lunedì 5 dicembre 2011
lunedì 28 novembre 2011
E' tempo di fermare la guerra contro la Terra.
da Vandana Shiva*
Una manciata di imprese e di potenze cerca di controllare le risorse della Terra e trasformare il pianeta in un supermercato nel quale tutto è in vendita.Vogliono vendere la nostra acqua,geni,cellule, organi, saperi, culture e il nostro futuro.
Le guerre durature in Afghanistan, Iraq e ciò che ne è seguito non sono solo sangue per il petrolio. Nella misura in cui si sviluppano vediamo che è sangue per il cibo, sangue per geni e biodiversità, sangue per l'acqua. La mentalità guerrafondaia alla base dell'agricoltura bellicista-industriale è evidente nei nomi degli erbicida della Montesanto -Round-Up, Machete, Lasso.
L'American Home Productis ,che si è fusa con la Montesanto dà ai suo erbicidi nomi altrettanto aggressivi, tra cui, " Pentagono" e " Squadrone". E' il linguaggio della guerra.
Le guerre durature in Afghanistan, Iraq e ciò che ne è seguito non sono solo sangue per il petrolio. Nella misura in cui si sviluppano vediamo che è sangue per il cibo, sangue per geni e biodiversità, sangue per l'acqua. La mentalità guerrafondaia alla base dell'agricoltura bellicista-industriale è evidente nei nomi degli erbicida della Montesanto -Round-Up, Machete, Lasso.
L'American Home Productis ,che si è fusa con la Montesanto dà ai suo erbicidi nomi altrettanto aggressivi, tra cui, " Pentagono" e " Squadrone". E' il linguaggio della guerra.
La sostenibilità si basa sulla pace con la Terra.
La guerra contro la Terra comincia nella mente. I pensieri violenti danno forma ad azioni violente. Categorie violente costruiscono strumenti violenti. E da nessuna parte questo è tanto attivo come nelle metafore e metodi sulla quale si basa la produzione industriale, agricola, alimentare. Le fabbriche che producevano veleni ed esplosivi per uccidere la gente in guerra sono state trasformate in fabbriche che producono prodotti chimici alla fine delle guerre.
Nel 1984 ho cominciato a capire che qualcosa non andava nel modo in cui si producono gli alimenti. Con la violenza in Puniab e il disastro di Bhopal l'agricoltura sembrava guerra. Fu allora che scrissi La violenza della Rivoluzione Verde e per questo ho lanciato Navdanya come movimento per un'agricoltura senza veleni e tossine.
I pesticidi,che inizialmente sono stati usati come armi chimiche, non potevano controllare i parassiti. .L'ingegneria genetica avrebbe potuto offrire un'alternativa ai prodotti chimici tossici, invece ha portato ad un uso maggiore dei pesticidi e diserbanti e scatenato una guerra contro i contadini.
Gli alti costi delle sementi e dei prodotti chimici ha fatto si che gli agricoltori cadessero nella trappola del debito - e la trappola del debito porta i contadini al suicidio. Secondo i dati ufficiali, In India più di 200.000 contadini si sono siucidati dal 1997.
Fare la pace con la Terra è sempre stato un imperativo etico ed ecologico, che si è trasformato adesso in un imperativo per la sopravvivenza della nostra specie.
La violenza contro il suolo, la biodiversità, l'acqua, l'atmosfera, la campagna e i contadini produce un sistema alimentare che non può dare da mangiare alla gente. Un miliardo di persone soffrono la fame. Due miliardi soffrono di patologie legate all'alimentazione: obesità, diabete, ipertensione, cancro.
Ci sono tre livelli di violenza coinvolti nello sviluppo non sostenibile. Il primo è la violenza contro la Terra, che si esprime nella crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone espressa con la povertà,la miseria e lo spostamento. Il terzo livello è la violenza della guerra e del conflitto, quando i potenti prendono nelle mani le risorse che si trovano in altre comunità e paesi per soddisfare il loro appetito che non conosce limiti.
Quando ogni aspetto della vita è commercializzato, vivere diventa più cosotoso e la gente si impoverisce, anche se guadagnano più di un dollaro al giorno. D'altra parte, la gente può essere ricca in termini materiali,anche senza l'economia monetaria, se ha accesso alla terra, se i terreni sono fertili,se i fiumi sono puliti, la loro cultura è ricca e continua la tradizione di costruire case e vestiti belli,buon cibo e c'è coesione sociale, solidarietà e spirito comunitario.
L'ascesa del dominio sul mercato e la moneta assurta a principio superiore organizzativo della società e unico modo di quantificare il nostro benessere ha portato ad un indebolimento dei processi che mantengono e sostengono la vita nella natura e società.
Mentre diventiamo sempre più ricchi, ci impoveriamo ecologicamente e culturalmente. L'aumento del benessere economico, misurato in denaro, porta all'aumento della povertà negli aspetti materiali, culturali, ecologici e spirituali.
La reale moneta della vita è la vita stessa,questo punto di vista porta ad alcune domande: Come possiamo vedere noi stessi in questo mondo? Cosa sono gli esseri umani? Sono semplicemente delle macchine che producono denaro divorando le risorse? O abbiamo uno scopo più alto, un fine superiore?
Credo che la " Democrazia Terrestre" ci permetta di immaginare e creare democrazie viventi basate sul valore intrinseco di tutte le specie, di tutti i popoli, di tutte le culture - una ripartizione giusta ed equitativa delle risorse vitali di questa Terra, una divisione delle decisioni sull'uso delle risorse della Terra.
La "Democrazia Terrestre " protegge i processi ecologi che mantengono la vita e i diritti fondamentali che sono alla base de diritto alla vita, compreso il diritto all'acqua, al cibo, salute, istruzione, lavoro e sostentamento.
Dobbiamo scegliere. Obbediamo alle leggi di mercato dell'avidità corporativa o alle leggi della Madre Terra per mantenere gli ecosistemi terrestri e la diversità degli esseri viventi?
I bisogni all'alimentazione e dell'acqua delle persone possono essere soddisfatti solo se si protegge la capacità della natura di produrre cibo ed acqua. Suoli e fiumi morti non danno cibo né acqua.
Per questo difendere i diritti della Madre Terra è il più importante dei diritti umani e delle lotte per la giustizia sociale.
E' il più grande movimento pacifista della nostra epoca.
* La Dr. Vandana Shiva es una fisica e ambientalista indiana, che ha ricevuto il Premio Sydney della Pace, 2010.
Colarebo
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
domenica 27 novembre 2011
'Stato' : Visibile
Chiedo scusa, se in alcuni momenti questo articolo presenterà
passaggi un pò oscuri. Ciò è dovuto alla difficoltà di tradurre con un
sinonimo adeguato il verbo "Essere" che, in spagnolo si traduce in due
modi con 'Ser' nel senso di un status permanente, immutabile, con
'Estar', che indica invece una condizione temporanea, ma anche di stato
in luogo. Mi sembrava riduttivo, se non anche errato usare nel secondo
caso il sinonimo apparenza ,anche perché come noterete (qualora
lo leggerete) l'Estar non è finzione, ma un divenire che, in alcuni
luoghi, diventa un obbligo al cambiamento.
Buona lettura ( mi auguro).
In che modo influisce sulla soggettività il flusso costante di
informazione che arriva quotidianamente attraverso le reti sociali,
l'e-mail, le chat ed altre trame della rete - nella quale tutti e tutte
possiamo essere produttori/tore così come contenitori? Quanto dipende
l'esistenza di ciascuno/na da questa minima approvazione che implica
l'avere " amici" o "fans"? Cosa si mette in gioco nel costruire un "
profilo" con il quale mettersi in contatto con gli altri?
