domenica 24 aprile 2016

A Gaza non si resiste solo al blocco.

Laila e Shawqiyeh sono due donne palestinesi che sopravvivono su tre fonti: l'occupazione israeliana, il blocco israeliano-egiziano e una chiusa società patriarcale, che sottomette le donne in tutti gli ambiti della vita.

Isabel Pérez, giornalista, specializzata in questioni medio - orientali.







Sono poche le donne della striscia di Gaza che scelgono di non indossare il loro anello di nozze. Anche se divorziate o vedove, l'anello è come un talismano davanti agli occhi di chi vive soggetti a interpretazioni rigide della religione e tradizioni e costumi ancorati al passato.
Laila si è tolta il suo anello alla morte del marito in un bombardamento israeliano. Da quel momento, in cui ha anche perso i suoi due figli e una figlia, la vita di Laila è diventata una lotta con più fronti: quello dell’occupazione e il blocco israeliano e quello della società poco abituata a vedere una donna sola a portare avanti le sue quattro figlie.

Cinque giorni dormendo con i morti.

Laila si sposò quando aveva ventuno anni. Il marito lavorava curando orti nella zona di Jabalia, nel nord-est di Gaza ma lui ambiva a volere di più e più volte tentò di costringerla a prostituirsi.
Nel 2008, allo scoppio dell’operazione israeliana “ Piombo Fuso” contro la Striscia di Gaza, la famiglia si trovò sulla linea di fuoco, molto vicina alle truppe israeliane che cominciavano a invadere la Striscia.
“Quando sono cominciati i bombardamenti vicino a casa, ho chiesto a mio marito di infilare i bambini dentro", dice Laila. "Improvvisamente un missile cadde proprio davanti al recinto. Mia figlia maggiore, Feda, rimase ferita a una gamba.  Ho iniziato a urlare a mio marito: Dobbiamo andare, dobbiamo uscire da qui!  Lui non voleva lasciare la casa. "
Il successivo attacco cadde su di loro.
“ Caddi a terra con mia figlia più piccola, Malak.  Non vedevo più nulla. C’era molto fumo e polvere. Poi ho sentito qualcuno gemere di dolore e chiedere aiuto ".
Laila si asciuga le lacrime, fa un respiro profondo e continua.
"Mio figlio Ibrahim è stato scaraventato a terra. Volli alzargli la testa ma la mia mano scivolava dalla sua testa aperta dal bombardamento. L'altro mio figlio, Rakan, era a brandelli. Mio marito giaceva senza vita sotto il tetto ", descrive Laila.
 Mentre ascolta le parole della madre, Neda, che ora è ventisei, porta le mani al viso, come a ricordare la scena. La sorella mori con i libri di scuola in mano “ Stava studiando sempre, voleva andare all’università" dice Neda, che era rimasta così colpita che non voluto portare a termine i suoi studi.
La madre la guarda con compassione, le dice di smettere di lamentarsi e che vada all’università. Neda non risponde, non solo ha registrato nella sua memoria l’immagine della sorella morta ma anche i cinque giorni passati a dormire con i morti nel cortile delle pecore.
"Non avevamo cibo, ma quello che mi preoccupava era che arrivassero i soldati israeliani e facessero qualcosa a mia figlia”, dichiara Laila.

La battaglia per la liberazione e l'indipendenza

Dopo quella guerra, Laila e le quattro figlie sopravvissute, Neda, Sana, Yasmin e la piccola Malak, sono andata a vivere nella casa della famiglia materna. Avevano perso tutto.
"A quel tempo, la famiglia di mio marito ci ha dato un piano ma ci trattavano male. Ci toglievano il denaro che ricevevamo da aiuti e sovvenzioni”, afferma Laila. Inoltre, hanno iniziato una campagna diffamatoria contro di tutte noi, contro l'onore delle mie figlie.”.
Alla fine sono state costrette a tornare alla famiglia di Laila. Con il sostegno finanziario, sono riuscite a costruire diverse camere; ma è arrivata un’altra guerra, questa volta più distruttiva.
"Nel 2014, gli israeliani hanno bombardato la casa. Stavo cominciando a essere indipendente ", lamenta Laila.
Qualche settimana fa, le cinque donne si sono trasferite in una nuova casa in affitto. Un prezzo che possono permettersi non senza sforzi.
"Qui a Gaza il peggio è la guerra. E 'difficile, ma ci dà la forza e la determinazione per pensare a come andare avanti e continuare a vivere come vogliamo, sempre sulla strada giusta. Sto insegnando le mie figlie a essere indipendenti e forti, "dice.
Laila sa che la società in cui vivono non è tutto ciò che esse si aspettano. "Siamo una società in cui le donne devono subire" afferma Laila guardando le figlie. "Le ragazze ora, la nuova generazione, hanno cominciato a muoversi a risvegliarsi e si stanno liberando gradualmente”.

Un divorzio come punizione



La vita di Shawqiyeh non è stata più facile di quella di Laila, pur avendo in casa un figlio maschio. Due volte divorziata, oltre a doversi scontrare con le guerre e con il suo secondo ex marito, che tenta di avere la custodia delle tre figlie e un figlio, Shawqiyeh deve anche combattere contro un fratello despota e manipolatore.
“ E’ stato mio fratello maggiore a costringermi a sposarmi due volte -  assicura Shawqiyeh. "Con il primo non sono stata molto a lungo. Con il secondo, invece, sono stata sposata quattordici anni e abbiamo avuto figli. Aveva avuto in precedenza un'altra donna e ha vissuto con i suoi figli, Ashraf e Anwar ". Quando la figlia maggiore, Zakiyeh, aveva dodici anni e suo figlio Mohammed sette, Anwar, che aveva la stessa età di Zakiyeh, colpì violentemente entrambi.

“Io volli difenderli ma Anwar ha provocato una grande lotta tra la famiglia di mio marito e la mia. Dopo l'evento, mio ​​marito mi ha rifiutato, ha divorziato e mi buttata fuori di casa, dicendomi che rimaneva con i miei figli - racconta Shawqiyeh.
Il giudizio per la custodia ha deciso che le figlie e il figlio avrebbero vissuto con il padre cinque giorni la settimana e due con la madre.
"Un giorno, mentre i bambini erano con me, è arrivato mio marito e se li è portati via – racconta. Quando ho tentato di impedirglielo ha cominciato a picchiarmi. Poi si è seduto sul patio e ha impedito che i vicini entrassero per vedere cosa stava succedendo.
I bambini e la madre non hanno potuto vedersi per due mesi, tempo durante il quale Zakiyeh, Basma, Mohamed e Tamam hanno rifiutato di pulirsi in segno di protesta.
Tamam aveva sette anni, quando una notte, non si è più trattenuto ed è scappato da casa. “ Mentre tutti pensavano che dormissi sono uscito dalla finestra della mia stanza e ho saltato il muro", dice sorridendo Tamam. "Sono andato fuori e ho corso verso la casa, dove stava mia madre."
Il malcontento dei bambini e le continue segnalazioni di Shawqiyeh hanno portato il tribunale a darle la custodia assoluta. Da quel momento la madre è stata costretta a trovarsi al più presto, una casa per vivere con i suoi figli e un mezzo per sostentarli.
“ I miei fratelli non volevano farci vivere con loro: i miei figli non portano il nome di famiglia, ma quello del mio ex marito. Non mi avrebbero aiutata – testimonia la donna.

