" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.
giovedì 13 aprile 2017
Sull'uso del femminismo da parte del colonialismo e le conseguenze sul femminismo islamico
" L'uso da parte del colonialismo del femminismo per promuovere la cultura dei colonizzatori e indebolire quella nativa ha attribuito da allora, al femminismo delle società occidentali, l'onta di essere stato strumento del dominio colonialista. Rendendolo sospettoso agli occhi arabi e vulnerabile alle accuse di essere un alleato degli interessi coloniali." Leila Ahmed, scrittrice, docente of Women's Studies in Religion at Harvard University.
mercoledì 15 marzo 2017
Guatemala: la casta delle bambine infiammabili
Chi ha lanciato il fosforo?
Chi ha messo la serratura nella stanza? Perché tra le sopravvissute ci sono
almeno nove ragazze incinte? Chi ha sentito le urla ed è rimasto fermo mentre
le bambine bruciavano? Sono le domande che stanno emergendo nonostante l'opacità
della Presidenza del Guatemala. Le indagini avanzano e ci sono già tre
funzionari detenuti con l’accusa di omicidio colposo. C’è però un’altra scomoda
domanda: perché queste bambine sono state portate in questo posto? Perché non sono state ascoltate le loro
denunce?
Perché esse erano parte dell’invisibile, le usa e getta, le infiammabili.
Perché esse erano parte dell’invisibile, le usa e getta, le infiammabili.
E 'in primo piano. Il suo
volto si gira verso la telecamera, è una maschera pietrificata con la bocca
semiaperta. E’ l’urlo. Dietro di lei, sullo sfondo della foto, c'è un mucchio
di torsi, teste, braccia, gambe, piedi. Corpi contorti che si coprono gli uni
con gli altri, che sono stati fermati, mentre cercavano di fuggire dal fuoco. Non
si arriva a vedere nessuna porta vicina. Sembrerebbe che le bambine si sono
ammucchiate: sconfitte. Alcune sono sopravvissute, molte sono morte negli
ospedali. In cinque giorni il numero ha raggiunto 40. Questo non è il numero
definitivo.
E’ stato il fuoco
scoppiato l’8 marzo, che ha portato finalmente a mettere in
discussione seriamente, con fermezza, il sistema di protezione delle bambine in
Guatemala. E 'questo stesso fuoco che (finalmente?) ha suscitato l'indignazione
di un settore del paese e ha spinto le organizzazioni legate alla infanzia ad
alzare ancora di più la voce. La Hogar Virgen de la Asunción era una bomba a
orologeria in attesa della scintilla.
Dal 2013 ci sono state
denunce e pubblicazioni sulla stampa sulla protezione dei bambini sotto custodia
dello stato (si accusavano gli incaricati della casa di maltrattamenti, di
somministrare cibo avariato, di abusi sessuali, di tratta). Lanciavano avvisi
ma tutto continuava ugualmente. Perché? Perché questi bambini non interessavano
ai governi in carica o alla società che leggeva le note. Perché in Guatemala
non si fa molto sforzo per occultare la precarietà, la esclusione, lo abbandono,
la situazione in cui centinaia, migliaia, milioni di persone vivono, non solo
chi abita in quelle case.
Non c'è bisogno di nascondere la vergogna in un paese che si rifiuta di vedere se stesso.
Non c'è bisogno di nascondere la vergogna in un paese che si rifiuta di vedere se stesso.
Ora c’è stupore e
indignazione per il macabro fuoco e per le dichiarazioni di ciò che stava
succedendo in questo spazio creato per proteggere le bambine in situazioni di
vulnerabilità: piccoli abbandonati, alcuni orfani, bambini in fuga da case con madri che non era in grado di nutrirle, bambini maltrattati, bambine violentate
dai loro padri, bambini e adolescenti senza opportunità, facili prede delle
fameliche bande. E,allora,i giudici ordinavano allo Stato di proteggerli. E il
sistema li trascinava, li versava, li ammassava: più di 700 bambini in uno
spazio con una capacità di 400 (non ci sono cifre esatte). Un bilancio
miserabile, con personale insufficiente, amministratori senza esperienza e alti
funzionari assunti per pagare qualche favore. La casa di accoglienza era
un luogo più pericoloso che la strada o delle famiglie, dove le avevano abusate,
perché da lì non si poteva fuggire.
Il 7 marzo i bambini sono
insorti, alcuni hanno tentato di fuggire e un gruppo di adolescenti sono state
chiuse in una stanza.Finora le dichiarazioni ufficiali dicono le stesse
ragazze abbiano acceso il fuoco, sembra che per diversi minuti la polizia e i
controllori abbiano ignorato le loro urla di aiuto.
L’edificio statale è stato chiuso e a velocità vertiginosa, i minori sono stati ritornati alle famiglie o sono stati trasferiti in altre strutture statali e private; le ragazze che sono sopravvissute, resistono negli ospedali o altri corpi aspettano di essere identificati all’obitorio. Ci sono tre funzionari detenuti, nonostante che, finora il Presidente Jimmy Morales, abbia fatto tutto il possibile per scaricare la responsabilità alle famiglie e manovrato per distogliere l’attenzione della cittadinanza.
L’edificio statale è stato chiuso e a velocità vertiginosa, i minori sono stati ritornati alle famiglie o sono stati trasferiti in altre strutture statali e private; le ragazze che sono sopravvissute, resistono negli ospedali o altri corpi aspettano di essere identificati all’obitorio. Ci sono tre funzionari detenuti, nonostante che, finora il Presidente Jimmy Morales, abbia fatto tutto il possibile per scaricare la responsabilità alle famiglie e manovrato per distogliere l’attenzione della cittadinanza.