L'antropologa argentina radicata in Brasile, Paula Sibilia, autora tra
gli altri de L'intimità come spettacolo si è posta queste ed altre
domande per rilevare un cambio di asse: si è cancellato non soltanto il
confine tra pubblico e privato, ma anche tra essere come status ed
essere mutevole.La cosa essenziale adesso, sembra essere sempre visibile
ad occhio nudo.
da Marta Dillon
" Il mio cane
ha mangiato il telecomando" " Sono nati gattini sotto il mio letto" "
Romina è ora amica di Alessandra". Frasi come queste popolano le pagine
di facebook, uno dei social network più grandi del mondo. Affermazioni o
descrizioni che vengono sottolineati con un clik su " mi piace" anche
quando si parla di problemi, disagi, depressione e altri " stati" . Da
uno "stato" tanto fugace quanto un battito di ciglia, si passa al post
successivo: a volte fissato dal numero dei " mi piace", conseguente al
numero di "amici" che possiede chi scrive.
Sono passati cinque
anni da quando la mitica rivista Time lo elesse pose come personaggio
dell'anno - nello stesso posto che occupò Hitler nel 1938, per fare un
esempio della lapidaria scelta - che non ha nulla a che vedere con la
simpatia o la gentilezza, realizzando quello che ha significato o
significa questa cosa chiamata Web, che trasforma lo/la utente di
Internet, non solo in consumatori, ma in produttori o co-produttori di
contenuti.
I cambiamenti si succedono vertiginosamente: in questi
cinque anni scrivere nei blogs - che hanno poco a che fare con i vecchi
diari, perché quelli si nascondevano, mentre questi vivono di letture e
commenti, sembra il rifugio della scrittura, mentre la digitazione a
tutta velocità delle opinioni e "stati" in 140 caratteri - e non
necessariamente da un computer - sembra tessere trame che uniscono una
figura presidenziale alla stella del momento, dall'intimità più banale
alla condanna politica.
Come interpretare queste novità? Stiamo
vivendo uno scoppio di megalomania consentita e addirittura incoraggiata
in tutto il mondo? O, viceversa, il nostro pianeta è stato sferzato da
un'alluvione improvvisa di estrema umiltà,libero da ambizioni più alte,
una modesta rivendicazione di tutti noi e di chiunque? Che cosa
significa questo improvviso miglioramento del piccolo e dell'ordinario
quotidiano della gente comune? - si chiede l'antropologa argentina Paula
Sibilia, nel suo libro L'intimità come spettacolo, parafrasando
quattro decenni dopo,La società come spettacolo di Guy Debord - attenta
al periodo di confine nel quale viviamo, per la perplessità che generano
le profonde trasformazioni che si succedono a causa delle nuove forme
di comunicazione e nel modo in cui si utilizza la tecnologia. La
peoccupazione - che emerge in questo lavoro di ricerca di Sibilia-
riguarda il modo in cui queste mutazioni dinamiche influenzano la
soggettività, l'essere e l'essere nel mondo, incarnando un corpo - si
vedrà poi quale corpo e quanto di "incarnazione" - e in relazione alla
cultura.
Una preoccupazione che ha cominciato a delinearsi nel suo
primo libro, L'uomo post-organico, Corpo, soggettività e tecnologia
digitale ( ed.Fondo di Cultura Economica, 2005) nel quale analizzava il
disagio del corpo, in quanto limite alla pretesa faustiniana della
tecnoscienza e continua ora con un lavoro non ancora pubblicato sul
culto del corpo,nel quale affronta non solo la preoccupazione del corpo
perfetto,ma anche certe tecniche di purificazione del corpo che si
mostra, che si pone in gioco non già nella scena amorosa, ma come pura
immagine che può essere manipolata con gli strumenti a disposizione di
chiunque, come il Photoshop.
- Che cosa stiamo diventando?
-
Questo è ciò che mi chiedo anch'io, una domanda che è la spina dorsale
del mio lavoro. Non so se ci sia una risposta, ma la scommessa,
l'ipotesi a partire della quale costruisco gli argomenti è che siamo in
un fase di transizione, stiamo cessando di essere qualcuno, un tipo di
soggetto,un soggetto moderno. Quando dico moderno mi riferisco al tipo
di soggettività che si è formata nel mondo e al tipo di corpo storico
che si è costruito dopo la rivoluzione borghese e la rivoluzione
industriale,nel secolo XIX e in buona parte del XX secolo, almeno fino
agli anni '60 ed è questo che io chiamo soggetto moderno. Tuttavia siamo
ancora nel soggetto moderno;ci sono ancora continuità, viviamo in un
mondo che ha molta continuità con i secoli XIX e XX: è una società
capitalista, industriale. Molti di quei valori persistono: la
democrazia, il sistema politico, ecc. A livello politico, economico
socio-culturale, e morale, l'etica borghese ha molte continuità, anche
se credo però che ci siano differenze importanti che cominciano a
gestirsi a partire dagli anni '60. Penso che in molti modi stiamo
cessando di essere moderni e ci stiamo trasformando in qualcos'altro.
(...)
Quello
che ho individuato sono rotture. Credo che siamo in una transizione
verso qualcos'altro. Se pensiamo il soggetto moderno come quello che
alcuni autori chiamano homo psicologicus, ossia quel soggetto che si
costituisce, si pensa e pensa gli altri come corpo meccanico,una
macchina paragonabile ad un orologio,tanto come desiderio, con il
desiderio di lavorare bene come una macchina, ma anche come paura, paura
di meccanizzarsi, di de-spiritualizzarsi. Il corpo come macchina,
sarebbe un elemento importante nel soggetto moderno, abitato da una
misteriosa entità, che può essere chiamata anima, coscienza, inconscio,
psiche, spirito, in breve, con tutte le definizioni possibili e che una
versione laica e compatibile con i secoli XIX e XX chiama
l'interiorità. Questo è ciò che sta cambiando. Fondamentalmente quello
che vedo è uno spostamento dell'asse intorno alla quale ci costituiamo
come soggetti. Quest'asse che si trova dentro ognuno di noi,si sposta
sempre più verso il visibile, non solamente verso l'aspetto
fisico,l'apparenza, lo stile, la forma del corpo, ma anche verso ciò che
potremmo chiamare performance,ciò che si vede da ciò che siamo, tutto
ciò che si vede definisce ciò che uno è.
Ma bisogna sapere
utilizzare questi strumenti, bisogna avere la capacità di mostrare chi
siamo. Il comportamento visibile e l'apparenza sono due assi che
spiegano il successo dei networking e dei reality show. Rimanere
connessi tutto il tempo,in modo da farci vedere e, con questo,
confermare che esistiamo. Questo sarebbe il segno di uno spostamento
dell'asse attorno alla quale ci costruiamo, questo sarebbe a sua volta,
un'indicazione del fatto che non siamo più quel tipo di soggetto.
(...)
Non si tratta solo di essere qualcuno o di fare qualcosa, ma di
performare ciò che facciamo e ciò che siamo. Ovviamente il contatto con
gli altri è importante ancora oggi, siamo esseri sociali, perché questo
fa parte della definizione antropologica dell'essere umano, tuttavia
l'io del soggetto moderno è così grande, così gonfiato, così in un certo
senso, mostruoso che si poteva sopravvivere anche se avevi il mondo
contro e nessuno lo guardava; oggi, lo sguardo dell'altro è importante
per assicurarmi che esisto: la visibilità è diventata un requisito per
l'esistenza. L' altro deve sostenermi con il suo commento, con il suo "
mi piace" col diventare un fan,col seguirmi in Twitter. In questo senso i
social network sarebbero un indizio di questo cambiamento.
