amore per noi stesse, che possiamo porre fine alle discriminazioni, alla violenza e all'odio di genere.
Il dualismo “vittima – carnefice” è un rapporto a doppia via: la vittima si fa vittima e lascia spazio al carnefice, il carnefice approfitta e accontenta la vittima. Basta con questa mistificazione.
Il rapporto vittima carnefice si basa sul senso di colpa della vittima, che, se è vittima, in fondo è colpa sua.
Già, perché la “vittima” è tale in quanto non accetta il suo destino, perché cerca di autodeterminare la sua vita, perché rifiuta, perché dice NO.
Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei femminicidi avvenga nella coppia, e che la violenza venga scatenata dal rifiuto della donna di continuare la relazione. La donna che fa una scelta di indipendenza, che rifiuta la “protezione”, che si ribella al possesso, deve pagare con la vita.
E’ la liberazione che fa scatenare la bestiale reazione del patriarcato,  che non permette deroghe alla sua sopraffazione.
Ma è il ricatto psicologico alla base di tutto, ed esso comincia molto prima che si consumi la violenza vera e propria. Comincia con l’idea che la donna, in nome di un “amore” che assomiglia più al bisogno che alla libertà, debba “sacrificarsi” per “meritare” tale “amore”.
L’”angelo del focolare” subisce ed è grata dell’attenzione dell’uomo, che attraverso tale attenzione le conferisce dignità.
Lo stereotipo della “zitella” è il più chiaro di questi meccanismi. La zitella è colei che non si è “meritata” l’attenzione e la “protezione” di un uomo!
Ma questa “protezione” non è scontata, si può perdere in qualsiasi momento, basta dar segni di insofferenza e manifestare il desiderio di camminare da sola. La protezione-gabbia, diventa violenza cieca.

La “vittima” designata ha paura. 
Paura di perdere l’”amore” dell’uomo, paura di perdere lo status che le conferisce rispetto. Paura del mondo esterno che è vissuto come estraneo e sconosciuto, non alla sua portata.
Scrive l'antropologa, Paola Tabet:
Lo statuto e il valore più o meno coincidono nel trattamento che ne fanno le società. Un rapporto di potere? Se una persona – o meglio una classe intera di persone – non ha diritto alla propria sessualità, se fin dalla nascita è destinata a entrare in un rapporto dove dipenderà da un’altra persona e in cambio del mantenimento e di una posizione di legittimità sociale dovrà dare servizi sessuali, domestici e riproduttivi, quando questa persona per di più entrerà in questo rapporto in maniera non contrattuale, ossia per essere chiari, quando questi servizi non sono oggetto di un contratto che ne definisca la misura – essi dunque non sono assolutamente quantificati – quando per di più vi è, e vi è stato in passato, la possibilità, spesso messa in atto, di costringere per mezzo della violenza questa persona a dare questi servizi, penso si possa parlare senza alcuna esitazione di un rapporto di potere. Ma il rapporto di potere è alla base dell’intera organizzazione della società. E il rapporto di potere vale anche per le forme non legittime, anche se queste si possono manifestare come forme di resistenza.
Per il momento dobbiamo constatare che il servizio sessuale delle donne per gli uomini è un fatto ovvio e indiscutibile. ( "Rapporti sociali tra i sessi e rapporti di potere" - Paola Tabet, Libera Università delle donne)

BASTA
La violenza contro le donne nasce dalla paura. NOI NON ABBIAMO PAURA.
Noi vogliamo ribaltare il rapporto patriarcale, e dire a gran voce: NON ABBIAMO BISOGNO DI VOI!!!!!!!
Solo dalla liberazione dal bisogno, dalla scelta di liberazione, dalla consapevolezza della propria individualità e dall’AMORE per NOI STESSE, nasce la rivoluzione.
Il senso di colpa, cattolico, clericale e patriarcale, ci vuole eterne vittime, bisognose di aiuto. NO GRAZIE!!!!!!!

NON ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, ma di rispetto, lo esigiamo, lo pretendiamo, ce lo prenderemo comunque, che vi piaccia o no.

martedì 7 agosto 2012

Giornaliste messicane in pericolo di vita

Il Messico è tra i primi paesi al mondo in cui la libertà di stampa è in grave pericolo. Le giornaliste, in particolare, sono doppiamente vulnerabili, per la loro professione e per il fatto di essere donne: l'arma della violenza sessuale si aggiunge alle altre forme di silenziare chi si dedica a investigare e a informare.