Perché se qualche credito
si può dare al presidente del Guatemala, è la sua capacità di dire ciò che una
parte dei guatemaltechi vogliono sentire. Prima del suo arrivo alla Presidenza
faceva ridere con le sue battute più crudeli; poi, in campagna elettorale,
sapeva modulare la sua voce come fosse un pastore evangelico, appellarsi al
nazionalismo più becero e cavalcare l'onda dell’”anti-politica”. Ora il suo
discorso dopo l’incendio si è concentrato nel deviare l’attenzione dalla
responsabilità del Governo e dal Ministero del Welfare sotto il suo comando. Morales punta ad altre istituzioni come la
Magistratura o l’Ufficio dei Diritti Umani e dichiara che quelle giovani erano
in “conflitto con la legge”. Il presidente fa appello così al subconscio
collettivo della legge del taglione, della pena di morte, dei “cattivi”, che
possono e devono ardere e sulle loro famiglie che “non le curavano”;
criminalizza, responsabilizza, fa che lo sguardo dei “bravi ragazzi” sia di
rimprovero e accusatore delle famiglie che organizzano i funerali. Jimmy Morales rispolvera la vecchia strategia
della costruzione del nemico, di distruggere l'altro: ci sono morti che possono
essere giustificate, ci sono persone colpevoli della loro stessa morte. Quelle
ragazze indisciplinate e le loro negligenti famiglie se la sono cercata.
Il suo discorso è caduto
come semi in un terreno fertile. Il Guatemala è un territorio di polvere da
sparo e lo Stato è un mostro di cartone che serve per arricchire e proteggere
alcuni e per schiacciare e ignorare altri. Uno Stato collassato i cui
governanti non sono in grado di prevenire e considerano le carceri, i centri
psichiatrici, le case per anziani, i rifugi per bambini, le ultime fogne della
società.
Il 7 dicembre di ogni anno
si celebra in Guatemala “ la bruciatura del diavolo”, si escono da casa tutti i
rifiuti accumulati durante l’anno e la sera si fa un grande falò, dove ardono i
brutti ricordi e ciò che non serve. Il fuoco, l'elemento mitico della morte e
della purificazione.
Gli incendi hanno lasciato cicatrici nella storia nazionale: quello che ha bruciato queste bambine non è il primo.
Gli incendi hanno lasciato cicatrici nella storia nazionale: quello che ha bruciato queste bambine non è il primo.
Nel 1960, bruciò l’ospedale
psichiatrico, dove morirono più di 150 persone, tra malati, criminali e
indigenti; nel 1980 l'incendio presso l'Ambasciata di Spagna, nel
quale morirono 37 persone carbonizzate, 22 contadini, 8 diplomatici e cinque
studenti, e per molti anni si è speculato che furono gli stessi contadini a immolarsi. I fuochi delle guerre che hanno incendiato chiese, scuole, ranch
con persone all'interno. Di questi fuochi rimangono i carboni inceneriti,
tizzoni che nessuno si preoccupa di spegnere, in attesa di un nuovo accesso di
rabbia o di uno stupido e brutale tentativo di spegnerli con la forza, la
benzina o con la serratura.
Il comune denominatore di questi incendi è che alcuni in Guatemala hanno giustificato e continuano a giustificare la tragedia. Questi incendi sono collegati, perché ci sono ancora guatemaltechi che pensano che ci siano quelli che meritano di morire tra le fiamme; sono collegati perché lo Stato ha un ruolo da protagonista (per negligenza o per averlo acceso) e hanno in comune che in molti casi le persone uccise erano una parte della popolazione considera l’"altra": i malati, gli agricoltori, le ragazze povere ...
Il comune denominatore di questi incendi è che alcuni in Guatemala hanno giustificato e continuano a giustificare la tragedia. Questi incendi sono collegati, perché ci sono ancora guatemaltechi che pensano che ci siano quelli che meritano di morire tra le fiamme; sono collegati perché lo Stato ha un ruolo da protagonista (per negligenza o per averlo acceso) e hanno in comune che in molti casi le persone uccise erano una parte della popolazione considera l’"altra": i malati, gli agricoltori, le ragazze povere ...
#FueElEstado dice l’hastag
nelle reti sociali ed esce qualcuno in difesa di questi enti acefali e gelatinosi.
Il fumo oscura la vera responsabilità dei funzionari che hanno assunto
incarichi grazie al clientelismo e pagamenti in campagna elettorale; il calore
impedisce di vedere che dietro il Presidente (i presidenti della storia) è il
capitale finanziario che gioca a scacchi con i governanti e alleati corrotti
per fare affari.
Sembra impossibile
riconoscere che queste ragazze bruciate, come le loro madri e nonne sono nate con le carte segnate del destino, in un circolo vizioso di povertà, di abusi, di
violenza, nella impossibilità di uscire dal baratro.
Per alcuni in Guatemala
parlare di disuguaglianza, di esclusione, razzismo, di machismo è eresia.
E 'più comodo guardare in
silenzio di fronte ai dibattiti sui cambiamenti strutturali del sistema, come
le proposte di riforma nel settore della giustizia in fase di stallo al
Congresso – della riforma fiscale stagnante a infinitum. E’ più comodo stare in
silenzio piuttosto che parlare di educazione sessuale e riproduttiva -in cui i
gruppi religiosi e conservatori si incaricano di mettere ostacoli a qualsiasi
politica a essa collegata. Esigere che lo Stato garantisca la salute e l’istruzione,
punti fondamentali – per questi gruppi è una utopia, mentre per altri è uno
slogan comunista. La realtà è che, per alcuni, questo silenzio funziona relativamente
bene, tranne quando vi è una tragedia, tranne quando si appiccica il fuoco. Gli
incendi, però, si mitigano.