- E'
sintomatico che ci sia solamente la possibilità,almeno su Facebook, di
dire: mi piace e non poter dire,non mi piace. Ha fatto una riflessione
su questo?
- Del pulsante " mi piace" si può
fare un'intera filosofia,perché è anche quantitativo, quante volte si
può premere il pulsante mi piace, a quanta gente è piaciuto, che è la
cosa più importante, molto simile al rating.Non c'è alcuna precisazione:
mi piace per questo, per l'altro,mi piace di meno, di più: è rating.
Twitter in questo senso è meno cinico di Facebook. In Facebook sono
amici, in Twitter sono seguaci, chiaramente è un pubblico, un audience.
C'è
un concetto che uso in L'intimità come spettacolo che è l'idea del
personaggio che si costruisce nelle reti sociali, anche nei reality show
- perché ovviamente è questa logica che passa su Internet. Internet è
chiuso, ma è diventato parte delle regole di gioco nella quotidianità: è
un personaggio.Questa è l'idea del profilo:il personaggio di sé. - Una finzione dell'io?
-
Non attraverso la differenza tra realtà e finzione, tra maschera e
realtà, tra vero o falso. Molto spesso si pongono queste differenze, si
dice su Internet si mente, si costruisce un personaggio che non è reale,
però io non credo che sia così, non mi pare interessante seguire questa
linea, tanto più che l'idea del reality esplora questo : è realtà e
show allo stesso tempo. L'idea del personaggio invece si riferisce a
qualcuno che è sempre in vista, ha molto pubblico, ha molti
lettori/lettrici, è necessario avere sempre qualcuno che guardi perché
nel momento in cui nessuno più guarda il personaggio cessa di esistere,
allora esiste solo quando è guardato. Quando mi avete rivolto la prima
domanda in cosa ci stiamo trasformando, probabilmente in questo, in
personaggi e personaggi audiovisivi, non siamo personaggi da romanzo, di
romanzo ottocentesco, che parla dell'interiorità, un romanzo
psicologico, di sentimenti, di sensazioni, di emozioni, in questo caso
no: il personaggio visibile è un personaggio cinematografico.
- L'essenziale non è più invisibile agli occhi?
-
Uno dei fattori costitutivi della soggettività che si si è
destabilizzata è l'equilibrio tra essenza ed apparenza. L'idea che ci
sia una bellezza interiore,che l'apparenza inganna, ecc.. tutto questo
sarebbe obsoleto e formerebbe parte di quel paradigma che stiamo
abbandonando. Che autenticità è questa che è così diffusa in questi
giorni? Anche nel reality show vince il più autentico.
(...) Mi
pare sia utile pensare l'idea di autenticità legata alla differenza che
abbiamo in castigliano tra essere e stare. Forse, questa autenticità
nuova, dei reality show, della quotidianità e le reti sociali, non è
un'autenticità dell'essenza, dell'essere, ma dello stare e lo stare è
più legato alla performativa: in questo momento io sto con questa
intervista giornalistica e abbiamo viaggiato con molta più facilità tra
le differenti piattaforme di vita, siamo trans-mediatici perché stiamo
su facebook, su Twitter. Penso che la filosofia del Xxi secolo abbia
necessità di questa differenza tra l'essere e lo stare.
E' molto
strano, perché il tedesco non ha questa differenza, il francese e
l'inglese lo stesso e tutta la filosofia moderna è iniziata senza
questa differenza tra l'essere e lo stare, solo pura essenza.
- In più di un'occasione ha parlato degli anni '60 come punto di partenza dei cambiamenti nella soggettività. Perché?
-
Perché
è allora che si comincia a vedere il valore e la possibilità di
cambiare, questa stabilità che ha il soggetto moderno di essere fedele a
se stesso per tutta la vita, che non può mentire, né può fingere.
Fingere non è visto di buon occhio, compreso il trucco, il simulare.
C'era una convinzione nel valore dell'essenza. Ora, negli ultimi
tempi,la nostra morale è cambiata molto in questo senso; non solo
possiamo cambiare ma siamo obbligati a cambiare tutto il tempo, c'è da
aggiornarsi, riciclarsi.
Questi cambiamenti sarebbero considerati
non solo tecnicamente impossibili nell'era moderna, ma moralmente
impossibili, per esempio, il cambiamento di sesso. Non sto parlando di
cambiamento del sesso nel senso di passare dall'uno all'altro. Parlo
della chirurgia plastica,cambiare anche il colore dei capelli e non solo
di modifiche fisiche. In breve una serie di modifiche possibili, che
hanno plasmato, per tutto il tempo il dover cambiare.
(...)
Bisogna
far finta, tra virgolette, abbastanza bene ciò che si sta facendo in
quel momento; non è una menzogna vera e propria è un'autenticità di quel
momento,di continuare ad essere, che non attiene ad una verità,ma a ciò
che sto inventando per continuare ad essere.
Non trova angosciante questa pressione?
Ah,
bhe, questa è un'altra cosa (ride). L'essenza genera sempe
disagio,talvolta disagio è più collegato con l'essenza che con l'essere;
l'essere non genera esattamente disagio, ma ansietà. L'ansia è una
condizione più contemporanea del disagio, perché è un peso enorme,
bisogna essere performati per tutto il tempo,sul lavoro,nell'aspetto
fisico, negli affetti chiedendoti se stai scegliendo ciò che ti rende
felice, cose che prima non erano necessarie. (...)
- E' una enorme offerta del mercato.
- Infatti, ora si può acquistare un kit completo di un modo di essere.
Essere come questo o come quello. Le tribù urbane per esempio, comprano
un modo di essere,interiorizzato, romantico,ma nel giro di sei mesi
possono acquistarne un altro.
- Ma ci sono tuttavia, forti movimenti identitari: popoli indigeni,minoranza sessuali, nazionalismi e così via.
- C'è un'autora brasiliana che si chiama Suely Rolnik che ha fatto un
articolo molto interessante su questo e che si intitola I farmaci
dell'identità. Ciò che spiega è che l'idea di identità, il desiderio e
la domanda di identità si sono polverizzati: sono in crisi da tempo.
Tuttavia, persiste questa illusione di identità,alla quale ci
aggrappiamo, ci afferriamo dinnanzi all'abisso della libertà. L'autora
parla di Kit di un profilo modello, come kit di identità prêt-à-porter,
pronto all'uso, si compra questa identità e la si indossa come un
vestito, per cui è fragile, non assolve alla stessa funzione che svolge
l'identità nel soggetto moderno. Ecco perché il mercato sembra sempre
pronto con una lista di tutti i tipi da usare; ho fatto l'esempio,
piuttosto grossolano delle 'tribù urbane, ma possiamo pensare alle
droghe, non soltanto quelle illecite, ma agli psicofarmaci al Rivotril,
alle droghe per calmare o eccitare, per dormire o non dormire, per
studiare,che appaiono come protesi, come un salva-vita.
- Ed anche come meccanismi di controllo...
- Esattamente, perché mettono in sintonia con il mondo, non sono droghe
per disattivare o per liberare o aprire le porte della percezione,ma
per porre all'altezza delle esigenze contemporanee,in definitiva
perfomative.
- Avverti una qualche forma di resistenza a questo cambio di asse,di fronte alla fine della privacy?