                                                                               
Le Arrabbiate

sabato 24 marzo 2012

Lorena Wolffer e la sua opera sul femminicidio di Ciudad Juarez

"Che il tuo corpo sia sempre uno spazio prediletto di rivelazioni"
Alejandra Pizarnik


Madrid - Il 3 marzo scorso nello spazio Matadero Madrid e dentro  il Festival Miradas de Mujeres ( Gli Sguardi delle Donne)  ha avuto luogo la giornata "Immagini estreme delle donne", in cui diverse artiste hanno utilizzato i loro corpi "come luogo di resistenza contro l'oppressione dei regimi totalitari o la violenza maschile ".

Film, tavola rotonda e performance si sono  succeduti nel corso della giornata in  questo evento organizzato dalla Fondazione Lydia Cacho e finanziata dal Ministero della Cultura spagnola.


Lorena Wolffer, artista messicana ha partecipato alla tavola rotonda e ha chiuso la giornata con la sua performance "Mentre dormiamo: il caso Juárez (2001-2004).

Sottilmente, senza mostrare la violenza Lorena Wolffer affronta il femminicidio  con un approccio triadico: le donne assassinate, rappresentate nella loro unicità, ma anche dalla comunità, che consenta l'identificazione con l'altra; gli assassini, sia come autori impuniti che come Stati complici, che danno voce a fatti con la neutralità passiva; il pubblico, che personifica  una società a conoscenza della tragedia del massacro contro le donne, ma che assiste solo guardando.

Un ripiano in metallo con due coperte scure e due asciugamani bianchi, un tavolo da obitorio, guanti in lattice e pennarello chirurgico. Sono gli elementi della scena. A questi elementi si aggiunge  il corpo della donna, centro della performance e da lì che iniziano a nominarsi le realtà.


CORPO COME LUOGO DA DOVE INTERROGARE IL MONDO

All'interno delle proposte artistiche femministe è frequente la riappropriazione del corpo (spesso oggettivato in arte) per esplorare in maniera dissidente e arricchendo i possibili universi della corporeità. Il corpo - ambito privato - diventa politico e serve quindi come una piattaforma per denunciare i corsetti che lo  limitano, le imposizioni e le violenze che lo incrociano, le possibilità lo moltiplicano.


Il corpo di Lorena Wolffer  ci mostra i corpi delle  molte donne: corpi colonizzati, aggrediti, sfruttati e uccisi dal patriarcato e dal capitalismo, che rivelano la barbarie del femminicidio, la loro complicità e i loro silenzi.


CORPO COME GEOGRAFIA : CORPO DI FRONTIERA.

L'immagine centrale della performance è evidente. L'artista, seduta sul tavolo dell'obitorio si presenta seminuda mostrando segni di lotta e di stupro. Mostra un corpo esposto che si riferisce alle Maquiladoras,ai corpi assassinati e violati in attesa dell'autopsia.

Una voce maschile, monotona e neutrale,descrive la condizione dei corpi uccisi (il colore dei vestiti, i segni di violenza, l'età, il nome della persona uccisa, dove è stato trovato il corpo ...). Sono storie basate sulle relazioni forensi di casi reali di femminicidi a Ciudad Juarez. Mentre si sente la voce fuori campo, l'artista segna con il pennarello sulla pelle  i colpi,i tagli e le mutilazioni che ognuna di queste donne uccise hanno sofferto. Il suo corpo inizia a trasformarsi in una mappa di vessazioni.

CORPO COME UNITA' : CORPO DI LUCE

L'ultima storia è di una donna che fu  strangolata con un asciugamano. L'artista copre il suo corpo con coperte e asciugamani fino a scomparire, proprio come il femminicidio che fa sparire le donne di fronte alla totale impunità dei responsabili e degli Stati.

Termina così la performance, nella completa oscurità, come    metafora del femminicidio, che cancella, spegne e distrugge i corpi e le vite delle donne. Ma il corpo di Lorena Wolffer è stato, almeno per un'ora- lucciola, luce.

Lorena Wolffer
Lorena Wolffer nasce in Messico DF nel 1971. Artista e attivista culturale, propugna la capacità trasformativa dell'arte e le sue proposte artistiche diventano un preciso impegno sociale, essendo completamente integrate nel pensiero e nella prassi femminista.