In mezzo al caos
amministrativo, quasi una settimana dopo l'incendio, alcuni genitori continuano
a vagare disperati tra gli ospedali, gli obitori e la segreteria - ora ghigliottinata-
in cerca delle loro figlie. Un comando di volontari (per lo più donne) ordina e
accompagna le famiglie abbandonate, perse tra la burocrazia e l’angoscia,
perché le istituzioni fanno poco. Il corpo delle bambine sono riportate alle
loro genti e quartieri di origine, si organizzano collette per pagare i
funerali, si lanciano campagne per comprare le cose più elementari, appellandosi
alla bontà e alla carità di tutti. Poco alla volta, i volti dei bambini e i
nomi delle bambine bruciate, non occuperanno i titoli dei giornali.
Rimarrà nella storia, la foto
delle bambine carbonizzate, come quella dell’incendio del reparto psichiatrico
e della ambasciata. Forse, questa volta, ci sarà giustizia, alcuni ingranaggi
si muovono, come quella della Procura. Ma conoscendo la storia, c'è poca
speranza che, questa volta, sapremo vedere che nascosti dietro la pila dei
corpi carbonizzati, ci sono migliaia di bambine in una fila infernale. C'è una
casta destinato all'oblio. Perché ignoriamo i segnali di fumo.
Perché ci rifiutiamo di
vedere le ragazze e le donne più vulnerabili, le indigene, gli altri, anche se
ci bruciano le ciglia. Siamo stati incapaci di guardare negli occhi queste
bambine.
Con essa, con la foto, la senza nome, nessuno potrà incrociare il suo sguardo: le sue cornee sono esplose con il fuoco.
Con essa, con la foto, la senza nome, nessuno potrà incrociare il suo sguardo: le sue cornee sono esplose con il fuoco.
(traduzione di Lia Di Peri)
Revista Factum.
giovedì 9 marzo 2017
I malati non sono lottatori.
E’ diventata una moda
trasformare i malati in gladiatori. Una specie di atleti olimpionici dai quali
si pretende che lottino per curarsi. Questa moda che è pura ideologia
neo-liberista portata nel mondo della salute, è trasferita alla filosofia da
mercatino di Paulo Coelho riguardo alla malattia. Si vede che il mondo imprenditoriale
non riesce a dare di più che questa filosofia che vede la vita divisa tra
vincitori e vinti. Paolo Raez non era un combattente perché era un paziente,
una vittima arbitraria di qualcosa di ingiusto come soffrire di leucemia.
Trasformandolo in
lottatore cade su di lui tutta la responsabilità di guarire, nascondendo che
per curarsi da una malattia nulla è più efficace dell’investimento pubblico
nella ricerca medica e nella qualità del sistema pubblico sanitario. E, come se non fosse sufficiente, quando la
persona ammalata muore, la perversione consiste nel dire che non si è curato
che, nel linguaggio neo-liberista, vuole dire che non ha lottato abbastanza: il
responsabile di aver perso la battaglia diventa il malato. Una perversione
mostruosa.
Una malattia come la
leucemia è arbitraria, nessuno la sceglie, è disgraziatamente aleatoria. Pertanto,
nessuno sceglie di combattere la leucemia o qualsiasi altra malattia. Gli
ammalati sono dei pazienti, vittime che soffrono e il successo della guarigione
dipende da una diagnosi tempestiva, da un buon trattamento, dall’investimento
del denaro pubblico nella ricerca e che siano attenzionati da una buona equipe
medica.
Questo sistema
ossessionato dal trasformare tutto in successo/fallimento che converte gli
imprenditori in una sorta di eroi che lottano per uscire dalla disoccupazione
da soli, senza dire che la cosa più importante perché un imprenditore abbia
successo è il denaro di partenza che gli prestano i suoi famigliari per
iniziare, così ora si lancia anche l’idea di isolare la malattia e a convincere
che lottare è sufficiente per guarire. Ugualmente se si vive in Senegal o in
Svezia, che si lotti in una baracca o in uno chalet della Moraleja, che si
abbia accesso alla salute pubblica di qualità o che chiedano la carta di
credito se si entra in un ospedale.
Nessuna questione importante
si risolve combattendo in solitudine né citando frasi celebri di Paulo Coelho. Nessuno
esce indenne da un cancro combattendo come un atleta olimpico. Nessuno diventa
un imprenditore di successo solo possedendo una buona idea di business. Nessuno
ottiene i suoi obiettivi soli sognandoli. Nessuno lascia l'esclusione sociale solo ridendo alla vita. Nulla
assolutamente nulla si risolve con una frase zuccherosa.
Questo è sufficiente per
trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita in un fatto individuale,
dipendendo solo da noi stessi. Nessuno si fa da se stesso che è la tipica frase
di assenza di solidarietà dell’individualismo e la mancanza di empatia. Ci
realizziamo gli uni con gli altri in salute e nella malattia. Invece di
richiedere alle persone malate di lottare, sarebbe più utile che lottassimo noi
per loro, per noi stessi e per tutti e che almeno smettessimo di votare
opzioni politiche che tagliano in modo criminale la ricerca scientifica e il
sistema di salute pubblica.
(traduzione di Lia Di Peri)
mercoledì 22 febbraio 2017
La schiavitù dei Rom, la “grande vergogna” della Romania.
di Marine Leduc
Tutti gli anni, il 20 febbraio, la Romania celebra l’abolizione dalla schiavitù dei Rom. Solo che in questi cinque secoli della storia del paese, essi non sono ancora inclusi nei programmi scolastici. Questo 20 febbraio 2017, una pièce teatrale sulla schiavitù creata dall’attrice rom Alina Șerban è stata rappresentata al Teatro Nazionale di Bucarest. Una prima nel paese.