Vi
sono resistenze conservatrici che hanno a che fare con il non
connettersi ad Internet. Però mi risultano banali e non durature. Si
tratta di individuare forza più complesse che stanno agendo qui,
costruendo significati che sono una forma di resistenza. Non si tratta
solo di tutelare la privacy, ma anche di come influenzano il poter
essere le conquiste sociali: i progressi tecnologici, le conquiste di
valori politici, sociali, dentro le quali il più importante è il valore
della donna; credo che questo sia innegabile, la situazione della donna
prima degli anni '60 e la sua condizione di adesso, al livello di
libertà individuale e dei risultati è ovvia, penso che nessuno avrebbe
scelto l'homo psicologicus' perché ne siamo state escluse.
Cito Una stanza tutta per sé di Virgina Woolf proprio per cercare di capire ciò che accade adesso.
Negli
anni '20 la Woolf difese il diritto ad una propria stanza o alla
privacy, per poter essere qualcuna, che le donne avevano diritto alla
soggettività per poter essere un soggetto moderno. Un soggetto dotato di
interiorità, costitutiva della sua essenza, che necessita pertanto, di
silenzio e solitudine per poter interpretarsi, elaborarsi,in ultima
analisi, costruire un'opera, ma anche essere qualcuna, avere il diritto
alla soggettività. Oggi, se ci pensiamo in questi termini, almeno la
maggior parte delle donne,abbiamo già il diritto ad una stanza per sé,
non dobbiamo lottare per essa. Quale sarebbe la domanda paragonabile a
questa, oggi? Nei primi anni del XXI secolo, per poter essere qualcuno
non occorrono mura,silenzio, solitudine, chiusura. Credo che oggi questa
domanda riguardi l'accesso ad Internet, in senso ampio,non solamente
accesso fisico.
- Abbiamo iniziato chiedendo cosa stiamo diventando, ma di chi parliamo al plurale?
Della
classe medio-alta dei centri urbani, alcuni più degli altri. Pensando
alle rivolte e rivoluzioni, per esempio,come nel caso di Londra,in buona
parte questa protesta è stata per non poter far parte di ciò,non poter
far parte di questo mondo variopinto, delle meraviglie del mercato, come
disse Deleuze,che si offre a tutti, ma ovviamente al consumatore e non
al cittadino.
- Hai un blog?
- No.
- Utilizzi i social network?
-
No (ride). Ovviamente questa è la resistenza retrograda alla quale mi
riferivo prima. Ma ho svariati motivi. Uno di essi, il più importante è
il tempo, non ho tempo per la posta.
- Il
tuo primo libro, L'uomo post-organico...parla del corpo virtualizzato,
di una tendenza a pensare che si possa fare a meno. Com'è che questa
volta il tuo lavoro si rivolge al culto del corpo?
L'ipotesi
sulla quale lavoro ora è che in realtà questo culto del corpo non è un
culto della materialità carnale,ma dell'immagine. Un culto all'immagine
del corpo che diventa ogni volta più stilizzata e sempre più eterea
(...)
- Fotoshop...
Sempre
più naturalizzato. Adesso le foto non sono più stampate e chiunque può
lavorare sulle sue foto e costruirsene su facebook. (...) Nel momento in
cui un corpo mostra la sua coerenza e viscosità organica, sia per i
segni di invecchiamento, che per le rughe o i depositi di grasso è un
corpo censurato.
(...) Ci sono molti paradossi: c'è una
stimolazione all'erotismo post anni sessanta e, tuttavia, si mostra un
corpo d-erotizzato, perché un un corpo bi-dimensionalizzato da consumare
visivamente e lo sguardo è nel senso di richiedere più distanza.
Quindi per molti versi non è un corpo erotizzato.
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
venerdì 25 novembre 2011
Violenza sulle donne / Appello per Adama: una storia, molte violenze
da Vincenza Perilli
In occasione del 25 novembre le iniziative di denuncia delle violenze contro le donne si moltiplicano, ottenendo un'effimera - quanto inutile - visibilità anche su quei mezzi di informazione ordinariamente silenziosi su queste questioni (tranne, beninteso, quando la "notizia" può essere proficuamente strumentalizzata e messa al servizio di politiche razziste e sessiste, sicuritarie e di controllo). Per questo, forse, avremmo evitato in questa giornata di scriverne se non ci fosse giunto da Paola Rudan - che ringraziamo - l'invito a far circolare l'appello di Migranda / Trama di Terre per Adama, donna migrante rinchiusa da fine agosto nel CIE di Bologna: aveva chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. L’unica risposta che Adama ha ricevuto è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. E la storia di Adama non è una storia isolata: il 13 dicembre, a Bruxelles, si svolgerà un convegno internazionale del Picum - un organismo che si occupa di migranti "senza documenti"* - sulla situazione difficilissima vissuta dalle donne migranti considerate "clandestine" in Europa. Chi mi ha inoltrato l'appello per Adama scrive qualcosa che condivido pienamente: "Non vogliamo essere le rappresentanti o le tutrici di una vittima, ma l'amplificatore di una donna che sta lottando e che non ha altro modo di far sentire la sua voce". Vi invitiamo dunque a firmare e far circolare l'appello che trovate nel sito di Migranda, affinché Adama possa "riprendere in mano la propria vita" e noi tutte la nostra.
Marginalia
In occasione del 25 novembre le iniziative di denuncia delle violenze contro le donne si moltiplicano, ottenendo un'effimera - quanto inutile - visibilità anche su quei mezzi di informazione ordinariamente silenziosi su queste questioni (tranne, beninteso, quando la "notizia" può essere proficuamente strumentalizzata e messa al servizio di politiche razziste e sessiste, sicuritarie e di controllo). Per questo, forse, avremmo evitato in questa giornata di scriverne se non ci fosse giunto da Paola Rudan - che ringraziamo - l'invito a far circolare l'appello di Migranda / Trama di Terre per Adama, donna migrante rinchiusa da fine agosto nel CIE di Bologna: aveva chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. L’unica risposta che Adama ha ricevuto è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. E la storia di Adama non è una storia isolata: il 13 dicembre, a Bruxelles, si svolgerà un convegno internazionale del Picum - un organismo che si occupa di migranti "senza documenti"* - sulla situazione difficilissima vissuta dalle donne migranti considerate "clandestine" in Europa. Chi mi ha inoltrato l'appello per Adama scrive qualcosa che condivido pienamente: "Non vogliamo essere le rappresentanti o le tutrici di una vittima, ma l'amplificatore di una donna che sta lottando e che non ha altro modo di far sentire la sua voce". Vi invitiamo dunque a firmare e far circolare l'appello che trovate nel sito di Migranda, affinché Adama possa "riprendere in mano la propria vita" e noi tutte la nostra.
Marginalia
APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE
By migranda
Le adesioni all’appello arrivano più veloci dei nostri aggiornamenti, ma continueremo a pubblicarle. In questa pagina (Appello per Adama)
pubblichiamo anche le tante parole di sostegno per Adama, che arrivano
con le ancora più numerose adesioni all’appello che chiede la sua
immediata liberazione dal CIE di Bologna. Cercheremo di aggiornare
questa pagina continuamente, perché la voce di Adama sia amplificata in
ogni momento.
Pubblichiamo questo appello
in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per
adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com
Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È
rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri
di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla
gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno
risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa
riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno.
La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama
è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia
coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita
più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso
uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si
è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto.
Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla
espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per
quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la
clandestinità di Adama come arma in suo potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi
alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco
nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe
restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il
16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e
da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate
e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura
di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25
ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne
e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è
solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini,
che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime
impotenti.