In guerra con la società di Gaza e l’occupazione israeliana.
Shawqiyeh è andata a casa dei suoi genitori defunti: una capanna fatta di mattoni con piastre metalliche e tetto. Ha venduto tutto quello che aveva, compreso l'oro e i pochi gioielli, che i suoi ex mariti le avevano regalato, secondo la tradizione palestinese, come parte del contratto di matrimonio. Con il denaro raccolto è riuscita a ristrutturare la casa.
Dieci anni dopo, i bombardamenti israeliani dell'operazione militare 'Margine Protector' del 2014 ha distrutto la casa che tanti sacrifici le era costata, non solo per la sua debole struttura ma anche perché i suoi fratelli l’hanno obbligata ad andare via da lì. . Con il salario modesto percepito dalla figlia Zakiyeh e Mohamed hanno preso un piano in affitto, fino a quando è arrivato un colpo di fortuna.
“ Un alto funzionario della polizia si è interessato alla nostra situazione e ha parlato alla famiglia del mio ex marito. Infine, uno dei fratelli di mio ex marito ha avuto pietà e ci ha offerto una sua casetta, il cui affitto deve essere pagato dal mio ex marito che, ovviamente, lo fa a malincuore ", spiega Shawqiyeh.
L’ex marito, rabbioso, ha iniziato a esercitare un maggiore assedio contro di tutti loro e il figlio, Mohamed, che chiama al telefono in ogni momento.
"Mio padre, Abdelsalam mi chiama e mi promette che mi comprerà un appartamento e che mi sposerà con una brava ragazza”, sostiene Mohamed con una smorfia sprezzante.
In pochi secondi il disprezzo che si trasforma in paura.
“Abdelsalam cerca anche di mettermi in prigione. Suo figlio Ashraf è andato alla polizia tre volte, accusandomi di furto e la polizia mi ha più volte picchiato in commissariato "si lamenta il giovane.
Shawqiyeh non può nascondere la preoccupazione e il calvario che ha patito negli ultimi 30 anni della sua vita. Sostiene che l’ex marito vuole prendere le sue figlie per trasformarle nelle sue serve, per non pagare gli alimenti a cui è obbligato dal giudice e vuole prendere tutto il denaro che possono arrivare a offrire i futuri mariti delle giovani.
"Per le mie figlie e mio figlio sono in guerra con il mio ex marito, con i miei fratelli e la società. Allo stesso tempo, sono in guerra con l'occupazione israeliana che ci ha bloccato tutte le uscite dalla Striscia di Gaza e la vita ", sostiene Shawqiyeh. "Come donna, soffro il blocco a tutti i lati. E’ una situazione difficile, che mi auguro che le mie figlie non debbano più soffrire.  Mai più”.




(traduzione di Lia Di Peri)

lunedì 11 aprile 2016

Il vittimismo femminile e la violenza romantica.

Coral Herrera Gómez, scrittrice e ricercatrice. Dottore in Teoria di genere.




Il vittimismo è una strategia per dominare le persone intorno a noi, per manipolare gli altri, per modificare la realtà, per raggiungere i nostri obiettivi.
Il romanticismo del XIX ha usato molto questa strategia e l’ha portata all’estremo: i geni romantici arrivarono ad auto lesionarsi e a suicidarsi al fine di diventare martiri dell'amore. Non solo volevano procurare dolore o passare alla posterità ma anche far sentire colpevoli l’amata o l’amato che non corrispondeva il loro amore.

Il vittimista o la vittimista romantica soffrono ma non in silenzio. Moltiplicano sempre la sofferenza e la diffondono affinché soffra anche la persona amata.  Con questa perversa idea: “. "Se non fai quello che voglio, io soffro. E se io soffro, anche tu devi offrire”, il suo scopo è far sentire l’altro responsabile del suo dolore e tristezza.
Che cosa vuole ottenere il vittimista dando dolore?  Che tu ti senta colpevole , che tu ti faccia responsabile del suo benessere o della sua felicità. Che non te ne vada, che tu t’innamori di lui, che non ti disinnamori, che lo pensi, che gli dedichi più tempo, che non lo lasci.

Le vittime romantiche sembrano più sensibili e premurose ma possono arrivare a essere molto violente. Vanno dall’amore all’odio in un secondo, elemosinano amore, se non lo ottengono, esigono amore e se non raggiungono il loro obiettivo, hanno un'altra causa per cui combattere: distruggere psicologicamente ed emotivamente il colpevole delle loro disgrazie.

Nelle guerre romantiche usano tutti i tipi di strategie: rimproveri, umiliazioni, accuse, insulti, ma le loro armi migliori sono i ricatti e le minacce.
Alcuni dei ricatti più comuni sono: “ Sono triste perché non mi ami”, “Senza di te non sono niente”, “La mia felicità dipende da te”, “ Voglio che tu mi pensi, la mia vita non ha senso senza il tuo amore”, “Ho bisogno che tu ti prenda cura di me”, “Tu sei colpevole di tutte le mie sofferenze”, “Sono giorni che non mangio e non dormo per colpa tua”, “Non posso vivere senza di te”.

Se i ricatti non funzionano, iniziano le minacce: "Se mi lasci, nessuno ti amerà come ti amo, io/ti vorrò per sempre/non vedrai più i tuoi figli/ti rovinerò economicamente/ resterai senza amici/ti distruggerò la vita.
La peggiore minaccia è: “ Se mi lasci, mi uccido”. Ed è una minaccia reale: ogni anno si suicidano persone in tutti i paesi che lasciano lettere in cui spiegano che lo fanno "per amore", o meglio, per mancato amore.  E molti e molte colpevolizzano direttamente i loro partner, ex partner o le persone delle quali si erano innamorate e che non li avevano corrisposti.

I vittimisti che si uccidono responsabilizzano l’altro del loro atto violento. Non si assumono i loro sbagli, la chiave della loro violenza è sempre negli altri , così prima di agire, minacciano sempre: “ Se mi suicido, non ti potrai mai perdonarti/mai dimenticarmi/ti rammaricherai tutta la vita/ ti sentirai in colpa fino al giorno della tua morte/ rimarrà per sempre nella tua coscienza”.

Ci sono poi quelli che invece di suicidarsi, preferiscono ammazzare chi dicono di amare.  Questo è molto comune nei processi per femminicidio, dove gli assassini delle donne fanno cadere sempre la colpa della loro violenza sull’assassinata: “ Lei mi ha lasciato, lei se n’è andata con un altro,lei mi ha fatto male, lei mi ha fatto uscire pazzo”. Nella nostra cultura patriarcale, le uniche colpevoli della violenza che subiscono sono le donne  “ perché qualcosa avranno fatto”. Per questo, quando si commettono stupri, si sospetta che la colpa è nostra per camminare da sola in strada di notte o per vestire in questo o quel modo.

Perché le vittime romantiche siano “ i buoni”, gli altri devono apparire “ cattivi”. Ogni volta che c'è una vittima, ci deve essere un colpevole e con questa logica patriarcale della dicotomia, si costruisce la loro versione della realtà. Lo scopo finale è modificare sempre la realtà che non ci piace : la vittima romantica non sopporta di sentirsi dire di no, non accetta il rifiuto, o la rottura, né la fine.
Ciò significa che se non corrispondi alla tipologia del romantico o della romantica diventi cattivo o cattiva. I cattivi sono tutte quelle persone che non ti amano o che hanno smesso di amarti o quelli che si stanno disinnamorando. Sono malvagi anche gli infedeli e i traditori insomma, tutti quelli che ti fanno male e devono pagarla  cara.
In questa logica, i cattivi sono persone egoiste. insensibili e crudeli, mentre i buoni sono persone sensibili, amorevoli, premurose e molto vulnerabili. Tuttavia, i buoni sono molto superbi, orgogliosi e molto vendicativi: il loro più grande desiderio è punire l’oggetto del loro “amore”, che dal giorno alla notte è diventato il nemico, la nemica.
Molti romantici vittimisti sono ossessionati dalla punizione o dalla vendetta, così fanno le loro campagne in modo che l’ambiente circostante alla coppia collabori nel difficile compito di far sentire colpevole: famiglia, amici e amiche, vicini e vicine di casa. Quanto più persone solidarizzano con il sofferente o la sofferente, meglio è: da qui ci sono persone che sono solidali a suo favore, contro il colpevole che gli ha spezzato il cuore.
Se il cattivo o la cattiva vogliono separarsi, per esempio, si parlerà di “ abbandono del tetto coniugale”: la vittima non riconosce la libertà dell’altro coniuge di andare, lasciare, di prendere le sue decisioni. In questo senso, la vittima non ammette realtà che non lo beneficiano.