Quando la storia è stata
dimenticata, l’arte la tira fuori dai cassetti. Con lo spettacolo «Marea Rușine»
("La Grande Vergogna"), ricompaiono sulla scena 500 anni di schiavitù
Rom. Magda, una giovane dottoranda rom, decide di scrivere una tesi sull’argomento
ma deve far fronte alle critiche dei parenti e alle sue domande interiori: Che
cos’è essere una donna rom oggi in Romania e in Europa? Com’è che un tale
passato è stato ignorato?
«Magda:
Io propongo di descrivere le principali caratteristiche della schiavitù dei Rom
in Romania.
Professore:
Vi chiedo di nuovo, perché è così importante questo problema?
Magda:
perché c'è ancora poca ricerca su questo argomento ed io posso contribuire a
sviluppare questo settore di studio.
Professore: La tesi che lei propone è troppo militante. Dovete decidere se volete essere un’accademica o un’attivista. »
Professore: La tesi che lei propone è troppo militante. Dovete decidere se volete essere un’accademica o un’attivista. »
Attraverso questo
personaggio, l'attrice rom Alina Șerban, intende riportare il passato nel presente
e interrogare l’identità e la storia dei Rom rumeni. Secondo lei, è
fondamentale conoscere il passato per meglio capire la situazione attuale. "Tutti i discorsi sui Rom si costruiscono
al presente ma non ci si chiede mai il motivo per cui esiste una tale situazione.
Perché non hanno avuto la stessa opportunità degli altri? E 'importante che la
Romania e il resto d'Europa capisca che gli antenati dei Rom romeni erano
schiavi, e le conseguenze sono ancora oggi visibili. La Grande Vergogna non è
soltanto questo passato schiavista. La Grande Vergogna è la dimenticanza di
questo passato.”.
Chi
scrive la storia?
La prima parte della pièce
è dedicata allo sviluppo della tesi di Magda e al dialogo con il fratello -
prete ortodosso – il suo piccolo amico e i suoi professori. Nella seconda
parte, la giovane donna e gli altri personaggi interpretano la difesa sotto
forma di declamazione e ripercorrono la storia della schiavitù dei Rom fino
alla sua abolizione. Alla fine, le immagini del XXI secolo rivelano le case dei
Rom distrutte e i loro abitanti espulsi.
Queste situazioni, Alina
le ha personalmente sperimentate. Da adolescente, la sua famiglia è stata
evacuata dallo “spazio rom” in cui abitavano. Lei ha beneficiato allora di un
aiuto sociale alla infanzia che le ha permesso di vivere in un appartamento con
altre giovani della sua età. Dopo il diploma entra alla UNATC, l’accademia di
teatro e cinema di Bucarest. Nel 2010, la consacrazione: Alina ottiene una
borsa di studio a New York e, dopo, alla Royal Academy di Londra. “ Mi sono resa
conto a quel punto di avere chance per essere europea, racconta. Non potevo lavorare, all’epoca, per i rumeni,
non avendo il diritto ma a differenza del mio amico somalo, ho avuto un buon
passaporto. Ho potuto studiare e vivere altrove. E’ liberatorio.
Durante il suo soggiorno a
New York, ha fatto amicizia con gli afro-americani che le hanno parlato dei
loro antenati, della schiavitù e del “privilegio bianco”. Per loro era normale parlare di questo.
Hanno messo in parole i miei pensieri, parole che non avevano espresso fino ad
allora – spiega. I Rom rumeni non hanno ancora acquisito questo tipo di discorso,
nonostante abbiano una storia simile. Sorge allora una domanda: chi scrive la
Storia?”.
Lei si informa sui suoi
antenati, sulla generazione di rom Spoitori e vuole recuperare la loro storia,
la sua storia. Alla immagine degli afro-americani, Alina, vuole far parte degli
artisti rom che rammentano alla Romania il suo passato schiavista e che diedero
voce al gruppo etnico più discriminato dell’ Europa.
Amnesia
generale
Molti storici hanno anche
comparato la schiavitù dei Rom a quella degli afro-americani negli Stati Uniti.
Se le condizioni e i contesti sono diversi, alcune somiglianze sono degne di
nota. Dal 14esimo al 19esimo secolo, i principati di Valacchia e Moldavia
praticano la schiavitù dei Rom. Questo sistema sarà istituzionalizzato e
codificato con un Drept Tigan, una sorta di "codice nero".
L'abolizione della schiavitù sarà dichiarata nel 1864. Da allora, le memorie
ricordano il periodo, tuttora, ancora sconosciuto. La parola "zingaro",
allora soprannome dei Rom, è diventato il termine usato per designare tutti gli
schiavi. Come la parola “nigger”, questa parola peggiorativa in Romania è
ancora usata per riferirsi ai Rom. Tutti gli schiavi non erano necessariamente
Rom ma tutti i Rom - ad eccezione degli affrancati o di chi era fuggiti - erano
schiavi, proprietà del Principe, dei monasteri o dei boiardi, i famosi
aristocratici ortodossi dell'Europa dell'est.
Oggi, la scala della schiavitù
sembra minimizzata. Anche la lingua romena parla di una forma di asservimento
(robie) come una forma di schiavitù (sclavie). La Storia in sé non include
nessun equivoco. Quando Mihail Kogalniceanu, futuro primo ministro della
Romania, cercando di avvisare i suoi vicini nel 1837, fa luce su una parte di
ombra dell’epoca: "Gli europei organizzano società filantropiche per
l'abolizione della schiavitù in America mentre sul loro continente 400.000
zingari sono tenuti in schiavitù ".