Noi donne non possiamo tacere
mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo
appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni,
affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione
di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la
propria vita.
mercoledì 23 novembre 2011
Dal Sito dell'amica Vincenza Perilli:
Facciamo Breccia pubblica la traduzione di un appello di Palestinian Queers for Boycott, Divestment & Sanctions, in cui si chiede all'IGLYO - uno dei principali network di associazioni GLBT internazionali - di non essere complice delle politiche di pinkwashing israeliane svolgendo - senza prendere in questo modo posizione - la propria assemblea generale, prevista per dicembre, a Tel Aviv. L'invito, sempre sottinteso quando si pubblicano appelli di questo tipo, è di far circolare il più largamente possibile.
****************************************************
Chiamata all’azione: Di’ all’IGLYO di stare fuori da Israele
Pubblichiamo questo appello di attivisti e attiviste queer
palestinesi che chiede all'IGLYO di non essere complice delle politiche
di pinkwashing israeliane.
Cari gruppi, collettivi, attiviste e attivisti LGBTQ,
Come
queer palestinesi appartenenti a diversi collettivi - alQaws for
Sexual & Gender Diversity in Palestinian society, Aswat —
Palestinian Gay Women, and PQBDS (Palestinian Queers for Boycott
Divestment and Sanctions) - vi scriviamo per esprimere il nostro
sconforto per la decisione dall’ International Gay and Lesbian Youth
Organization[IGLYO] di organizzare l’Assemblea Generale per Dicembre
2011 a Tel Avivin Israel. Anche dopo averci contattati e dopo aver
espresso la nostra più profonda preoccupazione rispetto alle
implicazioni problematiche e politiche dell’organizzazione di questa
conferenza, IGLYO ha pubblicato un “lettera aperta – 2011 GA” dove
viene sottolineato che non sono per nulla contenti di rimettere in
discussione la loro decisione e che anzi difendono le loro posizioni;
ingannando, quindi, i membri dei gruppi LGBT all’interno di un processo
di normalizzazione e provvedendoa coprire l’apartheid di Israele e
l’oppressione della popolazione Palestinese. IGLYO non ha solo deciso
di tenere la loro General
Assembly conference in Tel Aviv, ma ha
accettato i soldi del governo israeliano partecipando in una più ampia
campagna nel dare una nuova immagine ad Israele “brand Israel” e nel
crimine del pinkwashing . Stiamo perciò chiedendo supporto nel
comunicare a IGLYO perchéla loro azione è iniqua e indecente, per
un’organizzazione come la loro che dovrebbe battersi a fianco delle
persone queer o dei diritti umani in più larga misura. Le politiche di
Israele e l’occupazione non distinguono persone queer da etero. Tutta
la popolazione palestinese – queer ed etero – deve affrontare gli
effetti del muro dell’apartheid, dei checkpoint, degli insediamenti
illegali e della violenza dei coloni: nessuno menziona che vivere sotto
occupazione militare ti toglie qualsiasi diritto come abitante di
quella terra. Tutte le persone a Gaza, inclusi i queer, vivono sotto un
assedio illegale e medievale - e di fatto Gaza non è altro che una
prigione a cielo aperto. E come tutte e tutti le/gli abitanti di
Israele, le persone queer sono soggette a discriminazioni di leggi e di
educazione che attraversano tutta la loro vite sia nell’ambito privato
che pubblico.
Nonostante tutta la società civile e le
organizzazioni non dovrebbero necessariamente essere responsabili delle
azioni dei loro governi, Israeli Gay Youth (IGY), il gruppo che lavora
all’organizzazionedella conferenza, è legata direttamente alla
propaganda del governo di Israele e alla campagna pinkwashing. Per
prima cosa, è una delle più grandi organizzazioni nel paese, IGY lavora
a stretto contatto con l’esercito militare israeliano - Israeli
Defense Force (IDF) -reclutamdo giovani queer nell’esercito – lo stesso
esercito che occupa, isolando e chiudendo con il muro e i checkpoints
persone queer e etero senza distinzione sia in West Bank che a Gaza.
IGY, quindi, non solo è un’organizzazione gay ma è fautore
dell’omonazionalismo e di quelle stesse strutture dello stato di
Israele che i/le queer palestinesi combattono. In secondo luogo, IGY è
finanziato ufficialmente da 15 differenti comuni, in più viola le
indicazioni della campagna BDS e mostra piena complicità con le
strutture statali di Isarele.La decisione di IGLYO di tenere
l’assemblea generale a Tel Aviv in Israele finanziata dallo stato di
Israele non solo viola la chiamata per la campagna di boicottaggio -
Boycott, Divestment, and Sanctions - una campagna che ha lo scopo di
far pressione ad Israele per la fine dell’occupazione delle terre
palestinesi emulando l’efficace tatto anti-apartheid ma partecipando
attivamente al pinkwashing di Israele che mira a rappresentare Israele
come il paradiso per i queer spostando quindi l’attenzione fuori dai
numerosi crimini contro la popolazione palestinese. Con questa campagna
multi- millionaria non si dà altro che un altro “successo”, IGLYO
aiuta le violazioni di Israele della legge internazionale e supporta il
predominio bianco includendo l’occupazione illegale e la politica
razzista.
Come un’organizzazione la cui missione è quella
“dicombattere tutte le forme di esclusione, di discriminazione e di
persecuzione, è demoralizzante che IGLYO stia ignorando l’oppressione
della popolazione palestinese, sia queer che etero, nonostante il fatto
che la commissione dell’ IGLYO sia ben consapevole della sofferenza
della popolazione palestinese sotto l’occupazione israeliana. Sembra
proprio che l’esclusione, la discriminazione e la persecuzione sia
accettabile quando va a colpire i corpi della popolazione
palestinese.Per questo, noi collettivi queer palestinesi abbiamo
l’urgenza che l’IGLYO trasferisca la sua Assemblea Generale fuori dallo
stato di Israele.
Perciò chiediamo il vostro supporto alla nostra chiamata sulla questione dell’IGLYO seguendo questi punti:
·
Chiedi a IGLYO di trasferire l’Assemblea Generale fuori da Israele
firmando questa lettera o scrivendo una tua lettera alla commissione
dei direttori dell’IGLYO. Manda una lettera a: Board@IGLYO.com
· Supporta la nostra “chiamata all’azione”– manda il nome del tuo collettivo, gruppo organizzazione a: info@pqbds.com
·
Visita il sito della IGLYO e lascia un commento alla loro “Lettera
aperta – 2011 GA” ‘Open Letter – 2011 GA‘ . Comunica il perché loro
dovrebbero trasferire la conferenza fuori da Israele.
· Se
tu sei una o un giovane europeo e/o uno studente queer, potresti non
sapere che sei forse un membro della IGLYO. Visita la nostra pagina
facebook e cerca nella lista delle organizzazioni i membri dell’IGLYO.
Se trovi che sei membro di un’organizzazione-membro, non esitare ad
inviare una lettera in cui si chiede l’urgenza di trasferire la
conferenza in un altro luogo.
· Diffondi il più possibile questo comunicato nel tuo sito / blog e invialo a tutte le persone LGBTQ, collettivi, gruppi.
·
Visita il nostro sito e tieniti aggiornato/a riguardo la campagna,
contattaci se hai domande. Scrivici a: info@pqbds.com
Speriamo
che con il tuo supporto possiamo far diventare IGLYO veramente
un’organizzazione che rispetta i diritti delle persone queer includendo
anche le/i palestinesi e fermare questo gioco che la fa diventare una
pedina nel tentativo di Israele di promuovere questa finta apertura alle
politiche queer ai costi della popolazione palestinese.
Grazie,
Palestinian Queer Groups: alQaws for Sexual & Gender Diversity in Palestinian Society
Aswat – Palestinian Gay Women
lunedì 21 novembre 2011
Rapporto sulle donne palestinesi detenute.
