lunedì 5 dicembre 2011

Appello del Comitato Norma Andrade

Il Comitato NORMA ANDRADE denuncia il tentato omicidio a Ciudad Juárez contro la difensora dei diritti umani Norma Andrade,avvenuto ieri 2 dicembre.
Norma co-fondatora di Nuestras Hijas de Regreso a Casa organizzazione che sostiene le madri delle giovani donne assassinate a Juarz e madre di Lilia Alejandra assassinata nel 2001 è stata colpita da un gruppo di sicari. Norma si trova ricoverata in ospedale in gravi condizioni, anche se stabili. Essa sta dando un esempio di molta forza e dimostra la sua voglia di continuare la sua missione e di curare i figli che che LILIA ALEJANDRA le ha lasciato in custodia.

" Chiediamo ed esigiamo dal governo della repubblica messicana, da Felipe Calderon e dal governatore di Chihuahua,César Duarte di adottare tutte le misure a tutela del trasferimento della famiglia a Città del Messico e li responsabilizziamo degli eventuali danni che possano accadere durante il tragitto. Chiediamo allo stesso tempo, di fornire assistenza medica e alloggio per la famiglia.

Presto pubblicheremo il numero di conto di María Luisa García Andrade per sostenerla finanziariamente.

Il Comitato Norma Andrade

( traduzione di Anita Lia DiPeri Silviano)
Nuestras hijas de regreso a casa

lunedì 28 novembre 2011

E' tempo di fermare la guerra contro la Terra.

da Vandana Shiva*

 Una manciata di imprese e di potenze cerca di controllare le risorse della Terra e trasformare il pianeta in un supermercato nel quale tutto è in vendita.Vogliono vendere la nostra acqua,geni,cellule, organi, saperi, culture e il nostro futuro.

Le guerre durature in Afghanistan, Iraq e ciò che ne è seguito non sono solo sangue per il petrolio. Nella misura in cui si sviluppano vediamo che è sangue per il cibo, sangue per geni e biodiversità, sangue per l'acqua. La mentalità guerrafondaia alla base dell'agricoltura bellicista-industriale è evidente nei nomi degli erbicida della Montesanto -Round-Up, Machete, Lasso.
L'American Home Productis ,che si è fusa con la Montesanto dà ai suo erbicidi nomi altrettanto aggressivi, tra cui, " Pentagono" e " Squadrone". E' il linguaggio della guerra.

La sostenibilità si basa sulla pace con la Terra.

La guerra contro la Terra comincia nella mente. I pensieri violenti danno forma ad azioni violente. Categorie violente costruiscono strumenti violenti. E da nessuna parte questo è tanto attivo come nelle metafore e metodi sulla quale si basa la produzione industriale, agricola, alimentare. Le fabbriche che producevano veleni ed esplosivi per uccidere la gente in guerra sono state trasformate in fabbriche che producono prodotti chimici alla fine delle guerre.

Nel 1984 ho cominciato a capire che qualcosa non andava nel modo in cui si producono gli alimenti. Con la violenza in Puniab e il disastro di Bhopal l'agricoltura sembrava guerra. Fu allora che scrissi  La violenza della Rivoluzione Verde e per questo ho lanciato Navdanya come movimento per un'agricoltura senza veleni e tossine.

I pesticidi,che inizialmente sono stati usati come armi chimiche, non potevano controllare i parassiti. .L'ingegneria genetica avrebbe potuto offrire un'alternativa ai prodotti chimici tossici, invece ha portato ad un uso maggiore dei pesticidi e diserbanti e scatenato una guerra contro i contadini.

Gli alti costi delle sementi e dei prodotti chimici ha fatto si che gli agricoltori cadessero nella trappola del debito - e la trappola del debito porta i contadini al suicidio. Secondo i dati ufficiali, In India più di 200.000 contadini si sono siucidati dal 1997.

Fare la pace con la Terra è sempre stato un imperativo etico ed ecologico, che si è trasformato adesso in un imperativo per la sopravvivenza della nostra specie.

La violenza contro il suolo, la biodiversità, l'acqua, l'atmosfera, la campagna e i contadini produce un sistema alimentare che non può dare da mangiare alla gente. Un miliardo di persone soffrono la fame. Due miliardi soffrono di patologie legate all'alimentazione: obesità, diabete, ipertensione, cancro.

Ci sono tre livelli di violenza coinvolti nello sviluppo non sostenibile. Il primo è la violenza contro la Terra, che si esprime nella crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone espressa con la povertà,la miseria e lo spostamento. Il terzo livello è la violenza della guerra e del conflitto, quando i potenti prendono nelle mani le risorse che si trovano in altre comunità e paesi per soddisfare il loro appetito che non conosce limiti.

Quando ogni aspetto della vita è commercializzato, vivere diventa più cosotoso e la gente si impoverisce, anche se guadagnano più di un dollaro al giorno. D'altra parte, la gente  può essere ricca in termini materiali,anche senza l'economia monetaria, se ha accesso alla terra, se i terreni sono fertili,se i fiumi sono puliti, la loro cultura è ricca e continua la tradizione di costruire case e vestiti belli,buon cibo e c'è coesione sociale, solidarietà e spirito comunitario.

L'ascesa del dominio sul mercato e la moneta assurta a  principio superiore organizzativo della società e unico modo di quantificare il nostro benessere ha portato ad un indebolimento dei processi che mantengono e sostengono la vita nella natura e società.

Mentre diventiamo sempre più ricchi, ci impoveriamo ecologicamente e culturalmente. L'aumento del benessere economico, misurato  in denaro, porta all'aumento della povertà negli aspetti materiali, culturali, ecologici e spirituali.

La reale moneta della vita è la vita stessa,questo punto di vista porta ad alcune domande: Come possiamo vedere noi stessi in questo mondo? Cosa sono gli esseri umani?  Sono semplicemente delle macchine che producono denaro divorando le risorse? O abbiamo uno scopo più alto, un fine superiore?

Credo che la " Democrazia Terrestre" ci permetta di immaginare e creare democrazie viventi basate sul valore intrinseco di tutte le specie, di tutti i popoli, di tutte le culture - una ripartizione giusta ed equitativa delle risorse vitali di questa Terra, una divisione delle decisioni sull'uso delle risorse della Terra.

La "Democrazia Terrestre " protegge i processi ecologi che mantengono la vita e i diritti fondamentali che sono alla base de diritto alla vita, compreso il diritto all'acqua, al cibo, salute, istruzione, lavoro e sostentamento.