La vittima romantica espone la sua tristezza per suscitare il senso di colpa nell’altro e la compassione negli altri. La sua tristezza romantica è toccante, perché appare come un essere fragile, il cui unico scopo nella vita è di amare ed essere amata. Sembra che abbia sempre ragione per l'ingiustizia di cui è soggetto, soprattutto perché tutti danno per scontato che il vero amore è per sempre e che i contratti romantici sono eterni e non possono essere spezzati. La tirannia della vittima consiste nella mancanza di scrupoli nel momento della vendetta e di costringere l'altro a pentirsi e correggere.

Storicamente, la manipolazione vittimista è una strategia che abbiamo adottato più le donne degli uomini: le bambine apprendono fin da piccole a risvegliare la tenerezza degli altri e sappiamo che il pianto può realizzare tutto ciò che ci proponiamo. Gli adulti non sopportano di vederci piangere e danno accesso ai nostri capricci finché cancelliamo la faccia triste: per questo da grandi continuiamo a fare lo stesso.

In quasi tutti i film, cartoni animati, serie TV, le donne piangono e piangono. Piangere e soffrire sono dimostrazioni di femminilità nella nostra cultura, una vera donna è quella che si commuove fino alle lacrime, a tutto ciò che è collegato con l’amore, la maternità, i fiori e un sacco di cose stupide.
Le ragazze imparano presto che se ti presenti debole, gli uomini reagiscono sempre dando accesso ai tuoi desideri , perché si sentono responsabili del loro benessere: essi sono i protettori, i realizzatori,essi sono i forti e gli intelligenti, esso sono i guerrieri. Noi siamo quelle dolci, le emotive, le bamboline carine che aspettano e chiedono cose. Sono uomini d'azione, sono i cavalieri che salvano le principesse.

Ai bambini s’insegna, che gli uomini sono il contrario delle donne.  Gli uomini non piangono, gli uomini agiscono, e l'unico modo per raggiungere i loro obiettivi o risolvere il loro conflitto è con la violenza.
Utilizzando i pugni, un arco e frecce, una mitragliatrice, una pistola, un bazooka, un'ascia, un martello, una granata, un cacciabombardiere , un carro armato, un fucile, machete ... in tutte le produzioni culturali, gli eroi usano la violenza per salvare l'umanità, per risolvere un problema, o per ottenere un tesoro.

Il maschio violento e la marmocchia piagnucolosa, questi sono i modelli di femminilità e mascolinità che ci vendono. La femminilità consiste nell’essere una bambina capricciosa, despota, un poco tonta, egoista, però, molto bella. Gli uomini cedono al suo fascino e si commuovono con le sue lacrime, per questo rischiano la vita per salvarla dalla sua prigionia, per salvarla dalle grinfie del drago o per tirarla fuori dalla povertà e dallo sfruttamento.
Questo modello di femminilità basata sul vittimismo romantico ha recato molto danno a noi donne, perché ci fa credere che l’unico modo per ottenere ciò che vogliamo o desideriamo è il ricatto emotivo e minacciando gli altri. Non solo in campo amoroso, ma in qualunque circostanza, noi donne usiamo quest’arte della manipolazione: diventiamo povere indifese davanti alla polizia che ci vuole multare per eccesso di velocità, all’insegnante che ci vuole sospendere l’esame di matematica, al capo che ci vuole assumere per lavorare. Usiamo il vittimismo in ogni occasione perché funziona nella maggior parte dei casi ... tranne che nell'amore.

Anche se ci fanno credere il contrario, non c’è modo di costringere qualcuno ad amarti se non ti ama. Può darsi che il tuo amato rimanga un po’ più a lungo con voi, ma non si può pretendere che torni a innamorarsi di te. Non vi è alcun modo per risvegliare l'amore attraverso il vittimismo: quando qualcuno ti fa compassione, è molto difficile sentire ammirazione, desiderio o passione per qualcuno.

 Eppure, nei film continuano ancora a convincerci che, le donne che piangono sempre, otterranno di risvegliare la tenerezza nell’amato. Così le principesse Disney sono sempre sole e indifese: se si alleassero con altre donne per unire le forze, l'esistenza del principe non avrebbe senso. I principi azzurri hanno bisogno di donne fragili senza iniziativa proprio per uscire dalla loro situazione: hanno bisogno di donne vergini, innocenti, sensibili e delicate capaci di commuoversi con qualsiasi regalo del loro principe.
Donne che poiché non hanno amiche, sorelle, zie, cugine, madri né vicine parlano con gli animali della foresta e raccolgono fiori, mentre sospirano sognando il Salvatore.
Ed è così che noi donne impariamo presto che ci ameranno se sfruttiamo il nostro ruolo di vittime. Cenerentola era vittima della matrigna e delle sorellastre. Biancaneve della strega cattiva. La Bella Addormentata dell’incantesimo che l’ha fatta dormire per cento anni, la Bella rapita dal suo stesso Salvatore, e  tutte le donne che non poterono uscire dalla loro situazione fino a quando qualcuno ebbe pietà e andò a salvarle.
E da qui viene tutto il resto: il cristianesimo e il romanticismo esaltano e mitizzano la donna che soffre. La Vergine Maria soffre, la principessa chiusa nel castello soffre, la poeta tormentata soffre... tutte soffrono per amore di un uomo, il che le trasforma nelle eroine della nostra cultura.
Alcune delle eroine si uccidono per mostrarci che il loro regno non è di questo mondo. Le donne che non si adattano alla cruda realtà soccombono a essa: le ribelle, le anticonformiste, le disobbedienti, tutte finiscono malamente, quelle delle finzioni e quelle in carne e ossa. Così la maggior parte di loro si consegna all’autodistruzione (quanto più drogate e alcoliste, più sexy si sentono) o si ammazzano: il patriarcato non ha bisogno di finirle, s’incaricano esse stesse di sparire.
La lista delle donne che soffrono nella nostra cultura è infinita: Virginia Woolf, Sylvia Plath, Marilyn Monroe, Frida Kahlo, Alfonsina Storni, Janis Joplin, Amy Whinehouse. E ci sono anche molti personaggi di fantasia che si auto-mutilano, si autodistruggono o si suicidano: Ana Karenina, Emma Bovary.

Il suicidio femminile è romantico e lo idealizziamo perché crediamo che ci rende eterne, speciali, divine. E sono molte le adolescenti che imitano queste stelle per vendicarsi del loro ambiente: si tolgono la vita per rimproverare i loro cari di non aver ricevuto amore o la comprensione di cui avevano bisogno, ma anche per punire i loro amati.

Per terminare con tutto questo vittimismo e così tanta violenza contro di noi, dobbiamo smetterla di idealizzare l’autodistruzione delle donne, eliminare le lotte di potere in amore, demistificare la violenza romantica, potenziare tutte e rivendicare la figura di donne felici, allegre, combattive e di successo: molto meglio Madonna che la Whinehouse.  Perché la prima è viva, la seconda, no.
Dobbiamo abbattere questi miti romantici che legittimano la violenza romantica e costruire altre eroine che raggiungono i loro obiettivi grazie alle loro capacità, alla loro forza, intelligenza, la loro empatia, la loro capacità di solidarizzare e lavorare con altre donne.
Protagoniste che si amano come adulte che sono responsabili per i loro sentimenti e le emozioni, in grado di costruire relazioni amorose senza dipendere da nessuno, dalla libertà e autonomia personale.
Abbiamo bisogno di altri modelli di femminilità nella nostra cultura donne allegre, coraggiose, attive, sensibili e amorevoli che siano in grado di unirsi e separarsi, senza drammi e senza guerre romantiche. Altre storie, altri finali e altre forme di amare sono possibili ...

(traduzione a cura di Lia Di Peri)



http://haikita.blogspot.it

                                                                                               

lunedì 21 marzo 2016

Il privilegio bianco e la coscienza critica (una risposta a Barbijaputa).