I libri di testo rumeni non contengono
paragrafo sulla schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Solo poche righe
parlare della riduzione in schiavitù dei Rom e il periodo abolizionista. Tuttavia,
i principali proprietari di schiavi, rappresentati dalla Chiesa e lo Stato, a
poco a poco si assumono le loro responsabilità. Nel 2011, il 20 febbraio (data
della prima abrogazione nel 1856, ndr) è dichiarato "giorno della
commemorazione della liberazione Rom”. Il 19 febbraio 2016, l'ex primo ministro Dacian Ciolos ha
riconosciuto ufficialmente la schiavitù e la situazione marginale dei Rom. Il
giorno dopo, una targa è affissa al Monastero Tismana, uno dei primi ad avere
posseduto degli schiavi.
Non conoscere il passato non
permette di osservare le conseguenze. Dei ricercatori attestano dei luoghi
occupati dai Rom, risalente al periodo della schiavitù, come il quartiere
Simileasca a Buzau. Nel suo saggio rom the Gypsies to the African-America, la
docente di letteratura Mihaela Mudure, scrive che il periodo post – abolizione è
stato fatale: “Gli schiavi formavano una nicchia economica ma non avevano
nessuna personalità politica e giuridica. Gli schiavi liberati possedevano una
personalità politica e giuridica, ma si trovarono gettati alla periferia della
vita economica moderna”. Lei spiega
anche che a differenza degli afroamericani, i Rom non hanno avuto i mezzi per
far conoscere la loro cultura e la loro storia. Fino ad oggi.
Senza
arte non c’è memoria
Il problema è tornato al
centro del dibattito pubblico nel 2015, quando esce il film Aferim, diretto da Radu
Jude. Premiato a Berlino, questo western
rumeno si svolge nei primi anni del XIX secolo e mette in scena due poliziotti alla
ricerca di uno schiavo che è scappato. Per molti spettatori, la rivelazione di
questo passato è l'effetto di uno schiaffo. Secondo Alina, "il dialogo
inizia, " ma i progressi sono ancora rischiosi .
[...] Alina non si abbatte. Per lei
non è una questione di posare come vittima.“ O ci rifiutiamo o vittimizziamo i Rom. Bisogna far passare altre
cose. E 'stata una necessità per me
parlare di storie dolorose, ma per creare qualcosa di positivo per provocare il
cambiamento. E il teatro e l'arte in generale, devono essere capaci di creare
questo cambiamento.”
“Qualche anno fa non avrei avuto il coraggio di fare un tale progetto:" Come donna e rom non avevo l’abitudine di occupare spazio. Alcune persone lo fanno facilmente; esse affermano che è quello che vogliono e lo ottengono. Voglio dimostrare ora che ho anche il diritto di avere il mio posto. " Ed evitare che 500 anni di schiavitù siano rifiutati o dimenticati”.
“Qualche anno fa non avrei avuto il coraggio di fare un tale progetto:" Come donna e rom non avevo l’abitudine di occupare spazio. Alcune persone lo fanno facilmente; esse affermano che è quello che vogliono e lo ottengono. Voglio dimostrare ora che ho anche il diritto di avere il mio posto. " Ed evitare che 500 anni di schiavitù siano rifiutati o dimenticati”.
CafeBabel.
venerdì 10 febbraio 2017
Lettera pubblica a Errejón *: Noi donne non siamo uteri in affitto.
Lidia Falcón, politica e scrittrice spagnola.
Iñigo Errejón nel programma Hoy por Hoy mattina SER, l’8 febbraio, si è pronunciato a
favore dello affitto dei ventri delle donne per soddisfare i desideri di quei genitori che
vogliono figli fabbricati con il proprio sperma.
Ha aggiunto che si dovrebbero adottare correttivi e controlli, perché questa pratica
che chiama “maternità surrogata” non significa lo sfruttamento delle donne
povere, esprimendo così la sua compassione per tali soggetti.
Nel corso della intervista Iñigo Errejón, ha fatto auto-critica, perché
il suo partito è immerso più nella discussione dei problemi organizzativi e
di concorrenza tra le diverse fazioni che si disputano il potere, che nel
risolvere le mancanze delle persone.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.
Delle persone che non sono donne, perché nessuno degli sfruttamenti e delle minacce che le colpiscono, fino a ucciderle, erano presenti nel suo discorso. Persino la giornalista ha dovuto fargli notare che quando parlava della maternità surrogata, non aveva pronunciato neppure una volta, la parola donna, come se il tema riguardasse gli uomini allo stesso modo o fosse una questione al di fuori della specie umana.
Il signor Errejón ha iniziato la sua riflessione
dicendo che tutti hanno il diritto di avere figli. Indubbiamente, per un
professore di Scienza Politica è un’analisi estremamente povera come
spiegazione di un problema che colpisce
migliaia di donne, nella loro vita più privata.
Perché come esperto di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Perché come esperto di relazioni umane dovrebbe sapere che i diritti di alcuni non si possono esercitare contro i diritti dei più. Il diritto alla paternità non vuol dire che per poterlo esercitare si possa disporre del corpo di una donna, bombardandolo di ormoni, inserendole un ovulo - proprio o estraneo fertilizzato – e aspettando che la gravidanza arrivi a termine, per strapparle poi il figlio, in modo irreversibile. E tutto questo per denaro.
A questo professore di politica che grida quotidianamente contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte delle potenze economiche, non lo tocca lo sfruttamento delle donne da parte di tutti i poteri:quello capitalista e quello patriarcale.