Il suo progetto più recente è Esposta: registri pubblici, in cui l'autore ha lavorato più di quattro anni. Questo progetto affronta il tema della violenza di genere, combinando azioni di strada, ricerca, azione partecipativa e installazioni.

Parallelamente ha sviluppato di progetti artistici in spazi pubblici, che, come dice l'autora stessa, derivano dall'"urgente necessità di produrre e incoraggiare un arte di circolazione pubblica che si sviluppi per /e all'interno dello spazio pubblico." Da questa prospettiva nascono opere come Inventario, inchiesta sulla violenza alle donne od Area di tolleranza.

Rileva il ruolo protagonista delle  perfomance  nelle sue proposte, come arte ribelle che le permette di "ricostruire il proprio corpo come ricettacolo metaforico di informazione  politica e sociale codificata".

Oltre ad avere una importante attività artistica è necessario porre in evidenza il suo lavoro come docente, promotora di arte sperimentale, co-creatora, co-sceneggiatrice e conduttora della rivista culturale televisiva la Scatola nera in  Once TV, così come il lavoro di consulente nell'ambito del Coordinamento e Diffusione Culturale della Universidad Nacional Autonoma del Messico.

Feminicidio

http://www.lorenawolffer.net/

(traduzione di Lia Di Peri)







domenica 11 marzo 2012

Il capitalismo rende la donna più vulnerabile alla violenza.

Durante la sua partecipazione al seminario Sul femminicidio a La Casa Encendida (Madrid) a fine febbraio, Rosa Cobio, docente incaricata di Sociologia di Genere all'Università di A Coruña ( Galizia) è stata intervista sulla definizione di femminicidio e della sua esistenza in Americana Latina ed in Europa.

di Elena La Porta

- Si dice che il femminicidio sia ancora una  categoria in costruzione. Qual è la sua posizione in merito?

- Rosa Cobo:  Il femminicidio è un concetto coniato dalla teoria femminista per visibilizzare una realtà che esiste in diversi contesti e nelle diverse società. Da qui l'utilità di questa categoria, che dà conto di un tipo di violenza contro le donne che non era stata identificata dal punto di vista analitico né dal punto di vista politico.

Il femminicidio è un tipo di violenza sessuale contro le donne, che si  accompagna spesso alla crudeltà e tortura. Allo stesso tempo, questo tipo di violenza è frequentemente impersonale,in quanto gli aggressori solitamente non conoscono le loro vittime, semplicemente le aggrediscono e uccidono perché sono donne e perché ricevono una qualche utilità nel farlo.

In situazioni di conflitto armato,in più, le violenze, torture e le uccisioni hanno l'obiettivo di distruggere il tessuto sociale delle comunità del nemico. Le donne vengono considerate oggetti di transazione delle lotte tra gli uomini di entrambi le parti. Nella misura in cui esse rappresentano simbolicamente la proprietà indiscussa degli uomini, torturarle e ucciderle mira a distruggere una proprietà fondamentale di questi uomini,disgregare la comunità e rompere il patto sessuale che afferma che ogni uomo sarebbe il padrone indiscusso di una donna.

- A livello internazionale si parla più dei femminicidi nei paesi come il Guatemala o il Messico. Ritiene che esistano femminicidi in Spagna o in Europa?- RC.: Credo che esistano oggettivamente femminicidi nei paesi europei ,perché ogni volta che si uccide una donna dopo aver esercitato contro di lei, violenza sessuale, tortura, crudeltà e spersonalizzazione siamo di fronte ad un femminicidio. Da questo punto di vista, non sarei d'accordo a chiamare femminicidio  tutti gli omicidi di donne da parte degli uomini nel contesto di una relazione di coppia. Ora, se ci atteniamo alle caratteristiche di cui sopra possiamo dire, senza dubbio, che esistono femminicidi nei paesi più ricchi del mondo.
Per quanto riguarda la Spagna è evidente che il concetto non è consolidato. Probabilmente, l'essere il femminicidio una realtà  molto meno rilevante nel nostro paese, il femminismo non ha sentito la necessità di dargli un nome e, forse, per questo non ci si è appropriati di questo concetto.

Verso una qualificazione giuridica internazionale del femminicidio.

 - Ritiene necessario qualificare internazionalmente il femminicidio?