Helios F. Garcés


Immagine di un momento delle umiliazione delle donne rom



In primo luogo, vorrei rilevare che questa critica all’articolo “ Solo razzismo”, pubblicato da Barbijaputa nel blog Zona Critica de eldiario.es è costruito con sincero rispetto e riconoscimento. Dato il clima generale di odio machista, riteniamo che il suo lavoro riveli come i femminismi siano assolutamente essenziali. Pertanto, ci sembra importante esprimere il nostro pieno sostegno all’ondata di insulti e minacce che lei e altri attivist* ricevono ogni giorno solo perché scavano nei domini del patriarcato e rivelano la natura costitutiva e strutturale di machismo, sia nella dimensione macro e micro.
Così questa risposta nasce con un’intenzione dialogante, non di accanimento contro l’autrice ma critica nei confronti della sinistra bianca spagnola, in generale. Anche se l'articolo è firmato da me, la prospettiva che lo illumina, nasce dalla difesa di ciò che si potrebbe denominare ‘ rinascita kaló’ nello Stato spagnolo, per il quale spesso, parlerò da un plurale collettivo e non dal singolare.  E 'proprio il motivo per cui, data la sua influenza nell'universo virtuale, ci appare necessario stabilire un dialogo critico dal suo ultimo articolo, scritto dopo i vergognosi eventi accaduti a Madrid il 15 marzo.
Li ricordiamo.  Due studenti di giornalismo presso l'UAM hanno girato un video nel quale si può vedere dettagliatamente l’orribile spettacolo. Poco prima della partita di calcio tra PSV Eindhoven e l’Atlético Madrid, alcune gitane rumene, chiedono l’elemosina alle decine di tifosi olandesi riuniti sulle terrazze di Plaza Mayor. Con risposta, i fan, tra urla di disprezzo e risate, hanno iniziato a lanciare una raffica di centesimi, davanti allo sguardo passivo dei cittadini di Madrid presenti. Poi, i tifosi, hanno fatto dei grandi girotondi, circondando le gitane rumene. In cambio di monete hanno chiesto che ballassero, facessero flessioni, s’inginocchiassero. In un crescendo di brutalità hanno bruciato i biglietti che offrivano, facendoli cadere su di esse per divertirsi, mentre le donne spintonandosi tra di loro si buttavano disperatamente a raccoglierli.  Il video pubblicato su You Tube non ha registrato tutto ciò che è successo.
Un professore intervistato da El Pais nella stessa piazza ha dichiarato quanto segue: “Il colmo è stato quando hanno lanciato pezzi di pane."  Per 'aggiustare’ la situazione, la polizia ha deciso di portare via le donne rom altrove, cioè, si sono liberati del problema: esse.
Barbijaputa, nel suo articolo "Solo razzismo”, sottolinea l'idea che qualificare i fatti in base alla loro dimensione razzista è una riduzione ingenua delle cause per le quali ciò è successo. La ragione è che il razzismo, secondo la sua interpretazione, ha giocato un ruolo marginale nelle umiliazioni.
L’autrice scrive come se fosse facile articolare il complesso (e strutturalmente reso invisibile) dibattito sul razzismo, che dall’esperienza delle comunità razzializzate è semplicemente incredibile. Allo stesso modo, gestisce, dal nostro punto di vista, un concetto di ‘razzismo’ estremamente convenzionale, che non si è lasciato contaminare dalle solide e importanti prospettive critiche costruite dalle comunità umane colpite da esso.
Potremmo essere d’accordo con il senso del suo articolo, se sentissimo che ciò che vuole denunciare è il modo parziale e riduzionista con cui procedono la maggior parte delle letture: un modo semplicistico, superficiale e ipocrita per identificare il razzismo.  Non è però a queste problematiche che Barbijaputa si riferisce.
Citiamo le sue parole: " 'razzista' non è nemmeno il primo nome che meritano i summenzionati, perché la realtà è che non hanno bruciato i biglietti perché essi non erano zingari ed esse lo erano”.
Non è la prima volta che incontriamo la militanza non gitana, supponendo che sia facile chiamare il razzismo anti-rom per nome e abbiamo trascorso il tempo, spiegando che tale illusione è un segno inequivocabile di etnocentrismo naturalizzato.
Decolonizzare la coscienza critica, inizia riconoscendo qual è la nostra situazione nella mappa delle identità razziali imposte dall’arcaica e persistente dimensione colonialista del potere moderno. Da allora siamo in grado di capire che la nostra prospettiva è condizionata dalla nostra esperienza e, quindi, spuntano alcuni privilegi etnici ai quali possiamo rinunciare se riusciamo a esplicitarli, poiché essere bianco – come direbbe Houria Bouteldja – è un modo di pensare, non quindi una pigmentazione della pelle.
Le comunità rom hanno tradizionalmente rappresentato il contrappunto interno all’ordine auspicabile nelle società europee: sono state storicamente associate con la delinquenza e marginalità; di fatto, sono state viste come parte inseparabile e costitutiva del sottoproletariato, anche dalla stessa sinistra. Come ha scritto lo stesso Marx, il 'sottoproletariato' (lumpen) è "il partito delle bagasce lazzaroni e degli zingari […] sono nemici del proletariato così come la Reazione [...] Quando il proletariato trionferà dovrà schiacciarli”. Questo è il motivo per cui il disprezzo di classe esibito dai giovani olandesi -citati da Barbijaputa - trova il suo punto di intersezione con la razza / etnia, che aiuta a spiegare il posto che i Rom occupano nella maggioranza dell'immaginario europeo.

La bianchezza delle gerarchie razziali.

Negare che una parte essenziale del disprezzo mostrato dai tifosi dello PSV contro le gitane rumene ha a che fare con il razzismo strutturale anti-rom, è sbiancare ciò che è successo e sprecare una grande opportunità.
I media tradizionali raramente si fanno eco della situazione di allarme sociale che soffre il popolo rom in tutto il continente, chiamando le cose con il loro nome. L’indignazione mediatica è ipocrita, perché presenta i fatti come se costituissero un’abominevole eccezione.
Il popolo rom rappresenta la comunità razzializzata più numerosa e antica d’Europa e se gli /le attivist* non gitani (Gadje), non imparano a guardare dalla situazione terribile in cui si trova una desolante percentuale dello stesso popolo, perderanno l’opportunità di sintonizzare la loro analisi delle patologie del potere all'interno del continente.
Il razzismo anti-rom non è un semplice pacchetto di pregiudizi e argomenti diffusi; si tratta di un’ideologia istituzionalizzata antica come gli Stati-nazione che permea le relazioni sociali e sfocia nella disumanizzazione naturalizzata dei Rom in carne ed ossa.
 Sotto questo schema , l'eccezione consiste nel trattare il popolo gitano come esseri umani.  In conformità a ciò, se i tifosi olandesi hanno disprezzato la dignità delle donne rom di Plaza Mayor è perché il terreno di coltura che rende le persone rom individui subumani è preparato in tutto il continente e non è mai stata messa in discussione con la necessaria volontà politica.
Il modo in cui l’autrice dell’articolo discute su ciò che è successo, ci ricorda il frequente atteggiamento marxista imperante nella sinistra mascolinizzata: alla rapidità con la quale da questa trincea è solita smantellare il presunto carattere inoffensivo della critica contro il machismo o il razzismo. Per loro, ciò che è veramente in gioco è la “oggettiva e scientifica” oppressione di classe.
Le femministe decoloniali ci hanno istruiti facendoci vedere che i principali difensori di questa prospettiva sono uomini bianchi cisgender, che per proteggersi dalla critica femminista decoloniale, stanno proteggendo i loro privilegi in qualità di osservatori della realtà da quello che Amaia Pérez Orozco chiama "egemonia critica". È la sensibilità politica dei femminismi che ci può aiutare a superare lo strabismo etnocentrico, questo strabismo che non percepisce la dimensione strutturale del razzismo e i suoi punti di intersezione con il classismo e il sessismo.