Dobbiamo scegliere. Obbediamo alle leggi di mercato dell'avidità corporativa o alle leggi della Madre Terra per mantenere gli ecosistemi terrestri e la diversità degli esseri viventi?

I bisogni all'alimentazione e dell'acqua delle persone possono essere soddisfatti solo se si protegge la capacità della natura di produrre cibo ed acqua. Suoli e fiumi morti non danno cibo né acqua.

Per questo difendere i diritti della Madre Terra è il più importante dei diritti umani e delle lotte per la giustizia sociale. 
E' il più grande movimento pacifista della nostra epoca.


*
La Dr. Vandana Shiva es una fisica e ambientalista indiana, che ha ricevuto il   Premio Sydney della Pace, 2010. 

Colarebo
(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)






domenica 27 novembre 2011

'Stato' : Visibile

Chiedo scusa, se in alcuni momenti questo articolo presenterà passaggi un pò oscuri. Ciò è dovuto alla difficoltà di tradurre con un sinonimo adeguato il verbo  "Essere" che, in spagnolo si traduce in due modi con 'Ser' nel senso di un status permanente, immutabile, con 'Estar', che indica invece una condizione temporanea, ma anche di stato in luogo. Mi sembrava riduttivo, se non anche errato  usare nel secondo caso il sinonimo apparenza ,anche perché come noterete (qualora lo leggerete) l'Estar non è finzione, ma un divenire che, in alcuni luoghi, diventa un obbligo al cambiamento.
Buona lettura ( mi auguro).



In che modo  influisce sulla soggettività il flusso costante di informazione che arriva quotidianamente attraverso le reti sociali,  l'e-mail, le chat ed altre trame della rete - nella quale tutti e tutte possiamo essere produttori/tore così come contenitori? Quanto dipende l'esistenza di ciascuno/na  da questa minima approvazione che implica l'avere " amici" o "fans"? Cosa si mette in gioco nel costruire un " profilo" con il quale mettersi in contatto con gli altri?

L'antropologa argentina radicata in Brasile, Paula Sibilia, autora tra gli altri de L'intimità come spettacolo si è posta queste ed altre domande per rilevare un cambio di asse: si è cancellato non soltanto il confine tra pubblico e privato, ma anche tra essere come status ed essere mutevole.La cosa essenziale adesso, sembra essere sempre visibile ad occhio nudo.

da Marta Dillon

" Il mio cane ha mangiato il telecomando" " Sono nati gattini sotto il mio letto" " Romina è ora amica di Alessandra". Frasi come queste popolano le pagine di facebook, uno dei social network più grandi del mondo. Affermazioni o descrizioni che vengono sottolineati con un clik su " mi piace" anche quando si parla di problemi, disagi, depressione e altri " stati" . Da uno "stato" tanto fugace quanto un battito di ciglia, si passa al post successivo: a volte fissato dal numero dei " mi piace", conseguente al numero di "amici" che possiede chi scrive.
Sono passati cinque anni da quando la mitica rivista Time  lo elesse pose come personaggio dell'anno - nello stesso posto che occupò Hitler nel 1938, per fare un esempio della lapidaria scelta - che non ha nulla a che vedere con la simpatia o la gentilezza, realizzando  quello che ha significato o significa questa cosa chiamata Web, che trasforma lo/la utente di Internet, non solo in consumatori, ma in produttori o co-produttori di contenuti.
I cambiamenti si succedono vertiginosamente: in questi cinque anni scrivere nei blogs - che hanno poco a che fare con i vecchi diari, perché quelli si nascondevano, mentre questi vivono di letture e commenti, sembra il rifugio della scrittura, mentre la digitazione a tutta velocità delle opinioni e "stati" in 140 caratteri - e non necessariamente da un computer - sembra tessere trame che uniscono una figura presidenziale alla stella del momento, dall'intimità più banale alla condanna politica.
Come interpretare queste novità? Stiamo vivendo uno scoppio di megalomania consentita e addirittura incoraggiata in tutto il mondo? O, viceversa, il nostro pianeta è stato sferzato da un'alluvione improvvisa di estrema umiltà,libero da ambizioni più alte, una modesta rivendicazione di tutti noi e di chiunque? Che cosa significa questo improvviso miglioramento del piccolo e dell'ordinario quotidiano della gente comune? - si chiede l'antropologa argentina Paula Sibilia, nel suo libro L'intimità come spettacolo, parafrasando  quattro decenni dopo,La società come spettacolo di Guy Debord - attenta al periodo di confine nel quale viviamo, per la perplessità che generano le profonde trasformazioni che si succedono  a causa delle nuove forme di comunicazione e nel modo in cui si utilizza la tecnologia. La peoccupazione  - che emerge in questo lavoro di ricerca di Sibilia- riguarda il modo in cui queste mutazioni dinamiche influenzano la soggettività, l'essere e l'essere nel mondo, incarnando un corpo - si vedrà poi quale corpo e quanto di "incarnazione" - e in relazione alla cultura.
Una preoccupazione che ha cominciato a delinearsi nel suo primo libro, L'uomo post-organico, Corpo, soggettività e tecnologia digitale ( ed.Fondo di Cultura Economica, 2005) nel quale analizzava il disagio del corpo, in quanto  limite alla pretesa faustiniana della tecnoscienza e continua ora con un lavoro non ancora pubblicato sul culto del corpo,nel quale affronta non solo la preoccupazione del corpo perfetto,ma anche certe tecniche di purificazione del corpo che si mostra, che si pone in gioco non  già nella scena amorosa, ma come pura immagine che può essere manipolata con gli strumenti a disposizione di chiunque, come il Photoshop.


- Che cosa stiamo diventando?