Se Errejón ricorda la massima che la libertà di
ciascuno finisce dove inizia quella degli altri e se si fosse formato di più
in femminismo che nel suo indigesto mentore Laclau, non si sarebbe pronunciato
con questa leggerezza sul terribile dramma che sta ora assediando le donne povere in diverse aree del mondo.
Quelle governate dai politici che si sono posti al servizio delle grandi
compagnie farmaceutiche, delle agenzie che cercano ragazzine nelle zone rurali dell'India, Pakistan, Bangladesh, Ucraina, per
negoziare, un miserabile contributo che danno alla famiglia, le loro ovaie, i loro grembi,
la loro resistenza fisica, disprezzando la loro dignità come essere umano, i
loro sentimenti ed emozioni: machisti che vogliono essere padri a costo di strappare il bambino alla donna
che gesta e partorisce.
No, signore Errejón, le donne non sono vasi, o provette
né cave d’India per esperimenti né abbiamo i ventri unicamente come
fabbrica di bambini.
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato scarpe. E’ anche questo infame.
Le donne non investono soltanto nella maternità gli ovuli e gli ormoni, che producono le loro ovaie, il calcio, i minerali e le sostanze nutritive che costruiscono il feto; non soltanto noi donne sopportiamo per nove mesi, che la nostra anatomia ci cambi fino a renderci quasi irriconoscibili come quelle persone che eravamo prima della fecondazione; noi donne non soltanto perdiamo il turgore dei seni e la tonicità dei muscoli nel difficile compito di dare vita a un altro essere umano, così lentamente; non soltanto perdiamo la capacità di muoverci con agilità; di compiere lavori pesanti e di realizzare esercizi fisici durante i nove mesi;non solo soffriamo dolori, lacerazioni, parti cesarei e, talvolta infezioni, durante il parto e abbiamo bisogno di giorni per recuperare tanta sofferenza ma come esseri coscienti di ciò che sta accadendo investiamo sentimenti ed emozioni, speranze e timori, gioie e paure in questa fase trascendente della nostra vita. E, allo stesso modo,che nella schiavitù si usa non soltanto la capacità lavorativa del lavoratore ma la persona tutta è perciò infame, manipolare il corpo femminile per fertilizzarlo, ingravidarlo e, poi, sottrargli il “prodotto”, come se si trattasse di avere fabbricato scarpe. E’ anche questo infame.
Per questo è vergognoso che i politici che pretendono di lavorare per migliorare le
condizioni di vita dei cittadini, che denunciano le aziende e le oppressioni
sofferte dai lavoratori, che scrivono lunghi manifesti contro un sistema
economico e politico che condanna alla miseria, alla ignoranza, alla tristezza
e al dolore milioni di persone, siano così crudeli con le donne, per soddisfare
i desideri di una manciata di uomini
ricchi.
Perché, essere padre o madre, è un diritto ma non una
necessità. Milioni di uomini e donne non hanno i bambini per vari motivi, oggi,
sempre più volontaria – e non gli accade nulla.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.
Noi donne non siamo vasi né provette né cavie d’India per testare esperimenti scientifici.
E aggiungo: gli uomini neppure sono stalloni. Gli uomini, quelli che possono vantarsi di esserlo, non debbono approfittarsi della povertà, della impotenza, della immaturità di povere ragazze, per soddisfare questo presunto desiderio di paternità. Perché se davvero ciò che li spinge è la generosità di prendersi cura di un bambino, nel mondo ci sono milioni di creature che hanno bisogno di padri e madri.
Questi amabili uomini che non adotterebbero i minori
che ne hanno bisogno, ciò che vogliono è perpetuare il loro seme, proprio come
patriarchi biblici. Per essi non sono passati i secoli di progresso sociale e
umano, che hanno portato al rispetto delle donne poiché esseri umani.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo: sesso e ventre riproduttore.
Per loro la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, del 1948, accelerata dopo le tragedie orribili delle contese del XIX e XX secolo, non si applicano al sesso femminile, perché per loro le donne non sono altro che questo: sesso e ventre riproduttore.
E non gli importa neppure dei diritti dei bambini. Poiché
queste creature fabbricate su richiesta dei padri non avranno nessuna
conoscenza delle loro radici, dei loro antenati, della storia, della cultura
della biografia della loro madre e della famiglia della madre. Privando questi
nuovi uomini e donne della conoscenza della comunità umana da cui provengono.
Fabbricati come il mostro di Frankenstein per soddisfare il desiderio di chi
può pagarlo.
E ora, nei momenti decisivi di questa immediato Congresso in cui dirigenti e militanti di
Podemos, che deve definire e risolvere che tipo di formazione politica sarà, quali
scopi sociali avrà, quale programma difenderanno, cosa possiamo aspettarci da
loro e in che modo possiamo confidare a
che ci difendano da così tanti poteri predatori e crudeli che ci schiavizzano,
se i suoi militanti e dirigenti decidono che le donne possano essere trattate come
pecore o vacche, approvando quello che chiamano "maternità
surrogata", perderemo la speranza che questo partito sia progressista e
possa cambiare la società a nostro beneficio.
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.
Note
E se dopo tante dichiarazioni di femminismo come hanno fatto le donne di Podemos, voteranno a favore di tale infamia, sarà chiaro che né sono femministe né sicuramente sono consapevoli di essere donne.
Note
* Íñigo Errejón
politico e politologo spagnolo tra i fondatori nel 2014 di Podemos
traduzione di Lia Di Peri
traduzione di Lia Di Peri
martedì 31 gennaio 2017
Loca del coño * e musulmana
Non ho mai amato le etichette perché limitano i miei sguardi.