Classismo / razzismo / sessismo

“ Hanno bruciato i biglietti per puro e duro classismo, dichiarando il loro odio verso le indigenti per il solo fatto di esserlo, che percepivano ovviamente come esseri inferiori. E le hanno fatto ballare per dura e pura misoginia , senza alcun timore di una reazione aggressiva per tale umiliazione. Le donne, si sa, davanti all’aggressione raramente rispondono con più aggressione. Questo un tifoso dello PSV, come qualsiasi altro, lo sa bene”
In effetti, le gerarchie di classe e di sesso / genere erano presenti e sono stati parte essenziali dell’orribile spettacolo. Tuttavia, Barbijaputa si dimentica un fattore essenziale: l'importante ruolo dello antiziganismo / romofobia naturalizzato nelle società europee. I linciaggi e le umiliazioni alle popolazioni rom rappresentano una costante in tutta l'Europa di oggi e si deve solo andare ai rapporti di Amnesty International o all’ European Roma Rigths Center per cominciare a rendersene conto.
Se la nostra volontà è capire bene la vera dimensione di quello che è successo è importante ricordare quale canzone i tifosi olandesi hanno dedicato alle donne rom “ Non attraversate le frontiere!” E 'evidente che quei giovani olandesi considerano la Spagna come parte della loro casa e lo è nel loro immaginario tanto che le donne rom non ne sono parte. Non importa che le gitane fossero europee e che i Rom vivano in Europa dalla sua creazione, ciò che conta è che esse non debbano attraversare la “frontiera”. Quale frontiera? La frontiera delimitata dall’arcaico razzismo che la porta di sotto la linea dell’umano. Così la polizia, fedele ai canoni di detta frontiera ha risolto il problema espellendo le gitane dal luogo nel quale erano umiliate. Si tratta di una vecchia e costante strategia europea che si sta facendo più esplicita nella sua gestione della cosiddetta 'crisi dei rifugiati'.
La nostra autrice assicura che il fatto che le donne umiliate fossero rom costituisce l’ultimo fattore importante in ciò che è accaduto : “ Probabilmente il fatto di essere gitane è stato, di fatto, l’ultimo motivo e non il primo o qualcuno pensa che se fossero state donne indigenti bianche, gli aggressori avrebbero dimostrato rispetto?”
Noi pensiamo che la domanda sia semplicistica e racchiuda un privilegio inconscio: il privilegio naturalizzato di essere una persona bianca in Europa. Chiunque la cui origine etnica la leghi a una comunità razzializzata sa perfettamente quale sia la risposta alla domanda di Barbijaputa.  Ovviamente, no: se le donne fossero state indigenti bianche, i tifosi non si sarebbero trasformati improvvisamente in compagni solidali.
Quale elemento di riflessione illumina tale domanda? Tuttavia, il fatto che fossero 'visibilmente' zingare ha avuto un peso straordinario, essenziale e schiacciante in ciò che è accaduto.
Una donna gitana e povera soffre e resiste alla gerarchia sessuale, alla gerarchia di classe e alla gerarchia razziale, quindi, il fatto di indicare l’importanza principale del razzismo, non comporta negare le altre gerarchie coinvolte. Saremmo stati d’accordo in un riesame dei fatti, se si fosse tenuto conto delle gerarchie sessuali e di classe presenti in essi. Ma non possiamo esserlo, se le implicazioni ci portano a uno dei classici errori del manuale dell’etnocentrismo : sottovalutare la colonialità del potere. Non saremo noi ad affermare che la misoginia ha giocato un ruolo minore in ciò che è successo. Ciò che invece dichiariamo è che non c’è nulla di meglio di lasciarsi inebriare dal femminismo de coloniale che si attiene alle intersezioni di razza, sesso e classe senza creare una gerarchia epistemologica intorno a queste: classica tendenza invece di quelle identità razziale privilegiate che non affrontano il razzismo.


(traduzione a cura di Lia Di Peri)





sabato 12 marzo 2016

Non si può resistere all'oppressione se altri non lo fanno con te

Intervista a Silvia Federici





Dove sono le donne nella lotta di classe? Per Silvia Federici la chiave di questa risposta sta nella divisione del lavoro e nel “ grande territorio di sfruttamento”, che è il lavoro domestico. “Il capitalismo si è appropriato del lavoro non pagato, si è costruito sulla degradazione del lavoro di riproduzione e di cura. Non è, però, un lavoro marginale ma il più importante, perché produce  soprattutto la capacità delle persone di lavorare “.

Il suo lavoro principale è intitolato Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva, pubblicato nel 2004. In quest’opera ha realizzato uno studio storico della "caccia alle streghe" datata dal XV secolo, quando l'Europa, alle origini del capitalismo, frazionò le terre comunali in porzioni di proprietà individuali, che sono state consegnate all’uomo. In quel momento, in cui il raccolto per il sostentamento si separò dal raccolto per il mercato, mettendo le donne in secondo piano, sui loro corpi si scatenarono le battaglie che portarono molte di loro – soprattutto le vecchie depositarie dei saperi e cultura – al rogo.


- C'è una spiegazione storica per l'aumento della violenza contro la donna?
Silvia Federici  - 
E’ importante riconoscere che la violenza è sempre stata presente in forma potenziale nel rapporto tra gli uomini e le donne in questa società. Molte donne sono picchiate se non preparano da mangiare; a molte donne si dice che non devono uscire, che devono rimanere in casa per prendersi cura dei figli, come parte dell’ordinamento del lavoro domestico. Io penso però che ci siano molte ragioni per l’aumento di questa violenza. La prima è la ricerca di autonomia, di fronte al rifiuto di adempiere i servizi che, tradizionalmente, hanno offerto agli uomini. La ricerca dell’indipendenza espone le donne al pericolo. Per esempio, con l'immigrazione: le espone alla violenza con le autorità alla frontiera e sul lavoro nella casa di persone che non conoscono, che le maltrattano. Questo non significa che le donne dovrebbero stare in casa ma denunciare una situazione di alto rischio in materia di occupazione per raggiungere l'indipendenza economica. In secondo luogo, credo che le donne sono state e sono coinvolte in molte lotte che la violenza arriva non solo dai singoli uomini ma anche dallo Stato e dai paramilitari (Federici si sofferma su questo punto che ritiene non marginale)
    Le donne hanno difeso l'uso non commerciale della ricchezza naturale, perché hanno una diversa concezione di ciò che è prezioso. Chi le dà la sicurezza? Non hanno fiducia nel denaro, ma nella sicurezza di avere animali, mucche, alberi. C'è violenza contro di loro perché sono le protagoniste di molte lotte.


-  Puoi tracciare un ponte tra le violenze del Medioevo e quelle attuali?

 Credo sia importante sottolineare un altro problema: ci hanno fatto il lavaggio di cervello su questi temi; ci hanno convinti che la produzione è un fine in sé, che nulla le equivale in termini di valore, che è giusto sottomettere la vita umana alla produzione.  E’ uno dei principi fondamentali del capitalismo e per lui tutto è legittimo: l’omicidio, la rapina, la guerra. Però anche tutto questo è penetrato nella nostra personalità: lo abbiamo interiorizzato.
E’ da molti anni che sento che il mostro è dentro di noi. Ad esempio, si tende a ridurre il tempo necessario per l'amicizia, per l'amore, per l’incontro. 
Raúl Zibechi mi diceva che il tempo condiviso è una delle chiavi nelle comunità zapatiste. Mi sembrava fondamentale ma al tempo stesso così difficile, perché dobbiamo cambiare noi stessi, convincerci che una delle ricchezze più grandi sono i rapporti con gli altri. E uno dei compiti più importanti è sviluppare la nostra personalità.Si dà valore a un telefono nuovo ma non alla capacità di essere più solidali, di non essere ostili, di trattarsi come nemici. Non si dà valore allo sviluppo delle capacità di comprensione, compassione ed empatia con il resto. La collaborazione è importante nel capitalismo solo quando è utilizzato per produrre qualcosa che si possa commercializzare per questo che abbiamo bisogno di un cambiamento di soggettività. Ho incontrato donne in un villaggio di Buenos Aires che mi hanno colpita per la ricca personalità che possedevano. Avevano fatto riunioni, assemblee su ciò di cui avevano bisogno: avere la luce nel quartiere, pavimentare la strada, perché si riempie di fango quando piove. Questo significa molto lavoro ma soprattutto un sacco di decisioni. Quando ci si muove fuori dalla ottica dello Stato e del mercato, tutto diventa un rischio. Tutto è rischio. Dovrebbe essere misurato bene cosa è importante e cosa non lo è: questo è un criterio che si crea insieme con gli altri. Solo da un rapporto di solidarietà può essere definito.

-       Le nuove forme di resistenza passano attraverso l’incontro?