 - Questo è ciò che mi chiedo anch'io, una domanda che  è la spina dorsale del mio lavoro. Non so se ci sia una risposta, ma la scommessa, l'ipotesi a partire della quale costruisco gli argomenti è che siamo in un fase di transizione, stiamo cessando di essere qualcuno, un tipo di soggetto,un soggetto moderno. Quando dico moderno mi riferisco al tipo di soggettività che si è formata nel mondo e al tipo di corpo storico che si è costruito dopo la rivoluzione borghese  e la rivoluzione industriale,nel secolo XIX e in buona parte del XX secolo, almeno fino agli anni '60 ed è questo che io chiamo soggetto moderno. Tuttavia siamo ancora nel soggetto moderno;ci sono ancora continuità, viviamo in un mondo che ha molta continuità con i secoli XIX e XX: è una società capitalista, industriale. Molti di quei valori persistono: la democrazia, il sistema politico, ecc. A livello politico, economico socio-culturale, e morale, l'etica borghese ha molte continuità, anche se credo però che ci siano differenze importanti che cominciano a gestirsi a partire dagli anni '60. Penso che in molti modi stiamo cessando di essere moderni e ci stiamo trasformando in qualcos'altro.
(...)
Quello che ho individuato sono rotture. Credo che siamo in una transizione verso qualcos'altro. Se pensiamo il soggetto moderno come quello che alcuni autori chiamano homo psicologicus, ossia quel soggetto che si costituisce, si pensa e pensa gli altri come corpo meccanico,una macchina paragonabile ad un orologio,tanto come desiderio, con il desiderio di lavorare bene come una macchina, ma anche come paura, paura di meccanizzarsi, di de-spiritualizzarsi. Il corpo come macchina, sarebbe un elemento importante nel soggetto moderno, abitato da una misteriosa entità, che può essere chiamata anima, coscienza, inconscio, psiche, spirito, in breve, con tutte le definizioni possibili e che una versione laica  e compatibile con i secoli XIX e XX  chiama l'interiorità. Questo è ciò che sta cambiando.  Fondamentalmente quello che vedo è uno spostamento dell'asse intorno alla quale ci costituiamo come soggetti. Quest'asse che si trova dentro ognuno di noi,si sposta  sempre più verso il visibile, non solamente verso l'aspetto fisico,l'apparenza, lo stile, la forma del corpo, ma anche verso ciò che potremmo chiamare performance,ciò che si vede da ciò che siamo, tutto ciò che si vede definisce ciò che uno è.
Ma bisogna sapere utilizzare questi strumenti, bisogna avere la capacità di mostrare chi siamo. Il comportamento visibile e l'apparenza  sono due assi  che spiegano il successo dei networking e dei reality show. Rimanere connessi tutto il tempo,in modo da farci vedere e, con questo, confermare che esistiamo. Questo sarebbe il segno di uno spostamento dell'asse attorno alla quale ci costruiamo, questo sarebbe a sua volta, un'indicazione del fatto che non siamo più quel tipo di soggetto.

(...) Non si tratta solo di essere qualcuno o di fare qualcosa, ma di performare ciò che facciamo e ciò che siamo. Ovviamente il contatto con gli altri è importante ancora oggi, siamo esseri sociali, perché questo fa parte della definizione antropologica dell'essere umano, tuttavia l'io del soggetto moderno è così grande, così gonfiato, così in un certo senso, mostruoso che si poteva sopravvivere anche se avevi il mondo contro e nessuno lo guardava; oggi, lo sguardo dell'altro è importante per assicurarmi che esisto: la visibilità è diventata un requisito per l'esistenza. L' altro deve sostenermi con il suo commento, con il suo " mi piace" col diventare un fan,col seguirmi in Twitter. In questo senso i social network sarebbero un indizio di questo cambiamento.


 - E' sintomatico che ci sia solamente la possibilità,almeno su Facebook, di dire: mi piace e non poter dire,non mi piace. Ha fatto una riflessione su questo?

 - Del pulsante " mi piace" si può fare un'intera filosofia,perché è anche quantitativo, quante volte si può premere il pulsante mi piace, a quanta gente è piaciuto, che è la cosa più importante, molto simile al rating.Non c'è alcuna precisazione: mi piace per questo, per l'altro,mi piace di meno, di più: è rating. Twitter in questo senso è meno cinico di Facebook. In Facebook sono amici, in Twitter sono seguaci, chiaramente è un pubblico, un audience.
C'è un concetto che uso in L'intimità come spettacolo che è l'idea del personaggio che si costruisce nelle reti sociali, anche nei reality show - perché ovviamente è questa logica che passa su Internet. Internet è chiuso, ma è diventato parte delle regole di gioco nella quotidianità: è un personaggio.Questa è l'idea del profilo:il personaggio di sé. - Una finzione dell'io?
 - Non attraverso la differenza tra realtà e finzione, tra maschera e realtà, tra vero o falso. Molto spesso si pongono queste differenze, si dice su Internet si mente, si costruisce un personaggio che non è reale, però io non credo che sia così, non mi pare interessante seguire questa linea, tanto più che l'idea del reality esplora  questo : è realtà e show allo stesso tempo. L'idea del personaggio invece si riferisce a qualcuno che è sempre in vista, ha molto pubblico, ha molti lettori/lettrici, è necessario avere sempre qualcuno che guardi  perché nel momento in cui  nessuno più guarda il personaggio cessa di esistere, allora esiste solo quando è guardato. Quando mi avete rivolto la prima domanda in cosa ci stiamo trasformando, probabilmente in questo, in personaggi e personaggi audiovisivi, non siamo personaggi da romanzo, di romanzo ottocentesco, che parla dell'interiorità, un romanzo psicologico, di sentimenti, di sensazioni, di emozioni, in questo caso no: il personaggio  visibile è un personaggio cinematografico.

- L'essenziale non è più invisibile agli occhi?

 - Uno dei fattori costitutivi  della soggettività che si si è destabilizzata è l'equilibrio  tra essenza ed apparenza. L'idea che ci sia una bellezza interiore,che l'apparenza inganna, ecc.. tutto questo sarebbe obsoleto e formerebbe parte di quel paradigma che stiamo abbandonando. Che autenticità è questa che è così diffusa  in questi giorni?  Anche nel reality show vince il più autentico.
(...) Mi pare sia utile pensare l'idea di autenticità legata alla differenza  che abbiamo in castigliano tra essere e stare. Forse,  questa autenticità nuova, dei reality show, della quotidianità e le reti sociali, non è un'autenticità dell'essenza, dell'essere, ma dello stare e lo stare è più legato alla performativa:  in questo momento io sto con questa intervista giornalistica e abbiamo viaggiato con molta più facilità tra le differenti piattaforme di vita, siamo trans-mediatici perché stiamo su facebook, su Twitter. Penso che la filosofia del Xxi secolo abbia necessità di questa differenza  tra l'essere e lo stare.
E' molto strano, perché il tedesco non ha questa differenza, il francese e l'inglese  lo stesso e tutta la filosofia moderna è iniziata senza questa differenza tra l'essere e lo stare, solo pura essenza.


 - In più di un'occasione ha parlato degli anni '60 come punto di partenza  dei cambiamenti nella soggettività. Perché?