Sono madri, sorelle, figlie o mogli dell'occupazione e se anche sono una minoranza nelle carceri israeliani sono piene di forza per dire al mondo che sono capaci di lottare per i loro diritti e la libertà del loro popolo con la stessa intensità dei loro genitori, fratelli, figli o coniugi.
Anche se l'accordo tra Hamas e Israele prevede la liberazione di tutti i prigionieri politici, senza eccezione alcuna, per quanto riguarda il genere femminile la realtà è molto diversa. Nove detenute sono state lasciate fuori dalla lista. Continuano a rimanere in prigione, settimane dopo la liberazione del primo lotto di prigionieri in attesa di essere tra i 550 nomi di detenuti e detenute ancora da rilasciare, che concluderà l'accordo del mese scorso.
Cinque di esse,Muna Qa'dan, Bushra al-Taweel, Haniya Naser, Fida Abu Sanina and Rania Abu Sabeh,arrestate tra giugno e settembre di quest'anno, sono rimaste nel periodo di interrogatorio, durante la liberazione dei 477 prigionieri politici palestinesi dello scorso ottobre. Questo periodo di interrogatorio, secondo le normative militari israeliane può durare fino a 180 giorni senza archiviare le accuse contro l'imputato.
Delle quattro restanti prigioniere, Lina Jarbuni ha la condanna più lunga. Fu arrestata nell'aprile del 2002 e condannata a diciasette anni di prigione accusata di aver aiutato una cellula di Hamas a Jenin.Dopo di lei c'è Wurud Qassem condannata a sei anni per avere sostenuto la resistenza attraverso il trasporto di materiale esplosivo dalla Cisgiordania a Ra' nana. Chiudono la lista delle prigioniere non liberate Khadija Habash e Suad an-Nazzal con pene rispettivamente di tre e due anni.
Anche se durante la Dichiarazione di Vienna sulla Criminalità e la Giustizia nel 2000, si accettò unanimamente che le donne detenute necessitano di particolare attenzione da parte delle Nazioni Unite e di altre entità governative e professionali di varia natura, le prigioniere palestinesi subiscono nelle carceri israeliani abusi, vessazioni e continue violazioni dei diritti umani.
In Israele vi sono due carceri per le donne: la prigione di Hasharon e di Damon. La prima si trova a Tel Aviv e dispone delle sezioni 11 e 12 per le donne; l'area 13 è riservata alle prigioniere in isolamento. Nel giugno del 2008 tutte le detenute della zona 11 sono state trasferite a Damon. Damon è un'ex fabbrica di tabacco ubicata a nord di Israele nei pressi di Haifa. Fin dal suo primo utilizzo, gli impianti furono specificatamente progettati per mantenere l'umidità e non ospitare gli esseri umani.
In queste carceri si commettono ripetute violazioni dei diritti fondamentali delle prigioniere palestinesi. Una di queste denunciata in numerose occasioni da Addameer - organizzazione palestinese che difende i diritti dei prigionieri - è l'assenza di cure mediche. Le sue relazioni trimestrali e le numerose interviste realizzate alle prigioniere rilevano che in nessuno dei due carceri esistono cure mediche, ventiquattro ore al giorno. Il medico - che in nessun caso parla arabo - termina il suo turno alle quattro del pomeriggio e resta solamente l'infermiera per prescrivere antidolorifici. Se le detenute hanno bisogno di uno specialista,devono ottenere un permesso ufficiale da parte del medico che lo rilascia solamente quando la malattia ha raggiunto limiti molto gravi. In questo caso, le donne ricevono le cure in ospedale, mani e piedi legati, e molte di loro dopo questa esperienza rifiutano una successiva cura medica.
Le visite ginecologiche sono scarse e in tanti casi inesistenti, ed hanno a capo uno specialista maschio, nonostante che le visite ginecologiche e la scelta del sesso del medico durante la detenzione sono un diritto e una norma in Israele. La situazione si aggrava se la detenuta è incinta, dato che non ricevono una particolare attenzione e soffrono di malnutrizione, che arreca gravi problemi al feto. Ugualmente succede con le prigioniere che necessitano di cure ospedaliere, le recluse palestinesi che stanno per partorire sono portate in ospedale incatenate mani e piedi e dopo il parto immediatamente vengono incatenate,violando così un'altra volta, i loro diritti.
Oltre alla carenza di cure mediche,le detenute vivono in isolamento. Le visite dei familiari sono l'unico legame che le mantiene unite al mondo esterno e nella maggior parte dei casi questi incontri sono limitati se non addirittura completamente eliminati, anche se le Nazioni Unite, stabiliscono nel paragrafo delle Regole Minime per il trattamento dei Prigionieri all'articolo 17 che ai prigionieri deve essere permesso, sotto supervisione, di comunicare con i loro familiari e amici intimi a mezzo corrispondenza e visite regolari.
I familiari delle prigioniere palestinesi non possono visitarle liberamente e necessitano di un permesso speciale da parte delle autorità penitenziarie, quasi mai concesso, praticamente impossibile per uomini di età compresa tra i sedici e i quarantacinque anni.A sua volta, ad ogni palestinese che sia stato arrestato da Israele è categoricamente vietato visitare un parente in carcere. Considerando che dal 1967, 700.000 palestinesi sono stati arrestati la cifra ci mostra che almeno il trenta per cento della famiglia di una detenuta ha le visite vietate.
Se l'incontro avviene, tutto accade in un contesto violento e traumatico per entrambe le parti. I visitatori vengono anch'essi trattati come criminali. Gli si urla, vengono sottoposti a controllo completo dei loro beni e costretti ad aspettare per ore fuori dal carcere - senza contare il viaggio che hanno fatto dal luogo natale nei Territori occupati della Palestina fino al carcere, un viaggio che va dalle quattordici alle diciassette ore. Il contatto fisico è permesso solamente tra la madre e i figli sotto i sei anni. In tutti gli altri casi, le riunioni non durano più di 45 minuti fatti attraverso il vetro e un telefono rotto, per cui entrambi le parti devono urlare per sentirsi.
Anche l'istruzione viene utilizzata come arma di punizione in prigione. Secondo il dittato dell'UNESCO, tutti i prigionieri hanno il diritto di partecipare alle attività culturali e ricevere un'istruzione allo scopo di sviluppare il loro intelletto. Le amministrazioni di entrambi i carceri ovviano questo articolo e limitano l'accesso in questo settore. L'istruzione universitaria è un privilegio ed è soggetta a tanti differenti criteri, come la buona condotta della detenuta, la possibilità di possedere denaro per pagarsi le tasse universitarie,la scelta della carriera e delle assegnazioni all'interno degli insegnamenti consentiti dalle autorità penitenziarie israeliane - carriere come medicina, fisica o chimica sono categoricamente proibite - l'unico tipo di istruzione universitaria è resa possibile attraverso la corrispondenza in ebraico con l'Università Aperta di Israele. Inoltre. il penitenziario si riserva il diritto di annullare e revocare il diritto allo studio in qualunque momento sulla base delle ragioni di sicurezza.
La stampa e la televisione sono controllate. Le televisioni che si trovano nelle prigioni sono state concesse dalle Ong o dai familiari delle detenute. Nonostante ciò i funzionari delle carceri scelgono la programmazione e il risultato sono catene israeliane in ebraico o russo,anche se ci sono cinque canali satellitari in lingua araba. Lo stesso succede con la stampa,due giornali distribuiti in ebraico,Maariv e Yediot Aharonot e soltanto una volta alla settimana i prigionieri possono leggere la stampa araba, grazie alla distribuzione di Al-Quds.