-       Il concetto di creare il comune significa anche ricostruire il tessuto delle nostre società. Ogni ondata di sviluppo capitalistico ha distrutto il rapporto di fiducia, la conoscenza, il vicinato. Ad esempio, negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni la ristrutturazione territoriale ha distrutto tutte le comunità del nord-est, le comunità industriali. Lì dove le persone hanno lavorato per anni, dove avevano costruito forme di contro-potere, perché si conoscevano e sapevano che quando ci sarebbe stato uno sciopero il tuo vicino sarebbe stato accanto a te, avrebbe potuto sostenerti. Tutto è stato distrutto.Perché è così facile oggi espropriare, gentrificare (cambiamenti urbanistici)? Perché non c’è nulla che unisce la gente ai luoghi. Ci sono città americane in cui tutta la popolazione è nuova. Non si conoscono, quindi, non hanno capacità di resistenza. La gente non è pazza. Non può resiste alla oppressione e al dominio se non ha fiducia nel fatto che gli altri lottino con te.

    -  Potresti fare qualche esempio di questa resistenza?

-       Ci sono molti modi e non tutti sono ugualmente efficaci. Uno riguarda la creazione di forme di riproduzione fuori dal mercato. Quando abbiamo iniziato a stare insieme e pensare come costruire qualcosa in comune, è chiaro che la maggior parte delle persone vivono inserite in una rete di rapporti capitalistici e non può sapere fin dall'inizio se ciò che fa è capitalista o anticapitalista, se la fa crescere o cambiare. E 'anche chiaro che se non s’inizia a ricostruire il tessuto di relazioni, che è la fabbrica della nostra vita, a costruire rapporti che ci diano appoggio, solidarietà, fiducia, non possiamo resistere. Combattere la militarizzazione della vita, la disoccupazione, l'impoverimento intellettuale o morale. Questo è il problema comune oggi. Penso anche agli studenti e alla privatizzazione del sapere, alla resistenza della conoscenza in merce, perché per studiare, bisogna indebitarsi. Le lotte contro l'espropriazione delle terre sono le più importanti. Quando le grandi sementi, le aziende agro-alimentari, controllano le terre del mondo e noi non abbiamo alcun rapporto con ciò che mangiamo, non abbiamo alcun rapporto con la natura, noi siamo come animali chiusi nelle città.So che alcuni economisti marxisti, celebrano la città come il luogo delle grandi relazioni. Ma la città è anche una realtà sociale che è molto dipendente dalla terra. Quando non si controlla nulla del campo, dei boschi,delle coste, dei mari, siamo completamente vulnerabili a quello che ci impongono. Non abbiamo alcun controllo. Questo è quello che accade.

 -  Che effetto ha questa fase globale sui nostri corpi?

Il corpo della donna è trattato sempre più come una macchina. Un esempio sono i ventri in affitto, perché le donne che sono fecondate non sono trattate come le madri alle quali sarà dato il bebè. Alle prime è vietato nei contratti che firmano, di sviluppare l’affetto per quel bambino che devono partorire. Un altro attacco è legato alla cosmetica. Entro il movimento femminista noi donne abbiamo lottato contro l’estetica come disciplina, che è stata usata per dividere le donne. Questa commercializzazione del corpo delle donne sta ritornando. Anche se credo che il settore dove ciò si possa notare meglio è la salute. Quando si scopre di soffrire di una grave malattia è terribile se non si ha una comunità accanto a te che possa aiutarti a comprendere ciò che sta succedendo, pensare ai diversi tipi di terapia, accompagnarti dai medici. Se non hai questa comunità, sei perduta. Il protocollo medico di fronte al cancro ha una concezione militare della terapia: si combatte il cancro, si distrugge, si attacca, in modo molto traumatico. Il cancro al seno è un esempio paradigmatico di come si impongano le terapie che non tengono in alcuna considerazione, ciò che le donne sentono,le loro paure, la possibilità di cure alternative.Negli Stati Uniti si formano collettivi di donne con cancro al seno che si uniscono per sostenersi. Questo mi sembra indicativo del grado d’isolamento che ha questa società. L'isolamento è pericoloso perché debilita te e la tua capacità di resistenza.Un altro capitolo importante è la maternità. Negli Stati Uniti, in Tennessee, è stato approvato nel mese di agosto dello scorso anno una legge che stabilisce la pena della “aggressione aggravata” alle donne che consumano marijuana durante la gravidanza, che può arrivare fino a 15 anni. E’ considerato come un modo di uccidere il feto: un’aggressione.Io dico spesso che il corpo femminile è l'ultima frontiera del capitalismo.
 Produrre vita al di fuori del corpo della donna è l'ultima frontiera che il capitalismo  non è stato in grado di passare.

 - Che ruolo svolge in questo la memoria storica?

Credo che sia importante stabilire, contro la teoria dominante, che il capitalismo ha prodotto scarsità e non ricchezza. Almeno per noi è stato un impoverimento. Abbiamo perso il nostro rapporto con la natura: come possono i polinesiani navigare in mare senza strumenti, solo con la comprensione dei loro corpi, verso l’infrangersi delle onde? Non posso comprenderlo. Abbiamo perso il rapporto con il nostro corpo e con gli altri. Ci hanno chiuso in cose piccole, isolate, con la paura degli altri. L'impoverimento sta nel non essere in grado di comprendere e apprezzare la ricchezza che significa il rapporto con gli altri.Non solo questo ma aver perso la capacità di sentirsi parte di qualcosa più grande di se stessi. Questo tema è un'ossessione per me. Ci hanno limitati a cose così piccole.Il capitalismo ha avuto inizio con la recinzione dei campi per sfrattare i contadini ma anche per circondare le persone. Hanno troncato il rapporto con la natura, tagliato il rapporto con gli altri. Hanno tagliato le relazioni con il nostro corpo, mi riferisco a questa forma di auto-disciplina del distacco, questo processo di allontanamento dal proprio corpo. Questo è un impoverimento, quando ti senti una cosa piccola, isolata e non ti senti parte di qualcosa di più grande, di una storia. E 'importante capire che molte persone si sentono in contatto con un mondo di relazioni che va oltre la loro vita, che non vedono la fine della loro vita come la fine di tutto, che vedono la loro vita continuare negli altri. Questo significa essere parte di qualcosa di più grande. Quando si ha paura degli altr,i quando non si è in grado di apprezzare e comprendere la ricchezza che dà il rapporto con gli altri, siamo all’impoverimento.

Brecha

(traduzione a cura di Lia Di Peri)

domenica 6 marzo 2016

Billy el Niño, mentre torturava Lidia Falcón: “ Non partorirai più puttana”.

"C'è da recuperare, mantenere e trasmettere la memoria storica, perché si comincia con l'oblio e si finisce con l'indifferenza"
José Saramago



Lidia Falcón fu torturata più e più volte nell'autunno del 1974. Fu picchiata, insultata e umiliata. Ma non solo in carcere. Anche dai media del regime. Il giornale ABC non esitò a pubblicare la foto in copertina e collegarla all’attentato che l'ETA aveva commesso nella caffetteria Rolando, nella via Correo molto vicina alla Puerta del Sol, il 13 settembre 1974. Lidia Falcon non aveva nulla a che fare con quel massacro. Per la polizia, per il regime e i suoi seguaci, però, tutto era lo stesso. Fu arrestata a Barcellona e trasferita a Madrid tre giorni dopo l’attentato. Si convinse che non sarebbe più uscita dal carcere. Che l’avrebbero ammazzata prima. Franco stava per morire e l'odio della sua Brigata Politico Sociale si diffondeva in ogni angolo dello Stato.
L’avvocata, scrittrice e fondatrice del Partito Femminista ha tardato 40 anni per recuperare quel drammatico episodio della sua vita. Quei nove mesi, che passò in prigione e ai nove giorni che subì d’interrogatori da parte di Billy el Niño e Roberto Conesa.  Ha nascosto l’episodio, il più possibile, ma non sa bene il perché - dichiara. Ogni vittima gestisce come può il trauma della tortura. Ogni persona ha un meccanismo di difesa. Il silenzio e la dissimulazione è stato il metodo scelto da Falcon.
Ora, quarant'anni dopo, si è decisa a mettere per iscritto queste torture e presentare una denuncia all’Ambasciata Argentina a Madrid per partecipare alla cosiddetta Querella Argentina, l’unica causa giudiziale che sta indagando, in questo momento, i crimini della dittatura franchista e della Guerra Civile.
"Sono stato arrestata sette volte tra il 1960 e il 1974, ma quello che ho vissuto durante la detenzione, non l’ho raccontato mai a nessuno. Perché? Non lo so", ha detto al quotidiano Publico Lidia Falcon, che rileva infine la decisione di dare il passo e presentare denuncia per "aiutare i compagni che tanti sforzi stanno facendo per porre fine all'impunità del franchismo".