- 
Perché è allora che si comincia a vedere il valore e la possibilità di cambiare, questa stabilità che ha il soggetto moderno di essere fedele a se stesso per tutta la vita, che non può mentire, né può fingere. Fingere non è visto di buon occhio,  compreso il trucco, il simulare. C'era una convinzione nel valore dell'essenza. Ora, negli ultimi tempi,la nostra morale è cambiata molto in questo senso; non solo possiamo cambiare ma siamo obbligati a cambiare tutto il tempo, c'è da aggiornarsi, riciclarsi.
Questi cambiamenti sarebbero considerati non solo tecnicamente impossibili nell'era moderna, ma moralmente impossibili, per esempio, il cambiamento di sesso. Non sto parlando di cambiamento del sesso  nel senso di passare dall'uno all'altro. Parlo della chirurgia plastica,cambiare anche il colore dei capelli e non solo di modifiche fisiche. In breve una serie di modifiche possibili, che hanno plasmato, per tutto il tempo il dover cambiare.

(...)
Bisogna far finta, tra virgolette, abbastanza bene ciò che si sta facendo in quel momento; non è una menzogna vera e propria è un'autenticità di quel momento,di continuare ad essere, che non attiene ad una verità,ma a ciò che sto inventando per continuare ad essere.

Non trova angosciante questa pressione?

Ah, bhe, questa è un'altra cosa (ride). L'essenza genera sempe disagio,talvolta disagio è più collegato con l'essenza che con l'essere; l'essere non genera esattamente disagio, ma ansietà. L'ansia è una condizione più contemporanea del disagio, perché è un peso enorme, bisogna essere performati per tutto il tempo,sul lavoro,nell'aspetto fisico, negli affetti chiedendoti se stai scegliendo ciò che ti rende felice, cose che prima non erano necessarie. (...)

 - E' una enorme offerta del mercato.

  - Infatti, ora si può acquistare un kit completo di un modo di essere. Essere come questo o come quello. Le tribù urbane per esempio, comprano un modo di essere,interiorizzato, romantico,ma nel giro di sei mesi possono acquistarne un altro.

- Ma ci sono tuttavia, forti movimenti identitari: popoli indigeni,minoranza sessuali, nazionalismi e così via.


  - C'è un'autora brasiliana che si chiama Suely Rolnik che ha fatto un articolo molto interessante su questo e che si intitola I farmaci dell'identità. Ciò che spiega è che l'idea di identità, il desiderio e la domanda di identità si sono polverizzati: sono in crisi da tempo. Tuttavia, persiste questa illusione di identità,alla quale ci aggrappiamo, ci afferriamo dinnanzi all'abisso della libertà. L'autora parla di Kit di un profilo modello, come kit di identità prêt-à-porter, pronto all'uso, si compra questa identità e la si indossa come un vestito, per cui è fragile, non assolve alla stessa funzione che svolge l'identità nel soggetto moderno. Ecco perché il mercato sembra sempre pronto con una lista di tutti i tipi da usare; ho fatto l'esempio, piuttosto grossolano delle 'tribù urbane, ma possiamo pensare alle droghe, non soltanto quelle illecite, ma agli psicofarmaci al Rivotril, alle droghe per calmare o eccitare, per dormire o non dormire, per studiare,che appaiono come protesi, come un salva-vita.

- Ed anche come meccanismi di controllo...

  - Esattamente, perché mettono in sintonia con il mondo, non sono droghe per disattivare o per liberare o aprire le porte della percezione,ma per porre all'altezza delle esigenze contemporanee,in definitiva perfomative.


- Avverti una qualche forma di resistenza a questo cambio di asse,di fronte alla fine della privacy?

Vi sono resistenze conservatrici che hanno a che fare con il non connettersi ad Internet. Però mi risultano banali e non durature. Si tratta di individuare forza più complesse che stanno agendo qui, costruendo significati che sono una forma di resistenza. Non si tratta solo di tutelare la privacy, ma anche di come influenzano il poter essere le conquiste sociali: i progressi tecnologici, le conquiste di valori politici, sociali, dentro le quali il più importante è il valore della donna; credo che questo sia innegabile, la situazione della donna prima degli anni '60 e la sua condizione di adesso, al livello di libertà individuale e dei risultati è ovvia, penso che nessuno avrebbe scelto l'homo psicologicus' perché ne siamo state escluse.
Cito Una stanza  tutta per sé di Virgina Woolf proprio per cercare di capire ciò che accade adesso.
Negli anni '20 la Woolf difese il diritto ad una propria stanza o alla privacy, per poter essere qualcuna, che le donne avevano diritto alla soggettività per poter essere un soggetto moderno. Un soggetto dotato di interiorità, costitutiva della sua essenza, che necessita pertanto, di silenzio e solitudine per poter interpretarsi, elaborarsi,in ultima analisi, costruire un'opera, ma anche essere qualcuna, avere il diritto alla soggettività. Oggi, se ci pensiamo in questi termini, almeno la maggior parte delle donne,abbiamo già il diritto ad una stanza per sé, non dobbiamo lottare per essa. Quale sarebbe la domanda paragonabile a questa, oggi? Nei primi anni del XXI secolo, per poter essere qualcuno non occorrono mura,silenzio, solitudine, chiusura. Credo che oggi questa domanda riguardi l'accesso ad Internet, in senso ampio,non solamente accesso fisico.

- Abbiamo iniziato chiedendo cosa stiamo diventando, ma di chi parliamo al plurale?

Della classe medio-alta dei centri urbani, alcuni più degli altri. Pensando alle rivolte e rivoluzioni, per esempio,come nel caso di Londra,in buona parte questa protesta è stata per non poter far parte di ciò,non poter far parte di questo mondo variopinto, delle meraviglie del mercato, come disse Deleuze,che si offre a tutti, ma ovviamente al consumatore e non al cittadino.

- Hai un blog?
- No.

- Utilizzi i social network?
 - No (ride). Ovviamente questa è la resistenza retrograda alla quale mi riferivo prima. Ma ho svariati motivi. Uno di essi, il più importante è il tempo, non ho tempo per la posta.


- Il tuo primo libro, L'uomo post-organico...parla del corpo virtualizzato, di una tendenza a pensare che si possa fare a meno. Com'è che questa volta il tuo lavoro si rivolge al culto del corpo?


L'ipotesi sulla quale lavoro ora è che in realtà questo culto del corpo non è un culto della materialità carnale,ma dell'immagine. Un culto all'immagine del corpo che diventa ogni volta più stilizzata e sempre più eterea
(...)