La situazione nelle carceri israeliani è insostenibile e il trattamento delle prigioniere palestinesi inaccettabile. La mancanza di assistenza sanitaria, istruzione e il contatto con le loro famiglie non solamente trasforma il penitenziario in un luogo ostile in cui vengono costantemente violati i diritti umani delle prigioniere , ma anche rende enormemente difficile la possibilità di reinserimento sociale di queste donne.
Centro di Informazione Alternativa (AIC),Gerusalemme.
Alternative news
( Traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
Anche se l'accordo tra Hamas e Israele prevede la liberazione di tutti i prigionieri politici, senza eccezione alcuna, per quanto riguarda il genere femminile la realtà è molto diversa. Nove detenute sono state lasciate fuori dalla lista. Continuano a rimanere in prigione, settimane dopo la liberazione del primo lotto di prigionieri in attesa di essere tra i 550 nomi di detenuti e detenute ancora da rilasciare, che concluderà l'accordo del mese scorso.
Cinque di esse,Muna Qa'dan, Bushra al-Taweel, Haniya Naser, Fida Abu Sanina and Rania Abu Sabeh,arrestate tra giugno e settembre di quest'anno, sono rimaste nel periodo di interrogatorio, durante la liberazione dei 477 prigionieri politici palestinesi dello scorso ottobre. Questo periodo di interrogatorio, secondo le normative militari israeliane può durare fino a 180 giorni senza archiviare le accuse contro l'imputato.
Delle quattro restanti prigioniere, Lina Jarbuni ha la condanna più lunga. Fu arrestata nell'aprile del 2002 e condannata a diciasette anni di prigione accusata di aver aiutato una cellula di Hamas a Jenin.Dopo di lei c'è Wurud Qassem condannata a sei anni per avere sostenuto la resistenza attraverso il trasporto di materiale esplosivo dalla Cisgiordania a Ra' nana. Chiudono la lista delle prigioniere non liberate Khadija Habash e Suad an-Nazzal con pene rispettivamente di tre e due anni.
Anche se durante la Dichiarazione di Vienna sulla Criminalità e la Giustizia nel 2000, si accettò unanimamente che le donne detenute necessitano di particolare attenzione da parte delle Nazioni Unite e di altre entità governative e professionali di varia natura, le prigioniere palestinesi subiscono nelle carceri israeliani abusi, vessazioni e continue violazioni dei diritti umani.
In Israele vi sono due carceri per le donne: la prigione di Hasharon e di Damon. La prima si trova a Tel Aviv e dispone delle sezioni 11 e 12 per le donne; l'area 13 è riservata alle prigioniere in isolamento. Nel giugno del 2008 tutte le detenute della zona 11 sono state trasferite a Damon. Damon è un'ex fabbrica di tabacco ubicata a nord di Israele nei pressi di Haifa. Fin dal suo primo utilizzo, gli impianti furono specificatamente progettati per mantenere l'umidità e non ospitare gli esseri umani.
In queste carceri si commettono ripetute violazioni dei diritti fondamentali delle prigioniere palestinesi. Una di queste denunciata in numerose occasioni da Addameer - organizzazione palestinese che difende i diritti dei prigionieri - è l'assenza di cure mediche. Le sue relazioni trimestrali e le numerose interviste realizzate alle prigioniere rilevano che in nessuno dei due carceri esistono cure mediche, ventiquattro ore al giorno. Il medico - che in nessun caso parla arabo - termina il suo turno alle quattro del pomeriggio e resta solamente l'infermiera per prescrivere antidolorifici. Se le detenute hanno bisogno di uno specialista,devono ottenere un permesso ufficiale da parte del medico che lo rilascia solamente quando la malattia ha raggiunto limiti molto gravi. In questo caso, le donne ricevono le cure in ospedale, mani e piedi legati, e molte di loro dopo questa esperienza rifiutano una successiva cura medica.
Le visite ginecologiche sono scarse e in tanti casi inesistenti, ed hanno a capo uno specialista maschio, nonostante che le visite ginecologiche e la scelta del sesso del medico durante la detenzione sono un diritto e una norma in Israele. La situazione si aggrava se la detenuta è incinta, dato che non ricevono una particolare attenzione e soffrono di malnutrizione, che arreca gravi problemi al feto. Ugualmente succede con le prigioniere che necessitano di cure ospedaliere, le recluse palestinesi che stanno per partorire sono portate in ospedale incatenate mani e piedi e dopo il parto immediatamente vengono incatenate,violando così un'altra volta, i loro diritti.
Oltre alla carenza di cure mediche,le detenute vivono in isolamento. Le visite dei familiari sono l'unico legame che le mantiene unite al mondo esterno e nella maggior parte dei casi questi incontri sono limitati se non addirittura completamente eliminati, anche se le Nazioni Unite, stabiliscono nel paragrafo delle Regole Minime per il trattamento dei Prigionieri all'articolo 17 che ai prigionieri deve essere permesso, sotto supervisione, di comunicare con i loro familiari e amici intimi a mezzo corrispondenza e visite regolari.
I familiari delle prigioniere palestinesi non possono visitarle liberamente e necessitano di un permesso speciale da parte delle autorità penitenziarie, quasi mai concesso, praticamente impossibile per uomini di età compresa tra i sedici e i quarantacinque anni.A sua volta, ad ogni palestinese che sia stato arrestato da Israele è categoricamente vietato visitare un parente in carcere. Considerando che dal 1967, 700.000 palestinesi sono stati arrestati la cifra ci mostra che almeno il trenta per cento della famiglia di una detenuta ha le visite vietate.
Se l'incontro avviene, tutto accade in un contesto violento e traumatico per entrambe le parti. I visitatori vengono anch'essi trattati come criminali. Gli si urla, vengono sottoposti a controllo completo dei loro beni e costretti ad aspettare per ore fuori dal carcere - senza contare il viaggio che hanno fatto dal luogo natale nei Territori occupati della Palestina fino al carcere, un viaggio che va dalle quattordici alle diciassette ore. Il contatto fisico è permesso solamente tra la madre e i figli sotto i sei anni. In tutti gli altri casi, le riunioni non durano più di 45 minuti fatti attraverso il vetro e un telefono rotto, per cui entrambi le parti devono urlare per sentirsi.
Anche l'istruzione viene utilizzata come arma di punizione in prigione. Secondo il dittato dell'UNESCO, tutti i prigionieri hanno il diritto di partecipare alle attività culturali e ricevere un'istruzione allo scopo di sviluppare il loro intelletto. Le amministrazioni di entrambi i carceri ovviano questo articolo e limitano l'accesso in questo settore. L'istruzione universitaria è un privilegio ed è soggetta a tanti differenti criteri, come la buona condotta della detenuta, la possibilità di possedere denaro per pagarsi le tasse universitarie,la scelta della carriera e delle assegnazioni all'interno degli insegnamenti consentiti dalle autorità penitenziarie israeliane - carriere come medicina, fisica o chimica sono categoricamente proibite - l'unico tipo di istruzione universitaria è resa possibile attraverso la corrispondenza in ebraico con l'Università Aperta di Israele. Inoltre. il penitenziario si riserva il diritto di annullare e revocare il diritto allo studio in qualunque momento sulla base delle ragioni di sicurezza.
La stampa e la televisione sono controllate. Le televisioni che si trovano nelle prigioni sono state concesse dalle Ong o dai familiari delle detenute. Nonostante ciò i funzionari delle carceri scelgono la programmazione e il risultato sono catene israeliane in ebraico o russo,anche se ci sono cinque canali satellitari in lingua araba. Lo stesso succede con la stampa,due giornali distribuiti in ebraico,Maariv e Yediot Aharonot e soltanto una volta alla settimana i prigionieri possono leggere la stampa araba, grazie alla distribuzione di Al-Quds.