Il 16 settembre, del 1974, tre giorni dopo l'attacco dell'Eta, la Brigata Politico Sociale (BPS), d’ufficio la arrestò e la trasferì a Madrid, con l’accusa di aver partecipato all'attacco effettuato con una carica esplosiva nella caffetteria Rolando nella via del Correo di Madrid, luogo frequentato dalla polizia della Brigata di Madrid. Non avevano prove. Probabilmente anche loro sapevano che Falcon non era coinvolta. Ma non aveva importanza. La fecero salire in macchina e trasferita a Madrid. Compresa la figlia e il compagno, Eliseo Bayo. Non le permisero di andare in bagno durante le 12 ore di viaggio.
Il peggio, però, doveva ancora arrivare.  Falcon passò nove giorni in quelle unità del terrore franchista. Lì gettarono Grimau dalla finestra. Hanno torturato fino alla disabilità “ Uno pensa che non potrà raccontarlo, che non ne uscirà” dice Falcón davanti all’Ambasciata Argentina a Madrid. "Erano furiosi e desiderosi di vendetta. Non bisogna dimenticare che hanno messo fine alla vita di 13 persone e ne hanno ferite 48”, continua Falcon.
Un medico la ascoltò prima di arrivare "Lei soffre di qualche malattia?", le chiese. “ Ho appena curato l’epatite” rispose la donna. Billy del Niño e Conesa avevano trovato il bersaglio perfetto per distruggere la loro vittima: “ Mi hanno colpita allo stomaco e al fegato e mi hanno tirato le braccia, che sembrava volessero strapparmele” ." Così per tre giorni. Senza dormire né mangiare né bere. Tra colpi e colpi e parlandole di sua figlia: E’ rinchiusa in carcere. Forse, si è fatta un fidanzato”.
Trascorse le 72 ore di detenzione fu trasferita in una cella dove c’era il Gip, il comandante del Tribunale Militare e dopo un lungo interrogatorio, Falcon firmò una dichiarazione in cui non riconosceva il suo coinvolgimento nell’attentato e qualsiasi collegamento ai terroristi. “ Sono arrivati a domandarmi sul coinvolgimento della CIA nell’attentato, ricorda Falcon, che descrive come il giudice si colpiva al petto, mentre esclamava: «Non accetto tradimento a quest’uniforme”. Dopo, fu riporta in cella. E il giorno seguente i suoi aguzzini si ripresentarono. Billy el Niño e Conesa la appesero con delle manette a due ganci sul soffitto ma i polsi di Falcon erano troppo piccoli. I suoi 50 chili di peso non riuscivano a riempire le manette. Falcon cade una volta e un’altra ancora. Infine, la legarono con delle corde e cominciarono a darle pugni all'addome, stomaco e fegato.
Gli occhi di Billy el Niño.
“ Ricorda qualche frase che le diceva Billy el Niño durante gli interrogatori?", le chiede il giornalista. “ Sì, certo.  C’è una cosa che non dimenticherò. Mai. Mentre mi colpiva allo stomaco, mi diceva: “ Adesso non partorirai più puttana”, risponde Falcon, ricordando che dopo quegli interrogatori ha dovuto subire 5 interventi chirurgici per cercare di alleviare le conseguenze di torture su quelle spalle, stomaco e utero.
Come altre vittime di Antonio González Pacheco, alias Billy el Niño, Falcon ricorda bene quella faccia. Quegli occhi che brillano davanti al dolore degli altri, infondendo terrore ed esercitando la superiorità che otteneva legando le vittime e torturandole. "Era un sadico. Gli piaceva. Si vedeva che godeva di quei momenti”, continua Falcon, che riconosce che la maggior parte delle sessioni finivano con il suo svenimento. Quando sveniva, la tiravano giù e la lasciavano al suolo. La svegliavano con un secchio d’acqua. Dopo il medico la visitava, guardava il bianco degli occhi e ritornava la tensione “ Lasciatela riposare”, raccomandava. La lasciavano a terra, bagnata ore e ore, fino a quando la riportavano in cella. Il giorno seguente le torture continuavano. Al sesto giorno i torturatori non poterono continuare con la stessa sessione. E non poterono più appenderla al soffitto, perché perdeva continuamente i sensi. Così quando si risvegliava, continuava a ricevere pugni e calci per terra.
Patto del silenzio

Il nono giorno fu trasferita al Carcere delle Donne di Yeserías a Madrid. Aveva i tendini del sovra spinato rotti di entrambe le braccia e strappati l’utero e i muscoli dell’addome. Ha trascorso nove mesi in quel carcere. Fino all’11 giugno 1975, quando le fu concessa la libertà provvisoria su cauzione di 30.000 pesetas. Nonostante sia stata accusata,non è mai stata giudicata. In realtà, nessuno è stato giudicato. Né lei né gli altri 21 imputati.
Anni dopo Falcon si è recata presso l’Archivio Storico per cercare quelle prove. Il soggiorno in quella prigione, gli arresti precedenti e le sette detenzioni. Non esistono. Il suo nome appare solo nel documento che riflette una conversazione da due poliziotti. "Tutto è stato rimosso. Fa parte del patto del silenzio di Transizione. Tutto lasciato alle spalle. Senza colpevoli. Senza dannati. Nessuna indagine.
La Spagna è un paese unico e il bipartitismo ha gran parte della colpa", afferma Falcon.


(traduzione a cura di Lia Di Peri)


domenica 29 novembre 2015

L’associazione delle Donne Giudici in Spagna propone dodici punti di Giustizia verso l’uguaglianza.


La recente associazione delle Donne Giudici della Spagna ha presentato un manifesto dal titolo " 12 passi di Giustizia verso l’Uguaglianza” nel quale identificano con chiarezza i loro obiettivi. Una dichiarazione di principi per un mondo più giusto e più equo sottoscritto dalle 12 fondatrici giudici.