 - Fotoshop...

Sempre più naturalizzato. Adesso le foto non sono più stampate e chiunque può lavorare sulle sue foto e costruirsene su facebook. (...) Nel momento in cui un corpo mostra la sua coerenza e viscosità organica,  sia per i segni di invecchiamento, che per le rughe o i depositi di grasso è un corpo censurato.
(...) Ci sono molti paradossi: c'è una stimolazione all'erotismo post anni sessanta e, tuttavia, si mostra un corpo d-erotizzato, perché un un corpo bi-dimensionalizzato da consumare visivamente e lo sguardo è nel senso di richiedere più distanza.
Quindi per molti versi non è un corpo erotizzato.  



(traduzione di Anita  Lia Di Peri Silviano)














venerdì 25 novembre 2011

Violenza sulle donne / Appello per Adama: una storia, molte violenze

da Vincenza Perilli

In occasione del 25 novembre le iniziative di denuncia delle violenze contro le donne si moltiplicano, ottenendo un'effimera - quanto inutile - visibilità anche su quei mezzi di informazione ordinariamente silenziosi su queste questioni (tranne, beninteso, quando la "notizia" può essere proficuamente strumentalizzata e messa al servizio di politiche razziste e sessiste, sicuritarie e di controllo). Per questo, forse, avremmo evitato in questa giornata di scriverne se non ci fosse giunto da Paola Rudan - che ringraziamo - l'invito a far circolare l'appello di Migranda / Trama di Terre per Adama, donna migrante rinchiusa da fine agosto nel CIE di Bologna: aveva chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. L’unica risposta che Adama ha ricevuto è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. E la storia di Adama non è una storia isolata: il 13 dicembre, a Bruxelles, si svolgerà un convegno internazionale del Picum - un organismo che si occupa di migranti "senza documenti"* - sulla situazione difficilissima vissuta dalle donne migranti considerate "clandestine" in Europa. Chi mi ha inoltrato l'appello per Adama scrive qualcosa che condivido pienamente: "Non vogliamo essere le rappresentanti o le tutrici di una vittima, ma l'amplificatore di una donna che sta lottando e che non ha altro modo di far sentire la sua voce". Vi invitiamo dunque a firmare e far circolare l'appello che trovate nel sito di Migranda, affinché Adama possa "riprendere in mano la propria vita" e noi tutte la nostra.

Marginalia

APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE

Le adesioni all’appello arrivano più veloci dei nostri aggiornamenti, ma continueremo a pubblicarle. In questa pagina (Appello per Adama) pubblichiamo anche le tante parole di sostegno per Adama, che arrivano con le ancora più numerose adesioni all’appello che chiede la sua immediata liberazione dal CIE di Bologna. Cercheremo di aggiornare questa pagina continuamente, perché la voce di Adama sia amplificata in ogni momento.
Pubblichiamo questo appello in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com
Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.
Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.




mercoledì 23 novembre 2011

Dal Sito dell'amica Vincenza Perilli:


Facciamo Breccia pubblica la traduzione di un appello di Palestinian Queers for Boycott, Divestment & Sanctions, in cui si chiede all'IGLYO - uno dei principali network di associazioni GLBT internazionali - di non essere complice delle politiche di pinkwashing israeliane svolgendo - senza prendere in questo modo posizione - la propria assemblea generale, prevista per dicembre, a Tel Aviv. L'invito, sempre sottinteso quando si pubblicano appelli di questo tipo, è di far circolare il più largamente possibile.

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Chiamata all’azione: Di’ all’IGLYO di stare fuori da Israele

Pubblichiamo questo appello di attivisti e attiviste queer palestinesi che chiede all'IGLYO di non essere complice delle politiche di pinkwashing israeliane.

Cari gruppi, collettivi, attiviste e attivisti LGBTQ,
Come queer palestinesi appartenenti a diversi collettivi - alQaws for  Sexual & Gender Diversity in Palestinian society, Aswat — Palestinian  Gay Women, and PQBDS (Palestinian Queers for Boycott Divestment and  Sanctions) - vi scriviamo per esprimere il nostro sconforto per la  decisione dall’ International Gay and Lesbian Youth Organization[IGLYO]  di organizzare l’Assemblea Generale per Dicembre 2011 a Tel Avivin  Israel. Anche dopo averci contattati e dopo aver espresso la nostra più  profonda preoccupazione rispetto alle implicazioni problematiche e  politiche dell’organizzazione di questa conferenza, IGLYO ha pubblicato  un “lettera aperta – 2011 GA” dove viene sottolineato che non sono per  nulla contenti di rimettere in discussione la loro decisione e che anzi  difendono le loro posizioni;  ingannando, quindi, i membri dei gruppi  LGBT all’interno di un processo di normalizzazione e provvedendoa  coprire l’apartheid di Israele e l’oppressione della popolazione  Palestinese.  IGLYO non ha solo deciso di tenere la loro General  
Assembly conference in Tel Aviv, ma ha accettato i soldi del governo  israeliano partecipando in una più ampia campagna nel dare una nuova  immagine ad Israele “brand Israel” e nel crimine del pinkwashing .   Stiamo perciò chiedendo supporto nel comunicare a IGLYO perchéla loro  azione è iniqua e indecente, per un’organizzazione come la loro che  dovrebbe battersi a fianco delle persone queer o dei diritti umani in  più larga misura. Le politiche di Israele e l’occupazione non distinguono persone queer  da etero. Tutta la popolazione palestinese – queer ed etero – deve  affrontare gli effetti del muro dell’apartheid, dei checkpoint, degli insediamenti illegali e della violenza dei coloni: nessuno menziona che vivere sotto occupazione militare ti toglie qualsiasi diritto come  abitante di quella terra. Tutte le persone a Gaza, inclusi i queer,  vivono sotto un assedio illegale e medievale - e di fatto Gaza non è  altro che una prigione a cielo aperto. E come tutte e tutti le/gli abitanti di Israele, le persone queer sono soggette a discriminazioni di  leggi e di educazione che attraversano tutta la loro vite sia  nell’ambito privato che pubblico.
Nonostante tutta la società civile e le organizzazioni non dovrebbero necessariamente essere responsabili delle azioni dei loro governi, Israeli Gay Youth (IGY), il gruppo che lavora all’organizzazionedella conferenza, è legata direttamente alla propaganda del governo di Israele e alla campagna pinkwashing. Per prima cosa, è una delle più grandi organizzazioni nel paese, IGY lavora a stretto contatto con l’esercito militare israeliano - Israeli Defense Force (IDF) -reclutamdo giovani queer nell’esercito – lo stesso esercito che occupa, isolando e chiudendo con il muro e i checkpoints persone queer e etero senza distinzione sia in West Bank che a Gaza. IGY, quindi, non solo è un’organizzazione gay ma è fautore dell’omonazionalismo e di quelle stesse strutture dello stato di Israele che i/le queer palestinesi combattono. In secondo luogo, IGY è finanziato ufficialmente da 15 differenti comuni, in più viola le indicazioni della campagna BDS e mostra piena complicità con le strutture statali di Isarele.La decisione di IGLYO di tenere l’assemblea generale a Tel Aviv in Israele finanziata dallo stato di Israele non solo viola la chiamata per la campagna di boicottaggio - Boycott, Divestment, and Sanctions - una campagna che ha lo scopo di far pressione ad Israele per la fine dell’occupazione delle terre palestinesi emulando l’efficace tatto anti-apartheid ma partecipando attivamente al pinkwashing di Israele che mira a rappresentare Israele come il paradiso per i queer spostando quindi l’attenzione fuori dai numerosi crimini contro la popolazione palestinese. Con questa campagna multi- millionaria  non si dà altro che un altro “successo”, IGLYO aiuta le violazioni di Israele della legge internazionale e supporta il predominio bianco includendo l’occupazione illegale e la politica razzista.
Come un’organizzazione la cui missione è quella “dicombattere tutte le forme di esclusione, di discriminazione e di persecuzione, è demoralizzante che IGLYO stia ignorando l’oppressione della popolazione palestinese, sia queer che etero, nonostante il fatto che la commissione dell’ IGLYO sia ben consapevole della sofferenza della popolazione palestinese sotto l’occupazione israeliana. Sembra proprio che l’esclusione, la discriminazione e la persecuzione sia accettabile quando va a colpire i corpi della popolazione palestinese.Per questo, noi collettivi queer palestinesi abbiamo l’urgenza che l’IGLYO trasferisca la sua Assemblea Generale fuori dallo stato di Israele.
Perciò chiediamo il vostro supporto alla nostra chiamata sulla questione dell’IGLYO seguendo questi punti:

·        Chiedi a IGLYO di trasferire l’Assemblea Generale fuori da Israele firmando questa lettera o scrivendo una tua lettera alla commissione dei direttori dell’IGLYO. Manda una lettera a: Board@IGLYO.com
·        Supporta la nostra “chiamata all’azione”– manda il nome del tuo collettivo, gruppo organizzazione a: info@pqbds.com
·        Visita il sito della IGLYO e lascia un commento alla loro “Lettera aperta – 2011 GA” ‘Open Letter – 2011 GA‘ . Comunica il perché loro dovrebbero trasferire la conferenza fuori da Israele.
·        Se tu sei una o un giovane europeo e/o uno studente queer, potresti non sapere che sei forse un membro della IGLYO. Visita la nostra pagina facebook e cerca nella lista delle organizzazioni i membri dell’IGLYO. Se trovi che sei membro di un’organizzazione-membro, non esitare ad inviare una lettera in cui si chiede l’urgenza di trasferire la conferenza in un altro luogo.
·        Diffondi il più possibile questo comunicato nel tuo sito / blog e invialo a tutte le persone LGBTQ, collettivi, gruppi.
·        Visita il nostro sito e tieniti aggiornato/a riguardo la campagna, contattaci se hai domande. Scrivici a: info@pqbds.com
Speriamo che con il tuo supporto possiamo far diventare IGLYO veramente un’organizzazione che rispetta i diritti delle persone queer includendo anche le/i palestinesi e fermare questo gioco che la fa diventare una pedina nel tentativo di Israele di promuovere questa finta apertura alle politiche queer ai costi della popolazione palestinese.
Grazie,
Palestinian Queer Groups: alQaws for Sexual & Gender Diversity in Palestinian Society
Aswat – Palestinian Gay Women
Palestinian Queers for BDS


Facciamo Breccia



 

lunedì 21 novembre 2011

Rapporto sulle donne palestinesi detenute.

Sono madri, sorelle, figlie o mogli dell'occupazione  e se anche sono una minoranza nelle carceri israeliani sono piene di forza per dire al mondo che sono capaci di lottare per i loro diritti e la libertà del loro popolo con la stessa intensità dei loro genitori, fratelli, figli o coniugi.

Anche se l'accordo tra Hamas e Israele prevede la liberazione  di tutti i prigionieri politici, senza eccezione alcuna, per quanto riguarda il genere femminile la realtà è molto diversa. Nove detenute sono state lasciate fuori dalla lista. Continuano a rimanere in prigione, settimane dopo la liberazione del primo lotto di prigionieri in attesa di essere tra i 550 nomi di detenuti e detenute ancora da rilasciare, che concluderà l'accordo del mese scorso.

Cinque di esse,Muna Qa'dan, Bushra al-Taweel, Haniya Naser, Fida Abu Sanina and Rania Abu Sabeh,arrestate tra giugno  e settembre  di quest'anno, sono rimaste nel periodo di interrogatorio, durante la liberazione dei 477 prigionieri politici palestinesi dello scorso ottobre. Questo periodo di interrogatorio, secondo le normative militari israeliane può durare fino a 180 giorni senza archiviare le accuse contro l'imputato.

Delle quattro restanti prigioniere, Lina Jarbuni ha la condanna più lunga. Fu arrestata nell'aprile del 2002 e condannata a diciasette anni di prigione accusata di aver aiutato una cellula di Hamas a Jenin.Dopo di lei c'è Wurud Qassem condannata a sei anni per avere sostenuto la resistenza attraverso il trasporto di materiale esplosivo dalla Cisgiordania a Ra' nana. Chiudono la lista delle prigioniere non liberate Khadija Habash e Suad an-Nazzal con pene rispettivamente di tre  e due anni.

Anche se durante la Dichiarazione di Vienna sulla Criminalità e la Giustizia nel 2000, si accettò unanimamente che le donne detenute necessitano di particolare attenzione da parte delle Nazioni Unite e di altre entità governative e professionali di varia natura, le prigioniere palestinesi subiscono nelle carceri israeliani abusi, vessazioni e continue violazioni dei diritti umani.