La situazione nelle carceri israeliani è insostenibile e il trattamento delle prigioniere palestinesi inaccettabile. La mancanza di assistenza sanitaria, istruzione e il contatto con le loro famiglie non solamente trasforma il penitenziario in un luogo ostile in cui vengono costantemente violati i diritti umani delle prigioniere , ma anche rende enormemente difficile la possibilità di reinserimento sociale di queste donne.
Centro di Informazione Alternativa (AIC),Gerusalemme.
Alternative news
( Traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
mercoledì 16 novembre 2011
La strada nella quale sarà violentata
Delle sofferenze delle migranti centroamericane che decidono di mettersi in cammino per andare negli Stati Uniti, ne sa molto Marcela Zamora, una regista salvatoregna di origine nicaraguena che ha fatto per quattro volte il tragitto che ogni giorno percorrono migliaia di centroamericane nella speranza di attraversare il confine verso il 'sogno americano'. E' un viaggio straziante attraverso il Messico di 5.000 chilometri nel quale le donne migranti subiscono ogni tipo di abusi.
Queste storie includono abusi e stupri e contro i quali queste donne, prima di lasciare i loro paesi, prendono le loro precauzioni: molte di esse si iniettano il *Depo- Provera, un contraccettivo di un solo ormone chiamato medrossiprogesterone, che impedisce la liberazione dell'ovulo per tre mesi con un'efficenza fino al 97 per cento. Il farmaco è venduto liberamente nelle farmacie del Centro America. Gli esperti chiamano il Depo- Provera la " iniezione anti-Messico".
La maggior parte delle persone che lasciano il Centroamerica per tentare di arrivare negli Stati Uniti sono donne: il 57% provengono da Guatemala e il 54% da El Salvador e Honduras,secondo l'Ufficio Nazionale per le Migrazioni del Guatemala.
Marcela Zamora è sicura che l'uso di questa iniezione è relativamente nuovo. Nei suoi primi viaggi la cineasta ha notato che le donne portavano preservativi femminili, unica protezione contro gli abusi che subiscono dai cosiddetti sciacalli, dalle autorità messicane o dai contrabbandieri che aggrediscono queste donne e poi le abbandonano.
I preservativi sono come amuleti che molte donne del Centro America possiedono. " Una donna - racconta Argan Aragon, uno specialista in tema di migrazione, che ha fatto il viaggio delle migranti e sta facendo il tirocinio del dottorato in Sociologia di Sorbona - nella Casa del Migrante del Guatemala - aveva nella sua borsa dodici preservativi".
Quando gli è stato chiesto il perché, ha risposto: "perché so già a cosa vado incontro" . E lo sanno veramente. Si stima che otto su dieci donne del Centro America sono violentata nel loro cammino attraverso il Messico" conclude Aragona.
Coscienti di non potere evitare di essere violentata,le migranti centroamericane decidono di iniettarsi il Depo- Provera, per evitare almeno una gravidanza derivante dalla violenza. Anche se ciò - avverte la regista - non impedirà malattie come l'AIDS. Zamora ricorda che nel Chiapas, al sud del Messico, conobbe la storia di un uomo che era il terrore delle donne centroamericane. Presumibilmente portatore di AIDS, violentava le donne impunemente. " Ha commesso i crimini - continua Zamora - per un anno e mezzo, fino a quando è stato arrestato dalle autorità messicane".
Oltre ad utilizzare il Depo- Provera,alcune centroamericane hanno scelto la via del cercare " marito" durante il tragitto, continua la regista.
Si uniscono a gruppi di uomini migranti ,ne scelgono uno e vanno con lui mediante un semplice accordo: protezione in cambio di sesso durante il percorso. Altre usano il loro corpo come un biglietto di viaggio per arrivare in America.
" Il sesso - spiega Aragona - diventa allora una strategia. Alcune pensano di liberarsi così dal controllo delle autorità di migrazione o di polizia, ottenere assistenza durante il viaggio o andare con un camionista da confine e confine , in cambio di favori sessuali".
Lo fanno in molte- afferma il sociologo." Tante honduregne si vestono con abiti sex (scollature e gonne corte) per sedurre e così superare gli ostacoli. Ho conosciuto una ragazza molto carina che viaggiava con un contrabbandiere e con tutta la sua famiglia che la seguiva di camion in camion quando diventava la fidanzata di un nativo,affinché la polizia non chiedesse i ruoli. Inoltre avrebbe dovuto accettare tutto quello che le autorità le chiedevano e darsi anche al contrabbandiere. Non so come è arrivata a Los Angeles, ma è arrivata, però tutto questo le ha alterato la percezione di se stessa e dei suoi genitori, con i quali viaggiava".
L'abuso proviene anche dalle autorità messicane - dichiara Sara Lovera, una giornalista messicana che ha studiato il fenomeno. " Nessuno si prende cura delle migranti. Esse soffrono una enorme catena di violazione dei diritti umani e l'estorsione è la peggiore: per lasciarle passare, il sesso è la forma di pagamento per le autorità" ha spiegato Lovera.
La regista Marcela Zamora ha aggiunto alla lista delle vessazioni,la estorsione alla quale sono assoggettate dal cartello dei Los Zetas, organizzazione criminale messicana che semina il terrore in tutto il paese e nel nord del Centro America. Los Zetas, spiega, rapiscono i migranti che attraversano il Messico e impongono ai familiari il pagamento di una forte somma, che molti non possono sostenere: se non si paga, vengono uccisi.
Nel suo documentario Maria in terra di nessuno, la Zamora intervista una migrante che fu catturata da Los Zetas. La donna in lacrime,racconta alla regista che in cambio della sua vita le fu chiesto di lavorare per un mese come cuoca e dipendente di un "macellaio": Era colui che uccideva le persone che non avevano nessuno che potesse rispondere per esse. Smembrava la gente, la metteva in una botte e dava fuoco", racconta la donna.
" Adattarsi a questa realtà - dichiara il sociologo Aragona - è adesso iniettarsi il Depo - Provera" " Davanti all'assoluta disperazione e all'incertezza del viaggio, le donne cercano di controllare quel poco che dipende da esse. Le migranti sanno che avranno relazioni sessuali, che è molto probabile che gli uomini, anche nel caso di rapporto consenziente, non accetteranno di mettere il preservativo".
Il Depo -Provera, un famaco disponibile.
Per le donne centroamericane è facile accedere ad un anticoncezionale come il Depo-Provera, che è stato utilizzato per decenni dalle autorità sanitarie per il trattamento della pianificazione familiare. In Nicaragua, le cliniche Profamiglia assegnano ogni anno 15.000 iniezioni a più di 4.000 donne, delle quali l'80% risiedono nelle aree rurali. E' diffuso in tutta l'America Latina ed è stato riconosciuto dalla FDA ( l'Agenzia del Farmaco statunitense).
In Nicaragua è stato usato dagli anni settanta ed è il terzo metodo di pianificazione familiare comunemente utilizzato. Nelle farmacie si acquista a novanta cordobas, circa tre euro.
" La contadina lo usa molto dichiara Freddy Cardenas, direttore di Profamiglia - perché vive lontana dai centri sanitari. Acquista le quattro iniezioni ch necessitano in un anno e il centro le spiega come usarle".
Alcune ONG in America Latina, tuttavia, sostengono che si tratta di un farmaco pericoloso, per le possibili conseguenze alle ossa e per i problemi ormonali ed è stato introdotto nella regione dai paesi ricchi , come metodo di sterilizzazione di massa per evitare la crescita della popolazione delle nazioni povere.
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)
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