- RC.: Il femminicidio è una categoria utile per l'analisi femminista e per la pratica politica, ma sarebbe una tipologia molto meno efficace se non si traducesse in un reato penale. Le violenze estreme contro le donne devono essere punite e le società debbono prendere coscienza che queste brutali aggressioni, meritano di essere punite.

- Quale impatto ha la crisi globale del capitalismo sulla violenza contro le donne?

- RC: Non sono sicura che si debba parlare di crisi del capitalismo, ma piuttosto di crisi degli Stati e, in particolare, di crisi indotta degli Stati del Benessere. Il capitalismo sta avendo il suo momento storico migliore, perché si è sbarazzato delle politiche redistributive keynesiane, che sono state imposte dopo la Seconda Guerra Mondiale. La voracità del capitalismo neoliberista sta iniziando a rompere  la propria idea di soggetto, in quanto il soggetto Moderno si caratterizzava per avere più diritti che doveri; oggi assistiamo ad un processo inverso: i diritti si riducono e gli obblighi aumentano.

In questa situazione, chi ha i diritti meno consolidati, come le donne, sono coloro che devono sopportare maggiori obblighi così come la riduzione dei diritti e risorse. Le donne sono la maggioranza dei salari di povertà, dei part-time, del lavoro nero... Questi elementi rendono la donna più vulnerabile davanti alla violenza da parte dei settori dominanti della società,che in questo caso sono gli uomini.

Feminicidio.net

(traduzione di Lia Di Peri)









mercoledì 22 febbraio 2012

" In Europa c'è il Femmi-Genocidio da parte della Tratta."

L'accademica argentina Rita Laura Segato, che ha coniato il termine femmigenocidio, riferito a determinati omicidi di donne per motivi di genere, avverte che questo crimine cresce in modo allarmante. E' a Madrid per tenere un corso.

Tra nervosismo,timidezza e stanchezza, Rita Laura Segato ha concesso una recente intervista appena giunta a Madrid. In questi giorni partecipa al corso " Femminicidio e conflitto armato: verità, giustizia e risarcimento contro l'impunità" che si svolge alla Casa Encendida. Mancano pochi minuti  alla presentazione di  " Femmigenocidio: territorio, sovranità e crimini di seconda classe", ma la nevralgia che l'ha colpito durante il lungo viaggio dall'Argentina non le lascia tregua.

Maria Rita Segato è professora di Antropologia e Bioetica della Cattedra UNESCO dell'Università di Brasilia ( Brasile) e membro del Consiglio Nazionale per la Scienza e la Tecnologia del Brasile. Promotrice del termine "femmigenocidio", ne parla in questa intervista oltre a esprimersi sulle leggi, giustizia e Stati,sulle donne che subiscono la violenza nei modi più impensabili.


Definisce il Femminigenocidio come quei" crimini che comportano la distruzione del corpo delle donne con mezzi sessuali, la tortura sessuale fino alla morte, compiuta da molteplici violentatori e la tratta come una forma di rapina e predazione del corpo delle donne" Per questo afferma categoricamente e in opposizione a coloro che sostengono che in Europa non esistono i femminicidi,che la Tratta delle persone a fini di sfruttamento sessuale sia pre-dominante nel nostro Continente,ma in realtà, " anche  Europa ci sono i femminigenocidi".

Durante la conversazione, evidenzia un momento cruciale per la sua vita professionale: il suo rapporto con il (ex) giudice Baltasar Garzón. Quando l'Università di Quilmes,in Argentina ha  consegnato la laurea Honoris Causa al giudice Garzon, la Segato è stata d'accordo. Fu sotto la direzione di Garzon che venne pubblicato il suo saggio sui Diritti Umani " Le strutture elementari della violenza". In seguito fu invitata da  Baltasar Garzon come relatora nel 2003 ad un Corso di Verano " E lì incontro Ciudad Juarez: fu l'intervento del giudice Garzon che mi ha  portato a  Ciudad Juarez”, ricorda Rita Laura Segato visibilmente emozionata " è stato deplorevole ciò che è successo a Garzon. Non dico che fosse un giudice perfetto, ma il giudizio contro di lui è una vergogna mondiale per la Spagna".