In Israele vi sono due carceri per le donne: la prigione di Hasharon e di Damon. La prima  si trova a Tel Aviv e dispone delle sezioni 11 e 12 per le donne; l'area 13 è riservata alle prigioniere in isolamento. Nel giugno del 2008 tutte le detenute della zona 11 sono state trasferite a Damon. Damon è un'ex fabbrica di tabacco ubicata a nord di Israele nei pressi di Haifa. Fin dal suo primo utilizzo, gli impianti furono  specificatamente progettati per mantenere l'umidità  e non ospitare gli esseri umani.

In queste carceri si commettono ripetute violazioni dei diritti fondamentali delle prigioniere palestinesi. Una di queste denunciata in numerose occasioni  da Addameer - organizzazione palestinese che difende i diritti dei prigionieri - è l'assenza di cure mediche. Le sue relazioni trimestrali e le numerose interviste realizzate alle prigioniere rilevano che in nessuno dei due carceri esistono cure mediche, ventiquattro ore al giorno. Il medico - che in nessun caso parla arabo - termina il suo turno alle quattro del pomeriggio e resta solamente l'infermiera per prescrivere antidolorifici. Se le detenute hanno bisogno di uno specialista,devono ottenere un permesso ufficiale da parte del medico che lo rilascia solamente quando la malattia ha raggiunto limiti molto gravi. In questo caso, le donne ricevono le cure in ospedale, mani e piedi legati, e molte di loro dopo questa esperienza rifiutano una successiva cura medica.

Le visite ginecologiche sono scarse e in tanti casi inesistenti, ed hanno a capo uno specialista maschio, nonostante che le visite ginecologiche e la scelta del sesso del medico durante la detenzione sono un diritto e una norma in Israele. La situazione si aggrava se la detenuta è incinta, dato che non ricevono una particolare attenzione e soffrono di malnutrizione, che arreca gravi problemi al feto. Ugualmente succede con le prigioniere che necessitano di cure ospedaliere, le recluse palestinesi che stanno per partorire sono portate in ospedale incatenate mani e piedi e dopo il parto immediatamente vengono incatenate,violando così un'altra volta, i loro diritti.

Oltre alla carenza di cure mediche,le detenute vivono in isolamento. Le visite dei familiari sono l'unico legame che le mantiene unite al mondo esterno e nella maggior parte dei casi  questi incontri sono limitati se non addirittura completamente eliminati, anche se le Nazioni Unite, stabiliscono nel paragrafo delle Regole Minime per il trattamento dei Prigionieri all'articolo 17 che ai prigionieri deve essere permesso, sotto supervisione, di comunicare con i loro familiari e amici intimi a mezzo corrispondenza e visite regolari.

I familiari delle prigioniere palestinesi non possono visitarle liberamente e necessitano di un  permesso speciale da parte delle autorità penitenziarie, quasi mai concesso, praticamente impossibile per uomini  di età compresa tra i sedici e i quarantacinque anni.A sua volta,  ad ogni palestinese che sia stato arrestato da Israele è categoricamente vietato visitare un parente in carcere. Considerando che dal 1967, 700.000 palestinesi sono stati arrestati la cifra ci mostra che almeno il trenta per cento della famiglia di una detenuta ha le visite vietate.

Se l'incontro avviene, tutto accade in un contesto violento e traumatico per entrambe le parti. I visitatori vengono anch'essi trattati come criminali. Gli si urla, vengono sottoposti a controllo completo dei loro beni e costretti ad aspettare per ore fuori dal carcere - senza contare il viaggio che hanno fatto dal luogo natale nei Territori occupati della Palestina fino al carcere, un viaggio che va dalle quattordici alle diciassette ore. Il contatto fisico è permesso solamente tra la madre e i  figli sotto i sei anni. In tutti gli altri casi, le riunioni non durano più di 45 minuti fatti  attraverso il vetro e un telefono rotto, per cui entrambi le parti devono urlare per sentirsi.

Anche l'istruzione viene utilizzata come arma di punizione in prigione. Secondo il dittato dell'UNESCO, tutti i prigionieri hanno il diritto di partecipare alle attività culturali e ricevere un'istruzione allo scopo di sviluppare il loro intelletto. Le amministrazioni di entrambi i carceri ovviano questo articolo e limitano l'accesso in questo settore. L'istruzione universitaria è un privilegio ed è soggetta a tanti differenti criteri, come la buona condotta della detenuta, la possibilità di possedere denaro per pagarsi le tasse universitarie,la scelta della carriera  e delle assegnazioni all'interno degli insegnamenti consentiti dalle autorità penitenziarie israeliane -  carriere come medicina, fisica o chimica sono categoricamente proibite - l'unico tipo di istruzione universitaria è resa possibile attraverso la corrispondenza in ebraico con l'Università Aperta di Israele. Inoltre. il penitenziario si riserva il diritto di annullare  e revocare il diritto allo studio in qualunque momento sulla base delle ragioni di sicurezza.

La stampa e la televisione sono controllate. Le televisioni che si trovano nelle prigioni sono state concesse dalle Ong o dai familiari delle detenute. Nonostante ciò i funzionari delle carceri scelgono la programmazione e il risultato sono catene israeliane in ebraico  o russo,anche se ci sono cinque canali satellitari in lingua araba. Lo stesso succede con la stampa,due giornali distribuiti in ebraico,Maariv e Yediot Aharonot e soltanto una volta alla settimana i prigionieri possono  leggere la stampa araba, grazie alla distribuzione di Al-Quds.

La situazione nelle carceri israeliani è insostenibile  e il trattamento delle prigioniere palestinesi inaccettabile. La mancanza di assistenza sanitaria, istruzione  e il contatto con le loro famiglie non solamente trasforma il penitenziario in un luogo ostile in cui vengono costantemente violati i diritti umani delle prigioniere , ma anche rende enormemente difficile la possibilità di reinserimento sociale di queste donne.

Centro di Informazione Alternativa  (AIC),Gerusalemme.

Alternative news

( Traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)


mercoledì 16 novembre 2011

La strada nella quale sarà violentata

Delle sofferenze delle migranti centroamericane che decidono di mettersi in cammino per andare negli Stati Uniti, ne sa molto  Marcela Zamora, una regista salvatoregna di origine nicaraguena che ha fatto per quattro volte il tragitto che ogni giorno percorrono migliaia di centroamericane nella speranza di attraversare il confine verso il 'sogno americano'.  E' un viaggio straziante attraverso il Messico di 5.000 chilometri nel quale le donne migranti subiscono ogni tipo di abusi.