Il linguaggio ha molta carica politica che una semplice parola è sufficiente per castrare un sano dialogo, fondamentalmente perché una delle parti ha già predefinito nella sua mente un'idea monolitica che non sempre corrisponde alla definizione che l'altra persona ha di se stessa. Dire “ sono musulmana” può essere una prigionia del pensiero, perché parte da una idea costruita dalla colonialità. Dedico, quindi, questa mia prima pubblicazione alla mia presentazione.
Sono una pazza per la fica e di condizione musulmana (sì, ho scritto condizione e non identità).
Mi piace iniziare la mia presentazione dicendo che “sono una eusko-mora*, sovversiva, anarco-femminista, islamica”. Sono musulmana per convinzione, nata in una famiglia, "cattolica romana".
Con orgoglio mi definisco figlia dell’emigrazione galiziana a Parigi, nata in un momento storico in cui questo paese chiamato Spagna era sommerso in un processo privo di libertà e di poco pane per sfamare tante bocche affamate. Mi piace ricordarlo, perché penso sia importante non dimenticare la nostra memoria storica e per comprendere che le migrazioni sono parte della nostra tradizione. E’ bene che assumiamo che come noi siamo andati alla ricerca di prosperità e sicurezza, altre persone fanno lo stesso adesso che dichiarano che siamo una democrazia sviluppata.
Sono stata educata sotto i parametri binari, dove la eteronormatività era "normale". Ho sviluppato durante la adolescenza una evidente contraddizione sociale volendo veder realizzato il mio sogno di “essere un bambino”, non tanto per desiderio di identità ma per l’ansia di godere dei privilegi che a essi erano riconosciuti.
A quattro anni presi coscienza dei loro privilegi, quando ho desiderato possedere la macchina rossa a pedali, che ammiravo ogni giorno nella vetrina del negozio di giocattoli mentre andavo nel parco. La risposta era sempre la stessa: "Le macchine sono per i maschietti."
E’ così che è cominciato il mio desiderio di essere un bambino per possedere la macchina rossa, giocare a calcio, a rugby o, anche, non dovere indossare gli scomodi vestiti che mi impedivano di giocare in libertà. Anche se nonostante ciò finivano per essere usati come paracadute, mentre tiravo la cima di un albero, slogandomi anche qualche caviglia. Volevo essere un bambino per potermi sedere come più mi piaceva, correre e urlare quanto volessi, giocare alla Playmobil o avere la mia collezione di Transformer.
A occhi alieni è ciò che la nostra società ha comunemente descritto come un maschiaccio.
Anche se sono nata all'estero, dopo la morte di Francisco Franco, dovetti ritornare e adattarmi alla nuova realtà.
Sono passata dal vivere in uno Stato laico a uno a-confessionale, con chiari favoritismi verso la Chiesa cattolica, un fatto che continua da quattro decenni dopo la rottura di un monotelismo religioso imposto con la forza nel corso degli ultimi cinque secoli, tranne nelle due repubbliche.
A sei anni ho preso coscienza del mio ateismo, quando ho detto nell’ora di religione che se Gesù era figlio di Dio e, quindi, Dio ero io, essendo allora figlia di Dio, potevo essere benissimo io Dio.
Ho ancora nei miei occhi lo stupore della insegnante, una affettuosa suora, che in quel momento, mostrò tutta la sua rabbia di fronte a una simile dichiarazione. Trentacinque anni dopo, sostengo ancora la stessa idea.
Io non credo alla costruzione che la nostra società fa di Dio né credo nel suo concetto di religioni e neppure nelle strutture verticali in cui le donne sono state espulse dalla leadership spirituale. Tendo a rifiutare le definizioni che, terze persone, fuori dall’Islam, fanno sulla mia condizione di musulmana come se fosse verità inconfutabile, razionale e da libera postura colonialista. Perché condizione? Perché, come ho capito la condizione musulmana è lo stato naturale degli esseri viventi, non solo degli animali umani.
Dal mio modo di intenderlo, l’Islam, non è una religione né monoteista né Allah è chiamato Dio. Non mi identifico con il concetto di “credente”, così come lo vivo, non c'è scelta di credere o non credere in Allah. Allah lo sento o non lo sento. Sì, lo so. Non ha nulla a che fare con la costruzione di parole che ha limitato il pensiero della nostra società. Forse, perché, durante questi ultimi cinque secoli, chi si è appropriato del diritto all'interpretazione e alla epistemologia dell'Islam, sono stati uomini bianchi eterosessuali non musulmani.
Per questo credo in un femminismo decoloniale e alla necessità che noi, le protagoniste, recuperiamo il nostro legittimo diritto di definire noi stesse, senza interferenze, senza aggiunte né cariche soggettive che arrivino da una prospettiva teologica antropocentrica, lontana dalla cosmologia islamica.
A noi tocca decostruire, decolonizzare lo sguardo e imparare a fare della diversità un potente strumento di sinergie per porre fine a questa piaga violenta chiamato sistema patriarcale.
Ti unisci alla mia jihad di genere?
P.S. Essere musulmana non è sinonimo di araba. Quando mi inviti a casa tua, non è necessario che mi prepari un cus-cus, per farmi contenta, perché se anche mi piace, continuo a decantare una frittata di patate o di verdure bollite. Non è neppure necessario che mi offri un tè alla menta, che è molto ricco ma preferisco un succo naturale di frutta di stagione.
Per quanto riguarda la musica, mi rendo conto che si desideri deliziarmi con ritmi del Maghreb ma, a essere sincera, mi piace di più il rock e il metal.
Per quanto riguarda la musica, mi rendo conto che si desideri deliziarmi con ritmi del Maghreb ma, a essere sincera, mi piace di più il rock e il metal.
lunedì 16 gennaio 2017
I fiori del deserto che studiano, lottano e resistono.