I CRIMINI DI CIUDAD JUAREZ SONO INCOMPRENSIBILI, NON OBBEDISCONO AI MOTIVI PIU' NOTI DEI CRIMINI DI GENERE.
Dopo l'incontro con la città messicana, ha lavorato con le organizzazioni e associazioni delle donne, soprattutto con " Nuestras hijas de regreso a casa”, l'organizzazione guidata da Norma Andrade, che recentemente è stata costretta a lasciare Ciudad Juarez dopo l'ennesima aggressione nel Distretto Federale.
 I saggi " La scrittura sul corpo delle donne assassinate a Ciudad Juarez" sono il frutto della ricerca di Rita Segato durante quel periodo.

Sebbene Ciudad Juarez non è il posto del mondo dove vi è più femminigenocidio, l'antropologa sottolinea l'importanza dell'attivismo che fatto sì, che per la prima volta, questi crimini fossero posti all'attenzione mondiale,  "ma anche altrove, come nel  El Salvador, Guatemala e Honduras i numeri sono allarmanti", ha dichiarato.

LE FORZE PATRIARCALI SONO ASSOLUTAMENTE FUNZIONALI AL CAPITALISMO

Tuttavia, nonostante il lungo cammino, Rita Laura Segato si dimostra ottimista, quanto al futuro di questi omicidi; ritiene che la visibilità e il numero di questi  "crimini di massa e genocidi contro le donne" stiano toccando la sensibilità di molta gente,comprese quelle che sono in grado di avanzare proposte a livello internazionale. Però c'è  un grosso ostacolo in questo cammino per l'accettazione del femminigenocidio: l'immaginario collettivo, " c'è una pressione in questo immaginario che tende a privatizzare tutti questi crimini  sessualizzati contro le donne".
L'antropologa ritiene che questo tipo di reati non siano motivati sessualmente " ma " vengono realizzati con mezzi sessuali, la cui paternità è legata al potere". Secondo l'antropologa questi crimini sono vincolati all'economia e alla politica e l'immaginario collettivo fa fatica a crederlo". E' necessario dare una dimensione politica ed economica a questi crimini ", conoscere come sono associati al tardo capitalismo che sta esacerbando la crudeltà e la rapina in relazione al corpo delle donne", ha aggiunto.


ASSOCIAZIONE DELLE DONNE DEL GUATEMALA

Il seminario al quale partecipa Rita Laura Segato è coordinato dall'attivista impegnata nella denuncia internazionale del femminicidio in Guatemala e nativa di questo paese, Mercedes Hernández. Collaborano la Delegazione del Governo per la Violenza di Genere e l'Associazione delle Donne del Guatemala. Si aggiungono le presenze delle teoriche, Rosa Cobo ( "La politica sessuale e la violenza estrema contro le donne"), Victoria Sanford ("Dal genocidio al femminicidio, istituzionalizzazione della politica di sterminio"), Luz Mendez ("La memoria delle donne  Maya sopravvissute alla violenza sessuale durante il conflitto armato e la ricerca della verità, la riparazione e la giustizia ") e Carlos Castresana (" Crimini transnazionali e la lotta contro l'impunità ").
Per tre giorni, sessanta  persone (la maggior parte donne) parteciperanno al Corso, che sarà esteso al pubblico con una tavola rotonda, oggi, 22 febbraio alle 18:30.


L'associazione delle Donne del Guatemala è un'organizzaione femminista,non governativa senza fini di lucro che lavora per una reale ed effetiva uguaglianza e per l'eliminazione della violenza di genere in tutte le sue forme e in particolare per i femminicidi.

Promuove inoltre la difesa e promozione dei Diritti Umani con prospettiva di genere e interculturalità, denuncia le violazioni dei Diritti Umani delle donne, rafforza la presenza sociale delle donne attraverso l'empowerment, promuove e supporta processi di formazione e di istruzione, gestisce e canalizza risorse per la realizzazione dei progetti di cooperazione per lo sviluppo in America Latina, sostiene il popolo guatemalteco e latino che vive in Spagna e visibilizza la situazione delle donne in Guatemala attraverso flussi informativi.
Feminicidio.net


traduzione di Lia Di Peri








martedì 14 febbraio 2012

14 Febbraio: L'amore romantico uccide!

Consideriamo e analizziamo l'amore romantico, non semplicemente come sfera del sentimento, ma come costruzione culturale, parte fondamentale del sistema di potere tra i generi,che relega le donne in un ruolo di subordinazione, di mancanza e di bisogno.
A questo proposito dobbiamo mettere in discussione i modelli relazionali nella sfera privata e personale, così come si fa nella vita sociale,lavorativa, ecc., essenziale per poter de-costruire i ruoli di genere etero-normativi e costruire nuove identità di genere, autonome,diverse,egualitari, così come stabilire relazioni sane, in libertà, con autonomia da una prassi affettiva orizzontale non basata sul potere, la dipendenza, il controllo e la soggezione di una persona ad un'altra.