Queste storie includono abusi e stupri e contro i quali queste donne, prima di lasciare i loro paesi, prendono le loro precauzioni: molte di esse si iniettano il  *Depo- Provera, un contraccettivo di un solo ormone chiamato medrossiprogesterone, che impedisce la liberazione dell'ovulo per tre mesi con un'efficenza fino al 97 per cento. Il farmaco è venduto liberamente nelle farmacie del Centro America. Gli esperti chiamano il Depo- Provera la " iniezione anti-Messico".

La maggior parte delle persone che lasciano il Centroamerica per tentare di arrivare negli Stati Uniti sono donne: il 57% provengono da Guatemala e il 54% da El Salvador e Honduras,secondo l'Ufficio Nazionale per le Migrazioni del Guatemala.
Marcela Zamora è sicura che l'uso di questa iniezione è relativamente nuovo. Nei suoi primi viaggi la cineasta ha notato che le donne portavano preservativi femminili, unica protezione contro gli abusi che subiscono dai cosiddetti sciacalli, dalle autorità messicane o dai contrabbandieri che aggrediscono queste donne e  poi le abbandonano.

I preservativi sono come amuleti che molte donne  del Centro America possiedono. " Una donna - racconta Argan Aragon, uno specialista in tema di migrazione, che ha fatto il viaggio delle migranti e sta facendo il tirocinio del dottorato in Sociologia di Sorbona - nella Casa del Migrante del Guatemala -  aveva nella sua borsa dodici preservativi".
Quando gli è stato chiesto il perché, ha risposto:  "perché so già a cosa vado incontro" . E lo sanno veramente. Si stima che otto su dieci donne del Centro America sono violentata nel loro cammino attraverso il Messico" conclude Aragona.

Coscienti di non potere evitare di essere violentata,le migranti centroamericane decidono di iniettarsi il Depo- Provera, per evitare almeno una gravidanza derivante dalla violenza. Anche se ciò - avverte la regista - non impedirà malattie come l'AIDS.  Zamora ricorda che nel Chiapas, al sud del Messico, conobbe la storia di un uomo che era il terrore delle donne centroamericane. Presumibilmente portatore di AIDS, violentava le donne impunemente. " Ha commesso i crimini - continua Zamora -  per un anno e mezzo, fino a quando  è stato arrestato dalle autorità messicane".

Oltre ad utilizzare il Depo- Provera,alcune centroamericane hanno scelto la via del cercare " marito" durante il tragitto, continua la regista.
Si uniscono a gruppi di uomini migranti ,ne scelgono uno e vanno con lui mediante un semplice accordo: protezione in cambio di sesso durante il percorso. Altre usano il loro corpo come un biglietto di viaggio per arrivare in America.
" Il sesso - spiega Aragona - diventa allora una strategia. Alcune pensano di liberarsi  così dal controllo delle autorità  di migrazione o di polizia, ottenere assistenza durante il viaggio o andare con un camionista da confine e confine , in cambio di favori sessuali".
Lo fanno in molte- afferma il sociologo." Tante honduregne si vestono con abiti sex (scollature e gonne corte) per sedurre e così superare  gli ostacoli. Ho conosciuto una ragazza molto carina che viaggiava con un contrabbandiere e con tutta la sua famiglia che la seguiva di camion in camion quando diventava la fidanzata di un nativo,affinché la polizia non chiedesse i ruoli. Inoltre avrebbe dovuto accettare tutto quello che le autorità le chiedevano e darsi anche al contrabbandiere. Non so come è arrivata a Los Angeles, ma è arrivata, però tutto questo le ha alterato la percezione di se stessa e dei suoi genitori, con i quali viaggiava".

L'abuso proviene anche dalle autorità messicane - dichiara Sara Lovera, una giornalista messicana che ha studiato il fenomeno. " Nessuno si prende cura delle migranti. Esse soffrono una enorme catena di violazione dei diritti umani e l'estorsione è la peggiore: per lasciarle passare, il sesso è la forma di pagamento per le autorità" ha spiegato Lovera.

La regista Marcela Zamora ha aggiunto alla lista delle vessazioni,la  estorsione alla quale sono assoggettate dal cartello dei Los Zetas, organizzazione criminale messicana che semina il terrore in tutto il paese e nel nord del Centro America. Los Zetas, spiega, rapiscono i migranti che attraversano il Messico e impongono ai familiari il pagamento di una forte somma, che molti non possono sostenere: se non si paga, vengono uccisi.

Nel suo documentario Maria in terra di nessuno, la Zamora intervista una migrante che fu catturata da Los Zetas. La donna in lacrime,racconta alla regista che in cambio della sua vita le fu chiesto di lavorare per un mese come cuoca e dipendente di un "macellaio": Era colui che uccideva le persone che non avevano  nessuno che potesse rispondere per esse. Smembrava la gente, la metteva in una botte e dava fuoco", racconta la donna.
" Adattarsi a questa realtà - dichiara il sociologo Aragona - è adesso iniettarsi il Depo - Provera" " Davanti all'assoluta disperazione  e all'incertezza del viaggio, le donne cercano di controllare quel poco che dipende da esse. Le migranti sanno che avranno relazioni sessuali, che è molto probabile che gli uomini, anche nel caso di rapporto consenziente, non accetteranno di mettere il preservativo".

Il Depo -Provera, un famaco disponibile.

Per le donne centroamericane è facile accedere ad un anticoncezionale come il Depo-Provera, che è stato utilizzato per decenni dalle autorità sanitarie per il trattamento della pianificazione familiare. In Nicaragua, le cliniche Profamiglia assegnano ogni anno 15.000 iniezioni  a più di 4.000 donne, delle quali l'80% risiedono nelle aree rurali. E' diffuso in tutta l'America Latina  ed è stato riconosciuto dalla FDA ( l'Agenzia del Farmaco statunitense).

In Nicaragua è stato usato dagli anni settanta ed è il terzo metodo di pianificazione familiare comunemente utilizzato. Nelle farmacie si acquista a novanta cordobas, circa tre euro.
" La contadina lo usa molto dichiara Freddy Cardenas, direttore di Profamiglia -  perché vive lontana dai centri sanitari. Acquista le quattro iniezioni ch necessitano in un anno e il centro le spiega come usarle".

Alcune ONG in America Latina, tuttavia, sostengono che si tratta di un farmaco pericoloso, per le possibili conseguenze alle ossa e per i problemi ormonali ed è stato introdotto nella regione dai paesi ricchi , come metodo di sterilizzazione di massa per evitare la crescita della popolazione delle nazioni povere.


 (traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)