1.    Non una meno.  La violenza di genere nasce dalla disuguaglianza strutturale e beve dal modello di mascolinità egemonica. Vogliamo mettere le nostre risorse al servizio della presa di coscienza e nel lavoro di prevenzione del femminicidio da tutti i possibili fronti. Esigiamo dai governi politici statali che garantiscano la protezione - senza soluzione di continuità - di tutte le donne e la finiscano con i vuoti e chiusi discorsi che condannano la metà dell'umanità: difendiamo da adesso la giustizia e libertà per tutte.
2.   Statuto della Vittima del Delitto. E’ un nuovo strumento legale in vigore dall'ottobre 2015, che beneficerà soprattutto le vittime di reati con un impatto di genere. Questo statuto prevede per la prima volta, un catalogo dei diritti procedurali ed extra-procedurali a favore delle vittime di reati, che parte dal riconoscimento della dignità delle vittime, la difesa dei loro beni materiali e morali e, di conseguenza, l'intero della società. https://www.boe.es/diario_boe/txt.php?id=BOE-A-2015-4606.
Chiediamo l’assegnazione urgente di risorse umane e materiali necessari per la sua applicazione effettiva e reale. Non vogliamo leggi incompiute o,cosa è lo stesso, privi dei mezzi necessari affinché siano una realtà.
3.  Sextortion (Estorsione sessuale), un nuovo concetto per un vecchio male. Proponiamo uno specifico regolamento penale per questo fenomeno che è l’abuso di potere nel concedere un beneficio in cambio di sesso. Una vecchia e disgustosa pratica maschile che si alimenta con donne e bambine di tutto il mondo, preferibilmente in situazione di necessità che li rende ancora più vulnerabili davanti a quest’abominevole atto. Non possiamo avanzare verso l’uguaglianza, indebolendo la libertà sessuale femminile.
4.  Il doppio impatto della guerra sulle donne e le bambine. Le Guerre e conflitti armati sono particolarmente crudeli con le donne e le bambine. Si usa contro esse violenza sessuale come arma di guerra e rappresentano la maggioranza degli sfollati e dei rifugiati. Tale impatto non è tradotto, nonostante il suo valore e la capacità nella loro partecipazione alla soluzione del conflitto e nel successivo monitoraggio, il che rende difficile riparare i diritti violati, accresce le disuguaglianze e l'accesso alle opportunità di ricostruzione.
Chiediamo la necessaria inclusione e partecipazione delle donne alla risoluzione dei conflitti dalla fase della trattativa fino all’attuazione degli accordi raggiunti in condizioni di parità. La partecipazione delle donne nella costruzione e consolidamento della pace è essenziale per il recupero della comunità dopo il conflitto e perché l’armonia perduri nel tempo.
5. Educazione e Formazione. Il "Rapporto di Monitoraggio sull'educazione per tutti nel mondo" dell'UNESCO ha mostrato il divario educativo tra uomini e donne, come indicato nel precedente rapporto del 2013. Due terzi dei quasi ottocento milioni di analfabeti nel mondo sono donne. Nei paesi sviluppati la formazione riduce il divario salariale tra uomini e donne, contribuendo a migliorare la situazione delle famiglie.
          Proponiamo l'inserimento nei piani educativi (della Spagna) di programmi sulla parità di             genere e misure di stimolo per ridurre la dispersione scolastica e la collaborazione del               nostro Paese con le organizzazioni internazionali che promuovono la preparazione delle             donne.
6.  Breccia Salariale. La Commissione europea descrive il divario salariale come la "differenza media tra il salario degli uomini e donne per ora lavorata", ma è molto di più: è la constatazione come il mercato del lavoro sottovaluta il lavoro delle donne.  Consideriamo imprescindibile l’obbligatorietà dei piani di uguaglianza e regolari controlli in materia salariale per le imprese con più di 50 dipendenti, così come qualsiasi azienda che negozi con l’Amministrazione o riceva sovvenzioni pubbliche.
7.  Maternità, paternità e conciliazione – Vogliamo politiche attive per un'efficace conciliazione tra lavoro e vita familiare. Conciliare non è una scelta. Conciliare non è rinunciare. Conciliare è poter vivere una maternità e paternità responsabile in armonia con le aspirazioni di donne e uomini. Proponiamo un’estensione del concetto di maternità affinché le donne possano reintegrarsi nel lavoro dopo il parto, senza la perdita dei diritti e aspettative professionali e in condizioni vantaggiose per il neonato, nel pieno rispetto per l'allattamento al seno e la maturità biologica dei/delle figl*.
Proponiamo un prolungamento dl congedo paternale, con conseguenti effetti positivi sulla parità di genere in casa e al lavoro, favorendo cambiamenti nelle relazioni e nella percezione dei ruoli genitoriali così come gli stereotipi prevalenti.

8.  Molestia sessuale occupazionale.  La molestia sessuale sul posto di lavoro è considerata dal Comitato per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, raccomandazione del 1992, come una forma di discriminazione sulle donne, oltre ad essere un problema per la loro salute e sicurezza sul posto di lavoro. Tuttavia, la causa di discriminazione contro le donne continua a essere presente sul posto di lavoro, e porta per le donne che la subiscono importanti conseguenze psichiche, che comporta il silenzio sulla molestia sessuale per paura di non essere credute.
Tali situazioni devono essere totalmente sradicate per garantire il diritto costituzionale di uguaglianza, senza prevalenza di qualsiasi discriminazione per ragioni di sesso.
Chiediamo l'adozione di misure di prevenzione, supporto e visibilità. E 'necessario rafforzare le norme che disciplinano il divieto di molestie sessuali sul lavoro, per ottenere la massima efficienza e attuare misure di sostegno psicoterapeutico, mediante unità mediche specializzate che insieme all’assistenza legale gratuita facilitino la denuncia della molestia sessuale sul lavoro.

9.  La femminilizzazione professionale e le condizioni del lavoro. La donna è pienamente integrata nel mercato del lavoro (spagnolo) ma le sue condizioni lavorative sono ancora inferiori rispetto al collettivo maschile e la contrattazione collettiva è uno degli strumenti per avanzare in questa materia. Esistono settori femminilizzati che hanno condizioni lavorative precarie e nei settori che servono lo stesso numero di uomini e donne, ci sono categorie / posti di lavoro femminilizzati che, comparativamente, hanno condizioni di lavoro più precarie. Pertanto, è necessario realizzare uno sforzo formativo e d’informazione per superare questa situazione e ottenere che, mediante la contrattazione collettiva, si stabiliscano sistemi di valutazione del posto di lavoro, di classificazione professionale e di promozione professionale che favoriscano entrambi i sessi.
10. Contro la doppia discriminazione delle donne migranti. Le drammatiche circostanze nelle quali centinaia di migliaia di persone intraprendono un progetto migratorio sono particolarmente umilianti nel caso delle donne e delle bambine. Alla fuga dalla fame, dalla miseria e dalla guerra, si aggiunge una situazione di assoluta vulnerabilità in cui le donne sono spesso trattate come una merce soggetta a sfruttamento lavorativo o sessuale. Una volta che raggiungono la loro destinazione questa situazione, si perpetua, in modo che in una terra di presunta libertà sono destinate a riprodurre gli stessi modelli di dominio da quali hanno cercato di fuggire. Di fronte a ciò c’è bisogno di una reazione urgente ed efficace.
E 'necessario che nelle politiche di asilo si tenga in conto il rischio di discriminazione di genere, come fattore determinante per la concessione, in un modo molto più ampio rispetto a ciò che prevede l’attuale legislazione. Devono concretarsi le possibilità di attuazione in materia di protezione delle donne vittime della Tratta di esseri umani, così come per gli organismi competenti a conferire questo status, oggi esclusivamente nelle mani della polizia.
Devono svilupparsi politiche attive d’integrazione delle donne migranti, in modo da garantire che il cambiamento ipotizzato non si limiti a un semplice movimento fisico, ma costituisca l'occasione per una reale uguaglianza.
11. Le donne nella magistratura e la loro sotto-rappresentazione nei posti di alta responsabilità. Delle 5352 che attualmente fanno parte della magistratura, il 52 per cento sono donne e il 48 per cento uomini. L'età media mostra una differenza minima tra uomini e donne (19,2 anni per gli uomini e 14,4 anni per le donne). Solo il 13 per cento delle persone che compongono la Corte Suprema sono donne.E nel novero dei giuristi di riconosciuta competenza, le 13 persone che hanno accesso alla Corte Suprema, sono uomini e non è stata nominata nessuna donna.
Chiediamo che negli spazi di designazione discrezionali nella magistratura, l'adozione di misure positive fino a che si equipari la rappresentanza di donne e uomini senza che l’anzianità sia un merito. A parità di meriti sarà nominata una donna a occupare detti spazi.
12.   Visibilizzazione femminile nel linguaggio. Il linguaggio è più delle parole. Esso è il riflesso del pensiero ed è lo strumento attraverso il quale non solo si nomina la realtà, ma s’interpreta. Il linguaggio androcentrico è il riflesso di una realtà nella quale l’uomo è la misura di tutte le cose e noi donne siamo l’eccezione alla regola di espressione universale, trasformando il femminile in qualcosa d’inferiore o subordinato. L'uso del maschile riproduce e occulta la disuguaglianza tra uomini e donne. Il linguaggio non sessista può diventare un potente strumento per il cambiamento. Proponiamo che, nell’ambito di tutte le amministrazioni pubbliche ma, soprattutto, nel campo della giustizia, si adottino politiche che promuovano ed esigano l’uso non sessista del linguaggio in tutta la documentazione.
          Chiediamo che la normativa attuale e quella futura sradichi tutte le forme di linguaggio               androcentrico.
Le partecipanti dell'Associazione delle Donne Giudici della Spagna (AMJE). Novembre 2015.

 Confilegal.com

(traduzione a cura di Lia Di Peri)