Isabel Lourenço
(traduzione di Lia Di Peri)
http://porunsaharalibre.org
Leila ha 20 anni,una ragazza apparentemente fragile, dolce
e con un’energia inesauribile.
E’ una studente sahraui, studia inglese in una
università del Marocco come tanti altri studenti sahraui dei territori
occupati che non hanno altra scelta che studiare nelle università ubicate in
Marocco, lontani dalle loro famiglie e le loro case e alla mercé della
discriminazione dei professori del regime dell’occupazione.
La famiglia di Leila, come molte altre, ha prigionieri
politici, desaparecidos e morti saharawi la cui unica colpa è di rivendicare i
loro ancestrali diritti alla loro terra e patria.
Ho conosciuto questa ragazza tre anni fa, quando ho
fatto la traduttrice per la prima volta durante il processo di un prigioniero
politico saharawi. Ricordo quanto fosse spaventata ma ha deciso con risoluto coraggio e nonostante tutte le difficoltà di superare
le sue paure e di assolvere il suo compito.
Attivista sahraui lotta e resiste senza violenza. Lei
vuole il suo paese libero dagli occupanti illegali e non ha dubbi che la
vittoria sarà del popolo Sahraui.
L’ho incontrata nuovamente diverse volte e sempre con
la stessa determinazione, una determinazione che non diminuisce nonostante la
feroce repressione dell'occupante.
Leila vive in una famiglia di donne, il padre è morto,
la madre non si è risposata e ha una sola sorella. Le difficoltà sono molte, ma
la madre incoraggia le sue figlie e il resto della famiglia.
Le giovani saharawi sono incoraggiate dalle loro
famiglie a studiare e in nessun momento sono viste come un peso o come membro
meno valido della società sahraui. Al contrario, questi fiori del deserto con
i loro melfas (abito tradizionale) colorati e i loro magici sorrisi, sono
guerriere, donne forti che hanno la capacità di decidere e combattere,
organizzare e guidare, molte di loro sono simboli della resistenza dentro e
fuori i territori occupati.
La questione dell’autodeterminazione è essenziale – mi dice
Leila – è l’unica soluzione ed è una giusta soluzione per il nostro popolo, e noi
non smetteremo mai di lottare per il nostro paese.
Le ho raccontato che avevo una studente portoghese che
scriverà una tesi nella quale sostiene che i sahraui sono più radicalizzati,
che le donne sahraui, oggi, sono meno indipendenti, che non sono motivate a
uscire da casa e studiare per ottenere il diploma e rappresentare il loro paese.
Guardo intorno alla stanza piena di donne sahraui che
ridono, risate di incredulità e stupore. Esse sono uno degli esempi viventi che
tutte queste sono menzogne e mi dice: Guardaci qui e guarda i campi dei
rifugiati, le mie amiche studiano, guidano, organizzano, chi afferma queste
cose non ci conosce e l’unica cosa che fa è diffondere bugie.
Parliamo del mondo, delle guerre, degli attacchi, Leila
come tutti gli saharawi non sono contenti della manipolazione della loro
religione, “l’Islam non è nulla di tutto questo, noi vogliamo la pace e
condanniamo questi attacchi”, mi ripetono tutti gli studenti saharawi con cui
ho parlato.
Uno delle giovani saharawi nella stanza, una
giornalista, è malata, i suoi compagni cercano di incoraggiarla e le danno un
rimedio fatto in casa. Questa solidarietà, il rispetto e l'affetto tra i
Sahrawi sono qualcosa di unico. Il
rispetto degli uomini sahraui alle donne, non per imposizione o standard ma
per cultura e tradizione è degno di essere citato più e più volte.
Sai quando una di noi è aggredita dalle autorità dell’occupazione è la stessa cosa che se attaccassero 100 uomini. E’ un crimine. Aggredire o insultare
una donna è impensabile per la nostra società. Un uomo che maltratta una donna
è condannato all’ostracismo da tutti. Mi dice Leila.
Ritorniamo a parlare delle difficoltà di studiare
essendo sahraui nei territori occupati.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.
Molte professioni sono proibite ai saharaui come medicina, ingegneria, fisica. Il fatto di dover studiare in Marocco comporta una spesa enorme per la famiglia che riduce le possibilità di accesso. Leila non vive nel campus, perché non è sicuro, non possiamo fidarci gli studenti marocchini e ci sono molti poliziotti e quando ci sono proteste invadono le nostre case, dice.
Le chiedo dei 144 studenti saharawi in attesa di giudizio
da più di un anno nel carcere di Marrakech. "Sono stati arrestati dopo le
manifestazioni, hanno avuto sfortuna è la nostra vita. Nessuno parla di noi,
perché non facciamo notizia?”.
Il giorno prima la ragazza era andata a visitare il
prigionieri Gdeim Izik nel carcere di El Arhat mi ha detto con un luccichio
negli occhi: "Come faccio a lamentarmi per così poco. Erano emozionati e sorridenti, che coraggiosi!
Mi hanno trasmesso tanta forza e sono un esempio della nostra lotta. Sono
innocenti sui quali pesa una pena di 20 anni all’ergastolo, però sorridono!”.
Guardo questa giovane, che
in qualsiasi momento può essere arrestata e torturata, una giovane donna che ha
affrontato il Tribunale di Sale, un intero giorno, nella manifestazione a
sostegno di Gdeim Izik con molti altri giovani, le loro famiglie e amici e vedo
la forza, l’incredibile forza, che possiede chi ha ragione, chi difende la giustizia,
chi difende la pace.(traduzione di Lia Di Peri)
http://porunsaharalibre.org
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