Nella cultura occidentale moderna e contemporanea, l'amore romantico e la sua forma classica di espressione di coppia eterosessuale, nuclare e deputata a costruire e preservare la famiglia, è il fondamento non solo sociale ed economico ma anche psicologico della subordinazione delle donne.Suggella ed interiorizza il confine tra pubblico e privato, limitando le nostre azioni, il sentire e l'esistere solo a quest'ultima sfera.
 Allo stesso modo,il paradigma dell'amore romantico è alla base dell'addomesticamento sessuale delle donne e di tutti i soggetti non etero-normativi, in modo da farne derivare (purtroppo, ancora oggi) il controllo sul nostro corpo.

Inoltre, a questi assi di subordinazione, si aggiunge il consumismo e lo sfruttamento economico del sistema di genere, come per esempio, interiorizzare in noi che amare = comprare per San Valentino ( quanto più ha valore il regalo, tanto più ti desiderano).

L'amore romantico si fonda anche sulla idealizzazione della felicità dipendente. Si ritiene che non possiamo assumere la nostra vita affettiva verso noi stesse, costruendo la nostra felicità, senza che non vi sia dipendenza esclusiva da altre persone. Ipotecando la nostra felicità affettiva in direzione dell'altro : " sono felice, perché tu sei con me".

Non stiamo ipotizzando che tutte le donne ( o le persone) siamo uguali con gli stessi orientamenti, desideri e modi di esprimerli e realizzarli. Al contrario affermiamo la necessità e il valore dell'empatia,cura ed affetto tra le persone (e verso una, in primo luogo), in modo libero.

Noi mettiamo in discussione la presunta mancanza che sta alla base della teoria della dolce metà (ciascuna di noi è una persona intera, non abbiamo una metà che ci completi). Così come mettiamo in discussione e rifiutiamo questo relegare la donna alla sfera dei sentimenti e della cura, come forma naturalizzata ed inevitabile dell''essere'( in funzione e per l'altro) a meno che non si voglia incorrere nell'esclusione sociale (stigma - discriminazione/violenza) o psicologica ( salute mentale)
Non dimentichiamoci che l'amore romantico uccide: sono tantissimi ad oggi i femminicidi compiuti in ambito sentimentale e familiare.

Con questa azione intendiamo creare dibattiro e riflessione su uno dei fattori (l'amore romantico) più radicati che sostenta le situazioni di violenza di genere.
Questo modello amoroso fondato sull'amore " passione e sofferenza" e altri miti costruiti dalla nostra cultura occidentale, emerge in particolare nell'educazione sentimentale delle donne. Molte assumono questo modello strutturando le loro vite intorno alla conquista dell'amore, trasformandolo nello scopo delle loro vite.
La gravità delle sue conseguenze ci porta a fare un'analisi critica di questo modello ed a cercare di smontarlo per permettere relazioni affettive alternative che non creino sofferenza e/o dipendenza e che rispettino la nostra individualità.

Per tutto questo e perché il personale è politico, vi invitiamo (tutte e tutti) a visibilizzare, mettere in discussione e rifiutare l'eterosessualità normativa, la dipendenza, i ruoli e le necessità predefinite, per poter costruire, sperimentare ed esplorare relazioni affettive in funzione dei nostri desideri, orientamenti e fantasie, nel rispetto della nostra autonomia e nostra cura.

Proponiamo di stampare gli adesivi che trovate nel nostro blog e incollarli nei prodotti di "San Valentino", tipo : bottiglir di vino, scatole di cioccolatini, ecc. ma in modo che si possa pagare il prodotto tranquillamente alla cassa e far arrivare il messaggio a casa.

Diffondi, Condividi e soprattutto goditi con ironia e ribellione questo 14 Febbraio.
 warmi kusisita
(traduzione di Lia Di Peri)